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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE      INTORNO 

Al  PRINCirALI  SANTI,  DEATf,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  OERARCIIIV 
DELLA.  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALtA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA     PONTIFICIA,    EC.     EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  Di  CAMERA 

DI  SUA  SANTITÀ  PIO  IX. 


\  OL.  LII. 
IN    VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA      EMILIANA 
MDCCCLI. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


PAX 


PAT 


r  ATRlAllCFIlOoPATRIARCBIA, 
Palriarchìum.  Residenza  del  palriarca, 
o  Episcopio  o  Palazzo  vescovile  (^•).  In 
Roma  le  5  basiliche  patriarcali  ebbero  il 
patriarchio  per  l'aljitazioiie  de'4  patriar- 
chi maggiori,  ed  il  Patriarchio  Latera- 
nense  (f^.)  era  l'ordinaria  dimora  degli 
antichi  Papi.  Pei  patriarchi  di  Roma  ve- 
dasi Palazzi  di  R.oma  e  Palazzi  aposto- 
lici; per  quelli  dei  patriarchi  antichi  o 
esistenti,  i  loro  articoli  e  Patriarca. 

PATRIARCHIO  LATERANE.XSE. 
F.  Palazzo  Lateraxexse  e  Patriarcato. 

PATRICIO  (s.),  vescovo  di  Prusa  in 
Bitinia,  martire.  Governava  quella  chie- 
sa, allorché  Giulio  proconsolo  di  Bitinia 
ivi  recossi  a  prendere  i  bagni  caldi,  pei 
quali  Prusa  andava  fumosa,  ed  avendo- 
ne esso  ritratto  giovamento,  per  dimo- 
strarsi grato  agli  Dei,  volle  indurre  Pa- 
Iricio  ad  adorarli  ed  offrire  uu  sacrifizio 
ad  Esculapio.  Irritalo  per  la  fermezza  del 
santo  vescovo,  e  per  le  ammonizioni  che 
gli  fece,  ordinò  che  fosse  spogliato  e  get- 
tato nell'acqua  bollente;  ma  essa  diven- 
ne per  il  santo  come  un  bagno  tempe- 


rato e  gradevole,  mentre  lanciandosi  fuo- 
ri del  tino  in  cui  era  accolta,  abbruciò  i 
soldati.  Perciò  il  proconsolo  vieppiù  sde- 
gnato, gli  fece  troncare  la  lesta.  S.  Pa- 
tricio  soffrì  il  ig  di  njaggio,  ma  non  è 
noto  in  quale  anno,  ed  è  nominato  nel 
martirologio  romano  il  giorno  28  d'a- 
prile, che  sembra  essere  stato  quello  della 
traslazione  delle  sue  relifjuie. 

PATRIMONI  DELLA  CHIESA RO- 
ÒMANA  o  S.  SEDE,  Patriinonia  ecclesiae 
romanae.  Beni  e  possessioni  demania- 
li della  chiesa  romana,  che  nel  decorso 
de'tempi  per  titolo  di  spontanea  dedizio- 
ne odi  donazione  divennero  signorie  del- 
la s.  Sede,  chiamali  ancora  Palriinonio  di 
s.  P/V;/'o,  colla  quale  denominazione  an- 
ticamente appellavasi  cjualunque  perti- 
nenza della  chiesa  romana.  Considerati 
nei  primi  secoli  questi  patrimoni  anche 
per  soli  poderi,  case  e  censi,  o  beni  allo- 
diali, erano  destinati  principalmente  al 
nianlenimento  de'poi'me  pei  lumi  (\&\- 
la  basilica  di  s.  Pietro,  ed  il  di  più  che 
rimaneva  pel  tesoro  0  erario  pontifìcio, 
ad  uso  del  sacro  palazzo  0  patriarchio 


4  PAT 

Jjateranense,  residenza  de'  Pontefici.  Né 
mancarono  luoghi  o  patrimoni  negli  stes- 
si primi  secoli,  di  tale  interesse  da  me- 
ritare le  speciali  cure  dei  Papi,  i  quali 
perciò  al  governo  dei  medesimi  destina- 
vano non  già  fattori  o  altri  ministri  di 
bassa  condizione,  come  sarebbe  stato  suf- 
ficiente, se  si  fosse  trattato  di  semplici 
tenute  e  fondi,  fua  distinti  amministra- 
tori, primari  chierici  della  chiesa  roma- 
na e  persone  distinte  del  clero,  come  Sud- 
diaconi,Diaconi^IYotan,  Difensori  e  Rei' 
tori{^V.^,  che  destinavansi  a  presiedervi,  i 
quali  giuravano  fedeltà  alla  tomba  di  s. 
Pietro, come  notai  ne'  voi.  XII,  p.  23g, 
XXXI,  p.  202.Questoera  l'uso  che  de'pa- 
trimoni  faceva  la  romana  chiesa  prima  del 
temporale  e  sovrano  suo  dominio,  conse- 
guito il  quale,  come  nel  principato  più 
grande  divenne  e  rispettabile,  tanto  mag- 
giormente fecealleoccasioni  risplendere  la 
pia  sua  liberalità  nel  cedere  persino  parte 
de'suoi  stati  per  sovvenire  alle  bisogne  al- 
trui. Il  Papa  s.  Sotero  del  i  yS  accrebbe  il 
pio  e  generoso  costume  usato  dai  suoi  pre- 
decessori sino  dalla  nascente  Chiesa,  nel 
soccorrerecol  patrimonio  di  questa  anche 
i  bisognosidi  rimotissimi  luoghi  e  copio- 
samente, per  cui  flicevansi  ancora  le  Col- 
Ielle  di  questua  {V-).  Malgrado  le  perse- 
cuzioni, nel  pontificato  di  s.  Cornelio  del 
254>  numeroso  era  il  clero  di  Pioma,  che 
colle  persone  povere  era  mantenuto  dal 
patrimonio  della  Chiesa.  Che  i  Papi  alle 
chiese  donassero  de'fondi  spettanti  al  pa- 
trimonio di  s.  Pietro,  con  l'obbligo  di 
corrispondere  e  pagare  annuo  canone,  ri- 
levasi dalle  lettere  di  s.  Gregorio  I,  e  dal 
libro  {\e  Censi  della s.  Sede  (  V.^  dal  qua- 
le si  raccoglie,  che  chiese,  monasteri  e 
ospedali  erano  a  tali  pensioni  tenuti  per 
aver  espeiimenlato  la  pontificia  liberali- 
tà, essendo  la  romana  chiesa  solita  loca- 
re e  dare  in  enfiteusi  i  fondi  de'suoi  pa- 
trimoni ,  riserbandosi  moderata  corrispo- 
sta. Si  deve  avvertire,  che  i  fondi  rustici 
della  s.  ^iiòe  ebbero  diverse  nomencla- 
ture. 11  fondo  semplice  di  ristretti  conll- 


PAT 

ni  SI  ùÙAmoFundusj  l'aggregato  di  molti 
di  questi  fondi  insieme  uniti  costituiva 
una  Massa j  più  masse  insieme  formava- 
no un  Palrinionium  :  il  nome  di  Fundus 
è  antichissimo,  quello  di  Massa  già  era 
introdotto  nel  IV  secolo,  l'altro  di  Pa- 
trimoniuni,  indicante  beni  ereditarli  pa- 
terni, prima  del  VI  secolo  si  applicò  ai 
beni  della  chiesa  romana,  quindi  al  Pa- 
irinionio  delle  chiese  (F.).  Non  solo  la  s. 
Sede  possedeva  patrimoni  in  occidente, 
ma  nel  IV  secolo  anche  in  oriente,  che 
per  le  turbolenze  insorte  essendosi  dipoi 
resi  di  difficile  esazione,  dopo  i  tempi  del- 
l'imperatore  Teodosio  I  si  fece  permuta 
coi  patrimoni  di  Sicilia  e  Calabria. Piìi  tar- 
di, ma  inutilmente, anche  s.  Nicolò  Ics. 
Leone  IX  fecero  vive  rimostranze  agl'im- 
peratori greci,  per  essere  reintegrati  degli 
occupali  patrimoni  orientali.  Allorché  e- 
sistevano,  rendevano  circa  5o,ooo  scudi 
annui,  come  a  (fermano,  parlando  de'patri- 
moni  orientali, l'Alemanni,  De  Laler.pa- 
rielinis,  cap.  5,  ed  il  Bianchini,  in  Anast. 
Biblioth.  t.  2,  p.  Sor .  Nel  pontificato  di 
Pelagio  I  del  555,  già  la  s.  Sede  posse- 
deva il  patrimonio  Apulo  o  sia  Puglia, 
ed  il  Siculo  vastissimo  che  estendevasi  per 
tutta  l'isola;  di  Pelagio  II  del  5'j'ò  An- 
tonino fu  difensore  del  patrimonio  di  Si- 
cilia ;  grandi  n'  erano  le  rendite,  onde  s. 
Gregorio  I  del  5c)o,  ordinò  a  Pietro  sud- 
diacono d'impiegare  la  somma  di  5o  lib- 
bre d'oro  per  1'  acquisto  di  grani  ad  og- 
getto di  spedirli  a  lioma,  oltie  quelli  che 
si  erano  raccolti  dai  fondi  del  patrimonio. 
Dipoi  i  patrimoni  cambiarono  nomi,  co- 
me r  Apulo  ed  il  Sannite,  che  si  disse- 
ro patrimonio  Beneventano  e  patrimonio 
Salernitano,  cos'i  appellati  dalle  due  cit- 
tà primarie.  Il  registro  di  s.  Gregorio  lè 
pieno  di  masse,  fondi  e  patrimoni  possedu- 
ti da  prima  in  utile  dominio,  e  poscia  o 
per  isponlanee  dedizioni  o  per  donazioni 
rimasti  all'alto  dominio  della  Chiesa  in- 
corporati ed  un\i\.Y)a\\'epist.  5i  del  lib.  5 
di  s.  Gregorio  I  si  legge,  che  allora  la  s. 
Sede  possedeva  2  3  pingui  patrimoni,  cioè 


PAX 

Sicilia,  Siracusa, Palermo,  Calal)iia,  Pu- 
glia, Sanniti,  i  due  Campania,  Toscana, 
Sabina, Norcia, Carseoli,  Appia, Ravenna, 
Istria,  Dalmazia,  Illirico,  Sardegna,  Corsi- 
ca, Liguria,  Alpi  Cozie,  Germaniciana  e 
Gallia.  Questi  patrimoni  quasi  tutti  han- 
no particolari  articoli,  ed  in  alcuni  eser- 
citò s.  Gregorio  I  anche  il  dominio  tem- 
porale, governandoli  ed  esercitandovi  le 
regalie  euperiori,  mentre  nel  napoletano 
vi  esercitò  l'alto  dominio:  egli  stesso  di- 
chiarò di  essere  stalo  costretto  ad  eserci- 
tare le  funzioni  di  principe  sovrano.  An- 
che ai  tempi  di  Onorio  1  del  625  la  chie- 
sa romana  continuava  a  possedere  im- 
portanti patrimoni  in  Italia  e  fuori  di  es- 
sa, con  beni  signorili  e  demaniali  dipen- 
denti dalla  medesima  :  quel  Papa  posse- 
deva un  fondo  in  Ceprano ,  un  secolo 
prima  che  questo  per  dedizione  divenis- 
se dominio  temporale  della  Chiesa,  ed 
altro  nel  territorio  di  Centocelle  o  Civi- 
tavecchia. I  patrimoni  di  Sicilia  e  di  Cala- 
bria furono  sollevati  dalle  pubbliche  gra- 
vezze da  s.  Agatone  Papa  del  678,  che  s'in- 
terpose coli'  imperatore  Costantino  HI, 
ed  il  successore  Giustiniano  li  anch'egli 
si  mostrò  liberale  coi  patrimoni  della  ro- 
mana chiesa  con  Papa  Cenone  del  G86, 
pei  patrimoni  di  Abruzzo  e  Lucania.  A 
Giovanni  VII  nel  707  furono  restituite 
le  Alpi  Cozie.  II  patrimonio  di  Cuma  lo 
ricuperò  s.  Gregorio  II  dai  longobardi 
che  lo  avevano  occupato,  essendo  perti- 
nenze del  napoletano,  come  Sorrento, 
Miseno,  Gaeta  e  l'isola  di  Capri.  Osser- 
va l'Amiaui,  i)7emone  f?j\F^«o,p.  78,  che 
per  essersi  ribellate  all'imperatore  Leone 
risaurico  le  provincie  italiane  per  la  guer- 
ra che  avea  dichiarato  alle  sacre  imma- 
gini, onde  l'impero  non  esigeva  più  da 
quelle  i  tributi,  furono  unite  all'erario  e 
camera  imperiale  tutte  le  rendite  dei  pa- 
trimoni che  possedeva  s.  Pietro  e  la  chiesa 
romana  in  Italia,  che  ascendevano  a  3,5oo 
talenti  d'oro.  Fu  sotto  s.  Gregorio  1 1,  mor- 
to nel  73 1,  che  propriamente  ebbe  ori- 
gine la  Sovranità  i^oni\Cicia(f^.),  aumca- 


p  A  T  : 

lata  successivamente  anche  cogli  Siali 
tributciri{F.)  ([uas'ì  di  tutta  Europa,  con- 
tinuando nel  possesso  dei  suoi  patrimo- 
ni. Nel  pontificato  del  successore  s.  Gre- 
gorio III,  l'imperatore  Leone  l'iconocla- 
sta, si  usurpò  gli  antichissimi  patiimoni 
di  Sicilia  e  Calabria,  i  quali  pagavano  in 
lioma  alle  chiese  dei  principi  degli  apo- 
stoli la  cospicua  somma  di  3  talenti  e 
mezzo  d'oro.  Le  rendite  si  erogavano  an- 
che in  soccorso  dei  poveri  dei  medesimi 
patrimoni.  I  patrimoni  della  s.  Sede  iu 
Sicilia  erano  di  3  specie  e  stalo.  Il  i.°di 
semplici  masse  e  fondi  di  utile  dominio  e 
proprietà  della  chiesa  romana,  e  questo 
durò  fino  a  buona  parte  del  secolo  VI. 
L'altro  stato  fu  di  regalie  superiori,  che 
in  quei  amplissimi  territori!  acquistò  la 
s.  Sede  per  difesa  dei  coloni  che  vi  abi- 
tavano e  per  l'amministrazione  della  giu- 
stizia, che  gl'imperatori  greci  di  necessi- 
tà concessero  ai  Papi  per  la  quiete  dei 
popoli,  non  essendo  possibile  in  tanta  di- 
stanza di  luoghi  provvedere  a  tutto.  A 
queste  regalie  superiori  tenne  dietro  nei 
medesimi  patrimoni  nel  secolo  VIII  l'al- 
to e  supremo  dominio,  che  la  chiesa  ro- 
mana acquistò  dalla  pia  generosità  di  Car- 
lo Magno,  pel  dono  dei  ducati  di  Bene- 
vento e  di  Spoleto,  il  cui  figlio  Lodovico  l 
aggiunse  poi  la  Sicilia  eia  Sardegna: que- 
sto è  il  3."  stato  o  specie  di  patrimoni  os- 
sia di  supremo  ed  alto  dominio.  Papa  s. 
Zaccaria  fu  sollecito  della  ricupera  delle 
invase  terre,  come  del  patrimonio  di  Sa- 
bina; così  Stefano  HI,  e  con  miglior  suc- 
cesso s.  Paolo  I  del  757,  già  formanti  par- 
te del  principato  della  Chiesa. 

Adriano  I  pel  dono  dei  ducali  di  Bene- 
vento e  Spoleto,  acquistò  il  titolo  di  so- 
vranità nei  patrimoni  e  altre  terre  che  vi 
possedeva.  La  chiesa  romana  sotto  Gio- 
vanni VIII  deir872  già  possedeva  i  pa- 
trimoni di  Traetto,  di  Chicli  e  di  Campa- 
nia, al  presente  nel  regno  di  Napoli.  Lun- 
go sarebbe  parlare  di  tutti  i  numerosi 
e  ricchi  patrimoni  della  s.  Sede,  però  non 
manco  di  farne  menzione  ai  loro  luoghi. 


6  PAT 

Is'e  trattano  il  Cenni  ne'  Monumenta  do- 
minalionis ponlificìaej  e  t\c\\tt  Note,  alla 
disseit.  69  di  Muratori  :  dei  censi  e  del- 
le rendite  spettanti  una  volta  alias.  Chie- 
sa romana;  il  Zaccaria  nella  dissert.  io, 
De  roinanac  ecclesiae patrìnwiiiisj  ed  il 
Borgia  nelle  Blemorie  di  Benevenlo^  nel- 
la Difesa  deldotnìnio  temporale  della  se- 
de apostolica,  e  nella  Bre^'C  istoria  del  do- 
minio  temporale  della  sede  opost.  nelle 
due  Sicilie.  Egli  osserva  la  diversa  con- 
dizione dei  patrimoni  delle  altre  chiese, 
da  quelli  della  romana,  i  quali  furono 
amministrati  dai  Papi  senza  dipendenza 
alcuna,  potendo  alienarli  insieme  con  l'i- 
strumento  loro  senza  il  permesso  impe- 
llale', ciò  che  far  non  possono  le  altre 
chiese.  L'  imperatore  Giustiniano  I  co- 
mandò che  al  patrimonio  di  s.  Pietro  an- 
che in  oriente,  e  delle  chiese  di  occiden- 
te, non  pregiudichi  altra  prescrizione  che 
la  centenaria.  Nella  Difesa  il  Borgia,  a 
p.  125  dell'indice,  dichiara  1' ampiezza 
della  giurisdizione  esercitata  da  s.  Gre- 
gorio 1  sui  patrimoni,  con  pieno  gius  fon- 
diario e  con  1'  esercizio  delle  regalie  su- 
periori, moderando  leggi,  decretando  ca- 
stighi e  procedendo  alle  pene  capitali.  A 
s.  Gregorio  VII  la  gran  contessa  HJatil' 
de  {f^.)  donò  per  la  chiesa  romana  l'am- 
plissimo suo  patrimonio  in  sovranità,  on- 
de fu  detto  il  patrimonio  di  JÌJatilde.  Il 
Bussi  nella  Storia  di  Viterbo  p.  46,  nar- 
ra che  la  con  lessa  donò  la  Liguria  e  la 
Toscana  alla  Chiesa,  in  un  alla  provincia 
detta  del  Patrimoniocollasua  metropoli 
Viterbo  nel  1077,  confermando  la  do- 
nazione nel  I  I  o  I  a  Pasquale  li,  il  quale 
volle  d'allora  in  poi  che  la  provincia  di 
Viterbo  fosse  chiamata  provincia  del  pa- 
trimonio di  s.  Pietro,  dichiarandone  ca» 
pitale  la  città  di  Viterbo  :  questa  pro- 
vincia fu  chiamata  anche  Toscana  o  E- 
truria  pontificia.  L'Adami  nella  Sto- 
ria di  T'olseno  t.  2,  p.  77,  dice  che  per 
aver  Matilde  donato  la  Toscana  de'  ro- 
mani o  pontificia  al  principe  degli  apo- 
stoli, chiamossi  il  Patrimonio  di  s.  Pic- 


PAT 

tro.  Davanzali ,  Not.  della  chiesa  di  s. 
Prassede  p.Say,  riporta  che  il  Patrimo- 
nio di  s.  Pietro  proveniente  da  Matilde, 
contiene  8  luoghi,  cioè  Viterbo,  Cii'ita- 
vecchia,  I\lontcfiascone,  Orte,  Nepi,  Su- 
tri,  Bracciano  e  Cometa.  L'ab.  Artemi, 
Lettera  su  Polimarzio,  osserva  che  nella 
provincia  del  Patrimonio  sono  oggidi  7 
vescovi  :  che  nel  VI  secolo  ve  n'erano  al- 
meno iG,  cioè  di  Nepi,  Sutri,  Civitavec- 
chia, Toscanella,  Bieda,  Perento,  Poli- 
marzio,  Orte,  Civita  Castellana,  Galle- 
se, Bagnorca,  Bolsena,  Vulcì,  Castro, 
Orvieto  e  Bisenzo  o  Vesenlo  (V.).  Al  pre- 
sente si  comprende  nella  provincia  del 
Patrimonio  le  delegazioni  di  Viterbo  , 
Orvieto  e  Civitavecchia j  facendo  par- 
te del  circondario  di  Roma  e  sua  co- 
marca.  Quando  la  provincia  avea  la  zec- 
ca, segnavansi  le  monete  con  le  chia- 
vi erette  della  Chiesa  e  con  la  iscrizione: 
S.  Petr.  Patrimomum,  comesi  vede  nei 
denari  di  Benedetto  XI  ed  in  altri  più 
antichi,  forse  JDattuti  dopo  la  metà  del 
secolo  XIII  e  riportati  dal  Fioravante, 
Antiq.  denar.  p.  4^  4^5  '^  ragione  la  ri- 
portai nel  voi.  XLVl,  p.  112.  Onorio 
IH  usando  della  consueta  carità  e  mu- 
nificenza della  chiesa  romana,  nel  1227 
diede  a  Giovanni  già  redi  Gerusalemme 
e  benemerito  della  Chiesa,  per  sostenta- 
mento di  sua  persona,  il  governo  di  tut- 
to il  patrimonio  che  avea  la  Chiesa  da 
Badicofani  fino  a  Roma;  altri  dicono  a 
Viterbo  usque  ad  Montem  Flasconeni. 
Già  Gregorio  V  nel  998  avea  concesso 
Ravenna  e  Comacchio  all'arcivescovo  del- 
la prima,  dopo  la  morte  della  pia  impe- 
ratrice Adelaide,  cui  erano  state  assegna- 
te le  rendite  per  soccorrerla  nelle  sue  dis- 
grazie. Nelle  coronazioni  degl'  impera- 
tori fatte  dai  Pontefici,  come  dissi  a  que- 
gli articoli  e  nelle  loro  biografìe  (  come 
nel  voi.  XXXV,  p.  270),  gl'imperatori 
prima  di  ricevere  la  corona  giuravano 
ai  Papi  di  difendere  la  Chiesa  e  singo- 
larmente il  patrimonio  di  s.  Pietro.  V. 
Patrizio,  Difensore  della  Ciiiesa. 


PAX 
PATRIMONIO  DELLE  CHIESE. 

Ceni, possessioni  e  rendile  delle  r.hiese  e 
delle  flJense  vescovili.  Il  Papa  s.  Simpli- 
cio I  del  467,  con  decreto  presso  Labbc', 
Condì,  t.  4,  p-  I  o6(^,  e  Graziano,  De  red- 
ditibiis  ecclesiae ,  15,  ques.  2,  cap.  28, 
ordinò  che  le  offerte  o  Oblazioni  de'fe- 
deli  fossero  spartite  in  4  paiti,  luna  pel 
FescoK'o,  pel  Clero  la  2.%  e  le  allre  due 
per  la  fabbrica  della  Chiesa,  del  Palazzo 
vescovile,  pei  Pellegrini  e  pei  Poveri,  co- 
me si  può  vedere  a  tutti  i  segnati  artico- 
li, a  Beni  di  Chiesa,  IMìno,  Mens.a.  e  altri 
relativi.  La  prescrizione  di  s.  Simplicio 
fu  rinnovata  da  s.  Gelasio  I  coWepist.  q, 
e.  27,  da  s.  Gregorio  I,  coW  epist.  44> 
lib.  5,  e  da  altri  Pontefici  e  concilii,  co- 
me si  può  vedere  in  Tomassini,  Deveter. 
et  nov.  discipl.  par.  3,  lib.  2,  cap.  i3  e 
i4>  ed  in  molti  scrittori. 

PATRIMONIO  ECCLESIASTICO  o 
SAGRO ,  Palrinioniuni  ecclesiasliciini 
seti  sacravi.  Titolo  clericale  o  sacerdo- 
tale, necessario  per  entrare  negli  ordini 
sagri.  E"  di  tre  sorta:  quello  di  un  be- 
nefizio, quello  di  patrimonio,  e  quello  del- 
la povertà  religiosa  o  della  religione.  Il 
titolo  del  benefizio  consiste  nel  possesso 
pacifico  di  un  benefizio  sulllcieute  pel 
mantenimento  di  colui  il  quale  n'è  prov- 
veduto. Il  titolo  di  patrimonio  consiste 
in  un  bene  il  quale,  di  qualunque  natu- 
ra egli  sia,  possa  bastare  alla  sussistenza 
di  un  ecclesiastico:  questo  titolo  è  dilFe- 
reute  secondo  l'uso  delle  diocesi  e  la  las- 
sa dei  vescovi.  11  titolo  della  religione 
consiste  nella  professione  religiosa  di  un 
ordine  0 congregazione, che  somministia 
l'alimento  a  tutti  i  suoi  membri.  Si  può 
ordinare  anche  a  titolo  di  missione  0  di 
missionario  apostolico.  Secondo  l'antica 
disciplina  nonordinavasi  alcunosenza  ob- 
bligarlo al  servigio  di  una  chiesa,  e  per 
conseguenza  non  conoscevasi  altro  tito- 
lo clericale,  litidns  ecclcsiastìcus,  fuori 
della  chiesa  alla  quale  un  ecclesiastico 
era  attaccato  perla  sua  ordinazione,  per 
servirvi  perpetuamente  e  tiarue  la  sua 


P  A  T  7 

sussistenza.  Nel  794''  eonciliodl  Frauc- 
fort  decretò  che  le  ordinazioni  senza  titolo 
fossero  proibite;  quello  di  .Avranches  del 
1172  statuì  che  non  si  ordinerebbero 
preti  senza  titolo  certo.  Nel  concilio  gene- 
rale Lateranense  III, celebralo  nel  i  l'jij 
da  Alessandro  III, si  dichiarò,  che  se  un 
vescovo  ordinava  un  diacono  o  sacerdo- 
te senza  un  certo  titolo  bastante  per  la 
sua  sussistenza,  il  vescovo  sarebbe  obbli- 
gato a  somministrarglielo,  fino  a  che  glie- 
lo avesse  assegnato  iu  qualche  chiesa,  op- 
pure avesse  con  che  vivere  del  suo  palri- 
luonio.  Furono  le  ultime  parole  del  de- 
creto, che  servirono  di  appoggio  per  isla- 
bilire  a  poco  a  poco  l'uso  delle  ordina- 
zioni senza  chiesa,  accontentandosi  di  una 
rendita  sufiiciente,  sia  in  benefizio  o  pa- 
trimonio. 11  Tomassini,  De  vet.  et  nov. 
eccle.s.  disciplina  t.  2,  lib.  i,  dal  decreto 
riconosce  1*  origine  del  patrimonio  dei 
preti.  A  tenore  del  concilio  di  Trento, 
sess.  2  I  ,de rcform.  cap.  2,  coloro  i  quali 
si  fanno  ordinare  sotto  titoli  fraudolenti 
sono  sospesi  dalle  funzioni  dei  loro  or- 
dini ,  ed  incorrono  nella  irregolarità  se 
gli  esercitano  senza  dispensa.  Vedasi  la 
bolla  di  s.  Pio  V,  Ronianus  Ponti/ex;  ed 
Innocenzo  XI  rinnovò  ai  vescovi  la  pre- 
scrizione di  non  courerire  gli  ordini  a  chi 
non  avesse  benefizio  o  patrimonio.  L'Au- 
dreucci,  De  liierarchia  lib.  2,  e.  4?  trat- 
tò :  de  patrimonio  ad  sacros  ordines  hypo- 
tecae  generalis  suhjectoj  ed  il  IMondelli, 
Diss.  eccl.j  dissert.  4:  se  sia  lecito  ad  un 
chierico  ordinato  a  titolo  di  patrimonio, 
partire  dalla  sua  chiesa  senza  il  consen- 
so del  vescovo.  V.  Clero,  Be?jefizio  ec- 
clesiastico, Beni  di  chiesa. 

Patrizi  Gio.  Battista,  Cardinale. 
Nacque  in  Roma  a'  24  dicembre  i658j 
de' marchesi  di  Castel  Giuliano,  del  ra- 
mo  che  da  Siena  si  trasferì  a  Roma  (ho 
già  parlato  di  sua  nobile  famiglia  in  fi- 
ne di  quella  di  Chigi  e  nelle  biografie 
Naro,  non  che  a  Piccolomim  famiglia, 
dicendo  del  celebre  Agostino  adottato 
in  quella  casa  da  Pio  lì:  per  non  di- 


8  PAX 

re  di  altri,  tiu  i  serviti  fiori  il  b.  Frau- 
cesco).  Assunto  l'abito  prelatizio  ottenne 
da  Innocenzo  XI  un  luogo  tra'  ponenti 
del  buon  governo,  e  poi  tra' votanti  di  se- 
gnatura, donde  passato  a  chierico  dica- 
mera,  fu  incaricato  di  quasi  tutte  le  pre- 
sidenze di  quel  tribunale,  da  lui  eserci- 
tate con  singolaresollecitudine  e  pruden- 
za. Innocenzo  XII  lo  destinò  al  governo 
di  Perugia,  posto  inferiore  alla  sua  car- 
riera lodevolmente  esercitata,  ma  come 
\irtuoso  si  mostrò  superiore  alle  umane 
vicende,  soffrendo  iu  pace  l'avverso  de- 
stino. Quindi  fatto  arcivescovo  di  Seleu- 
eia,  lo  trasferì  nunzio  a  Napoli,  ove  go- 
vernò quella  chiesa  vacante  con  titolo  di 
vicario,  secondo  l'Egss,  ma  niuna  men- 
zione di  ciò  fa  il  Loreto  nelle  Memorie 
degli  arcivescovi  della  s.  chiesa  napoli- 
tana.  Clemente  XI  lo  promosse  nel  i  707 
a  tesoriere  generale,  e  dipoi  a' 16  dicem- 
bre lyiS  lo  creò  cardinale  prete  de'ss. 
Quattro,  aggregò  a  diverse  congregazio- 
ni e  per  diversi  anni  funse  il  prò  teso- 
rierato,  finché  nel  1718  lo  inviò  legato 
a  Ferrara  (f^-),  in  tempi  dilficilissimi. 
Pure  perla  sua  moderazione,  gentilezza 
di  tratto,  e«|uità,  ed  amore  del  pubblico 
bene,  meritò  di  esservi  confermato  per 
Ire  trienni,  e  pel  primo  dei  legati  vi  la- 
sciò le  ossa  nella  metropolitana,  quando 
morì  con  gran  pietà  a'29  luglio  1727,  di 
anni  6q,  dopo  essere  intervenuto  a  due 
conclavi.  Fu  sepolto  avanti  l'altare  di  s. 
Maui'elio,  con  iscrizione.  Appena  uscita 
Ja  Porla  Pia  di  Roma  ,  il  cardinale  for- 
mò una  deliziosa  villa,  come  si  leggeva 
nell'iscrizione  della  facciata.  Il  disegno  del 
palazzo  fu  di  Sebastiano  Cipriani  ,  con 
grandiosa  scala.  Era  ricca  di  boschetti, 
adorni  di  antiche  sculture  e  di  comodi 
■viali.  A'3  novembre  1744  ^'  pernottò  il 
re  di  Napoli,  poi  di  Spagna  Carlo  111, al- 
lorché col  suo  esercito  inseguiva  gli  au- 
striaci. Clemente  XIV  godeva  in  questa 
villa  ogni  giorno  di  cpialclie  ora  di  sol- 
lievo lino  alia  sera,  nelle  camere  ilei  bi- 
gliardo,  riclolte  nobilmente  dal  suo  fo- 


PAT 

riere  maggiore  marchese  Gio.  Chigi  Mon- 
torio  Patrizi  proprietario,  assistendo  col- 
la corte  nobile  a  qualche  partita  di  truc- 
co. Ria  i  repubblicani  del  1849  barba- 
ramente atterrarono  il  palazzo  ed  altro 
bel  fabbricato,  rovinando  la  villa.  Inol- 
tre i  Patrizi  hanno  in  Roma  la  cappella 
nella  Chiesa  di  s.  Maria  Maggiore,  e  il 
Palazzo  Patrizi. 

PATRIZIANI.  Eretici  così  chiamati 
da  Patrizio  o  Palricio  loro  capo,  che  vi- 
vea  verso  l'anno  iq5:  era  marcionila  e 
precettore  di  Simmaco.  L'errore  che  prin- 
cipalmente sosteneva  ,  era  che  la  carne 
dell'uomo  essendo  stata  creata  dal  demo- 
nio, doveasi  odiare  e  distruggere,  e  ch'era 
buona  opera  l'uccidersi  da  sé  medesimo. 

PATRIZIO  (s.),  apostolo  d' Irlanda. 
Ne  riportai  la  biografia  a  Irlanda,  cioè 
nel  voi.  XXXVI,  p.  88,94,  106  e  seg., 
dicendo  pure  del  famoso /^ozso  di  s.  Pa- 
trizio (anche  quello  d' O/wz'e^o,  /^.,  così 
viene  appellato). 

PATRIZIO  (s.).  Ordine  equestre  d'Ir- 
landa. Fu  istituito  da  Giorgio  III  re  del- 
la Gran  Bretagna  a  5  febbraio  1783, 
sotto  la  invocazione  di  s.  Patrizio  (^.), 
apostolo  e  patrono  dell'Irlanda,  per  gra- 
tificare i  cattolici  irlandesi  e  promuover 
sempre  più  la  loro  fedeltà  al  trono,  non 
che  la  lealtà  e  la  virtù.  L'ordine  si  com- 
pone del  re,  del  lord  luogotenente  d'Ir- 
landa come  gran  maestro,  di  i5  cava- 
lieri, edi  6  cavalieri  straordinari,  fra'qua- 
li  non  può  aver  luogo  che  un  solo  prin- 
cipe della  famiglia  reale.  Per  essere  fre- 
giato di  quest'ordine  insigne,  alla  nobile 
nascita  devonsi  accoppiare  le  operazioni, 
onde  deveriguardarsiqual  cavaliere  sen- 
za eccezioni.  Dopo  la  morte  di  un  cava- 
liere si  aduna  il  capitolo  dell'ordine,  che 
per  lo  meno  deve  comporsi  di  6  mem- 
bri, ciascuno  dei  quali  propone  9  candi- 
dati per  succederlo:  il  red'Inghilterrapoi 
ha  il  diritto  di  eleggere  quello  che  ottie- 
ne maggior  nimiero  di  suffragi,  se  lo  giu- 
dica degno  di  conseguire  dignità  tanto 
ragguardevole.  La  decorazione  consiste 


PAT 

iu  gran  medaglia  d'oro  di  forma  ovale  , 
avente  nel  centro  una  croce  smaltata  di 
rosso  ed  una  pianta  di  trifoglio  verdeg- 
giante, con  l'epigrafe  in  giro  :  Qitis  su- 
perahil  ?  La  medaglia  suole  portarsi  dai 
cavalieri  nella  sinistra  parte  del  petto, 
sospesa  a  nastro  di  color  verde  ceruleo. 

PATRIZIO.  F.  Patrizio  di  Roma. 

PATRIZIO  DI  ROMA.  Titolo  cospi- 
cuo di  dignità  e  grado  nobilissimo,  che 
nel  secolo  Vili  e  seguenti  portava  Tob- 
bligodi  sostenerci  diritti  della  chiesa  ro- 
mana, difendere  le  ragioni  della  s.  Sede, 
della  città  di  Romae  dei  poveri.  Lo  con- 
ferivano i  Papi  col  titolo  di  Difensore  del- 
la  Chiesa  (^.),  come  protettore,  avvo- 
catoe  difensore  della  sede  apostolicajcon- 
sistendo  in  questo  l'a vvocazia  della  Chiesa 
di  cui  furono  investiti  i  re  e  gl'impera- 
tori franchi,  e  poi  gl'imperatori  tedeschi 
di  dette  epoche.  L'avvocazia  principal- 
mente consisteva  nel  difendere  la  purità 
della  fede, gl'interessi  della  religione,  i  di- 
ritti e  stali  temporali  della  s.  Sede;  quin- 
di i  romani  e  gli  altri  sudditi  della  me- 
desima giuravano  riconoscere  gì'  impe- 
ratori come  avvocati  della  Chiesa,  cioè  di 
non  faje  innovazioni  in  pregiudizio  dei 
Pontefici.  Anche  i  re  franchi  e  gl'impe- 
latori  giuravano  di  essere  protettori  e  di- 
lèuscri  della  stessa  Chiesa,  con  forinola 
riportata  dal  Borgia  e  dall'Aleinanui,  la 
quale  si  variò  per  gl'imperatori  tedeschi, 
con  alcune  dichiarazioni  e  cautele,  per- 
chè non  avessero  a  pretendere  quella  stes- 
sa autorità,  che  i  Papi  permisero  ai  Ca- 
rolingi di  esercitare  in  Roma  e  nelle  ter- 
re della  Chiesa,  in  benemerenza  dell'am- 
plificato dominio  e  di  averglielo  costan- 
temente difeso  e  protetto.  F.  Imperato- 
re. La  dignità  del  patriziatoe  dell'avvo- 
cazia  fece  che  per  potestà  delegata  e  di 
consenso  de'Papi,  talvolta  gl'imperatori 
esercitassero  pei  loro  messi  legiudicature 
e  placiti  negli  stati  pontificii,  in  materie 
di  controversie,  ondesi  facesse  giustizia  ai 
popoli,  salva  la  preminenza  papale,  ed 
auche  per  quietare  le  facili  rivolte.  P\ 


PAT  9 

Placito.  Altro  obbligo  dell'avvocazia  e- 
rache  nella  Elezione  dei  Popi {^F.)  non 
fossefatta  violenza  dai  romani,  come  nel- 
la loro  Consagrazione  (F.).  Per  la  slessa 
avvocazia  i  Pontefici  adottarono  diversi 
sovrani  per  Figlio  (/^.).  Per  distinzione 
verso  il  patrono  della  Chiesa,  i  Papi  non 
solo  gli  cingevano  la  spada  ,  ma  fecero 
battere  monete,  da  una  parte  col  di  lui  no- 
me e  dall'altra  il  proprio,  in  segnosoltan- 
to  di  onore  e  confederazione  tra  la  Chie- 
sa e  l'impero.  Di  tutto  ciò  parlai  nei  voi. 
XXXlV,  p.  1  1 7  a  1 2o,  XLVI,  p.  1 1  o, 
ed  agli  analoghi  articoli.  Questi  diritti 
però  non  importavano  sociale  dominio 
nei  re  franchi  e  imperatori,  si  in  Roma 
che  negli  altri  dominii  temporali  :  erano 
senza  titolo  di  sovranità  e  di  semplice 
protezione  e  mera  avvocazia,  che  costi- 
tuivano il  carico  di  patrizio  de' romani, 
come  provano  l'Alemanni,  De  Laterali, 
parici. j  l'Acami,  Della  zecca pnnlifìciaj 
il  Cenni,  I\loniirn.  doinin,  pontif.j  ed  il 
Eorgia,  Breve  ist.  del  dominio  della  sede 
opost.  Benché  a  Padre  parlai  dell'origi- 
ne del  senato  di  Roma  e  de' patrizi,  ora 
uomini  nobili  e  de' primi  delle  città,  fa 
d'uopo  qui  dire  chela  dignità  di  patrizio 
diventò  poi  la  sorgente  della  nobiltà  pres- 
so diversi  popoli, argomento  che  toccai  a 
•Nobile.  Romolo  nel  fondare  Roma  con 
l'aiuto  di  persone  di  ogni  specie, cui  ave- 
va accordato  asilo  e  franchigie,  tra  di  es- 
se ne  scelse  alcuni  che  nominò  patrizi, 
gli  altri  nominò  clienti  o  plebei.  Romolo 
per  unire  tra  loro  i  patrizi  ed  i  cittadini 
semplici  detti  plebei  con  reciproci  lega- 
mi, ordinò  che  ciascun  plebeo  eleggesse  a 
j)adrone  suo  un  patrizio  ,  à\  cui  egli  si 
chiamava  cliente.  L' ufljzio  del  padrone 
era  di  diièndere  il  cliente  e  fare  tutto  ciò 
che  il  padre  opera  pei  figli.  Dovere  del 
cliente  era  l'aiutare  il  padrone  colle  pro- 
prie forze  e  sostanze,  e  morendo  i  clien- 
ti senza  aver  fatto  testamento,  i  padroni 
divenivano  loro  legittimi  eredi  e  tutori 
dei  loro  figli.  I  clieuti  lavoravano  i  cam- 
pi dei  padroni  e  gli  pagavano  un  tribù- 


IO  PAX 

to  ;  non  potevano  contrarre maliicnonio 
colle  figlie  (lei  patrizi.  I  patrizi  fuioiio 
decorati  del  grado  di  senatore  in  nume- 
ro di  loo,  col  titolo  di  prt^n,  stabilendo 
l\omolo  che  i  loro  discendenti  si  denomi- 
nassero/?rt!ff73r,  e  per  maggior  onore  m- 
genui.  Essi  furono  divisi  iu  patrizi  ma- 
jonuii  gentitim,  ed  in  patrizi  iiiiiwruni, 
cioè  quelli  plebei  die  divenuti  senatori 
pervenivano  alla  dignità  di  patrizio,  non 
essendo  sempre  unito  il  patriziato  al  se- 
natorato :  quei  patrizi  antichi  cbe  si  tro- 
varono fregiali  della  seconda  dignità  si 
à'isstvo palresconscnpli.  Altri  danno  que- 
sto nome  a  quei  senatori  eletti  dai  con- 
soli e  dai  censori,  perchè  i  nomi  loro  e 
quelli  dei  primi  senatori  furono  inscritti 
in  un  medesimo  Ubro.  Al  dire  di  altri , 
ecco  come  spiegano  l'origine  dei  patrizi. 
]n  Roma  vi  erano  due  ordini,  de' senato- 
ri e  dei  cavalieri,  dopo  venivano  i  plebei 
o  semplici  cittadini.  Romolo  avendo  scel- 
to per  suoi  consiglieri  di  stato  i  co  perso- 
naggi, li  chiamò  senalori,  avuto  riguardo 
o  alla  elàoalla  prudenza  ordinariamen- 
te propria  de'vecchi:  li  chiamò  altresì  pa- 
ircs  o  per  denotare  il  rispetto  che  aveva 
per  essi,  o  per  far  loro  conoscere  che  do- 
vevano essere  i  protettori  e  quasi  i  pa- 
dri del  popolo.  Dopo  che  i  sabini  furo- 
no ricevuti  in  Roma  ,  Romolo  aggiunse 
ai  senatori  altri  lOO  scelti  dalle  fiiuiiglie 
più  nobili.  Dipoi  nell'anno  i38Tarqui- 
nio  Piisco  aumentò  tal  numero  di  sena- 
tori con  altri  i  co  individui  distinti  per 
virtù  e  sapere,  presi  dalla  plebe,  cui  die 
il  titolo  di  patrizi j  mentre  solevano  chia- 
marsi/j^^/Zcu  majovnin  genliuni  i  discen- 
denti de'  primi  senatori  creali  da  Romo- 
lo, i  quali  potevano  nominar  un  senato- 
re fra  i  loro  maggiori,/)(2//'e/« c/e/c;  i  di- 
scendenti de'nuovi  patrizio  senalori,  e  al- 
tri posteriormente  eletti,  furono  chiama- 
ti pallidi  rninoruiìi  geìitiutn,  vale  a  dire 
piccoli  o  secondi  patrizi.  Nei  primi  tem- 
pi i  ministri  della  religione  si  eleggevano 
soltanto  dal  ceto  dei  patrizi  ,  i  quali  uu 
tempo  furono  tanto  potenti,  che  uveva- 


PAT 

no  r  autorità  di  convocare  i  comizi ,  di 
creare  i  magistrati,  ed  anche  di  deporre 
i  consoli.  1  patrizi  avevano  gli  auspici!, 
asili,  altari,  dei  propri  che  poi  si  dissero 
penati,  cioè  le  immagini  de'  loro  ante- 
nati che  tenevano  nei  loro  cortili,  di  che 
parlai  altrove.  Si  chiamò  in  R.oma  P^ico 
Patrizio  quella  contrada  che  giace  alle 
radici  de'  monti  Esquilino  e  Viminale ^ 
perchè  il  re  Servio  Tullio  la  consegnò  per 
abitazione  ai  cittadini  di  sangue  patrizio, 
cioè  de'  primi  fondatori  di  Roma ,  per- 
ciò slimati  i  più  fedeli  difensori  della  cit- 
tà; pei  quali  titoli  e  potere  che  godeva- 
no presso  i  cittadini  e  la  plebe,  essendo 
in  sospetto  presso  i  re  diPioma  che  potes- 
sero resistere  alle  loro  leggi,  li  collocarono 
in  detta  conU'ada  ond'  essere  facilmente 
oppressi  in  qualunque  insurrezione.  Tut- 
tavia fu  Servio  Tullio  che  die  ai  patrizi  tut- 
ta l'autorità  del  popolo,  spogliandone  la 
plebe  romana.  Ì!ie.\[' Album  t.  4,p-263e 
272,  si  legge  il  modo  di  creare  i  patrizi 
romani,  nelle  persone  del  fratello  e  nipo- 
te di  Leone  X,  ammettendosi  ai  privilegi 
del  patiiziato,  concesso  dal  senato  e  po- 
polo romano.  Quanto  poi  alTorigine  del- 
la dignità  e  grado  di  patrizio,  donde  de- 
rivò quella  conferita  dai  Papi,  ne  vado  a 
far  cenno. 

;  Costantino  il  Grande  fu  quello  che  nel- 
la traslazione  della  sede  imperiale  da  Ro- 
ma a  Costantinopoli,  eresse  un  nuovo  pa- 
triziato, attribuendola  qualifica  di  patri- 
zi ai  suoi  consiglieri,  non  già  perchè  essi 
discendessero  dai  primi  padri  del  senato 
eletti  da  Romolo,  ma  perchè  erano  an- 
ch'essi riguardati  come  padri  della  repub- 
blica o  dello  slato  ;  ed  ordinò  che  il  pa- 
trizio sedesse  sopra  i  prefetti  del  preto- 
rio, ma  la  dignità  era  inferiore  a  quella 
del  consolato,  secondo  il  Rinaldi.  Però  il 
Geutilicbiama  la  dignità  somma,  wzo  ^/<- 
gnitatis  cidnien  elapexj  e  dice  che  le  mo- 
gli dei  patrizi  si  chiamarono  patrizicsse. 
Le  loro  insegne  erano  il  seggio  sublime 
e  la  clamiile  o  manto  imperiale.  Questa 
dignità  di  patrizio  diventò  la  prima  del- 


P  A  T 

J'iinpero,esi  considerò  come  il  culmo  del- 
l' oiioie  e  della  nobiltà.  Vi  ebbero  però 
f|uatlro  sorta  di  patrizi, de'quali  i  più  di- 
stinti erano  qualidcati  come  padri  dagli 
imperatori  (come  si  legge  nel  t.  4,  p-  •  44 
del  Calogerà)  e  tutori  dcll'imperOj  ed  e- 
rano  in  qualchemodo  associati  alla  mae- 
stà imperiale.  Nel  V  secolo  i  patrizi  com- 
ponevano realmente  il  consiglio  degl'im- 
peratori^ e  la  dignità  godeva  ancora  di 
lutto  il  suo  splendore  allorché  Odoncre 
le  degli  eruli,  distrutto  nel  47^  l'impe- 
ro di  occidente  ed  occupala  Roma,  in- 
dusse il  senato  romano  a  scrivere  all'im- 
peratore d'oriente  Zenone,  acciò  lo  deco- 
rasse della  dignità  di  patrizio  romano  e 
ne  fu  investito;  quindi  il  suo  esercito  lo 
proclamò  re  d'Italia.  L'imperatore  Ana- 
stasio I  nel  007  spedì  a  Clodoveo  1  re 
dei  franchi  la  patente  di  console  onora- 
rio e  patrizio  ,  onde  assunse  il  titolo  di 
augusto,  si  rivestì  di  porpora,  e  cinse  la 
fronte  col  diadema  :  siccome  altri  dicono 
che  a  Clodoveo  fu  conferito  il  consolato, 
si  leggailRinaldiali'anno  5o8,n.°i .  L'im- 
pt-ratore  Costantino  Copronimo  conferì 
la  dignità  di  patrizio  al  re  Adalgiso  pri- 
mogenito di  Desiderio  re  d'Italia,  li  pa- 
triziato era  una  dignità  anLlie  nel  regno 
di  Gontrano,  sovrano  d'Orleans  e  della 
Borgogna,  dopo  la  metà  del  \I  secolo  : 
dopo  che  quel  reame  passò  sotto  il  do- 
minio dei  franchi  ,  i  governatori  che  si 
spedivano  nelle  diverse  pi'ovincie  fmo- 
no  per  lungo  tempo  nominati  patrizi,  la 
Roma  non  solo  gl'imperatori  di  Costan- 
tinopoli, ma  anche  i  re  goti,  che  prima 
la  occuparono,  crearono  i  patrizi  :  1'  im- 
peratore lo  creava  con  «piesla  foruiola  e 
ceremonie,  riportate  dal  citato  Borgia  a 
p.  44-  Perche  noi  non  possiamo  colle  so- 
ie nostre  forze  portare  il  peso  del  miai- 
stero  addossatoci  da  Dio,  s'i  elt-ggiamo 
in  nostro  aiuto  e  sollievo,  e  vi  concedia- 
mo l'onore  di  essere  in  nostro  luogo  il  di- 
fensore dei  poveri  e  della  Chiesa.  ludi  lo 
rivestiva  del  manto  o  sia  della  clamide, 
gli  metteva  l'auelJo  nel  dito  indice  della 


1'  A  T  li 

mano  desila  ,  e  gli  porgeva  una  carta 
su  cui  era  scritto:  Sii  tu  patrizio  miseri- 
cordioso e  giusto j  finalmente  gli  poneva 
sul  capo  uti  cerchio  o  corona  d'oro,  che 
alcuni  dicono  gemmala, come  nel  descri- 
verla notai  nel  voi.  XVII,  p.  182.  Cas- 
siodoro,  m  Variar,  lib.  8,  ep.  (),alla  cla- 
mide aggiunge  anche  il  cingolo  ed  i  cal- 
ce!, che  il  Piazza  nel  Chcrosilogio  chiama 
scarpe  dipinte,  ed  osserva  ch'erano  por- 
tati per  R.oma  in  sedia  alta  :  nella  Ge- 
rarchia p.  488.  parla  dell'origine  dei  {>a- 
tiizi  romani  e  loro  grandi  prerogative. 
11  Severano  erUgouio  riconoscono  nel- 
l'abito del  patrizio  il  rubbone  che  usa 
nelle  solenni  funzioni  il  senatore  di  Ro- 
ma. A  Pettine  ho  dettOj  che  questo  fu 
una  delle  insegne  con  cui  1'  imperatore 
greco  dichiarò  patrizio  il  duca  di  Napoli. 
Il  i.°  Papa  che  con  autorità  apostoli- 
ca creò  il  patrizio  di  Roma  fu  s.  Grego- 
rio HI,  quando  nel  r3i  invocò  ed  olteu- 
necontrogl'invasori  longobardi  ilsoccor- 
80  di  Carlo  31arte!lo  maggiordomo  del 
legno  di  Francia,  che  dichiarò  patrizio, 
ed  egli  fu  pure  il  i.°  fra'principi  a  dimo- 
strarsi pubblico  difensore  della  chiesa  ro- 
mana, ed  ebbe  ancora  il  titolo  di  Cri- 
stianissimo (V.).  Stelano  IH  nel  7 53  si 
portò  in  Francia  per  domandare  aiuto 
contro  i  longobardi  al  re  Pipino,  che  iu 
un  ai  figli  Callo  ?>Iagno  e  Carlomanuo 
dichiarò  patrizi  di  Roma.  Carlo  ìMagno 
fu  poi  il  1."  che  nel  774  incominciò  ad 
usare  il  titolo  della  dignità  del  patrizia- 
to, inserendolo  nei  suoi  diplorai;  quindi 
ad  istanza  di  Adriano  I,  e  poi  di  Leone 
IH,  egli  si  fece  vedere  in  Roma  vestito 
furmalmente  dell'abitodi  patrizio.  Aven- 
do Carlo  IMagno  pregato  s.  Leone  Illa 
confermargli  la  dignità  del  patriziato,  il 
Pontefice  gli  mandò  le  Chiavi  {^V.)  e  lo 
Sundardo  di  s.  Pietro  {V-),  e  nel  tricli- 
nio Lateranense  s.  Leone  III  fece  dipin- 
gere s.  Pietro  in  atto  di  dare  a  Carlo  le 
insegne  del  patriziato,  cioè  il  vessillo,  co- 
me .si  ha  dell  Borgia,  Memorie  t.  i  ,  p. 
i3.  Carlo  ueirboo  venendo  dallo  stesso 


12  PAX 

Papa  coronalo  imperatole  di  occidente, 
lasciato  il  titolo  di  patrizio  assunse  quel- 
lo d'iuipeiatore  ;  però  s.  Leone  111  tras- 
fui^e  nella  dignità  imperiale  1' avvocazia 
e  difesa  della  Chiesa  e  dei  suoi  dominii, 
che  esercitarono  i  successori ,  anche  te- 
deschi. Ribellatisi  i  romani  nel  i  t^5  a 
Lucio  li,  ripristinarono  l'antico  senato  e 
insieme  la  dignità  di  patrizio,  cui  vole- 
vano obbeel  ire  come  a  principe,  nominan- 
dovi Giordano  potentissimo  figlio  di  Pier 
Leone.  Indi  i  romani  ebbero  l'audacia  di 
presentarsi  al  mansueto  Papa,  acciò  ce- 
desse al  patrizio  le  rendite  della  Chiesa 
ed  i  sovrani  diritti,  e  ch'egli  si  conten- 
tasse delle  decime  e  delle  oblazioni.  Per 
queste  tLirbolenze  il  successore  Eugenio 
111  Tugg'i  da  Roma,  e  solo  vi  ritornò  nel 
I  i4>J,  quando  i  romani  promisero  di  an- 
nullare il  patriziato  rinnovato,  e  di  resti- 
tuire alla  primiera  autorità  il  Pirjcllo  di 
Jloma  (/^.),  nominato  dal  Papa.  Tulta- 
■volla  sotto  Adriano  IV  che  gli  successe,  i 
romani  insorsero  e  restituirono  il  patri- 
ziato, onde  nel  1 155  sottopose  Roaia  al- 
l'interdetto, per  cui  i  romani  tornarono 
all'  obbedienza.  Non  perciò  desisterono 
dalle  loro  pretensioni,  a  segno  che  Ales- 
sandro 111,  Luciolll,  Urbano  IH,  e  Gre- 
gorio Vili  dovettero  ritirarsi  da  Roma, 
finché  per  la  concordia  fatta  nel  1 188  da 
Clemente  III  col  popolo  romano,  fu  abo- 
lita la  dignità  di  patrizio  e  restituita  quella 
di  prefetto.  Su  questo  argomento  abbia- 
mo due  eruditissime  opere. Cenni,  Dissert. 
7,  s.  Gre^oriits  IIl^  de  Caroli  I\IarLeUi  e- 
Icclione  in  palriciuni  vonianorutn,aUjue 
ccclcsiaedcfi'iisorcm,  Pistoia  1778.  Gen- 
tilii.  De  patriciorum  origine,  varietale, 
praeslanlia,  ci  juribus,J\omae  1736.  E- 
rudite  nozioni  ne  diede  Zorzi  nel  t,  i,p. 
344  e  seg.  di  Calogcrà,  facendo  le  distin- 
zioni tra  i  patrizi  della  repubblica  roma- 
na e  quelli  degl'  imperatori,  coi  loro  gra- 
di ed  uffizi. 

PATROCINIO  DELLA  Beata  Vergine 
Maria.  Festa  che  Alessandro  VII  col  bre- 
■ve  Praeclaraj  de'28  luglio  i656,  Bull. 


PAX 
Rojn.  t.  6,  par.  4j  p-  i3i,  ad  istanza  di 
Filippo  IV  re  di  Spagna,  in  questo  re- 
gno concesse  che  si  celebrasse  in  una  do- 
menica di  novembre  dagli  ordinari  de- 
stinala, coU'udìzio  e  messa  del  patrocinio 
della  B.  Vergine,nella  stessa  maniera  che 
si  faceva  a'5  agosto  per  la  festa  della  Ma- 
donna della  Neve,  eccettuate  le  lezioni  del 
secondo  notturno,  che  si  dovrebbero  pren- 
deredal  gioino  12  settembre.  Inoltre  con- 
cesse indulgenza  plenaria  a  quelli  che  con- 
fessati e  comunicati  assistessero  in  que- 
sta festività  alla  messa  solenne.  Dipoi  In- 
nocenzo XI,  ad  istanza  del  re  Carlo  II,  e- 
stese  la  concessione  di  Alessandro  VII  a 
lutti  i  doniinii  del  re  di  Spagna,  col  bre- 
ve EximiaCj  de'26  maggio  1679,  Bull. 
t.  8,  p.  95,  come  Benedetto  XIII  la  di- 
stese ancora  a  tutto  lo  stato  ecclesiasti- 
co, comandando  che  vi  si  celebrasse  nel- 
la 3.'  domenica  di  novembre,  nella  qua- 
le celebrasi  in  altri  stati  e  dominii.  /''. 
Lambeitini,  De  feslis  B.  M.  V.^c.  1  3, 
e  pel  patrocinio  del  suo  sposo  s.  Giusep- 
pe, questo  articolo. 

PATROCLO  (s.),  martire.  Fu  decapi- 
tato  per  la  fede  di  Gesù  Cristo  a  Troyes 
in  Sciampagna  nel  111  o  IV  secolo.  11  cul- 
to di  (pieslo  santo  martire  è  assai  anti- 
co, e  la  sua  memoria  è  stata  celebrata  da 
s.  Gregorio  di  Tours.  Nel  secolo  X  le  sue 
reliquie  furono  trasportale  da  Troyes  a 
Colonia,  e  da  Colonia  a  Soest  nella  con- 
tea della  Mark,  di  cui  egli  è  principale 
patrono.  Trovasi  il  suo  nome  nel  marti- 
rologio romano  il  giorno  2  i  di  gennaio, 
ed  in  quello  di  Usuardo. 

PATROCLO  (s.),  rinchiuso  del  Ber- 
ry.  Nato  nel  Berry,  guardò  legreggiedl 
suo  padre,  ma  dipoi  si  diede  allo  studio 
e  vi  fece  grandi  progressi.  Ottenuta  da 
Arcadio  vescovo  di  Bourges  la  tonsura 
chiericale,  e  qualche  tempo  dopo  il  dia- 
conato, visse  da  prima  incomunanza  coi 
chierici;  ma  animato  dal  desiderio  di  me- 
nar vita  più  peifetta,  si  ritirò  nel  borgo 
di  Neris,  ove  eresse  un  oratorio  in  onore 
di  s.  Martino,  e  si  pose  ad  ammaestrare 


PAT 

i  fiinclulli.  Stabili  una  comunità  di  re- 
ligiose presso  il  suo  oratoiio,  e  parli  da 
Keris  per  vivere  sconosciuto  al  mondo  in 
una  solitudine.  Fabbiicò  in  seguito  il  mo- 
nasterodiCoIombieres,  5  leghe  circa  lun- 
gi dalla  sua  abitazione  ;  ma  ne  diede  il 
governo  ad  un  altro,  per  non  abbando- 
nare il  suo  ritiro.  Elevato  al  sacerdozio, 
raddoppiò  le  sue  austerità.  Egli  passò  i8 
anni  vivendo  di  solo  pane  ed  acqua,  con 
un  poco  di  sale,  non  abbandonando  mai 
il  cilicio,  e  morì  a  quanto  si  crede  verso 
il  577.  Fu  sepolto  a  Colombieres,  ope- 
rando Dio  molti  miracoli  alla  sua  tom- 
ba. Il  martirologio  di  Francia  nota  la  sua 
festa  il  19  di  novembre. 

PATRO>0  e  PATRONATO.  V. Pa- 
DROGATO  e  Protettore. 

PATROPASSIAiM  o  PATRIPAS- 
SIANI.  Eretici  del  H  secolo,  discepoli  di 
Prasseao  Praxea,i  quali  ammettendo  in 
Dio  una  sola  persona  sotto  tre  nomi  di- 
versi, osarono  sostenere  che  il  Padre  non 
era  dilFerente  dal  Figliuolo,  e  che  per  con- 
seguenza si  era  incarnato,  ed  avea  patito 
la  mortesulla  croce  per  la  redenzione  del 
genere  umano.  Furono  anche  detti  Mo- 
narchici [t'^.).  Papa  s.  Vittore  I  del  194, 
in  un  concilio  condannò  Crassea. 

PATTI  [Pacten).  Città  con  residenza 
vescovile  in  Sicilia,  nella  provincia  della 
Valle  minore  di  Messina,  da  cui  è  i4  le- 
ghe distante,  capoluogo  di  distretto  e  di 
cantone,  sulla  riva  occidentale  del  picco- 
lo golfo  a  cui  dà  nome ,  sopra  un  rial- 
to. JNel  suo  porto  liparauo  conveniente- 
mente i  bastimenti  mercantili,  ed  il  for- 
te sovrasta  agli  edifizi,  che  nell'  insieme 
non  mancano  di  eleganza.  Le  vie  sono 
regolari  e  ben  lastricate,  e  terminano  ad 
una  piazza  quadrata,  ch'è  la  principale, 
decorata  da  moderni  palazzi.  La  chiesa 
cattedrale,  già  abbaziale,con  baltisterio, 
con  l'episcopio  annesso,  è  sotto  la  invo- 
cazione di  s.  Bartolomeo  apostolo,  pos- 
sedendo tra  le  reliquie  il  corpo  di  s.  Fé* 
bronia  vergine  e  martire  patrona  della 
città  :  per  bellezza  di  architettura  e  ric- 


PAT  i3 

chezza  di  suppellettili,  fra  gli  altri  mino- 
ri templi,  comechè  ben  adorni,  eminen- 
temente risplende,  poiché  dai  fondamen- 
ti fu  da  ultimo  riedificata.  Il  capitolo  si 
compone  di  5  dignità  ,  del  priore  ,  arci- 
diacono, cantore,  tesoriere  osagrista  mag- 
giore, e  dell'arciprete  che  ha  cura  delle 
anime.  In  principio  il  capitolo  si  forma- 
va dai  monaci  benedettini  canonici  con 
mensa  comune,  al  cui  abito  di  lana  de- 
rogò Gregorio  XIII  nel  i  58o,  indi  di  ca- 
nonici regolari  :  anticamente  consisteva 
in  4  dignità  e  Scanonici  monaci.  Vi  so- 
no altre  3  chiese  parrocchiali  col  fonte 
sagro,  3  conventi  di  religiosi,  un  mona- 
stero di  monache,  il  conservatorio  per  l'e- 
sposte, alcune  confraternite,  l'ospedale 
e  ilseminario.  Considerabile  è  la  sua  fab- 
brica di  stoviglie,  e  nella  spiaggia  pesco- 
sissima sono  le  tonnare  di  s.  Giorgio  e  di 
Olivieri.  Patti,  Pactae,  si  vanta  di  aver 
dato i natali  as.  Trifomeua  verginee  mar- 
tire, ed  a  diversi  uomini  illustri,  come  al 
giuieconsullo  xMagretti,  al  celebre  medi- 
co Caglio,  ed  al  sacerdote  Pisciotta,  filo- 
logo, grammatico  e  poeta.  Il  conte  Rug- 
gero di  Sicilia  pose  le  fondamenta  di  Pat- 
ti, dopo  la  strage  dei  saraceni.  La  foce 
delTimeto,che  oggi  dicesi  Fiume  di  Nas- 
so,  si  apre  non  Imige,  e  la  costa  termina 
col  capo  d'Orlando.  Nell'opposto  lato  del 
promontorio  era  V  antica  Agntyrna  ,  e 
credesi  vedergli  avanzi  di  un  suo  acque- 
dotto e  altri  ruderi  ne!  villaggio  di  s.  [Mar- 
co. Al  di  là  poi  del  Timeo,  presso  il  fiu- 
me Elicone,  oggi  Olivero,  fu  la  rinoma- 
ta colonia  Tintaride,  fondata  da  Tinda- 
ro  re  di  Laconia,  padre  di  Leda  che  la 
favola  fece  cara  a  Giove,  ed  avo  dei  ge- 
melli Castore  e  Polluce,  della  quale  ori- 
gine i  messeni  stabilitivisi  altamente  si 
gloriavano.  Dalla  foiza  delle  onde  mari- 
ne venne  atterrata  una  parie  della  città, 
che  assai  era  menomata  in  tempo  della 
prima  guerra  punica.  Tuttavia  i  roma- 
ni vi  dedussero  una  colonia,  e  quel  capo 
serbò  lungamente  il  nome  di  promonto- 
rio di  Tindaro.  Oggi  uua  chiesa  addita 


i4  PAX 

l'area  precisa  dtlla  colonia  Ti  nei  ari  eia;,  a 
chiamasi  s.  Maria  ili  Tijularo.  Patii  ven- 
ne distrutta  da  Federico  li  d'  Aragona, 
per  essere  del  partito  angioino,  e  quindi 
rifabbricata,  fu  in  seguito  incendiata  nel 
XV  1  secolo  dai  turchi,  dopo  il  quale  di- 
sastro fu  ristorata. 

La  sede  vescovile  f'i  eretta  nell'abba- 
zia di  Patti,  fondata  da  Iluggero  conte 
di  Siracusa,  e  da  Roberto  altro  duce  nor- 
manno, dopo  aver  caccialo  i  saraceni 
dall'isola  di  Lipari,  cioè  la  suddetta  chie- 
sa e  abbazia  di  s.  Bartolomeo  e  il  raonu- 
stero  pei  benedettini,  di  cui  venne  fatto 
Jibbale  Ambrogio  integerrimo,  che  lo  era 
di  quello  di  Lipari, con  approvazione  del 
J091  di  Urbano  II,  ed  unita  all'abbazia 
di  Lipari,  cui  il  conte  Paiggero  che  l'a- 
■vea  fondata  concesse  beni  e  privilegi.  La 
di  lui  madre  Adelasia  nel  i  i  i8fu  sepol- 
ta nellachiesaabbazialedi  Patti. Neil  I  3o 
fu  fatto  abbate  di  Lipari  e  Patti  Giovan- 
ni I,  che  nell'ottobre  i  i  3  1  l'antipapa  A- 
iiaclfcto  li  lece  i."  vescovo  d'ambedue  le 
abbazie,  che  eresse  in  cattedrali  unite: 
Innocenzo  li  però  lo  riconobbe  solo  per 
abbate,  quando  nel  concilio Lateranense 
II  del  ii3q  Io  depose  dal  vescovato.  Es- 
sendo morto  Giovanni  1  nel  i  i49}  Eu- 
genio III  eresse  canonicamente  la  sede 
vescovile  al  modo  che  dissi  a  Lipari  ,  e 
nel  ii5i  d'ambedue  dichiarò  vescovo 
Gilberto.  Nel  i  180  gli  successe  Stefano, 
cheLucioIII  dichiarò sulfraganeo di  Mes- 
sina, come  lo  è  tuttora.  Tra  cpielli  che 
dopo  di  lui  occuparono  le  due  sedi  di  Li- 
pari e  Palli,  fr.  Pietro  di  Pernis  tedesco 
del  1  34t">  lu  distinto  lelleralo.  Per  sua 
morte  nel  1 354  divenne  vescovo  il  b.  Pie- 
tro li.  Dipoi  nel  I  39q  con  quelle  bolle 
citate  a  Lipari,  Bonifacio  IXseparò  i  ve- 
scovati, nominando  vescovo  diPatti  Fran- 
cesco 111  Hermemir, ch'ebbe  in  successo- 
re nel  i4oi  fr.  Filippode  Ferrari  di  Cal- 
lanisella  ,  celebre  carmelitano  predica- 
tore :  Iraslalo  a  Girgenti  venne  nomina- 
lo nel  i4i4  l'Crnardo  di  Figueroa  spa- 
gnuolo  ed  eleniosiniere  del  re  Martino  ; 


PAU 

nel  i4i  5  fr.  Matteo  li  di  Catania  dome- 
nicano; nel  i43i  fr.  Antonio  l  de  Stabili 
de' conti  di  Palli  francescano;  nel  14^7 
Giovanni  IV  Inlerbartoli  nobile  siculo;  nel 
1438  Giacomo  II  de'baroni  Porco  di  Mes- 
sina, ove  fu  Iraslalo;  nel  1 4^0  Leonardo 
Godo  nobile  messinese.  Per  non  dire  di 
tutti  ricorderò  nel  1451  fr.  Corrado  Ca- 
racciolo nobile  napoletano,  che  per  ricu- 
sarsi come  il  predecessore  dalla  soggezio- 
ne del  metropolitano  di  Messina,  venne 
interdettoedopo  lite  si  pacificò;  nel  1 482 
amministratore  Giovanni  VI  cardinale 
iVyJragonaj  nel  i484  •'  cardinale  Gio- 
vanni VII  3Iolesj  nel  149^  f'-  Giovan- 
ni Vili  Marquet  domenicano  di  Lisbona 
nobilissimo;  nel  i5oi  Michele  Figueroa 
de' duchi  di  Feria,  dottissimo;  nel  i549 
Baitolomeo  11  Sebastiani  aragonese  clie 
intervenneal  concilio  di  Trento, personag- 
gio illustre  che  restaurò  l'episcopio;  nel 
i56g  Antonio  II  JMaurino  de  Pazos  di 
Compostella,peritonellescienze;neli579 
Gilberto  II  de'baroni  Isfar  Corilles  pa- 
lermitano, trasferito  da  Siracusa,  costruì 
nella  cattedrale  la  torre  companaria,  indi 
fu  arcivescovo  della  patria; nel  1601  Bo- 
naventura Secusiodi  Caltagirone,  mino- 
re osservante  patriarca  di  Costantinopo- 
li ,  sotto  il  quale  vennero  secolarizzati  i 
canonici  da  Clemente  Vili  nel  1602,  ed 
egli  islituHa  parrocchia  in  cattedrale,  po- 
scia tiaslatoa  Messina.  Nel  1609  Vincenzo 
11  de  Napoli  nobile  siciliano,  benefico  pa- 
store e  cappellano  regio.  Con  questi  il 
Pirri  termina  la  serie  dei  vescovi,  Sici- 
lia sacra  t.  I,  p.  838.  Nelle  Notizie  di 
Roma  sono  registrati  i  successori.  Dal 
1844  ^  vescovo  nig."^  IMartinio  Ursino  di 
Catania.  La  diocesi  è  alquanto  ampia  e 
contiene  circa  3G  luoghi.  Ogni  nuovo  ve- 
scovo è  lassalo  in  200  fiorini,  essendo  le 
lendite  quasi  Gooo scudi,  gravati  di  4oo 
oncie  di  perpetua  pensione  e  di  altri  pesi. 
PAUL  (S.)  DE  LEON,  Leonia  Ossi- 
niiensis,  Faniim  s.  Pauli,  Saint  Poi.  Cit- 
tà vescovile  della  bassa  Bretagna  ,  nella 
Francia,  dipartimento  di  Fiuesterre,  ca- 


PAU 

poluogo  di  cantone,  è  situala  presso  al 
iriarCjSiilIa  costa  settentrionale  dell'Ocea- 
no  e  della  Bretagna,  a  i  oc  leghe  da  Pa- 
rigi. Questa  città  è  considerabile  pel  por- 
to di  Pvoscof  che  le  serve  di  sobborgo. 
Fa  importante  traffico  di  cavalli  e  tele; 
possiede  varie  cartiere  e  concie  di  cuoio. 
La  cattedrale  di  s.  Paolo  avea  un  capi- 
tolo composto  di  5  dignità  e  di  1 6  cano- 
nici. La  diocesi  conteneva  i20  parroc- 
chie, divise  in  3  arcidiaconati.  Vuoisi  che 
sia  l'antico  Ocismuni,  che  Cesare  chiamò 
Leone.  La  sede  vescovile  diceComman- 
\ille  che  fu  eretta  nel  53o  ,  indi  trasfe- 
rita a  Leone  nel  56o,  sotto  la  metropoli 
di  Tours.  Nefu  i.°  vescovo  s.  Paolo  mo- 
naco che  fiorì  in  santità  e  miracoli,  sotto 
la  disciplina  di  Eltutio  abbate;  morìa' 
1 7.  marzo  del  6oo.  Pei  successori  ve- 
dasi la  Gallia  christ.,  e  Ch^nw,  Arch.  et 
episc.  Gallìae  p.  i  56.  Ne  fu  ultimo  Gio. 
Francesco  de  la  Marche  di  Cornovaille, 
fatto  nel  ijy^iquesli  quando  nel  i8oi 
Pio  VII  soppresse  la  diocesi  pel  concor- 
dato, ricusò  la  sua  dimissione,  sottoscris- 
se i  reclami  e  proteste  de'vescovi,  emo- 
nio Londra  nel  1807.  ^'  vescovo  era  si- 
gnor temporale  della  città,  godeva  I  5,000 
lire  di  rendita,  e  pagava  800  fiorini  di 
tasse. 

PAUL (S.)TROIS  CH A  TE  AUX,  Saint 
Paul  Tricaslinuni  Fammi,  Augusta  Tri- 
caslìnorum.  Città  vescovile  del  basso  Del- 
finato,  nella  Francia,  dipartimento  della 
Drome. circondario.  E  situata  sul  pendio 
di  una  collina  sulla  Roubine,  a  75 leghe 
da  Parigi.  La  cattedrale  sotto  l' invoca- 
zione di  s.  Paolo  suo  patrono  e  vescovo, 
aveva  un  capitolo  di  12  canonici;  la  dio- 
cesi comprendeva  35  parrocchie.  Vi  si 
osserva  un  bell'edifizio,  antico  monaste- 
ro (le'Jjenedettini  ;  e  sonovi  alcuni  vesti- 
gi di  antichità,  ed  alcune  fabbriche  di 
lavori  in  seta.  Fu  colonia  romana  col  no- 
me di  Augusta  Tricaslinoruni ,  perchè 
fondala  da  Augusto,  detta  poi  Srbasta  e 
Diocìctìana,  ed  avea  3  torri  per  difesa  ; 
era  la  capitale  dell'antico  Tricastin.  Nel 


PAU  i5 

III  secolo  fu  saccheggiata  dai  normanni 
e  nei  leni[)i  posteriori  dai  saraceni.  La  se- 
de vescovile  venne  istituita  verso  il  IV 
secolo,  sulfraganea  della  metropoli  di  Ar- 
les  :  ne  fu  i.°  vescovo  s.  Reslituto,  e  gli 
successero  s.  Giusto,  s.  Sulpizio,  s.  Euse- 
1/10,  s.  Torquato,  e  s.  Paolo,  dal  quale  la 
città  prese  l'attuale  suo  nome,  e  credesi 
che  sia  stato  al  concilio  di  Valenza  f  lei  374: 
se  ne  celebra  la  festa  nel  i  ."di  febbraio,  ma 
le  sue  reliquie  nel  i  56  1  ftnono  disperse 
dai  protestanti,  con  quelle  dei  ss.  P. esti- 
tuto,  Eusebio  ed  altri.  Quanto  agli  altri 
vescovi,  li  riporta  la  Gallia  christ.  t.  2, 
nuova  cdiz.  Questa  sede  essendo  da  lun- 
ghissimo tempo  vacante,  nel  concordato 
del  ]8oi  fu  soppiessa  da  Pio  VII.  11  ve- 
scovo portava  il  titolo  di  conte  della  cit- 
tà, ne  possedeva  il  dominio  a  titolo  di 
feudo  regio,  avea  12,000  lire  di  rendila, 
e  pagava  4*^0  fiorini  di  tasse. 

PAULIANISTI  o  PAULICIANI  o 
PAOLIANISTI.  Eretici  seguaci  di  Pao- 
lo di  Samosata.  Questo  eretico,  eletto  ve- 
scovo d'Antiochia  nel  262,  negò  con  Sn- 
bellio  la  distinzione  delle  persone  divine. 
Egli  distingueva  due  persone  in  Gesù 
Cristo,  il  Verbo  e  il  Cristo,  nato  d'  am- 
bo i  sessi,  puro  uomo,  e  solo  Dio  per  la 
santità  di  sue  virlìi  e  prodigi.  Fu  con- 
dannato nel  concilio  d'Antiochia  del  264, 
e  deposto  in  quello  del  270;  anche  il  Pa- 
pa s.  Felice  I  lo  condannò  nel  272,  ed 
il  concilio  di  Sirmio  del  357  condannòil 
vescovo  Folino  di  lui  discepolo.  I  suoi 
maestri  erano  stati  condannali  da  s.  lit- 
tore 1  del  194-  Lasciò  molti  partigiani 
che  sussistettero  fin  verso  la  metà  del  V 
secolo,  i  quali  cambiarono  essenzialmen- 
te la  forma  del  battesimo;  vuoisi  che  nel- 
la Romania  durassero  pii^i  lungo  tempo. 
Altri  eretici  furonvi  sotto  la  stessa  0  qua- 
si simile  denominazione,  come  i  Pauli' 
ciani  manichei,  discepoli  di  Costantino, 
nato  in  Armenia  del  688;  i  Pauli-Joan- 
nisli,  eretici  del  secolo  Vili,  che  aveva- 
no per  capi  Paolo  e  Giovanni  armeni,  e 
sostenenti  gli  errori  di  Valentino  e  Ma- 


i6  PAU 

nele  ed  altri  ;  ed  i  Paulisti,  specie  di  se- 
■veriani  del  VI  secolo. 

PAUSOLA,  Pausolae.  Città  vescovi- 
le del  Piceno,  distrutta  ,  eh'  ebbe  a  ve- 
scovo Claudio  intervenuto  al  concilio  di 
Roma  del  465.  Italia  sacra  1. 1  o,  p.  1 58. 
Se  era  situata  ove  suise  i\Iont'  Olmo  o 
altrove,  lo  dissi  ne!  vol.XL,p.  207  e  seg. 
Vedasi  Gatteschi,  Memorie  del  ducato  di 
Spoleto  p.  1 80. 

PAVIA  [Papien).  Città  con  residenza 
vescovile  in  Lombardia,  capoluogo  della 
provincia  del  suo  nome  e  di  distretto,  sede 
di  tribunali  di  i  .'*  e  2.'^  istanza,  di  came- 
ra di  commercio,  della  regia  delegazione, 
d'un  intendente  di  finanza,  e  di  altri  uf- 
fizi superiori  provinciali,  a  20  miglia  da 
]\lilano:ne'tempi  piìifloridi  contò  80,000 
abitanti,  ora  piti  di  22,000.  Giace  sul  ca- 
nal naviglio  di  Pavia,  che  incominciato 
nel  1807, fu  compito  nel  1820, sopra  la 
sinistra  sponda  del  Ticino,  quivi  largo, 
profondo  e  navigabile,  a  mezza  lega  dal 
suo  confluentecol  Po.  11  sobborgo  di  Bor- 
go-Ticino comunica  colla  città  mediante 
un  ponte  bellissimo  di  7  arcate,  e  costrui- 
to nel  secoloXlV.  L'antica  sua  cinta, nel 
XV li  secolo  ridotta  all'  a.ttuale  sistema 
di  mura  ad  uso  di  fortezza,  è  aperta  da 
7  porte,  la  piìi  bella  delle  quali  è  quella  di 
Milano  o  s.  Vito,  imperocché  Pavia  fu  per 
ben  tre  volte  ingrandita  di  cerchio  o  cin- 
ta. Ln  fiumicellodetto  Carona,  passa  ar- 
tificiosamenleper  la  città  movendovi  mol- 
ti mulini,  e  diviso  in  canali  corre  sotto  le 
strade  entro  a  grandissimi  acquedotti  cbe 
sboccano  nel  Ticino.  Se  non  vi  sono  in 
Pavia  avanzi  della  potenza  e  dominazio- 
ne romana,  e  niente  presenta  di  antico, 
veramente  maestoso  e  degno  della  già  ca- 
pitale della  Lombardia {^y.),  vi  sono  pe- 
rò templi  insigni  del  medio  evo, di  archi- 
tettura rituale, fra  i  quali  primeggia  quel- 
lo di  s.  Michele  (che  non  pare  eretto  da 
Costantino,  ma  dai  longobardi  come  loro 
patrono,  onde  vi  furono  talvolta  corona- 
ti i  re  d'Italia  );  indi  quello  di  s.  Agosti- 
no o  di  s.  Pietro  in  Coelo  aureo, ed  anco- 


PAV 

ra  rimangono  di  quell*  epoca  12  tor- 
ri altissime  (n'ebbe  sino  a  160),  che  alla 
città  danno  un  carattere  singolare.  Fu- 
rono celebrati  i  suoi  cimiteri  antichissi- 
mi e  assai  vasti,  chiamati  di  s.  Gervasio, 
di  s.  Giovanni  in  Borgo,  e  di  s.  Maria  in 
Pertica,  nella  cui  cappella  di  s.  Adriano 
si  seppellivano  i  re  longobardi.  Troppo 
grande  per  la  sua  popolazione,  è  percon- 
seguenza  di  aspetto  liisfe, colle  strade  me- 
glio distribuite  che  fabbricate,  e  le  case 
per  la  maggior  parte  vecchie;  ora  è  qua- 
si intieramente  riedificata,  e  vi  sono  pa- 
lazzi convenienti.  La  principale  contrada 
è  il  Corso  di  strada  Nuova;  le  piazze  per 
lo  pili  sono  spaziose,  distinguendosi  quel- 
la del  Castello,  la  sua  spianata,  quelle  del 
collegio  Ghislieri  e  della  cattedrale;  la 
gran  piazza  è  regolare  e  cinta  di  porti- 
ci. 11  Castello  è  opera  dei  Visconti,  non 
ad  uso  di  fortezza,  ma  di  palazzo,  uno 
dei  pili  belli  di  (luell'epoca,  con  delizio- 
so giardino,  adorno  di  nierli  e  di  torri  se- 
condo il  gusto  di  que'  tempi,  nel  quale 
Francesco  Visconti  nel  i4o4  ^'^^^  avve- 
lenale sua  cognata  Caterina  duchessa  di 
Milano,  per  impadronirsi  dei  suoi  slati, 
ed  in  cui  Lodovico  il  Moro  la  medesima 
barbarie  esercitò  e  collo  scopo  medesimo 
su  Gio.  Galeazzo  Sforza  duca  di  Milano, 
e  dove  3oo  francesi  nel  i  796  resistette- 
ro senza  artiglierie  a  tutta  la  popolazio- 
ne ed  a  4ooo  armati  ;  in  esso  era  la  li- 
breria, di  cui  fu  bibliotecarioil  Petrarca. 
Sono  rimarcabili  i  seguenti  edifizi.  L'uni- 
versità che  ha  4  cortili,  tutti  cinti  di  bel- 
lissimo portico  a  colonne  binate.  Il  col- 
legio Borromeo  architettato  da  Pellegri- 
ni e  adorno  di  pregiati  freschi  dello  Zuc- 
cari  e  del  Kibbia  ;  fu  istituito  da  s.  Car- 
lo Borromeo  coi  beni  del  priorato  di  s. 
Maiolo  e  delle  abbazie  di  Morimondo  e 
di  Calvenzano,  con  autorità  dello  zio  Pio 
IV,  che  perciò  tì  concorse  :  ha  32  pen- 
sioni gratuite, per  lequalila famiglia  Bor- 
romeo di  Milano  ha  la  nomina  degli  a- 
lunni.  11  collegio  Ghislieri  fondato  da  s. 
Pio  V,  del  quale  vedesi  la  statua  inbron- 


PAV 

zo  nella  piazza  di  contro  a!  collegio  :  es- 
sendovi egli  sialo  religioso  domenicano 

I  G  anni  ad  insegnare  teologia  nel  suo  con- 
■vento,  ricordevole  poi  della  lunga  dimo- 
ra fatta  in  Pavia,  eresse  il  collegio  e  gli  die 
il  suo  cognome.  Nella  mentovata  chiesa 
degli  agostiniani,  ossia  di  s.  Pietro  in  Co&' 
lo  aureo,  presenteuienle  chiusa,  traspor- 
tale essendosi  le  reliquie  del  dottore  s. 
Agostino  in  duomo,  è  ila  ammirarsi  l'ar- 
ca che  le  conteneva,  uno  dei  più  grandi 
monumenti  in  marmo,  con  infinili  bas- 
sorilievi, tutti  di  buon  lavoro.  Fu  illu- 
strata con  rami  e  col  [Ano  :  L'arcadi s. 
agostino  in  Pavia,  monumento  del  seco- 
lo XI F,  Pavia  i832  pel  Fusi. 

La  cattedrale  sotto  l'invocazione  della 
Beala  Vergine  Assunta,  di  s.  Siro  vesco- 
vo e  di  s,  Stefano  protomartire,  fu  so- 
stituita alla  duplice  chiesa  di  s.  Stefano 
eretta  nel  V  secolo,  e  di  s.  Maria  Mag- 
giore o  del  Popolo,  edifìzio  del  secolo  Vili, 
ambedue  cattedrali  :  la  i.^si  ufllciava  nel- 
l'estate, la  a.^dopol'incendio  di  Odoacre 
fu  fabbricata  da  s.  Epifanio  li  ;  furono  di- 
strutte per  dar  luogo  al  nuovo  duomo. 
Questo  è  un  grandioso  edilizio,  che  in- 
comincialo nel  1488,  sopra  disegno  del 
pavese  Rocchi,  non  è  ancora  terminato. 

II  bellissimo  campanile  fu  incominciato 
uel  i583.  Si  venerano  insigni  reliquie, 
ed  il  corpo  di  s.  Agostino  protettore  di 
Pavia,  oltre  quelli  dei  ss.  vescovi.  Nel  voi. 
1,  p.  144  narrai,  come  il  re  Luitprando 
trasportò  in  Pavia  quel  prezioso  tesoro 
del  s.  dottore,  come  poi  fu  riconosciuto, 
e  come  Benedetto  XIII  terminò  la  con- 
troversia tra  i  canonici  regolari  di  s.  A* 
gostino  che  lo  custodivano,  ed  i  romita- 
iii  agostiniani  che  ne  negavano  la  iden- 
ticità. Si  può  vedere  anche  il  Coleti,  Col- 
lecdo  auclorum  alane  ailegatorum  eie, 
Veneliis  i  729. Benedetto  Vili  nel  io  12 
diede  il  braccio  sinistro,  cioè  dall'omero 
al  gomito,  al  b.Engeluoto  vescovo  di  Cau- 
torbery;  nella  cattedrale  di  Ragusi  si  con- 
serva l'osso  detto  alles;  e  Gregorio  XVI 
nel    1843    fece  dare   una  porzione   del 


VOI..  Lil. 


PAV  17 

braccio  al  vescovo  di  Algeri,  che  solen- 
nemente Io  collocò  in  Ippona,  al  modo 
dello  a  tale  articolo.  Il  capitolo  si  com- 
pone di  5  dignità,  i.^  il  prevosto,  l'arci- 
diacono, r  arciprete,  il  cantore  ed  il  de- 
cano; di  8  canonici  compresi  il  teologo 
e  il  penitenziere,  di  i  i  cappellani  corali, 
di  4  Mansionari  e  di  6  chierici.  Vi  è  il 
batlislerio,  e  la  cura  delle  anime  si  fun- 
ge dal  prevosto  e  da  due  cappellani:  l'e- 
piscopio, di  antica  struttura,  è  un  edifizio 
situalo  incontro  la  cattedrale.  In  Pavia 
vi  sono  altre  G  chiese  parrocchiali  e  1  o 
succursali,  o  come  dice  rultima  propo- 
sizione concistoriale,  8  comprese  le  sub- 
urbane e  coli  battisterio;  il  seminario 
rifabbricalo  per  .le  sollecitudini  dell'ul- 
timo vescovo  Tosi  ;  8  confraternite;  l'o- 
spedale civile  eretto  nel  i449  »  uno  dei 
meglio  fabbricati  ;  l'ospedale  militare;  il 
monte  di  pietà  ;  l'ospizio  per  gli  esposti  ; 
l'orfanotroilo  maschile  istituito  nel  i554 
da  S.Girolamo  Miani  ;  l'orfanotrofio  fem- 
minile; il  pio  albergo  Pertusati  pergl'ia- 
curabili  e  mendiuhi  d'  ambo  i  sessi  ina- 
bili al  lavoro  ;  l'ospizio  di  s.  Maria  per  le 
traviate  ;  la  pia  casa  d'industria  e  di  ri- 
covero; l'istituto  elemosiniero;  quello  per 
la  gratuita  distribuzione  dei  medicinali, 
ed  altri  stabilimenti  benefici  ed  accade- 
mie letterarie,  che  onorano  questa  co- 
spicua ciltà.  Il  teatro  grande  e  maestoso 
del  Bibiena,  tutto  in  colto,  è  poco  armo- 
nico, e  fu  eretto  nel  1773.  Vi  sono  bel- 
lissimi bagni  in  pietra,  di  privata  ragio- 
ne. Pavia  fu  una  delle  prime  ciltà  d'Ita- 
lia ad  avere  un  celebre  Orologio  (F.) 
pubblico,  sopra  uno  dei  torrioni  del  ca- 
stello :  soprattullo  celebre  è  essa  per  la 
sua  università,  della  quale  nel  1837  si 
pubblicò  in  Milano  con  figure,  di  Paolo 
Sangiorgio:  Cenni  storici  sulle  dueuni- 
versiià  di  Pavia  e  di  Milano, 

La  maestosa  e  celebre  università  di  Pa- 
via credesi  da  molli  che  ripeli  la  prima- 
ria origine  dalle  scuole  ordinale  ed  eret- 
te da  Carlo  Magno,  che  vi  mandò  il  fa- 
moso  irlandese  Giovanni  di  Clemente 


i8  PAV 

Scolo  per  istobilii  e  questo  liceo  e  per  in- 
segnare le  scienze,  assegnandogli  per  a- 
bilazione  il  monastero  di  s.  Pietro.  Al- 
tri ritengono  che  le  scnole  già  esistesse- 
ro, onde  quell'imperatore  le  rinnovò  ver- 
soi! 791 .  Annoisi  ancora  clieriniperatore 
Carlo  IV  vi  restaurasse  lo  studio  generale, 
ogli  concedesse  privilegi, ad  istanza  di  Ga- 
leazzo li  e  Bernabò  Visconti  signoii  di 
Milano,  i  quali  fabbricarono  le  scuole  ove 
esistono.  Il  Gatti,  Hiat.  gynm.  Ticin.  p. 
i44)  scrive  die  fu  assai  favorita  did  du- 
ca Lodovico  il  Moro,  che  accordò  esen- 
zioni da  ogni  gravezza  ai  collegi  de'  giu- 
reconsulti, artisti,  medici  e  filosofi.  Il  Sas- 
si poi,  Destitdiis  lìJediolan.  cap.  g,  alTer- 
ma  che  la  magnifica  fabbrica  si  deve  a 
quel  duca,  ed  il  Coite  ne'suoi  epigrammi 
esalta  l'edifizio,  descrivendo  insieme  il 
concorso  grande  che  allora  av€a  la  già 
celebre  università.  Maria  Teresa  ingran- 
dì e  rese  più  superbo  l'edifizio  nel  1775 
coi  portici,  opere  checompì  il  figlio  di  lei 
Giuseppelljdopoaverla  visitata  nel  1  769: 
anche  Napoleone  concoise  al  suo  incre- 
mento, e  dopo  di  lui  nel  1817  1'  impe- 
ratore Francesco  I.  L'università  divenne 
una  delle  più  rinomale  di  Europa,  ezian- 
dio pei  professori  chela  illustrarono,  co- 
me Felice  Grammatico,  Pietro  1-isano  che 
dicesi  maestro  di  grammatica  dello  sles- 
.so  Carlo  Magno,  Lanfìanco  pavese  del- 
la famiglia  Beccaria,  filosofoe  teologo  in- 
signe. Erano  stati  professori  di  quella  u- 
iii  versila  Alessandro  V  e  Sisto  IV  profon- 
didoltori,edi  cardinali  Scaramuccia  Tri- 
\ulzi,  Slondrati  padre  di  Gregorio  XIV, 
ed  Alciali.  Ma  nel  declinare  del  secolo 
decorso  ebbero  infelice  fama  pel  smodo 
di  Pistoia  (^  .),  Natali,  Tamburini  e  Zo- 
la giansenisti,  cui  inlervennero,  e  per  a- 
Ter  fatto  con  altri  rivivere  il  gianscniituo. 
1  corsi  di  medicina,  nialemat'rca  e  scien- 
ze naturali  godono  ancora  di  alta  repu- 
tazione pegli  uomini  di  primo  merito  che 
ne  sostennero  la  celebrità,  come  tia  gli 
altri  lo  Spallanzani  naturalista,  Volta  fi- 
sico, Bordoni  uialenialìco,  e  Scarpa  di- 


PAV 

rettore  della  facoltà  medica,  lutti  nomi- 
ni sommi.  Il  suo  gabinetto  di  anatomia 
è  forse  il  primo  d'Italia,  perchè  lutto  pre- 
paralo sui  pezzi  naturali  ,  fondalo  dallo 
Scarpa,  e  miglioralo  ed  accresciiilo  dal 
prof  Panizza;  bello  il  gabinetto  di  pato- 
logia, così  il  nuovo  gabinetto  idraulico 
fondato  da  Brunacci  ;  bellissimo  e  ricco 
quello  di  storia  naturale,  massime  per  la 
mineralogia  e  pel  complesso.  Ha  pure  l'or- 
lo botanico,  il  gabinetto  di  fisica,  il  labo- 
ratorio chimico,  la  biblioteca,  ec.  Presso  a 
1000  sono  gli  scolari  che  la  frequenlano. 
Questa  città  possedeva  scuola  milita- 
re, scuola  teorica  di  artiglieria  e  poligo- 
no, fonderia  superba  di  bocche  da  fuoco, 
ed  arsenale,  che  più  non  sussistono,  con 
decadimento  di  ricchezza  e  {)opoIazione, 
La  sua  industria  si  esercita  in  qualche  fab- 
brica di  cotoncrie,  e  fa  commercio  di  va- 
li oggetti,  essendo  fertilissimo  il  suo  ter- 
ritorio ;  fu  una  delle  prn«e  ciltà  d'Italia 
ad  introdurvi  la  stampa,  e  pel  primo  la 
esercitò  Binaschi.  Ria  il  suo  principale 
splendore  lo  deve  all'  essere  slata  resi- 
denza dei  re  goti,  longobardi  e  d'Italia, 
nonché  de'conti  del  sagro  palazzo  d'Ita- 
lia, i  quali  forse  ne  ressero  la  provincia  : 
dopo  il  1000,  avendo  i  pavesi  cacciali 
questi  conti,  si  ricoverarono  a  Lomello, 
donde  prese  il  nome  di  Lomeliina  la  pro- 
vincia, occupata  poi  dai  pavesi,. che  di- 
strutta Lomello  divenne  capoluogo  IMor- 
tara.  In  Pavia  ebbero  i  natali  uomini  insi- 
gni per  santa  vita,  dignità  ecclesiastiche, 
valore,  arti  e  scienze.  Furono  pavesi  il  Pa- 
pa Giovanni  XI F,  V antipapa  Gioi'an- 
ìli  XVII,  i  cardinali  Bernardo,  Grego- 
rio, Matengo,  Pietro,  Beccaria,  Raniero, 
Lonafi  e  Beìlisomì,  olire  diversi  vesco- 
vi e  moltissimi  della  patria  ;  Menochio, 
Guidi  poeta,  Sacchi,  Lanfranco  che  por- 
tò in  Inghilterra  la  buona  filosofia.  Car- 
dano primo  inventore  dell'insegnamen- 
toai  sordo  muti,  Liutprando  storico  som- 
mo ne'  secoli  oscuri  X  e  XI,  Brugnatel- 
li,  Bordaj  Bordoni,  Gioita  Garavaglia  li- 
no dei  primari  incisori  d'Italia,  che  fon- 


P  A  V 

dò  non  scuola  di  disegno  ove  sono  distin- 
ti allievi.  Il  suo  gran  parco,  ai  tempi  tlei 
duchi  di  Milano  ,  conteneva  animali  di 
ogni  sorte  pi^r  le  caccie  ;  aveva  un  cir- 
cuito di  I  5  miglia,  in  capo  del  quale  sor- 
geva la  famigei  ala  certosa,  clieavea  più 
di  5o,ooo  ducati  di  annua  rendila.  Alla 
distanza  di  5  miglia  da  Pavia,  sulla  stia 
da  che  conduce  a  Milano,  esiste  la  ma- 
gnifica certosa  soppressa  da  Giuseppe  li; 
la  chiesa  però  ed  il  chiostro  unito  sono 
ancora  conservatissimi  e  formano l'ammi- 
l'azione  degli  artisti  e  dei  conoscitori:  bre- 
vemente la  descrissi  nel  voi.  XLV,  p.  5  r , 
Narra  il  Gentile,  che  l'imperatore  Lota- 
lio  11  del  I  125  concesse  ai  pavesi  di  co- 
niare nVoneta.coirimpronta  della  propria 
città.  Però  avverte,  che  vi  sono  varie  mo- 
nete battute  in  Pavia  nei  secoli  prece- 
denti e  ne  riporta  il  novero.  Ed  infatti 
il  Muratori  nella  clissert.  27,  p.  487,  par- 
la della  zecca  di  Pavia,  e  dice  che  il  gius 
di  battere  moneta  Io  ripete  dai  goti  che 
la  beneficarono  ed  ampliarono;  aumen- 
tò questa  prerogativa  sotto  i  re  lougo- 
l)ardi,  che  vi  fissarono  la  sede  del  regno 
(V  Italia;  quindi  vi  battè  monete  Carlo 
Magno,  gli  altri  imperatori  ed  i  duchi 
di  IVblano  ,  essendo  antichissima  la  mo- 
neta di  Pavia,  come  rilevai  a  Denari.  Lo 
stemma  della  città  è  una  croce  bianca. 
Scrissero  sulla  città,  Stefano  Breventano, 
Istoria  dell' antichi  là  di  Pavia,  ivi  i  570. 
Portaluppi,  Storia  della  Lninellina.  P. 
Severino  Capsoni,  Tl/cz/jor/e  storiche  del- 
la città  di  Pavia.  Carlo  Gentile.  Com- 
pendio storico-cronologico  degli  avveni- 
menti pili  piemorahili  riguardanti  la  re- 
gia città  di  Pavia,  dall' incomineiarncn- 
to  dell'era  cristiana,  sino  all'epoca  in  cui 
fu  incoronalo  re  d' Italia  Napoleone  il 
Grande,  Pavia  1 8  1 2  pel  Galeani.  Gualla, 
Sancluarium  Papiae.  Spelta,  Storia  de' 
vescovi  di  Pavia.  P.  Ghisoni,  Flavia  Pa- 
pia  sacra.  Ughelli,  Italia  sacra,  t.  i,  p. 
I  074,  e  1. 1  o,p.  3  I  I.  F.  A.  Marroni,  De 
ecclesia  et  episcopis  j}apiensibus,]\om&e.. 
Pavia,   Ticiniim,  Papia,  inceita  è  la 


p  A  V  I  : , 

sua  origine  e  si  perde  nella  oscurità  dei 
tempi.  Fu  detto  che  certi  popoli  della  Li- 
guria, slaliiliti  verso  il  confluente  del  Tici  - 
no  e  del  IM,  gettassero  le  fondamenta  di 
Pavia  ,  poco  dopo  la  fondazione  di  Ro- 
ma, e  Tieinnni  la  chiamarono  dal  nome 
del  fiume  che  lambisce  le  sue  mura.  Fti 
saccheggiata  dai  galli  condotti  da  Bren- 
no,  nell'anno  387  avanti  l'era  cristiana; 
quindi  da  Annibale,  come  allenta  dei  ro- 
mani. Divenuti  (juesti  padroni  della  Gal- 
lia  Cisalpina,  per  la  sua  fetleltà  ne  fece- 
ro una  delle  prime  città  della  repubbli 
ca,per  rimunerarla  del  .suo  affetto.  Aliti 
poi  pretendono  che  fosse  fondata  dai  le- 
vi o  liguri  norici,  e  si  chiamasse  in  lo- 
10  lingua  Tig- Un.  Onovaln  daPiomadel 
grado  di  municipio,  venne  ascritta  alla 
tribìi  Papia,  e  da  tal  nomechiamossi  Pa- 
via,abbandonandocosì  quello  di  Ticinnni 
al  fiume  che  le  scorre  vicino.  Comun- 
que di  ciò  sia,  essendo  già  una  delle  piti 
insigni  città  d'  Italia,  Auinisto  vi  si  recò 
nel  tempo  della  guerra  germanica,  e  vi 
ricevette  il  cadavere  di  Druso,  al  quale 
fu  fatto  pid)blico  pianto  e  solenne  elogio 
funebre.  Nel  409  mentre  1'  imperatore 
Onorio  vi  faceva  la  rassegna  dell'esercito 
perchè  andasse  in  oriente  a  combattere 
il  tiranno  Costantino,  i  soldali  si  amtnu- 
tinaiono,  tagliarono  a  pezzi  gli  ullkiali, 
e  saccheggiarono  la  città  ;  Onorio  si  sal- 
vò con  fuga  in  palazzo.  Per  la  venuta  di 
Attila,  diversi  pavesi  si  portarono  nella 
Venezia,  e  concorsero  alla  prima  forma- 
zione della  città  omonima.  La  misera  Pa 
via  il  Ilinaldi  la  dice  distrutta  da  Atti- 
la nel  45>2  o  4^3,  ma  in  parte;  oltre  il 
saccheggio,  in  pari  tempo  patì  crude- 
lissima peste.  Calato  in  Italia  Odoacre 
re  degli  eruli  nQ\  ^'j& ,  fugò  nel  terri- 
torio pavese  il  patrizio  Oreste,  il  quale 
si  ritirò  in  Pavia.  Odoacre  la  assediò,  e 
dopo  40  giorni  la  espugnò  e  pose  a  fer- 
ro e  fuoco,  non  risparmiando  né  le  chie- 
se, né  le  sacre  vergini,  né  i  sepolcri,  e 
imprigionando  Oreste.  Divenuto  Odoa- 
cre re  d'  Italia,  per  le  suppliche  drl  ve- 


no  PAV 

scovo  s.  Epifitnio  li,  permise  che  In  cit- 
l;i,  ridotta  un  mucchio  di  sassi,  si  rifab- 
liiicasse,  esentandola  per  5  anni  dai  tri- 
lliti. Nel  47^  s'  incominciò  la  riedifica- 
7Ìone,  e  vuoisi  che  allora  la  città  assu- 
messe il  nome  di  Pm'ia,  quasi  patria  pia 
amante  della  religione.  Per  opera  di  s. 
Epifanio  il  fu  in  miglior  forma  ristora- 
ta la  parte  del  duomo  detta  s.  Maria  del 
Popolo,  ed  altre  chiese.  Teodorico  re  dei 
go//,dopoaver  vintoOdoacie,  si  ritirò  in 
Pavia,  la  fortificò  e  abbelh,  l'ampliò,  vi 
fece  edificare  un  bellissimo  palazzo,  una 
forte  rocca  o  castello,  e  si  fermò  nella  cit- 
tà volontieri  come  nemica  degli  eruli. 
Risoluto  di  annientare  Odoacre,  confi- 
dò la  moglie,  figlie  e  sorelle  a  s.  Epifanio 
li;  indi  ucciso  in  Ravenna  Odoacre,  si 
impadronì  di  tutta  Italia,  e  dal  .santo  ve- 
scovo fece  liberare  i  prigionieri  condot- 
ti iu  Borgogna.  In  questo  tempo  Teodo- 
rico confinò  in  Pavia  il  celebre  Severino 
Eoezio  e  il  suocero  Simmaco,  nella  torre 
che  prese  il  nome  del  primo,  indi  li  fece 
decapitare.  Teodorico  fissò  la  sua  sede 
prima  in  Ravenna,  poi  in  Pavia,  ove  ri- 
f  djbricò  la  chiesa  di  s.  Pietro  in  cielo  d'o- 
ro, edificata  da  s.  Siro  I.  Nel  54o  tro- 
vandosi i  goti  senza  capo,  unitisi  in  Pa- 
via, elessero  in  re  Uraja,  che  ricusando, 
sostituirono  lldebaldo.  Allorché  l'impe- 
ratore Giustiniano  I  rimandò  l'esercito 
in  Italia  per  ricuperarla,  il  re  Totila,  fat- 
to consiglio  in  Pavia,  si  j^ortò  a  combat- 
terlo; ma  vinto  e  ferito  morì  nel  552, 
onde  i  goti  elessero  in  Pavia  Teja  per  re, 
ma  con  lui  terminò  il  regno  de'goli. 

Disceso  in  Italia  Alboino  re  de'Lorigo- 
lardi  (J^.),  nel  568,  a  poco  a  poco  se  ne 
rese  padrone:  nel  56c)  s'inviò  alla  regia 
Pavia,  che  trovandosi  forte  e  sicura,  sos- 
tenne l'assedio  piìi  di  tre  anni  e  solo  ce- 
de nel  fì'ji  con  vantaggiosi  patti,  e  che 
restassero  agli  abitanti  i  castelli,  terre  e 
fortezze  del  piacentino,  donale  ai  pavesi 
dai  goti.  Alboino  perdonati  i  cittadini,  vi 
stabilì  l'ordinaria  sua  residenza  e  sede 
principale,  e  centro  del  regno  longobar- 


PAV 

do  ossia  italico.  Nel  573  gli  fu  dato  in 
Pavia  a  successore  Clefi,sepoltoins.  Ger- 
vasio.  Neil'  interregno  Peredo  coi  mila- 
nesi presero  Pavia  e  la  corona  ferrea^  se 
deve  credersi  al  pavese  Gentile,  con  cui 
si  coronavano  i  re  d'Italia.  11  re  Autari 
morì  nel  590  in  Pavia,  e  fu  sepolto  in  s. 
Gervasio.  Il  successore  Agilulfo  edificò  la 
chiesa  col  monastero  di  s.  Bartolomeo, 
poi  degli  Olivetani,  e  vi  fu  tunudato.  il 
re  Ariovaldo  lo  fu  nella  chiesa  di  s.  Gio- 
vanni in  Borgo,  e  sua  moglie  Gundeber- 
ga  nella  chiesa  di  s.  Gio.  Evangelista  da 
lei  edificata.  Il  re  Rotari  del  636  favorì 
l'arianesimo,  onde  anche  in  Pavia  pose 
un  vescovo  di  quella  setta  in  s.  Eusebio, 
mentre  Magno  cattolico  avea  la  sede  nel- 
la chiesa  maggiore:  però  come  divoto  di 
s.  Gio.  Battista  patrono  di  sua  nazione, 
gli  eresse  un  tempio  nel  borgo  e  vi  ebbe 
sepoltura.  Ariberto  ordinò  l'edificazione 
magnifica  di  s.  Salvatore  con  monaste- 
ro, e  quello  di  Liano,  venendo  sepolto  nel 
primo.  Nel  661  i  suoi  figli  Gondiberto  e 
Pertarito  si  divisero  il  regno;  il  primo 
restò  in  Pavia,  il  secondo  fissò  la  sede  in 
Milano.Nel662  in  Pavia  Grimoaldo  spo- 
sò la  loro  sorella,  e  divenne  re  di  tutto 
il  regno,  ed  alla  morte  il  suo  coi'po  fu 
deposto  nella  chiesa  di  s.  Ambrogio  da 
lui  fondata;  laonde  ricuperò  nel  671  il 
regno  Pertarito,  che  fu  coronato  in  s. Mi- 
chele, erigendo  a  s.  Agata  chiesa  e  mo- 
nastero in  memoria  d'essere  scampato 
dalla  morte;  a  sua  imitazione  la  moglie 
Rodelinda  fabbricò  il  tempio  di  s.  Maria 
Rotonda  0  in  Pertica.  Sotto  il  loro  figlio 
Cuniberto  Pavia  fu  desolata  dalla  peste  : 
questo  re  favorì  le  scienze,  e  come  il  pa- 
dre le  sue  ceneri  ebbero  riposo  in  s.  Sal- 
vatore, così  quelle  del  re  Uiperto  II  o 
Ariberto.  Nel  7  12  montò  sul  trono  il  ce- 
lebre Liutprando,  che  espugnò  Ravenna, 
cacciò  1'  esarca  e  trasportò  in  Pavia  la 
bella  statua  equestre  di  bronzo  detta  dai 
pavesi  Rpgisole,  con  altre  cose  meravi- 
gliose; altri  attribuiscono  ai  pavesi  stes- 
si e  più  tardi  il  rapimento  di  tale  statua. 


P  A  V 

niellile  gli  emuli  raveunali  tolstio  a  Pa- 
via 11*  j)oitL'  di  bronzo.  Esseutlosi  inala- 
lo e  creileiitlosi  vicino  a  uioiU',  in  s.  Ma- 
1  ia  tifile  Peiliclic  fu  proclaaiato  re  il  ni- 
polu  lld(  hiando,  ma  gnaiito  lo  associò  al 
Irono.  Fiallanlo  disponendosi  Liulpian- 
do  ad  invadere  tutto  ì' esarcalo  di  lla- 
venna,  dopo  aver  manomesso  parie  del- 
la provincia,  per  rimuoverlo  ilalla  im- 
presa nel  743  da  Roma  si  '.eco  in  Pavia 
Papa  s.  Zaccaria,  ad  onta  degl'  impedi- 
menti dei  regi  ministri:  a'28  giugno  tro- 
vò al  Po  i  [)rincipali  di  essi,  di  malavo- 
glia andati  ad  incoiiliarlo.  Inviandosi  a 
Pavia,  leiinossi  in  s.  Pietro  in  cielo  d'o- 
ro, allora  fuori  della  città,  per  celebrar- 
vi hi  messa  solenne  della  vigilia  dei  ss. 
Pietro  e  Paolo,  ludi  entrò  in  Pavia.  IN'el 
dì  seguente  a  preghiera  di  Liutprando 
nella  medesima  basilica  compì  i  solenni 
divini  uJli/.i,  vi  pranzò  col  re  e  con  esso 
con  magnifico  accompagnamento  si  recò 
al  palazzo  reale  per  tener  seco  congresso. 
Con  le  dolci  sue  maniere,  s.  Zaccaria  vin- 
se Liutprando,  non  senza  rimproverar- 
gli la  infedeltà  di  sue  anteriori  promes- 
se ;  fu  stabilito  vantaggioso  accordo  e  la 
restituzione  dell'occupalo.  Partito  il  Pa- 
pa da  Pavia,  il  re  lo  accompagnò  al  Po, 
e  giunto  in  Roma  celebrò  di  nuovo  la 
festa  degli  Apostoli,  in  rendimento  di  gra- 
zie pel  ftilice  esito  del  suo  viaggio.  Liut- 
prando morì  nel  744  ^  f'-'  sepolto  nella 
chiesetta  di  s.  Adriano,  nel  mezzo  elei  ci- 
milerio  di  s.  Maria  in  Pertica,  donde  fu 
trasportato  in  s.  Pietro  in  cielo  d  oro: 
come  di  forme  gigantesche  e  di  smisura- 
to piede,  la  lunghezza  di  questo  divenne 
misura  di  fondi  liei  pavese.  Il  l'e  AstoU'o 
pose  a  ruba  ed  a  sacco  le  terre  della  chie- 
sa romana,  minacciò  Pioma  d'eccidio  ed 
inliiDÒ  al  pupolo  romano  l'annuo  tribu- 
to di  un  ducato  d'oro  per  testa.  Il  Pon- 
tefice Stefano  IH  ricorse  pertanto  nel  753 
a  Pipino  redi  Francia, onde  Astolfocoise 
a  rinserrarsi  in  Pavia,  e  cambiate  lemi- 
uaccie  in  preghiere,  con  giuramento  di 
restituire  1'  usurpalo,  il  Papa  che  rccu- 


PA  V  21 

vasi  in  Francia  venne  a  Pavia,  trattò  col 
re  ,  il  «juale  mutato  pensiero  si  rifiutò  al 
promesso,  onde  Stefano  IH  continuò  il 
viaggio.  Pipino  pose  a  sacco  ii  pavese, 
assediò  la  città  e  costrinse  Astolfo  ad  eva- 
cuare il  tolto:  questo  principe  avC^ido 
làbbricato  la  chiesa  di  s.  Marino,  per  col- 
locarvi i  corpi  santi  rapiti  nel  territorio 
romano,  ivi  fu  sepolto.  JNel  7:56  per  le 
premure  ed  autorità  di  dello  Papa,  odel 
fratello  s.  Paolo  I,  gli  fu  dato  in  succes- 
sore Desiderio  duca  o  governatore  del- 
l'Istria conquistata  dal  predecessore.  Cou 
ingratitudine  Desiderio  tornò  ad  invade- 
re le  terre  della  Chiesa,  travagliò  Pioma 
e  Papa  Adriano  I.  Questi  implorò  ed  ot- 
tenne il  soccorso  di  CarloMagno,che  com- 
battendo i  longobardi  ne  uccise  44>oo^j 
però  colla  morte  di  33, 000  franct-si,  on- 
de il  luogo  di  BeIlaselva,ove  si  fece  tanta 
strage,  prese  il  nome  di  Mortara.  Desi- 
derio corse  a  rifugiarsi  in  Pavia,  ed  il  fi- 
glio Adelgiso  in  Vei'ona.  Carlo  Magno 
dopo  aver  presa  questa,  nel  773  o  774 
indusse  Pavia  alla  resa  dopo  607  mesi 
d'assedio,  de^^olata  dal  contagio  e  dalla 
fame.  Imprigionò  Desiderio,  lo  mandò  al 
monastero  di  Coibio  presso  Liegi  colla 
famiglia,  ove  morì  penitente,  essendone  il 
cadavere  trasferito  in  Aquisgrana. 

Terminalo  il  regno  dei  longobardi, 
Carlo  Magno  stabilì  nelle  città  governa- 
tori, ed  in  Pavia  quali  suoi  luogotenenti 
i  conti  Langosclii  patrizi  pavesi.  Avendo 
s.  Leone  HI  uell'i3oo  ripristinato  l'impe- 
ro di  occidenle ,  ne  coronò  imperatore 
Carlo  Magno,  avendo  già  Adriano  I  un- 
to in  re  d'Italia  il  figlio  Pipino.  Giovan- 
ni Vili  nelì'876  si  recò  coir  imperatore 
Carlo  il  Calvo  in  Pavia,  ma  mentre  ivi 
si  trattenevano  in  feste  per  le  nozze  del 
duca  Bosone  con  Ermingarda  figlia  di 
Lodovico  II,  calò  dalle  alpi  Carlomanno 
per  combaltere  lo  zio  Carlo  il  Calvo,  il 
quale  si  ritirò  col  Papa  a  Tortona.  i\el- 
r884  Carlo  il  Grosso  imperatore  e  re  d'I- 
talia tenne  una  dieta  in  Pavia,  ove  nel- 
1*888  fu  coronato  re  Berengario  dall'ar- 


22  PAV 

ti  vescovo  di  Milano,  e  vi  stabili  la  sua 
residenza;  dipoi  i  pavesi  lo  difesero,  fa- 
cendo macello  dell'esercilo  dell' irnpeia- 
tore  Arnolfo  die  avea  assediala  la  cillà. 
Tutlavolta  i  nemici  di  Lerengmio  nel 
c)2f  m  Pavia  coronarono  re  d'  Italia  il 
re  di  Borgogna  Piodolfo.  Nel  924  Piivia 
fu  presa,  saccheggiata  e  bruciata  dai  fe- 
ioci  ungari,  tuttora  idolali i.  Nel  926  e- 
Iclto  re  d'Italia  Ugo  d uca  d'Orleans  e  con- 
te d'Arles,  si  fece  coronare  in  Pavia,  in- 
di vi  tetme  prigione  Raterio  vescovo  di 
\  eiona.  Lotario  II  suo  figlio  regnò  pa- 
cificamente in  Pavia,  e  nel  950  fu  sepol- 
to in  s.  Giovanni  in  Borgo  presso  il  pa- 
dre, dopo  di  aver  assegnato  ad  Adelai- 
de sua  moglie  Pavia  col  distretto.  II  nuo- 
vo re  d'Italia  Berengario  11  s'impadroiù 
della  città,  e  tiranneggiando!  pavesi,  que- 
sti coir  arcivescovo  di  Milano  ed  il  Pa- 
pa Agapito  II,  chiamarono  in  Italia  Ot- 
tone I  re  di  Germania,  ma  un  partito 
port?)  al  trono  Adalberto,  e  Pavia  fu  e- 
sposfa.  Nel  c)5i  Pavia  dovette  aprire  le 
porte  a  Ottone  I,  dopo  essere  stata  dan- 
neggiata. Nel  997  Crescenzio  cacciò  da 
l'ioma  ne' primi  di  maggio  il  Pontefice 
Gregorio  V, che  fuggì  in  Pavia,  e  gli  so- 
stituì l'antipapa  Giovunni  XYII  cittadi- 
no pavese  e  nato  in  Rossano.  Frattanto 
nel  1002  Arduino  marchese  d'Ivrea  esor- 
lò gl'italiani  a  liberarsi  dagl' imperatori 
stranieri,  per  cui  le  città  spedirono  am- 
basciatori in  Pavia,  liconosciula  sempre 
come  sede  e  metropoli  dei  re  d'Italia,  e 
col  consenso  del  Papa  elessero  re  Ardui- 
no, che  fu  coronato  in  s.  Michele  dal  ve- 
scovo, il  quale  ebbe  dal  re  amplissime 
rendite  e  prerogative.  Ma  l'arcivescovo 
di  Milano,  chiamato  in  Italia  l'impera- 
tore s.  Enrico  II,  a'iG  alaggio  looJ  fu 
coronato  in  s.  Michele.  Tra  le  feste  in- 
sorsero i  pavesi,  costrinsero  il  nuovo  re 
alla  fuga,  nella  quale  restò  zoppo,  onde  i 
tedeschi  fecero  strage  dei  cittadini  e  bru- 
ciarono la  città.  Ritornato  Arduino  in 
Pavia  ne  riparò  le  rovine,  ed  il  conte  Ot- 
tone suo  figlio  donò  alla  cattedrale  tutte 


PAV 

le  possessioni  che  avea  tra  il  Ticino  e 
Gran  Vallone, ed  il  padre  nel  loi  r  niolti 
beni  coi  castelli  di  Rosasco,  Selva  Regia 
e  Ponlesello. Corrado  11  fortificò  Pavia, 
ma  tornato  in  Germania,  la  città  gover- 
nossi  quasi  a  repubblica,  e  questa  forma 
ritenne  per  lungo  tempo,  professando  ver- 
so gl'imperatori  un  apparente  omaggio. 
Promulgata  nel  109^  la  prima  crociata, 
3  fratelli  della  nobilissima  famiglia  Bec- 
caria partirono  per  la  Palestina.  Intan- 
to cominciarono  nel  i  107  le  guerre  coi 
milanesi  ed  altri  popoli  convicini,  e  pel 
terremoto  che  patì  la  città,  concorse  alla 
rifazione  delle  mura  Ugone  Beccaria.  Nel 
I  i36  Lotario  lì  prese  Pavia,  che  otten- 
ne mediante  contribuzione  perdono  del- 
la resistenza  fatta.  Nel  1  1 54  ai'se  più  vi- 
va la  guerra  coi  milanesi,  e  imploraro- 
no l'aiuto  di  Federico  I,  continuandola 
con  diversa  forlunfiil'imperatorenel  1  i58 
concesse  ai  pavesi  di  eleggersi  i  magistrati, 
rettori  e  consoli  sotto  la  protezione  del- 
l'impero. Continuando  i  danni,  le  stragi 
e  le  sconfitte  Ira' pavesi  e  milanesi,  Fe- 
derico I  prese  Milano  e  ne  fece  aspra  ven- 
detta, indi  colla  moglie  si  fece  in  Pavia 
coronare  dal  vescovo.  Nella  lega  lombar- 
da i  pavesi  col  Monferrato  e  pochi  altri 
restarono  nella  fazione  imperiale,  ma  nel 
!  175  molli  loro  castelli  furono  rovinati 
dai  «nilanesi,  cui  dovettero  pagare  18,000 
marchi  d'argento.  Nel  i  i83  ebbe  luogo 
la  famosa  pace  di  Costanza,  tra  Federi- 
co I  e  la  lega  lombarda. 

Nel  1 197  Vigevano  giurò  di  essere  di 
Pavia,  ma  i  milanesi  presto  se  ne  impa- 
dronirono colla  maggior  parte  della  Lo- 
mellina,  onde  i  pavesi  giurata  fedeltà  a 
Milano  s'ebbero  pace  che  poco  durò.  Ver- 
so il  1217  il  legato  apostolico  die  ai  ca- 
nonici regolari  il  monastero  di  s.  Agosti- 
no, eh'  era  dei  monaci  benedettini  neri. 
Per  nuova  pace  nel  1202  i  pavesi  por- 
tarono aMilano  il  loro  carroccio  e  la  sta- 
tua Regisole.  Pavia  nel  1220  vide  Fe- 
derico lì,  ed  alternò  guerre  e  paci  con 
Milano;  indi  nel  1268  respinse  l'assedio 


PAT 

di  Carlo  I  d'Angiò.  I  Becoaria  jiolealis- 
sitai  e  colmi  di  privilegi  imperiali  signo- 
reggiando la  patria  batteroiio  moneta, 
mentre  le  fazioni  dei  guelfi  e  ghibellini 
esistenti  anche  in  Pavia,  da  molti  anni 
alimentavano  la  guerra  civile.  Dopo  il 
1289  fu  eletto  capitano  generale  Boni- 
facio marchese  di  Monferrato,  il  quale 
fatto  prigione  dagli  alessandrini  fu  po- 
sto in  gabbia  di  ferro,  onde  i  pavesi  die- 
rouo  il  capitanato  a  Manfredo  Pallavici- 
no. Nel  i3o7  i  pavesi  elessero  a  loro  prin- 
cipe Riccardo  figlio  di  Fiiippone  Lau- 
gosco,  il  quale  aveali  difesi  da  Matteo 
Visconti  che  aspirava  a  dominarli.  Però 
nel  i3  I  5  riuscì  a  IMalteo  di  edificare  una 
gran  fortezza  alla  porla  di  Pavia,  che  nel 
10-2.S  ricevè  Lodovico  il  Bavaro,  ed  esso 
vi  esercitò  infinite  estorsioni:  alla  sua  par- 
tenza la  città  si  pose  sotto  il  dominio  di 
Giovanni  ve  di  Boemia, e  nel  i35G  venne 
in  Pavia  Giovanni  marchese  di  Monfer- 
rato, che  condotti  seco  i  piìi  della  fami- 
glia Beccaria,  vi  lasciò  per  governatore 
Jacopo  Bussolari  agostiniano.  Questi  con 
falso  zelo  ne  divenne  il  tiranno,  massime 
contro  i  Beccaria.  Nel  1 3 5c)  Galeazzo  e 
Bernabò  Visconti  signori  di  Milano,  non 
senza  lesistenza  presero  Pavia  e  fecero  fi- 
nire in  gabbia  di  ferro  a  fr.  Jacopo  i  suoi 
giorni,  in  pena  di  tanti  misfatti;  quindi 
i  Visconti  incominciarono  a  rendere  pili 
forte  e  magnifica  la  città.  Galeazzo  li 
morì  in  Pavia  nel  iSyS,  e  fu  sepolto  in 
s.  Pietro  in  cielo  d'oro;  e  nel  1397  l'im- 
peratore Venceslao  creò  il  nuovo  duca 
Gio.  Galeazzo  Visconti  conte  di  Pavia, 
ed  a'26  dicembre  accadde  uno  strepito- 
so terremoto.  Nel  i4oo  il  famoso  Baldo 
perugino  professore  dell'  università  com- 
pilò'gli  statuii  per  la  città,  e  morendo 
fu  sepolto  in  s.  Francesco.  A  Gio.  Maria 
Visconti,  crudelissimo  tiranno,  nel  i4i2 
successe  il  fratello  Filippo  Maria  ch'era 
conte  di  Pavia  e  dell'annessa  Lomellina. 
Poco  dopo  Facino  Cane  coi  ghibellini 
saccheggiò  Pavia,  e  consegnò  alle  fiam- 
me le  case  dei  Beccaria,  ricuperando  Pa- 


PA  V  23 

via  Filippo  Maria,  quando  «posò  la  ve- 
dova Beatrice  di  Tenda,  poi  decapitata 
per  adulterio.  Nel  i.fiB  a'J  ottobre  ar- 
rivò in  Pavia  Papa  Martino  V,  alloggiato 
nel  castello  con  gran  magnificenza,  ove 
dimorò  12  gioì  ni  :  nel  dì  seguenle  convo- 
cò il  [)opolo  nel  castello, ea  più  di  16,000 
persone  compartì  l'apostolica  benedizio- 
ne. Nel  1438  avendo  il  Piccinino  presa 
Ravenna,  i  iporlò  a  Pavia  le  sue  porle  di 
bronzo.  Alla  morie  di  Filippo  Maria  sen- 
za discendenza  mascolina,  i  pavesi  ricu- 
perarono la  libertà,  e  poi  si  diedero  a 
Francesco  Sforza  marito  di  Bianca  figlia 
naturale  del  defunto,  indi  duca  di  Mila- 
no, sul  cui  Irono  regnarono  i  suoi  succes- 
sori, seguendone  i  destini  la  città  e  pro- 
vincia, già  narrali  a  Milano.  Nel  i  Joo 
Lodovico  XII  redi  Francia  s'impadronì 
del  ducato,  facendo  solenne  ingresso  in 
Pavia  il  i.°  ottobre:  concesse  ai  pavesi, 
che  dalla  cappella  del  castello  trasferis- 
sero nella  cattedrale  le  reliquie  donate 
dall'imperatore  greco  a  Gio.  Galeazzo, 
fia  le  quali  la  sacra  spina  di  G.  C.;  ma 
portò  in  Francia  la  famosa  biblioteca  ric- 
ca di  mss.  ,  e  volle  udire  Giasone  del 
jMajno  famoso  giureconsulto  e  professore 
della  università,  allora  frequentata  da 
3,000  studenti.  Fatto  prigione  il  cardi- 
nal Medici,  poi  Leone  X  (altri  dicono 
che  fuggì),  nella  battaglia  di  Ravenna,  e 
portalo  a  Pavia  per  trasportarsi  in  Fran- 
cia, dice  il  Gentile,  che  Beccaria  e  due  al- 
tri pavesi  lo  liberarono,  poscia  rimune- 
rali. Nel  IDI  2  lo  Sforza  ricuperò  il  du- 
cato, che  ritolse  nel  i5i 5 Francesco  I  re 
di  Francia,  e  fu  a  Pavia,  ma  nel  id2i 
l'imperatore  Carlo  V  lo  restituì  a  Fran- 
cesco II. 

I  francesi  avendo  occupato  di  nuovo 
Milano,  vennero  ad  assediar  Pavia,  che 
patì  ogni  sorte  di  privazioni;  ma  a'  24 
febbraio  i525  presso  le  sue  mura  fu  vin- 
to e  fatto  prigioniero  dagl'imperiali  e  spa- 
gnuoli  Francesco  I  re  di  Francia,  preci- 
samente nel  vastissimo  parco  che  circon- 
da la  città,  e  condotto  prigione  a  Madrid: 


24  PAV 

tra  i  prigionieri   vi  fu  il  nunzio  <Vi  Cle- 
menle  VII,  Aleandri  poi  cardinale.  Que- 
sta famosa  battaglia  e  prigionia,  che  ac- 
cennai nel  voi.  XXVn,  p.  I  I,  fu  descrit- 
ta da  molli  storici,  ed  espressa  in  7  son- 
tuosi e  superbi  arazzi,  disegnati  da  Ti- 
ziano, contornati  sul  disegno  di  Giulio 
Romano  o  di  Tintorelto,  tessuti  a   fil  di 
lana  colorata,  in  oro  e  argento.  Carlo  V 
li  fece  costruire  appositamente  in  Fian- 
dra, evi  fu  mirabilmente  espressa  la  me- 
morabile battaglia, ed  in  attestato  di  gra- 
titudine ne  fece  dono  ad  Alfonso  d'Ava- 
los  marchese  del  Vasto  (cugino  di  Fer- 
dinando Francesco  d'Avalos  marchese  di 
Pescara,  marito  di  Vittoria  Colonna),  uno 
dei  comandanti  dell'esercito  imperiale,col 
magnifico  padiglione  di  Francesco  1,  in  un 
alla  spada  del  re, ch'esso  consegnò  al  mar- 
chese quando  lo  fece  prigioniero  Launuoy, 
cui  successe  qual  generalissimo  dell'arma- 
ta, per  a  vere  grandemente  contribuito  al- 
la vittoria.  Per  la  qual  fazione  avendo  gli 
abitanti  dimostrata  moltissima  allegrez- 
za, ne  furono  due  anni  dopo  aspramen- 
te puniti  dal  visconte  Odetto  di  Lautrec 
capitano  di  Francia,  che  impadronitosi 
di  tutto  il  milanese,  ad  onta  che  per  l'im- 
peratore la  difendeva  Belgioioso,  a'5  ot- 
tobre 1527  presa  la  città,  per  7  giorni 
l'abbandonò  ad  un  crudele  saccheggio, 
commettendovi  i  soldati  quanto  la  guer- 
ra badi  pili  orribile:  da  quel  tempo  vuoi- 
si che  la  città  ripeta  l'origine  del  suo  de- 
cadimento in  popolazione  e  ricchezza,  al 
che  non  potè  mai  riparare.  In  quell'oc- 
casione fu  che  Lautrec  rovinò  la  parte  del 
castello  che  guardava  il  parco,  dove  cor- 
re presentemente  il  naviglio  ,  sicché  ne 
limasero  soli  tre  lati  con  due  torri,  men- 
tre 4  erano.i  lati  e  4  torri.  Carlo  V  che 
proteggeva  il  duca  suo  parente,  nel  1 528 
riprese  Pavia,  che  nel  settembre  ricadde 
in  potere  dei  francesi  e  nuovamente  la  sac- 
cheggiarono, l'acificato  Francesco  I  coi- 
l' imperatore,  questi  collo  sborso  di  scu- 
di ()00,ooo  nel  1529  restituì  il  ducato 
di  iVlilanoa  Francesco  II  Sforza,  il  qua- 


PAV 

le  fil  costretto  dare  Pavia  in   signoria, 
sua  vita  natiu'ale  durante,  ad  Antonio  de 
Lcyva  di  lui  nemico  e  capitano  generale 
dell'imperatore,  onde  Antonio  pose  a  go- 
vernatore della  città  Gittcomo  del  Gam- 
baro  gitueconsulto  bolognese.  Nel  i535 
colla  morte  del  duca  terminò  la  sua  di- 
scendenza, e  secondo  il  suo  testamento  il 
ducato  passò  in  Carlo  V,  che  nel  i54f 
visitò  Pavia,  e  nel  i  547  ^ssai  la  fortifi- 
cò; anche  il  di  lui  figlio  Filippo  li  ro  di 
Spagna  fu  a  Pavia  nel  1 549  ^  '^Si,  in- 
di nel  I  554  prese  l'amministrazione  del 
ducato,  di  cui  era  slato  infeudato  dal  pa- 
dre coi  discendenti.  Nel    1 56a   si  fondò 
in  Pavia  la  celebre  accademia  degli  Af- 
fidati.  La  città  già  spopolata  da  Lautrec, 
nel  1578  perde  16,000  abitanti  per  la 
peste.  Nel  1  58  r  con  grandi  dimostrazio- 
ni i  pavesi  riceverono  la  sorella  del   re 
Maria  d'  Austria  imperatrice  e  fu  allog- 
giata dai  conti  Scaramucci.  Indi  nel  1 599 
passò  per  Pavia   Margherita  moglie   di 
Filippo  III,  per  cui  si  migliorò  il  fìibbri- 
cato.  Nel  secolo  seguente  Pavia  soffrì  per 
nuova  peste,  e  per  le  conseguenze  di  varie 
guerre  nella  Lomellina  e  nel  milanese 
tra  spagnuoli,  francesi  e  piemontesi.  I-*a- 
via  fu  fortificata  e  ben  difesa,  sostenne 
nel  i655  l'assedio  di  circa  53  giorni,  e 
costrinse  1'  inimico  a  levarlo,  dopo  aver 
diroccate  varie  chiese  suburbane.  Nuova- 
mente nel  1690  si  riaccesero  le  guerre 
contro  i  francesi;  poscia  ebbe  luogo  quella 
j^er  la  successione  di  Spagna  e  del  ducato. 
Ricaduta  l^aviain  potere  dei  francesi,  nel 
1706  fu  loro  tolta  dal  duca  di  Savoia  e 
dal  principe  Eugenio,  in  un  al  ducato  di 
Milano  per  l'Austria;  ma  i  primi  la  ri- 
pigliarono nel  1733,6  nel  1736  la  cede - 
rono.  Nel  1745  i  gallo-ispani  la  conqui- 
starono, togliendola  all'A  ustria,  alla  qua- 
le la  resti luirono  un  anno  dopo.  L'Austria 
la  conservò  fino  al  1 4  maggio  1 796,  epo- 
ca nella  qualese  ne  impadronirono  i  fran- 
cesi. Avendo  alcuni  pavesi  ordita  una  ri  - 
voluzionc,  spezzarono  la  statua  Regisole 
e  fecero  partire  la  guarnigione.  Accorso 


PA  V 

Nopoloone  ;i'25  maggio,  soggiacquero  al 
sac(;l)eggio  e  con  isteiilo  salvarono  la  vi- 
ta. Ili  liiiilo  disordine  In  rimarchevole, 
che  l'università  e  la  casa  del  prof.  Spal- 
lanzani fossero  per  supcriore  comando  di- 
chiaruteinviolahili,  per  ciiirurono  rispet- 
tati i  cattedratici.  Ma  il  castello  di  Bina- 
sco.  pet'  aver  preso  paite  alla  sollevazio- 
ne di  Pavia,  fa  abbandonato  alle  fiam- 
me. Quindi  Pavia,  come  prima,  segiTi  i 
destini  di  Milano  (f^.),  ed  a' 6  maggio 
i8o5  rivide  Napoleone.  Dopo  il  i8i3 
dalle  potenze  alleate  contro  Napoleone, 
venne  eseguilo  il  trattato  di  Pavia,  ossia 
di  fare  invadere  la  Francia  dalle  loro 
armate,  per  cui  nel  1 8  i4  terminando  la 
sua  dominazione,  la  città  tornò  all'Au- 
stria, da  cui  si  sottrasse  nel  marzo  184S 
nellagenerale  insurrezione;  ma  pocodopo 
venne  rioccupala  dalle  truppe  imperiali. 
La  fede  cristiana  vi  fu  predicala  e  la 
sede  vescovile  vi  fu  istituita  circa  l'an- 
no 47}  d'ordine  di  s.  Pietro,  da  s.  Siro  I 
gallico, da  lui  consagrato  in  i.**  vescovo: 
questo  diffuse  il  vangelo  anche  nella  Li- 
guria,e  tornato  in  Pavia  nel  5^  fece  fib- 
Jjricare  la  chiesa  de'ss.  Gervasio  e  Pro- 
tasio  martiri,  i  cui  corpi  vi  fece  traspor- 
tare da  Milano,  ed  ove  fu  sepolto  quan- 
do teneramente  pianto  morì  a' 9  dicem- 
bre del  f)6.  Gli  successe  s.  Pompeo  I,  il 
quale  ordinò  dimostrazioni  onorifiche  pel 
]>redecessore  ;  indi  nel  i  o  i  s.  Invenzio  1  o 
Juvenziod'Aquiieia,  che  edificò  la  chiesa 
che  prese  il  suo  nome  ;  nel  1 3g  s.  Pro- 
futuro; nel  ì^5  s.  Obbediano;  nel  i58 
Leonzio,  che  fece  fabbricare  chiese,  ral- 
lentandosi la  persecuzione  contro  i  cristia- 
ni ;  nel  i83  s.  Orsicino  o  Urcisceno  pa- 
vese; nel  216  s.  Crispino  I  pavese  della 
famiglia  Negri,  che  fece  abbellire  la  città 
ed  edificar  la  chiesa  di  s.  Martino;  nel  2  53 
s.  Felice  martirizzato;  nel  2  56  s.  Massimo 
I;  nel  270  s.  Epifanio  I,  che  morì  di  do- 
lore per  le  persecuzioni;  nel  275  s.  Cri- 
S[)ino  II  pavese,  che  fabbricò  la  chiesa 
de'  ss.  Cosma  e  Damiano,  e  la  cappella 
della  Croce  in  duomo;  nel  3o6  s.  Daluaa- 


PAV  25 

rio  tedesco;  nel  3ios.  Anastasio  I  eletto 
dal  clero  e  popolo  pubblicamente,  pel 
favore  accordalo  da  Costantino  alla  re- 
ligione cristiana.  Per  dovere  di  l)revità 
solo  registrerò  i  vescovi  più  rimarchevoli, 
essendovi  tra  quelli  che  preterirò  molti 
pavesi  e  diversi  della  famiglia  Beccaria. 
Nel  377  s.  luvenzio  li;  nel  432  s,  Cri- 
spino 111.  Nel  466  s.  E[)ifanio  li  nobile 
pavese,  che  per  essersi  interposto  a  pa- 
cificare i  romani  coi  ravennati,  questi  ulti- 
mi credendolo  parziale  ai  primi  concepi- 
rono tanto  odio  contro  i  pavesi,  che  fu 
il  principio  di  loro  inimicizie  e  del  re- 
ciproco pedaggio  elle  nelle  due  città  do- 
vevano pagare  i  cittadini  nel  traversar- 
le, soppresso  nel  1 569  :  con  felice  succes- 
so s.  Epifanio  s'interpose  per  Pavia  con 
Odoacre  e  Teodorico,  e  morì  nel  /^qò 
col  titolo  di  paci fìcalore  cV Italia.  Ne  fu 
successore  s.  Massimo  II;  nel  5i  r  s.  En- 
nodio,  cui  per  quanto  si  dice  nella  bio- 
grafia (  l'hanno  i  santi  vescovi  riportali 
da  Buller,  ed  i  cardinali  pavesi  o  vesco- 
vi), Papa  s,  Ormisda  concesse  di  farsi 
precedere  dalla  croce,  l'uso  del  pallio,  ed 
il  primo  luogo  ne'concilii  a  sinistra  del 
Pontefice,  secondo  il  Gentile.  Edificò  s. 
Ennodio  la  chiesa  di  s.  Vittore,  e  vi  po- 
se chierici  che  celebravano  i  divini  uf- 
fici in  due  cori,  uno  in  lingua  greca,  l'al- 
tro rispondeva  nella  latina,  come  usa- 
vasi  a  s.  Michele:  s.  Ennodio  compose 
due  formole  per  la  benedizione  del  cereo 
pasquale,  e  morì  nel  52  i .  Nel  58o  Se- 
vero, che  introdusse  le  litanie  minori,  o 
meglio  le  propagò.  Nel  668  s.  Anasta- 
sio II,  già  vescovo  ariano,  dopo  averne 
abiui'ati  gli  errori,  poiché  mentre  Magno 
governava  i  cattolici,  egli  in  Pavia  era 
stato  pastore  degli  ariani.  Nel  680  s.  Da- 
miano pavese  dottissimo,  della  famiglia 
Biscossi;  nel  7  1 1  s.  Armentario  pavese, 
al  qual  anno  narra  il  Rinaldi,  the  essen- 
dosi portalo  in  Roma  s.  Benedetto  arci- 
vescovo di  Milano  per  reclamare  che  il 
vescovo  di  Pavia  fusse  suo  sulfraganeo, 
PapaCostaalino  rispose,  che  la  chiesa  era 


26  P  A  V 

slata  sempre  itumediatamenle  soggetta 
alla  sede  apostolica.  Nel  787  s.  Teodoro 
1  ;  nel  'j5i  s.  Pietro  I  cugino  del  re  Liut- 
piando,  che  persuase  all'acquisto  del  cor- 
po di  s.  Agostino  e  collocazione  in  s.  Pie- 
tro da  lui  riedificata.  Nel  766  s.  Teodo- 
ro 11  pavese,  protettore  della  città;  nel 
778  s.  Girolamo  I,  proclamato  con  di- 
Tino  prodigio;  nell'Hot  s.  Giovanni  I  pa- 
vese; s.  Deodalo  fece  trasportare  il  cor- 
po di  s.  Siro  dalla  chiesa  di  s.  Gervasio 
in  cattedrale  a'  i  7  maggio  828.  Nell'Sic) 
s.  Litif'redo  I;  neir85o  Lintardo  pavese, 
pel  i.°  fu  decorato  del  titolo  di  conte; 
ueir874  Giovanni  II;  nel  91  i  Giovan- 
ni 111  veronese,  morto  nell'incendio  de- 
gli ungari,  in  cui  perirono  43  chiese.  Nel 
suo  vescovato,  Papa  Anastasio  III  ad  i- 
slanza  di  Berengario  I  re  d' Italia,  con- 
cesse al  vescovo  di  Pavia  l'uso  dell'om- 
bieìlo  o  baldacchino,  del  cavallo  bianco 
coperto  di  drappo,  della  croce  avanti  nei 
•viaggi  e  cavalcando,  e  di  sedere  al  lato 
sinistro  del  Papa  nei  concilii,  come  atte- 
stano Sigonio,  De  regno  Ital.  lib.  6,  an. 
qi  I,  e  Pacciaudi,  De  unìhdlae.  In  quel- 
lo del  predecessore,  il  Baronio  riferisce 
con  meraviglia  un  altro  privilegio,  il  cui 
documento  dice  di  aver  letto:  riporta 
pertanto  all'anno  878,0."  33,  che  il  l*on- 
tefice  Giovanni  Vili,  trovandosi  in  Pa- 
via, concesse  ai  vescovi  della  medesima, 
the  ogni  qualvolta  chiamassero  ai  sino- 
di gli  arcivescovi  di  Milano  e  di  Raven- 
na coi  loro  suIìVaganei,  tutti  vi  dovesse- 
ro onninamente  andare.  Nel  c)2C)  s.  In- 
nocenzo pavese;  nel  966  Pietro  111  Ca- 
nevanova  pavese,  che  fu  creato  cardina- 
le e  nel  984  Papa  col  nome  di  Giovan- 
ni XI Y,  cambiatoin  venerazioneal  prin- 
cipe degli  apostoli  :  V.  Nome  dei  Papi. 
Gli  successe  il  cardinal  Guido  1  pavese 
della  famiglia  Corti,  coronò  Ardoino  re 
d'Italia:  il  Cardella  non  registrandolo 
Ira  i  cardinali,  Tommisi.Nel  1008  Uber- 
to Sacchetti  abbate  benedettino  di  s.  Pie- 
tro incielod'oro,feceristorare  varie  chie- 
se rovinate  dall'incendio.  Nel  1073  Gu- 


PAV 

gliildio  T  pavese,  forse  dei  Malaspina  di 
Canossa,  e  nipote  della  gran  contessa 
I\Ialil(k';  donò  un  cavallo,  le  insegne  e 
armi  da  soldato,  con  uno  stendardo  alla 
illustre  casa  pavesede'Confalonieri,  aven- 
dogli essi  giurata  fedeltà,  e  di  essere  pron- 
ti alla  difesa.  Da  ciò  forse  derivò  il  pri- 
vilegio, che  uno  di  tal  casa  nei  possessi 
dei  vescovi  conduceva  avanti  il  baldacchi- 
no il  cavallo,  e  ne  restava  poi  possessore  ; 
di  più  un  altro  dei  Gonfalonieri  era  ob- 
bligato ad  accompagnarlo  dalla  chiesa  di 
s.  Maria  Segreta  sino  al  duomo,  prece- 
dendolo innanzi  al  cavallo, armato  di  sca- 
do, con  stendardo  morello,  ov'eravi  di- 
pinto lo  stemma  de'Confalonieri.  Inoltre 
i  vescovi  prendendo  gli  abiti  pontificali 
in  delta  chiesa,  per  privilegio  dei  re  lon- 
gobardi, una  della  casa  Mezzabarba  gli 
poneva  i  sandali:  dalla  chiesa  alla  porta 
e  sino  alla  metà  della  strada  nuova,  lo 
accompagnavano  per  privilegio  due  del- 
la famiglia  Giorgi.  Nel  i  io5  Guido  III 
Pescari  pavese,  cui  Papa  Pasquale  li  con- 
fermò tutte  le  prerogative  concesse  ai 
vescovi  di  Pavia.  Nel  i  167  Pietro  V  To- 
scani pavese,  amorevole  coi  poveri,  il  qua- 
le fu  fedele  ad  Alessandro  IH,  e  non  par- 
tigiano dello  scisma,  come  scrissero  al- 
cuni con  r  Ughelli,  siccome  rilevò  il  p. 
Tosli  uiiW  J.Hoiia'della  lega  lombarda. 
Nel  (  178  «.Lanfranco de'Beccari  di  Grup- 
pello,  patì  vessazioni  dai  consoli  della  cit- 
tà; nel  I  195  s.  Bernardo  HI  Babbi  pa- 
vese, tiaslato  da  Faenza;  nel  121 5  il 
cardinal  Gie«orio  Crescenzi  romano;  nel 
1271  s.  Fulco  Scotti  piacentino,  teneva 
ogni  giorno  i  5  poveri  a  mensa,  e  mante- 
neva un  maestro  cogli  scolari.  Nel  1280 
s.  Rodobaldo  II  Cipolla,  fece  edificare 
molle  chiese  e  monasteri,  fra  i  quali  quel- 
lo di  s.  Tommaso  con  tempio;  nel  129G 
Guido  V  pavese  dei  conti  di  Langosco, 
fece  gran  doni  alla  chiesa,  aumenlò  le 
rendile  della  mensa,  e  punì  i  preti  con- 
cubinari; nel  i33o  Giovanni  V  Fulgosi 
piacentino,  istituì  il  sodalizio  de'  morii  ; 
nel   i4o2  Pietro  YU   Grassi  di  Castel- 


PA  V 

nuovo,  umiliato,  e  già  vescovo  di  Cre- 
mona, fondò  con  rendite  la  cappella  di  s. 
Maria  in  duomo,  ed  ivi  fece  Tolgano  ;  nel 
1435  Enrico  II  Rampini,  già  di  Torto- 
na,poi  arcivescovo  di  Milano  e  cardinale; 
nel  1446  Giacomo  Borromeo  milanese, 
rifece  l'organo  del  duomo,  e  migliorò 
le  possessioni;  nel  i4^4  Giovanni  VI  Ca- 
sliglioni  milanese  cardinale,  lasciò  alla 
cattedrale  una  mitra  preziosa,  un  bacolo 
pastorale  di  pregio  ed  alcuni  paramenti. 
JN'el  i4^o  il  celebre  cardinal  Giacomo  II 
AmiìiannaLi,  il  detto  cardinal  Papìcnse  o 
di  Pavia,  che  fornì  il  duomo  di  splendi- 
da sagrestia  e  gli  die  bellissimi  para- 
menti ;  ne  parlai  anche  a  Piccolomini  fa- 
miglia. Nel  i479  Ascanio  Maria  Sforza 
poi  cardinale,  da  Innocenzo  Vili  latto 
amministratore  del  contado  di  Pavia  an- 
che nel  temporale,  nella  minorità  del  ni- 
pote duca  di  Milano;  minacciando  rovi- 
na il  duomo,  rifabbricò  il  nuovo,  ponen- 
dovi la  I.''  pietra  nel  148B.  Nel  i5o5fu 
eletto  vescovo  il  cardinal  Francesco  IH 
Alidosi  imolese  ;  nel  i  5 1  3  il  cardinal  An- 
tonio Maria  Ciocchi  del  Monte,  che  nel 
13  20  rinunziò  al  nipote  Gio.  jMaria  Cioc- 
chi i\e\  I\Ioiite,  poi.  cardinale,  e  nel  i55o 
Giulio  III,  il  quale  nominò  Gio.  Girola- 
mo de  Robsi  parmigiano,  ad  onta  delle  ver- 
tenze avute  per  anteriore  rinunzia:  questi 
nel  1064  lo  rassegnò  al  proprio  nipote 
Ippolito  de  Rossi,  che  fa  al  concilio  di 
Trento,  riparò  il  vecchio  duomo,  fabbri- 
cò l'episcopio,  e  nel  iSSt  die  principio 
al  seminai  io,  mostrandosi  assai  benefico 
nella  peste,  e  Sisto  V  lo  creò  cardinale. 
Nel  logi  b.  Alessandro  Sauli  genovese, 
trasferito  d'Aleria  ;  nel  i593  Francesco 
IV  Gonzaga,  poi  di  Mantova  e  cardinale; 
nel  1619  Fabrizio  Landriani  milanese, 
istituì  il  pio  luogo  per  le  orfane,  e  die 
26,000  lire  imperialiai  gesuiti,  acciocché 
aprissero  3  scuole  per  insegnare  le  lettere 
umane  alla  gioventù.  Nel  1672  Lorenzo  II 
Trotti  alessandrino,  che  edillcò  la  casa 
della  missione,  collocandovi  i  signoriosa- 
csrdoti  di  essa,  introducendo  pine  nella 


PAV  27 

città  i  ministri  degl'infermi,  ed  arricchì  di 
argenteria  l'aliare  maggiore  del  iluomo; 
nel  171  i  Agostino  C//5^?/u' inilauesecfirdi- 
n  ale;  nel  i724F'>'a»cesco  VI  Per  tosati  mi- 
lanese olivetano,  che  fondò  il  pio  luogo  del 
suo  nome,  ed  ottenne  da  CenedclloXlV  la 
conferma  degli  antichi  privilegi  ctjlhi  bol- 
la Ail  siipretìiam,  de'i  5  febbraio  I743j 
Bull.  Bened.  XIV ,  t.  i,  p.  24^,  unendo 
inoltre  il  titolo  arcivescovile  di  Amasia 
in  parlibus  (cui  sono  soggetti  i  titoli  in 
paiùbus  di  Sinope,  Andiapa,  Amiso,  I- 
bono,  Temiscira  e  Zela  )  al  vescovo  di 
Pavia,  volendo  chequestos'inlitolasse  per 
l'avvenire  vescovo  di  Pavia  arcivescovo 
di  Amasia,  eil  avesse  gli  onori  spettanti 
agli  arcivescovi;  (|uindi  nel  1753  nomi- 
nò alla  sede  il  cardinal  Carlo  Francesco 
Durila  milanese,  che  beneficò  il  semi- 
nario, fece  terminare  in  parte  il  duomo, 
onde  tutti  i  cittadini  anche  nei  giorni  fe- 
stivi vi  lavoravano,  e  si  rese  pure  per  al- 
tre cose  benemerito.  Nel  1769  Bartolo- 
meo Olivazzi  milanese  e  decano  della  ro- 
ta, sotto  del  quale  Giuseppe  linei  1780 
istituì  in  Pavia  un  seminario  generale 
pei  chierici  di  tutta  la  Lombardia,  nella 
chiesa  e  monastero  di  s.  Tommaso;  indi 
nel  I  782  per  disposizione  dello  stesso  im- 
peratore ebbe  principio  il  collegio  eccle- 
siastico Germanico-Ungarico  in  s.  Fran- 
cesco; però  nel  1796  fluì.  L'imperatore 
fu  due  volle  in  Pavia,  e  nella  seconda  col 
re  e  la  regina  di  Napoli  nel  1785,  men- 
tre nel  i79t  vi  fu  il  successore  Leopol- 
do li.  Nel  1  792  Giuseppe  Berlieri  di  Ce- 
va  agostiniano,  trasferito  da  Como,  che 
lasciò  eredi  l'orfanotrofio  ed  il  semina- 
rio ;  neli8o7,dopo  sede  vacante  Paolo, 
Lamberto  d'Allegre  torinese  di  gran  dot- 
trina, che  si  segnalò  nel  concilio  di  Pa- 
rigi. Dopo  la  sua  morte  Pio  VII  colle  due 
bolle  Piitcrnac  cliarilatis  sludiuni,  de'  1  (1 
o  20  febbraio  e  de'  1 6  (narzo  1 8  1 9,  Bull. 
Coni.  1. 1 5,  p.  1 76  e  202,  derogò  alle  spe- 
ciali prerogative  del  vescovo  di  Pavia,  lo 
dichiarò  suffraganeo  della  metropoli  di 
Milano,  e  divise  il  titolo  arcivescovile  di 


28  1^  A  V 

Amasia  (che  restato  libero,  nel  i8a4  Leo- 
ne XII  io  conferì  all'amministratore  di 
Lione  Gasloii  de  Pins),  e  nel  i8u3  pre- 
conizzò vescovo  Luigi  Tosi  della  diocesi 
di  jMilano,  al  quale  nel  i85o  Pio  IX  die 
in  successore  mg/ Angelo  Rainazzotli  dei 
missionari  oblati  di  sua  patria  Milano, 
conieiendogli  nello  stesso  concistoro  il 
pallio.  La  diocesi  è  ampia,  e  contiene  75 
parrocchie.  Ogni  nuovo  vescovo  è  tas- 
sato nei  libri  della  camera  apostolica  in 
fiorini  4oo, essendo  le  reudite  scudi32  38, 
gravale  di  qualche  peso. 

Concila  di  Pavia. 

Il  i.°o  parlamento,  fu  tenuto  nel  di- 
cembre 85o  dall'imperatore  Lodovico  li, 
che  vi  assistette,  presieduto  dall'  arcive- 
scovo di  Milano  Angilperto.  Vi  si  fece 
un  capitolo  sugli  aifaii  secolari,  confer- 
mato da  Lotario  I  padre  del  principe; 
25  canoni  sopra  la  disciplina  ed  altre  ma- 
terie ecclesiastiche  e  sui  penitenti.  Diz. 
de'  cono.  :  in  questo,  nel  Labbé  e  in  Ar- 
duino si  leggono  gli  atti  de'  seguenti.  li 
2.°  nel  febbraio  855,  convocato  da  Lo- 
dovico li,  cou  l'autorità  di  Papa  Bene- 
detto IH,  e  r  intervento  di  tutti  i  vesco- 
vi di  Lombardia.  Si  formarono  ic)  arti- 
coli per  togliere  gli  abusi,  fra  i  quali, 
che  i  signori  laici  di  rado  comparivano 
nelle  chiese  maggiori  o  parrocchiali,  ad 
assistere  ai  divini  uffizi.  11  3.°  in  febbraio 
876  da  Ansperto  arcivescovo  di  Milano, 
con  1 7  vescovi  di  Toscana  e  Lombardia, 
ed  il  Papa  Giovanni  Vili  che  vi  fece 
confermare  la  elezione  dell'  imperatore 
Carlo  il  Calvo.  Questi  vi  pubblicò  un  ca- 
pitolare riguardante  la  venerazione  alla 
chiesa  romana,  come  capo  di  tutte  le  al- 
tre, i  diritti  del  sommo  Pontehce,  i  beni 
ecclesiastici  ed  altri  punti  di  disciplina. 
Il  4°  neir877.  11  5.°  nel  997  tenuto  da 
Papa  Gregorio  V,  che  vi  scomunicò  Cre- 
scenzio e  l'antipapa  Giovanni  XVII,  in- 
di venuto  in  Pavia  l'imperatore  Ottone 
HI  lo  ricondusse  in  Roma.  Il  G.'^uel  1° 


PAX 

agosto  IOI2  o  I030  da  Papa  Benedet- 
to Vili,  che  riprovò  la  vita  licenziosa  dei 
chierici,  obbligati  alla  continenza,  e  si 
trattò  degli  schiavi  :  l'imperatore  s.  En- 
rico li  aggiunse  pene  temporali  a  quelli 
che  non  osservassero  i  canoni  statuiti.  Il 
7.°  nel  1046,  di  cui  mancano  gli  alti. 
L'8.°  nel  1 049,  dopo  la  settimana  di  Pen- 
tecoste, da  Papa  s.  Leone  IX,  coi  vesco- 
vi d  Italia  e  delle  Gallie,  in  cui  furono 
dichiarate  nulle  le  ordinazioni  dei  simo- 
niaci. 11  9."  nel  1062  contro  l'antipapa 
Onorio  lì.  Il  10.°  nel  1076,  o  concilia- 
bolo di  vescovi  scismatici  partigiani  del- 
l'imperatore Enrico  IV,  che  osarono  sco- 
municare s.  Gregorio  VII  Papa.  L'i  i." 
nel  i  i5c).  Il  I  2.°,  conciliabolo  deli  160, 
tenuto  a'  5  febbraio  dall'imperatore  Fe- 
derico I  contro  Papa  Alessandro  IH,  e 
dagli  arcivescovi  e  vescovi  scismatici,  5o 
circa  ,  oltre  gli  abbati ,  per  riconoscervi 
l'antipapa  Vittore  IV  o  V,  il  quale  fu  con- 
dotto solennemente  per  la  città.  Questo 
falso  concilio  dichiarò  contumaci  Ales- 
sandro HI  ed  i  suoi  fautori,  per  non  es- 
servi intervenuti.  Narra  il  Rinaldi  all'an- 
no 1  176,-  n.°  12,  che  Alessandro  IH  e- 
resse  iu  sede  vescovile  Alessandria  edifi- 
cata in  suo  onore  dalla  lega  lombarda, 
ed  umiliò  Pavia  divenuta  sede  di  scisma- 
tici, privando  il  vescovo  della  croce  e  del 
pallio.  Il  i3.°nel  14^3,  secondo  il  de- 
cretato di  Martino  V  nel  concilio  di  Co- 
stanza. Essendo  generale,  il  Papa  vi  man- 
dò tre  legati  ;  se  ne  fece  l'  apertura  in 
maggio, essendovi  i  deputati  di  Francia, 
Alemagna  ed  Inghilterra  ;  ma  penetrala 
la  peste  nella  città,  indusse  i  presidenti 
del  concilio  a  trasferirlo  a  Siena  a'  22 
giugno,  e  Martino  Vacconsenf;  alla  tras- 
lazione, ma  ebbe  luogo  iu  Basilea. 

PAX,  Pace. Sul  Pajc  tecaiii  e  sul  Pax 
vohis  o  volìiscuììiy  parlai  a  Deo  grati as, 
in  vece  del  quale  prima  si  rispondeva 
nelle  epistole  degli  apostoli,  come  prati- 
cano i  greci  ;  non  che  a  Page,  Pace  del- 
la messa,  Co:^ER.viAzioxE§  IV,  nella  qua- 
le il  vescovo  crcsiinaate  dice  il  Pax  te- 


PAZ 

rum,  quale  augtirio  di  pnce,  per  aver 
conseguilo  il  cresimato  la  pienezza  ilella 
giaria,  come  ert'elto  del  sagramerito,  le- 
slatido  avvertito  col  leggiero  tocco  sulla 
{guancia,  di  dover  comportare  in  pace  e 
rassegnazione  le  ingiurie,  percosse  e  [ler- 
•secuzioni,  ad  imitazione  e  per  amore  di 
Gesù  Cristo.  Dice  il  Macri  che  il  salu- 
to P^x  i'obis,  fu  ordinato  da  Cristo  ai 
suoi  discepoli;  e  che  si  tralascia  nell'av- 
vento, per  non  essere  ancora  disceso  in 
terra,  né  comparso  il  riconciliatore  del 
mondo,  Cristo  nostra  vera  pace;  e  nelsab- 
bnto  santo  per  non  essere  ancora  risu- 
scitalo il  Salvatore,  che  con  tali  parole 
salutò  i  suoi  discepoli.  A  Domijjus  vobi- 
scuM  dissi  come  i  vescovi  in  vece  dicono 
Pax  vobisj  e  anticamenle  Pax  \'ohisciim, 
perchè  si  dice  il  Pax  roZ/Z^,  e  del  saluto 
Pax  huic  doinui. 

PAZIENTE(s.),vescovo  di  Lione.  Ven- 
ne innalzato  a  questa  s,ti\e  qualche  tempo 
avanti  il  \'}o,  e  secondo  alcuni  autori,  po- 
co' tlopo  la  morte  di  s.  Eucherio,  che  av- 
venne nel  \^)0.  il  suo  zelo  non  si  ristrin- 
se alla  provincia  di  cui  era  niefropolila- 
no,  ma  abbracciò  tutta  la  (jallia  ;  alzò 
nuove  chiese,  rislaurò  od  abbelPi  le  an- 
tiche, enutrì  quellich'erano  nell'indigen- 
za. Le  sue  cure  e  i  suoi  discorsi  conver- 
tinjMO  molli  eretici  eguadagnarononuo- 
vi  figli  alla  Chiesa,  fra  cui  i  borgognoni, 
ch'erano  quasi  barbari  ed  infetti  degli  er- 
rori di  A  rio  e  di  Fotino.  Assicura  s.  Sido- 
uio  Apollinare,  ch'egli  possedeva  tutte  le 
\irtìi  episcopali,  e  dice  non  sapere  se  do- 
Tesse  più  in  lui  ammirare  lo  zelo  per  la 
gloria  di  Dio^  o  la  carila  verso  i  poveri. 
L'opinione  più  comune  è  che  morisse  ver- 
so l'anno  4Boj  ed  è  menzionato  nel  marti- 
rologio romano  il  gioino  I  I  di  settembre. 
PAZAL^^lNYni  Pjtjasz  Pietro,  Cardi- 
7ia/e.Dei  conli  di  Uibano,  nacque  a  Vaia- 
diuo neh' Ungheria,  da  una  delle  primarie 
famiglie,  indi  vesù  l'abito  dei  gesuiti,  tni 
i  quali  dopo  aver  in-;egnato  nelle  pubbli- 
che scuole  la  filosofia  e  la  teologia,  da- 
tosi con  lervorc  all'esercizio  delle  mi'isio- 


P  A  Z  29 

hi,  ebbe  tutto  l'agio  di  sfogar  il  suo  zelo 
non  meno  nella  coltura  de'  cattolici,  che 
nella  conversione  degli  eretici,  e  di  farsi 
ammirare  pei  suoi  rnri  talenti,  che  ben 
conosciuti  dai  magnati  di  sua  nazione,  0 
singolarmente  dall'  imperatore  Mattia, 
questi  ad  onta  di  sua  singolare  ripugnan- 
za, nel  16  ifi  lo  no  mi  nò  a  rei  vescovo  di  Slri- 
gonia,  e  i.°consigliere  del  di  pai  li  mento  ec- 
clesiastico. Divenuto  cancelliere,  supremo 
segretario,  ed  intimoconsigliere  di  Ferdi- 
nando li, ad  istanza  di  essoii  Papa  Urbano 
YlIIa'  19  novembre  iGsc)  lo  creò  cardi- 
nale prete  di  s.  Girolamo  degli  Suhiavoni, 
ma  non  volle  convenire  che  restasse  suo 
ambasciatore  in  Roma.  L'imperatore  se 
ne  prevalse  a  mantenere  nella  divozione  al- 
la casa  d'Austria  gli  luigheresi,  ed  egli  o- 
peroso  contro  l'eresia  riuscì  a  convertire 
molti  nobili.  Riformò  i  costumi  de'calto- 
lici  ne'4  sinodi  tenuti  nel  1  fiso,  due  nel 
i63o, l'altro  nel  i633,coi  vescovi  di  sua 
provincia,  in  cui  molto  fece  per  la  disci- 
plina del  clero  e  ad  esso  fu  di  edificante 
esempio.  Pel  mantenimento  delle  rifor- 
me introdotte  fondò  in  Presbuigo  uu 
collegio  ai  gesuiti  e  un  monastero  di  s. 
Chiara  con  sufficienti  rendite.  Eresse  in 
Trinavia,  oltre  la  nuova  chiesa  principa- 
le ed  un  convitto  de' poveri,  nel  1619 
una  celebre  università,  che  pose  sotto  il 
patrocinio  di  i\Iaria,  e  fornì  di  sceltissi- 
ma biblioteca,  non  che  due  seminari  per 
la  educazione  della  gioventù  ungherese, 
uno  in  Vienna  nel  1628,  l'altro  in  Tri- 
navia nel  1624,  ove  celebrò  un  concilio 
provinciale  nel  iGag.  Per  l'educazione 
delle  finciulle  fundò  pii  luoghi,  con  ren- 
dite pel  mantenimento.  Fu  leneramenle 
divolo  della  Beala  Vergine,  di  grande 
ingegno,  di  maturo  giudizio,  di  eccellen- 
te letteratura  e  di  robusta  eloquenza.  Co- 
ronò in  Piesburgo  solennemente  Ferdi- 
nando II,  poi  Ferdiiiando  111,  portandosi 
dal  quale,  come  estenuato  da  immense 
fatiche  sostenute  a  gloria  di  Dio,  morì  in 
delta  città  nel  1637,  d'anni  64,  lasciando 
di  verse  opere  teologiche.  Fu  sepolto  presso 


3o  r  A  z 

S.Giovanni  Elemosiniere,  cui  avea  fatto 
costruì  re  prezioso  mausoleo  di  marmo, con 
urna  e  lampada  di  argento.  Al  semplice 
nome  inciso  sulla  tomba,  il  viceré  Esto- 
ras  aggiunse  significante  elogio,  ed  il  ni- 
pote conte  Nicolò  una  statua  di  marmo 
rappresentante  lo  zio. 

PAZZI.  Di  essi  feci  parola  a  Ospiìd  vie 
DI  s.  SriRiTO,  per  lo  stabilimento  ivi  esi- 
stente della  confraternita  istituita  a  pren- 
derne caritatevole  cura  :  e  dei  principali 
manicomii  ne  fo  menzione  ai  luoghi  loro, 
come  Pesaro,  Perugia,  Aversa,  ec,  e  ad 
Alessiani  dissi,  come  quei  religiosi  avea- 
no  per  istituto  l'assistenza  de'pazzi,  men- 
tre col  nodiedi  Pazzi  fu  istituito  nn  or- 
dine equestre.  Della  così  à&iia  festa  de 
pazzi  parlai  in  più  luoghi,  e  ne'  voi.  Vf, 
p.  254,  XXIV, p.  2'24,eXXXI,p.  174- 

PAZZI.  Società  di  cai'alieri.  Fu  isti- 
tuita in  Cleves  nel  i  38o  o  i  38  i ,  nel  gior- 
no di  s.  Rumberto,  da  Adolfo  conte  di 
Cleves  insieme  a  35  signori,  i  quali  do- 
Teano  portare  sopra  i  loro  mantelli  un 
ricamo  rappresentante  la  figura  di  un 
pazzo  vestito  di  piccola  giubba,  con  cap- 
puccio tessuto  di  giallo  e  rosso  con  de' 
sonagli  d'oro,  calze  gialle  e  scarpe  nere, 
ed  avente  in  mano  una  tazza  d'oro  piena 
di  frutti.  Si  radunavano  i  cavalieri  nella 
i."  domenica  dopo  la  festa  di  s.  Michele, 
e  doveano  tutti  trovarsi  all'  asseuiblea, 
tranne  gì'  infermi  e  gli  assenti  oltre  sei 
giornate  da  Cleves.  Tutti  vestivano  con 
abiti  simili,  per  mostrare  l'  amicizia  fra 
■  loro  mantenuta, che  se  alterata,  la  socie- 
tà faceva  di  tutto  per  riconciliare  i  dis- 
sidenti. Venne  stabilito,  che  se  qualcuiìo 
dei  cavalieri  non  portasse  ogni  giorno  la 
figura  del  pazzo  sul  mantello,  sarebbe 
multato  di  3  grandi  lire  tornesi,  le  quali 
sarebbero  date  ai  poveri  per  amore  di 
Dio.  S'ignora  precisamente  ti  fine  di  que- 
sta istituzione,  ed  il  p.  Bonanni  nel  Ca- 
talogo p.  I  I  4  ne  parla,  riportando  l'im- 
magine del  cavaliere,  eque!;  ordims  dicli 
aiuhonim, 

PECCATO.  V.  Penitenza,  Indulgen- 


PEC 

ZA,  Inferno,  Limbo,  Purgatorio,  Para- 
diso, Battesimo,  Pelagiani,  Comanda- 
menti DI  Dio  e  della  Chiesa. 

PECCATORE,  Peccalor.  Questo  li 
tolo  è  frequente  nelle  antiche  carte  ed  i- 
scrizioni,  come  avverte  il  Du  Cange,  in 
Glo<ss.  Per  umiltà  se  lodavano  gli  abbati, 
i  vescovi  ed  altri  personaggi  anche  laici, 
ragguardevoli  ed  esemplari,  nelle  loro 
sottoscrizioni,  massime  i  religiosi,  così  le 
monache. 

PECCENA.  Sede  vescovile  armena, 
sotto  il  patriarcato  di  Sis.  Orieiif  christ. 
t.  I,  p.  i44i. 

PECHIA.  Metropoli  della  diocesi  di 
Sfi-i'ia  (^.),  ed  antica  capitale  del  regno 
di  Rascia  edi  Servia.  E  situata  sulle  fron- 
tiere dell'  Albania,  ed  il  primate  di  Ra- 
scia vi  faceva  la  sua  residenza. 

PECORARIA  Jacopo,  Cardinale. 
Della  nobilissima  famiglia  detta  Pecora - 
ria  da  un  feudo  che  possedeva  nella  val- 
le Pecoraria  del  territorio  piacentino  , 
nacque  in  Piacenza.  Fino  dalla  tenera  età, 
sprezzate  le  vanità  del  mondo,  lutto  si 
dedicò  a"  Dio,  e  fu  successivamente  chie- 
rico di  s.  Donnino, arcidiacono  di  Raven- 
na, e  nel  12  i5  passatoio  Francia  profes- 
sò la  regola  de'cisterciensi.  Peifezionato 
nella  monastica  disciplina  e  nelle  scien- 
ze, fu  eletto  abbate  delle  TreFontane  di 
Roma.  Onorio  III  lo  fece  |)enitenziere  , 
cappellano  o  uditore  di  rota,  impiegan- 
dolo in  alfari  di  somma  importanza.  Gre- 
gorio IX  nel  I23i  o  nel  1234I0  creò 
cardinale  vescovo  di  Palestina,  e  lo  spe- 
dì in  Lombardia  a  pacificare  i  popoli  guer- 
reggiatiti, ove  gli  riuscì  d'  ijn[ìedire'  una 
tremenda  ballaglia.  Rimandatovi  dal  Pa- 
pa |)er  islabilire  perpetua  concordia  tra 
i  lombardi  e  Federico  I!  ,  questo  lo  ri- 
tenne alcun  tempo  prigione,  indi  consa- 
grò la  chiesa  di  Borgo  s.  Donnino.  Con 
pari  lustro  e  decoro  sostenne  la  legazio- 
ne di  Ungheria,  in  cui  prosciolse  dall'in- 
terdetto il  re  Andrea  11.  Nella  legazione 
di  Toscana  pacificò  i  fiorentini  coi  sene- 
si. Tornato  in  Rouia  ne  fu  fatto  vicai  io, 


PF.  D 

ed  allora  o  piima  strinse  tenern  amici- 
zia con  Visconti, poi  Gregorio  X,  clic  lo 
fece  suo  tuaggioidomo  ed  intimo  mini- 
stro. Indisi  recò  legalo  in  Ispagnae  Fran- 
cia contro  gli  albigesi,pei  (juali  promul- 
gò una  crociala  con  felice  successo,  ricon- 
ciliando colla  Chiesa  il  contedi  Tolosa.  In 
Senlis  convocata  un'assemblea  di  vescovi, 
oUenne  dalle  loro  rendile  la  vigesima  a 
favore  del  Papa,  per  la  guerra  con  Fe- 
derico II,  ma  nel  \ii\i  imbarcatosi  con 
due  altri  legati  ,  vescovi  e  abl)ali  sopra 
legni  genovesi  perrecaisial  concilio  La- 
teranense  intimalo  da  Gregorio  IX,  fu- 
rono impiigionali  dai  genovesi  e  pisani 
fautori  di  detto  imperatore,  ed  egli  ven- 
ne condotto  in  duiissimo  caicerc  in  A- 
nialJj  ;  liberato  dopo  due  aimi  ad  istan- 
za dell'imperatore  Baldovino  li  e  del  sa- 
cro collegio,  fu  anzi  legfdaloda  Federico 
II,  che  nell'alto  di  licenziailo  il  richiese 
di  sua  amicizia, ed  egli  rispose,  che  lo  sa- 
rebbe, finché  egli  lo  fjsse  colla  Chiesa. 
Anche  Innocenzo  IV  lo  dichiarò  vicario 
di  Ptoma  quando  passò  in  Francia,  aven- 
do concorso  alla  sua  elezione,  ed  a  rpiel- 
la  di  Celestino  IV  .  per  la  cpiale  ebbe  il 
permesso  di  uscire  dalla  prigione  e  [)oi 
vi  ritornò.  In  Paliano  fondò  un  mona- 
.stero  di  cisteiciensi,  assegnando  loro  la 
chiesa  di  s.  Pietro,  che  dotò  di  copiose 
rendite.  Dopo  aver  dottamente  predica- 
to nella  basilica  Vaticana  perla  festa  li- 
tolare, chiuse  piamente  i  suoi  giorni  in 
Roma  nel  124^,  con  estremo  dolore  del 
A'isconli.  che  da  vicino  iieavea  ammira- 
lo l'edificanti  virtù  e  sapere,  ed  era  stato 
suo  patrono  e  mneslio.  Il  venerando  di  lui 
corpo  fu  trasferitoa  Chiaravalle  in  Fran- 
cia, luogo  del  suo  noviziato,  e  posto  presso 
quello  di  s.  Malachia  vescovo,  con  degno  e 
magnifico  elogio;  una  parte  del  suo  capo 
fu  riposta  nella  cattedrale  di  sua  patria. 
PEDE^ìA  ,  Petiiiuni.  Città  vescovile 
dell'Istria,  nel  governo  di  Trieste,  a  12 
miglia  da  Piovigno  e  22  da  Pola,  sopra 
una  montagna  presso  il  fiume  Arsia,  chia- 
uiata  ancora  Pisino ,  Cominada   e   Di- 


P  E  n  3  I 

heìi.  Confina  coi  croati,  non  che  col  mor- 
lacclii  di  origine  slava  o  espulsi  dalla  lo- 
ro pallia  dai  turchi, che  in  generale  pro- 
fessano la  religione  greca.  La  sola  par- 
rocchia della  cillà  è  la  cattedrale,  dedi- 
cata alla  B.  Vergine  e  a  s.  Niccforo  marti- 
re, vescovo  e  patrono  della  città  e  diocesi, 
il  cui  corpo  ivi  si  venera  insieme  ad  al- 
tre insigni  reliquie  :  è  iiiliziata  da  4  ca- 
nonici, e  prima  eravi  la  dignità  dell'ar- 
cidiacono, indi  divenne  concaltedrale  di 
Gorizia.  Plinio  celebrò  i  vini  di  Pucinum 
volifarmenle  Prosecco.  La  diocesi  è  ri- 
Sheila;  contava  i4  paiiocchie,  e  un  mo- 
nastero di  religiosi  di  s.  Paolo  i."  eremi- 
ta nel  santuario  di  s.  IMaria  aLago,  di- 
\eise  confraleinile,  ed  il  cimitero  di  s. 
Michele  suburbano  :  vi  si  celebrava  in 
illirico.  La  mensa  pagava  100  fiorini  di 
tassa,  ed  anlicamenle  era  buona  :  sotto 
Clemente  VII,  l'arciduca  d'Austria  Fer- 
dinando, cui  spellava  presentare  il  ve- 
scovo, gli  attribuì  il  monastero  di  s.  Pie- 
tro in  Selva.  La  sede  vescovile  fu  istitui- 
ta nel  VI  secolo,  sufliMganea  del  patriar- 
ca di  Aquileia,  che  soppresso  da  Bene- 
detto XIV  nel  17.52, erigendo  Gorizia  in 
arcivescovato,  a  questo  la  sottopose.  Ne 
fu  I ."  vescovo  Marziano,  che  nel  079  fu 
al  sinodo  del  patriarca  Elia;  indi  gli  suc- 
cessero ,  Uisiniano  o  Uisicino  ,  che  nel 
6rq  intervenne  al  concilio  romano  di  Pa- 
pa s.  Agatone,  quindi  s.  Niceforo  confes- 
sore, il  cui  corpo  si  venera  in  Omagio, 
castello  marittimo.  Fredeberto,  che  fu  nel 
q35  alla  consagrazione  della  cattedrale 
di  Parenzo;  Woldai  ico,  mentovalo  nella 
donazione  falla  nel  loBi  ai  canonici  dal 
patriarca  Poppo.  Dopo  lunga  sede  vacan- 
te fiorì  Federico  del  i  i  74,  ed  i  registra- 
ti udì' Italia  sacrai]]  Uglielli  t.  5,  p.  469, 
e  l.  io,p.  822,6  nelle  Notizie  di  Roi/i a. 
L'ultimo  del  1766  fu  Aldi  ago  Antonio 
de  Piccai  di  triestino,  morto  il  quale  nel 
i-SG  non  ebbe  successore,  e  la  sede  fu 
riunita  a  Gorizia. 

PEDERODIANA.  Sede  vescovile  del- 
la BizHceua  neU'.AfVica  occidentale. 


32  PED 

PEDICINI  Carlo  Maria,  Cardinale. 
Nacque  in  Ijenevcntoa's  novembre  1 7G0, 
cle'nìaichesi  Pediciui,  donde  portatosi  in 
lioma  vi  fece  f^Ii  studi ,  ed  ammesso  in 
prelatura,  dopo  di  aver  servito  la  s.  Se- 
de  in  diversi  carichi.  Pio  VII  lo  promos- 
se a  segretario  di  propaganda,  al  modo 
che  dissi  nel  voi.  XVJ,  p.  260,  ed  a'  io 
marzo  1823  lo  creò  cardinale  prete,  con- 
ferendogli per  titolo  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Via,  dacui  passò  a  quello  di  s.  Ma- 
lia della  Pace.  Leone  Xll  lo  fece  prefet- 
to dell'immunità  ecclesiastica;  Pio  Vili, 
segretario  dei  memoriali,  prefetto  dei  ri- 
ti e  vescovo  suburbicario  di  Palestri- 
na  ;  Giegorio  XVI ,  prefetto  di  propa- 
ganda, vice-cancelliere  e  commendatario 
della  basilica  di  s.  Lorenzo  in  Damaso  , 
ed  a'  i4  dicembre  1 84o  lo  trasferì  al  ve- 
scovato di  Porto,  s.  Rufiìna  e  Civitavec- 
chia, essendo  divenuto  sottodecano  del 
sacro  collegio,  come  riportai  in  molti  ar- 
ticoli. Veniie  annoverato  ad  i  i  congre- 
gazioni cardinalizie;  ebbe  molte  protet- 
torie  di  sodalizi,  chiese,  congregazioni  le- 
ligiose,  dell'ordine  betlemmitico,  di  al- 
cune terre  dello  stato  pontificio,  e  fu  com- 
protettore di  sua  illustre  patria.  Inter- 
venne ai  conclavi  per  le  elezioni  di  Leo- 
ne XII,  Pio  Vili  e  Gregorio  XVI,  e  do- 
po breve  malattia  passò  al  riposo  dei  giu- 
sti, munito  di  tutti  i  conforti  della  reli- 
gione, in  Roma  a'  i  q  novembre  1 843,  di 
anni  83  passali.  Nella  sua  chiesa  di  s.  Lo- 
renzo furono  celebrate  le  esequie,  ed  ivi 
fu  tumulato  in  mezzo  alla  chiesa,  con  o- 
uorevole  iscrizione,  siccome  pio,  integer- 
rimo, ordinato  in  tutte  le  sue  azioni,  a- 
uiorevole  pastore,  eretta  affettuosamen- 
te da  Luigi  de  Gregori  suo  maestro  di 
camera. 

PEDREDAN.  Luogo  d'Inghilterra,  in 
cui  fu  tenuto  nel  1071  un  concilio  per 
la  nomina  di  alcuni  vescovi.  Labbc  t.  1 1; 
Arduino  t.  G;  Augi.  t.  i. 

PEDUmO  o  PAVINO  (s.),  abbate 
nel  Maine.  Nato  nel  IMaine,  abbandonò 
il  mondo  in  gioventù  per  consacrarsi  a 


PEK 

Dio  nel  ritiro.  Fu  priore  del  monastero 
di  s.  Vincenzio  presso  Mans,  eretto  dal 
vescovo  s.  Domnolo.  Egli  accoppiava  ad 
una  eminente  santità  una  rara  facondia, 
per  cui  i  suoi  discorsi  riportavano  sem- 
pre copiosi  frutti.  S.  Domnolo,  dopo  a- 
ver  fabbricato  un  monastero  con  uno 
spedale  in  onore  della  B.  Vergine,  tra  il 
fiume  della  Sarta  e  la  terra  di  Beaugc, 
vi  mandò  de'religiosi,  di  cui  volle  che 
Peduino  fosse  superiore  col  titolo  di  ab- 
bate. Esso  governò  con  vigilanza  e  zelo, 
dando  insigni  provedi  carità  e  di  pazien- 
ta. Mori  verso  la  fine  del  VI  secolo,  ai 
i5  di  novembre,  ed  è  nominato  in  tal 
giorno  nel  martirologio  di  Francia  ed  in 
quello  de'  benedettini. 

PEGUA  o  PEGA  (s.),  vergine.  Di- 
scendente dai  re  di  Mercia,  si  separò  dal 
niotido  per  menare  vita  penitente,  riti- 
randosi nel  luogo,  che  fu  poi  detto  dal 
suo  nome  Peagkirk  ePekirka,  cioè  chie- 
sa di  Pegua.il  quale  è  un  villaggio  nella 
contea  di  Northampton.  Era  sorella  di  3. 
Gullaco,  celebre  eremita  del  Croyland, 
dopo  la  morte  del  quale,  verso  il  7  19,  si 
recò  a  Roma,  e  quivi  inoiù.  S.  Pegua  era 
protettrice  dell'abbazia  di  Pegeland,  che 
s.  Odoardo  confessore  unì  a  Croyland.  La 
sua  festa  è  segnata  il  giorno  8  di  gennaio. 

PEKIINO  {Pekinen).  Città  con  resi- 
denza vescovile  nella  Cwa  (/^.),  capitale 
di  quell'immenso  impero  celeste  e  della 
Cina  propriamente  detta,  capoluogodel- 
la  provincia  di  Tchi  li  o  Ci-li  e  del  di- 
partimentodi  Chun-thian  o  Sciuu-thian, 
nel  nord-est  della  Cina,  a  i85olegheda 
Parigi,  i4oo  da  Pietroburgo,  730  da 
Calcutta  ne\ìe  Indie  orientali  [f-^.],  e  12 
dalla  gran  muraglia,  sopra  le  due  spon- 
de del  fiuniicello  In-ho,  che  va  a  gettar- 
si nel  Pay-hoj  tributario  del  golfo  Tchi- 
li  formato  dal  mar  Giallo.  Si  compo- 
ne Pekino  di  due  città,  la  più  setten- 
trionale delle  quali ,  chiamata  Ring- 
tchhing  0  ciltà  della  Corte,  forma  (piasi  un 
quadrato  perfetto;  e  la  più  meridionale 
nonunala  Vai-tchhing  0  Vai-Io  tchhing 


PEK 

o  città  esterna ,  o  semplicemente  bor- 
go del  sud,  ha  la  figura  di  un  quatliila- 
tero  rettangolo  allungato,  ed  è  alquanto 
ii)inore  della  prima.  Tra  i  diversi  calco- 
li della  circonlerenza  delle  due  città  ,  il 
più  probabile  è  ch'essa  sia  di  circa  6  le- 
ghe, senza  i  i?.  sobborghi.  La  città  del- 
\i\  Corte  è  cinta  di  muro  guarnito  con 
merli,  alto  quasi  4o  piedi  e  21  di  gros- 
sezza. Le  mura  della  città  meridionale 
sono  più  piccole  e  più  semplici,  cornale 
altre  città  cinesi.  Le  porte  di  Pekino  so- 
no 16,  ciascuna  con  piazza  d'armi  innan- 
zi cinta  di  muro:  sopra  ogni  porta  vi  è 
ini  padiglione  guarnito  di  artiglieria,  e 
iiegrinicrvalli  di  essisonovi  toriicellequa- 
drate.  Lna  fossa  ricinge  le  mura  ,  con 
ponticello  innanzi  ad  ogni  porta.  Giace 
Pekino  in  pianura  ,  e  pare  in  mezzo  ad 
una  (olla  selva,  pei  giardini  e  boschetti 
attinenti  ai  cimiteri,  e  per  gli  alberi  pian- 
tali a  viali  presso  ai  conventi  ed  ai  vii- 
laggi  propinqui.  11  suo  aspetto  bizzarro 
e  gigantesco  impone,  e  corrisponde  al- 
l'idea della  capitale  di  un  grande  impe- 
ro; ma  nell'interno  svanisce  la  grandez- 
za, tranne  le  singolarità  che  si  presentano 
agli  occhi  europei.  Le  strade  sono  detur- 
pale da  case  male  livellale  o  rovinose: 
la  più  bella  chiamasi  Tchbangankiai  o 
larga  \'ia  della  tmnqidllilà.  Le  strade  non 
s'illuminano,  uè  sono  lastricate,  essendo 
solido  il  suolo;  sono  intersecate  da  poz- 
zi e  sporche.  Le  case  hanno  un  piano,  ed 
altre  il  solo  pianterreno,  di  mattoni.  Le 
botteghe  sono  dipinte  e  dorate,  ben  for- 
nite di  oguimercanzia, ed  alcune  con  ter- 
razzi di  fiori  e  di  arbusti.  Le  case  che  non 
ne  hanno  sono  fabbricate  in  una  corte  cin- 
ta cV  alla  muraglia,  con  tegole  colorate 
grigie  o  rosse,  mentre  gialle  sono  quelle 
dei  templi  e  dei  fabbricati  imperiali,  ver- 
di quelle  de'palazzi  dei  grandi. 

La  parte  più  notabile  di  Pekino  è  la 
città  della  Corteo  città  imperiale,  così  de- 
iiorainata  perchè  contiene  il  palazzo  del- 
l' imperatore,  nella  parte  delta  città  sa- 
£i\i  r<?55rtj- questa  e  le  altre  due  parli  so- 

VOL.  Uh 


PEK  33 

no  cinte  di  forte  muraglia  merlala.  Il  pa- 
lazzo imperiale  è  un  prodigioso  ammas- 
so di  fabbricati  e  di  corti,  di  cui  la  eslen- 
sione  forma  il  merito  principale;  nondi- 
meno l'oidine  regolare  di  sale  immense, 
la  simmetria  delle  gallerie  e  porticati,  la 
forma  bizzarra  dei  tetti,  i  padiglioni  sor- 
montati da  palle  dorate,  le  colonne  ca- 
riche di  ornamenti,  la  ricchezza  delle  pit- 
ture e  dorature  formano  un  complesso 
che  non  manca  di  magnificenza.  L'inter- 
no degli  apparlamenli  è  semplice.  Parec- 
chi edifizi  sono  destinati  ai  ministri,  pel 
tempo  che  passano  alla  corte.  Gran  par- 
te del  recinto  impellale  è  occupato  da 
vaste  campagne  e  giardini,  laghi  artefat- 
ti, passeggi  deliziosi,  padiglioni,  chioschi 
circondati  d'alberi  sulle  eminenze,  ed  il 
lutto  forma  un  soggiorno  incantevole  : 
nell'isola  di  uno  d^^i  loghi  è  la  pagoda, 
o  adoralorio  degl'  idoli  Pe-ta,  pei  mon- 
goli luogo  di  divozione.  Gli  edifizi  di  Pe- 
kino di  maggior  apparenza  sono  gli  ar- 
chi trionfali  ,  che  adornano  la  principal 
parte  delle  strade  e  piazze,  eretti  a  perpe- 
tuar la  memoria  di  qualche  nome  distin- 
to o  notabile  avvenimento.  I  templi  per 
la  più  parte  vanno  adorni  di  colonne  e 
coperti  di  superbi  tetti  di  marmo  bianco, 
essendone  grandissimo  il  numero:  i  più 
rimarchevoli  sono,  quello  di  Fo,  il  più 
vasto  e  magnifico;  quello  abitato  dal  i.° 
dei  tre  gran  sacerdoti  della  religione  la- 
maica  ;  quello  degli  antenati  della  dina- 
stia Manciù  oìMantsciura.  Nella  città  del- 
la Corte  imponente  è  Tedifizioportoghe- 
se,  convento  0  tempio  del  mezzogiorno; 
sono  rimarchevoli  la  corte  rus«a  ed  il  con- 
vento della  Purificazione  coi)  bei  giardi- 
ni ;  così  la  chiesa  di  Nostra  Donna  del- 
l'Assunzione,  dipendente  da  detto  con- 
vento ;  l'antica  casa  dei  gesuiti  fiaucesi, 
ove  fecero  passare  il  meridiano  di  Peki- 
no ;  l'antica  casa  di  s.  Giuseppe  era  abi- 
tata dai  gesuiti  di  diverse  nazioni,  incen- 
diata nel  1812.  Della  celebre  Campana 
di  Pekino,  feci  meuzionea  quell'articolo. 
Fra  eli  slubilimenli  delle  scienze  de- 


34  PEK 

stinali  all'istruzione,  sono  da  citare:  l'os- 
servatorio  imperiale  fabbricato  nel  1279, 
checonliene  gli  strumenti  astroiiomici  co- 
struiti verso  il  fine  del  secolo  XVII  sot- 
to la  direzione  dei  gesuiti,  per  ordine  di 
Khang-bi,  e  quelli  che  il  re  d'Inghilter- 
ra donò  all'imperatore  nel  1793;  il  col- 
legio imperiale,  nel  quale  professori  in 
gran  numero  inseguano  la  rettorica  ci- 
nese, ed  in  cui  l'imperatore  va  a  presen- 
tare i  suoi  omaggi  a  Confucio ,  come  a 
maestro  e  dottore  della  nazione  ;  pareo- 
rhie  scuole  di  lingua  manciù  e  cinese  e 
della  lingua  russa;  lo  stabilimento  dei 
letterali  che  aspirano  ai  gradi;  un  mo- 
nastero con  più  di  3oo  lama  del  Thibetj 
the  insegnano  le  lingue  tibetana  e  lan- 
guto,  la  teologia  tibetana,  la  dottrina  di 
Fo,  le  matematiche,  la  medicina,  la  ret- 
torica ed  altre  scienze;  la  casa  pubblica 
di  educazione,  fondata  nel  1622,  e  lar- 
gamente dotata.  Vi  sono  bagni  pubbli- 
ci, parecchi  stagni  con  pesci  dorali,  tea- 
tri ove  ogni  giorno  si  rappresentano  com- 
medie e  tragedie,  copiosi  pubblici  granili. 
Pekino  consuma  molto  e  poco  produce, 
laonde  è  quasi  nulla  1'  industria;  tutta- 
via sonovifabbrichedi  maioliche  e  di  ve- 
tri colorati,  taglio  di  pietre  preziose, edu- 
cazione di  bachi  da  seta.  Dalle  provincie 
meridionali  e  da  Canton  giungono  con- 
tinuamente gli  oggetti  che  bisognano: 
immenso  è  il  concorso  di  mercanti  e  di 
viaggiatori,  e  quasi  tulli  i  luoghi  presen- 
tano una  fiera  continua.  Vi  sono  in  gran 
numero  case  di  prestito  ;  non  manca  di 
importanza  il  commercio  di  libri,  massi- 
me di  storia,  che  escono  dalla  stamperia 
imperiale,  la  quale  ogni  due  giorni  pubbli- 
ca una  gazzetta  contenente  i  più  impor- 
tanti awenimeuti  dell'impero.  In  Pckino 
hanno  sede  ìG  consigli  o  tribunali  sovrani 
liell'impero,  cioè  degl'impieghi^  delle  fi- 
nanze, dei  riti,  delle  pene,delle  opere  pub- 
bliche e  della  guerra,  oltre  allri  secon- 
dari tribunali;  fra  questi  si  distinguono 
quelli  de'principi  che  regola  tultociòclie 
riguarda  la  famiglia  imperiale,  dc'ccnso- 


PEK 

ri  dell^impero  o  polizia  ch'è  attivissima 
e  severa  ,  e  degli  all'ari  esteri.  Tutte  le 
maggiori  striide  sono  guernile  di  corpi 
di  guardia,  i  cui  sohlali  vanno  continua- 
mente in  ronda  :  numerosa  è  la  cavalle- 
ria destinala  a  vegliare  sulle  porte.  Vi 
sono  trombe  pegl'incendicon  tutti  gli  at- 
trezzi ,  moschee  pei  mussulmani  lurke- 
slani  ivi  residenti,  sotterranei  per  circa 
5o,ooo  iiidigenli.  Il  popolo  amai  diver- 
timenti un  po' tumultuosi  e  con  avidità 
si  affolla  intorno  ai  giocolieri  e  comme- 
dianti ambulanti;  ma  la  folla  sparisce  al 
passaggio  dell'imperatore,  cui  non  è  per- 
messo ai  semplici  cittadini  di  mirare.  Le 
donne  escono  di  rarissimo  e  col  volto  co- 
perto, non  potendo  camminare  pei  piedi 
compressi,  tranne  le  mantsciure,  che  u- 
sano  grosse  scarpe.  Il  clima  di  Pekino  e 
sano,  rare  l'epidemie;  l'autunno  è  la  sta- 
gione più  piacevole. 

Pekino,  Pe-king  o  De-dsing,  cor(e  del 
nord,  o  Ring-sse,  la  capitale,  fu  fonda- 
ta nel  1267  da  Rhubilai  nipote  diGin- 
gis-kan  ,  presso  altra  grande  città  fìib- 
bricata  da  uno  dei  primi  imperatori  del- 
la dinastia  Tchu,  parecchi  secoli  avanti 
r  era  nostra.  11  gran  kan  portò  questa 
città  in  un  altro  sito  sul  medesimo  fiu- 
me, perchè  gli  astrologhi  lo  avvertirono 
che  l'impero  celeste  eia  minacciato  da 
congiura.  Si  chiamava  con  nome  mon- 
golo Cambalù ,  o  città  imperiale,  in  ci- 
nese Ta-tu,  grande  capitale.  Era  di  for- 
ma quadra  con  vie  e  piazze  ben  livel- 
lale e  guarnite  di  belle  case.  La  dinastia 
mongola  d'Yuan,  da  Khubilai  fondata, 
continuò  a  risiedere  in  questa  città  sino 
alla  sua  espulsione  dalla  Cina  nel  1367. 
Il  3.°  imperatore  della  dinasti  a  cinese  dei 
IMing,  Yung-lo,  lasciò  nel  kj^i  la  sua 
capitale  Nankin  {V.),  e  venne  a  stabili- 
re la  corte  a  Pekino,  che  da  quel  tem- 
po mai  cessò  di  essere  la  capitate  della 
Cina  :  la  fece  rifabbricare,  l'abbellì  di  nuo- 
vi edifizi  e  la  cinse  di  nuove  mura.  La 
dinastia  manciù  omaulsciuradeiTb&ing 
cioè  Cini,  vi  si  stabilì  verso  la  metà  del 


PER 
secolo  XVIIj  e  tuttora  regna  con  isplen- 
doie.  Pekino  è  la  città  più  popolata  del 
mondo,  sebbene  non  si  abbiano  dati  certi 
di  sua  popolazione,  la  quale  alcuni  au- 
tori con  esagerazione  fecero  ascendere  a 
parecchi  milioni,  ed  altri  caddero  nel- 
J' eccesso  opposto:  compresa  quella  dei 
sobborghi,  il  p.  Gaubil  la  valutò  due  mi- 
lioni, e  JMacarthy  a  trejessaè  principal- 
mente composta  di  manciù  o  mantsciu- 
ri  e  di  cinesi,  le  cui  religioni  sono  domi- 
nanti, ed  hanno  templi.  A  Ci^a  e  ad  In- 
die ORIENTALI  parlai  della  introduzione 
del  cristianesimo  nella  Cina  e  suo  impe- 
ro ,  che  pel  primo  si  attribuisce  all'a- 
postolo s.  Tommaso,  e  se  esistesse  nei  se- 
guenti secoli,  (ìnchè  nel  iSi'j  fu  ravvi- 
vato dai  portoghesi  e  castigliani,  poi  dai 
domenicani;  tuttavia  ai  gesuiti  si  dà  la 
gloria  della  più  efilcace  e  stabile  intro- 
duzione nella  metà  del  secolo  XVI,  e  del 
successivo  incremento  anche  in  Pekino 
e  Nankin,  solTrendo  purè  nella  prima  di- 
verse persecuzioni  ed  espulsioni  ;  ma  nei 
primi  anni  del  XVII  vi  si  poterono  sta- 
bilire a  segno  ,  che  furono  considerati  i 
fondatori  di  questa  chiesa.  A  Martiri  del- 
la ChVA  parlai  di  quelli  dal  secolo XVI  al 
decorso, con  analoghe  nozioni.  Nel  descri- 
vere l'istituzione  della  sede  vescovile  di 
Pekino  aggiungerò  poi  le  notizie  eccle- 
siastiche più  recenti. 

Alessandro  Vili  nel  1689, ad  istanza 
del  re  di  Portogallo,  istituì  la  sede  ve- 
scovile di  Pekino,  che  prima  era  con  tut- 
ta la  Cina  nella  giù  riedizione  ordinaria 
di  Macao  (^.),  dichiarandola  sulFraga- 
nea  di  Goa  (^.),  per  quei  molivi  che  ri- 
poilai  a  tali  articoli  e  ad  Ixdie  orienta- 
li, in  un  ad  analoghe  notizie  anlerioii  e 
posteriori,  accennate  a  Nankin. parlando 
degli  smembramenti  delle  due  immense 
diocesi,  fatti  da  Innocenzo  XII  quando 
le  sottopose  ai  vicari  apostolici  da  lui  i- 
stituiti;  imperocché  la  provincia  di  Pe- 
kino componevasi  di  i35  città  e  4  "^i'* 
lioni  di  anime, equella  di  Nankin  di  i  io 
città  e  intorno  a  io  milioni  di  abitau- 


PEK  35 

ti,  essendovi  per  imperiale  editto  libera 
la  predicazione  del  vangelo.  Alessandro 
Vili  concesse  la  nomina  del  vescovo  di 
Pekino  al  re  di  Portogallo,  coll'obbligo  di 
sonimiiiistraigli annui  scudi 600.  Il  i." ve- 
scovo di  Pekino  fu  mg/  di  Argoli.  A  que- 
stosuccesse  Bernardino  Della  Chiesa, che 
a'So  novembre  1701  scrisse  alla  congre- 
gazione di  propaganchifide,  di  aver  pre- 
so possesso  della  chiesa  pel  procuratore 
assegnatogli  dalle  pontifìcie  bolle ,  indi 
esservibi  recato:  ad  esso  venne  data  fa- 
coltà sulle  missioni  di  Tarlarla  e  Corea, 
qual  delegato  apostolico  della  s.  Sede.  Do- 
po il  1  700  emersero  gravi  disordini  pei 
liti  cinesi  :  chi  li  sostenne  meramente  ci- 
•vili,  chi  li  riprovò  quali  siqierstizioni.  Di- 
visi i  partiti  e  crescendo  ogni  giorno  i  ma- 
li che  ne  derivavano  ,  Clemente  XI  per 
apporvi  un  rimedio,  nel  giornodi  s.  Tom- 
maso del  1071  consagrò  nella  basilica  Va- 
ticana Touriìon  in  patriarca  d'Antiochia 
e  lo  spedì  nella  Cina  legalo  alale/ e  e  \'ì- 
silalore  apostolico,  il  quale  approdò  nel- 
la Cina  nel  lyoS,  e  nel   1706  fu  ben  ri- 
cevuto a  Pekino  dall'imperatoi-e.  Venu- 
to questi  in  cognizione  della  missione,  lo 
mandò  prigione  in  Macao,  ove  morì,  già 
decoralo  della  dignità  cardinalizia.  Cle- 
menle  XI  nel  17  19  gli  die  in  successore 
Mezzabarba  patriarca  di  Alessandria,  che 
col  breve  Gralitm  fralernilaùi  Uiae,  dei 
So  settembre  1719,  Bull,  de prop.fide, 
Jppcndix  t.  I,  p.  4^9»  raccomandò  al 
vescovo  di  Pekino  Della  Chiesa  :  ma  la 
sua  legazione  riuscì  poco  vantaggiosa,  per 
le  sue  pastorali  stampate  a   Pekino,  co- 
me rilevasi  dalla  costituzione  Ex  quo,  di 
BenedeltoXIV, avendolo  Benedetto XllI 
fatto  vescovo  di  Lodi.  Anche  le  pastora- 
li di  Francesco  vescovo  di  Pekino,  del  6 
luglio  e  28  dicembre   i  788,  meritarono 
disapprovazione,  come  si  legge  dal  breve 
Jpostolicae  soUcìtudinìs^  presso  il  citalo 
Bull.  t.  1,  p.  109,  ed  emanalo  da  Cle- 
mente XIl  a' 26  settembre  1785  dopo 
la  morie  del  vescovo.  Benedetto  X!  V  gli 
sostituì  a'  19  dicembre  1740  Policarpo 


36  PER 

de  Sou7.a  di  Coitìihia  gosuiln  ,  ma  il  9,1 
gl'invio  la  oosliluzione  (^^//<7//;/7t/^/m  i^7V2- 
vitas  ìJìonim,  presso  il  Bull,  de  pi  op.  fi- 
de, ydppcnd.  l.  ■>.,  p.  83,  colla  quale  gli 
prescrisse  di  uiiirormaisi  al  decielalo  da 
Clemenle  XI  sulle  cciiiiioiiie  cinesi.  Gli 
successero  nella  sede  fr.  Gio.  Damasceno 
della  ss.  Concezione  ,  agosliniano  scalzo 
romano  nel  1778,6  fr.  Alessandro  fran- 
cescano del  lerz'ordine  di  E  vora  nel  I  782. 
A  questo  Pio  VII  nel  i8o4  die  in  coa- 
diutore Gioaccliino  de  Senza  Sarai  va  del- 
la diocesi  di  Leiria,  della  congregazione 
della  uìissione,  vescovo  di  Tipasa  in  par- 
tihus.  Per  sua  morte  avvenuta  nel  1818 
restò  la  sede  vacante,  \\  passò  a  risieder- 
ai il  vescovo  di  Nankiu  Gaetano  PiresPe- 
leira,  perchè  non  poteva  slare  nella  sua 
diocesi,  abilitato  dalla  s.  Sede  ad  ammi- 
nistrarla. Finalmente  Gregorio  X^'l  nel 
i838  provvisoriamente  sottrasse  IVkino 
dalla  giurisdizione  metropolitica  di  Goa, 
e  nei  i84o  fece  Giovanni  de  Franca  Ca- 
stro Moura  vescovo  di  Claudiopoli  in  par- 
tibiis  e  amministratore  ajwstolico  della 
chiesa  di  Pekino,  cui  nel  i845  die  in  suc- 
cessore mg."^  Giuseppe  IMarziale  IMouly 
\escovo  di  Fessala  in  parlihus  e  vicario 
apostolico  di  IMongolia.  A  questi  Pio  IX 
nel  1849  assegnò  '"  coadiutore  mg.""  ve- 
scovo in  Abido  in  paitihas.  Al  presente 
Ja  diocesi  di  J^ekino  comprende  la  sola 
provincia  di  Petche-ly,  cui  si  dà  una  po- 
polazione di  28  milioni  di  abitanti,  men- 
tre colle  diverse  sue  parti  furono  da  Gie- 
goiio  XVI  istituiti  vari  vicariati  aposto- 
lici, descritti  a  Indie  orieìvtali.  I  luoghi 
ove  Irovansi  cattolici  sono  i2,cotnpreso 
Pekino  e  la  missione  francese,  ed  ascen- 
dono i  cattolici  a  38, 000,  senza  Cliaoua- 
choang  eh' è  una  celebre  cristianità.  La 
cattedrale  posta  fuori  della  città  era  sta- 
ta presa  dal  governo, essendovi  nella  cit- 
tà oratori!  e  cappelle  private.  Il  clero  si 
componeva  di  8sacerdoti  francesi,  q  por- 
toghesi, 2  francescani  e  7  cinesi.  La  casa 
dei  gesuiti  con  chiesa,  probabilmente  è 
passala  ai  lazzarisli.  11  tescovo  ha  diritto, 


PEL 

come  l'altro  di  Naukin,  di  spedire  i  suoi 
alunni  al  seminario  di  Macao.  In  alcuni 
luoghi  vi  sono  scuole  ;  i  legati  pii  peri- 
lono  nella  persecuzione  ai  nominati  ar- 
ticoli narrata; così  tutti  i  libri  di  religio- 
ne e  gli  attrezzi  della  stamperia:  attesi 
i  gravi  pericoli  non  si  poteva,  pi  ima  del- 
ravveniinento  che  accennerò,  conserva- 
re la  ss.  Eucaristia  in  Pekino.  Quivi  mol- 
te sono  le  vergini.  1  portoghesi  vi  hanno 
nel  convento  chiesa  aitlolica.  Due  ne  han- 
no i  russi,  in  virtìi  del  trattato  de' 1 4  giu- 
gno 1728,  e  summentovate  di  rito  gre- 
co, ma  senza  proseliti  :  il  clero  si  con)po- 
ne  di  IO  individui,  che  si  cambiano  ad 
ogni  IO  anni.  L'aicliimandrita  russo  fa- 
vorì i  cattolici  nella  persecuzione.  Pel 
sommo  zelo  die  Gregorio  XVI  ebbe  per 
l'incremento  delcalfolici>mo  inogni  par- 
ie del  mondo,  meritò  prima  di  morire  di 
conoscere  che  1'  imperatore  aveva  accor- 
data piena  libertà  al  culto  crisliario,  nel 
modo  che  raccontai  alMissioKi  pontificie. 
Le  ultime  notizie  della  Cina  sono  conso- 
lanti, poiché  in  ogni  parte  si  vanno  molti- 
plicando i  cristiani  ;  neconta  70,000  circa 
la  diocesi  diNankino,  ch'è  la  piìi  estesa 
del  celeste  impero,  con  piii  di  3o  missio- 
nari, e  seminario  con  So  alunni  cinesi. 
JVel  voi.  9, serie  2."  i\e^Y\  Annali  delle  scien- 
ze rei.  a  p.  i36,  è  riportalo  il  manifesto 
emanato  agli  11  luglio  i85o  dall'impe- 
ratore della  Cina,  indifesa  dei  missiona- 
ri europei.  Posici  lori  notizie  celeI)rano  il 
giovane  imperatore  favorevole  alla  reli- 
gione cristiana,  e  chi  la  professa  è  suo 
educatore. 

PEL  AG  ALLO  Carlo  Andrea,  Car- 
dinale. Dei  conti  Pelagallo  fermani,  nac- 
que a' 3  I  marzo  174?  hi  lioma  ,  dove 
lo  zio  paterno  Giovanni  (prelato  dottis- 
simo, amico  e  famigliare  di  Benedetto 
XIV,  cui  servì  di  aiuto,  specialmente 
nel  riconoscere  le  frodi  del  giansenismo) 
avea  trasferito  la  famiglia  di  Kicola  di 
lui  padre  e  proprio  fratello.  Informato 
dagli  esempi  d'  un  tanto  zio,  e  falli  i  ego- 
iarn'.cnle  gii  sludi  nel  collegio  romano, 


PEL 

potè  siipenire  in  essi  i  suoi  condiscepoli. 
Dedicatosi  poscia  alla  giurisprudenza  ci- 
vile e  canonica,  pei  progressi  ihc  vi  fece 
si  acffuistò  fama  di  valente  legista.  Quin- 
di Pio  VI  lo  ammise  in  prelatura,  e  pel 
credito  che  godeva  in  dottrina  e  senno, 
Jo deputò  a  comporre  le  controversie  col- 
la Toscana  per  le  acque  della  Cliiana,  ne- 
gozio ch'egli  destiainente  condusse  a  fe- 
lice termine,  come  Io  volle  celebralo  il 
granduca   in   una   iscrizione   marmorea. 
Jl  Papa  lo  destinò  poscia  assessore  del  go- 
verno, indi  uditore  del  tribunale  di  se- 
gnatura e  luogotenente  di   f|uello  della 
camera. Fu  sì  grande  la  sua  rettitudine, 
che  condannò  il  fiateìlo  in   un  giudizio, 
anche  per  deludere  gli  artifizi  dei  legulei. 
hi  seguito  dopo  l'invasione  francese,  me- 
ritò di  essere  fatto  uditore  generale  del- 
la camera  apostolica  da  Pio  VII,  il  qua- 
le a'  i8  dicembre   i8i5  lo  nominò  ve- 
scovo d'  Osimo  e  Cingoli,  e  poco  dopo 
agli  8  marzo  1816  lo  creò  cardinale  pie- 
le  de'  «s.  Nereo  ed  Achilleo,  e  lo  animi- 
se  nelle  congregazioni  cardinalizie  de've- 
scovi  e  regolari  ,  dell'immunità,  dei  ri- 
ti, delle  indulgenze  e  sagre  reliquie.  Nel- 
la sua  diocesi  si  distinse  per   le  benefi- 
cenze, poiché  aprì  un  asilo  agli  invalidi 
e  vecchi,  raccolse  e  provvide  gli  orfani, 
eresse  stabilimenti   di    lavoro  agli  oziosi, 
solendo  dare  copiose  limosine  ai  bisof^no- 
si,  niiissime  nei  calamitosi  anni  1816  e 
1817.  lUdusse  a  molto  migliore,  più  co- 
moda e  decorosa  forma  l'episcopio  e  l'an- 
nessa curia  (ciò  che  altri  attribuiscono  al 
cardinal  Calcagnini),anzi  avea  divisatodi 
edificare  una  nuova  cattedrale  a  pie  del- 
la discesa,  ove  al  presente  sono  le  rimes- 
se e  carceri  vescovili,  destinando  ad  altri 
usi  l'area  della  vecchia  cattedrale,  di  cui 
è  benemerito  l'odierno  cardinal  Soglia, 
per  quanto  vi  ha  operato.  La  mortegli 
impedì  la  effettuazione  dei  suoi  propo- 
nimenti, e  cessò  di  vivere  in  Osimo  d'an- 
ni 76  circa,  a' 6  settembre  1822,   assai 
compianto  come  zelante  pastore  e  per  le 
belle  doti  di  cui  andava  fregiato.  Nella 


P  E  L  37 

cattedrale  furono  celebrati  i  solenni  fune- 
rali, edivi  restò  sepolto. 

PELA  GIÀ  (s.),  vergine  e  martire  di 
Antiochia.  Era  in  età  di  iSanni,  allor- 
ché alcimi  soldati  si  recarono  in  sua  ca- 
sa per  arrestarla  e  condurla  davanti  al 
giudice.  Ella  prevedendo  che  la  sua  ca- 
stità avrebbe  dovuto  sostenere  dei  fieri 
assalti,  salì  sul  tetto  e  si  precipitò  al  bas- 
so, rimanendo  morta  sul  luogo.  Ciò  av- 
venne nel  3  r  r .  La  Chiesa  l'onora  come 
martire,  perchè  attribuisce  la  sua  azione 
ad  un  movimento  particolare  dello  Spi- 
rito santo,  e  perchè  espose  la  sua  vita  per 
conservare  la  sua  castità.  S.  Gio.  Griso- 
stomo  dice  che  s.  Pelagia  avea  nel  cuore 
GesLi  Cristo,  e  che  operò  in  quella  guisa 
per  di  lui  ispirazione.  E'  menzionata  nel 
martirologio  romano  a'9  di  giugno. 

PELAGIA  (s.),  penitente.  Fiorì  nel  V 
secolo  ;  era  commediante  in   Antiochia, 
ricca  e  di  rara  bellezza.  Avendo  un  gior- 
no ascoltato  un  sermone  di  s.  Nonno  ve- 
scovo di  Edessa,  che  trovandosi  allora  ad 
un  concilio  di  Antiochia  ,  predicava  di- 
nanzi alla  chiesa  di  s.  Giuliano  martire 
mentr'essa  passava,  ne  restò  fòrtemente 
commossa.  Finito  il  discorso,  si  recò  dal 
santo  vescovo  per  pregarlo  d'  indicarle 
CIÒ  che  dovea  (àie  per  espiare  i  suoi  pec- 
cati, e  di  disporlaa  ricevere  il  battesimo. 
Ella  distribuì  tutti  i  suoi  beni   a'poveri, 
e  lasciando  il  nome  di  Margherita  ,  col 
quale  era  chiamata  a  cagione  di  sua  bel- 
lezza e  perchè  era  sempre  ornata  di  per- 
le e  di  pietre  preziose,  prese  quello  di  Pe- 
lagia, proponendosi  di  passare  il  resfan- 
te  di  sua  vita  nell'orazione  e  nella  peni- 
tenza.  Ricevuto  il  battesimo  dalle  mani 
di  s.  Nonno,  si  ritirò  a  Gerusalemme,  in- 
di  prese  il  velo  di  religiosa,  e  andò  a  chiu- 
dersi in  una  grotta   sul  monte  Oli  veto, 
ove  consumò  la  sua  vita  penitente.  È  no- 
minata il  giorno  8  di  ottobre  nel  marti- 
rologio romano,  come  nei  calendari  gre- 
ci e  moscoviti. 

PELAGIANI.  Eretici  del  IV  secolo, 
seguaci  di  Pelagio  monaco  inglese,  il  qua- 


38  PEL 

le  cominciò  ad  insegnare  i  suoi  errori  in 
rioma  verso  il  400.  Passò  iu  Africa  con 
Celestio  suo  correligioso  ed  il  più  famo- 
so de' suoi  discepoli,  e  di  là  nella  Pale- 
slina.  Essendo  stalo  denunziato  al  con- 
cilio di  Diospoli,  detto  di  Palestina,  os- 
sia di  Lidda  (f''-),  ivi  condannò  sé  mede- 
simo per  non  essere  condannato,  e  ven- 
ne assolto,  ma  l'eresia  restò  condannata, 
come  avea  già  fallo  Papa  s.  Innocenzo 
1,  con  Pelagio  e  Celestio.  Nel  4' 7  fece 
altreltanto  il  successore  s.  Zosinio,  ed  ot- 
tenne che  l'imperatore  Onorio  con  edit- 
to de'3o  aprile  4'^  1'  bandisse  dall'Ita- 
lia coi  loro  seguaci ,  dopo  aver  confer- 
mato il  concilio  di  Cartagine,  in  cui  2  i4 
vescovi  africani  li  avevano  nuovamente 
condannati.  Allora  Pelagio  si  ritirò  in 
Palestina,  donde  pure  venne  espulso.  Si 
ignora  precisamente  ciò  clie  fece  dopo, 
ma  sembra  che  tornasse  in  Inghilterra, 
e  quivi  spargesse  i  suoi  errori,  ciò  che 
messe  i  vescovi  delle  Gallie  a  mandarvi 
s.  Germano  d'Auxerre  per  confutarlo: 
ci  resta  di  Pelagio  una  lettera  a  Deme- 
triade  ed  alcuni  altri  scritti.  Vedasi  del 
gesuita  Jo.  Gisbert:  De  Zosimo  Ponti- 
p.ce  in  causa  Pelagli  et  Celestii ,  fra  le 
Diss.  seleclac,  Parisiis  1688.  Fra  tulli  i 
padri,  s.  Agostino  comballè  con  maggior 
forza  e  fu  il^  flagello  di  Pelagio  e  suoi 
settari  :  il  Papa  s.  Bonifacio  1  ne  ricevè 
i  libri  che  il  santo  gli  avea  dedicato,  e 
costrinse  i  pelagiani  a  star  lungi  da  Pio- 
ma  1 00  miglia;  quindi  s.  Celestino  I  scac- 
ciò i  superstiti  dai  confini  d'Italia,  facen- 
doli condannare  nel  concilio  generale  di 
Efeso  del  43ijCome  fecero  altri  concilii. 
Inoltre  s.  Celestino  I  spedì  missionari  in 
Inghilterra,  ov'era  ritornato  anche  Cele- 
stio, che  la  ridussero  alla  fede  ortodossa: 
quanto  egli  operasse  contro  questi  ere- 
tici, lo  dimostra  Certi  nella  diss.  7.°  del- 
le sue  Prose.  Piad'renò  s.  Celestino  I  an- 
che i  Semi  pelagiani [F.),  i  quali  ammet- 
tevano per  mela  gii  errori  dei  pelagiani, 
e  questi  consistevano.  i.°  Che  l'uomo 
può  operare  alla  sua  salute  colle  sole  fur- 


PEL 

ze  naiurali  del  libero  arbitrio,  e  senza  i{ 
soccorso  della  grazia.  1.°  Che  la  grazia 
non  è  necessaria  che  per  agire  più  facil- 
mente e  più  perfettamente.  3."  Ch'  essa 
è  data  alle  opere  ed  al  pmprio  merito 
dell'uomo.  4-°  Che  l'uomo  può  egli  stesso 
giungere  ad  uno  stato  di  perfezione,  nel- 
la quale  non  sia  più  soggetto  alle  passio- 
ni, né  al  peccato.  5.°  Che  non  avvi  pec- 
cato originale;  che  i  fanciulli  i  quali  muo- 
iono senza  baltesinio  non  sono  dannali, 
e  che  godono  di  una  specie  di  felicità  e- 
terna  fuori  del  regno  di  Dio.  6.°  Che  la 
carità  non  è  un  dono  di  Dio.  7.°  Che  la 
preghiera  non  è  necessaria  per  acquistare 
la  grazia  della  conversione  o  della  per- 
severanza, perchè  tutto  ciò  è  in  potere 
del  lihero  arbitrio.  8."  Che  Adamo  non 
era  morto  in  conseguenza  del  peccato  o- 
riginale,  ma  per  la  sola  condizione  della 
natura.  Quindi  furono  acerrimi  impu- 
gnatori  dei  pelagiani,  che  avevano  mes- 
so in  pericolo  la  religione  in  oriente  ed 
in  occidente,  i  Papi  s.  Sisto  III,  s.  Leo- 
ne I,  s.  Gelasio  I  anche  con  un  trattato 
(si  legge  presso  il  IMansi,  Conciliar,  t.  8, 
p.  IO  i),e  Giovanni  IV.  Quanto  alla  que- 
stione della  grazia  e  del  libero  arbitrio, 
ed  alla  congregazione  de  Aitxiliis  divi- 
naegratiae,  vedasi  jMoLiNALuiGr,e  Gian- 
senisti. Scrissero  suH'  eresia  pelagiana  e 
coutrogli  errori:  Mario  Mercatore, le  cui 
opere  furono  stampate  in  Parigi  nel  iGyj 
per  il  gesuita  Garnìer,  e  poi  con  note  dal 
Baluzio  nel  1G84.  Diego  Alvarez  dome- 
nicano, Hislor.  de  origine  pelagianae 
haeresis,  et  ejns  progressi!,  ci  damnatio' 
ne  per  plures  snmnios  Ponlifices  et  con- 
cilia  facta ,  Tiani  1629.  Tommaso  Le- 
mo domenicano,  Panoplia  graliae, hact. 
I  :  De  Pelagio  etcjnserrorib.,Leoi\u  1 676. 
Noris  (P'.).  Gio.  Gerardo  Wo^slo,  ffistO' 
ria  pelagiana ,  Amstelodami  1701.  L. 
Potavillet,  Storia  del pelagianismo,  As- 
sisi  I  yo J. 

PEL  AGIO  I,  Papa  LXIL  Romano,  fi- 
glio di  Giovanni  Vicariano,  fu  crealo  ar- 
cidiacono casdinale  das.  Agapito  I, venne 


PEL 

spctlito  insieme  con  molli  vescovi  in  Co- 
si.-mtiiiopoli,  legato  all'  imperatore  Giu- 
stiniano!, per  comporre  le  cosedella  chie- 
sa romana.  Perseverò  colla  stessa  autori- 
tà neir  esercizio  ili  sua  legazione  sotto  i 
pontificati  di  s.  Silverio  e  di  Vigilio,  e 
procurò  che  fòsse  sostituito  a  Teodosio 
patriarca  di  Alessandria,  che  ricusava 
sottoscrivere  il  concilio  di  Calcedonia, 
Paolo  vescovo  cattolico.  Trasferitosi  in 
Palestina  coi  patriarchi  d'Antiochia  e 
Gerusalemme  ed  altri  vescovi  ,  condan- 
nò il  detto  patriarca  convinto  di  omici- 
dio e  lo  spogliò  del  pallio.  Restituitosi  in 
Costantinopoli,  ad  istanza  dei  monaci  or- 
todossi di  Palestina,  proferì  sentenza  di 
anatema  contro  gli  origenisti,  dopo  aver- 
li pili  volte  ascoltati,  e  con  isquisita  dili- 
genza esaminata  la  loro  causa.  Tornato 
a  Roma  nel  544)  profittando  l'  impera- 
tore di  sua  assenza,  ad  istigazione  di  Teo- 
doro arcivescovo  di  Cesarea,  promulgò 
mi  editto,  pel  quale  rimase  condannato 
Teodoro  di  Mopsiieste,  colla  lettera  d'I- 
ba  e  gli  scritti  composti  da  Teodoreto 
contro  gli  scritti  di  s.  Cirillo.  L'arcivesco- 
vo di  Cesarea  pretese  con  ciò  vendicarsi 
del  cardinale,  che  avea  condannati  gli  er- 
rori di  Origene.  Non  mancò  il  cardinale 
di  allarmare  i  vescovi  d'  Africa  ed  altri 
contro  l'editto  imperiale.  Nel  5460  54<) 
spedito  legato  a  Totila  re  dei  goti  che 
assediava  Roma,  dopo  di  aver  distribui- 
to viveri  ai  romani,  gli  riuscì  di  render 
piìi  mite  ed  umano  quel  fiero  principe, 
ottenendo  quanto  domandava  in  favore 
dei  cittadini;  anzi  il  re  con  Teodoro,  uno 
de'principali  magistrati  di  Roma,  lo  in- 
\iò  a  Giustiniano  I  per  impetrare  la  pa- 
ce. Dipoi  Papa  Vigilio  gli  fece  sottoscri- 
vere il  decreto  in  favore  dei  Tit  Capi- 
tolij  ma  non  si  potè  indurlo  a  fare  il  si- 
mile col  V  sinodo  che  li  condannava,  per 
cui  l'imperatore  iocacciò in  esiliOjdal  qua- 
le fu  richiamalo  dopo  la  morte  del  Papa,  e 
per  secondare  il  di  lui  genio,  sottoscrisse 
dello  sinodo  che  avea  condannati  i  tre 
capitoli,  onde  5' ebbe  in  dono  le  reliquie 


PEL  3() 

di  s.  Stefano  protomartire,  che  poi  con 
solenne  pompa  ripose  nella  basilica  di  s. 
Lorenzo  fuori  le  mura,  nella  tomba  di 
quel  santo.  Agli  i  i  aprile  5  j 5  fu  eletto 
Pontefice,  ma  la  plebe  tumultuante  ne- 
gò riconoscerlo,  credendolo  traditore  del 
concilio  di  Calcedonia,  per  la  condanna 
dei  tre  capitoli  che  avea  prima  difeso,  e 
gli  uomini  religiosi  coi  nobili  cilladini 
dalla  sua  comunione  si  separarono,  al 
modo  dello  nel  voi.  XVI,  p.  Si?.;  men- 
tre nel  voi.  XXXI,  p.  i4<>,  dissi  comesi 
purgò  dalle  accuse  di  fazione  contro  il 
predecessore  Vigilio.  Approvò  come  lui 
il  V  sinodo  o  concilio  generale,  e  per  se- 
dare i  tumtdli  pei  tre  capitoli,  procuiò 
che  li  condannassero  i  vescovi  africani  ed 
illirici  ,  e  di  nuovo  gì' italiani.  Perciò  ai 
francesi  venne  in  sospetto  di  eresia,  ma 
egli  si  purgò  colla  professione  di  fede  che 
nel  557  inviò  al  re  Childeberto  I,  e  col 
condannare  e  scomunicare  quelli  che 
traviassero  dalla  dottrina  dell'epistola  di 
s.  Leone  I  e  del  concilio  di  Calcedonia. 
Di  tale  accusa  bravamente  lo  difese  il  p. 
Berti,  nella  diss.  8.'  di  sue  Prose.  Dioesi 
aver  Pelagio  I  ordinato  agli  ecclesiastici 
la  recita  del  divino  uffizio,  e  che  nei  gior- 
ni di  digiuno  si  celebrasse  la  messa  con- 
ventuale dopo  nona.  In  due  ordinazioni 
nel  dicembre  creò  48  o  49  vescovi,  3  5 
o  26  preli  e  g  diaconi.  Governò  4  anni, 
IO  mesi  e  18  giorni.  Morì  a' 2  marzo 
56o,  o  meglio  come  dissi  a  Cronologia, 
e  fu  sepolto  nel  Vaticano.  La  s.  Sede  va- 
cò 4  mesi  e  i  6  giorni. 

PELAGIO  Il,PapaXLV.  Romano, 
figlio  di  Wingilo  o  Viuigildo  goto,  mo- 
naco benedettino,  fu  creato  Papa  a'  3o 
novembre  578,  senza  aspettare  l'abusivo 
consenso  o  approvazione  dell'imperatore 
greco,  perchè  i  longobardi  stringevano 
d'assedio  Roma.  Nel  Sjq  permise  ad  E- 
lia  di  trasportare  la  sede  patriarcaled'A- 
quileia  a  Grado  (f^.),  che  dichiarò  pure 
metropoli  della  Venezia  e  dell'Istria.  In 
un  concilio,  che  nell'islesso  anno  celebrò 
Elia  con  i8  vescovi  a  lui  soggetti,  que- 


4(> 


PEL 


sJi  prelati  scismatici  nuovamente  giura- 
lono,  che  mai  non  avrebbero  ammesso 
il  V  concilio  generale  o  sinodo,  col  vano 
pretesto  ili  non  pregindicaie  al  concilio 
ili  Calcedonia,  su  di  diesi  consulti  Noris, 
Diss.  Just.  (le  synodo  V ^  cap.  f),  §  4>  P- 
yog,  t.  I.  Per  cui  Pelagio  li,  sperando 
di  ammollire  la  loro  ostinazione,  per  suoi 
legali  e  per  sue  lettere  (  presso  il  Baro- 
nie ad  aii.  586,  n.°  29,  37,  44>  ^^  'l 
Labbé,  Concil.  t.  5,  p.  6 1  5  e  g  jo)  pro- 
curò di  persuaderli  a  ricevere  il  V  sino- 
do, e  che  i  Tre  Capiloli  [V .)  giustamen- 
te erano  slati  condannali,  né  perciò  si  e- 
ra  in  modo  alcuno  olìesa  l'auloiitìi  del 
concilio  di  Calcedonia.  Ma  le  sue  diligen- 
ze furono  inutili,  onde  il  Papa  pregò  l'e- 
sarca di  Ravenna,  che  li  cosliingesse  col' 
la  forza  a  tornare  al  loro  dovere,  indi 
tulio  si  occupò  degli  urgenti  affari  della 
Chiesa  universale.  Proibì  agli  arcivesco- 
vi e  patriarchi  d'usare  il  titolo  di  Uni- 
versale (^.);  impose  ai  suddiaconi  di  Si- 
cilia il  celibato,  e  di  lasciare  le  loro  mo- 
gli già  vietate  da  s.  Leone  I;  e  costrinse 
i  preli,  sotto  pena  di  colpa  grave,  a  re- 
citare ogni  giorno  l'uffizio  divino.  Fu  e- 
gli  il  I."  Papa  che  nei  diplomi  notò  il 
tempo  dell'  Indizione  (/^.);  e  in  due  or- 
dinazioni nel  dicembre  creò  4^  vescovi^ 
82  preti  e  8  diaconi.  Governò  i  i  anni, 
2  mesi  eie  giorni,  liberale  verso  i  pove- 
ri, massime  vecchi,  che  accoglieva  in  pa- 
lazzo come  in  uno  spedale.  Morì  agli  8 
febbraio  5go  di  anguinaia,  malattia  assai 
frequente  in  quei  tempi.  La  Chiesa  vacò 
6  mesi  e  25  giorni. 

VYAu\G\0,  Cardinale.  V.  Pelagio  1, 
Papa. 

PELAGRUA  Arnaldo,  Cardinale.Dei 
signori  di  Pelagvua  o  Pelagrue  o  Pela- 
gura,  piti  per  valore  militare  che  per  vir- 
tù rinomalo,  della  diocesi  di  Bazas,  arci- 
diacono di  Chartres  ed  abbate  Tuteien- 
se,  dal  suo  zio  Clemente  V  a'i5  dicem- 
bre I  3o5  fu  creato  cardinale  diacono  di 
S.  Maria  in  Portico,  poi  pioleltore  dei 
piinori,  mentre  era  legato  alla  spedizione 


PEL 

di  Fernfra  (F.).  D'ordine  del  Papa  pub- 
blicò la  scomunica  e  la  crociata  contro  i 
veneziani,  e  confederatosi  coi  bolognesi, 
lombardi  e  fiorentini,  presso  Francolino 
li  vinse  colla  strage  di  6,000  uomini,  li- 
berando il  ferrarese  dai  luoghi  occupali 
dai  veneziani  :  e  siccome  la  vittoria  si  do- 
vette in  gran  parte  ai  fiorentini,  il  car- 
dinale li  prosciolse  dall'interdetto  fulmi- 
nalo dal  cardinale  Orsini,  donando  loro 
per  la  chiesa  di  s.  Gio.  Battista  le  reliquie 
dis.  Barnaba, che  bramavano.  Indi  il  car- 
dinale si  die  con  impegno  a  sedare  e  com- 
porre i  tumulti  della  Marca  di  Ancona, 
di  Spoleto  e  di  Marittima  e  Campagna. 
]Nè  con  minore  prontezza  dileguò  la  pe- 
ricolosa cospirazione  tramata  in  Ferrara 
per  toglieila  al  dominio  della  Chiesa,  es- 
sendovi accorso  con  soldati  bolognesi  a 
castigare  i  sediziosi;  e  nel  1 3  i  i  Bologna  Io 
elesse  a  protettore  presso  la  s.  Sede.  Com- 
pose le  discordie  tra  il  vescovo  ed  il  ca- 
pitolo di  Cahors,  con  rinunzia  del  primo 
e  pensione  di  3oo  lire.  Fondò  nella  chie- 
sa di  Chartres  due  cappellanie  in  onore 
di  s.  Giacomo  e  di  s.  Cristoforo.  Nel  con- 
clave di  Giovanni  XXII  si  trattò  di  esal- 
tarlo in  sua  vece,  e  morì  nel  1 33  i. 
PELEO  (s.) ,  prete  martire.  K  Pa- 

TERMULTO  (s.). 

PELLA.  Sede  vescovile  della  Decapoli 
nella  2.'^  Palestina, sotto  il  patriarcato  di 
Gerusalemme  e  l'arcivescovo  di  Scitopo- 
li,  eretta  nelV  secolo,  e  si  vuole  che  poi 
venisse  assoggettata  a  Cesarea,  metropoli 
della  i.'^  Palestina.  La  città  fu  fondata  da 
Seleuco  Nicànore;  come  forte  e  munitis- 
sima,  al  modo  narrato  nel  voi.  XXX,  p. 
r4,  prima  e  dopo  l'assedio  e  la  distru- 
zione di  Gerusalemme  fatti  da  Vespa- 
siano e  da  Tito,  vi  si  litirarono  parecchi 
cristiani  col  vescovo,  il  quale  vi  ebbe  suc- 
cessori, e  quando  ne  partirono,  quei  di 
Pelìa  elessero  Marco.  Altri  vescovi  li  ri- 
portano l'O/'/e/zs  christ.  t.  3,  p.  6r)5,  la 
Siria  sacra  p.  275,  e  Rinaldi  an.  G'ò. 
Pella,  Pcllcn,  al  presente  è  un  titolo  ve- 
scovile m  parlibus <\\^Q\\àen\.G  daScilopor 


PEL 
Ji.  Ne  furono  per  ultimo  insigniti  Giovan- 
ni IN'epoaiuceno  Dankesicither  nel  i8i(> 
Iraslato  a  s.  Ippolito;  nel  it^iQ  Ignazio 
Bernardo  Mavcrmann  vicario  apostolico 
di  Sassonia;  nel  i  843  Carlo  Haggs  vica- 
rio apostolico  del  distretto  occidentale  di 
Inghilterra,  consagrato  in  s.  Gregorio  al 
Monte  Celio  a'  28  del  184^:  questo  di- 
stinto prelato  lodai  in  piìi  luoghi,  quale 
autore  di  vari  opuscoli,  ad  Inghilterra 
e  nel  voi.  XXXV,  p.  1 57.  Nel  Giornnle 
nomano  1 848,  n."  5(j,  si  legge  che  in  Pa- 
rigi a'5  novembre  il  cardinal  Giraud  ar- 
civescovo di  Carabray  consagrò  vesco- 
vo mg.f  i\Ionnet  superiore  del  seminario 
dello  S[)irito  Santo,  fatto  da  Pio  IX  vi. 
cario  apostolico  dell'  isola  Madagascar  e 
vescovo  di  Pella. 

PELLA.  Sede  vescoviledella  a."  Pam- 
filia,  nell'esarcato  d'Asia,  sotto  la  metro- 
poli di  Pirgi,  eretta  nel  secolo  V. 

PELLE,  rdiiS.  Oinaineuto  e  fodera 
d'insegne  corali,  prelatizie,  caidinalizie  e 
papali,  come  la  Cappa  e  \'  A  li  inizia  [P^.), 
il  Camauro  e  Mozzeila  del  Papa  (/^.)  : 
veggasi  pure  Coro. Dell'uso  delle  pelli  di 
animali,  dei  laici  e  delle  doime,  ne  parlo 
in  diversi  articoli.  Del  loro  antico  uso  e 
(pialità  preziose,  ci  diede  alcune  erudizio- 
ni  il  Buonarroti  rìe'IÌJcdaglioni ,iid  il  Mu- 
ratori nella  Dissert.  15. 

PELLEGRINAGGIO ,  Peregrinano. 
Viaggio  di  divozione  o  di  penitenza,  che 
si  fa  ai  piincipali  Santuari  (^'.)j  come 
in  Roma  ad  Liinìna  A poslolorum  (^^•), 
per  gli  Anni  santi,  Giubilei  e  Indulgen- 
ze [P'.);  a  Conipostclla  {T^.),  pel  corpo 
di  s.  Giacomo;  a  Loreto  (^.),  per  la  s. 
Casa;  a  Gerusaleninie  (/^.),  per  tutti  i 
luoghi  santi  di  Palestina  (/'.),  e  pel  s. 
Sepolcro  (  può  vedersi  CRocEsicNATt  e 
Crociate,  Guardian'o  oel  s.  Sepolcro,  e 
per  gli  ospizi  e  spedali  ivi  eretti  pei  pel- 
legrini. Gerosolimitano,  Templari,  Laz- 
zaro,ordini  eqnestri);alle  tombedei  mar- 
tiri e  degli  altri  santi,  alle  chiese,  cappel- 
le ed  altri  luoghi  di  pietà  e  di  partico- 
lare venerazione.  L'  antichità  prolàna  e 


PEL  41 

la  cristiana  hanno  ritenuto  i  pellegrinag- 
gi tra  le  opere  buone  e  meritorie,  essen- 
do in  uso  anche  tra  i  maomettani.  L'uo- 
mo che  si  pone  nello  stato  di  pellegrino, 
peregrinus  (straniero  o  forastiero  vian- 
dante, che  va  pellegrinando  per  gli  al- 
trui paesi),  rappresenta  la  vita  umana, 
la  quale  è  un  vero  pellegrinaggio.  I  pel- 
legrinaggi sono  antichissimi,  e  si  possono 
far  risalire  fino  ai  viaggi  che  gli  ebrei, che 
erano  lontani  da  Gerusalemme,  faceva- 
no una  volta  all'anno  almeno  in  quella 
santa  città  e  centro  di  loro  religione.  I 
ss.  re  Magi  si  trasferirono  dall'oriente  in 
Bellemme  per  adorare  il  nato  Dio;  gli 
apostoli  si  sparsero  pellegrinando  per 
lutto  il  mondo,  col  i\ne  di  predicare  la 
dottrina  del  vangelo,  ed  a  loro  esempio 
i  missionari  vanno  pellegrini  sopra  tutti 
i  punti  della  terra  por  dill'ondere  il  cri- 
stianesimo. I  pellegrinaggi  però  di  divo- 
zione e  per  la  iedenzioned«'peccnti  inco- 
minciarono tra  i  cristiani  regnando  l'im- 
peratore Costantino  il  Grande;  ma  già 
quelli  di  Palestina  erano  principiati,  co- 
me afferma  il  p.  Agabito  naWe  Notizie  di 
Terra  Santa  p..  26,  confutando  quegli 
eretici  che  nel  secoloXVI,  asserendo  il- 
leciti i  pellegrinaggi  di  loro  naiura,  sos- 
tenevano che  anche  quelli  di  Palestina 
principiarono  dopo  che  Costantino  e  s. 
Elena  vi  edificarono  i  sontuosi  templi. 
Nei  secoli  successivi  i  pellegrinaggi  sacri 
diventarono  assai  frequenti ,  anche  per 
ispontanei  voti  o  per  penitenza  di  grave 
peccato  e  delitto  enorme.  Uomini,  don- 
ne, chierici,  monaci,  vescovi,  principi  e 
re  gareggiarono  a  chi  andasse  piìi  lonta- 
no, per  visitare  reliquie  e  chiese  insigni; 
abbandonando  talvolta  la  cura  della  pro- 
pria famiglia,  del  suo  gregge  e  dei  loro 
popoli  ,  ed  anche  prò  i'agandì  causa. 
Non  è  bene  che  i  religiosi  e  le  donne  va- 
dano in  pellegrinaggio,  secondo  s.  Gre- 
gorio Nisseno.  1  pellegrinaggi  sono  uti- 
lissimi quando  si  fanno  con  vero  spirito 
di  pietìi,  e  quando  si  ha  cura  di  escluder- 
ne gli  abusi  e  le  superstizioni;  e  fu  per 


4^  PEL 

togliere  0  rimediare  a  questi  abusi  che 
vennero  talvolta  proibiti  o  limitali  i  pel- 
legrinaggi, tanto  dalle  autorità  ecclesia- 
sliclie,  quanto  dalle  secolari.  In  falli  si- 
no dai  primi  tempi  della  Chiesa,  questa 
si  servi  delle  lettere  comunicaforie,  le 
quali  si  accordavano  ai  pellegrini ,  per 
far  nota  la  loro  fede  cattolica,  e  ch'era- 
no nella  comunione  della  Chiesa  ;  le /e^ 
tfie  poi  commendatizie  servivano  ai  me- 
desimi pellegrini  per  loro  viatico.  Papa  s. 
Anastasio  I  dei  898  proibì  di  conferire  gli 
ordini  sacri  ai  pellegrini, senza  lettere  sot- 
toscritte dal  proprio  vescovo:  i  sacerdo- 
ti che  non  erano  muniti  delle  lettere  For- 
mate  {y.),  viaggiando  erano  ridotti  alla 
comunione  straniera  o  pellegrina,  della 
quale  parlai  ancora  nel  voi.  XV,  p.  i  i  i, 
mentre  a  p.  i  iq  dissi  ove  in  R.oma  pi- 
gliano la  comunione  pasquale.  Piecaiido- 
si  in  Roma  pellegrini  provenienti  da  al- 
cun luogo  di  eretici,  non  erano  ammes- 
si alla  comunione  senza  la  professione  di 
fede,  con  la  quale  si  condannassero  in  par- 
ticolare l'eresie  che  in  quel  luogo  erano  in 
vigore.  A  Penitenza  fo  cenno  delle  lette- 
re penitenziali  di  quelli  che  si  portavano 
a  Roma,  e  dei  pellegrinaggi  per  peniten- 
za pubblica  imposta,  e  come  vestiti  i  pe- 
nitenti. Una  volta  non  solo  le  donne  se- 
colari, ma  anche  le  religiose  erano  prese 
da  questo  pio  entusiasmo;  però  il  sino- 
do del  Friuli  tenuto  nel  791  vi  prese 
provvidenza.  Quello  di  Chalons  sur  Sao- 
nedell'8i3  decretò.  »*  Vi  sono  molti  a- 
busi  nei  pellegrinaggi  clic  si  fanno  a  Pio- 
ma,  a  Tours  e  altrove.  Alcuni  preti  e 
chierici  pretendono  in  tal  guisa  di  puri- 
ficarsi dai  loro  peccati  e  di  dover  essere 
ristabiliti  nelle  loro  funzioni.  Certi  laici 
si  avvisano  di  acquistare  la  impunità  pei 
loro  peccati  passati  e  futuri.  Noi  lodiamo 
la  divozione  di  quelli  che  per  adempie- 
re la  penitenza  che  il  sacerdote  ha  loro 
consigliata  ,  fanno  questi  pellegrinaggi, 
accompagnandoli  con  orazioni ,  limosine 
e  correzione  dei  loro  costumi.  JNiuno  quin- 
di intraprenderà  il  pellegrinaggio  di  Ro- 


PEL 
ma  e  di  Tours  senza  licenza  del  vcico- 
vo  ".  11  concilio  di  Magonza   del  1011 
ordinò,  che  i  penitenti  nel  corso  della  pe- 
nitenza dovessero  restare  nel  luogo  in  cui 
l'avevano  ricevuta  ;  e  che  prima  di  recar- 
si a  Roma  a  farsi  assolvere  dal  Papa,  do- 
vessero adempietela  penitenza  loro  im- 
posta dai  propri  pastori.  Nel  Rituale  ro- 
mano vi  sono  le  henedizioni  pei  pellegri- 
ni che  imprendono  pellegrinaggi  e  per 
quelli  che  ne  ritornano.  11  Vermiglioli 
nel  voi.  2  Del  diritto  canonico,  riporta 
le  leggi  ed  i  privilegi  dei  chierici  e  laici 
pellegrini ,  che  si  portano  ad  Uinina,  o 
ad  altri  santi  luoghi,  ì  quali  godono  gli 
stessi  privilegi  degli  appellanti  alla  s.  Se- 
de, onde  non  può  agire  alcun  giudice  or- 
dinario o  delegato,  sia  durante  la  pere- 
grinazione, che  nell'andata  e  ritorno,  nel 
qual  tempo  rimangono  sotto  la  protezio- 
ne della  medesima  s.  Sede:  questo  privi- 
legio si  estende  a  quelli  che  per  divozio- 
ne si  recano  a  visitare  il  Papa.  Celestino 
HI  non  solo  pose  sotto  la  protezione  del- 
la sede  apostolica  i  pellegrinanti  e  loro 
addetti,  ma  anche  le  robe  e  possidenze 
che  loro  appartengono,  incorrendo  sco- 
munica chi  deruba  ed  oltraggia  i  pelle- 
grini, riservata  in  bulla  coenae,  che  si  e- 
stende  tra  i  pellegrini  slessi,  se  facessero 
altrettanto  fra  loro.  Godevano  di  queste 
disposizioni   coloro  che  si  recavano  al- 
la  elezione  dell' imperatore,  e  le  godo- 
no quelli  che  si  portano  al  concilio  ge- 
nerale. I  girovaghi  ed  i  profiighi  non  le 
godono.  A  Interdetto  ho  parlato  della 
eccezione  che  godono  i  pellegrini  nei  luo- 
ghi allacciati  da  tale  censura.  Vedasi   il 
gesuita  Grelsero,  De  sacris  pere^rina- 
tionibus;  il  MavlìneH'i,  Etonomia,  vo\,  i, 
p.  167,  de'pellegrinaggi;  il  Terzi,  Siria 
sacra,  p.  i  ,  delia  pellegrinazione;  ed  il 
gesuita  p.  Menochio,  Stuore,t  2,  p.  292 
e  388,  del  costume  di  lavare  i  piedi  ai 
pellegrini,  e  perchè  rare  volte  divengono 
migliori  quelli  che  vanno  molto  pellegri- 
nando; t.  3,  p.  184,  187,  341,  de'  pel- 
legrinaggi divoti  lodevoli;  che  l'ospitali- 


TEL 
là   ilcTe  pai ticolai ineiile  escrcilaisi   coi 
pellegiini  cle'luoghi  salili;  e  delle  meda- 
glie che  per  divozione  si  atlaccano  i  pel- 
legrini ne' vestimenti  e  cappelli. 

11  primo,  più aniico  e  principale  ospizio 
dei  cristiani  in  Roma  /ii  quello  di  IS'ovato 
e  Timoteo,  ove  alle  radici  d(!Ì  monti  Vi- 
minaleed  Esquiljno, nell'ampia  loro  casa 
con  bagni,  solevano  albergare  i  pellegri- 
ni d'  oriente,  come  avea  praticato  il  lo- 
ro padre  Piidenle  con  s.  Pietro.  A  Ospi- 
zio, parlando  dell' ospitalità,  toccai  di 
quella  accordata  ai  pellegrini.  Anche  in 
questo  si  distinse  la  carità  romana  ed  i 
l'api,  e  pel  primo  s.  Simplicio  del  4^7 
ordinò,  che  una  parte  dellerendite  delle 
chiese  s' impiegasse  pei  pellegrini  e  pei 
Poveri  (^.)j  ciò  che  confermarono  i  suc- 
cessori. Da  s.  Gregorio  I  del  ago  ebbe 
origine  nel  palazzo  apostolico  l'imban- 
dire quotidianamente  la  mensa  ai  pelle- 
grini, servendola  gli  stessi  Pontefici,  co- 
me può  rilevarsi  a  Elemosineria  ed  al- 
trove; mentrea  Lava:vdade'imedi  parlai 
di  quelli  the  si  lavano  ai  pellegrini  dai  Pa- 
pi e  da  altri  personaggi,  come  della  men- 
sa imbandita,  principalmente  dai  primi, 
nel  giovedì  santo  a  i3  sacerdoti  pellegri- 
ni. A  LiMiNA  Apostoloru.m  ed  a  De.varo 
DI  s.  Pietro,  si  può  vedere  1'  affluenza  co- 
stante dei  pellegrini  in  Pvoma,  e  quali 
oblazioni  vi  fecero,  persino  di  stali  e  di 
regni:  nel  1027  con  abito  di  pellegrino 
\i  si  recò  Canuto  il  Grande  re  d'Inghil- 
terra. Per  questo  pellegrinaggio,  sino  dai 
primi  secoli  della  Chiesa,  presso  la  basi- 
lica Vaticana  furono  fondali  gli  Ospizi 
di  Roma  (^'.),  e  molti  nazionali,  così  in 
altre  parli  della  città,  ancora  sussistenti 
a  vantaggio  dei  pellegrini ,  onde  esservi 
ospitati,  istruiti  e  curati  se  infermi, di  che 
feci  parola  anche  nel  voi.  XII,  p.  286  e 
seg.  Vedasi  l' Amidenio,  De  pietate  roma- 
na, p.  3  e  I  I  ;  ed  il  Piazza,  Eusevologìo 
romano, ìì  quale  nel  trai,  i  i,  cap.  4,  dice 
dell'ospizio  delle  donne  pellegrine  povere 
dell'abito  di  s.  Francesco  in  Borgo  Vit- 
loriOj  fondato  nell'  arciconfrateruita  del 


PEL  4^, 

ss.  Sacramento  della  basilica  Vaticana  tl.i 
Cristoforo  Cabrerà  spagnuolo  nel  i5f)i 
e  i5c)8.  A  Eremiti  ni  I\om\  dissi  come 
■vi  erano  ospitati  i  forestieri  nell'ospeda- 
le e  ospizio  a  porla  Angelica,  ora  de'Aa- 
li  della  Penitenza  (^.).  Tra  gli  ospizi  be- 
nefici di  Pvoroa  [)ei  pellegrini,  primeggia 
l'Ospizio  della  ss.  Trinità  de'pfllc^rud 
(/^.)  :  vi  è  ancora  l'ospizio  de'  sacenloti 
pellegrini  ,  del  quale  parlai  a  Ospizi  di 
liOMA,  i\e\\' Ospizio  di  s.  Lucia  de  Gin- 
nasi. Gli  Ospedali  di  Roma  costituisco- 
no la  pia  opera  dell'ospitalità,  per  tutti 
i  generi  di  malattia  e  per  ambo  i  sessi. 
A  Corona  divoziowle,  parlando  dell'o- 
rigine e  di  quanto  la  riguarda,  raccontai 
come  nel  secolo  XIV  presso  detta  basi- 
lica giàeranvi  venditori  di  corone  pei  pel- 
legrini; ed  a  IMf.daglie  benedette  rimar- 
cai che  nel  declinar  del  secolo  Xll  i  pel- 
legrini che  portavansi  a  Pioma  aveano 
l'uso  di  riportarne  le  immagini  de'ss.  Pie- 
tro e  Paolo,  impresse  in  stagno  o  piom- 
bo, che  si  ponevano  indosso  per  testimo- 
nio del  compi  uto^iaggiOj  e  pel  gian  smer- 
cio Innocenzo  HI  ne  attribuì  la  privati- 
va ai  canonici  della  basilica  Vaticana  (la 
via  del  Pellegrino  prese  probabilmente 
tal  denominazione  dalla  quantità  di  ar- 
gentieri-oieflci  venditori  di  croci,  meda- 
glie, reliquiari  e  altri  divozionali,  ove  so- 
levano accorrere  i  pellegrini  a  comprar- 
le). Dissi  pure  delle  figure  del  Volto  san- 
to e  delle  Chiavi  (/^.),  che  i  pellegrini 
attaccavano  al  cappello  in  segno  di  aver 
visitalo  le  tombe  de'  principi  degli  apo- 
stoli, egualmente  di  privativa  de'canoni- 
ci,  portandole  alle  loro  patrie  col  pro- 
prio nome  inciso  nella  parte  opposta.  [ 
Pa[)i  donavano  ad  essi  palme  benedette  e 
ponevano  crociai  loro  colli.  Anticamente 
si  costumava  dai  penitenzieri  vaticani  dì 
dare  ad  ogni  pellegrino  che  si  confessa- 
va un  attestato  stampato  colle  immagi- 
ni dei  ss.  Pietro  e  Paolo,  sottoscritto  di 
propria  mano  e  gratis,  qual  contrassegno 
dell'eseguila  visita  de  sacri linii/ii.  1  Gui- 
doni (F.)  erano  ministri  del  palazzo  pou- 


44  l'EL 

ti/ìcio  die  conducevano  i  pellegrini  pro- 
cessionalinente  con  candele  alla  visita  dei 
luoghi  sagli  di  Roma,  spiegando  loro  le 
cose  più  notabili,  ed  entrando  nella  ba- 
silica Vaticana  per  la  porta  Guidonia  che 
descrissi  nel  voi.  XII,  p.  sSy.  Nella  bio- 
grafia di  s.  Pio  /^(perchè  l'umal  palaz- 
zo dels.  oflizio)  parlo  della  chiesa  di  s.  Sal- 
vatore delta  ;/i  oxsihics  da  quelle  che  ivi 
si  tumulavano  de'pellegrini  morti  in  Ro- 
ma e  provenienti  dall'oriente  ealtre  par- 
ti :  ivi  Carlo  IMagno  (l'Alveri,  Roma  in 
ogni  stato  ì.  2,  p.  242,  spiega  perchè  di- 
cesi eretta  da  s.  Leone  IV,  mentre  fu  il 
III,  il  quale  molli  lo  dissero  pernii  anti- 
papa di  tal  nome  anche  IV),  pose  ad  uf- 
fìziarla  12  canonici  e  3  sacerdoti  con  l'ob- 
bligo d'introdurrei  pellegrini  nella  basi- 
lica Vaticana  per  la  loro  porla,  e  che 
dovessero  insegnar  loro  il  piìi  importaiile. 
A  Parrocchia  ho  parlato  della  coiifra- 
lernila  esistente  in  Roma  della  Peisese- 
lan/a,  che  prende  caritatevole  interesse 
pei  forestieri  che  sono  negli  alberghi, as- 
sociando i  loro  cadaveri  se  muoiono.  A. 
PalazzoLateranexse  notai  i  triclinii  do- 
ve i  Papi  ospitavano  i  pellegrini,  e  nel 
voi.  XI,  p.  226  notai  che  i  pellegrini  si 
ricevevano  nei  diaconico  delle  chiese.  7^. 
Diaconie.  Riporta  Eernini,  Isl.  delle  ere- 
sie p.  225,  riferire  s.  Martino,  che  la 
chiesa  romana  riceveva  tutti  i  forestieri 
e  dava  loro  il  bisognevole,  con  pane  bian- 
co e  vino  di  più  sorte,  quindi  può  con- 
siderarsi com'erano  trattati  i  vescovi  e 
gli  altri  personaggi.  Il  Patrimonio  della 
Chiesa  romana  (f^.)  fu  sempre  impiega- 
to in  sollievo  de'liisognosi  di  qualunque 
grado.  Innumerabili  poi  furono  gli  aiuti 
spirituali  che  i  Papi  stabilirono  in  Ro- 
ma ai  pellegrini,  massime  con  lo  stabili- 
mento nelle  basiliche  patriarcali  di  Pe- 
nitenzieri [P'.)  d'  ogni  lingua  e  nazione. 
Ad  Ospizio  ho  detto  della  ospitalità  usa- 
ta dagli  antichi,  e  di  quella  praticata  dai 
romani  pagani,  i  quali  chiamavano  P^/r- 
rocchic  (/^.)  i  luoghi  ove  in  Roma  si  ri- 
cevevano gli  ambasciatori  e  altri  ospiti , 


PEL 

e  curati  quelli  che  gli  accoglievano  e  ave- 
vano cura.  Nel  Calogerìi  t.  ao,  p.  32o, 
si  legge  la  distinzione  che  facevano  gli  an- 
tichi romani  fra  il  pellegrino  e  il  citta- 
dino, con  le  leggi  loro  spellanti.  Col  no- 
me ^?rrcgr/>io,  e  sino  alla  legge  di  Antoni- 
no s'indicavano  quelli  che  non  erano  cit- 
tadini lomaiii  e  abitavano  in  Roma,  es- 
sendo peregriuus  opposto  di  cittadino,  e 
tale  gente  aveva  in  Roma  un  pretore, 
che  a  diflèrenza  dell'urbano  appellavasi 
peregrino.  Tra  il  peregrino  e  il  cittadino 
era  inlerclelto  il  matrunonio,  né  i  pelle- 
grini potevano  essere  istituiti  eredi  e  par- 
tecipare altre  cose.  Dopo  Antonino  si  dis- 
seio  pellegrini  quelli  che  non  erano  ori- 
ginari o  oriondi  di  Roma,  benché  filli 
cittadini  romani.  Ne'bassi  tempi  si  chia- 
mò pellegrino  quello  nato  in  altra  città 
o  provincia  diversa  da  quella  che  abita- 
va; per  ultimo  si  restrinse  il  nome  di  pel- 
legrino alle  genti  ch'erano  fuori  dell'ini- 
pero  lomatio,  laonde  i  pellegrini  non  po- 
tefaiio  essere  ammessi  al  decuriunalo  e 
alle  magistrature  tra  gli  antichi  romani. 
11  IMuratoii  nella  di.isert.  87  trailo  de- 
gli spedali  de'  pellegrini  e  altri  iie'lempi 
di  mezzo. Egli  osserva  che  pure  ne'secoli 
di  fn-ro  la  munificenza  de'crisliani  ver- 
fio  i  poveri  era  sì  grande,  che  i  nostri  non 
possono  sostenerne  il  paragone;  quindi 
eranvi  pei  pellegrini  e  miserabili  sollie- 
vo alle  proprie  necessità  e  luoghi  di  ri- 
cetto, chiamandosi  Xcnodochìa  o  Ospe- 
dale (  f'.)  quello  in  cui  si  accoglievano 
i  pellegrini,  gareggiando  in  Italia  i  fede- 
li per  fondar  simigliaiili  case  di  perpetua 
carità,  non  meno  nelle  città  che  fuori  di 
esse.  Non  vi  era  quasi  monastero  ricco, 
cui  non  fosse  unito  qualche  ospedale,  nel 
quale  si  dasse  ricetto  ai  pellegrini  e  ai 
poveri,  ciò  che  fu  costituito  per  legge  nei 
concilii  di  Aquisgiana  del  789  e  7()8  ; 
anche  dai  vescovi  e  canonici  si  pratica- 
rono tali  uflizi  di  cristiana  carità,  essen- 
do allora  frequenlissirai  i  sagri  pellegri- 
naggi ,  ed  in  essa  si  distinsero  i  monaci, 
imperocché  l'ospitalità  fu  loro  partico» 


PEL  PEL                      i5 

Ijinieiite  inculcala  dai  canoni  e  dai  prò-  olia  i  ricchi,  se  abbisognavano  di  ricello 
j)ri  islitiiloii.  L'  ospizio  de'  poveri  e  dei  ne'viaggi,  otide  nel  /jHG  il  vescovo  di  Le 
pellegrini  si  eresse  eziandio  presso  le  chie-  IMans  ]jerticluaniio  fabbricò  il  nionaste- 
se  e  oratorii  del  clero  secolare,  sotto  la  io  di  s.  Germano  pei  poveri  e  pei  nobi- 
presidenza  d'unr//V7<o//o,ondexiiralli  Ilio-  li,  ed  Alarico  suo  successore  nel  IX  sc- 
ialli denominaronsi  diaconie,  in  che  fu  colo  edidcò  due  spedali,  uno  pei  vesco- 
superiore  ad  ogni  cillìi  la  regina  di  esse  vi,  conli  e  abbati,  l'allropei  poveri,  eie- 
Roma.  Ne'suddelli  tempi  gli  ospizi  di  ca-  (hi  e  indigenti.  Finalmente  ne'borglii 
ritìi  per  sussidio  e  comodo  de'pellegrini  delle  cillà  si  costumò  fondare  ospedali 
j)er  lo  più  erigevansi  ove  dovevano  pas-  onde  provvedere  ai  pellegrini ,  the  culli 
sare  i  fìunìi  senza  ponti  e  valicare  le  ci-  dalla  notte, non  potendo  entrare  in  cit- 
nie  de'monti,  per  lo  che  neir855  in  im  là,  erano  obbligati  restar  fuori  per  di- 
capitolare  prese  disposizioni  Lodovico  11.  fello  d'osterie  e  pubblici  alberghi;  anche 
É  da  notarsi  che  ue'secoli  barbarici  non  di  essi  presero  talvolta  cura  i  monaci  ed 
pare  fossero  in  uso  i  pubblici  ospizi,  og-  i  canonici.  Come  si  debbano  favorire  i 
gi  detti  osterie  o  alberghi,  dove  vi  dasse  forestieri,  dai  sagri  canoni  raccomandali 
cibo  e  letto  con  pagamento  ai  viaggia-  ni  vescovi,  onde  non  siano  aggravati  nei 
tori  :  ne  furono  privi  eziandio  gli  antichi  viveri  traversando  le  città,  e  [lerchè  si 
greci,  ed  i  romani  ne'primi  secoli  dopo  usi  ospitalità,  e  come  sono  disgustali  dei 
la  fondazione  di  Roma,  cercòndosi  allora  prezzi  alti  delle  locande,  può  vedersi  il 
albergo  presso  gli  amici, onde  furono  in-  Fea  :  Partre  stili'  aumtiilo  delle;  pigiala 
ventale  le  tessere  os[)ilali:  a  poco  a  j)0-  delle  rase.  Atalarico  re  de' goli  nel  J^34 
co  si  andarono  formando  a  Roma  lavcr-  ordinò  che  il  prezzo  di  cpiello  che  si  ven- 
ne e  osterie  per  ricettare  i  viandanti  e  deva  a'  viandanti  e  pellegrini  fosse  ad 
forestieri. Dal  nome  Jiospitcs,  cioè  alber-  nibilrio  de'  vescovi;  ed  il  re  di  Francia 
gatori,  derivò  il  vocabolo  ostej  ma  nei  Pipino  nel  7^6  comandò  che  nulla  si 
seguenti  secoli  pochi  vestigi  si  liovano  esigesse  dai  pellegrini  che  andavano  alla 
di  tali  osterie  per  l'Italia,  come  rilevasi  visita  de'Iuoghi  sanli.  Delle  provvidenze 
da  un  capitolare  dell'Ho?,  di  Carlo  Ma-  prese  dai  Papi  alla  sicurezza  delle  strade, 
gno.  Dipoi  incominciarono  taverne  ove  sui  viveri  e  sulle  abitazioni  negli  j4/iiii 
ì  pellegrini  compravano  il  villo,  ma  si  .y^////,  a  quell'articolo  le  riportai,  solendo- 
procacciavano  poscia  l'ospizio  nelle  case  si  delegare  un  giudice  ed  una  congre- 
tie'pri  vati,  cheper  guadagnare  li  accoglie-  gazione  di  caidinali  per  le  dilferenzeche 
vano  a  prezzo  convenuto;  talvolta  però  il  possono  nascere  tra  i  romani  e  fureslie- 
pellegrino  era  accollo  gratis.  Nel  secolo  ri.  INelle  uiedaglie  da  loro  coniate  per 
Xlll,anzi  molto  prima, quasi  inniuuacit-  1'  apertura  e  chiusura  delle  porle  sante, 
là  d'  Italia  mancavano  osterie  e  pubblici  di  frequente  si  vedono  le  figure  de'pel- 
ospizi.  Quanloalla  cagione  perchè  le  anli-  legrini,  coH'abito  de' quali  in  tali  tempi 
che  erano  andalein  disuso, si  deve  proba-  si  recarono  in  Roma  sovrani,  principi, 
bilmenle  ripetere  dalla  calala  de'barbari  cardinali,  vescovi  e  allri  personaggi.  Con 
in  Italia,  chequale  gente  senza  legge,  non  abito  da  pellegrino  e  a  piedi  scalzi  s.  Leo- 
solo  negarono  il  pagamento  ilell'alloggio,  ne  IX  fece  il  suo  primo  ingresso  in  Ro- 
ma abusarono  della  ospilalilà.  Per  que-  ma,  ed  Alessandro  111  ne  partì  per  evi- 
{•la  mancanza  di  pubblici  ospizi  se  ne  tare  le  persecuzioni  di  Federico  I. 
fondarono  e  dotarono  in  copia  a  norma  PELLEGRIAO  (s.),  i."  vescovo  d' A u- 
della  carità  cristiana, avendo  Dio,  i  con-  xerre  martire.  Fu  mandato  a  predicare 
cilii  ed  i  padri  raccomandata  l'ospitali-  il  vangelo  nelle  Gallie  da  l'apa  s.  Sisto  IF 
là  :  nei  nome  di  ospiti  si  compresero  an-  del  260;  convertì  alla  religione  cristiana 


4G  PEL 

iiu  gran  numero  d'idolatri  clie  abitava- 
no iieH'Auxeiresej  e  diri  la  sua  vita  col 
mai  tiiio,  che  si  pone  verso  1'  anno  3o4, 
sotto  il  regno  di  Diocleziano.  Usuo  cor- 
po fu  sepolto  a  Baugy,  dove  fu  marti - 
rizzatOjCcredesi  che  ora  si  trovi  in  s.  Dio- 
nigi presso  Parigi;  altri  vogliono  che  sia 
in  s.  Pietro  di  Roma  o  a  Terni  neirUm- 
bria.  Trovasi  menzionalo  nel  martirolo- 
gio romano  a' 16  di  maggio. 

PELLEGRINO  (s), eremila.  Princi- 
pe  del  sangue  reale  d' Irlunda,  rinunziò 
al  possedimento  de'suoi  stati  e  lasciò  pu- 
re il  suo  paese  per  vivere  perfeltamenle 
dislaccalo  dalie  cose  del  mondo.  Visitò  t 
Juoghi  santi  della  Palestina  ,  e  poi  riti- 
rossi  in  un  luogo  degli  Apennini,  in  vici- 
nanza di  JModena,  dove  menò  per  4o  an- 
ni austerissima  vita.  Mori  nel  Gz|3,edè 
onoralo  a  Modena  e  a  Lucca  come  uno 
«lei  jìrulettori  del  paese,  celebrandosi  lu 
sua  festa  il   i."  di  agosto. 

PELLEGRINO.  V.  Pellegrinaggio. 

PELLEVÈ  o  DI  PELVÈ  ^^icolò, 
Cardinale.  Nacque  nel  suo  castello  di 
.Tony  nella  diocesi  di  Rouen,  da  nobilis- 
simi genitori.  Si  approfondò  talmente  nel- 
losludiodelle  divine  scritture  e  delle  leg- 
gi nell'università  di  Bourges,  che  diven- 
ne in  essa  pubblico  professore,  e  dopo  es- 
sere stalo  senatore  di  Parigi,  maestro  di 
suppliche  nella  corte,  consigliere  del  di- 
partimenloecclesiasticoeabbate  di  s.  Re- 
migio di  Reims,  Paolo  IV  nel  i55j  lo 
fece  vescovo  d'  Amiens  e  ])oi  nunzio  di 
Scozia.  Fu  nominalo  guardasigilli  e  pre- 
cettore del  duca  d'Alencon fratello  del  re 
Carlo  IX,  nella  cui  assenza  da  Paiigi  fu 
presidente  del  regio  consiglio  e  vice  can- 
celliere del  regno,  all'assemblea  del  quale 
si  recò.  Nel  1  562  fu  a  quella  del  clero  in 
Orleans  per  esaminale  i  decreti  del  Tri- 
dentino, indi  nel  i563  venne  trasferito 
all'arcivescovato  di  Sens,  dopo  che  si  di- 
leguarono le  false  accuse  di  eresia,  essen- 
do invece  benemerito  della  religione.  Ad 
istanza  di  Carlo  IX,  a' 1  7  maggio  1570 
s.  Pio  \'  lu  creò  cardinale  prete  de'ss.  Gio. 


PEL 

e  Paolo,  e  divenne  protettore  di  Scozia, 
d'Irlanda  e de'girolamini.  Quel  Papa,  per 
la  sua  dottrina  e  zelo  ardente  pel  calto- 
licismo,  l'ebbe  in  gran  pregio,  eia  slessa 
stima  gli  professò  Gregorio  XI 1 1,  cui  riuscì 
carissimo,  prevalendosi  di  lui  in  gravi  alia- 
ri.  Come  procuratore  della  lega  di  Fran- 
cia, domandò  inutilmente  al  Pontefice 
che  il  re  di  Na varrà  poi  Enrico  IV,  ed  il 
principe  di  Condè  fossero  scomunicali. 
Nel  restaurare  il  monastero  e  chiesa  del 
suo  titolo,  rifabbricando  il  portico  e  il  pa- 
vimento, ritrovò  i  corpi  dei  ss.  Gio.  e  Pao- 
lo, che  collocò  in  luogo  ornato  e  conve- 
niente. Nel  1  5q2  passò  all'arcivescovato 
di  Reims,  e  portatosi  a  Parigi  peri'assein- 
blea  del  clero  s'  infermò  gravemente  , 
mentre  Enrico  IV  s'impadronì  della  cit- 
tà, il  quale  slimando  lesue  singolari  vir- 
tù, pose  guardie  alla  sua  abitazione,  per 
preservarlo  d'ogni  insulto.  Ivi  morì  nel 
I  5()4)  d'anni  77,0  fu  trasportato  nella 
sua  metropolitana  in  nobile  avello  fregia- 
to di  prolisso  ed  elegante  elogio. 

PELTA  o  FELLI.  Sede  vescovile  del- 
la  Frigia  Pacaziaua  ,  sotto  la  metropoli 
di  Laodicea, eretta  nel  V  secolo.  Ebbe  4 
vescovi.  Oricns  chr.  t.  i,p.  801. 

I^ELUSIO,  Pelushun.  Sede  vescovile 
dell'Auguslamnica  i.',  soUoil  patriar- 
cato d'Alessandria,  eretta  nel  IV  secolo, 
indi  metropoli  con  le  seguenti  chiese  per 
sulTraganee:  Selhrale,  Tanis,  Thmuis,  Ri- 
nocorura  o  Faramida,Oslracene  oStra- 
giani,  Casium,  Aphneum,  Efesto,  Pane- 
piso.  Gena,  Itageri,  Teneso,  Facusa  e 
Peiilaschenon.  La  celebre  città  di  Pelu- 
sio  neir  Egitto,  dalla  parte  della  Siria  , 
presso  rimboccatura  del  ramo  del  Nilo 
che  porta  il  suo  nome,  da  alcuni  fu  cre- 
duta Damiata  o  DanvtUa  o  Belbais,  e 
fu  una  delle  principali  fortezze  militari, 
denominandosi  anche  Perenioun,  Fara- 
ina  o  Fournia  per  gli  arabi,  o  luogo  fan- 
goso, per  essere  circondata  di  paludi.  Re- 
gistra 8  vescovi  r  Oriens  christ.  l.  2,  p. 
53  r .  Commanvillediceche  vi  furono  l'ar- 
civescovo greco  ed  il  copio,  e  che  i  lati- 


ni  vi  eljbero  un  vescovo  durante  lo  cro- 
ciale. Pelusio,  Pcltisiaiicn,  è  ora  un  litolo 
arcivescovile //i  ^/7/7/^u5',  coi  dipeiideiili 
titoli  vescovili  di  Taiiis,  Efesto  e  Teiieso. 
PEMENE  o  PASTORE  (s.),  abbate. 
Alolto  celebre  fia  gli  aiiticlii  padri  dei 
deserto,  circa  l'anno  3811  si  ritirò  nella 
solitudine  di  Sccti  in  Egitto,  ove  fu  se- 
gnilo da  sei  suoi  fratelli,  i  cui  nomi  era- 
no Anub,  Paese,  Simone,  Alone,  Neste- 
ros  soprannominato  poi  il  Cenobita,  e 
Sarmazio  il  giovane.  Pemene  passava  so- 
lente più  giorni  senza  mangiare,  e  vie- 
lava  ai  monaci  l'uso  del  vino  e  la  ricer- 
ca di  tutto  ciò  che  poteva  solleticare  i 
sensi.  A.Tendo  alcuni  baibari  dato  il  gua- 
sto al  deserto  di  Sceti  nel  3c)5,  egli  si  rir 
tirò  co*  suol  fratelli  a  Terenulh,  e  vi  ri- 
mase più  anni  ,  governando  la  sua  pic- 
cola comunità  insieme  con  Anub.  Delle 
1 1  ore  della  notte  ne  passavano  4  a  la- 
vorare, 4  a  cantar  salmi,  concedendo  sol- 
tanto le  altre  4  ^^  riposo.  Il  giorno  la- 
\oravano  fino  a  sesta,  indi  leggevano  ti- 
no a  nona,  poscia  raccoglievano  delle  er- 
be pel  loro  villo,  l'emene  evitava  tutto 
ciò  che  poteva  cagionargli  la  minima  di- 
strazione, ed  era  tanto  staccato  dalle  cose 
del  mondo,  che  essendo  sua  madre  ve- 
nuta a  visitarlo,  egli  senza  aprire  la  [)or- 
la  le  chiese,  scarnava  meglio  vederlo  al- 
loia  un  istante,  od  essere  eternamenle 
con  lui  nella  vita  avvenire,  soggiungen- 
do che  se  ella  soflocava  questo  suo  desi- 
derio, avrebbe  godutola  beatitudine  del 
cielo.  Confortata  la  donna  da  questa  pro- 
messa, si  ritirò  senza  vederlo.  Pemene  u- 
so  la  stessa  severità  verso  il  govereiatore 
della  provincia,  il  quale  lo  slimolava  a 
rendergli  una  visita  Ptitornato  nel  deser- 
to di  Sceti,  una  nuova  scorreria  di  bar- 
bari lo  costrinse  di  nuovo  ad  uscirne  con 
s.  Al  senio  nel  43o,  e  mori  circa  il  45i. 
La  vite  dei  Padri  ridondano  di  eccellenti 
massime  di  Pemene,  che  sono  tante  pro- 
ve della  sua  saggezza,  dei  suoi  lumi  e 
della  sua  discrezione.  Egli  è  nominato  a' 
■ij  agosto  nel  mailirologio  romano  e  nei 


P  E  N  47 

IMenei  dei  greci,  i  quali  nel  loro  onicio 
gli  danno  il  titolo  di  luce  del  mondo  e 
di  modello  de'  monaci. 

PEN  AFIEL  o  PENaFIEL  DE  SOU- 
ZA  o  PEi\HAElEL.  Città  vescovile  di 
Portogallo,  provincia  di  Minilo,  capoluo- 
go di  comarca  a  io  leghe  da  Braga,  in 
])ella  valle  sul  pendio  d'una  montagna, 
alla  destra  della  Tamesra.  Ila  «rande  e 
bella  strada,  magnifico  edifizio  costrutto 
da  JMaria  I;  bella  cattedrale  e  parrocchia- 
le, la  cui  (acciaia  e  le  tre  navi  sostengo- 
no colonne  ioniche;  convento  di  france- 
scani, ospizio  della  pietà  con  bellissima 
chiesa,  scuole  di  reltorica  e  filosofia.  Ven- 
ne fondala  nell'85oda  d.  Faynodi  Sua- 
rez  discendente  dai  goti.  Clemente  XIV 
ad  istanza  del  re  Giuseppe  nel  1771  e- 
resse  la  sede  vescovile,  ed  a'  i  7  giugno 
[ireconizzò  in  i.°  vescovo  fr.  Ignazio  di 
s.  Gaetano  carmelitano  scalzo,  nato  in 
Cliaves  diocesi  di  Braga.  Non  ebbe  succes- 
sori e  la  diocesi  fu  unita  a  quella  di  Porto. 

PENE  ECCLESIASTICHE.  Due  sor- 
la  di  pene  sono  distinte  dal  diritto  cano- 
nico, le  spirituali  e  le  temporali.  Le  pri- 
me comprendono  le  censure  ecclesiasti- 
che, le  irregolarità,  la  deposizione,  la  de- 
gradazione, certi  esercizi  di  pietà  che  s'im- 
pongono ad  un  ecclesiastico  per  correg- 
gerlo di  qualche  cattiva  abitudine.  Le 
temporali  sono  le  limosine,  le  ammende, 
la  privazione  del  rango  in  una  chiesa,  del 
voto  in  un  capitolo,  de'frulli  d'un  bene- 
fizio, la  prigione,  il  bando,  la  tortura,  la 
galera,  l'ammenda  onorevole.  La  Chiesa 
abbonendo  il  sangue,  le  pene  che  impo- 
ne il  vescovo  o  il  giudice  oufiìziale  eccle- 
siastico, mai  arrivano  a  tal  punto.  Quando 
il  delitto  è  enorme  e  tale  da  meritare  una 
pena  afflittiva  o  corporale,  il  giudice  ec- 
clesiastico, dopo  di  aver  imposto  la  mag- 
giore delle  pene  ecclesiastiche,  ch'è  la  de- 
posizione e  la  privazionede'benefizijdeve 
ricorrere  al  braccio  secolare.  Avendo  la 
Chiesa  l'autorità  d'imporre  pene  o  peni- 
tenze, secondo  la  qualità  de'  delitti  e  la 
condizione  dc'peni tenti,  non  ha  però  ella 


48  PEN 

proceclulo  nel  corso  degli  1 1  primi  se- 
coli contro  i  delinquenli  ed  i  peccatori,  se 
non  che  relativamente  al  foro  interiore 
e  penitenziale;  e  vuoisi  la  distinzione  es- 
sere fatta  verso  il  secolo  XII  del  foro  e- 
steriore,  che  ha  dato  occasione  d'impor- 
re per  forma  di  pena  e  con  sentenza  del 
giudice  ecclesiastico,  per  la  pubblica  sod- 
disfazione, le  penitenze  ch'erano  in)poste 
nel  furo  iiiteiiore.  Quindi  ne  venne  in 
progresso  di  tempo  il  cambiau)ento  della 
disciplina  riguardante  ^imposizione  delle 
pene,  di  che  tratta  il  p.  Morino,  Dead- 
ìiìinistr.  sacr.  poenit.  A  l.\Dx:LGEr«ZA  dissi 
della  pena  canonica  e  temporale  rimessa 
per  Uìezzo  dell'indulgenze;  a  quanto  si 
possa  estendere  la  remissione  di  questa 
pena  dinanzi  a  Dio,  e  che  colla  remissio- 
ne di  questa  si  soddisfa  alla  divina  giu- 
stizia e  alla  Chiesa  /^.  Censure  ecclesia- 
stiche. Carceri  ecclesiastiche,  Peniten- 
za, Legge,  Immunità  e  gli  articoli  relativi. 

PENI  SCOLA.  F.  Paniscola. 

PENITENTI.  Diconsi  i  religiosi  del 
lerz'ordinedis.  Francesco,  de'qua li  parlai 
nel  voi.  XXVf,  p.  I  70;  in  origine  partico- 
larmente(/^.  Flagellazione)  alcune  Coii- 
fralernile  [V.)^  le  carmelitane  scalze  fon- 
date in  Orvieto  da  Antonio  Simoncelli, 
per  donne  di  cattiva  condotta  e  ]\lcre- 
trici  (F-),  che  volevano  far  penitenza;  la 
congregazione  delle  donne  penitenti  di 
Roma,  ora  Conservatorio  di  s.  Croce  del- 
la penilcnza,  V.  (  il  monastero  che  al- 
le convertite  fabbricò  in  Costantinopoli 
Giustiniano  I,si  chiamò  ^:?e7//7e/?S(7).  Del- 
le monache  penitenti  di  Orvieto,  di  quel- 
le istituite  nel  1261  da  s.  Luigi  IX,  che 
pure  fondò  un  ordine  di  penitenti,  del- 
lepeuilenti  solitariedi  s.  Francesco  edelle 
mentovate  di  s.  Croce,  tratta  il  p.  Bonan- 
ni.  Catalogo  par.  3,  p.  25,  26,  27601. 
Vi  fu  un  ordine  della  penitenza  di  Gesù 
Cristo,  i  cui  religiosi  e  religiose  erano  det- 
ti Sacchetti  e  Sacchetle  (/^.).  Altro  fu  sot- 
to il  titolo  di  Eremiti  di  s.  Giovanni  del' 
la  penitenza  {V.).  Tutlora  fioriscono  in 
Roma  i  frali  dcU'orditic  della  renitenza 


PEN 

delli  degli  scalzetti  (^.).  Finalmente  si 
chiamano  penitenti  quelli  che  fanno  la 
Confessione  sagramenlalc  {T'.)  e  quelli 
che  secondo  l'antica  disciplina  della  Chie- 
sa, divisi  in  quattro  classi  o  gfadi,  face- 
vano la  solenne  Penitenza  (/'^.).  Quanto 
ai  penitenti  per  espiare  le  loro  colpe  o 
per  peifezionarsi  e  menare  santa  viLa,se 
ne  tratta  in  vari  articoli,  come  a  Disci- 
TLiNA  PENITENZIALE, Digiuno,  Cilicio;  ed 
il  Garampi  nelle  il7e/;/o/7ej  dissert.  2,  par- 
lò degli  abili  diversi  usati  dai  penitenti 
anche  religiosi,  dicendo  a  p.  325de'cer- 
chi  di  ferro  usali  dai  penitenti,  ed  a  p. 
497  de'religiosi  chiamali  penitenti, cioè 
gli  Apostoli,  i  Beghini,  gli  Eremiti,  av- 
vertendo che  ftivvi  anche  una  setta  di  e- 
retici  e  molti  ipocriti  che  si  usurparono 
il  titolo  di  penitenti,  come  i  Beguardi,  i 
Dnlcinisti  o  Frati  della  vita  povera,  i 
Fraticelli  (/^.).  Dell'uso  dei  penitenti  di 
battersi  il  pedo,  tratta  il  p.  Menochio, 
Slnore  t.  2,  p.  22G. 

PENITENZA,  Poeniten'.ia.  Si  puòcon- 
siderarela  penitenza  come  una  virtù  par- 
ticolare o  come  uno  <ìc  selle  sagra  menti 
della  Chiesa.  La  penitenza  considerata 
come  virtù,  è  un  dolore  iie'peccali  che 
abbiamocommessi,  contrilio,  unito  all'e- 
menda della  vita  ed  al  fermo  proponi- 
mento di  soddisfare  alla  giustizia  di  Dio, 
per  l'ingiuria  che  gli  abbiamo  fatta  pec- 
cando. Per  tal  modo  la  virtù  della  peni- 
tenza rinchiude  in  sé  tre  cose:  il  dolore 
o  il  pentimento  del  peccalo  passato;  la 
resipiscenza  o  riconoscimento  dell'errore 
o  ritorno  dal  male  al  bene,  e  l'emenda 
de'costumi  ;  la  pena  o  il  castigo  proprio 
ad  espiare  ed  a  riparare  l' ingiuria  che 
il  peccato  fa  a  Dio,  attaccandolo  nel  di- 
ritto ch'egli  ha,  in  qualità  di  maestro  e 
di  legislatore  supremo,  che  tutte  le  no- 
stre azioni  gli  sieno  riferite  come  a  no- 
stro ultimo  fine.  L'impenitenza,  impoe- 
nitentia,  è  l'ostinazione  che  impedisce  al 
peccatore  di  convertirsi  ;  e  dicesi  impe- 
nitenza finale  quella  in  cui  si  muore,  ed 
è  questo  il  solo  peccato  irremissibile;  do- 


PEN 
vere  quindi  deH'  impenitente  è  di  litov- 
nare  a  Dio,  mentre  ne  lia  il  tempo.  La 
penitenza  come  sagrnnienio,  e  un  sngi  a- 
mento  istituito  da  Gesù  Ciisto  pei  resti- 
tuire allo  stato  di  grazia  e  rimettere  i 
peccati  commessi  dopo  il  battesimo,  a  co* 
loro  che  caduti  nella  colpa  ne  sono  contri- 
ti, che  confessano  i  propri  errori  e  si  pro- 
pongono di  soddisfarvi,  mediante  il  mi- 
nistero d'  un  sacerdote  che  ha  la  giuris- 
dizione necessaria  a  tale  effetto.  11  confes- 
sore sostiene  la  persona  di  giudice  e  di 
medico, ed  è  destinato  da  Dio  a  ministro 
della  divina  giustizia  insieme  e  della  mi- 
sericordia, come  si  raccoglie  dalle  paro- 
le colle  quali  Cristo  diede  una  tal  facol- 
tà agli  apostoli.  In  fatti  il  confessore  si 
costituisce  ministro  di  giustizia,  quando 
punisce  il  penitente,  imponendo  la  sod- 
disfazione conveniente;  si  costituisce  mi- 
nistro di  misericordia,  quando  gl'impar- 
lisce  l'assoluzione.  Nei  primi  tempi  il  so- 
lo vescovo  confessava,  anche  i  malati;  i 
vescovi  andavano  all'armata  per  predi- 
carvi ,  benedire  e  riconciliare  i  pubblici 
penitenti,  benché  vi  fossero  i  preti  con- 
fessori dell'armata.  I  canonici  furono  dai 
vescovi  pei  prinu  deputati  a  confessare. 
V.  Peccato,  Penite\ti,  Penitenziere, 
Confessione  e  Confessore.  Questo  sagra- 
mento  come  tendente  a  mortificare  i  sen- 
si e  la  carne,  fu  attaccato  dagli  eretici  e 
dai  protestanti.  I  Moiitanisti  e  Noi'azia- 
ni  (/^.)  combatterono  il  sagramento  del- 
la penitenza,  sostenendo  che  la  Chiesa  non 
avea  il  potere  di  rimettere  certi  peccati 
gravi,  come  l'idolatria, l'omicidio:  i  Cal- 
vinisti e  Liilernni  {P^.)\o  contrastano  pre- 
tendendo che  la  Chiesa  non  eserciti  il  po- 
tere di  rimettere  i  peccati  in  forza  di  un 
sagramento  distinto  dal  battesimo,  e  che 
essa  non  ha  altro  motivo  per  rimetterli 
se  non  che  il  battesimo  stesso  richiama- 
tonella  memoria,  con  una  ferma  speran- 
za del  perdono.  A  Confessione  sacramen- 
tale, accusa  che  il  penitente  fa  de'suoi 
peccati  al  confessore,  trattai  oltre  di  es- 
sa, dell'  istituzione  del  sagramento  della 

VOL.  IH. 


PEN  io 

penitenza  ;  della  relativa  disciplina  nei 
primi  e  successivi  secoli  del  cristianesi- 
mo, tanto  della  confessione  pubblica  che 
auriculare; della  necessità  eutililà  di  ipie- 
sto  sagramento,  e  de'diversi  tempi  della 
confessione,  più  rada  anticamente,  ma  tut- 
ti in  quaresima  dovevano  confessarsi,  i 
preti  almeno  nell'avvento  e  nella  quare- 
sima; della  materia  del  sagramento,  mi- 
nistro e  soggetto  della  confessionc(quauto 
al  ministro,  dissi  a  Diacono  ch'esso  anti- 
camente in  mancanza  del  sacerdote  udi- 
va le  confessioni  e  imponeva  la  peniten- 
za in  caso  di  estrema  necessità  ;  mentre 
a  Parroccuia  parlai  della  potestà  di  am- 
ministrare il  sagramento  della  peniten- 
za concessa  eziandio  ai  religiosi  )  ;  della 
proprietà,  condizione  e  segreto  della  con- 
fessione; delle  confessioni  generali  e  pub- 
bliche, come  della  varietà  di  disciplina, 
11  confessore  proprio  ed  il  parroco,  se* 
condo  il  gius  canonico,  possono  ricevere  il 
testamento  del  proprio  penitente  grave- 
mente malato.  Il  domma della  confessio- 
ne sagramenlale  dai  nemici  della  Chiesa 
fu  attaccato  anche  a'nostri  giorni,  osan- 
tlosi  impugnamela  divina  istituzione  con 
falsi  argomenti.  Laonde  opportunamen- 
te nel  i85o  si  pubblicarono  in  Roma:  Ri- 
sposta alla  lettera  di  madariiigclla  IV. pro- 
testante intorno  al  sagramento  della  pe- 
nitenza pel  p.  lettore  Giacomo  Pelujfo 
de'min.  degl'infermi.  Del  prof.  d.  Luigi 
Wncenzì,  La  confessione  vocale  dei pec- 
cati  praticata  nella  sinagoga  antica  ed 
innalzata  a  sagramento  da  Gcsìi  Cristo 
nella  chiesacristiana,  con  appendice  in- 
torno alla  confessione  degli  antichi  paga- 
ni usata  tra  i  loro  riti  religiosi.  A  tali  e- 
rudizioni  qui  brevemente  ripeterò  in  ag- 
giunta quelle  suir  antica  disciplina  della 
Chiesa  concernente  la  penitenza  ,  ed  in 
moltissimi  luoghi  riportate. 

Anticamente  nella  Chiesa  furono  in  uso 
tre  sorta  di  penitenze,  cioè  la  penitenza 
segreta,  la  solenne  e  la  pubblica.  La  pe- 
nitenza segreta  si  faceva  in  particolare, 
come  si  pratica  tuttora  ,  per  ordine  del 

4 


5o  PEN 

confessore.  La  penitenza  solenne  a  vea  luo- 
go con  ceiteceiimonie  e  percorrendo  cer- 
ti gradi, di  cui  pallerò.  La  penitenza  piib- 
]jlica  facevasi  pubblicamente,  ma  senza 
le  cerimonie  e  i  gradi  propri  della  peni- 
tenza solenne.  Così  ogni  penitenza  soleu- 
ne  era  pubblica,  ma  ogni  penitenza  pub- 
blica non  era  solenne.  Si  fece  qualche  u- 
so  della  penitenza  pubblica,  ma  non  del- 
la penitenza  solenne,  dal  principio  della 
Cliiesa  fino  verso  la  metà  del  11  secolo. 
L'incestuoso  di  Corinto,  scomunicalo  da 
s.  Paolo,  non  rimase  in  penitenza  che  un 
anno  o  poco  più,  e  il  giovane  capo  di  la- 
dri, che  l'apostolo  S.Giovanni  riconciliò 
colla  Chiesa,  vi  rimase  anche  meno.  Dal- 
l'origine de'  montanisti,  nati  nel  li  se- 
colo ,  sino  a  quella  de'  novaziani  insor- 
ti verso  la  metà  del  III,  la  Chiesa  usò  u- 
na  maggior  severità  verso  i  penitenti,  ma 
però  non  gli  obbligò  alla  solenne  peniten- 
za durante  quel  tempo,  e  siffatta  peni- 
tenza principiò  dopo  l'origine  de'  nova- 
ziani. La  penitenza  solenne  era  divisa  in 
quattro  classi  o  ordini  o  gradi  di  peni- 
tenti pubblici.  11  i."  era  quello  de'  pia- 
gnenti o  piangenti,  il  2."  degli  ascollan- 
ti, il  3.°  dei  prostratij  ed  il  ^.°  (\e  consi- 
stenti. Anche  gli  Energumeni  ed  i  Cate- 
cumeni (di  cui  parlai  eziandio  a  IVeofilo, 
V.  )  ,  appartennero  alla  classe  dei  peni- 
tenti. 1  ^j//7Hg<'/j// vestili  di  sacco  ecoper- 
li  di  cilicii,ed  il  capo  di  cenere,  tenevan- 
.si  sotto  \\ portico  o  o/r/o  della  chiesa,  fuo- 
li  della  porta,  dove  piangevano  i  loro  pec- 
«ati  e  si  raccomandavano  alle  preghiere 
i\t''fccìcU  che  di  là  passavano  per  recarsi 
alla  preghiera  pubblica,  né  aveano  parte 
alcima  alla  messa  che  si  celebrava  pe'ca- 
tecumeni. Negli  uffizi  pubblici  ed  alla  mes- 
sa recitavansidelleorazioni  particolari  pei 
penileuti,  come  si  faceva  anche  in  qua- 
lesinia.  Alcuni  rei  di  delitti  più  enormi, 
non  potevano  ritirarsi  sotto  il  portico  e  nei 
cortili,  {)erciò  detti  iemanti,  come  espo- 
sti allo  scoperto  all'ingiurie  del  verno  e 
altre  stagioni.  La  7..'  classe  de'  penitenti 
ascoltanti  0  uditori,  i  quali  dopo  essere 


PEN 

passali  pel  i."  grado,  e  di  aver  compito 
con  edificazione  il  tempo  j)rescritto  ai 
piangenti,  erano  ammessi  dal  vescovo  o 
dal  penitenziere  nel  2.°  ordine, a'quali  i 
sacri  canoni  permettevano  1'  ingresso  in 
chiesa:  ivi  potevano  ascoltare  le  istruzioni, 
la  lettura  e  spiegazione  della  sacra  scrit- 
tura e  il  sermone,  ma  veniva  loro  ordina- 
to uscireavanli  che  cominciassero  lepre- 
ghiere,  nello  stesso  tempo  che  uscivano  i 
catecumeni  e  altri  ch'erano  compresi  sotto 
il  nome  generico  di  ascoltanti,  non  po- 
tendo partecipare  alle  orazioni  pubbli- 
che e  suffragio  del  sagrifizio.  Essi  si  rac- 
coglievano presso  alla  porta  o  nella  par- 
te più  bassa  della  chiesa  o  nartece  o  ve- 
stibolo, cioè  portico  interno  (delle  diver- 
se parti  della  Chiesa  e  distribuzione  dei 
penitenti  secondo  il  loro  sesso  e  delitto,  non 
solo  parlai  a  quell'articolo,  ma  anche  de- 
scrivendo le  superstiti  anlìche  chiese,  e  mi 
limito  citar  quella  del  voi.  XXXlll,p.  66 
e  seg.  ),  coi  catecumeni  del  più  infimo 
ordine,  e  ne  sortivano  con  essi  quando 
cominciava  l'orazione,  all'intimazione  del 
diacono,  prima  della  messa  delta  de'ca- 
tecumeni.  La  3."  classe  de'penitcnti  pub- 
blici prostrati,  oltreché  venivano  morti- 
ficati con  opere  servili  e  laboriose,  rima- 
nevano in  chiesa  mentre  recitavansi  al- 
cune orazioni  per  essi,  ma  sempre  genu- 
flessi colla  faccia  inchinata  al  suolo.  Ri- 
cevevano l'imposizione  delle  mani  dal  ve- 
scovo o  dai  sacerdoti,  ed  era  loro  stazio- 
ne al  sommo  del  nartece,  cioè  dalle  por- 
te della  chiesa  fino  all'ambone,  indi  u- 
scivano  coi  catecumeni  del  2.°  grado.  I 
prostrati  restavano  in  questo  slato,  fin- 
ché la  Chiesa  fosse  persuasa  di  loro  con- 
versione :  in  questa  3.^  classe  si  ammet- 
tevano anche  gli  energumeni.  La  4-'' clas- 
se finalmente  de  consistenti,  che  stavano 
dall'ambone  fino  al  santuario,  si  univa- 
no alle  preghiere  de'fedeli  sino  alla  fine 
e  stavano  in  piedi  cogli  altri  nelledome- 
niche;  assistevano  alla  messa,  ma  non  po- 
tevano far  Je  oblazioni  o  offerte,  né  co- 
municarsi. In  questa  classe  talvolta  \cn- 


PEN 

nero  ammessi  quelli  che  per  qualche  col- 
pa più  leggiera  venivano  privati  della 
sacra  Conìunione  (^.).  La  penitenza  so- 
lenne non  rimase  in  vigore  in  oriente  se 
non  che  verso  la  fine  del  IV  secolo^  e  nel- 
l'occidente sussistette  sino  al  VI!  inclu- 
sivamente.  Nel  secolo  XI  gli  esercizi  del- 
la penitenza  canonica  si  commutarono  in 
altre  buone  opere, cioè  ne'pellegrinaggi, 
crociate  e  limo'sine.  Però  abbiamo  che 
Onorio  111  Papa  del  12  iG,  ordinò  a  tut- 
ti i  vescovi  che  nel  giovedì  santo  riconci- 
liassero colla  Chiesa  i  penitenti  pubblici; 
ed  il  Chardon  afferma  che  sino  al  seco- 
lo XIV  durarono  nella  Chiesa  vestigi  as- 
sai chiari  dell'antica  disciplina.  Delle  pe- 
nitenze date  nel  concilio  di  Laferano  Vai 
cardinali  ribelli  a  Giulio  li,  vedasi  il  voi. 
X,  p.  19.  Ad  EsoMOLor.Esi  o  confessione 
pubblica  dissi  come  si  dava  principio  al- 
la penitenza  solenne  nel  dì  delle  Ceneri 
(F.),  mentre  l'altra  pubblica  poteva  im- 
porsi in  ogni  tempo.  Nel  V  secolo  poi  e 
per  tutto  il  VI,  in  molte  chiese  occiden- 
tali ebbe  luogo  una  4-*  specie  di  peniten- 
za chiamata  semipubblica,  cioè  mezza- 
na tra  la  pubblica  e  la  segreta,  come  la 
1  ilegazione  temporanea  ne'  monasteri  e 
diaconie,  con  rigorosi  digiuni. 

Nessuna  persona,  di  qualunque  stato 
fosse,  era  esente  dalle  pratiche  imposte 
dai  sacri  canoni  a  quelli  che  per  delitti 
notori  e  scandalosi,  come  convinti  giuri- 
dicamente, facevano  la  penitenza  pubbli- 
ca :  l'imperatore  Teodosio  I  n'  è  un  lu- 
minoso esempio;aUro  l'abbiamo  ins.  Fa- 
biola nobilissima  romana.  Alle  femmine 
però  non  si  davano  queste  pubbliche  pe- 
nitenze, ma  privatamente  piangendo  le 
loro  colpe,  con  digiuni,  orazioni  e  altre 
opere  buone,  impetravano  da  Dio  e  dal- 
la Chiesa  1'  assoluzione  di  loro  sciagure. 
!  teologi  non  sono  d'accordo  intorno  ai 
peccati  ch'erano  sottoposti  dai  canoni  al- 
la penitenza  pubblica  e  solenne.  Gli  uni 
vi  sottoponevano  tutti  i  peccati  mortali 
pubblici,  gli  altri  solo  i  peccati  gravissi- 
mi, chiamati  perciò  canonici,  cioè  l'ido- 


P  E  N  T  f 

latria,  l'oraicidio,  l'adulterio,  fossero  essi 
pubblici  o  secreli;altri  non  vi  sottopon- 
gono questi  peccati  gravissimi  che  nel  ca- 
so di  pubblicità:  certo  è  che  nelle  .severità 
delle  antiche  penitenze,  i  peccati  privati, 
toltane  la  solennità,  si  punivano  cornei 
pubblici.  11  l^avcW,  De'parrochì,  avverte 
che  la  penitenza  pubblica  nulla  avea  di 
comunecolla  penitenza  sagramentale,  es- 
sendo diversissima.  Spesso  uno  era  asso- 
luto sagrnmentalniente,  e  non  lo  era  dal- 
la penitenza  pu])\}\'\cn  i)ì  facirni  eccltsìae. 
La  penitenza  pubblica  stava  in  luogo  del- 
l'odierna forca,  galera,  multeec;  non  s'im- 
poneva la  seconda  volta,  né  i  preti  vi  s'im- 
mischiavano. Il  vescovo  senza  prove  non 
poteva  imporla  :  talora  si  serviva  dell'ar- 
cidiacono e  de'canonici  diaconi  per  as<;ol- 
vere  le  penitenze  publ)liclie.  I  soli  cano- 
nici, assente  il  vescovo,  regolavano  la  pe- 
nitenza pubblica.  I  teologi  non  sono  pa- 
rimenti d'  accordo  intorno  alla  peniten- 
za solenne  applicala  al  clei'o  maggiore, 
vale  a  dire  preti  e  diaconi,  che  alcuni  sos- 
tengono sottoposti  al  pari  de'Iaici, duran- 
ti i  primi  tre  secoli  della  Chiesa  ;  altri 
pretendono  che  non  vi  sieno  stati  mai  sot- 
toposti, a  meno  che  essi  non  abbiano  vo- 
luto soltomeltervisi  spontaneamente,  e 
che  le  penitenze  pubbliche  del  clero  mag- 
giore, che  avea  peccato  pid)blicamente, 
si  riducevano  a  deporli  ed  a  rinchiuder- 
li ne'monasteri.  La  penitenza  solenne  non 
si  accordava  che  una  sola  volta,  e  quel 
li  che  dopo  averla  compita  cadevano  nei 
medesimi  delitti,  o  in  altri  piìx  enormi, 
non  vi  erano  più  ammessi.  Non  si  dispe- 
rava però  del  la  loro  salute  e  venivano  as- 
soggettati a  far  penitenza  in  particolare: 
venivano  altresì  privati  della  comunione 
eucaristica  anche  in  punto  di  morte,  ma 
questa  disciplina  non  fu  da  per  tutto  u- 
niforme.  Nella  penitenza  solenne  eianvi 
molte  imposizioni  delle  mani  e  del  cili- 
cio sul  capo  :  la  i.'  facevasi  dal  vescovo 
ammettendo  i  peccatori  a  questa  sorte 
di  penitenza  ;  la  2.'  che  reiteravasi  spes- 
so, faceva^!  sui  prostrati  ;  la  3  '  pratica- 


"il  PEN 

vasi  qiinnrlo  i  prostrali  passavano  al  gra- 
do di  consistenti;  e  la  4-^  allorché  si  am- 
mettevano i  penitenti  alla  riconciliazio- 
ne perfetta  e  alla  partecipazione  dell'eu- 
caristia. Vi  erano  poi  due  riconciliazio- 
ni, l'ima  pei'fetta  pei  consistenti,  l'altra 
imperfetta  pei  prostrati.  Quesl;»  imper- 
fetta poteva  farsi  nella  chiesa  dai  sem- 
plici preti,  col  permesso  del  vescovo,  o 
fuori  della  chiesa  senza  consultare  il  ve- 
scovo in  caso  di  necessità.  La  riconcilia- 
zione perfetta  non  facevasi  mai  dai  sem- 
plici preti,  se  non  in  caso  di  morte  e  col 
permesso  del  vescovo,  ed  anche  dai  dia- 
coni in  mancanza  de'preti  ecoli'imposi- 
zione  delle  mani.  Il  3.°  concilio  Toleta- 
no  ordinò  che  il  vescovo  ed  il  prete  to- 
sassero i  penitenti  pubblici.  Alle  persone 
maritate  si  dava  la  penitenza  pubblica 
di  loro  consenso,  perchè  lo  stato  di  pe- 
nitenza impegnava  la  continenza.  Nel- 
r85o  il  concilio  di  Pavia  decretò  che  i 
penitenti  non  potevano  sposarsi  nel  tem- 
po della  penitenza.  Alcuni  hanno  confu- 
so quanto  era  proprio  della  peni  lenza  pub- 
blica colla  penitenza  solenne.  Nel  giorno 
delle  ceneri  i  parrochi  conducevano  i  pub- 
blici penitenti  al  vescovo  per  ricevervi  la 
penitenza  (della  quale  è  un  vestigio  l'im- 
posizione delle  ceneri),  indi  nel  giovedì 
santo  per  la  riconciliazione:  talora  an- 
che fra  l'anno  i  parrochi  conducevano  i 
penitenti  ai  vescovi.  Il  libro pemtenzia- 
te  serviva  per  l'imposizionedella  peniten- 
za e  per  la  riconciliazione  dei  penitenti; 
àe  canoni  penitenziali  o  regole  per  le  pe- 
ne da  imporsi  a'pubblici  peccatori,  par- 
lai nel  voi.  Vn,  p.  32  1.  Fu  nel  II  se- 
colo che  la  Chiesa  stese  delle  regole,  on- 
de stabilire  questo  punto  di  disciplina  in 
una  maniera  ferma  e  conveniente,  e  que- 
ste regole  si  denominarono  appunto  ca- 
noni penilenziali,  e  furono  da  quel  punto 
in  vigore  sì  in  oriente,  come  in  occiden- 
te. Le  penitenze  furono  regolate  confor- 
me all'aulorilìi  de'padrie  dei  concilii.  S. 
Basilio  assegnò  2  anni  di  penitenza  per 
un  furto,  7  per  l'omicidio,  la  vita  inlie- 


PEN 

ra  per  l'apostasia,  essendo  allora  la  pe- 
nitenza in  sommo  rigore.  /^.Pene  eccle- 
stAsTicHE  e  Disciplina  penitenziale. 

I  vescovi  aveano  podestà  di  accorcia- 
re il  tempo  della  penitenza  canonica,  in 
favore  di  quelli  che  davano  segni  di  com- 
punzione maggiore ,  ad  onta  delle  leggi 
generali  e  locali  che  regolavano  l'ordine 
e  il  tempo  della  penitenza.  11  diritto  dei 
vescovi  era  fondato  non  solo  quali  eredi 
dell'autorità  di  Cristo,  ma  eziandiodel- 
la  sua  carità,  considerandosi  a  un  tempo 
comegiudici,  padri  e  pastori  de'fedeli,  esui 
decreti  de'concilii,alcunide'quali  li  auto- 
rizzarono a  prolungar  la  penitenza,  se  lo 
credevano  vantaggioso  a'peccatori.  L'ac- 
corciar delle  penitenze,  dice  il  Chardon, 
die  origine  a\V lnclulgenza[F .),(\e:ierm\- 
nandovisi  i  vescovi  eziandio  per  le  soprav- 
venute persecuzioni  e  per  le  raccoman- 
dazioni de'  martiri.  Nel  voi.  XXXVI II, 
p.  i33,  ricordai  le  lettere  de  martiri  in 
favore  decaduti o  /a^.si sottoposti  alla  pe- 
nitenza canonica,  dette  anche  libelli  e  ce- 
dole di  pace;  non  che  le  lettere  penilen- 
ziali pei  penitenti  che  recavansi  a  Ro- 
ma, per  adempirvi  la  penitenza.  Anche  i 
sacri  Pellegrinaggi  [V.),  come  ho  accen- 
nato, fecero  parte  delle  penitenze  cano- 
niche e  per  lungo  tempo  :  a  Cencio  che 
avea  tentato  di  uccidere  s. Gregorio  VII, 
questi  gl'impose  il  pellegrinaggio  di  Ge- 
rusalemme ;  altrettanto  ordinò  Clemen- 
te V  a  Nogaret  che  avea  arrestato  e  ingiu- 
riato Boiìifacio  Vili, al  modoche  riportai 
nel  voi.  XXVI, p.  3o2.  Questi  pellegri- 
naggi si  facevano  per  ogni  parte  del  mon- 
do col  bordone  e  lo  scapolare,  o  altri  a- 
biti  propri  de' penitenti.  Essendo  la  Chie- 
sa madre  pietosa,  quando  delle  peniten- 
ze secondo  gli  antichi  canoni  penitenziali, 
per  giuste  cause  si  rendeva  impossibile 
o  almeno  difficilissimo  l'adempimento,  si 
conimulavano;in  luogo  di  digiuni  a  pa- 
ne e  acqua,  s'  imponeva  al  penitente  la 
recita  inginocchioni  di  5o  salmi,  dando 
in  quel  giorno  da  mangiare  a  un  povero, 
oltre  l'astenersi  dalla  carne  e  dal  vino; 


PEN 

se  non  sapeva  leggere,'prostrato  a  terra  in 
chiesa,  dovea  loo  volte  domandar  per- 
dono a  Dio;  si  prescrivevano  elemosine, 
celebrazione  di  messe  cantate,  ed  altre  pe- 
nitenze canoniche  in  proporzione,  per  fre- 
nare la  rilassatezza  de'  peccatori.  Il  i.° 
grado  della  penitenza  è  il  rinunziare  al 
peccato,  il  2."  l'esame  e  la  riforma  del- 
l'interno, il  3.°  lo  spirilo  di  compunzio- 
ne. Essendo  tutti  i  cristiani  chiamati  al- 
la penitenza  ,  abbiamo  grandissimo  nu- 
mero di  memorabili  esempi  riportati  dal 
Baronio  negli  Annali.  Le  persone  consa- 
grate alla  penitenza  e  alla  perfezione  del- 
la vila,  in  ogni  tempo  edificarono  il  cri- 
stianesimo. JN' e' secoli  iu  cui  sussisteva  il 
rigore  delle  penitenze  pubbliche,  molti 
volontaria  mente  si  sottoposero  alla  solen- 
ne penitenza,  per  cosìfar  conoscere  la  lo- 
ro reità  e  insieme  il  proprio  dolore  dei 
commessi  falli.  Altri  vi  furono,  che  senza 
essere  rei  di  colpe  soggette  a  penitenza 
canonica,  1'  abbracciarono  per  zelo  e  di- 
vozione particolare.  Nel  pericolo  di  mor- 
te, senza  gravi  colpe,  ma  per  istinto  di 
timor  di  Dio,  anticamente  fu  fre{|uente 
di  pigliar  l'abito  monastico  in  occasione 
d'inlermità,  per  consacrare  il  restante  dei 
loro  giorni  alla  penitenza  se  sopravvive- 
vano; come  narrai  nel  voi.  XLVl,  p.  58 
e  73.  Osserva  Buonarroti  uè  f"  etri  anti- 
chi,che  la  peni  lenza  era  solita  darsi  ai  mo- 
ribondi avanti  l'eslreiiia  unzione  con  al- 
cuni riti,  di  aspersione  di  cenere,  d' im- 
posizione di  cilicio  e  allro,  onde  i  suoi  sim- 
boli furono  espressi  nei  sepolcri;  figuran- 
dosi in  essi  la  penitenza  coli'  immagine 
di  s.  Pietro  col  gallo  vicino,  al  cui  can- 
to cominciò  a  piangere.  Siccome  le  ope- 
re di  penitenza  si  possofio  ridurre  in  cer- 
io n)odo  alla  preghiera,  al  digiuno  e  al- 
ì'<'lfino<>ina,lva  gli  altri  mezzi  pii  di  sod- 
disfazione vi  ha  pure  il  rassegnarsi  alla 
volontà  di  Dio  se  ci  visiti  con  le  afflizio- 
ni e  i  travagli.  Cosi  per  mezzo  delle  ma- 
lattie, delle  ainizioni  di  spirilo,  dei  rove- 
sci di  fortuna,  della  perdila  della  roba  e 
delle  persone  a  noi  più  care,  Dio  ci  oOre 


PEN  53 

roccasionedi  patire  pei  nostri  peccati.  Co- 
sì permeile  egli  talora  che  noi  siamo  fat- 
ti oggetto  delle  mormorazioni,  delle  ca- 
lunnie ,  delle  persecuzioni,  onde  ci  pos- 
siamo valere  di  sitfatle  tribolazioni  per 
far  la  penitenza  ch'egli  esige  da  noi.  In- 
oltre, ne' quotidiani  incomodi  della  vita, 
nelle  frequenti  privazioni  a  cui  andiamo 
soggetti,  le  molestie  che  ci  vengono  o  dal- 
le persone,©  dalle  creature  irragionevoli 
eziandio,  sono  occasioni  di  far  peniten- 
za. Su  questo  gravissimo  argomento  si 
possono  leggere:  il  p.  Gio.  Morin,  Coni- 
mentarius  hist.  de  disciplina  in  admini- 
stratione  sacramenti  poenilenliae,  trede- 
ciin  primis  saecidis  in  ecclesia  occiden- 
tali et  hncusque  in  orientali  obscrvala, 
Parisiis  i65o.  Sirmondi,  Historia  poe- 
nitentiae  publicae  ,  Parisiis  i65i.  Orsi_, 
Dissert.  hist.  de  capitalium  criminum  ab- 
solittioni,  Mediolaui  lySo.  Joh.  Lensaco, 
De  ecclesiastica  satisfactionc  poeniten- 
tiae,  Lovanii  i585.  Coucina,  De  sacra- 
mento poenitentiae,  ejusque  ministro,  R^o- 
mae  1750.  Cìrnvàon,  éStoria  de'  sacra- 
menti t.  2,  storia  della  penitenza.  Terza- 
ga,  Istruzione  per  amministrare  il  sagra- 
mento  della  penitenza ,  Roma  i  790.  Coni- 
ment.  hist.  in  adniinistr.  sacramenti  poe- 
nitentiae, Anluerpiae  1682.  Sulla  peni- 
lenza,  sagramenlo,.  ordine  e  rito  da  te- 
nersi in  amministrarlo,  vedasi  Diclich  , 
Diz.  sacro-li turg, 

PENITENZA.  Ordinedereligiosi det- 
ti degli  scalzetti.  Ne  fu  fondatore  il  servo 
di  Dio  Giovanni  Varella  e  Losada,  nato 
agli  II  dicembre  1723  in  Brigos,  dioce- 
si di  Lugo,  nel  regno  di  Galizia  in  Ispa- 
gna,  da  nobili  genitori.  Educato  nel  ti- 
mor di  Dio,  per  le  asprezze  dello  zio,  pas- 
sò in  Ceuta  di  Barberia  ad  arruolarsi  sol- 
dato. Militò  anche  in  Italia  e  trovossi  ai 
falli  d'armi  di  Vellelri  e  Pizzighettone. 
Avendo  disertato  fu  mandato  prigione  in 
Maiorca,ove  per  compassione  tacque  chi 
gli  avea  rubalo  l'archibugio.  Ottenuta  la 
libertà,  entrò  al  servizio  del  maggiordo- 
mo dei  cardinal  Borbone  arcivescovo  di 


54  PEN 

Toledo;  qii«sli  era  solito  portarsi  ogni 
anno  dai  domenicani  di  Segovia  a  farvi 
yli  esercizi  spirituali,  con  tutta  la  fami- 
glici, per  cui  Io  seguiva  pure  Giovanni. 
Essendovi  una  grotta  in  cui  è  tradizione 
vi  avesse  fatto  penitenza  s.  Domenico , 
spesso  Giovanni  si  ritirava  a  farvi  ora- 
zione, ond'  ebbe  da  Dio  forti  ispirazioni 
d'abbandonare  il  mondo  e  di  recarsi  in 
Salamanca.  In  fatti  cambiate  le  sue  ele- 
ganti vesti  con  quelle  d'un  povero,  con- 
sistendo in  lacero  sacco  che  pose  sulla  nu- 
da carne,  col  capo  scoperto  e  scalzo,  l'ul- 
timo del  1749  s'incamminò  per  ubbidi- 
re al  Signore  alla  volta  di  Salamanca;  e 
per  non  essere  molestato  nel  viaggio,  si 
finse  pazzo  e  muto.  In  questa  condizio- 
ne si  portò  al  convento  de'niinori  osser- 
vanti, dormendo  sulla  porla  della  chiesa 
e  ricevendo  tra'poveri  l'alimenlo.  Avve- 
dutosi il  Portinaro  della  pietà  del  credu- 
to pazzo,  l'impiegò  a  pulire  il  chiostro,  e 
perciò  voleva  soccorrerlo  a  parte,  n)a  e- 
gli  si  contentò  di  restare  dopo  i  poveri. 
1  religiosi  ben  presto  se  ne  servirono, ara- 
mirandolo  anche  pegl'iusulti  e  derisioni 
de'ragazzi,  che  sopportava  con  edificazio- 
ne: finalmente  Dio  volle  far  palese  la  vir- 
tù del  suo  servo,  nel  modo  seguente.  Sette 
anni  circa  prima  che  Giovanni  andasse 
a  Salamanca,  il  Signore  in  visione  avea 
mostralo  a  suor  Rosa  del  Casliglio  di  Ge- 
sìiNazareno,re!igiosadis.  Chiara  di  quel- 
la città,  il  volere  che  si  fondasse  un  nuo- 
voordine  di  penitenza,  dichiarandole  an- 
cora gli  esercizi  che  doveano  praticare  i 
nuovi  Penitenti ( F.),  ovd'inaiìdoìe  di  scri- 
vere fedelmente  l'udito  e  il  veduto,  co- 
mefececonsegnandolo  scritto  al  suo  con- 
fessore p.  Valcarze  minore  osservante  e 
professore  di  Salao)anca.  Per  sette  anni 
fu  esaminalo,  ma  per  ignorarsi  chi  dovea 
essere  il  fondatore  del  nuovo  ordine,  ri- 
corse di  nuovo  suor  Rosa  all'orazione,  e 
Gesù  Cristo  che  tornò  ad  apparirle,  le 
nominò  Giovanni  Yarella, al  quale  aven- 
dogli per  un  Crocefisso  parlato  nella  gJ  ot- 
ta di  Segovia  e  comandato  di  recarsi  a 


PEN 

Salamanca  per  intendere  la  sua  divina 
volontà,  ivi  si  trovava  presso  i  francesca- 
ni, santamente  finto  pazzo  e  muto.  Aven- 
do tutto  la  religiosa  riferito  al  confesso- 
re, egli  andò  in  cerca  di  Giovanni,  lo  chia- 
mò per  nome  e  invitò  a  lasciar  la  simu- 
lala pazzia.  Stupì  Giovanni  di  essere  co- 
nosciuto, ma  ridendo  si  occultò.  Allora 
il  p.  Valcarze  seriamente  in  rincontrarlo, 
gli  manifestò  quanto  Dio  aveagli  signifi- 
cato nella  grotta  di  Segovia  e  lo  minac- 
ciò di  castigo  se  non  ubbidiva;  ma  segui- 
tando Giovanni  la  sua  finzione  evase,  in- 
di fece  con  lui  la  confessione  generale  con 
sorpresa  de'francescani  che  lo  reputava- 
no mulo  e  pazzo,  ed  egli  rispose  essere 
ciò  avvenuto  per  le  loro  orazioni.  Gli  fu 
accordalo  in  convento  uno  stanzino,  ove 
passava  la  nòtte  in  orazione  e  flagellazio- 
ni, impiegandosi  la  mattina  a  servii^e  con 
fervore  tutte  le  messe. 

Il  p.  Valcarze  dopo  aver  fallo  diverse 
prove  su  Giovanni,  nel  lySi  gli  svelò  il 
segreto  che  Dio  lo  destinava  fondatore 
di  nuovo  ordine  a  vantaggio  de'  fedeli. 
Subito  Giovanni  fuggì  dal  convento  e  sa- 
rebbe partito  dalla  città  se  Gesù  Cristo 
non  lo  avesse  impedito,  parlandogli  la  ter- 
za volta, la  seconda  essendosi  manifesta- 
to al  suo  arrivo  in  essa.  Tutlavolta  il  p. 
Valcarze  ritrovatolo  procurò  di  persua- 
derlo della  replicata  volontà  divina,  e 
dopo  vari  abboccamenti  lo  indusse  a  tor- 
nare in  convento  e  rassegnarsi,  portan- 
dolo da  suor  Rosa  di  Gesù  Nazareno  che 
gli  consegnò  lo  scritto  della  rivelazione. 
Ricevuta  Giovanni  la  carta,  nel  giorno  di 
s.  Gio.  Battista  lySi  coininciò  ascrivere 
la  regola  e  la  terminò  in  quello  di  s.  Bar- 
tolomeo :  agli  8  marzo  i  'jS'ì  unitisi  a  lui 
ottoscolari  di  Salamanca, principiò  a  met- 
terla in  pratica  e  ad  osservarla  con  essi. 
Indi  co'  compagni  si  condusse  in  Rointi 
a'ac)  agostOjSupplicando  Benedetto  XIV 
dell'esame  e  approvazione  della  regola. 
Dopo  un  anno  e  mentre  avea  acquista- 
lo altri  quattro  compagni,  due  italiani 
e  due  spaguuoli,  il  Papa  disse  a  Giovau- 


PEN 

ni  clie  la  regola  gli  piaceva,  ma  pcrcliè 
i  principi  voleano  diminuire  il  numero 
degli  ordini  esistenti,  lo  consigliò  entrare 
co'stioi  in  altri  ordini,  esibendo  facilita- 
zioni. Giovanni  restò  nel  suo  proponi- 
mento e  solo  fu  conlento  che  la  regola 
era  piaciuta  al  capo  della  Chiesa,  speran- 
do che  Dio  avrebbe  cambiato  il  cuore  ai 
sovrani.  Parli  per  Napoli  con  due  com- 
pagni per  tentarvi  una  fondazione,  la- 
sciando gli  altri  in  Roma  a  vivere  reli- 
giosamente in  una  casa  contigua  all'o- 
spizio de'benfralelli  spagnuoli  (ne  parlai 
nel  voi.  XXVI,  p.  126  )  presso  s.  Maria 
Maggiore,  alimentandosi  di  limosine  , 
(]uando  la  provvidenza  condusse  nell'a- 
bitazione il  cardinal  Cresceiizi  arcivesco- 
vo di  Ferrara, ed  informatosi  del  loro  te- 
nore di  vita,  gl'invito  a  recarsi  a  pranzo 
da  lui  due  per  giorno.  Per  la  stima  che 
ne  concepì,  con  beneplacito  pontificio  li 
stabiPi  in  Ferrara,  prima  nella  chiesa  dei 
Sacconi,  quindi  in  quella  di  s.  Croce,  don- 
de l'arcivescovo  Mattei  li  trasferì  nella 
chiesa  di  s.  Apollinare.  Venuto  Giovan- 
ni in  cognizione  dell'operato  dal  cardi- 
nale, si  recò  in  Roma,  e  fu  consigliato 
di  porre  in  pratica  il  prescritto  dalla  re- 
gola, cioè  di  andare  il  superiore  a  chie- 
der la  limosina  per  la  città  colla  croce 
sulle  spalle.  Ubbidì  Giovanni  e  venendo 
abbondantemente  provveduto  dalla  ca- 
rità de'fedeli,  cessò  co'  compagni  di  an- 
dare a  pranzo  nelle  case  degli  altri  re- 
golari. Per  falsi  rapporti  il  cardinal  Gua- 
dagni li  fece  partire  da  Roma, assicuran- 
doli che  se  fossero  ricevuti  altrove,  co- 
me in  Ferrara,  il  Papa  avrebbe  appro- 
vato l'istituto.  Dopo  essere  Giovanni  coi 
suoi  religiosi  soggiaciuto  a  diverse  peri- 
pezie, sì  in  Roma,  che  in  Napoli,  Mila- 
no, Piemonte,  Alessandria  e  Brescia,  do- 
ve dall'altrui  gelosia  non  si  voleva  l'isti- 
tuto ,  potè  aprire  quattro  conventi  iu 
Ungheria,  poi  con  altri  soppressi  da  Giu- 
seppe H,  ed  il  vescovo  d'Agria  Valcorzi 
ordinò  sacerdote  Giovanni  con  tre  com- 
pagni a  titolo  del  seminario  ,  secondo  i 


PEN  55 

privilegi  della  patria.  Portatosi  il  fonda- 
tore nella  Spagna,  eresse  il  convento  di 
Torà  nella  diocesi  d'Orihiiela,  ma  i  men- 
dicanti l'obbligarono  a  partire,  onde  in 
Portogallo  i  religiosi  fondarono  tre  con- 
venti, ma  solo  in  Lisbona  poterono  rima- 
nere. Tornato  Giovanni  in  Ispagna  ebbe 
un  convento  a  Madrid,  che  durò  Ireaimi. 
Ripassato  il  fondatore  in  Roma  eresse 
un  convento  sul  IMonte  s.  Angelo  presso 
Viterbo,  poscia  iu  questa  città  traspor- 
tato :  finalmente  andato  in  Ferrara,  in- 
debolito e  stanco  pei  continui  viaggi  per 
stabilire  e  dilatare  l'ordine,  Giovanni  vi 
morì  a'24  maggio  i  769,  d'anni  4^5,  e  con 
fama  di  santità  fu  sepolto  in  s.  Croce  e 
poi  traslato  in  s.  Apollinare.  Progreden- 
do l'ordine  a  fiorire,  Pio  VI  a'2  i  mag- 
gio 1784  col  breve  Injuiicti  nohis,  con- 
fermò le  regole  e  costituzioni  dell'ordi- 
ne, e  con  l'altro,  Ex  debito,  ^W  comuni- 
cò le  grazie  e  privilegi  dell'ordine  fran- 
cescano. Nel  Ball.  Ront.  Coni.  t.  7  ,  p. 
284  e  299,  sono  riportati  i  brevi  e  le  co- 
stituzioni, quali  già  erano  state  stampa- 
tene! I  784  in  Ferrara, indi  in  R.oma  col- 
le y4ggiunle  nel  1 790.  Queste  ultime  tro- 
vate necessarie  dal  p,  Giuseppe  Crespo 
generale  dell'ordine,  con  facoltà  aposto- 
lica si  formarono  da  lui  e  dal  definito- 
rio, indi  ordinate  e  disposte  dal  p.  Anni- 
bali da  Latera  minore  osservante,  furo- 
no approvate  a'20  luglio  1790  con  de- 
creto della  congregazione  della  discipli- 
na regolare,  ed  autorità  di  Pio  VI,  il  qua- 
le accordò  ai  religiosi  l'uso  del  mantello. 
Inoltre  Pio  VI  coi  bve\e  Ejcposiliim  no- 
bis,  de' 18  luglio  1797,  Bull.  cit.  t.  io, 
p.  io4,  concesse  all'ordine  il  privilegio 
diseppellirei  fedeli  defunti  nelle  loro  chie- 
se. Dipoi  Pio  VII  con  breve  nominò  ge- 
nerale il  p.  Andrea  Castellani  romano,  e 
Leone Xlll'approvò  nell'uflizio,  avendo- 
lo onorato  di  particolare  benevolenza, 
non  che  di  sue  visite:  egli  era  stato  uno 
degli  eremiti  dell'Ascensione,  i  quali  sop- 
pressi assunse  l'abito  di  questo  ordine,  e 
in  morte  meritò  quell'elogio  che  si  leg- 


56  PE  N 

gè  nel  n.°io2clcl  Diario  di  Roma  i833. 
Ijiegoiio  XV 1  gli  die  insuccessore  l'odier- 
lìo  [).  «".Ilio  generale  Giosuè  Diolalevi.  In 
cjucsL'  ordine  peilauto,  detto  della  peni- 
ttnza  pel  liguioso  e  penitente  tenore  di 
vita  de'ieligiosi,  sotto  l'invocazione  di  Ge- 
sù Nazareno,  onde  sono  chiamati  naza- 
reni e  più  coniuneineute  scalzeUi  perchè 
prima  andavano  scalzi,  si  fanno  i  tre  vo- 
li consueti  di  povertà  evangelica,  casti- 
tà e   ubbidienza,  cui  si  aggiunge  il  giu- 
ramento di  sostenere  con  tutto  l'impegno 
il  mistero  dell'  Immacolata  Concezione. 
In  vigore  della  povertà  da'ieligiosi  pro- 
fessala, non  possono  possedere  alcun  fon- 
do, n)a  a  somiglianza  de'frati  minori  fran- 
cescani, debbono  viveredi  limosine  men- 
dicale quolidiananieute,  che  dove  queste 
non  bastino  per  vivere  è  loro  permesso 
di  fare  le  provvisioni  pel  futuro.  Il  sin- 
daco apostolico  è  depositario  delle  limo- 
sine da  impiegarsi  nelle  chiese  e  conven- 
ti, esseiitlo  proibitoai  religiosi  tenere  de- 
liaro.  llsuperioredel  convento  è  il  guar- 
diano; il  ministro  generale  dell'ordine  si 
elegge  ogni  sei  anni,  come  il  commissa- 
rio generale,  procuratore  generale*  quat- 
tro custodi  e  quattro  dclìuitori  generali: 
i  capitoli  generali  si  celebrano  ogni  tre 
anni.  I  religiosi  fanno  un  anno  di  novi- 
ziato, e  nel  ricevere  l'abito  non  mutano 
il  nome  battesimale,  né  il  cognome,  es- 
sendo vietalo  dalle  loro  i  egole.  Ma  delle 
esposte  e  di  altre  notizie,  come  delie  pro- 
vincie,  del  tenore  di  vita  veramente  pe- 
nitente de'sacerdoti  e  dei  laici,  digiuni  e 
Jiiortilicazioni,  de'cercanti  la  questua,  del 
principale  fine de'religiosi che  l'assisten- 
za de'jnoribondi,  fare  missioni  a  dispo- 
sizione degli  ordinari  e  altre  prediche,  e 
del  loro  abito,  con  dettaglio  trattò  il  sud- 
detto p.  da  Lateia,  Compendio  della  sto- 
ria degli  ordini  regolari  pav.  3,  cap.  26. 
Ciò  che  rende  questo  ordine  utile  ed  ac- 
cella  ai  popoli  si  è,  che  indefessamente 
esercita  il  suo  zelo  per  le  classi  più  ab- 
biette della  società,  accorrendo  premu- 
roso ad  apprestare  i  più  caritatevoli  soc- 


PEN 

corsi  di  nostra' s.  religione;  il  perchè  que- 
sti religiosi  furono  sì  cari  a  Pio  VI,  che 
si  degnò  esternare  il  suo  paterno  affetto 
all'istituto,  della  cui  prosperità  si  mostrò 
tanto  sollecito,  con  queste  rimarchevoli 
parole  del  citato  breve  Ex  debito  :  pa- 
terno charilatis  ajftctu  proseqidnuir  , 
ftitciqne  illoruin  slaliii ,  ac  ut  perso- 
uae ,  quae  tani  pìiun  vilae  institulum 
aniplexae  sunt ,  ec.  Neil'  ordine  fiori- 
rono diversi  religiosi ,  illustri  per  dot- 
trina e  vita  esemplare.  L'abito  dei  reli- 
giosi è  di  panno  grosso  scuro  del  colore 
de'minori  osservanti,  cioè  tonaca  lunga 
con  maniche  alquanto  strette,  e  mantel- 
lo che  arriva  alle  ginocchia,  cappuccio  ro- 
tondo e  breve,  unito  ad  un  bavaro  lar- 
go circa  dieci  dita  dalla  parte  posterio- 
re, mentre  uell'  anteriore  scende  fino  al 
petto  diviso  in  due  estremi  rotondi.  I  lai- 
ci hanno  il  cappucciosenza  questi  due  e- 
slremi,  perchè  in  vece  portano  attaccato 
allo  stesso  cappuccio  un  pezzo  di  panno 
largo  cinque  dita  e  di  figura  rotonda  nel- 
le parti  posteriore  e  anteriore.  Cingono 
la  tonaca  con  cordone  di  lana  turchino, 
nelle  cui  estremità  è  il  fiocco,  bianco  nei 
sacerdoti  e  chierici,  nero  ne'laici.  Porta- 
no sa\idali,  e  solo  ne'viaggi  possono  usa- 
re il  cappello.  Ne  produce  la  figura  con 
un  cenno  il  Capparroui,  p.  52,  nella  Rac- 
colta degli  ordini  religiosi.  L'ordine  ha 
un  cardinale  per  protettore,  chiese  e  con- 
venti a  Sutri,  a  Monte  .Marciano  detto 
della  iMadonna  Alberici,  ed  in  Viterbo 
fuori  di  Porta  s.  Pietro  ,  mentre  priuìu 
l'ebbe  sul  Munte  Cimino  e  poi  nella  chie- 
sa del  Gesù,  ov'è  sepolto  uno  de'guardia- 
ni  che  visse  e  mori  santamente, come  di- 
chiararono i  viterbesi  nella  lapide  che  gli 
eressero:  gli  altri  conventi  furono  sop- 
pressi nelle  vicende  politiche.  Inoltre  l'or- 
dine in  Pionui  ha  le  due  seguenti  chiese 
e  conventi. 

Chiesa  di  s.  Maria  delle  Grazie  a 
porta  Angelica,  nel  rione  Borgo  o  Cit- 
tà Leonina,  con  convento  in  cui  risie- 
dono il  ministro  generale  e  il  procuratore 


PEN 

ociicrole  clc'liati  della  penitenza.  Ad  E- 
REMITI  1)1   IloMA  parlili  dell'  eiezione  di 
questa  cliiesa  nel    i  588,  e  riedificazione 
nel  1618  con  piccolo  portico  munito  di 
cancelli  di  l'erro  e    tre  porte;  della   pro- 
digiosa inuiiagine  della    IMadonna  delle 
(jiazie,  dipinta  in   tavola  e  coronata  col 
divin  Fif^lio  lattante  dalcapitolo  Vaticano 
a'g  f;iu{^uo  i644>  elicsi  venera  con  par- 
ticolare divozione,  mentre  negli  altri  al- 
tari sono  rimarchevoli  il   quadro  di  s. 
Francesco  del  Puccini,  e  quello  dell'  As- 
sunta di  autore  incerto;  del  convento  o 
ospizio  e  spedule  contiguo,  ove  dimora- 
rono sino  al  lerinine  del  secolo  decorso 
gli  eremiti  dell'Ascensiona,  cui  successe- 
ro gli  attuali  religiosi.  Qui  dunque  solo 
aggiungerò,  che  riporta  il  IWcó,  De  gin- 
biliii,  p.  i36,  che  in  (juello  del    1600  il 
fondatore  del  luogo  Albeiizio  vi  alloggiò 
10,000  pellegrini.  11  Cassio,  Corso  delle 
acque,  par.  i,  p.  386  e  4^''>  na''^»  che 
fr.  Francesco  eremita  rinvenne  un  capo 
copioso  di  eccellente  acqua  delta  delle 
Api  (  ne    tratto  a  Palazzo   Vaticano), 
col  quale  fu  l'orinalo  il  l'onte  vicino  al  por- 
tico della  chiesa,  benché  Gregorio  XV 
nel  1621  già  avesse  provveduto  la  casa 
d'una  porzione  dell'acqua  Paola,  cui  per 
gratitudine  gli  eremiti  eressero   una  la- 
pide che  riporta.  Dirò  pure    clie  anche 
rAinydeno,  De  pietaLe  romana,  p.  46  e 
63,  parla  de'detli  eremili;  mentre  il  Bom- 
belli,  Raccolta  delle  iiiimag'mì,  t.  2  ,  p. 
I  17,  riporta  il  rame  della  ìMadonna,  ne 
descrive  la  celebrità  e  parla  del  lotidato- 
re  degli  eremiti,  costituzioni  e  sua  vita 
stampate  .  Siccome  gli  eremiti  eransi  ri- 
dotti a  due,  il  loro  protettore  cardinal  In- 
iiico  Caracciolo  propose  a  Fio  Villa  sop» 
pressione  della  comunità  e  di  dare  la  chie- 
sa coir  edilizio  contiguo  all'ordine  della 
penitenza,  di  cui  fu  fatto  prolettore,  col 
peso  di  ricettare  e  alimentare  gli  eremi- 
ti esteri,  quante  volte  capitassero  al  con- 
vento, iu  occasione  di   recarsi  alla  visita 
de' santi  luoghi  della  città.  Il  Papa  ap- 
provò la  proposizione  del  cardinale  il  1." 


P  E  N  57 

marzo  1806,  quindi  col  breve  Pastora- 
lis  nostra  sollicitiido,  de'  1  3  settembrCj 
Bull.  cil.  t.  i3,  [).  5  j,  confermò  la  con- 
cessione e  soppressione  dell'ospizio  degli 
eremiti,  ed  applicò  ai  frati  della  peniten- 
za (pianto  loro  apparteneva,  i  quali  ri- 
dussero in  miglior  forma  il  convento  e 
abbellirono  la  chiesa,  iucui  fanno  risplen- 
dere il  divin  culto. 

Chiesa  dis.  ]\lariadegli  Jiigeli  in  ma- 
cello Martyrum,  nel  rione  Monti.  Dicesi 
volgarmente  alle  Colonnaccìe  per  quel- 
le due  superstiti  che  sono  quasi  riinpet- 
to  alla  chiesa,  ne'giandiosi  avanzi  del  lem- 
pio  di  Pallade  o  Alinerva, eretto  nel  suo 
foro  da  Domiziano  (  dicesi  demolito  tla 
Paolo  111),  detto  anche  Palladio  dal  tem- 
pio   cui  appartengono  delti  avanzi,  coti 
fregio  nel  quale  sono  effigiate  le  inven- 
zioni atliibuilealla  dea,  e  iiell'attico  erasi 
ripetuta  la  figura  stante  di  Pallade,  che 
avea  lutto  l'onore  del  foro  omonimo.  La 
chiesa  appellasi  pure  ai    P^z/iM/a  dal  vi- 
cino arco  ed  avtuizi  del  foro  di  Aerva,  il 
quale  v'incorporò  quello  non  compito  di 
Domiziano,  dello  Transitorio,  dagli  archi 
che  davano  adito  ad  altri   fòri,  uno  dei 
quali  archi  ora  dello  de'Pantani  ricorda 
il  sito  altre  vollepaludoso.  La  chiesa  tro- 
vasi nell'area  del  foro  Palladio  iu  macel- 
lo Mar ly rum.  Nel  foro  di  INerva  si  con- 
gregava il  senato  per  trattar  le  cause  di 
religione  ;  perciò  vi  erano  portati   molti 
martiri  ad  essere  esaminati,  conduceiido- 
si  poi  per  le  loro  eroiche  ris[)0sle,  ai  tem- 
pli di  \  enere  e  Iloma  accii)  vi  sagrificas- 
sero,  il  che  non  volendo  essi  fare,  erano 
o  nel   Colosseo  abbandonati  alle  fiere  o 
portati  nelle  vicine  carnifìcine  pubbliche 
ad  essere  tormentati  e  uccisi,  peroni  ta- 
li luoghi  si  dissero  macello  de'martiri.  Il 
pili  famoso  fu  quello  che  poi  fu  occupa- 
lo dalla  chiesa  per  santificarlo  e  racchiu- 
dervi nel  mezzo  il  pozzo,  nel  quale  si  get- 
tarono moltissimi  loro  corpi  e  le  cui  ac- 
que sono  riconosciute  prodigiose.  Dicesi 
che  nelle  nominate  acque  slagnanti  e  fan- 
gose si  Lullàvauo  e  tormeulavauo  i  sauli 


53  P  E  x\ 

uiartiii,  quindi  sopra  una  pietra  nera  ili 
paragone  si  mozzava  loro  il  capo,  quale 
pietra  si  venera  nella  stessa  chiesa.  For- 
se è  questa  la  pietra  scelleiata,  sulla  qua- 
le fu  martirizzato  anche  s.  Ippolito  cava- 
valiere  i ornano, ed  esisteva  in  questo  luo- 
go. La  chiesa  giù  nel  secolo  Xll  era  sotto 
il  titolo  di  s.  3Iarco  in  macello   Marty- 
rum,  quindi  prese  quello  di  s.  Maria  de- 
gli Angtii  in  macello  ììlarlyrum,  come 
regina  de'  martiri,  probabilmente  dalla 
miracolosa  immagine  di  Maria  col  Bam- 
1-iino  egli  Angeli  che  ivi  è  in  gran  vena- 
razione  e  dipinta  in  mino,  coronata  in 
un  al  figlio  a'3  I  luglio  i  729  con  corone 
d'oro  dal  capitolo  Vaticano,  come  descri- 
ve il  citato  Dombelli  l.  4)  p-  4^-  Leone 
X  nel  iSiy  die  la  chiesa  all'università 
de'tessilori,  ed  avendo  essi  s.  Agata  per 
avvocata  (  per  la  tradizione  che  avendo 
appreso  l'arte  di  tessere,  con  fare  e  dis- 
faie  un  velo,  venne  adeludere  l'impor- 
tunità della  madre,  che  la  volea  forzare 
a  prendere  marito,  come  rileva  il  Lau- 
1  enti,  Star,  di  s.  Agata  in  Suburra,  p.  4  '  > 
nella  quale  chiesa  sono  le  sacre  spoglie 
di  s.  Ippolito  ),   le  eressero  un  altare  e 
introdussero  di  chiamarla  chiesa  con  tal 
titolo.  S.Pio  /^, Ghislieri,  migliorò  la  con- 
trada  pantanosa  e  poco  accessibile,  con 
nuove  strade  e  le  principali  presero  il  no- 
me di   Alessandrina  e  Bonella,  il   primo 
per  quello  che  avea  portato  da  cardina- 
le e  usato  pure  dal  nipote  cardinale,  che 
essendo  della  famiglia  Bonelli  in  onore 
di  questa  fu  chiamala  l'ai  Ira  via.  Nel  »  784 
Pio  VI  donò  la  chiesa  e  la  casa  propin- 
qua all'ordine  della  penitenza,  che  vi  po- 
se la  residenza  del  generale,  della  curia 
e  del  definitorio;  ed  alla  coufrateruita  dei 
tessitori  lasciò  il  proprio  altaie.  Nel  1792 
in  Pioma  pubblicò  Isidoro  Nardi,  Bre^'e 
notizia  della  miracolosa  immagine,  di  s. 
Maria  degli  Angeli,  o  Macel  de  Marti- 
ri, detta  ancora  de  Tessitori.  Da  ultimo 
eper  le  ingiurie  del  tempo,  bisognò  chiu- 
derla al  culto  divino,  onde  con  benepla- 
cito di  Gregorio  XYI  la  camera  aposto- 


P  EN 

lica  la  fece  restaura redal  cav.  Pietro Cara- 
porese,  indi  fu  riaperta  alle  sacie  funzio- 
ni e  con  solenne  messa  e  Te  Deum.a'  j 
maggio  1846.  Quindi  a' 17  vi  fu  l'espo- 
sizione del  ss.  Sagrameuto  in  forma  di 
quarant'orecon  nuova  e  bellissima  mac- 
china, procurata  dal  zelo  de'i'eligiosi,  dal- 
la pietà  e  carità  de'fedeli,  tra'quali  il  car- 
dinal Carlo  Aclou  benemerito  protettore 
dell'ordine  (sino  dal  1 843  per  nomina  di 
Gregorio  XVI), che  avea  provocato  il  re- 
stauro del  tempio,  e  poi  lo  fece  solenne- 
mente consagrare  a'  2  agosto  da  rag/  Pichi 
arcivescovo  d'Eliopoli.dedicandoloa  Ma- 
ria ss.  degli  Angeli  ed  a  s.  Agata  vergi- 
ne e  martire,  come  descrive  il  a.°64  del 
Diario  di  Roma. 

PENITENZIERE  o  PENITENZIA- 
PiIO,  Poenilentiarius,  Praefectiis  admis- 
sis  poenitentiwn  cx/)iandis.  Confessore, 
e  propriamente  quello  che  ha  autorità 
d'assolvere  da' casi  riservali  al  vescovo, 
stabilito  nelle  chiese  cattedrali,  che  d'or- 
dinario è  una  dignità  à^'capiloli.  11  pe- 
nitenziere del  vescovo  confessa  chiunque 
a  lui  si  porti,  ed  in  qualunque  luogo  dei- 
la  diocesi,  ricevendo  la  facoltà  non  ex  com- 
missione, sed  a  jiire  (  Lambertini,  i^^'^- 
dioec.  lib.  I,  can.  4)-  I  Penitenzieri  di 
Roma  [V.)  sono  soggetti  al  cardinal  Pe- 
idteiiziere  maggiore  {1^-).  Nelle  chiese  in- 
signi e  santuari  vi  souo  pure  i  peniten- 
zieri, ed  anche  di  diverse  lingue,  come 
quelli  di  Roma.iN'e'primi  tempi  dellaCliie- 
sa  il  solo  vescovo  confessava,  ciò  che  ia 
punto  di  morte  faceva  ogni  prete.  Nel  cre- 
scere del  popolo  fedele  i  vescovi  depu- 
tarono un  prete  cattediale  canonico  pe- 
nitenziere che  lo  aiutasse.  In  Roma  e  ia 
Alessandria  vi  fu  più  d'un  penitenziere: 
vi  furono  poscia  altri  confessori  generali. 
Con  l'erezione  delle  Pievi  o  parrocchie 
rurali  si  scemò  la  fatica  del  vescovo  e  del 
penitenziere.  I  penitenzieri  antichi  e  mo- 
derni erano  e  sono  confessori  generali. 
Anticamente  eravi  la  disciplina  di  appro- 
vare generalmente  de'confessori,  il  di  cui 
potere  esteudevasi  iu  tutta  la  diocesi,  e 


PEN 

non  era  libero  a  ciascuno  di  scegliere  in- 
clilTerenleraente  unocle'confessori  appro- 
vali; gli  alili  non  potevano  confessare  che 
nel  luogo  assegnato.  I  vescovi  determi- 
navano i  confessori  ;  gli  uni  pei  laici,  od 
anche  per  un  ceito  stalo  di  laici  ;  gii  al- 
tri per  il  clero,  e  gli  altri  per  le  religio- 
se ;  di  modo  che  i  fedeli  non  potevano 
confessarsi  che  dai  sacerdoti  loro  desti- 
nati in  particolare;  potevano  però  sem- 
pre dirigersi  ai  vescovi.  Il  numerodi  quel- 
li in  fatti  clie  vi  si  dirigevano,  crescendo 
sempre,  i  vescovi  scelsero  un  sacerdote, 
commendevole  per  la  sua  dottrina  e  pie- 
tà, a  fine  di  metterlo  in  loro  vece.  Lo  no- 
minarono essi  confessore  o  penitenziere 
generale,  e  permisero  a  lutti  i  fedeli  di 
dirigersi  a  quello,  come  a  loro  stessi,  per 
riceverne  l'assoluzione  ne' casi  riservali. 
F.  Confessore, Penitenza  e  Penitenzie- 
iiiA,eda  Penitenziere  MAGCiOREdiròdel- 
l'origine  de'penitenzieri  in  Roma,  ed  an- 
che parlando de'/jtf/i/Ve«s/er/  vaticani.  Ab- 
biamo dal  Rinaldi  all'anno  5(ì,  n.°24)  ^^^^ 
a'tempi  dell'  imperatore  Decio  del  249 
gi  à  vi  erano  sacei  doli  penitenzieri,  i  qua» 
li  udivano  le  confessioni,  ne  lo  negano  gli 
stessi  nemici  delia  penitenza,  essendo  ciò 
chiaro  per  l'autorità  di  Socrate  e  di  So- 
zomeno,  islorici  greci  novaziani.  Che  in 
una  chiesa  fossero  deputati  più  sacerdo- 
ti penitenzieri  a  dispensare  il  sagramcn- 
to  della  penitenza,  Io  dimostra  un'epi- 
stola di  Dionigio  Alessandrino  a  Fabio 
Antiocheno,  quindi  crebbe  il  loro  nume- 
ro e  si  deputai  onoa  ciascuna  chiesa.  Che 
i  penitenzieri  fossero  in  Costantinopoli, 
lo  cKichiara  il  Crisostomo.  Anticamente 
confessavano  i  vescovi,  e  dopo  loro  i  sa- 
cerdoti al  cui  governo  è  consegnata  una 
porzione  del  popolo  fedele;  ma  sopiaflat- 
li  dalla  fatica  immensa,  essendosi  i  cristia- 
ni moltiplicati  e  divenute  piìi  frequenti 
le  confessioni,  i  vescovi  non  solo  aggiun- 
sero al  canone  della  chiesa, cioè  al  cata- 
logo degli  uOìziali  ecclesiastici,  un  sacer- 
dote destinato  espressamente  ad  auimi- 
nislrure  la  penitenza,  ma  li  destinarono 


PEN  5() 

al  governo  delle  parrocchie,  prima  nelle 
città  grandi,  come  Roma  e  Alessandria, 
e  poi  nelle  ville  ;  e  per  la  penitenza  de- 
legarono la  stessa  facoltà  a'monaci  sacer- 
doti, i  quali  si  guadagnarono  talmente  le 
affezioni  e  la  confidenza  de'popoli,  che  i 
principi  e  signori  gli  elessero  sovente  per 
medici  spirituali  delleloroaniine  e  perco- 
Diunicarad  essi  i  segreti  delle  loro  coscien- 
ze, malgrado  leopposizioni  di  alcuni,  che 
rammentai  anche  a  Parrocchia  ;  dopo  Io 
stabilimento  de'  regolari  mendicanti,  le 
confessioni  divennero  più  frequenti  nei 
conventi  e  monasteri.  Applica  vasi  s.  Am- 
brogio con  assiduità  airammiiiislrazione 
della  penitenza  non  solo  pei  peccati  di 
scandalo  ,  nella  sua  qualità  di  ministro 
della  penitenza  pubblica,  ma  ancora  con 
ogni  sorta  di  penitenti,  benché  avesse  de- 
gni coadiutori  per  l'amministrazione  del- 
la penitenza  segreta  ne'suoi  preti.  In  oc- 
cidente ne'primi  tempi  i  vescovi  erano  i 
più  ordinari  amministratori  di  questo  sa- 
gramento,  e  qualche  volta  dinanzi  a  loro 
ed  a"li  altri  sacerdoti,  che  si  chiamava- 
no  il  senato  o  il  presbiterio.  Neil'  oriente 
la  disciplina  offre  in  ciò  qualche  differen- 
za. I  vescovi  avevano  in  ogni  chiesa  sta- 
bilito un  prete  penitenziere,  al  quale  a- 
vevano  rimesso  almeno  l'esame  dei  pe- 
nitenti. La  sua  funzione  era  di  ascoltare 
le  confessioni  di  coloro  che  potevano  a- 
ver  bisogno  del  suo  ministero  pai  ticola- 
re.  A  questo  fine  volevasi  che  l'eletto  fos- 
se di  una  discrezione  e  di  una  prudenzii 
distinta  fra  tutti  gli  altri  ministri  dell.i 
riconciliazione.  Ascoltava  egli  lutti  colo- 
ro che  venivano  ad  accusarsi;  e  secondo 
la  gravezza  e  la  natura  delle  loro  colpe, 
o  li  sottomettevano  alla  penitenza  pub- 
blica, o  prescriveva  loro  ciò  che  praticar 
dovevano  in  segreto,  prima  di  partecipa- 
re all'Eucaristia.  Talvolta  questi  peni- 
tenti si  accusavano  in  pubblico  di  una 
colpa  segreta,  a  fine  di  eccitarsi  sempre 
più  all' umiltà  e  compunzione.  ÌXell'orien- 
le  i  monaci  furono  occupati  nelle  confes- 
sioni più  ancora  che  uell'occidcnteQnan- 


6o  PEN 

timqiiela  poteslàdi  legar  e  sciogliere, al- 
la quale  è  unita  quella  di  ascollar  le  con- 
fessioni nel  foro  penitenziale,  sia  insepa- 
rabile dal  sacerdozio,  nondimeno  non  tul- 
li i  sacerdoti  hanno  diritto  di  esercitar- 
la. I  sacerdoti  l'hanno  da  Cristo;  ma  al- 
la Chiesa  tocca  regolarne  l'uso, prescrive- 
re ai  medesimi  le  legule  da  seguirsi  nel- 
reserc.izio  di  questa  podestà  loro  confe- 
rita nell'ordinazione,  e  assegnar  loro  i  sud- 
diti, sopra  cui  debbano  esercitarla.  Quan- 
to ai  casi  riservati  ai  vescovi  e  al  Papa, 
si  trovano  Iraccie  di  queste  riserve  negli 
antichi  rituali  mss.,  ne'quali  si  vede  che 
i  sacerdoti,  i  quali  ascoltavano  i  peniten- 
ti, anche  nel  giovedì  santo,  dopo  avere 
diligentemente  esaminali  quelli  eh'  erano 
degni  di  ricevere  l'assoluzione,  dovevano 
presenlarii  al  vescovo  per  tal  effetto.  An- 
ticamente era  permesso,  come  al  presen- 
te, ai  monaci  di  ascoltar  le  confessioni  gli 
uni  degli  altri,  ma  1'  assoluzione  era  ri- 
servala all'abbate.  Vi  sono  degli  esempi 
di  casi  riservati  al  Papa,  da  più  di  nove 
secoli.  Per  1'  omicidio  può  vedersi  negli 
atlide'sanli  di  Piedone.  Quelli  diesi  man- 
davano perciòal  Papa,  gli  portavano  let- 
tere del  loro  confessore,  nelle  quali  gli  si 
manifestava  la  commessa  colpa  :  vedasi 
Pellegri.v AGGIO.  Piiccardo  vescovo  di  Sa- 
lisbury  riferisce.  «  Quelli  che  si  duigo- 
no  al  Papa,  portino  seco  lettere  contenen- 
ti la  specie  e  circostanze  del  peccalo,  e  le 
csprimanosullìcientemente,  oppure  il  con- 
fessore stesso  vada  a  Pioma  ".  La  storia 
ecclesiastica  ci  dà  un  esempio  mollo  piìi 
antico  di  assoluzione  riservata  al  superio- 
reenarratoda  Fleury.  Giasone  piete  ac- 
cusò un  altro  detto  Lamponiano  :  que- 
Jili  confessò  il  suo  delitto,  e  fu  perciò  da 
SìucnÌo  separa  lo  dalle  adunanze  della  chie- 
sa. Egli  mostrava  colle  lagrime  il  suo  peu- 
timciilo,  e  il  popolo  chiedeva  grazia  per 
lui.  Ma  Sinesio  stette  saldo,  e  lo  rimise 
per  l'assoluzionealla  sedia  episcopale,  cioè 
a  Teofdo  d'  Alessandria.  Solo  permise  a 
lutti  i  sacerdoti  ch'erano  presenti,  di  dar 
la  comunione  a  Laujpouiauo,  nel  caso  che 


PEN 

egli  venisse  in  pericolo  di  morte,  poiché 
diceva;  Per  quanto  io  posso,  nessuno  mor- 
rà legalo;  ma  s'  egli  guarisse,  sarà  sog- 
getto alle  medesime  pene  e  attenderà  dal- 
la vostra  bontà  (  parlando  a  Teofllo  )  il 
segnale  d'indulgenza.  Ed  ecco  un'asso- 
luzione riservata  al  superiore  dallo  sles- 
so metropolitano  che  avea  imposta  la  pe- 
na, il  che  è  molto  ossei  vabile;  imperoc- 
ché quanto  alle  assoluzioni  riservate  ai 
vescovi  dalla  parte  de'preti,  era  già  an- 
ticamente ordinario  costume  riservare  ai 
vescovi  l'assoluzione  de'pubblici  peniten- 
ti. Dal  I  ooo  in  qua  cominciò  a  tarsi  que- 
sta riserva  anche  ai  vicari  generali  de' ve- 
scovi, i  quali  ancora  erano  penitenzieri, 
come  fu  Gilduino  abbate  di  s.  Vittore, 
il  quale  nel  i  i3i  era  vicario  generale  e 
penitenziere  del  vescovodi Parigi.  V.  Pe- 
re ECCLESIASTICHE,  ovc  fcci  parola  de'due 
furi  penitenziali, interiore  e  esteriore.  Den- 
tro i  Confessionali  (V.)  si  trova  la  nota 
stampata  de'  casi  riservati  al  Papa  ed  al- 
la sua  peuitenzieria.  Un  confessore  sem- 
plicemente approvato  ad  ascoltare  le  con- 
fessioni ,  non  può  assolvere  dai  casi  ri- 
servati, se  non  che  in  punto  di  morte,  ed 
espresiamente  lo  dichiarò  il  concilio  di 
Trento,  sess.  i  4?  e.  7. 

L'istituzione  de' penitenzieri  maggiori 
in  ogni  diocesi,  propriamente  risale  al  se- 
colo XIII,  in  un  ad  altri  provvedimenti 
che  si  giudicò  a  proposito  di  fare  pel  be- 
ne dell'ecclesiastico  governo,  i  quali  pos- 
sono vedersi  nel  Tomassini,  Dt  i'cl.  et  uo- 
va eccl.  discip.  Innocenzo  111  che  Ilori  nel 
jìrincipio  di  detto  secolo,  ordinò  col  cap. 
De  qffic.  ordinar,, che  lutti  i  vescovi  te- 
nessero presso  di  loro  continuamente  un 
penitenziere,  per  assolvere  que'  casi  ri- 
servali, cui  non  è  permesso  assolvere  a- 
gli  ordinari  confessori.  Dei  penitenzieri 
maggiori  o  generali  se  ne  fa  menzione  nel 
concilio  d'Ox.ford  del  1289,  ed  in  quel- 
lo di  Chester  pure  del  1269.  Il  concilio 
di  Trento,  sess.  n^,  e.  11,  decretò.  »  Se 
alcuno  dirà,  che  i  vescovi  non  hanno  di- 
ritto di  riservarsi  casi,  se  uuu  iu  quanto 


alla  polizia  esteriore  ;  e  quindi  che  que- 
sta riserva  non  impedisce,  che  un  sacer- 
dote non  assolva  veramente  dai  oasi  ri- 
servali, sia  anatema  ".  Quindi  nella  sess. 
24>  e.  8,  il  medesimo  concilio  statuì.  •>  Il 
vescovo  stabiluà  un  penitenziere,  unen- 
do questa  funzione  la  prima  prebenda, 
che  verrà  a  mancare,  ed  eleggerà  per  que- 
sto posto  qualche  dottore  e  licenzialo  in 
teologia  di  4o  anni  circa  d'età,  o  altra  per- 
sona che  troverà  più  idonea  per  questo 
impiego;  e  menile  il  dello  penitenziere 
sarà  occupato  in  ascollar  le  confessioni 
della  chiesa,  sarà  riputato  come  presen- 
te all'ofilzio  nel  coro  ".  Ed  ecco  l' origine 
della  prebenda  penitenziale  e  della  peni- 
tenzieria  annessa  ad  un  canonicato  nel- 
le cattedrali.  Inoltre  hanno  penitenzieri 
eziandio  le  chiese  insigni,  come  fra  le  al- 
tre, di  s.  Antonio  in  Padd-a,  il  santua- 
rio di  Loreto,  e  la  basilica  di  Ànsi,  nel- 
la quale  Innocenzo  XII  vi  stabilì  tre  pe- 
nitenzieri colle  solite  facoltà  pei  casi  ri- 
servati, ed  altri  tre  ve  ne  aggiunse  Be- 
nedetto XIV.  'ÌSavva\\K\cc\,  De'gitthilei, 
p.  224,  che  in  quello  del  \()i5  Urbano 
Vili  aumentò  il  numero  de'penifenzieri 
vaticani  con  aggiungerveneprimaS  e  poi 
altri  4)  a' quali  diede  l'uso  della  cotta, 
della  stola  paonazza  e  della  bacchetta, che 
prima  non  avevano.  Aipenitenzieridi  Lo- 
reto, Benedetto  XIII  concesse  che  quelli 
a'  quali  avrebbero  toccato  il  capo  colla 
bacchetta  penitenziaria,  acquistassero  4o 
giorni  d'indulgeiiza,  essendo  tale  bacchet- 
ta o  verga  segno  del  loro  potere  spiritua- 
le in  foro  conscìenliae.  A  Confessionale 
dissi  della  derivazione  di  tal  rito,  che  i 
penitenzieri  delle  patriarcali  liasiliche  di 
Pioma  acquistano  3o  giorni  d'indulgen- 
za quando  toccano  colla  bacchetta  il  ca- 
po d'un  fedele  e  questo  altrettanti,  e  clie 
il  cardinal  penitenziere  maggiore  in  far 
ciò  con  ferula  o  bacchetta  dorata,  egli  lu- 
cra 100  giorni  d'indulgenza,  così  pure 
chi  ne  riceve  il  colpo.  Il  Marangoni.  Del 
giubileo  universale  dell'anno  santo,  K  1  o, 
del  clero  valicano  e  de'penilenzieri,dice 


PEN  Ht 

che  la  loro  vci'ga  n  bacchetta,  in  primo 
luogo  indica  Taulorilà  superiore  a  qiud- 
la  dignità  degli  altri  confessori  ordinari, 
loio  comunicala  ;  e  secondariamente,  e- 
scludendo  qualsiasi  timore  dal  cuore  dei 
penitenti,  nell' accostarsi  al  gian  sagra- 
inenfo  della  penitenza,  rappresenta  quel- 
l'interna divina  consolazione,  che  si  co- 
munica a'medesimi,  che  sotfopongojio  il 
capo  al  tocco  di  essa,  di  cui  sembra  par- 
lasse il  Piofela:  Virga tuo elbactUns tiiu.i 
ipsa  me  consolata  sunt.  Il  sommo  peni- 
tenziere può  concedere  100  giorni  d'in- 
dulgenza a  quelli  che  si  accostano  al  toc- 
co della  medesima,  come  apparisce  dal 
privilegio  di  Paolo  V, confermalo  da  In- 
nocenzo XII  li  3  maggio  1695.  E  quan- 
to ali  indulgenze  che  si  acquistano  al  toc- 
co della  bacchetta  degli  altri  penitenzie- 
ri minori,  Benedetto  XIll  concesse  gior- 
ni IO,  e  BenedelloXlV  con  la  bolla  P«- 
ator  Bonus,  de  3  i  agosto  1  743,  paragra- 
fo'So,  concesse  altri  20  giorni  d'indul- 
genza. Di  queste  indulgenze  ne  scrisse  il 
p.  Siro,  DUncitalio,  ec.  Che  nelle  pro- 
cessioni i  penitenzieri  si  fanno  precedere 
da  due  chierichetti  incotta,  portanti  maz- 
zi (\'\  fori  con  in  mezzo  elevatala  lunga 
bacchetta  penitenziaria,  ne  feci  parola  nei 
voi.  VII,  p.  298, e  IX,  p.  57.  L'uso  pe- 
rò della  bacchella  ai  penitenzieri  delle  al- 
tre chiese  e  cattedrali  si  concede  dalla  s. 
Sede,  come  rilevo  dal  Cecconi,  Storia  di 
Palestrina  ,  p.  367,  al  penitenziere  prò 
tempore  della  quale  la  s.  congregazione 
de'rili  concesse  con  decreto  degli  i  i  no- 
vembre 1641  l'uso  della  bacchetta  co- 
me i  penitenzieri  di  Boma.  Vedasi,  De 
virga,  sfii  ferula  poenitcntiali,  presso  il 
cardinal  Pelra,  De  sacra  Poenitenliaria 
apostolica  p.  i  I  3. 

PENITENZIERE  MAGGIORE, . V^m- 
musmngistercriminihus  expiandis,  Poe- 
uilentìario  majori.  Ufìizio  cospicuo  che 
si  esercita  iu  Roma  da  un  cardinale  a  vi- 
ta, «e  non  rinunzia  od  è  promosso  ad  al- 
tro. Nel  sacro  collegio  e  curia  romana, 
secondo  il  p.  Plellenìberg,  Nolilta  p.  49> 


Gì  PEN 

dopo  n  vice  cancelliere  e  il  camerlengo, 
il  penilenzieie  maggiore  è  il  3.°  amplis- 
simo uffizio  autorevole  ed  onorevolissi- 
mo. 11  De  Luca,  Del  card,  pratico  p.  4o2, 
osserva  che  nella  chiesa  romana  fungeva 
aulicamente  l'ufllzio  di  penitenziere  mag- 
giore l'arciprete  o  i  ."cardinale  dell'ordi- 
ne Att  preti j  lo  chiama  vicario  o  ministro 
nelle  cose  divine  per  tutta  la  Chiesa  uni- 
versale, per  supplire  alPapa  nell'asso!  vere 
dalle  censure  e  casi  riservati.  Come  qua  - 
lunrjiic  vescovo  tiene  sempre  presso  di  sé 
lui  Peiiilcnzierè  (  P.)  per  assolvere  i  casi  ri- 
servati, cos'i  il  sommo  Pontefice  qual  ve- 
scovodi  Romaecapodella  Chiesa  univer- 
sale elegge  il  cardinal  penitenziere  mag- 
giore nominandolo  con  biglietto  del  cardi- 
nal segretario  di  stato,  cui  segue  la  spedi- 
zione del  breveapo^tolico;  però  avvertirò 
coilNardi,  Deparrochil.  i,  p.i83,che  il 
cardinal  penitenziere  di  s.  Chiesa  confes- 
sa non  solo  chiunque  si  porla  da  lui,  ma 
può  confessare  in  tutte  le  parti  del  mon- 
do, colle  facoltà  sui  casi  riservati  alla  s. 
Sede,  rappresentando  in  ciò  il  Papa.  E- 
gli  presiede  al  sacro  tribunale  della  Pe- 
iiitenzierìa  apostolica  [f-^.),  ai  peniten- 
zieri maggiori  di  essa,  ed  ai  minori  del- 
le patriarcali  basiliche  di  Ruma.  In  que- 
sta città  sino  dai  primi  tempi  della  Chie- 
sa vi  furono  parecchi  penitenzieri,  i  quali 
si  denominavano  ,  presbiteri  poeniien- 
tiiun.  E  indubitalo  che  sotto  s.  Cornelio 
Papa  del  254  parimenti  eranvi  peniten- 
zieri nelle  chiese  parrocchiali  di  Roma, 
che  assolvevano  i  caduti  in  tempo  di  per- 
secuzione nell'idolatria  e  detti  Lassi[V .), 
onde  ne  nacque  lo  scisma  de' iV^oiv2s/rt/u 
(/^^.),  che  non  li  volevano  ammettere  al 
perdono.  Furono  perciò  nelle  Pance- 
citte  di  Roma  (T.)  deputali  preti,  i  quali 
prò  modo  culpae  admissaiii  poeniien- 
tiam  inditlgercnt.  Nato  così  l'uso  de'  pe- 
nitenzieri, della  cui  origine  parlai  a  Pe- 
nitenziere, s.  MarcelloPapa  del  3o4,per 
riparare  i  gravi  danni  da  Diocleziano  re- 
cali a'Ièdcli,  con  distruggere  i  luoghi  sa- 
gì  i  e  coii(jscarnc  i  cimilcri,  (ilulos  in  urbe 


PEN 

Roma  conilìtiiit  quasi  dloeceses  propler 
haplismum,  et  poenitentìam,  il  che  me- 
glio a  Titoli  cardinalizi.  Acquistata  la 
pace  dalla  Chiesa,  i  penitenzieri  si  este- 
sero anche  per  altri  penitenti,  onde  ven- 
ne stabilito,  che  in  ciascuna  chiesa  pa- 
triarcale di  Roma  fossero  due  preti,  che 
avessero  cura  d' imporre  la  Penitenza 
{f^.J,  secondo  i  canoni  penilenziali  anti- 
thissimie  severi.  Anastasio  Bibliotecario, 
parlando  di  s.  Simplicio  Papa  del  4^7» 
chiaramente  riferisce,  che  constitnit  ad 
sanctos  Petrum,  Pauluni  et  Laurentiuni 
hebdoniadas  propter  poenilentes  et  ba- 
ptisnium.  Laande  secondo  lo  stile  ordina- 
rio di  Roma  ne'gradi  e  negli  uffizi  eccle- 
siastici, questi  penitenzieri  aveano  il  loro 
capo  che  nomina  vasi  penitenziere  maggio- 
re e  col  quale  dovevano  conferire,  quindi 
questo  uffiziale  ne'  bisogni  e  casi  impor- 
tanti si  rivolgeva  al  Papa.  Ne  poteva  es- 
sere diversamente,  poiché  in  Costantino- 
poli era  vi  un  capo  penitenziere,  che  a 
tutti  gli  altri  penitenzieri  sovrastava  per 
la  penitenza  pubblica.  Quando  poi  il  pe- 
nitenziere maggiore  cominciasse  in  Ro- 
ma ad  essere  cardinale  e  solamente  car- 
dinale, è  assai  incerto.  Vi  sono  alcuni  che 
a  s.  Benedetto  II  Papa  del  G84  attribui- 
scono questo  uso,  citati  dal  Pletteraberg. 
11  Zaccaria  nelle  note  al  Lunadoro,  /Je- 
lazione  della  corte  di  Roma,  par.  2 ,  e. 
i3,  del  cardinal  penitenziere  maggiore, 
opina,  ommesso  quanto  può  essersi  pra- 
ticato ne'tempi  più  antichi,  che  cessata 
o  decaduta  nell'occidenle  la  pubblica  pe- 
nitenza, venendo  a  Roma  o  in  pellegri- 
naggio da  più  parti  penitenti  per  esse- 
re prosciolti  da  certi  peccati,  che  gli  sles- 
si vescovi  volentieri  vedevano  riservali 
al  Papa  per  qualche  freno  alla  licenza, 
certamente  dal  solo  ceto  de' cardinali  si 
scegliesse  uno  idoneo  che  presiedesse  a 
nome  del  Ponlefìce  alle  cause  e  all'as- 
soluzione di  tali  penitenti  forastieri,  e 
quindi  ancora  alla  penitenza  de'naziona- 
li.  Il  Lunadoro,  ediz.  del  1646,  p  32,  del 
sommo  penitenziere,  conviene  che  que- 


slo  importantissimo  uffizio  sia  anticliissi- 
tao,  ma  osserva  che  il  Panvinio  propria- 
mente ne  trovò  la  prima  menzione  in 
Gregorio X  Papa  del  i27r,nelcap.  Ubi 
pcricuIiini.h'Awyàeno,D('pielatcronia- 
iiftj  par.  4}  f<ip-  B,  de  caidinalis  siimmo 
poeìiilentiano,  conviene  col  p.  Panvinio 
che  Io  islitiiisse  Gregorio  X,  citimelo  Go- 
mcz,  in  praef.  ad  regidas  canccl.a  Be- 
ììcdicto  XII.  Come  si  vedrà ,  Gregorio 
X  nominò  di  certo  il  penitenziere  mag- 
giore cardinale,  e  tra  le  leggi  del  concla- 
ve ne  fece  anche  per  lui. 

La  notizia  più  antica  che  ho  trovalo 
sul  penitenzieie  del  Papa,  spelta  al  pon- 
tificato di  Onorio  III  del  1216,  il  quale 
scelse  alla  carica  di  penitenziere  Jacopo 
Pecorhiia  suo  cajipellano,  creato  cardi- 
nale dal  successore  Gregorio  IX  del  i'ì'ì'j: 
avverto,  che  nel  liportare  la  serie  de'car- 
dinali  penitenzieri,  che  ho  forniato,  per 
le  loro  notizie  suppliscono  le  hiografie  di 
ognuno,  nellostndio  principalmente  del- 
le quali  potei  compilarla.  Gregorio  IX 
ebbe  a  penitenziere,  confessore  e  capptl- 
hino  s.  Raimondo  di  PegnaHurt  domeni- 
cano, cui  fece  laccosliei e  le  decretali.  l\el 
1234  era  poenilcntiario  D.  Papa  Gre- 
gorio IX,  Guglielmo  de  Cordella,  come 
si  legge  in  Garampi,  Sigillo  p.  2g.  Ma 
tuli  penitenzieri  sembrano  essere  stati 
piuttosto  particolari  penitenzieri  o  Con- 
fessori del  Papa  (^.),  come  lo  fu  l'ago- 
stiniano b.  Agostino  Novello  di  Termine, 
confessore  di  Nicolò  IV,  e  penitenziere 
di  Nicolò  ni,  Martino  IV,  Onorio  IV, 
s.  Celestino  V  e  Bonifacio  Vili.  11  i.° 
penitenziere  maggiore  e  cardinale  certo, 
fu  Pietro  di  Taranlasia  profondo  teolo- 
go domenicano,  da  Gregorio  X  nel  1273 
creato  cardinale  vescovo  d'Ostia  e  peni- 
tenziere maggiore,  il  quale  Io  successe  nel 
i "2 j 6 co\  nomea' Innocenzo  7^.  Nel  1278 
Nicolò  III  creò  cardinale  vescovo  d'Al- 
bano e  penitenziere  maggiore  il  suo  cap- 
pellano e  confessore  Bentivenga  Benti- 
i'enghi,  teologo  peritissimo  francescano. 
Clemeate  V  in  Avignone  nel  i3oq  no- 


minò  penitenziere  maggiore  il  cardinal 
Berengario  Fredol  giureconsulto  cele- 
bre. Essendo  morto  nel  i32i  o  i323, 
Giovanni  XXII  delegò  nel  i  32G  I' au- 
loiità  a  Raimondo  vescovo  di  Rieti  e 
vicario  di  Roma  e  jid  un  canonico  di  s. 
Pietro.  Il  Crispolti  nella  sua  Perugia  p. 
353,  rifeiisce  che  Giovamii  XXII  fece 
sommo  penitenziere  fr.  Alessandio  Vin- 
cioli  perugino  e  dotto  francescano,  poi 
vescovo  di  Nocera.  Clemente  VI,  perchè 
continuava  la  residenza  pontificia  in  A- 
vignone^  per  Roma  nel  i352  delegò  l'au- 
lorilìi  di  penitenziere  al  vicario,  come 
pur  fece  Innocenzo  VI  nel  iSS'j.  Però 
jer  A\igiione,  Clemente  VI  nel  i  3  ^2 
creò  cardinale  e  penitenziere  maggiore 
Stefano  iVJlhcrf.  flimoso  dottore  in  di- 
ritto, e  neir  i>tesso  anno  gli  succes'^e  col 
nome  d' Innocenzo  fi.  Questi  nel  me- 
desimo anno  creò  cardinale  e  penitenzie- 
re maggiore  Francesco  degli  /4t!i,  di  sin- 
golare dottrina  :  per  sua  niorte  nel  1 36 1 
nominò  penitenziere  maggiore  il  cardinal 
Guglieln)o  Bragose  celebre  professore  di 
canoni.  Nel  iS^o  Urbano  A'  fece  il  car- 
dinal Stefano  de  Poissy.  Gregorio  XI 
nel  1373  il  nipote  cardinal  Giovanni 
Crosso,  dottore  in  diritto  canonico,  ma 
seguì  poi  l'anlipapa  Clemente  VII;  per 
cui  il  Papa  Urbano  VI  nel  1378  dichia- 
rò cardinale  e  penitenziere  maggiore  E- 
leazaro  de  Sahrano  ,  morto  nel  i3()4: 
in  questo  tempo  era  prefetto  della  pe- 
nitenzieria  apostolica  Agostino  napoleta- 
no, viie-tesorieie  «rUibano  VI,  vescovo 
di  Penne  e  Atri.  Al  Subrano  successero 
i  seguenti  cardinali.  Francesco  Carbone 
cistcrciense  nominato  da  Bonifacio  IX, 
morto  nel  i4o5;  Antonio  G aetaid  t\>i{\.o 
da  Innocenzo  VII  e  morto  nel  i4'2; 
Pietro  Gerardi  nominalo  da  Alessandro 
V  e  morto  nel  i^i'j;  Giordanoìe\\g\o- 
so  della  Mercede,  fatto  da  Martino  V 
nel  )4i8  e  come  il  precedente  stato  an- 
ticardinale ;  Giordano  Orsini  pev  volon- 
tà di  IMarlino  V  e  morto  nel  i438;b. 
Nicolò  Albergali  certosino,  nominato  da 


64  t^EN 

Eugenio  IV  e  morlo  nel  144^5  Ginco- 
nio  Ponti  per  favore  di  detlo  Papa,  mor- 
to nel  14495  Dfìnienico  Capranicn  fat- 
to nel  i449j'I  quale  d'ordine  di  Calisto 
III  con  tre  penitenzieri  vaticani  esami- 
nò l'idoneità  dei  penitenzieri  delle  altre 
hasiliclie  ;  Filippo  Cnlanclrìni  nomina- 
to da  Pio  li  nel  1458  che  lifoimb  i  pe- 
nitenzieri minori;  Giuliano  della  Rovere 
nipote  di  Sisto  IV  poi  Giulio  II;  Leonar- 
do Grosso  della  Rovere  parente  di  Giu- 
lio Il  the  lo  elesse  nel  i5o5;  Lorenzo 
Pucci  fatto  da  Leone  X  e  nioilo  nel 
i53i;  Antonio  Pucci  eletto  da  Clemen- 
te VII  e  morto  nel  i544j  Roberto  Puc- 
ci suo  zio  gli  successe  per  disposizione  di 
tal  Papa  e  morì  nel  1 547  '  Bartolomeo 
Giiicliccìoni  scello  da  Paolo  III  e  morlo 
nel  1549;  Ranuccio  Farnese  promosso 
dall'avo  Paolo  III,  morlo  nel  i565;  s. 
Carlo  Borromeo  fallo  dallo  zio  Pio  IV, 
e  per  sua  assenza  s.  Pio  V  fece  vice- pe- 
nitenziere maggiore  e  poi  penitenziere 
Francesco  Alciali.  Avendo  s.  Carlo  de- 
finitivamente rinunziato  la  carica  a  Gie- 
gorio  XI II,  questi  surrogò  Giovanni  Al- 
dohraudini ,  vnovio  ne\  i^yS;  laonde  lo 
slesso  Gregorio  XIII  dichiarò  prima  Sta- 
nislao Osio,  morlo  nel  '^yp,  indi  Mar- 
co Sittico  Allemps,  o  meglio  il  proprio 
nipote  FWÌTppo  Boncompagno,  morto  nel 
i585,  dopo  avere  somministrato  allo  zio 
l'estrema  unzione.  E"  certo  che  il  cardinal 
Altemps  fu  penitenziere  maggiore,  ma 
non  mi  è  riuscito  stabilire  quando  preci- 
samente funse  l'oflizio,  probabilmente 
avrà  supplito  nell'assenza  del  parente  s. 
Carlo  e  prima  della  nomina  del  cardi- 
nal Alciali.  Sisto  V  nel  r58'5  conferì  la 
carica  ad  Ippolito  Aldobra/idini  [qusle 
penitenziere  maggiore  assistè  il  Papa  mo- 
ribondo egli  somministrò  i  sagramenli), 
fratello  del  precedente,  e  nella  sua  assen- 
sa  da  Roma  Sisto  V  fece  pro-penilen- 
7,iere  il  cardinale  Domenico  Pinelli :  l'Al- 
dobrandini  divenuto  nel  i  ^q?.  Clemente 
Vili,  chiamò  a  succedergli  Giulio  Anto- 
nio i^flH/ono,  il  quale  poco  era  mancalo 


PEN  II 

che  avesse  occupato  il  di  lui  luogo:  per 
sua  morie,  nel  iGos  nominò  il  proprio 
nipote  Pietro ///^oA/w/zr///?/,  secondo  la 
Storia  de  conclavi,  p.  4o5.  Leone  XI  nel 
i(3o5  elesse  Ciazio  Passeri  Jldohrari' 
dini,  quantunque  non  fosse  ancora  ini- 
zialo nel  sacerdozio,  morto  nel  161  o,  on- 
de Paolo  V  sostituì  il  nipote  Scipione 
Borghese.  Per  sua  morte  nel  1629  Ur- 
bano Vili  fece  il  fratello  fr.  Antonio 
Barberini  cappuccino,  e  lui  defunto  nel 
1 046  Innocenzo  X  surrogò  il  parente 
Orazio  Giustiniani  filippino,  che  lasciò 
di  vivere  nel  i649}  per  cui  nominò  Ni- 
colò Albergati  Lndovisi  nel  1 65 1 , rinun - 
ziando  la  chiesa  di  Bologna:  essendo  ca- 
duto in  malinconia.  Clemente  X  gli  die 
in  coadiutore  il  proprio  nipote  Paluzzo 
Paliizzì,  morendo  il  cardinal  Albergati 
nel  16H7.  Innocenzo  XI  gli  sostituì  Lean- 
dro Co//o/'e<7o  filippino,  che  assistè  il  Pa- 
pa nell'ultima  infermila,  gli  somministrò 
il  Viatico  e  r  estrema  unzione  e  gli  lesse 
la  professione  di  fede,  che  Innocenzo  XI 
loccò  colla  mano  in  segno  di  approva- 
zione. In  sua  morte,  nel  lyop  Clemente 
XI  destinò  Fabrizio  Paolucci,  che  lo  assi- 
stè in  morie:  nel  172  i,  a  vendo  rinunziato, 
Innocenzo  XIII  lo  fece  vicario  di  Roma, 
conferendo  il  penitenzierato  al  fratello  d. 
Bernardo  Maria  Co'j^/ cassi nese,  che  mo- 
rì nel  1780  a'aS  aprile  nel  conclave  per 
Benedello  XIII;  questo  Papa  prima  di 
dare  il  consenso  di  sua  elezione  si  fece 
assolvere  da  lui  per  la  promessa  fatta  a 
Dio  di  non  ricevere  dignità.  Nel  seguen- 
te nominato  conclave,  procedendo  il  sa- 
cro collegio  dopo  3  giorni  alla  scelta  del 
pro-penitenziere,  cadde  su  Vincenzo  Pe- 
tra ,  già  canonista  e  datario  della  peni- 
tenzieria,  mediante  43  voti  de'  53  car- 
dinali ch'erano  in  conclave.  L'elettoCle- 
menle  XII  lo  confermò  nell'uflìzio  e  ven- 
ne  da  lui  assistito  nel  punto  estremo:  il 
cardinale  morì  nel  1747»  ^  ^^^  dotto  au- 
tore dell'eccellente  opera  sMapenilcnzic- 
ria.  li  cardinal  Petra  lasciò  un  fondo, 
perchè  il  penitenziere  maggiore  potesse 


V  E  i\ 
nominare  4^  individui  chierici  e  laici, 
onde  fare  ogni  anno  gli  esercizi  spirilua- 
li  nella  casa  della  missione  a  Monte  Ci- 
toiio.  Gli  successe  per  volere  di  Benedet- 
to XI  Vd.  Gioacchino i?(^50zz/cistercien- 
se,  Diorlo  nel  lyjS,  onde  il  Papa  creò 
penitenziere  maggiore  d.  Andrea  Galli 
canonico  regolare,  che  a  Ini  conferì  i  sa- 
gramenli  e  1'  indulgenza  [)Ienaria  in  ar- 
ticulo  morii f:.  Essendo  morto  nel  17^7, 
Clemente  XllI  nominò  Gio.  Carlo  Bo- 
schi, defunto  nel  1788..  per  cui  Pio  VI 
gli  surrogò  Francesco  Saverio  de  Zela' 
(la:  V\o  A  llgli  assegnò  per  pro-peniten- 
ziere nu\ggioi-e  nel  1801  Leonardo  ^n- 
tondli,  che  nominò  effettivo  dopo  la  di 
lui  morte,  avvenuta  a'  19  dicembre.  A 
fpiella  poi  del  cardinal  Anionelli,  che  ces- 
sò di  vivere  nel  gennaio  181  I3  Pio  VII 
poco  dopo  e  neir  istesso  anno  sostituì 
]Mii  liele  di  Pietro,  e  per  sua  morte  nel 
j  8'2  I  Francesco  Saverio  Casliglioni:  «jue- 
sti  prestò  assistenza  al  Papa  negli  estre- 
mi del  suo  vivere  eamniinislrò  i  sagra- 
nienti,  facendo  altrettantoconLeoneXlI 
al  modo  detto  nelle  biografìe  di  quei  Pa- 
pi. Nel  1829  il  cardinale  divenuto  Pio 
J'III,  nella  i  .^  adorazione  che  ricevè  dai 
cardinali  nominò  penitenziere  maggiore 
Emmaniielede  Gregorio,  i!  quale  lo  as- 
sistè in  morie.  Passatoa  miglior  vita  quel 
degno  porporato,  Gregorio  XVI  nel  de- 
clinar del  1839  dichiarò  penitenziere 
iDoggiore  l'attuale  cardinal  Castruccio 
Caslracane  degli  Antelminelli.  Trovan- 
dosi egli  nel  suo  vescovato  di  Palestrina, 
mentre  Gregorio  XVI  cadde  infermo, 
dopo  che  il  p.  Proja  soltosagrista  ammi- 
nistrò al  Pontefice  lesti  ema  unzione,  in 
luogo  del  sngrista,  egli  fece  fare  la  pro- 
fessione di  'ÌGiie,  adempì  le  veci  del  pe- 
nitenziere dolorosamente  e  Ira  le  lagri- 
me i!  cardinal  Lambruschini  segretario 
di  stato  ed  amorevole  antico  amico  del- 
l'agonizzante Papa,  impartendo  le  solen- 
ni assoluzioni  e  benedizioni,  e  recitando 
le  preci  della  Chiesa  di  raccomandazione 
all'anima,  penetrato  dalle  più  profonde 
voL.  in. 


PEN  6j 

sensazioni.  A  quest'indescrivibile,  commo- 
vente e  gì  ave  spettacolo,  per  dovere  rai 
trovai  presente  (avendo  vicino  mg.'  Co- 
stantino Borgia  cameriere  segreto  parteci- 
pante e  il  p. Francesco  Vauies penitenzie- 
re valicano  alfezionalissimo  al  morienle 
Pontefice)  come  quello  che  giammai  dì  e 
notte  mi  distaccai  dal  letto  del  Papa  in 
tutto  il  corso  della  malattia.  La  penna  non 
può  esprimere  come  n'ebbi  il  cuore  la- 
cerato da  acutissimo  dolore,  accompa- 
gnalo da  dirotto  e  amaro  pianto,  doven- 
do fatalmente  e  in  compendio  perdere 
qnaggiìi  per  sempre  il  mio  padre  e  signo- 
re amorevolissimo,  il  mio  benefittore  ma- 
gnanimo, che  dalla  piìi  tenera  età  con- 
tinuamente mi  avea  edificato  colle  rare 
sue  virtù  e  illibato  candore  de' suoi  co- 
slumi,  e  ricolmato  di  ammirazione  per  la 
sua  profonda  e  vasta  dottrina  ,  per  2  £ 
anni  in  cui  fedelmente  Io  servii  con  sin- 
cero affetto,  con  quella  indefessa  cura  e 
indivisibile  dal  suo  fianco,  che  il  gran 
Pontefice  meglio  dichiarò  con  breve  apo- 
stolico citato  nel  voi.  XLIV,  p.  i43,  e 
con  tre  testamenti  olografi,  l'ultimo  dei 
quali  pubblicò  la  Gazzella  privilegiala 
di  Venezia,  coi  n.  191  e  192  del  1846. 
Appena  spirato  il  Papa,  benignamente  mi 
furono  larghi  di  conforti  i  cardinali  Lara- 
bruschini,  Mattei  esecutore  testamenta- 
rio, Patrizi,  Bianchi  e  Anionelli,  che  tro- 
varonsi  presenti  a  quel  supremo  istante, 
di  che  conservo  perenne  e  grata  memoria. 
Ora  passerò  a  indicare  le  principali 
facoltà  e  prerogative  del  cardinal  peni- 
tenziere maggiore,  al  quale  concessero 
larghissima  autorità  e  podestà  i  Ponte- 
fici Eugenio  IV,  Sisto  IV  colla  costitu- 
zione Qiioniam  nonnullì,  de'  9  marzo 
1484,  Bull.  Roni.  t.  3,  par.  3,  p.  187; 
Giulio  HI  colla  bolla  Rationi  congniil, 
dc'22  febbraio  i55o,  Bull.  t.  4j  P^r.  r, 
p.  209,  pubblicò  quella  di  Paolo  III  cou- 
iermatoria  della  precedente;  Pio  IV  ;  s. 
Pio  V  che  limitò  le  facoltà  del  peniten- 
ziere maggiore  e  quelle  de'suoi  ministri, 
mediante  la  bolla  t  ?j6o«»5,  de'i8  mag- 
,5 


66  P  E  N 

gio  10169,  Bull.  t.  4j  pai-  3,  p.  04,  aven- 
do con  altra,  In  Oìiiiìihiis,  stabilito  che  il 
cardinal  sommo  penitenziere  esser  do- 
vesse prete  e  dottore  di  teologia  o  di  sa- 
gri canoni.  Di  questa  ultima  bolla  e  di 
altre  che  riguardano  il  cardinale  peni- 
tenziere maggiore,  ne  tengo  proposilo  a 
Penitenzieria.  Non  solo  Gregorio  X  cer- 
tamente nominò  il  i.°  cardinal  peniten- 
ziere maggiore  che  si  conosca,  ma  nelle 
leggi  da  lui  composte  pel  conclai'c  e  sede 
vacante,  dichiaiò  che  in  tal  tempo,  inco- 
minciando dalla  morte  del  Papa,  cessas- 
sero lutti  gli  udizi  ecclesiastici  ei  tribu- 
nali, fuorché  il  penitenziere  maggiore 
ed  il  camerlengo  ,  i  quali  continuassero 
in  tempo  di  sede  vacante.  Se  in  questa 
morisse  il  penitenziere.  Clemente  VII  or- 
dinò che  il  sacro  collegio  eleggesse  a  plu- 
ralità di  voti  il  pro-penitenziere.  Pio  IV 
confermò  il  decretato  di  Gregorio  X,  di- 
chiarando però  che  i!  penitenziere  ed  i 
suoi  ufTiziali  spediranno  soltanto  ciò  che 
.•spelta  al  foro  della  coscienza.  Clemente 
XII  pre.scrisse  che  in  sede  vacante  il  pro- 
penitenziere si  eleggesse  dopo  tre  giorni 
dalla  morte  del  penitenziere  maggiore,  e 
che  durasse  fino  alla  creazione  del  nuo- 
vo Papa;  inoltre  autorizzò  il  penitenzie- 
re a  spedire  ancora  le  materie  miste.  Me- 
glio tutto  può  vedersi  nel  voi.  XV,  p. 
263,  7.67^  271.  Si  apprende  dal  citalo 
Lunadoro,  annotato  dal  Zaccaria,  che  Be- 
nedetto XI V  ridusse  le  facoltà  del  car- 
dinal penitenziere  maggiore  ai  seguenti 
capi.  Ad  accordare  l'assoluzione  da  tutti 
i  peccati  e  dalle  censuie  accennate  nella 
Lolla  in  Coena  Domìni j  ad  assolvere  i 
regolari  prò  utroque  foro,  e  talvolta  e- 
ziandio  i  secolari;  ad  assolvere  gli  ereti- 
ci occtdti  parimenti  e  coH'istessa  autori- 
tà, ma  i  pubblici  nel  foro  interno  sola- 
mente, purché  non  sieno  eccettuati  dal- 
la stessa  bolla  in  Coenaj  a  convalidare  le 
provvisioni  simoniache;  ad  alleggerire  in 
parte  i  pesi  per  lo  mal  tolto  e  per  l'in- 
lerlo;  a  modificare  i  giuramenti,  allor- 
ché non  sia  di  altrui  pregiudizio;  a  can- 


PEN 

giare  i  semplici  voti  e  dispensare  anco- 
ra dai  riservali,  come  mutando  le  ore  ca- 
noniche, ed  ingiungendo  altre  opere  pie. 
Il  cardinal  penitenziere  ha  inoltre  spe- 
ciale diritto  di  dispensarci  religiosi  dalle 
irregolarità  di  delitto  odi  difetto,  di  li- 
berare cautamente  gli  apostati  delle  re- 
ligioni, e  di  peimeltere  il  passaggio  da 
un  ordine  all'altro^  e  similmente  di  con- 
cederlo alle  monache  di  là  dai  monti,  e 
di  rimediarealle  censure,  ai  difetti  o  pec- 
cati delle  medesime,  e  di  togliere  gl'im- 
pedimenti impedienti  di  matrimonio;  ed 
ha  più  altre  facoltà  descritte  dal  Daniel- 
li  nella  sua  opera,  delle  quali  facoltà  ne 
fa  parte  talvolta  co'minori  penitenzieri. 
Fin  qui  il  Lunadoro.  Soglionoi  Papi  con- 
cedere ai  penitenzieri  maggiori  alcune 
facoltà  speciali  per  provvedere  più  facil- 
mente a'bisogni  de'fedeli  nell'  orbe  cat- 
tolico, oltre  quelle  contenute  nelle  bol- 
le, decreti  e  rescritti  pontificii;  quali  fa- 
coltà sono  suddelegabili  in  caso  di  biso- 
gno al  prelato  reggente  del  tribunale.  11 
p.  Plettemberg,  Nat.  cong.  et  tribuna' 
liiun  cnriae  romanac  p.  1 69,  de  viajo' 
ripoenitentiario,  ejtisque  munerc,  parlan- 
do dell'autorità  delle  lettere  del  peniten- 
ziere maggiore  ,  dice  pure  delle  diverse 
sottoscrizioni,  Fiat  in  forvia,  Fiatdespe- 
ciali.  Fiat  de  expresso,  e  che  sono  sco- 
municati quelli  che  impediscono  l'esecu- 
zione di  tali  lettere,  pei  disposto  della 
bolla  pubblicata  da  Giulio  111;  di  più  ag- 
giunge, che  al  suo  tempo  (pubblicò  l'o- 
pera nel  i6q3)  l'officio  rendeva  al  car- 
dinale circa  annui  scudi  8,000,  lo  che 
avea  rilevato  prima  di  lui  il  Lunadoro, 
e  lo  trovo  confermalo  da  un  mss.  del 
1709.  Al  piesente  rende  l'oflìzio  mensi- 
li 1 65  scudi.  11  cardinal  penitenziere  mag- 
giore ha  r  ordinaria  udienza  dal  Papa 
una  volta  la  settimana,  nel  venerdì  sera; 
e  per  sua  assenza  e  impotenza  si  reca 
all'udienza  il  prelato  reggente.  Vedasi  il 
p.  Navai',  Manuductio  superfacultalibus 
viajoris  poen  itentiarii. 

De' funerali  e  cavalcale  de' cardinali 


PEN 

penitenzieri  maggiori,  ne  trattai  ne' voi. 
3C,  p.  3o4,  XXV in,  p.  5"?.,  avvertendo 
che  sebbene  la  cavalcata  ora  non  suole 
farsi,  occorre  ogni  volta  dispensa  pon- 
tificia. La  negarono,  Innocenzo  X  pel 
cardinal  Barberini,  e  Clemente  XI  pel 
cardinal  Colloredo  agli  i  i  gennaio  1709, 
il  quale  come  l'altro  avea  ordinato  clie 
si  ommettesse  la  cavalcata,  e  il  denaro 
solilo  iojpiegarsi  si  dispensasse  a'poveri. 
Del  secondo  riprodurrò  il  ceremoniaie 
della  cavalcata  e  del  funere,  che  ricavo 
dal  succitato  mss.  autentico,  quale  pres- 
.so  di  me  conservo.  Riunitisi  nel  palazzo 
Vaticano  quelli  che  fecero  parte  della 
cavalcata  a'  i4  gennaio,  vestiti  dei  loro 
abiti  e  insegne,  ne  partirono  per  quella 
del  defluito  con  questo  ordine.  11  capita- 
no degli  svizzeri  a  cavallo  con  due  ufìjziali 
e  5o  guardie,  le  quali  facevano  ala  alla 
cavalcata.  Due  mazzieri  a  cavallo,  come 
i  seguenti  ;  due  maestri  di  cerimonie,  il 
tesoriere  Patrizi  vescovo  assistente  al  so- 
glio, in  luogo  del  maggiordomo  infermo 
e  dell'uditore  della  cameia  pure  malato, 
col  prelato  vicegerente  altro  vescovo  as- 
sistente; due  protonotari  apostolici  par- 
tecipanti, 6  cappellani  comuni,  7  came- 
rieri extra,  8  scudieri,  lutti  famigliari 
del  Papa.  Giunta  la  cavalcata  all'abita- 
zione del  defunto  presso  la  chiesa  dc'fi- 
lippini,  si  unì  alla  pompa  funebre  che 
dovea  associare  il  cadavere,  composta 
della  croce  parrocchiale,  di  5confiater- 
iiite,  di  5  ordini  mendicanti,  di  20  pre- 
ti, del  camerlengo  del  clero  col  parroco, 
del  capitolo  di  s.  IMaria  in  Trastevere 
litolare  del  cardinale  con  croce,  ma  sen- 
za padiglione.  Il  cadavere,  vestito  de'sa- 
cri  paramenti,  fu  collocato  sopra  gran 
letto  coperto  di  drappo  oloserico  tessu- 
to in  oro,  che  piesero  a  trasportare  i 
confrali,  incedendo  ai  .[  lati  i  palafrenie- 
ri colle  banderuole  o  flabelli  funebri.  La 
processione  si  avviò  per  la  strada  papa- 
le, voltò  al  palazzo  Massimi,  e  per  la  Can- 
celleria e  via  del  Pellegrino  si  portò  a 
delta  chiesa,  1  confrati ,  i  religiosi   e  il 


P  E  N  (3; 

clero  precedendo  il  cadavere, dopo  il  qua- 
le prese  luogo  la  famiglia  d(!l  definito  in 
vesti  di  lutto,  indi  la  cavalcata,  riceven- 
do tulli  conveniente  dispensa  di  cera  se- 
condo i  gladi.  All'esequie  intervennero 
2  3  cardinali.  Nel  n°  19H7  del  Diario  di 
Tioma  i^So  si  legge  il  funerale  del  car- 
dinal Conti  morto  in  conclave,  donde  in 
carrozza  fu  trasportalo  alla  chiesa  par- 
rocchiale, senza  cavalcata  a  cagione  della 
sede  vacante.  All'esequie,  assislitedai  mi- 
nislri  e  cantori  della  cappella  pontificia, 
celebrò  la  solenne  messa  il   prelato  Al- 
dovrandi    patriarca  di  Gerusalemme  e 
reggente  della  s.  penitenzieria,  gl'indivi- 
dui del  cui  tribunale  tulli  vi  assisterono. 
La  cavalcata  del  cardinal  Galli  fu  descrit- 
ta neln."  7  764  del  Diario  di  Ramai  768. 
Il  nuovo  penitenziere  maggiore  pien- 
de  possesso  della  carica  nelle  tre  peni- 
tenzieriede'pcnitenzieri  minori,  delle  pa- 
triarcali basiliche  Lateranense,  Vaticana 
e  Liberiana,  nelle  quali  formalmente  si 
reca  a  udire  le  confessioni ,  o  ad  assol- 
vere dalle  censure  e  casi  riservati,  nella 
settimana  santa;  prima  dirò  del  posses- 
so, poi  delle  confessioni  e  meglio.  Il  pos- 
sesso il  cardinale  Io  prende  con  treno  no- 
bile e  formalità  de'servi  a  piedi,  seguito 
da  tre  carrozze,  in  cui  prendono  luogo,  ol- 
treché nella  sua,i  prelati  e  ministri  della 
penitenzieria.  Quanto  indicherò  si  pra- 
tica eziandio  nelle  basiliche  e  peuiteuzie- 
rie  Lateranense  e  Liberiana,  il  cardina- 
le nel  portico  Vaticano  viene  incontra- 
to da  qiiel  collegio  de'penitenzieri,  colla 
stola  paonazza  sull'abito  religioso,  che 
gli  baciano  la  mano.  II  cardinale  depo- 
sta la  mozzetta  e  maulellelta  paonazza, 
prende  la  cappa  di  questo  colore,  ed  en- 
tra nella  basilica  ricevuto  da  4  canonici: 
asperso  sé  e  gli  astanti,  passa  ad  orare  al 
ss.  Sagiamentoed  all'altare  papale  ocon- 
fe.-sione,  indi  si  reca  alla  sedia  o  trono 
penitenziale, alquanto  elevato  per  diver- 
si gradini  di  noce,  come  lo  è  il  resto,  a- 
vendogli  sciolta  la  cappa   il  caudatario, 
ch'c  vestilo  di  soltana  paonazza  e  ferra- 


r>8  P  E  N 

iuuione  nero.  Quindi  si  legge  la  bolln  di 
nomina  coi  privilegi  e  facoltà  dd  peni- 
tenziere maggiore;  dopo  di  che,  il  car- 
dinale riceve  la  Inicchelta  o  ferula  o  ver- 
ga dorala,  con  la  quale  toccando  il  capo 
de'  prelati  e  altri  della  penitenzieria,  e 
di  quelli  che  ne  hanno  di  voto  desiderio, 
scancella  i  peccati  veniali  per  l'indulgen- 
^  za  inerente  al  tocco,  di  cui  è  ancor  egli 
partecipe.  Ad  ogni  nuovo  penitenziere 
maggiore,  i  penitenzieri,  anche  !>traordi« 
nari,  ricevono  dalla  penitenzieria  in  do- 
no una  stola  paonazza.  Nella  domeni- 
ca delle  Paline  il  cardinal  penitenziere 
si  porta  dopo  le  ore  1 1  alla  penitenzieria 
La  teranense,  incontra  to  dal  collegio  e  pre- 
sidente de'penitenzieri  minori  osservanti 
riformali,  ricevendo  1'  aspersorio  dal  p. 
presidente  genuflesso.  Dopo  esseisi  leva- 
la la  mantelletta  e  restando  in  rocchet- 
lo  scoperto,  asperge  e  benedice  gli  astan- 
ti. Poscia  sale  all'oratorio  a  fi^>r  breve 
orazione,  corteggiato  dal  reggente,  teo- 
logo, datario,  canonista,  correttore,  sigii- 
Jatore,  dai  segretari  e  da  altri  ministri 
della  s.  penitenzieria,  dopo  averlo  incon- 
tralo a  capo  della  scala.  Quindi  con  essi 
passa  nella  lìiblioteca  del  collegio,  ove  si 
tiene  la  segnatura  o  congregazione  coi 
soli  ministri  della  penitenzieria,  dopo  la 
quale  il  cardinale  assume  la  cappa  pao- 
nazza, ed  accompagnato  dai  nominati 
n?inistriedai  penitenzieri  entra  nella  por- 
ta grande  della  contigua  basilica,  ov' è 
ricevuto  da  4  canonici  in  cappa.  Uno  di 
essi  neir  ingresso  gli  olTie  l'acqua  santa 
con  l'aspersorio,  che  il  cardinale  presen- 
ta a  ciascun  prelato.  Indi  il  cardinale 
fatta  orazione  nel  genuflessorio  avanti 
l'altare  del  ss.  Sagramenlo,  passa  al  suo 
slabile  tribunale  o  trono  di  penitenza, 
ove  scioltagli  la  cappa  dal  caudatario,  si 
pone  a  sedere  nella  sedia,  copiendosi  il 
capo  con  la  berretta.  In  seguito  il  reg- 
gente gli  presenta  la  bacchetta  o  ferula 
peniteiiziale(della  quale  coniedell'indul- 
genza  annessa  parlai  a  Penitenziere), 
con  cui  tocca  il  capo  al  medesimo  e  agli 


PEN 

altri  prelati  in  piedi,  e  genuflessi  al  teo- 
logo, segretari,  ministri,  sua  corte  nobile 
e  per  ultimo  ai  penitenzieri.  Postisi  i  no- 
minati a  sedere  ne'  banchi  in  giro  e  in 
forma  di  tribunale,  il  cardinale  prosegue 
a  toccare  colla  bacchetta  il  capo  di  quel- 
li del  popolo,  che  genuflessi  concorrono 
a  prendere  l'indulgenza  unita  a  questo  at- 
to di  umiltà.  Ciò  Unito,  il  cardinale  con- 
fessa chiunque  s'accosta  al  suo  tribuna- 
le, assolve  i  penitenti  dalle  censure  ec- 
clesiastiche, come  dai  casi  riservati,  e  se 
ha  dubbi  consulta  i  suoi  udìziali;  se  non 
si  presenta  alcuno,  parte  ringraziando  i 
prelati  che  l'hanno  assistito,  venendo  ac- 
compagnalo dagli  slessi  canonici  che  lo 
riceverono,  ed  aspettano  finché  è  asceso 
in  carrozza.  Nel  nìercoledi  santo  il  cardi- 
nal penitenziere  si  porta  dopo  le  ore  2  r 
alla  penitenzieria  Liberiana,  inconlrato 
dal  collegio  de'penitenzieri  domenicani, 
ricevendo  dal  p.  vicario  l'aspersorio,  iu- 
di  segue  quanto  si  è  detto  di  sopra,  tan- 
to nella  penitenzieria  per  la  segnatura, 
ed  anche  per  ciò  che  riguarda  la  dicon- 
tro basilica,  ove  viene  ricevuto  e  pratica 
le  cose  nairate.-  Nel  giovedì  e  nel  vener- 
dì santo  il  cardinal  penitenziere,  dopo 
aver  tenuta  la  segnatura  nella  peniten- 
zieria Vaticana,  accompagnato  dai  pre- 
lati e  ministri  del  sacro  tribunale  si  por- 
la nella  basilica  Vaticana  ,  fermandosi 
nel  portico  ad  assumere  la  cappa.  En- 
trando in  chiesa  è  ricevuto  da  4  canoni- 
ci, senza  la  presentazione  dell'acqua  be- 
nedetta, non  essendovi  ne'due  giorni  nei 
pubblici  pili  j  quindi  viene  presso  la  sta- 
tua di  s.  Andrea  e  rimpello  a  quella  di 
s.  Pietro,  incontrato  dal  collegio  de'  pe- 
nitenzieri minori  conventuali  e  dal  p. 
rettore  di  essi,  e  si  reca  ad  orare  innanzi 
r  altare  papale  ed  a  quello  della  Beala 
Vergine  della  Colonna;  dopo  di  che  va 
ad  assidersi  nei  suo  tribunale  per  tocca- 
re il  capo  colla  bacchetta  ed  ascollare  le 
confessioni. 

Già  ho  detto  di  sopra   che  spetta  al 
penitenziere  maggiore  assistere  in  mor- 


rEN 

te  il  Papa,  in  abito  cardinalizio,  per  le 
assoluzioni  e  benedizioni  inarlivulo  inor- 
tis.  Nel  voi.  Vili,  p.  267  e  3o.i  [X,  p. 
()0,  ho  narrato  die  nella  cappella  ponti- 
ficia il  cardinal  penitenziere  maggiore 
nel  giorno  delle  Ceneri  (^.)  le  injj)one 
;il  Papa,  senza  mitra  e  senza  proferire 
la  forinola,  ed  in  sua  assenza  anche  ai  car- 
dinali ed  a  lutti  (pielli  che  hanno  luogo 
in  cappella,  quindi  canta  la  messa;  come 
nel  venerdì  santo  mattina  vi  fa  la  fun- 
zione, nella  quale  anticamente  pronun- 
ziava pure  il  sermone  o  deputava  allri, 
essendo  affidata  a  lui  la  chiavetta  del  s. 
i^epolcro;  e  come  per  l'anni  versai  io  dei 
fedeli  defunti  vi  canta  la  messa.  Ad  An- 
ni SANTI  e  a  Confessore  notai,  die  nel- 
la medesima  cattedra  de'  penitenzieri 
maggiori  i  Papi  talvolta  e  specialmente 
rcgli  anni  santi  si  recarono  a  udire  le 
confessioni,  in  diversi  tempi  anche  i  pe- 
nitenzieri maggiori.  Inoltre  ad  Anm  san- 
ti, a  IMartello,  ne'vol.  II,  p.  10 3,  118, 
1  34,  Vili,  2o5,  208,  209,  XXXN'II,  p. 
28G,  raccontai  come  il  penitenziere  mag- 
giore nell'apertura  della  porta  santa  por- 
ge al  Papa  il  martello  d'argento  per  a- 
prirla,  dandogli  questi  tre  colpi  e  due  il 
penitenziere,  ed  appena  i  muratori  han- 
no tolto  i  cementi,  i  penitenzieri  vatica- 
ni cinti  di  grembiale  lavano  con  isponge 
lostipile,  indi  asciugano;  comenella  chiu- 
sura il  cardinale  con  grembiale  consegna 
al  Pnpa  la  cucchiaia  d'argento,  con  la 
quale  pone  anch'egli  la  calcina  e  i  mat- 
toni, aiutato  dai  penitenzieri  in  grem- 
biale. Dissi  pure,  che  Clemente  VII  nel 
iSiS  fu  il  i.°  ad  usare  il  martello  d'o- 
ro (il  martello  però  pel  i.°  l'usò  Ales- 
sandro ^  1  nel  precedente  anno  santo, 
come  quello  che  introdusse  le  porte  san- 
te), quale  donò  al  cardinal  Pucci  peni- 
tenziere (onde  aggiunse  nel  suo  stemma 
tre  martelli),  per  iìnir  d'aprire  con  altre 
percussioni  la  porta  santa;  e  che  i  pe- 
nitenzieri minori  vaticani  perla  i ."  vol- 
ta ne  lavarono  le  imposte  con  acqua  be- 
nedetta e  nella  chiusura  aiutarono  il  pc- 


P  E  N  69 

nitcnzlere  maggiore.  D'  allora  in  poi  il 
martello  e  la  cucchiaia  si  costumò  rega- 
lare ai  penitenzieri  maggiori,  ma  talvol- 
ti i  Papi  diedero  tali  strouienli  a  qual- 
che sovrano,  come  del  martello  fece  Leo- 
ne XII.  Piilevai  inoltre  che  Benedetto 
XIII  fece  pubblicare  un  editto  dal  peni- 
tenziere per  richiamare  gli  apostati  e  i 
religiosi  fuggiaschi.  Vedi  Cohellio,  Nof. 
cardiiialalwi  cap.  :')4,  de  sunimo  poeni- 
tendano j  De  Lucagli  card,  piratico, cni^. 
4?.,  del  cardinal  penilenziario.  Latino 
Latini,  Epistole^  cougcUiire  e  osserv.  rac- 
colte da  D.°  IMaci  i  contro  l'  opinione  di 
alcuni  e  particolarmente  contro  Melchior 
CanOj  il  quale  ne'  Luoghi  teologici  t.  i, 
par.  2,  p.  32  5,  pretese  rigettare  1'  anti- 
chità del  penitenziere  maggiore. 

PENITENZIERI  DI  ROMA.  Dell'o- 
rigine  de'penitenzieri  in  questa  metropo- 
li, parlai  a  Penitenzere  e  Penitenziere 
maggiore.  Nel  pontificato  di  Giovanni 
XXII  era  penitenziere  apostolico  in  Ro- 
ma Pietro  Raiiialucci  da  Corbara  frate 
minore,  che  nel  i328  Lodovico  il  Bava- 
ro  iiìce  Antipapa  Nicolò  V  {V).  Papa 
Benedetto  Xll  nel  i334  avendo  saputo 
in  Avignone,  che  a  Roma  eranvi  alcuni 
sacrileghi,  i  quali  dai  pellegrini  presi  per 
interpreti  onde  confessarsi,  non  solo  non 
intendevano  i  confessori,  né  da  essi  era- 
no intesi,  ma  pubblicavano  i  loro  pec- 
cati, per  cui  si  trovavano  costretti  i  pel- 
legrini a  redimere  col  denaro  il  segreto 
di  loro  colpe,  ordinò  al  suo  vicario  e  ve- 
scovo d'Anagni  fr.  Gio.  Pagnotta  agosti- 
niano, di  procedere  severamente  contro 
di  essi.  Ad  eliminare  si  gravi  abusi  di- 
poi provvide  la  s.  Sede,  ordinando  che 
in  Ptoma  fossero  penitenzieri  di  diverse 
nazioni  e  lingnej  come  di  queste  furono 
benemeriti  i  Papi  pel  vantaggio  spiri- 
tuale de' fedeli  e  delle  scienze,  lo  notai 
nel  vol.XXXVllI,p.25i  6  2  54- Dei  pe- 
nitenzieri vaticani  straordinari  se  ne  ap- 
prende l'origine  almeno  all'anno  i338, 
come  dalla  bolla  di  detto  Papa  Benedet- 
to XII,  In  agro  dominicOt  ai  §§  1 5  e  1 6, 


70  PEIV 

Abl)iamo  dal  Piazza,  Eicscvolo^io  l'orna- 
ìio  Irai.  5,  cap.  i5,  del  collegio  de'peni- 
tenzieii  delle  Ire  basiliche  di  s.  Giovan- 
ni, di  s.  PieUo  e  di  s.  Maria  Maggiore, 
cioè  Laleranense,  Vaticana  e  Liberiana, 
che  in  queste  anlicamente  erano  chia- 
mali penilen/.ieri  que' confessori,  che  u- 
divano  pubblicamente  in  esse  le  confes- 
sioni, ed  erano  sacerdoti  deputati  dal 
penitenziere  maggiore  e  scelti  da  diver- 
si ordini  religiosi,  i  quali  abitavano  nei 
loro  monasteri  e  conventi,  ma  questi  es- 
sendo distanti  dalle  basiliche,  riusciva  lo- 
ro di  grande  incomodo  e  distrazione  nel- 
le cose  del  proprio  istituto.  Ciò  avver- 
tendo s.  Pio  V,  e  perchè  i  fedeli  massi- 
me pellegrini  e  forestieri  avessero  sem- 
pre in  quelle  chiese  insigni ,  in  qualun- 
que ora  penitenzieri  stabili ,  presso  cia- 
scuna istituì  le  seguenti  Ire  penitenzierie 
apostoliche  con  collegi  di  religiosi,  peri- 
li  in  linguaggi  diversi  e  dotti,  non  che 
sperimentati  idonei  a  regolare  le  coscien- 
ze, onde  soddisfare  ad  ogni  nazione,  con 
case  provviste  del  necessario.  In  esse  sot- 
to un  superiore  i  religiosi  osservano  le 
loro  regole,  perquanlo  il  comportino  le 
continue  occupazioni  del  confessionale, 
proiI)endo  loro  s.  Pio  V  sotto  gravi  pene 
di  ricevere  limosine  per  qualsiasi  pre- 
testo; e  questi  si  chiamano  prnìlenzieri 
minori,  venendo  deputati  nell'offizio  dal 
cardinal  penitenziere  maggiore,  premes- 
so esame  d'idoneità,  dal  quale  ricevono 
le  opportune  facoltà  e  straordinarie  al- 
l'occorrenza.  Talvolta  il  cardinale  ri- 
mette ai  medesimi  per  l'assoluzione  quei 
che  confessa  nelle  basiliche,  nella  dome- 
nica delle  palme,  mercoledì,  giovedì  e 
venerdì  santo,  di  che  trattai,  come  del 
possesso  che  prende  nelle  loro  peniten- 
zierie, della  bacchetta  penitenziale  e  in- 
dulgenze annesse,  a  Penitenziere  maggio- 
BE,  1  penitenzieri  minori  delle  tre  basili- 
che si  considerano  come  i  ConsuUori del- 
le congregazioni  (K),  che  non  possono 
rimuoversi  da  Roma, dal  loro  ordine  co- 
me gli  altri  religiosi,  come  particolar- 


PEN 

mente  affetti  alla  s.  Sede.  Ad  Anni  san- 
ti riportai  le  straordinarie  facoltà  che  i 
Papi  compartiscono  per  assolvere  i  casi 
riservati  ai  penitenzieri  minori,  ed  in  tali 
Giubilei  (f^-),  pel  gran  concorso  di  Pel- 
legrini {V-),  si  suole  al  numero  ordina- 
rio aggiungere  penitenzieri  straordina- 
ri, previo  esame  della  penitenzieria.  I  pe- 
nitenzieri delle  basiliche  Lateranense  e 
Liberiana,  nell'apertura  e  chiusura  del- 
le porle  sanie,  assistono  al  modo  detto 
pei  vaticani  a  Penitenziere  maggiore, 
ai  cardinali  legali  deputati  a  fare  le  fun- 
zioni. Se  il  Papa  pontifica  in  dette  due 
basiliche,  i  penitenzieri  delle  medesime 
v'intervengono  in  camice  (il  Lunadoro, 
ediz.  del  i64'3,  dice  che  allora  assume- 
vano la  cotta),  cingolo  e  pianeta  del  co- 
lore corrente:  i  penitenzieri  vaticani  non 
solo  assistono  ai  pontificali  che  il  Papa 
celebra  in  quella  basilica  o  altre  funzio- 
ni, ma  ancora  a  quelle  delle  cappelle  Si- 
stina del  Valicano  e  Paolina  del  Quiri- 
nale, ed  a  Cappelle  PONTIFICIE  notai  qua- 
li sono  le  funzioni  in  cui  intervengono  e 
quanto  li  riguarda.  I  penitenzieri  late- 
ranensi  ne'possessi  de'Papi,  dopo  il  capi- 
tolo gli  baciano  il  piede  sotto  al  portico, 
vestiti  di  colta  :  il  Cancellieri  notò  nei 
Possessi,  che  ciò  incominciarono  nel  i  5go 
e  che  talvolta  assunsero  le  pianete  e  ri- 
cevettero la  medaglia.  1  penitenzieri  va- 
ticani dalle  mani  del  Papa  nelle  finizio- 
ni ricevono  in  pianeta  le  candele,  le  ce- 
neri, le  palme, gli  ognns  Dei  benedetti; 
ed  oltre  ai  pontificali,  intervengono  an- 
cora alla  processione  del  Corpus  Doniniiy 
alla  canonizzazione,  all'apertura  e  chiu- 
sura delle  memorate  portesante:  di  quan- 
to riguarda  il  pontificio  cadavere,  poi  ne 
parlerò.  Leone  XII  fece  loro  le  pianete 
che  ora  usano:  ne  riporta  la  figura  il  Fa- 
laschi, Gerarch.  eccl.  p.  io5.  Vedasi  il 
p.  Navar,  Maiaiductio,  dilucidalio  faeul- 
taluni  rninorum  poenilentiarioruin  hasi- 
liearuni  Urbis j  ed  il  p.  Siio  da  Piacenza 
min.  rif.  penitenziere  lateranense,  Dilu- 
cidatio facuhaUun  minoruni  pociiiteiUia- 


PEN 

rioriim hasìlicaruni  Urhh^et  praxìsexc' 
aUionnni  ad  Ulleras,  ci  racripla  sacraa 
pofiìifentiariaej  cunt  instrucdonc pociii- 
tcndarionini  ordinarioruni  ci  cxtraoi'' 
dinarioruin,  Romae  iGoq.  ABeruetta 
CLERICALE  avvertii,  che  sebbene  mendi- 
cniilijin  dette  funzioni  l'adoperano  \  pe- 
nitenzieri conventuali  e  domenicani ,  non  i 
winori osse/vanti  riformali.  Vedasi  Plet- 
temberg,  Notilia  p.  1 74»'^'^  poeniltnlìa- 
rii  minores;  qiiot  et  qiialcs  alunlur  a 
snmmo  Ponti/ice  j  a  quo  constituantur, 
ad  quid  ohligenlur  j  ubi  ahsolvant.  Del- 
la basilica  di  s.  Paolo  sono  penitenzieri 
i  monaci  Cassinosi  (/^.),  e  quando  venne 
sostituita  quella  di  s.  Maria  in  Traste- 
vere nell'anno  santo,  in  questa  Teseicita- 
rono,  mentre  il  curato  delia  chiesa  fun- 
se l'ulFizio  di  penitenziere,  ma  in  luogo 
separato  e  senza  bacchetta,  Io  che  notai 
nel  voi.  XH,  p.  202  e226.  Ora  dirò  del- 
le tre  penitenzierie  e  collegi  apostolici 
Lateranense,  Vaticana  e  Liberiana.  Las. 
basilica  patriarcale  di  s.  Lorenzo  fuori  le 
mura  non  ha  penitenzieri. 

Penitenzieri  Lateranensi  o  di  s.  G/o- 
vanni.  Dissi  già  della  generica  origine  dei 
penitenzieri  di  Roma:  il  Rasponi,  De  ba- 
silica et  paln'archio  Later.j  parla  :  poeni- 
tentes  recipiendi  in  ecclesia  rilusj  serva- 
batur  tantum  in  Lateranense  basilica. 
Altre  notizie  si  possono  vedere  a  Peni- 
tenzieri vaticani.  Il  Papa  s.  Pio  V  nel 
1569  o  ij'jo  nella  Chiesa  di  s.  Giovan- 
ni in  Lalerano  (^.),  istituì  la  penilenzie- 
ria  ed  il  collegio  de' penitenzieri, quale  af- 
lido  a  12  minori  osservanti  riformati 
francescani  di  diversi  linguaggi^  dando 
loro  per  abitazione  l'antichissimo  e  ce- 
lebre oratorio  di  s.  Nicolò  di  Mira  o Ba- 
ri, già  nella  parte  più  interiore  del  Pa- 
lazzo Lateranense  o  Patriarchio  {^•), 
come  si  ha  dal  p.  Wadingo  in  Annales. 
Fu  fabbricato  da  Calisto  li  e  ristorato 
da  Anastasio  IV,  i  quali  vi  fecero  dipin- 
gere le  immagini  di  diversi  santi  Ponte- 
liei,  e  per  due  e  più  secoli  servì  di  vestia- 
rio ai  Papi,  che  vi  celebravano  messa. 


PEN  71 

Sotto  Clemente  XII,  essendo  in  rovina 
l'oialoiio  e  contiguo  ediflzio  ,  i  peniten- 
zieri temporanea  mente  ne  uscirono  e  quel 
Papa  per  1'  architetto  cav.  Fuga  lo  fece 
restaurare.  Quindi  Benedetto  XIV  vi  fe- 
ce altri  restauri  e  abbellimenti,  massime 
nelle  piltuie,  consagrandolo  Gioacchino 
Portocarrero  patriarca  d'Antiochia  «'26 
aprile  i'"47  3  onde  serve  ai  penitenzieri 
di  cappella  privata.  Le  pitture  dell'  o- 
ra torio  nell'abside  si  dividono  in  due  par- 
li, superiore  e  inferiore.  Nella  prima  e  so- 
pra ia  tesliulinc  o  volta  dell'abside  vi  è 
il  busto  del  Salvatore.  Nella  volta  è  il 
cielo  stellalo  appoggialo  sulla  terra,  in 
cui  s'innalzano  i4  monti,  7  per  parte. 
In  mezzo  della  volta  e  assistita  da  due 
angeli  con  (iaccola  o  verga  in  mano,  siede 
in  Irono  la  Beata  Vergine  coll'aureola  iti 
capo,  tenendo  colla  destra  la  croce  e  in 
seno  il  divin  Figlio  parimenti  coronato. 
A'piedi  della  Madonna  stauno  genufles- 
si in  abiti  pontilicali  con  aureola  e  bar- 
ba, a  destra  Calisto  II ,  a  sinistra  Ana- 
stasio IV;  e  sotto  tali  piedi  si  legge:  Prae- 
sidet  aethereis  Plrgo  Maria  choris.  Inol- 
tre nella  volta  sono  dipinti  in  piedi  e  bar- 
bati, con  abiti  pontificali,  benedicendo  e 
coll'aureola  rotonda,  a  dritta  s.  Silvestro 

I,  a  manca  s.  Anastasio  I.  La  parte  in- 
feriore è  divisa  dalla  superiore  con  linea 
e  questa  iscrizione:  Sustulit  primo  lem- 
pliim  Callixtus  ab  imo,  vir  clarus  late 
gallorum  nobilitale.  Veruni  Anastasius 
potitus  culmine  sacro,  hoc  opus  ornavit, 
variisque  modis  decoravit.  Nel  mezzo  di 
questa  parte  sta  in  piedi  in  una  nicchia 
l'arcivescovo  s.  Nicolò  inabili  pontifica- 
li e  mitra,  avente  nella  mano  destra  un 
libro  e  nella  sinistra  il  pastorale  )  que- 
sta immagine  non  pare  mai  ritoccata. 
Dal  lato  del  vangelo  in  piedi  benedicen- 
do colla  destra  e  tenendo  un  libro  nel- 
l'altra, in  abiti  pontificali  e  mitra  e  lut- 
ti barbati,  sono  s.  Leone  HI,  s.  Urbano 

II,  s.  Pasquale  II  e  s.  Gelasio  II.  Nell'i- 
stessa  forma  dal  lato  dell'epistola  vengo- 
no rappreseatali s.  Gregorio  II,  s.  Alcs- 


r-jl  PEN 

Sandro  li,  s.  Gregorio  VII  (sulla  di  lui 
barba  non  convengo  per  le  ragioni  addot- 
te nel  voi.  XXXiljj).  2)2,  pai  laudo  de- 
gli ultimi  reslauii)  e  s.  Vittore  111.  Aven- 
do parlalo  in  tanti  luoghi  di  questo  ora- 
torio e  celebrate  pitture,  era  iudi>pensa- 
bile  un  cenno:  del  primo  e  delle  secon- 
de trattarono,  il  Sev,eraiio,  iVemorie  p. 
562;  Panvinio,  De  f^'ITeccles.j'iìaf,poiVì, 
De  hasilic.  p.  285  e  348;  Lambertini,  De 
serv.  DciWh.  i,  p.  363  ;  Cajetanus /«r/- 
ta  Gclasii  II j  Lucenti,  De.  t-piscopis  1  ia- 
line; Da\Oa{\.o\iì,Hist.  abb.  Casin.  p,  i, 
lab.  lOj  ed  altri.  Le  descritte  immagini 
benedicono  alla  greca  e  alla  latina,  ed 
anche  con  mano  aperta  e  alzaia.  Inno- 
cenzo XII  colla  costituzione  Roiìiamis 
Pontifcx,  del  i ."  settembre  i  7  2  i ,  Bull. 
Roni.  t.  I  I ,  par.  2,  p.  227 ,  concesse  a 
questi  penitenzieri  i  privilegi  che  godo- 
no i  ministri  provinciali  del  loro  ordine 
fiancescano.  Benedetto  XIV  consideran- 
do clie  il  collegio  della  penitenzieria  La- 
teranense  avea  soli  ^Go  scudi  d'annuo 
assegno,  per  cui  i  religiosi  più  dotti  e  di 
più  merito  ricusavano  il  penitenzieiato, 
con  la  bolla  Laboraiuìbus  in  i'iiica  Do- 
mini, del  i3  marzo  1747,  Bull-  Benccì. 
XIV^  t.  2,  p.  117,  gli  aggiunse  annui 
scudi  200  dai  proventi  del  sigi llatore  del- 
la penitenzieria,  ed  altri  100  da  quei  su- 
perflui della  penitenzieria  stessa,  e  tutte 
le  sue  multe  ascendenti  a  circa  3o  scu- 
di. Perchè  poi  non  sembrasse  che  il  nuo- 
vo assegno  olTendesse  in  modo  alcuno  la 
povertà  religiosa  ed  evangelica  de'mino- 
li  osservanti  riformati,  col  moto- proprio 
Decet  ronianuni  Fontificem,  de'27  mag- 
gio, loco  citato  p.  119,  dichiarò  che  tale 
contribuzione  si  faceva  ai  penitenzieri  a 
titolo  di  limosina.  Grati  i  penitenzieri 
del  restauro  operato  e  deli'  assegno  ac- 
cresciuto da  Benedetto  XIV,  nel  1746 
gli  eressero  per  memoria  una  lapide  nel- 
l'oratorio, ed  altra  nel  1750  nel  propin- 
quo Orlo:  ambedue  riporta  il  succitato 
Cancellieri  a  p.  ^09,  avendo  di  essi  par- 
lalo anche  a  p.  322  e  altrove.  Alpresea- 


PEN 

le  il  collegio  di  questi  penitenzieri  si  com- 
pone di  5  penitenzieri  e  del  presidente, 
oltre  due  religiosi  laici  per  assisterli  :  3 
sono  perla  lingua  italiana,  e  gli  altri  3 
per  la  francese,  spagnuola  e  tedesca. 

Penitenzieri  Vaticani  o  di  s.  Pietro. 
Oltre  quanto  di  sopra  ho  detto  generi- 
camente sui  penitenzieri  delle  basiliche 
patriarcali  di  Roma  e  di  questi,  prima 
di  parlare  della  penitenzieria  e  collegio 
de'  penitenzieri  vaticani,  riporterò  cpian- 
to  mi  fu  dato  rinvenire  degli  anteriori 
penitenzieri  della  Chiesa  di  s.  Pietro  in 
Vaticano (^F'.),c\ìe  Benedetto XI 1  dichia- 
rò immediatamente  soggetti  alla  s.  Sede. 
Sidone  e  IMartinelti  benefiziati  della  me- 
desima, Della  basilica  di  s.  Pietro,  lib.  i, 
p.  192,  nel  riferire  che  si  dislingue  dal- 
le altre  nell'amminislrare  il  sagramento 
della  penitenza  (lo  toccai  a  Parrocchia), 
riprodussero  quanto  scrisse  il  Panvinio, 
il  quale  alFerma  essere  i  penitenzieri  va- 
ticani più  degni  degli  altri  per  le  loro 
particolari  e  distinte  prerogative,  che  ia 
parte  già  indicai  e  delle  altre  lo  farò  qui 
appresso,  quali  alcune  solo  più  tardi  fu- 
rono accordate  ai  penitenzieri  delle  al- 
tre basiliche,  ritenendo  i  vaticani  di  più 
aulica  isliluzione.In  fatti  rilevasi  dal  Bull, 
basii.  Fai.  t.  i ,  p.  34^,  che  Clemente  VI 
nel  1  352,  colla  costituzione  Quamvis  0- 
iini  in  Urbe,  quando  neile  altre  chiese 
non  erasi  stabilmente  introdotta  sì  lode- 
vole istituzione,  e  come  nelle  basiliche 
Laleranense  e  Vaticana  e  nelle  altre  chie- 
se di  Roma  eransi  accresciuti  i  peniten- 
zieri con  particolari  facoltà,  in  occasione 
del  celebrato  anno  santo  i  35o,  richiamò 
il  primiero  costume,  due  assegnandone 
alla  basilica  Vaticana,  uno  istituendone 
nella  Lateranense,  e  rimovendo  quelli 
delle  ai  tre.  CoU'andare  degli  aimi  fu  d'uo- 
po aumentare  il  numero  de'penitenzieri 
delle  !)asiliche,  ma  sempre  fu  maggiore 
e  piìi  rispettabile  quello  della  Vaticana, 
Ap[)iendo  dalle  file  de^ Papi,  che  Ur- 
bano VI  nel  1878  creò  cardinale  il  ro- 
mano Ihiffini  domenicano,  già  peuiten- 


PEN 

zicie  della  Lnsilica  di  s.  Pieiro  e  vesco- 
vo d'  Isernia,  teologo  dottissimo;  e  clie 
Innocenzo  VII  nel  i4o6  'u  sepolto  nella 
cappella  di  s.  Tommaso,  aulicamente  co- 
mune alla  tumulazione  de'Papi,  poi  con- 
cessa ad  uso  de' penitenzieri  vaticani  re- 
di fica  to  questo  ora  tori  oda  Bonifacio \  III 
e  restaurato  da  Aicolò  V,  Ai  demolito  nel 
iGo'j  pel  compimento  della  baMlica.  In- 
nocenzo VII  nei  i4o  javea  trasferito  dal- 
la peiiitenzieria  Laleranense  a  quella  di 
s.  Pietro  il  p.  Lorenzo  di  Sid)ina  fiate 
minore  ,  per  onoiare  e  pi  emiare  sì  degno 
religioso,  distinguendolo  col  titolo  di^c- 
iiilciizicrc  apoilolico  nella  basilica  Vati- 
cana. 11  successore  d'iimocenzo  V  II,  Pa- 
pa Gregorio  XII,  elesse  23  penitenzieri, 
cioè  i8  per  la  basilica  di  s.  Pieiro,  3  per 
l'altra  di  s.  Giovanni,  e  2  per  quella  di 
s.  IMaria  IMaggiore,  mediante  coslituzio- 
ne  del  i.°  marzo  \^o^,  presso  il  Bull. 
cil.  t.  2,  p.  G().  Da  lultociò  vuoisi  rile- 
vare che  nella  basilica  di  s.  Pieiro,  risie- 
dendovi da  tempo  anticliissiuio  i  peniten- 
zieri apostolici,  forniti  d'ampia  straordi- 
naria giui'isdizione,  fosse  aperto  pei  pec- 
catori e  peccati  ancoia  [)iìi  enormi  il  tri- 
bunale della  remissione  e  della  peniten- 
za. A  queste  osservazioni  i  riferiti  scrit- 
lori  aggiungono,  che  se  nella  Vaticana 
si  fulminarono  monitorii  e  scomuniche 
contro  sovrani  e  contro  vescoviconUuna- 
ci,  ed  ove  ogni  anno  si  rinnovarono  gli 
anatemi  espiessi  nella  celebre  bolla  in 
Corna  Doinmi  (ne  feci  parola  anche  nel 
voi.  \  III,  p.  295);  se  quivi  dujique  si  de- 
cretava la  pena,  ragion  vuole  che  vi  si  ri- 
meltesse  pure  la  colpa.  Eugenio  IV  nel 
i44^  notninò  11  penitenzieri  vaticani, 
periti  nelle  lingue  per  diverse  nazioni;  e 
nel  144S  ^*^ce  vescovo  di  Bagnorea  jXi- 
colò  Roggieri  romano  de'  frati  minori , 
già  due  volte  penitenziere  vaticano,  il 
die  si  legge  nel  Bull.  p.  100:  da  questo 
inoltre  si  apprende,  p.  2'jo,  che  Nicolò 
V  a'  i4  marzo  i447  *^''^^  penitenzieri 
vaticani  fi".  Cristoforo  de  Campo  Coi;;n 
edallri.  Innocenzo  ^  111  a' 9  luglio  1488 


PEN  73 

costiluì  penitenziere  minore  nella  basi- 
lica e  per  la  nazione  spygnuola.  Ir.  Gra- 
ziano di  Villanova  carmelitano.  Nel  de- 
scrivere l'anno  santo  i  5oo, celebrato  da 
Alessandro  YI,  ricordai  come  abilitò  i 
penitenzieri  vaticani  ad  assolvere  i  casi 
riservali  al  Papa  (facoltà  che  in  tali  lem- 
pi  in  que'che  non  sono  penitenzieri  del- 
le basiliche  è  sospesa);  essendo  poi  nato 
ad  essi  dubbio  sulla  specie,  Alessandro 
VI  colla  bolla  Caia  in  principio ,  de'  4 
marzo,  determinò  i  casi  ne' quali  limitò 
la  concessione,  escludendo:  la  congiura 
contro  di  lui  o  lo  stalo,  la  falsificazione 
delle  lettere  apostoliche,  il  portare  armi 
e  altre  cose  vietate  agl'infedeli,  la  per- 
cussionede'cardinali,  vescovi,  prelati  e  al- 
tri superiori  ecclesiastici.  Bensì  accordò 
ai  penitenzieri  la  facoltà  di  ridurre  le  vi- 
site alle  4  basiliche,  cioè  5  ai  forestieri 
e  7  ai  romani,  a  condizione  che  doves- 
sero dare  pel  rislauro della  basilica,  i  jui- 
mi  la  quarta  parte,  i  secondi  l'ottava  di 
quanto  avrebbero  speso  nel  rimanente 
de'  giorni  prescritti  per  lucrar  le  indid- 
genze  del  giubileo:  anche  Gregorio  XIII 
e  altri  Papi  comparliiono  ai  penitenzie- 
li  facollà  di  accorciale  le  visite  delle  ba- 
siliihe  ai  romani  e  forestieri.  Giulio  li 
a'23  aprile  i5io  dichiarò  penitenziere 
di  s.  Pietro,  fr.  Emico  Jacobin. Clemen- 
te VII  nell'anno  santo  \5i5  accordò  ai 
penitenzieri  minori  in  s.  Pietro,  la  facol- 
là di  assolvere  ogni  peccato,  compresi  i 
casi  riservati  alla  s.  ijede.  Sino  al  ponti- 
ficato di  s.  Pio  V  i  penitenzieri  vatica- 
ni furono  sacerdoti  secolari  o  regolari. 

11  Papa  s.  Pio  V,  prendendo  partico- 
lare cura  del  sacro  tribunale  della  peni- 
tenzieria,  e  considerando  che  il  collegio 
dc'penitenzieri  vaticani,  perchè  composto 
di  preti  del  clero  secolare  e  legolare,  si 
regolavano  con  leggi  diverse,  li  rimosse, 
ne  migliorò  la  condizione  con  onori  e 
maggior  stipendio,  come  si  ha  dal  Petra, 
De  ■'•{icra  poenitenliaria,pav.  i,cap.  12. 
Quindi  s.  Pio  V  destinò  a  sì  importante 
ministero  i  gcsuili,  come  zelanti,  eciiQ- 


74 


PEN 


canti  e  doU'i  operai  evangelici.  Neislitm 
il  collegio  di  i3,  compreso  il  p.  rettore, 
come  lo  sono  tuttora,  cioè  due  per  la  lin- 
gua italiana,  due  per  la  francese,  due  per 
la  spagnuola  e  portoghese,  uno  per  la 
tedesca,  uno  per  l'ungarica,  uno  per  la 
belgica  e  polacca,  uno  per  l'inglese,  uno 
per  la  greca,  uno  per  1'  illirica.  JVe  sot- 
toscrisse nel  i56q  il  relativo  moto-pro- 
prio o  cosliluzione,  ma  per  la  sua  mor- 
te restò  in  dataria  non  ispedito.  Assegnò 
s.  Pio  V  rendite  al  collegio  de' peniten- 
zieri gesuiti ,  formò  regolamenti  per  la 
sua  direzione  e  loro  concesse  abitazione 
sulla  piazza  Vaticana,  ove  al  presente  è 
la  fontana  sinistia,  guardando  la  faccia- 
ta della  basilica.  Non  essendosi  ancora 
stabilito  il  penitenziere  per  la  lingua  gre- 
ca, lo  effettuò  Urbano  Vili.  Nel  i656 
Alessandro  VII  die  la  cura  di  eleggere  i 
j  3  sacerdoti,  per  la  lavanda  e  mensa  del 
giovedì  santo,  ai  penitenzieri  di  s.  Pie- 
tro: chi  al  presente  li  nomina  lo  notai 
nel  voi.  Vili,  p.  298,  XXXVII,  p.  1 98, 
XLI,  p.  290.  Volendo  Alessandro  VÌI 
rendere  la  piazza  Vaticana  degna  del- 
l'augusto tempio,  prima  di  demolire  gli 
edilìzi  che  l'ingombravano,  ed  erigere 
il  sontuoso  portico  colonnato,  diede  al 
collegio  de'penitenzieri  il  palazzo  incon- 
tro a  quello  ora  de'  Torlonia  in  piazza 
Scossacavalli,  già  de'Madrucci  e  del  car- 
dinal Gio.  Battista  Pallotla ,  morto  nel 
1620,  e  vi  hanno  la  loro  cappella.  Quin- 
di a  supplire  alla  non  spedita  bolla  di  e- 
rezione  del  collegio,  nuovamente  l'eres- 
se con  la  bolla  In  apostolicne  dignitalis, 
de'22  febbraio  iGSg,  Bull.  Roni.  t.  6, 
par.  4,  p-  280  ;  pienamente  lo  confermò, 
prescrivendo  tutlociò  che  riguardava  la 
residenza,  l'uflìzio,  il  numero  prescritto 
de'penitenzieri  e  le  rendite;  ed  in  luogo 
degli  80  scudi  d'oro  mensili  che  gli  pa- 
gava la  camera  apostolica  ,  gli  stabili 
quanto  dissi  nel  voi.  I,  p.  248.  Oltre  a 
ciò,  Alessandro  VII  ricevè  il  collegio  sot- 
to l'immediata  protezione  della  s.  Sede 
e  di  s.  Pietro;  dispose  che  i  peniteuzieri 


PEN 

sarebbero  scelti  dal  p.  preposilo  de'  ge- 
suiti, né  che  si  potrebbero  rimuovere 
senza  licenza  del  cardinal  penitenziere 
maggiore,  alla  cui  giurisdizione  sono  sog- 
getti quanto  all'  uffizio,  come  e  meglio 
riferisce  il  Piazza,  Eusevologio  romano 
trai.  5,  cap.  23,  del  collegio  apostolico 
de'penitenzieri  minori  di  s.  Pietro;  ed  il 
p.  Sacchini,  Hìst.  soc.  Jesti,  lib.  6,p.  269. 
Il  Venuti,  Roma  moderna  p.  1088,  de- 
scrivendo questo  collegio,  dice  che  il  p. 
Onorato  Fabri  francese  gli  lasciò  la  sua 
biblioteca,  e  che  nella  basilica  i  confes- 
sionali di  noce  che  appartengono  a  que- 
sti penitenzieri,  sono  dalla  parte  sinistra, 
spettando  quelli  a  destra  ai  penitenzieri 
di  altri  ordini  religiosi  non  formanti  col- 
legio: sopra  tutti  i  confessionali  un'  i- 
scrizione  indica  la  lingua  cui  apparten- 
gono. L'origine  di  detti  penitenzieri  di 
altri  ordini  probabilmente  derivò  dal 
dovere  i  penitenzieri  del  collegio,  ne'pon- 
tificali  e  succennate  funzioni,  interveni- 
re ad  assistere  quelli  che  celebra  il  Papa, 
ed  anche  perchè  è  la  basilica  più  fre- 
quentata sì  dai  romani  che  dai  forestie- 
ri, onde  ne'principali  tempi  e  feste  del- 
l'anno essi  debbono  esercitarvi  1'  uffizio 
di  penitenzieri ,  godendo  le  stesse  facol- 
tà, prerogative  e  privilegi  de'penitenzie- 
ri del  collegio.  Questi  penitenzieri  di  al- 
tri ordini  sono  i4:CÌoè  due  carmelitani 
dell'antica  osservanza,  due  minori  osser- 
vanti, due  carmelitani  scalzi,  due  mino- 
ri riformati,  due  scolopii,  due  serviti,  un 
cappuccino  edun  agostiniano  scalzo.  Cle- 
mente XIV  violentato  dalle  infelici  cir- 
costanze de'lempi,  con  ripugnanza  e  do- 
lore del  suo  animo,  nel  1773  soppresse 
la  veneranda  compagnia  di  Gesù,  quin- 
di prima  di  morire  concesse  il  collegio 
de'  penitenzieri  vaticani  (e  quello  di  Lo- 
reto che  i  gesuiti  aveano  ricevuto  da  Giu- 
lio III),  ai  suoi  antichi  confratelli  «««o- 
ri  coni'enliiali,  colla  bolla  MiseraCor  Do- 
ììiinu9,  4  id.  aug.  i  774j  che  tuttora  con- 
servano, sebbene  nel  i8i4  l'iniMoi'f'de 
Pio  VII  ripristinò  la  compagnia  di  Gè- 


V  E  N 

sii.  Da!  Palazzo  AposloUco  (''.),  prima 
i  peiiilcnzieri  aveaiio  la  parte  di  pane  e 
vitio.  Appena  è  morlo  il  Papa,  i  peni- 
tenzieri vaticani  ne  lavano  il  cadavere, 
quindi reslanoa custodirlo,  recitando  l'nf- 
iiziode'defunli,  e  l'acconipagnano  dal  luo- 
go dov'è  morto  alla  basilica  \'alicatia,  su 
di  che  si  può  vedere  il  voi.  XX.VI1I,  p. 
41  e  i  luoghi  ivi  citali.  Alla  penitenzie- 
ria  Vaticana  sono  unite  quelle  di  Asisi 
eLorelo,  dicui  feci  parola  a  I^emtenziere. 
Peni  temi  eri  Liberiani  o  di  s.  Maria 
JÌIaggiore.  Prima  di  pailare  delle  altre 
due  precedenti  penitenzierie  apostoliche 
di  Roma,  nel  dirne  l'origine  accennai 
ancor  questa  e  quanto  la  riguarda  per  le 
pontifjcie  funzioni,  mentre  a  Pemte.\zie- 
r.E  MAGGIORE  parlai  quando  si  reca  alla 
loro  penitcnzieria.  Si  rileva  dal  de  An- 
gelis,  Basilica  s.  M.  HJ.  dcpcenitenliai'iis^ 
p.  1 06,  che  Eugenio  IV  a"  i  g  ajirile  1 43  i 
vi  puse  per  penitenzieri  i  Irati  domeni- 
cani. Il  Papa  s.  Pio  V  domenicano  isti- 
tuii il  collegio  e  penitcnzieria  de'  peni- 
tenzieri della  Chiesa  di  s.  Maria  AJag- 
giare  (Z^-),  e  con  la  bolla  Pro  nostri  imi.- 
«em,del  [."settembre  i56S,Bull.  Roni. 
t.  4,  pai"-  3,  p.  34,  l'adJdò  ai  religiosi  do- 
menicani, che  assoggettò  al  provinciale 
della  provincia  romana  o  sia  al  priore 
del  convento  di  s.  Maria  sopra  Minerva, 
"volendo  che  fossero  di  diversi  linguagqi. 
Gli  applicò  per  sostentamento  pai  (e  delle 
rendite  dell'  abbazia  di  s.  Maria  delle 
Macchie  di  s.  Ginesio  (ne  parlai  nel  voi. 
XLj  p.  2g7  e  2r)8),  cioè  l'assegnò  a  det- 
to convento,  con  l'obbligo  di  sommini- 
strare a  6  penitenzieri  e  2  conversi  per 
aiutarli,  annui  scudi  3oo.  Per  abitazione 
concesse  ad  essi  quella  con  giardino  presso 
la  chiesa  dis.  Pudenziana,  che  loro  con- 
segnò per  custodirla,  dismembrandola 
dal  capitolo  e  mensa  Liberiana.  Ma  essen- 
done poi  da  Sisto  V  diroccata  porzione 
per  ampliare  la  strada  pubblica,  die  in 
compenso  ai  penitenzieri  le  rendite  del 
canonicato  teologale  della  basilica.  Ve- 
nendo poi  da  Sisto  V,  altri  dicono  du  Cle- 


P  I-:  IV  7  T 

mente  VIIT,  ceduto  il  resto  dell'ahilazio- 
ne  e  la  chiesa  di  s.  Pudenziana  ai  cisttr- 
citnsi  foglianti,  il  collegio  invece  ricevet- 
te la  casa  e  il  giardino  incontro  la  basi- 
lica, già  del  canonico  della  medesima 
Ippolito  Scarza,  di  cui  restò  in  possesso 
eridusse[)ei  penitenzieri  Denedelto  XIII 
domenicano,  colla  bolla  Emana runt^tlei 
\5  luglio  1  724,  Bull.  f.  I  i,p.  33  I  ,C(jn- 
fermò  il  decreto  della  congregazione  del 
concilio,  sull'autorità  del  priore  del  sud- 
detto convento  sopra  i  penitenzieri  del- 
la basilica  Liberiana,  e  poi  di  sua  pre- 
senza onorò  la  [lenitenzieria.  Questi  pe- 
nitenzieri non  hanno  altro  obbligo  die 
di  confessare  in  lingua  italiana:  nell'an- 
no santo  si  aggiungono  loro  8  peniten- 
zieri straordinari,  pure  domenicani. 

PEMTENZIERIA  APOSTOLICA  , 
Sacra  poemtcntiaria  apostolica.  11  pri- 
mo tribunale  della  s.  Sede,  presieduto 
dal  cardinal  Penitenziere  maggiore  (^F.)^ 
ufllzio  e  residenza  della  penitcnzieria,  ca- 
mera poenitentiaria.  Dell'  origine  della 
penitcnzieria  ho  parlato  ne'  relativi  ar- 
ticoli come  a  Pexitenziere,  Penite.\zie- 

RE  MAGGIORE,  PENlTENZIEm  DI   RoMA,  e  lo- 

ro  penitenzierie  apostoliche  e  collegi  sog- 
getti alla  sacra  penitenzieriaj  cosi  dell'ec- 
cellenza e  autorità  di  questo  antichissi- 
mo tribunale,  principale  organo  della  se- 
de apostolica  del  foro  interno  della  Pe- 
ìutenza  (F^-).  Essendo  antichissima  la  di- 
sciplina de' casi  riservali  al  Papa,  come 
dissi  a  Pe.mte.nziere,  antichissima  pure 
è  l'istituzione  della  penitenzieria  :  il  Ber- 
nini, Isl.  dell' eresie, \i\  riconosce  dall'ope- 
rato da  Papa  s.  Cornelio  contro  i  nova- 
ziani,  che  vedendo  allo  scisma  congiun- 
ta l'eresia,  imperocché  impugnando  la 
confessione  e  remissione  de'  peccati,  ab- 
battevano tutta  la  religione,  notificò  gli 
errori  a  tutti  i  vescovi  perchè  celebras- 
sero concilii  per  condannarli  con  trasmet- 
terne a  P\.oma  le  decisioni,  e  due  egli  ne 
convocò  in  Roma,  in  cui  scomunicò  i  sos- 
tenitori dell' eresia,  questa  condannò  e 
chiamò  nuovamente  a  penitenza  i  fède- 


-6  PEN 

li,  volendo  che  si  esponesse  il  fallo  di- 
sti nt;i  mente  in  (òrma  di  su  [ipliclie,  le  qua- 
li furono  dette  caiiones  poeinlenliales,  e 
forse,  dice  il  Bernini,  in  nulla  diireriscono 
da  quelle  che  in  gravi  casi  da  tulle  le 
parti  si  presentano  alla  sacra  penilenzie- 
lia  di  Roma, siccome  a  lei  riservale  priva- 
tivamente per  la  s.  Sede.  Quando  un  pe- 
nitente ha  bisogno  di  ottenere  dal  P;ipa 
una  dispensa  o  V assoluzioiie  di  qualche 
censura,  che  riguarda  il  Irihiuiale  della 
penitenzieria,  in  'orma  d'inienioriale  può 
^crivere  egli  medesimo  o  far  scrivere  da 
Tin  altro,  in  qualunque  lingua,  con  hre- 
Mlà  e  chiarezza,  al  cardinal  penitenziere 
maggiore  del  Pontefice,  specificandogli 
la  cosa  per  cui  desidera  la  dispensa  e  le 
lagioniche  ha  per  domandjrIa,edil  caso 
di  cui  domanda  l'assoluzione.  Non  è  ne- 
cessario d'indicare  il  proprio  nome,  uè 
quello  del  paese,  ma  basta  assumoie  il 
nome  di  supplicante;  per  esempio  il  sup- 
plicante ha  fatto  voto  di  castità  per[)e- 
lua,  ec. ,  ha  fatto  voto  di  religione  o  di 
castità  pei'petua  ,  ed  in  seguito  si  è  ma- 
ritalo ec,  ha  battuto  gravemente  un  sa- 
cerdote, e  per  questo  delitto  è  incorso 
nella  scomunica,  n'è  assai  dolente  epen- 
lilo  e  ne  domanda  umilmente  la  dispen- 
sa o  l'assoluzione;  quindi  si  nota  l'indi- 
rizzo di  colui  al  quale  la  risposta  dovrà 
essere  mandata,  dicendo  :  vostra  eminen- 
za avrà  la  bontà  d'indirizzare  la  sua  ri- 
{•posla  a  N.  dimorante  in  conliada  N. 
«Iella  città  e  provincia  IN.  Bisogna  altresì 
indicare  il  nome  e  le  qualifiche  del  con- 
fessure, al  quale  si  desidera  che  venga 
indirizzata  la  lettera  re.-ponsiva  della  sa- 
tra penitenzieria,  per  esser  posta  in  ese- 
cuzione. Colui  al  quale  è  indirizzata  una 
lellera  della  penitenzieria,  non  può  inca- 
ricarne un  altro  per  eseguirla,  ma  deve 
eseguirla  egli  medesimo  nel  confessiona- 
le, dopo  aver  ascoltata  la  confessione  del 
penitente.  Di  tutto  traila  il  p.  IS'avar. 

JNci  citali  articoli  descrissi  le  provvi- 
denze pontificie  per  i  penitenzieri  e  la  pe- 
nitenzieria, e  come  Gregorio  X  neh  2^4 


PEiX 

decretò  che  in  sede  vacante  sempre  agis- 
se il  tribunale  della  penitenzieria.  Narra 
il  Marini,  y^/r/uVrir/',  t.  2, p.  i44j  che  pri- 
ma di  Clemente  V  del  i3o5  il  uimiero 
degli  scr'iltori  della  penitenzieria  era  in- 
certo, e  fu  allora  stabilito  a  12,  parendo 
a  quel  Papa  che  più  non  ci  si  potessero 
mantenere  decentemente.  Non  ostante 
però  tal  decreto,  coli' andar  degli  anni 
costoro  si  moltiplicarono  a  tanto,  cheMar- 
lino  V  del  141'j  ordinò  che  a  soli  1^ 
fosse  il  loro  corpo  ridcjtto.  Nicolò  V  del 
i447  )  ''^*'*^^'"o^o  <^''  niantenere  questo 
numero, ed  obbligato  dcdl'altra  parte  per 
sue  buone  ragioni  a  riconoscere  8  di  quei 
che  Felice  Y  avea  nominati  durante  il 
suo  breve  antipapato,  fece  una  bolla  che 
trovasi  nel  suo  registro.  Inoltre  il  Mari- 
ni riporta  altre  nomine  di  scrittori  della 
penitenzieria,  ed  a  p.  i3q  un  breve  del 
i4j5  di  Calisto  IH  a  certo  Goltifredi 
lìiag'siroin  nìecìicina,  poeiiileiiliariae  no- 
strae  scriptori,  el  familiari  nostro  salii- 
tciìi.  Benedetto  XII  in  Avignone  pubbli- 
cò la  bolla  In  agro  clominico  universali 
erclesiae  operarii,  degli  8  aprile  i338j 
Bull.  Reni.  l.  3,  par.  2,p.  25g,  con  la 
quale  prescrisse  gli  statuti  e  le  leggi  pel 
buon  regolamento  della  penitenzieria  a- 
poslolica  e  de' suoi  ufliziali,  e  la  forma 
del  giuramento  che  dovrebbero  prestare. 
Sisto  IV  emanò  la  bolla  Quoniani  non- 
ìiiilli,  de'q  maggio  i4'^4. '^"^^-  ^oni.  t. 
3,  [lar,  I ,  p.  I  Hy,  in  cui  dichiarando  l'au- 
torità del  penitenziere  maggiore,  diverse 
regole  prescrisse  alla  penitenzieria.  Al- 
tre bolle  spedite  a!  sommo  penitenziere 
e  concernenti  pure  qiieslo  tribunale,  a 
quell'articolo  citai.  Paolo  111  del  i534, 
nulla  ommetlendo  pel  bene  della  Chiesa  e 
per  estirpare  alcuni  abusi  che  si  erano 
introdotti  nel  tribunale  della  penitenzie- 
ria, foimò  una  congregazione  composta 
dei  celebri  cardinali  Cara/a,  poi  Paolo 
IV,  per  piefello,  Santacroce,  Cresccnzi, 
Polo  e  Ardinghellij  e  de'  prelati  Luigi 
Ardinghelli  vescovo  di  Fossombrone,  Ca- 
podilerro  datario,  Fabio  Pellegrini  reg- 


PEN 

genfedella  penitenzieriajFilippo  Ardila- 
(o  Tescovo  di  Eouiges  e  vicario  di  Ro- 
inn,  come  si  ha  dali'Oldoino,  Adilit.  in 
Ciaccolilo  t.  3,  p.  546.  La  congregazio- 
ne ebl^e  incombenza  di  estinguere  e  por- 
gere rimedio  a  ciò  che  nel  liibunnie  a- 
vesse  Ijisogno  di  correzione.  La  bolla  che 
poi  formò  Piiololll,  la  pul)blicò  Giulio 
IH,  come  notai  a  Pemtenziere  maggiore. 
Pio  IV  conia  bolla  In  sublimi  b.  Petri 
solio,  de'4  maggio  1.562,  Bull.  t.  4j  par. 
2,p.  I  16, riformò  con  ottime  disposizio- 
ui  la  penitenzieria.il  de  Luca,  Del  card, 
pratico,  cap.  4^»  ^<'^  card,  penitenziere 
e  de  suoi  officiali,  ministri  a  tribunale, 
osserva,  che  la  grande  autorità  del  peni- 
tenziere maggiore  continuò  sino  a  Pio 
IV,  il  quale  per  la  riforma  della  curia  ro- 
mana voluta  dal  concilio  di  Trento,  dai 
principi  e  popoli  ,  ricevè  notabile  dimi- 
nuzione e  riforma  ,  togliendogli  molte 
facoltà,  onde  il  penitenziere  faceva  una 
significante  parte  di  quelle  spedizioni  che 
poi  si  eseguirono  dalla  Dataria  e  dai 
Brci'i,  coù  nelle  dispense  matrimoniali, 
come  nelle  altre  dispense  sull'età  e  legit- 
timi natali,  sopra  l'irregolarità  e  alti i 
impedimenti  pegli  ordini  e  benefizi;  non 
che  sul  concedere  il  beneplacito  apdslo- 
hco  nelle  alienazioni  de'beni  di  chiesa,  nel- 
leconfeimazioni  apostoliche  e  altresimili 
pubbliche  spedizioni,  laonde  sia  per  gli 
emolumenti,  come  per  occasione  di  gra- 
tificare i  ben  affetti,  sino  allora  si  con- 
siderava il  penitenzierato  maggiore  la  pri- 
ma carica  di  corte.  11  successore  s.  Pio 
V  molte  leggi  emanò  sul  tribunale:  col 
moto- proprio  Cum  sicut  accepinius,  dei 
5  dicembre  i  566,  Bull.  cit.  p.  824,  sot- 
to pena  di  falso, ordinò  a'procuratoii  del- 
ia penitenzieria  di  esprimere  la  verità 
nelle  dispense  matrimnniali  e  altre  gra- 
zie che  s'impetrano  dalla  penitenzieria; 
col  n\u\o-^vo\i\\o  Cum  sicut  accepinius, 
del  I  56f),  Bull.  t.  4,  par.  3,  p.  54,  de- 
cretò pene  contro  gli  scrittori, .sollecitatori 
e  altri  offiziali  di  penitenzieria,  se  nellf 
dispense  matrimoniali   avessero  esposto 


PEN  _  77 

il  f  liso  ;  con  la  liolla  In  omnibus  rebus, 
de' 18  maggio,  loc.  cil.  p.  62,  riformò  la 
penitenzieria  ed  i  suoi  uffiziali;  con  la 
bolla  Ut  bonus,  dello  stesso  giorno,  loc. 
cit.  p.  64»  ''"l'iì^  Iti  facoltà  del  peniten- 
ziere maggiore  e  de'suoi  ministii;  e  eoa 
altra  bolla  di  detto  giorno, 7/i  ertrawz  re- 
rum,  loc.  cit.  p.  65,  trasferV  nella  can- 
celleria apostolica  gli  scrittori  e  procura- 
lori  della  penitenzieria,  ed  istituì  gli  scrit- 
tori e  prociuatori  delle  lettere  di  mino- 
re grazia.  Il  de  Luca  notò,  che  per  ta- 
li disposizioni  le  facoltà  del  tribunale  si 
restrinsero  al  foro  interno,  alle  dispense 
d'irregolarità  o  altri  impedimenti  occul- 
ti, ed  anco  alle  dispense  matrimoniali  so- 
pra impedimenti  parimenti  occulti,  poi- 
ché i  pubblici  passarono  alla  Dataria  ed 
ai  5/ct'/,  secondo  le  specie;  restando  qual- 
che parte  dell'antica  podestà  sui  regola- 
ri pel  foro  esteriore.  Urbano  Vili  collii 
costituzione  Beginiini,  de'  17  settendjre 
i634j  riferita  dal  Nicolio,  Lucubrat.  p. 
2,  lib.  5,  tit.  39;  Innocenzo  XI 1  con  \.\ 
costituzione  Romanus  Pontìfcx ,  de' 3 
settembre  iSc^i,  Bull.  t.  c),  p.  265,pre- 
scrissero  nuove  norme  al  tribunale  e  le 
facoltà  del  penitenziere  maggiore;  altre 
provvidenze  si  hanno  di  Clemente  XII 
per  la  bolla  j4pnslolatus  offìciuin.  Final- 
mente benedetto  XIV  nel  1744  con  la 
bolla  Pastor  Boniis^  de'i3  aprile,  Bull. 
Bened.  XI F ,  t.  i ,  p.  3  1  q,  determinò  di- 
stintamente le  facoltà  del  cardinal  peni- 
tenziere; e  con  allra.  In  Apostolicae,^. 
33o,  dichiarò  i  doveri  degli  ufllziali  del- 
la.penitenzieria ,  ne  stabìh  il  numeio  e 
il  modo  di  eleggerli,  non  che  i  doveri  di 
detto  [leuitenziere,  cui  confermò  la  ren- 
dita di  I  00  scudi  d'oro  al  mese,  cioè  1  65 
scudi  d'argento,  assegnati  da  Innocenzo 
XII  e  Clemente  XI;  come  ancora  2J 
scudi  simili  al  reggente,  i5  al  datario, 
al  correttore  e  al  sigillaltue,  10  al  teo- 
logo e  al  canonista,  12  al  pro-sigillatore, 
e  6  agli  .scrittori.  L'attuale  onorario  di 
tulli  ì  coaiponenii  il  tiibuiiale  si  legge 
a  p.  {\']  della  Statistica  di  tutti  ^Vimpic- 


78                      PEN  PEN 

ghi  (iella  V.  Sede  del  i  849-  Nel  voi.  XIX,  minori,  e  vengono  nominati  dal  cardina- 
p.  I  18,  pollai  ilella  divisione  delle  tua-  le  ed  eletti  dal  Papa;  gli  altri  sono  uHi- 
leiie  spettanti  alla  penitenzieria  ,  da  quel-  ziali  minori  e  ministri,  e  tanto  questi  che 
ledella  dataria  e  de'brevi,  fatta  nel  i74'^j  '  pi'inii  non  possono  ricevere  premio,  né 
(  d  a  Penitenziere  maggiore,  delle  attua-  mercede  alcuna,  perchè  le  spedizioni  del 
li  sue  facoltà.  tribunale  sono  tutte  gratis,  essendo  essi 
Gli  ofllciali  e  ministri  di  questo  tri-  stipendiali  eon  gli  emolumenti  che  si 
bnnale  sono  di  diverse  sorti:  il  Cohellio  pagano  in  cancelleria  per  le  dispense  ma- 
tratta  delle  lo!o  iiicumbenze  e  delle  qua-  trimoniali  di  minor  grazia,  e  però  il  si- 
lità  che  si  richiedono  massime  ne'  prin-  gillalore  quando  si  firma  mette  la  for- 
c\pa\'\,  COSI  \\  Pleiìemheig,  De  poenilcn-  wo\a:  gratis  ubiqiie.  Per  la  spedizione 
tiaria,  et  de  offìcialcs  s.  poenileiitiariae.  delle  dispense  vi  sono  procuratori  spe- 
Alcuni  de'principali,  dice  De  Luca,  fan-  dizionieri  addetti,  come  quelli  della  da- 
llo figura  come  di  congiudici  e  di  con-  laria  e  cancelleria,  i  quali  non  hanno  in- 
sulloii  col  penitenziere,  per  cui  si  soglio-  gerenza  alcuna  nel  tribunale,  solo  procu- 
no  congregare  con  esso  e  in  suo  palazzo  rano  le  grazie,  assistendo  vescovi  o  par- 
due  volleal  mese, e  questa  adunanzachia-  ticolari,  che  rappresentano  avanti  il  tri- 
iiiasi  la  segnatura  della  sacra  peniteli-  buiiale  medesimo,  e  de'quali  feci  cenno 
zieria,  che  nella  settimana  santa  per  an-  a  Dataria  e  altrove.  Il  tribunale  pertan- 
tichissima  consuetudine  ha  pur  luogo  to  della  s.  penilenzieria  apostolica,  oltre 
nelle  penilenzieiie  delle  basiliche,  del  cui  il  cardinal  sommo  penitenziere  o  peni- 
accesso  col  tribunale  parlai  a  Penitey-  tenzieremaggiore, si  compone de'seguen- 
ziERF  MAGGIORE  e  succcssivo  intervento  ti  ofliziali  maggiori  e  minori,  lutti  eccle- 
alle  patriarcali.  In  altri  due  giorni  poi  siastici  ,  tutti  aventi  il  sigillo  di  confes- 
ci'ogiii  settimana  si  spediscono  gli  affari  sione,  per  cui  fanno  apposito  giuramen- 
men  gravi  dal  solo  reggente, presso  il  qua-  lo  in  mano  del  penitenziere  maggiore, 
le  si  congregano  i  ministri  minori,  facen-  con  forinola  che  riporta  Pleltemberg,  De 
dosi  pi ùo  meno  frequente  secondo  le  con-  qffìciales  s.  poenilentiariae. 
tingenze  de' negozi,  per  esaminare  e  ri-  Reggente.  Il  i.^olliciale  della  penilen- 
sol  vere,  se  le  dispense,  assoluzioni  e  altre  zieria,  suole  essere  uno  de'più  degni  pre- 
grazie che  si  domandano,  vanno  conces-  lati  della  curia  romana,  per  antichissi- 
se  e  in  qiial  modo;  dappoiché  non  solo  ma  consuetudine  sempre  delfillustre  ce- 
s'imploiano  dispense  e  assoluzioni  occul-  to  degli  uditori  di  rota ,  ed  ordinaria- 
le  di  foro  interno  ,  ma  eziandio  le  asso-  mente  il  decano  de'medesimi  o  uno  dei 
lozioni  d'  alcune  censure  ]uibbliche  del  più  antichi  per  anzianità  tra'medesimi, 
furo  esterno,  come  la  percussionede'chie-  insignito  negli  ordini  sacri  maggiori  ;  al 
liei,  quando  i  percussori  non  recansi  in  presinte  è  mg.'  PielroGiuseppe  d'Avel- 
Roina,  secondochè  dai  sacri  canoni  vie-  Iny-ISavarrospagnuoIo,  elettoda  Grego- 
ne  ordinalo,  ed  in  questo  caso  si  esami-  rio  XVI  quando  era  2.°  uditore  di  rota 
na  in  segnatura,  come  tribunale,  per  am-  o  sotto  decano,  mentre  attualmente  è  il 
niellere  o  rigettare  le  scuse  per  giusti-  decano.  Il  reggente,  dice  il  De  Luca,  è 
ficaie  gl'impedimenti  dell'andata  in  Ho-  come  un  vicario  generale  del  cardinal 
ma.  I  primi  sei  ofliciali  maggiori  non  .so-  penitenziere,  per  cui  concede  molte  as- 
lo  figurano  quali  congiudici  e  consiglieri  soluzioni  e  spedisce  diversi  negozi  da  sé 
del  sommo  penitenziere,  e  per  lo  piìi  pre-  solo,  senza  partecipazione  del  penitenzie- 
lati  qualificali  per  dollrina,  virtù  e  spe-  re  o  della  congregazione  o  segnatura; 
rienza;  ma  secondo  il  Lunadoro  diconsi  yale  a  dire  spedisce  quelle  materie  ordi- 
penitenzieri  maggiori  per  dislinguerli  dai  narie,  cui  non  avvi  difllcoltà  di  conces- 


P  E  N 

sionc,  ovvero  che  dc'hbonn  ncgorsi  ;  le 
cose  dubbiose  riferisce  al  canliriiile  e  poi 
si  discutono  accuratamente  in  segnatura. 
Due  volte  la  settimana  segna  di  sua  ma- 
no i  memoriali  e  li  consegna  ai  3  procu- 
ratori o  siano  segretari  della  penileuzie- 
ria,  ed  allorché  fa  d'uopo  sottoscrive  in 
vece  del  cardinal  penitenziere  decreti  o 
col  rescritto, y?(7f  in  forma,  se  trattasi  di 
affari  facili  ;  o  con  altro  rescritto,  fiat  de 
spccifili,  se  l'interesse  ha  richiesto  varie 
osservazioni  e  diligenze;  o  finalmente  col 
reseli tto,^«;  de  exprcsso,N.  N.  Regens, 
allorché  la  cosa  viene  conchiusa  dal  Pa- 
pa, cui  si  reca  a  udienza  ,  per  impotenza 
del  cardinal  penitenziere.  Clemente  XII 
per  distinzione  concesse  al  reggente  del- 
la penitenzieria  l'uso  del  fiocco  di  seta 
■verde  al  cappello,  come  registrai  nel  voi. 
IX,  p.  iq8. 11  Morcelli  chiamò  questo  pri- 
mario ofììciale  ,  Siimnii  magìstri  criin. 
expiandi,  adiutor  a  rcscriplis.  Diversi 
reggenti  furono  decorali  della  dignità 
cardinalizia,  così  moki  degli  altri  u/ìl- 
ciali  maggiori,  dalai  i,  canonisti,  corret- 
tori e  sigillalori,  ed  alcuno  anco  vivente. 
Teologo.  E  sempre  un  religioso  della  com- 
pagnia di  Gesù,  ed  oltre lesue  particolari 
attribuzioni,  è  il  consiglieie  in  sacra  teo- 
logia del  cardinal  pciiilenzieie,  ne' casi 
più  difficili.  Nel  secolo  passalo  lo  furono 
i  pp.  Alfaro  SparvieiijCaravita  (diverso 
dall'  istitutore  dell'  oratorio  omonimo), 
Turano,  Koceri,  Angelis,  Stopponi  non 
gesuita,  e  gli  ex  gesuiti  Eolgeni,  ISIari- 
novich,  Giorgi,  Alfonso  Muzzarelli  :  ri- 
juislinata  la  compagnia  fu  l'atto  teologo 
il  p.  Zauli,  ed  ora  lo  è  il  p.  Zecchinelli, 
celebre  predicatore,  avente  per  coadiu- 
tore il  p.  Cornelio  Van-Everbrotck.  Da- 
ta rio.  Ne  feci  cenno  nel  voi.  XIX,  p.  i6o. 
Canonista.  Oltie  le  sue  particolari  iu- 
cuuibcnze,  è  il  consigliere  in  sacri  cano- 
ni dtl  caidinal  penitenziere,  ne' dubbi 
{)iù  complicati.  Correttore.  Questo  cor- 
rettore o  revisoie  esamina,  rivede  e  cor- 
regge le  suppliche  de'  procuratori  e  se- 
gretari, cioè  se  sono  a  seconda  dello  sti- 


PEN  79 

le  e  le  formole  prescritte  dalla  penileu- 
zieria,  e  ne  fa  nota  nell'estrema  parte  dei 
memoriali,  sottoscrivendo  le  lettere  del 
penitenziere  col  suo  nome  e  cognome. 
Il  Morcelli  qualificò  questo  ofliziale  mag- 
giore, Praepositus  lihellis  pociiilciilinrii 
recognosctndis.  Sigillatore.  Altro  prela- 
to che  custodisce  il  sigillo  jìubblico  del- 
la penitenzieria,  e  sottoscrive  dopo  il  cor- 
rettore le  lettere  del  sagro  tribunale;  io- 
di dopo  averle  sigillate  col  sigillo  le  in- 
via ai  procuratori  o  spedizionieri.  Sicco- 
me nel  i56q  colla  summentùvatu  costi- 
tuzione In  earum  rerum ,  furono  sop- 
pressi i  due  collegi  degli  scrittori  e  de'pro- 
curatori  della  penitenzieria,  e  trasfeiili 
alla  medesima  col  nuovo  titolo  di  pro- 
curatori e  di  scrittori  di  grazia  iiùnore^ 
allo  stesso  sigillatore  incombe  la  cura  del- 
le spedizioni  che  facevano  i  due  collegi; 
di  più  a  lui  tocca  il  custodire  i  registri 
delle  scritture,  al  quale  impiego  vi  suppli- 
sce il  pro-sigillalore.  Sottoscrive  dopo  il 
correttore  le  lelteiedel  penitenziere:  Gra- 
tis uhique  N.  N:  Sigillator.  Segretari  tre. 
Hanno  cura  della  distribuzione  de'  me- 
moriali, dopo  averli  riferiti  alla  congre- 
gazione e  segnatura  e  speditesi  le  lettere. 
La  cassetta  per  licevcre  le  suppliche  è 
presso  la  residenza  del  cardinal  peniten- 
ziere, del  reggente,  del  sigillatole  e  del 
sacro  tribunale.  Pro-sigillatore.  Coadiu- 
va il  sigillatore  in  diversi  uffizi  :  nel  i8o8 
il  cardinal  Antonelli  conferì  la  carica  al 
celebre  erudito  Francesco  Cancellieri  , 
com'egli  slesso  rimarcò  nel  Ctnolaphiuni 
che  fece  a  quel  porporato,  stampò  e  il- 
lustrò con  note.  Archivista  e  cappella- 
no. Scrittori  quattro.  Sono  ammessi  per 
concorso  all'  uffizio,  che  si  deve  tenere 
innanzi  al  reggente  e  al  correttore,  se- 
condo Plettemberg,  essendo  loro  offi- 
cio scrivere  le  lettere  della  penitenzieria. 
Scrittori  so})r annumeri  sei.  Distributore 
delle  materie.  Registratori  due.  Compu- 
tista. Portiere.  Del  sacro  tribunale  della 
penitenzieria  apostolica  tiattarono  i  no- 
minali scriltori  e  altri  citali  a  Pé.mte.v- 


8o  P  E  N 

zrERE  MAGGIORE,  iion  clie,  Tiburlii  ]\;ivni- 
min.  oss.  rif.  oiim  poenit.  in  basilica  Ln- 
tcr.:  J\Ianu(luctio  adpraxini  cxccntionis 
lilerarum  sacrae  poenilentiariae,  Komae 
1714-  Vincentii  Pelra ,  poi  cardinale  e 
penitenziere,  De  sacra poenitcntiana  a- 
posloUca,  Womsi  1712;  ma  solo  la  1/ 
jìarte  puljblicò. 

PEiNNA,  Calamus.  Sliumentocol  qua- 
le si  scrive,  o  sia  di  penna  d'uccello  oiii 
altro.  Gli  antichi  si  servirono  per  iscri- 
vere di  stili ,  e  lo  facevano  su  lavoletle 
intonacate  di  cera,  o  con  piccola  canna 
o  V  intercodio  d'  una  canna,  servendosi 
d'inchiostro  o  di  minio  o  di  altra  tintu- 
ra qualunque,  li  Donati,  Dediliici^.  24, 
dicendo  degli  strumenti  che  usarono  gli 
antichi  per  scrivere,  nomina  gli  stillo  gra- 
fi, che  i  pili  antichi  talora  erano  grandi 
quanto  icollelli,  chiamati  citlicUi  seri  pio- 
ni,  alti  anche  a  ferire,  per  cui  furono 
■vietati  quei  di  ferro  e  introdotti  d'osso; 
se  ne  fecero  anche  di  metallo.  Tali  stili 
da  una  parte  erano  appuntati  per  l'or- 
mare le  lettere  e  piatti  dall'altra  percnn- 
celiarle.  Portavansi  insieme  alle  tavolet- 
te su  cui  scrivevasi,  in  astuccio  appesi 
alla  cintola.  In  oriente  vi  sono  de'[ìopo- 
li  che  si  servono  di  canne  per  iscrivere, 
poiché  le  canne  sono  adatte  per  iscrive- 
re l'arabo, così  pure  per  dclineare  i  ca- 
ratteri delle  lingue  indiane  ,  principal- 
mente del  sanscrilto.  h' Egitto  (/^.)  for- 
niva ai  romani  i  calami  o  penne,  quan- 
to il  papiro  sul  quale  si  scriveva.  Si  pre- 
tende che  Isidoro,  fiorito  prima  del  VII 
secolo,  pel  primo  abbia  parlato  delle  pen- 
ne, come  strumento  inserviente  alla  scrit- 
tura; onde  si  crede  che  le  canne  e  le 
penne  fossero  impiegate  simullaneamen- 
te  per  alcuni  secoli,  ma  che  finalmente 
nel  secolo  X  ebbe  a  prevalere  l'uso  del- 
le penne  e  furpiesto  esclusivamente  adot- 
tato almeno  in  Europa.  Si  fa  quindi  uso 
per  iscrivere  non  solo  delle  penne  d'oca, 
ma  di  quelle  ancora  di  cigni  ,  struzzi , 
corvi,  gallinacci  e  di  molti  altri  uccelli, 
come  pure  di  acciaio  o  altro  metallo.  Re- 


PEN 

lati  ve  erudizieni  si  possono  leggere  a  Car- 
ta, Pergamena,  Diploma,  Lettera,  Ce- 
reo PASQUALE,  Lettere  epistolari.  Dit- 
tici, LixGUA,  Stampa.  A'suoi  luoghi  pu- 
re dissi,  come  nel  concilio  generale  Vili 
di  Costantinopoli,  loq  vescovi  sottoscris- 
sero la  condanna  con  penna  intinta  nel 
sangue  di  Cristo,  ad  esempio  di  Papa 
Teodoro  I  quando  condannò  Pirro  mo- 
nolelita,  e  si  praticò  poi  nella  pace  tra 
Carlo  il  Calvo  e  Bernardo  conte  di  To- 
losa; altri  esempi  li  liporta  Pagi,  in  Brev. 
lìom.  Pont.,  in  vita  Tkeodori.  L'impera- 
tore greco  sottoscrisse  il  concilio  di  Fi- 
renze con  penna  intinta  in  inchiostro 
rosso  all'uso  degl'imperatori  greci.  Ales- 
sandro VI  divise  con  un  sol  trattodi  pen- 
na sulla  carta  geografica,  le  conquiste  fat- 
te dalla  Spagna  e  dal  Portogallo  sull'A- 
merica :  di  questa  memorabile  linea  par- 
lai ne'vol.  H,p.  I  o,  e  XIV,  p.236.  Ales- 
sandro VII  finché  vi.sse  conservò  gelo- 
samente la  penna  con  cui  da  prelato  a- 
vea  firmalo  il  famoso  trattalo  di  Mnnster 
e  Osnahrilck:  dopo  la  sua  morie  tal  pen- 
na fu  sospesa  in  una  cappella  di  s.  Filip- 
po alla  chiesa  nuova  ds' filippini;  come 
fece  Giusto  Lipsio  della  sua  nella  cap- 
pella della  Beala  Veigine  di  Hall.  Leo- 
ne Allazio  si  servì  per  4o  anni  continui 
della  stessa  penna,  e  quando  la  perde  ne 
rimase  inconsolabile,  stentando  a  tratte- 
nere le  lagrime,  come  narra  Mabillon, 
Itili,  hai.  p.  60.  Vedasi  Davidis  Clerici, 
Laiulespennae,  interejusdem  Orationes 
p.  94.  Il  Marini,  Archiatri  i.  2,  p.  12I) 
riferisce,  che  gli  scriniari  pontificii  veni- 
vano dal  Papa  investili  della  loro  carica 
per  pelili  ani  et  calaniariuni;  e  che  il  car- 
dinal Rodolfo  da  Carpi  legato  in  Fran- 
cia ,  ebbe  da  Paolo  III,  agli  8  gennaio 
i53y,  un  breve  facoltativo  per  creare 
due  o  tie  notali  apostolici,  investendoli 
per  pcnnani  et  calaniarc,  e  questi  man- 
dare poscia  in  Inghilterra  a  pubblicar 
solennemente  le  notissime  censure.  Ab- 
biamo di  Rlartoielli,  De  theca  cala- 
maria. 


PEN 

PENNA  BILLI.  Cina  con  resilienza 
vescovile.  V.  Mote  Feltro. 

PENNAFIEL  o  PEGNAFIEL,  Pt-na- 
frla.  Città  di  Spagnn  nella  Castiglia  vec- 
chia sul  Duero,  a  io  leghe  da  Vallado- 
lid.  Vi  fu  nel  i3o2  celebrato  un  concilio 
dal  i.°  aprile  ai  i3  maggio,  presieduto 
da  Gonsalvo  arcivescovodiToledo  e  suoi 
sulìVaganei.  Si  pubblicarono  i3  articoli 
per  reprimere  gli  abusi  de'concilii  di  quel 
tempo,  il  concubinato  de'  chierici,  le  u- 
sure,  ec;  venne  tra  le  altre  cose  ordina- 
to il  canto  quotidiano  ad  alta  voce  della 
Salve  regina,  dopo  la  compieta  ;  che  il 
pane  destinato  ad  essere  consagrato  do- 
vesse farsi  alla  presenza  de'preti  o  di  al- 
tri ministri  della  chic'^a;  e  di  pagar  la  de- 
cima degli  acquisti  legittimi  ,  per  rico- 
noscere il  supremo  dominio  di  Dio.  Reg. 
t.  28  ;  Labbé  t.  i  r  ;  Arduino  t.  8. 

PENNE  (Pennen).  Città  con  residen- 
za vescovile  del  regno  delle  due  Sicilie, 
nell'Abruzzo  Ulteriore  primo,  capoluo- 
go di  distretto  e  di  cantone,  posta  nei 
confusi  confini  dei  vestani  e  de'marucci- 
ni,  su  due  colline  fra  gli  A  pennini,  ba- 
gnate dai  flumicelli  Tavo  e  Sino,  che  dal 
monte  Corno  scaturiscono  e  sboccano 
nel  Salino  maggiore,  a  8  leghe  da  Te- 
ramo e  circa  5 da  Chieti.  Rinchiude  qual- 
che bell'edifìzio.  come  l'antica  cattedrale 
e  il  prossimo  episcopio.  La  cattedrale  è  de- 
dicata a  s.  Maria  degli  Angeli,  e  sotto  l'in- 
vocazione di  s.  Massimo  levita  e  martire 
patrono  della  città,  il  cui  corpo  con  quello 
de'suoi  compagni  martiri  edelb.  Anasta- 
sio vescovo  ivi  si  venerano.  11  capitolo  si 
compone  di  3  dignità,  i."  l'arcidiacono, 
l'arciprete  e  il  primicerio,  di  1 1  canonici 
compresili  teologo  e  il  penitenziere,  e  di  6 
beneficiati,  oltre  diversi  chierici.  11  fonte 
battesimale  è  nelle  5  chiese  parrocchiali, 
fra  le  quali  quella  di  s.  Gio.  Evangeli- 
sta è  collegiata.  Vi  sono  4  conventi  di  re- 
ligiosi e  due  monasteri  di  monache,  con- 
fraternite, seminario,  ospedale,  monte  di 
pietà  e  teatro.  Sonovi  diverse  fabbriche 
e  manifatture  di  fiori  finti.  Fuori  della 

VOL,  LII. 


P  E  N  8 1 

chiesa  parrocchiale  di  s.  Panfilo  vedova- 
si il  marmo  ora  trasportato  nel  palazzo 
municipale, che  indicava  leantiche  acque 
minerali  esistite  pi  ima  dell'era  volgare, 
dette  aqnn  Ventina, ed  aqua  Vi  riunì  nel- 
le due  celle,  e  somiglianti  a  quelle  di  Cuti- 
lia  ne'sabini.  Vitruvio  ne  lodò  lequalità 
medicinali  in  dedicare  i  suoi  libri  d'archi- 
tettura ad  Augusto. MuzioPansa,  medico  e 
poeta  valentissimo  pennese,  bibliotecario 
di  Sisto  V,  parla  di  questesmarrite  acque. 
Presso  la  cattedrale,  nella  valle  formata 
dal  Colle  Romano,  nel  1  826  si  scuoprì  il 
serbatoio,  di  figura  ottangolare  bislunga  : 
se  ne  fece  l'analisi  e  mediante  canale  si  for- 
mò la  nuova  fontana  de'  Bagni,  che  ri- 
tornano a  prendere  l'antica  celebrità.  Ab- 
biamo di  Vincenzo  Gentili,  Dell'  acqua 
Ventina  et  Virìuni  di  Città  della  Penna, 
Napoli  1833.  Altro  illustre  pennese  fu 
il  famoso  giureconsulto  Luca  di  Penna, 
per  non  dire  di  altri.  Vano  è  il  rintrac- 
ciare la  fondazione  di  Penne  o  Civita  di 
Penne,  Pinna  Vestina,  diversa  da  Pen- 
na Fucense  o  de'Marsi,  essendo  assai  re- 
mota; fu  decorata  di  belli  edifizi  e  soc- 
corse i  romani  contro  i  cartaginesi,  ma 
Siila  la  distrusse  nella  guerra  civile.  Car- 
lo ÌMagno  la  dichiarò  capo  della  provin- 
cia, e  con  diversi  dominii  l'assoggettò  al 
vescovo,  l  normanni,  che  vi  scacciarono 
i  greci  ed  i  saraceni,  vi  fondarono  il  re- 
gno poscia  detto  delle  due  Sicilie:  Rug- 
giero I  dopo  la  prigionia  d'Innocenzo  1[ 
fu  riconosciuto  re  e  dichiarò  Penne  cit- 
tà reale.  Carlo  V  nel  maritare  sua  figlia 
INIargherita  d'  Austria  gliela  diede  per 
dote  con  titolo  di  ducato,  onde  passò  ai 
Farnese  duchi  di  Parma,  e  da  questi  a  Car- 
lo di  Borbone,  che  la  cede  al  suo  figlio 
Ferdinando  IV  re  delle  due  Sicilie. 

La  fede  vi  fu  predicata  da  s.  Patrasso, 
uno  de'72  discepoli,  e  ne  fu  il  i.°  vesco- 
vo :  la  sede  vescovile  fu  dichiarata  im- 
mediatamente soggetta  alla  s.  Sede,  co- 
me lo  è  tuttora,  venendo  onorata  dai  Pa- 
pi con  titolo  di  nobile  e  celebre.  Il  vesco- 
vo Romano  fiori  nel  499>  q'J'ndi  Ama- 

6 


82  PEN 

tleo  o  Amocleo  cìeirS  r  7,clie  ottenne  un 
privilegio  da  Lotario  I  e  la  conferma  del- 
le prerogative  di  sua  chiesa,  avendo  as- 
sistilo alla  di  lui  coronazione.  Jacopo  fu 
Tcscovo  neir844>  Hermanno  o  Helmoi- 

110  dell' 862;  Giraldo  o  Grimaldo  tras- 
ferì solennemente  in  cattedrale  nell'SGS 
le  ossa  de'ss.  Massimo  e  compagni  mar- 
tiri. Gaidolfo  fratello  di  Berardo  con- 
te di  Penne  è  nominato  nel  962,  per  la 
donazione  del  monastero  cistcrciense  di 
Casanova,  fondato  da  Berardo.  Giovan- 
ni, cui  ad  istanza  dell'imperatrice  Ade- 
laide nel  963  Ottone  1  confermò  i  pri- 
vilegi. Indi  sederono  Berardo  penne- 
se, morto  nel  i  o55;  Giovanni  Felertano 
monaco  del  io57,da  Nicolò  II  ebbe  la 
conferma  de'beni  di  sua  chiesa;  Pampo 
del  1061;  Aribertodel  1 1  12;  Grimaldo 
del  I  I  iSjO  cui  Innocenzo  II  e  Eugenio 

111  confermarono  i  privilegi;  Odorisio 
del  1  169,  cui  fecero  il  simile  più  Papi; 
Otto  o  Oddo  del  i  190  ebbe  diversi  pri- 
vilegi da  Enrico  VI  e  dalla  s.  Sede;Gual- 
terio  cistcrciense  del  1200  eletto  da  In- 
nocenzo IH;  ma  per  la  sua  condotta  poi 
lo  ammom  acremente.  Gli  successe  il  b. 
Anastasio  del  i2i5disanla  vita,  che  e- 
diflcòilconventode'francescani;  nel  13  1  7 
Gualtiero  cassinese  eletto  dal  capitolo  e 
riconosciuto  da  Onorio  111,  conferman- 
dogli i  privilegi  Federico  li  :  ridusse  il 
numero  de'  canonici  e  lo  approvò  Gre- 
gorio IX.  Essendo  vescovo  Beroaldo,  il 
cardinale  CoUemczzo  \egaio,co\ìa  lette- 
ra Dei'otionis,  nel  1 252  eresse  in  catte- 
drale vescovile  (altri  scrissero  ripristinò) 
^tri  (^•),  e  1'  unì  a  Penna,  ciò  che  ap- 
provò Innocenzo  IV  nel  i252  con  le 
Lolle  Licei  ea,  e  Honorem  Ecclesiae,  del 
i5  marzo.  La  cattedrale  d'Atri,  buon  e- 
dificio  con  vicino  episcopio,  è  dedicata 
jiU'AssunzionediMariaVerginejCon  bat- 
listerio,  e  vi  si  venera  il  corpo  della  pro- 
lettrice s.  Reparala,  ed  avvi  altra  chiesa 
parrocchiale.  11  capitolo  ha  4  dignità,  i." 
l'ai'cidiacono,  1'  arciprete  e  2  primiceri, 
1 G  canoiiici  compresi  il  teologo  e  il  peni- 


PEN 

tenziere,  e  2  beneficiali,  oltre  altri  chie- 
rici. Vi  è  pure  un  convento  di  religiosi 
e  2  monasteri  di  monache,  confraterni- 
te, ospedale,  seminario  e  monte  di  pie- 
tà. Fra  le  abbazie  della  diocesi  di  Atri 
fu  celebre  quella  di  s.  Bartolomeo  di  Car- 
pineto,  poi  unita  a  quella  di  Casanova, 
ch'ebbe  sino  a' 5oo  monaci. 

AI  i.°  vescovo  di  Penne  e  Atri  unite, 
Beroaldo,  nel  i  264  successe  Gualterio,  da 
Urbano  IV  Iraslato  da  Amelia;  nel  i  268 
Beral lo o Beroaldo;  neh  285 fr.  Leonardo 
Caio  sanese  servita,  fatto  da  Onorio  IV; 
nel  i3o2  Bernardo  d'Angers;  Raimon- 
do del  i32i;  Guglielmo  di  s.  Vittore 
francese  del  i  324;  Nicolò  cistcrciense  del 
J  326,  che  per  essere  slato  imprigionato 
dai  canonici,  destò  il  grave  risentimento 
di  Benedetto  XII.  Nel  i  352  fr.  Marco  Ar- 
dinghilli  nobile  fiorentino,  dotto  e  vir- 
tuoso domenicano,  poi  trasferito  a  Ca- 
merino. Nel  i36i  Gioioso  di  Sulmona; 
nel  1370  Barnaba  de'  marchesi  Mala- 
spina,  poi  di  Pisa.  Nel  1387  Agostino  na- 
poletano, poi  di  Perugia;  nel  1  391  fr.  Pie- 
tro Scala  domenicano;  nel  i  393  Autonìo 
trasferito  da  Teano;  nel  i4>3  fr.  Pietro 
de  Castro  Velcri  de' minori;  nel  i4i3 
egualmente  Giacomo  Tordi  fu  uno  de- 
gli elettori  di  Martino  V  al  concilio  di 
Costanza;  nel  14^0  Delfino  Nanni  Goz- 
zadini  nobile  bolognese,  abbate  commen- 
datario di  Nonantola,  lodato  pastore.  Tra- 
.sferito  a  Fossombrone  nel  i433  gli  suc- 
cesse Giovanni  de  Polena  uditore  di  ro- 
la,  traslato  nel  \^5f\  a  Orvieto,  donde  a 
questa  chiesa  passò  Giacomo  Benedetti; 
nel  1456  Amico  deBonamici;  Antonio 
Probo  d'  Atri  morto  nel  1482.  Gli  suc- 
cessero Troilo  Agnesi beneventano;  Mat- 
teo Giudici  romano,  morto  nel  i49^j 
indi  Felino  Sandei  ferrarese  uditore  del- 
la camera,  poi  di  Lucca;  nel  i5o2  Nico- 
lò Piccolomini  di  Lucerà,  traslato  da  quel- 
la chiesa;  nel  i5o3  Battista  Cantalice  sa- 
bino assai  erudito;  nel  i5i4  Valentino 
Cantalice  nipote  del  precedente,  e  co- 
m'esso  canonico  di  s.  Maria  in  Via  La- 


PEN 

tn,  inlervenufo  ni  concilio  di  Laterano 
V,  e  prndenlissimo  ottenne  da  l'aolo  III 
nel  i53q,  che  le  chiese  di  Penne  e  Atri 
soggette  alla  s.Sede  tornassero,  poichèCie- 
niente  VII  nel  i  526  l'avea  fatte  siilTia 
ganee  di  Chieti.  Nel  i55r  Leonello  (Ji- 
bo  folignese  ;  nel  1 554  Tommaso  Con- 
suberi  beneventano,  deposto  da  Pio  IV 
perchè  gli  fu  imputato  di  aver  coi  Ca- 
lafla  congiurato  contro  la  pace  d  Italia, 
sostituendogli  nel  i56i  Giasou)o  Guidi 
nobiledi  Volterra  eruditissimo, cheinter- 
venne  al  Tiidentino.  Nel  i568  Paolo  O- 
ilescalchi  di  Como,  uditore  generale  del- 
la camera,  nunzio  pontificio  in  Austria  e 
Spagna,  poscia  impiegato  nella  lega  con- 
tro i  fuichi  e  in  altre  gravi  incombenze. 
Nel  1572  Gio.  Battista  Benedetti  di  Of- 
lìda,  abbellì  la  cattedrale  e  di  altro  fu 
benemerito;  nel  i  5f)  1  Orazio  Montani 
di  Policasfro,  traslato  ad  Arles  ;  nel  i  5qg 
Tommaso  Balbani  lucchese,  celebrò  il  si- 
nodo; nel  1621  Silvestro  Andreozzi  luc- 
chese che  consacrò  la  chièsa  de'cappucci- 
ni  ;  nel  1 64«S  FrancescoMassucci  dotto  re- 
canatese; neh  65^  Gaspare  Borghi  di  Ma- 
cerata, si  rese  benemerito  della  cattedra- 
le e  del  capitolo;  nel  1661  Esuperanzio 
Raffaeli  nobile  di  Cingoli;  nel  1668  Giu- 
seppe Spinucci  fermano,  istituì  soccorsi 
pei  poveri ,  e  nella  terra  di  Loreto  edi- 
ficò e  dotò  il  monastero  per  religiose; 
nel  I  696  fr.  Vincenzo  Maria  Rossi  di  Bari, 
procuratore  generale  de'conventuali;  nel 
i6c)8  Fabrizio  Mafìfei  nobile  di  Monte  Pe- 
losio,  col  quale  neirUghelli,  Italia  sacra 
t.  f ,  p.  1  1 1  I,  si  termina  la  serie  de'vescovi 
di  Penne  e  Atri, che  compirò  colle  Notizie 
fli  Roma.  iy23  Francesco  Bussolini  ce- 
lestino di  Atri;  1746  Innocenzo  Gorgo- 
ni celestino  d'Otranto;  1755  Gennaro 
Perelli  napoletano;  1  762  Giuseppe  Ma- 
ria de  Leone  della  diocesi  di  Gaeta;  1779 
Bonaventura  Caleagnini  di  Gaeta;  i  8o5 
dopo  lunga  sede  vacante  Nicolò  Fran- 
cesco Franchi  di  Chieti;  1818  Dome- 
nico Ricciardonedi  Chieti.  Per  sua  mor- 
te il  regnante  Pio  IX  nel  1 847  preconizr.ò 


PEN  8ì 

l'attuale  vescovo  mg.''  Vincenzo  d'Alfon- 
so, della  diocesi  di  Monte  Cassino.  Le  due 
diocesi  imile  si  cstentlono  a  circa  r  00  mi- 
f^lia,  conlenenti  più  di  80  parrocchie.  O- 
gni  nuovo vescovoèlassatoiu  fiorini  4o^j 
essendo  le  rendite  circa  3ooo  ducati. 

PENSIONE  ECCLESIASTICA.  Por- 
zione de' frutti  che  si  ricava  da  Beni  eli 
Chieaa  (^•),  o  da  un  Beneficio  ecclesia- 
stico (^.),  assegnala  per  tempo  determi- 
nato e  per  una  giusta  causa  ad  un  ec- 
clesiastico, che  non  lo  possiede,  da  pren- 
dersi anche  su  quello  che  lo  possiede.  Le 
pensioni  ecclesiastiche  ebbero  origine  nel 
45  I  dal  concilio  di  Calcedonia,  il  quale 
acconsentì  che  Massimo,  eletto  vescovo 
d'Antiochia  in  vece  di  Donno,  a  vantng 
gio  di  questi  stabilisse  una  pensione  sul- 
la chiesa  Antiochena;  come  approvò  n£l- 
la  causa  di  Bassiano  e  di  Stefano,  il  i." 
deposto  dalla  sede  d'Efeso  e  il  2.°  a  lui 
surrogato,  ed  essendo  slnto  ordinato  un 
3.",  venne  statuito  che  dall'erario  di  del- 
ta chiesa  si  somminisfrasseroai  primi  200 
soldi  d  oro  atmui,  a  titolo  di  nutrimento 
e  consolazione,come  diceil  concilio, pres- 
.so  Labbé,  Concil.  t.  4j  p-  7o5;donde  in- 
cominciarono le  pensioni  ecclesiastiche, 
non  prima  udite  nella  Chiesa,  come  osser- 
vò Van-Espen,t7z<r.  eccl.  unii'.pnv.  2,  tit. 
2  3,  cap.  2.  Dipoi  s.  Gregorio  I  del  590 
ordinò  che  si  assegnassero  5o  soldi  d'oro 
di  pensione  sul  vescovato  di  Lipari  ad 
Agatone,  ch'era  stalo  deposto  da  quella 
sede.  Nel  1 57  i  s.  Pio  V  con  la  bolla  Ex 
proximo,  del  i.°  ottobre,  obbligò  i  pen- 
sionari  sopra  qualunque  benefìzio  che  non 
erano  tenuti  a  dire  il  divino  uffizio,  a  re- 
citare quello  della  Beata  Vergine,  ed  or- 
dinò che  tante  volte  quante  mancassero 
all'adempimento  dell'  obbligo  ingiunto, 
perdessero  i  fiutti  delle  slesse  pensioni. 
Vi  sono  delle  pensioni  sopra  alcuni  be- 
nefizi ecclesiastici,  che  si  accordano  con 
dispensa  pontificia,  a  titolo  o  di  elemo- 
sina o  di  gratificazione,  ma  sono  di  (feren- 
ti dallepensioni  ecclesiastiche,  bencliè  de- 
rivino  da  benefìzi  ecclesiastici.  Oliando 


84  P  E  N 

esistevano  i  collegi  vacahilisd  de'  cava- 
Jieri  di  S.Pietro,  di  s.  Paolo,  i  Pii,  Lau- 
retniii  e  altri,  ognuno  percepiva  pensio- 
ni ecclesiastiche, benché  laici.  I  conclavi' 
sii  laici  per  privilegio  possono  conseguir- 
le, gli  ecclesiastici  le  godono  e  ne  posso- 
no rassegnare  la  quota  prescritta  dalla 
concessione  pontifìcia.  I  cardinali  che  go- 
dono pensioni  ecclesiastiche  hannoii  pri- 
vilegio di  trasferire  la  metà  delle  pensio- 
ni, premessa  la  spedizione  del  breve  fa- 
coltativo. Anticamente  quando  i  beni  ec- 
clesiastici erano  in  comune,  i  benefizi  e- 
rano  interi  e  senza  diminuzione.  Tra  i 
Pripi  che  moderarono  la  permissione  di 
ti  asferire  le  pensioni  ecclesiastiche,  nomi- 
nerò Urbano  \IIF.  La  pensione  eccle- 
siastica non  è  permessa  e  canonica,  che 
alle  seguenti  condizioni,  i .°  Colui  al  qua- 
le si  accorda  dev'essere  ecclesiastico,  e- 
sente  da  qualunque  censura  e  irregola- 
rità. 2.°  La  pensione  deve  essere  fonda- 
ta sopra  giuste  cause,  come  sono  la  po- 
vertà d'un  ecclesiastico,  una  transazio- 
ne sopra  un  diritto  litigioso,  la  ricom- 
pensa pei  servigi  resi  o  da  rendersi  alla 
Chiesa,  la  rassegna  d'un  benefìcio,  pura  e 
semplice  o  a  causa  di  permuta  per  l'uti- 
le della  Chiesa,  finalmente  qualunque  al- 
tro vantaggio  reale  della  Chiesa.  3."  E  ne- 
cessario che  colui,  il  quale  crea  la  pen- 
sione, abbia  la  facoltà  di  crearla,  quale 
concede  il  Papa,  e  secondo  alcuni  teolo- 
gi anche  i  vescovi.  11  godimento  poi  del- 
la pensione  cessa  colla  morte  naturale  o 
civile  del  pensionarlo.  Si  possono  legge- 
re: Fatlinelli,  De  transl.  pensionihus  et 
responsa  juris.  Giganti,  De  pensionibns 
ecclesiasticis,  Co\on\a.e  i6i5.  Tonduti, 
Traci,  depensionibus €cclesiasticis,hiìg' 
duni  1662.  Clericato,  Discordine foren- 
ses  dcbeneficiis  pensionibns,  Venetiis. 

PENTACOMIA.  Sede  vescovile  della 
i.^  Arabia,  sotto  la  metropoli  di  Petra, 
eretta  nel  IX  secolo.  Altra  omonima  se- 
de della  1."  provincia  d'Arabia,  ù  sotto 
la  metropoli  diBoslra.  Quesìa  Pentaco- 
mia,  Pentaconiien,  ora  è  un  titolo  vesco- 


PEN 

vile  in  partibus,  sufTrnganeo  di  Bostra  : 
Gregorio  XVI  nel  1 84')  lo  conferì  a  mg.^ 
Carlo  Uberto  .Tea ntet  quando  Io  fece  coa- 
diutore del  vicario  apostolico  del  Ton- 
ckino  occidentale. 

PKNTAPOLI,  Pentapolis.  Nome  del- 
la regione  di  cinque  città  ,  e  più  luoghi 
l'hanno  portato.  Deriva  dal  greco  penta, 
e  polis,  la    Pentapoli,  regione  di  cinque 
città,  onde  si  disse  regione  Penlapolilana 
quella  che  le  conteneva,  e  le  città   Pe/i- 
tapolee.  La  Decapoli   formavasi  di  die- 
ci città  di  là  dal  Giordano  ;  una  città  si 
disse  Monopoli  j  due  Duopoli  j  tre  Tri- 
poli come  Tiro,  Sidone  e  Arata,  o  Tri- 
polìtana  j  quattro  Tetrapoli,  come  Lao- 
dicea,  Antiochia,  ec.  La  Pentapoli  della 
sacra  scrittura,  comprendeva   Sodoma, 
Gomorra,  Adama  ,  Schoim  e  Segor^  la 
quale  ultima  scampò  alle  fiamme  che  in- 
cenerirono le  quattro  altre,  perchè  il  Si- 
gnore esaudì  la  preghiera  di  Loth  :  le  di- 
strutte formarono  illago  Asfaltite  o  il  la- 
go di  Sodoma.  "La  Pentapoli  dell'  Asia 
minore,  al  sud  ovest,  era  abitata  dai  do- 
rii  e  formavasi  di  Lindo,  Jalisso,  Cami- 
ro,  Cos  e  Gnido,  e  quando  nella  confe- 
derazione entrava  Alicarnasso,  fu  della 
Esapoli.  Ahia Pentapoli  d'Asia  fu  nella 
Frigia  Pacaziana.  La  Pentapoli  d'Egit- 
to ebbe  Ticelia.  La  Pentapoli  della  Ci' 
renaica  o  Libia  superiore  abbracciava 
Berenice,    Arsinoe,   Tolemaide,  Apollo- 
nia e  Cirene;altri  vi  aggiunsero  la  Mar- 
maride  e  altre  popolazioni.  Queste  sono 
le  Pentapoli  d'oriente;  ecco  quelle  d'oc- 
cidente e  tutte  nello  stato  pontificio.  La 
Pentapoli  etnisca  o  Nepesina  ebbe  per 
capitale  ISepi  (^-),  succeduta  a  Faleria 
nel  grado,  con  Sutri,  Fescennio  e  Orte  : 
il  Nardini,  Della  Pentapoli  Nepesina,  di- 
ce che  il  Nobili  registrò  che  venne  for- 
mata da  Fidene,Nep!,Falisca,  Villa  Ma- 
gna e  Ferenti;  ma  non  conviene  sulla  pri- 
ma e  ultima.  Vedasi  Degli  Effetti,  Me- 
Wior/V', della  Pentapoli  Cisciininia,  Fcien- 
tana.  Il  Vittori,  nelle  Mem.  di  Poli  mar- 
zio, crede  che  questa,  con  Nepi,Fidene, 


PEN 

Faleiiae  Ferente  formassero  la  Penlapoli 
Finisca.  A  Marca  eEsARCATO  parlai  delle 
due  Pcntapoli  maritlinia  e  terrestre,  clie 
spesso cambiaroiiolimile  e  nome.  La  Peu- 
tapoli  mariltiina  o  Piceno  o  Annonaria, 
cdn  Ancona  per  melropoli.  La  Penta  po- 
li terrestre  o  montana  o  mediterranea  o 
Flaminia  in  Romagna,  ebbe  Ravenna  a 
melropoli,  come  lo  era  deirEsarcato.  La 
Peutiipoli  ebbe  origine  dall'esarca  Lon- 
gino nel  VI  secolo,  che  alle  provincie  die 
un  sislema  diverso  dal  precedente;  e  poi- 
ché egli  risiedeva  in  Piaveiina,  questa  fu 
considerata  non  meno  metropoli  dell'^- 
sarcato  che  della  Penlapoli,  il  che  diede 
motivo  a  diversi  scrittori  di  credere  che 
hi  Penlapoli  fosse  al  di  là  di  Piimini.  Da 
principio  le  città  costituenti  la  Penlapoli 
tiuono  cinque;  aggiunte  altre  in  proces- 
so di  tempo  e   allargati  i  confini,  la  re- 
gione non  cangiò  nome,  ma  continuò  a 
dirsi  Penlapoli,  com'era  succeduto  del- 
l'I lalia  nel  suo  incre-iuenlo.  Laonde  si  tol- 
se la  forza  e  proprietà  del  nome,  ma  non 
il  nome.  Ed  in  ttitli  abbiamo,  come  no- 
tai a  Esarcato,  che  i  vescovi  della  Pen- 
lapoli intervenuli  al  sinodo  romano  del 
680,  furono  quelli  di  Rimini,  Pesaro,  Fa- 
no, ;'Numana   o  Umana,  Osimo  e  Anco- 
na; avendo  erralo  il  Biondo,  Hisl.  p.  102, 
die  confuse  la  Penlapoli  con  l'Esarcato; 
così  il  Rossi  nella  Storia  di  Piavenna,  p. 
194,  ed  il  \  ignoli,  Liber  pontificalis,  p. 
3o8,  i  quali  composero  la  Penlapoli  con 
quelle  città  che  nominai  nel  voi.  XXV, 
p.  2  1  3,  cioè  R.avenna,  Classe,  Forlì,  Cese- 
na e  Forlimpopoli,  Sui  confini  della  Pen- 
lapoli oggi  Romagna,  dalla  parte  di  le- 
vante, trattò   Fatteschi,  Meni,  del  due. 
di  Spoleto,  p.  170.    Allargala  la  regio- 
ne verso  i  monti,  si  formarono  due  Pen- 
lapoli, una  marittima  ch'era  l'antica,  l'al- 
tra terrestre  o  moderna.  Nel  726  Luit- 
prando  avendole  invase  ambedue,  come- 
cliè  i  popoli  delle  medesime  già  eransi 
sottoposti  alla  signoria  e  protezione  del- 
la s.  Sede,  il  Papa  s.  Gregorio  II  le  chia- 
mò DecofJoU  scrivendo  all'  imperatore 


PEN  85 

Leone,  quale  complesso  di  dieci  città.  Da 
Riinini  cominciava  la  Penlapoli  marit- 
tima e  si  estendeva  con  Pesaro,  Fano,  Si- 
nigagliae  A  ncona;  di  poi  si  aggi  unsero  fu- 
mana o  Umana  ed  Osimo.  Le  cittadel- 
la Penlapoli  terrestre  erano  Urbino,  Gub- 
bio, Cagli,  Fossombrone  e  Jesi.  Tutte  le 
altre  nominate  nella  donazione  e  resti- 
tuzione di  Pi|)ino,  Carlo  Magno  e  Lodo- 
vico 1,  ed  in  altri  monumenti  antichi,  do- 
po averle  tolte  ai  longobardi,  sono  città 
della  Penlapoli  marittima  o  terrestre  ag- 
giunte poi,  come  Monlefellro  ,  Luceoli, 
territoriuni  Balnense  o  Valvense  (come 
avverte  l'Orsi,  Sovranità  de' Pont.),  Con- 
ca (oggi  Cattolica  nella  legazione  di  Forlì, 
^.  ),  che  in  più  luoghi  registrai,  come 
nel  voi.  XXII,  p.  80.  Sono  di  dilferente 
sentenza  gli  autori  nell'assegnare  le  città 
alle  due  Penlapoli,  come  all'estensione 
di  esse  e  la  divisione  del  Piceno  in  An- 
nonario e  Suburbicario,  per  cui  si  posso- 
no vedere,  la  Reggia  picena  del  Com- 
pagnoni e  le  sue  Memorie  d' Osimo,  con 
giunte  del  Vecchietti  ;  il  Colucci,  A/iti- 
chiià  picene  t.  iG;  e  il  Brandimarte,  Del 
Piceno  Annonario  o  Gallia  Senonia,  non 
che  gli  articoli  Pice.xo,  e  quelli  delle  città 
Pentapolilane,  massime  Pesaro. 

PENTECOSTE^  Pentecostes.Ye^ia  a 
pasqua  solenne  in  cui  si  celebra  dalla  Chie- 
sa la  venuta  dello  Spirito  santo;  il  cui 
nome  deriva  dal  greco  Pentecoste ,  che 
significa  cinquantesimo,  e  fu  dato  anti- 
camente dagli  ebrei  alla  festa  delle  setti- 
mane, festum  ehdomadarum,  quinqua- 
gesima, perchè  si  celebrava  sette  settima- 
ne dopo  la  festa  dell'  agnello  pasquale_, 
cioè  il  5o.°  giorno  dopo  il  sedici  del  me- 
se nisan,  ch'era  il  secondo  giorno  della 
Pasqua  (^.).  Nella  pentecoste  essi  offri- 
vano le  primizie  della  messe  del  frumen- 
to, onde  fu  àcìia  festum  niessis,festiimpri- 
initiarum,  la  quale  era  raccolta  a  questa 
stagione.  Tali  primizie  consistevano  iu 
due  pani  di  pasta  fatta  colle  nuove  bia- 
de e  col  lievito,  ciascuno  di  una  misura 
di  farina  della  assaron,  ossia  di  tre  pia- 


86  P  E  N 

te  di  fallila.  Oltre  a  questo  si  prtsenla- 
Viiiifi  ul  Icaipio  selle  agnelli  seiizu  mac- 
chia di  (jucll'anuo,  un  vitello  e  due  mon- 
loni,  da  olTiire  in  olocausto  j  più  due  u- 
i;tielli  per  osila  pacifica,  e  un  capro  pei 
peccali.  Questi  sagrifizi  erano  comanda- 
li pel  giorno  delia  pentecoste,  e  alcuni  al- 
tri per  lutto  il  tempo  della  festa.  La  pen- 
tecoste era  una  delle  tre  piìi  grandi  so- 
lennità presso  gli  ebrei,  in  cui  tutti  i  ma- 
schi erano  obbligali  a  presentarsi  davan- 
ti al  Signore  nel  tabernacolo,  enei  lem- 
[liotjuando  fu  fabbricato:  non  trovasi  che 
ijuesla  festa  avesse  ottava.  Gli  ebrei  mo- 
derni la  celebrano  per  due  giorni  ,  che 
osservano  come  que'di  pasqua,  astenen- 
dosi d'ogni  lavoro  e  faccenda,  come  nei 
subbati,  salvo  che  accendonoil  fuoco, ap- 
prestano il  pranzo,  e  portano  da  un  luo- 
go all'  altro  quello  ch'è  necessario  :  Dio 
stesso  avea  proibito  ogni  opera  servile  in 
questa  festa  ,  che  chiamò  celeberrima  e 
santissima.  Fu  istituita  per  ringraziare 
Dio  della  terra  che  avea  data  al  suo  po- 
polo, e  de'frutti  che  ne  ritraeva;  per  ri- 
conoscere il  di  lui  supremo  dominio  sul 
paese  che  possedevano  e  sul  mondo  intie- 
ro,sulleloro  persone  e  lavori;  per  ringra- 
ziarlo altresì  della  legge  (ond'è  anche  det- 
ta /tv. /a  della  legge)  loro  data  sul  mon- 
te Sinai,  in  questo  stesso  giorno  So."  do- 
po la  loro  uscita  dall'  Egitto  :  perciò  gli 
ebrei  in  questa   festa  preparano  le  sina- 
goghe, ed  ornano  le  loro  case  di  fronde 
verdi,  di  rose  e  altri  fiori  intessuti  a  for- 
ma di  ghirlaude  o  corone  in  grau  copia. 
La  Chiesa  cristiana  celebra  anch'essa  la 
festa  della  Pentecoste  5o  giorni  o  sette 
settimane  dopo  Pasqua, ossia  dopo  la  ri- 
surrezione del  Signore,  in  memoria  del- 
la discesa  dello  Spirito  santo  in  forma  di 
lingue  di  fuoco   sopra  gli  apostoli  e  di- 
scepoli radunati  nel  cenacolo  in    Gerii- 
salemmei^V.),  secondo  l'ordine  che  avea 
dato  ad  essi  Gesù  Cristo  prima  della  sua 
ascensione  in  cielo.   Essa  è  una  delle  tre 
principali  feste  dell'  anno,  ed  è  di  tanto 
snperioie  alia  peulecosle  degli  ebrei,  di 


PEN 

(pianto  la  legge  di  grazia  è  alla  legge  mo- 
suica,  e  quanto  il  compimento  de'noslri 
grandi  misteri  supera  tutto  ciò  che  n'era 
soltanto  la  figura,  misteri  che  significati 
in  detta  legge,  furono  in  Cristo  adempi- 
ti. Gli  apostoli,  lasciate  le  ceremonie  le- 
gali, cominciarono  a   celebrare  in  parie 
la  pasqua  e  la  pentecoste,  feste  principa- 
li degli  ebrei,  per  modo  che  ritenendo  i 
nomi,  venissero  a  celebrare  i  più  segna- 
lati misteridi  nostra  fede  in  quelle  adom- 
brati. In  questo  grau  giorno  la  Chiesa  so-  . 
leiinìzza   non  solo  la  discesa  miracolosa 
dello  Spirito  santo,  avvenuta  di  dome- 
nica, ma  la  promulgazione  dell'^Va/jg-e- 
lo  (^.)j  e  lo  stabilimento  della  legge  di 
Gesù  Cristo.    Che  questa  festa  deve  in- 
contrastabilmente la  sua  origine  agli  a- 
postoli,  lo  alferma  ancora  Benedetto  XIV  : 
si  distingue  da  tutte  le  altre ,  poiché  la 
Chiesa  in  questo  giorno  celebra  la  sua  pro- 
pria festa  e  come  1'  anniversario   di  sua 
nascita,  l'ultimo  prodigio  con  cui  Gesù 
Cristo  die  l'ultima  mano  alla  grande  o- 
pera  per  cui  venne  sulla  terra. 

Gli  apostoli  si  prepararono  al  ricevi- 
mento dello  Spirito  santo  col  ritiro,  con 
purità  di  cuore,  col  distacco  dalle  cose  del 
mondo,  con  l'umiltà,  colla  carità  frater- 
na e  coll'oiazione.  A  loro  esempio  la  Chie- 
sa si  preparò  a  celebrarne  la  festa  fino 
dai  primi  secoli,  col  digiuno,  colla  mor- 
tificazione e  colla  preghiera.  Secondo  l'an- 
tica disciplina  non  ci  era  digiuno  di  pre- 
cetto per  tutti  i  5o  giorni  del  tempo  pa- 
squale, cioè  da  pasqua  a  pentecoste.  Al- 
la fine  però  di  tali  giorni  di  allegrezza, 
la  vigilia  della  pentecoste  per  legge  ge- 
nerale, almeno  dopo  il  IV  e  V  secolo  o 
forse  prima,  venne  sempre  osservata  cou 
digiuno  di  obbligo,  affinchè  i  cristiani  me- 
glio si  preparassero  alla  solennità,  facen- 
dosene menzione  ne'  sagramentari  di  s. 
Leone  I  e  di  s,  Gelasio  1.  Nella  chiesa  di 
Milano  6.  Ambrogio  trovò  l'esenzione  dal 
digiuno  in  tutti  i  5o  giorni  dopo  pasqua 
inclusive  alla  vigilia  di  pentecoste  ,  e  la 
continuata  solennità  al  pari  della  dome- 


PEN 
iiiocile  di  pasqua;  ne*  secoli  seguenti  an- 
che in  questa  chiesa  fu  introdotto  il  di- 
giuno della  vigilia.  Quanto  alle  cerenio- 
nie particolari  di  questo  sabbato  nel  rito 
ambrosiano,  si  può  vederle  in  Murato- 
rij  diss.  57,  Ànliq.  Ital.  t.  4-  Avverte  il 
Macri,  Not.de  i'ocab.  fcc/.,  che  Penteco- 
ste ne'prinii  tempi  si  chiamò  quello  che 
corre  tra  le  due  pasque  di  risurrezione  e 
pentecoste;  e  che  i  cristiani  ne'  5o  giorni 
si  astenevano  dalle  opere  servili,  per  at- 
tendere con  maggior  frequenza  alla  chie- 
sa e  ricevervi  la  s.  Eucaristia  ,  astenen- 
dosi dal  digiuno  e  dall'orare  geniifltasi, 
per  cui  detti  giorni  erano  denominali  dies 
remissionis.  I  maroniti  cattolici  nel  tem- 
po tra  pasqua  e  pentecoste  mangiano 
carne  ogni  giorno  in  segno  di  allegrezza, 
il  che  osservano  i  greci  ne'primi  8  gior- 
ni dopo  pasqua.  1  greci  chiamano  Pen- 
tecostario  il  libro  liturgico,  che  contiene 
l'uffizio  da  recitarsi,  cominciando  dal  gior- 
no di  pasqua  sino  all'ottava  della  pente- 
coste. Sulla  varietà  della  disciplina  dei 
digiuni  tra  le  due  pas(|ue,  vedasi  il  Ga- 
ra mpi,  Memorie.  Sul  dubbio  poi,  se  nel- 
r  anno  in  cui  mori  Cristo,  la  pentecoste 
s'  incontrasse  di  domenica,  ne  tratta  il 
Macri. 

Ne'capitolari  di  Carlo  Magno  trovasi 
l'antica  legge  di  osservare  la  vigilia  della 
pentecoste, confermata,  comequella  di  pa- 
squa, col  digiuno,  colla  messa  a  mezza  not- 
te e  coll'amministrazione  solerme  del  bat- 
tesimo, A  s.  Vittore  I  del  194  si  attri- 
buisce che  ilbattesimosolennenon  si  pos- 
sa amministrare  se  non  nelle  domeniche 
di  pasqua  e  di  pentecoste,  disciplina  an- 
data generalmente  in  disuso,  solo  bene- 
dicendosi il  Fonte  battesimale  nel  sab- 
bato precedente  tali  solennità  :  tuttavol- 
ta  in  diversi  luoghi  il  battesimo  solenne 
si  fa  ancora,'come  in  Roma,  e  lo  notai  pa- 
re a  Neofito.  Vedasi  il  Diz  liliirg.  di  Di- 
clich,  Pentecoste  sua  vigilia,  e  Fonte  sua 
benedizione  nel  sabbato  dì  pasqua  e  di 
pentecoste,  se  si  possa  fare  in  ogni  chie- 
sa parrocchiale?  Leone  XII  nel  i82  7,do- 


P  E  N  87 

pò  avere  cretto  nella  basilica  Liberiana 
il  maguillco  baltisterio  ,  nella  vigilia  di 
pentecoste  ne  fece  la  solenne  benedizio- 
ne, ed  amministrò  il  battesimo  a  cinque 
ebrei  e  ad  un  maomettano,  li  cresimò  e 
benedì  il  matrimonio  di  due  neofiti  :  ne 
riporta  la  descrizione  il  n."46  del  Dia- 
rio di  Roma.  L'offizio  dell'ottava  di  pen- 
tecoste, come  in  quella  di  pasqua,  è  più 
corto  che  negli  altri  tempi  dell'anno,  e 
Bonifacio  Vili  permise  che  ne'Iuoghiove 
fosse  \'iuterdeHo,s\  potesse  celebrarla  con 
porte  aperte.  La  festa  di  pentecoste,  co- 
me quelle  di  pasqua  e  natale,  è  seguita  da 
t\{ìefestCy  così  la  sua  vigilia  come  quel- 
la di  pasqua  chiamasi  sabbatosanto.  An- 
tichissimo è  r  uso  di  festeggiare  i  priuii 
tre  giorni,  comesi  legge  in  Rinaldi  all'an- 
no iog4jn-°2.  In  esso  il  vescovo  di  Co- 
stanza Gebeardo  legato  apostolico,  nel 
sinodo  che  celebrò,  determinò  che  nelle 
settimane  di  pasqua  e  pentecoste  si  ce- 
lebrassero soli  tre  giorni  di  festa  ,  come 
praticavano  molle  diocesi  ;  poiché  anti- 
camente le  feste  della  prima  duravano 
l'intera  settimana, quantunque  ambedue 
le  settimane  dovessero  avere  la  medesi- 
ma osservanza.  Chiamasi  poi  la  penteco- 
ste Pasqua  per  quanto  dissi  a  quell'ar- 
ticolo ;  e  Pasqua  rosa  o  domenica  rosa- 
ta  per  celebrarsi  sempre  di  domenica  e 
per  lo  spargimento  e  dispensa  delle  rose 
e  altri  tiori  che  si  faceva  in  questo  gior- 
no, per  adombrar  la  discesa  delio  Spi- 
rito santo  sugli  apostoli  :  di  questi  riti 
ne  parlai  ne'  voi.  XII,  p.  i4i,  XXII,  p. 
2  16.  Come  si  rappresentava  con  llamel- 
le  a  Rouen,  e  con  fuochi  e  una  colomba 
in  Orvieto,  lo  ricordai  a  Fuoco,  e  ad  Or- 
vieto narrai  come  da  poco  tempo  n'  è 
stalo  rimosso  l'uso.  Nel  medio  evo,  in  al  • 
cuni  luoghi,  fu  introdotta  anche  la  bene- 
dizione del  cerco  pasquale,  per  rappre- 
sentare la  luce  sparsa  per  tutto  il  mon- 
do, come  spiega  Martene,  De  aniiq.cccL 
disc.  e.  28,  p.  538.  In  alcune  chiese  si 
facevano  suonare  le  campane  e  le  trom- 
be, mentre  si  cantava  dopo  l'epistola  deb 


88  PEN 

la  messa  la  prosa  Veni  sancle  SpiriUis  : 
Innocenzo  111  fu  il  i.°  a  polla  in  uso  nel 
canl.0  ecclesiastico  e  si  crede  che  ne  sia 
stalo  l'autore,  secondo  l'Ecckardo,  in  Ma- 
Lillon,  Saec.  F Benecl.  p.  i8.  Alcuni  con 
Lenglet,  Compend.  citila  storia  t.  5,  p. 
i47,  la  dicono  composta  nel  secolo  X  da 
Roberto  il  re  di  Francia;  ma  il  Platina, 
in  T'ita  Gregorii  V,  crede  che  il  le  sia  au- 
tore del  Sancii  Spiritusadsit  nohis gratin. 
Durando  lib.  6,  e.  107,  osserva  che  nel 
suono  delle  trombe  si  volle  denotare  il 
gran  romore,  somigliante  a  quello  d'un 
vento  impetuoso  ,  che  precedette  la  di- 
scesa dello  Spirito  santo  nel  cenacolo,  per 
cui  inoltre  in  diverse  chiese  si  faceva  ca- 
dere dal  tetto  o  volta  fiamme  di  fuoco, 
volar  colombe  per  la  chiesa  e  si  sparge- 
vano rose,  come  in  IMessina.  Vedasi  la 
vita  di  INolkero,  Op.  t.  i,p.  237;Merati 
t.  i,par.  2,  p,  1276;  e  Benedetto  XIV, 
Defestis  Christi  Domini,  §519.  Nel  ce- 
nacolo e  nel  giorno  della  pentecoste  s. 
Pietro  celebrò  la  i!"  Messa  (P\),  allestaa- 
dolo  pure  Pamelio,  Lilurg.  eccl.lat.  t.  i. 
Ijcncliè  il  sagrameuto  dello  Spirilo  santo 
o  della  Confermazione  (F.),  sia  ammi- 
nistrato in  qualunque  tempo  dai  vesco- 
vi, pure  si  è  sempre  riguardata  la  pen- 
tecoste come  il  tempo  più  convenevole  a 
questa  amministrazione  e  come  il  suo  pro- 
prio giorno  :  ne' pi  imi  secoli  questa  ce- 
lemonia  si  faceva  con  grande  solennità 
dopo  il  battesimo  a  pasqua  ed  a  pente- 
coste. Non  legge  positiva  degli  apostoli 
o  della  Chiesa  universale  fissò  il  tem- 
po della  pentecosle  per  la  cresima  solen- 
ne, bensì  lo  statuirono  alcuni  sinodi  pro- 
vinciali e  per  la  chiesa  di  ÌNIilauo  s.  Car- 
lo,acui  si  associarono  altre  diocesi,  prin- 
cipalmente per  avere  gli  apostoli  in  tal 
giorno  ricevutolo  Spirito  sauto.  I  vesco- 
vi la  conferiscono  cousolennità  anche  nel- 
la visita  pastorale,  ordinariamente  nelle 
ore  del  mattino,  perchè  il  vescovo  deve 
essere  digiuno,  e  straordinariamente  in 
qualunque  tempo,  ora  e  luogo,  benché 
ugn  sia  digiuno.   Su  questo  argomento 


PER 
abbiamo  di  Reicard  :  Dissert.  de  Pente- 
coste judaeornm,christianorunt  et  genti- 
linm,  Jenae  1  693.  VVinckler,  De  iis  quac 
circa  festuni  Pentecosles  memorabilia 
sunt,  Lipsiae  1734-  Clauswitz,  De  ana- 
logia Pentecosles  i>eteris  et  novi  Testam., 
H.ilae  174'-  Danzio,  Program,  de  fé  sto 
jndaico  sepliinananim,  et  suhrogato  fé- 
sto  pentecostali  christianorum.  Del  vespe- 
ro  e  cappella  papale  di  Pentecoste,  vedi 
il  voi.  IX, p.  4o.  Del  famoso  concorso  del 
popolo  romano  alia  Madonna  del  Divi- 
no Amore,  nel  luuedì  seguente,  vedi  il 
voi.  XVll,  p.  18. 

PENULA,  r.  Pianeta. 

PEPOLl  Gumo,  Cardinale.  Nobile 
bolognese,  laureato  nelle  leggi  nel  i583, 
da  referendario,  per  3o,ooo  scudi  d'oro 
acquistò  un  chiericato  di  camera  ne!  i  584? 
quindi  divenne  tesoriere,  e  Sisto  V  che  a- 
vea  fatto  decapitare  il  fratello,  pei  moti- 
vi detti  nel  voi.  V,  p.  3o2,  per  dimostra- 
re che  nulla  avea  contro  la  cospicua  fa- 
miglia (la  colpa  individuale  non  deve 
nuocere  ai  parenti  di  chi  la  commette), 
a'  i4  dicembre  1389  lo  creò  cardina- 
le diacono  de'  ss.  Cosma  e  Damiano  , 
poi  prete  di  s.  Pietro  Montorio  e  gover- 
natore di  Tivoli.  La  sua  modestia,  illiba- 
tezza e  candore  de' costumi  meritavano 
più  lunga  vita  ,  che  perde  in  Roma  nel 
1099,  d'anni  39, dopo  essere  intervenu- 
to a  4  conclavi.  Fu  sepolto  con  elegan- 
te iscrizione  nella  chiesa  di  s.  Biagio  del- 
l'Anello, cui  lasciò  pii  legati. 

PEPUZIANI.  Eretici  Catafrigi  (F.), 
così  chiamati  perchè  dicevano  essere  Ge- 
sù Cristo  comparso  ad  una  delle  loro  pro- 
fetesse, in  Pepuza  città  della  Frigia. 

PEPiADA.  Sede  vescovile  di  Bizace- 
na  neir  Africa  occidentale,  di  cui  fu  ve- 
scovo s.  Germano,  nel  4^4  fatto  frusta- 
re e  con  altri  vescovi  esiliato  dal  re  Un- 
nerico,  africa  dir. 

PERAULD  Rai.mo.^do,  Cardi  naie. Det- 
to Gurgense,  nacque  in  Surgeres  di  Xaia- 
togne,  di  oscura  condizione,  alunno,  poi 
dottore  del  collegio  Navarra  in  Parigi , 


PER 

priore  <M  s.  Egidio  nella  propiiu  pnliia, 
poi  lotosi  in  Roma  entrò  in  grazia  di  Pao- 
lo 11,  Sisto  IV  e  Innocenzo  Vili,  il  cpia- 
je  lo  nominò  vescovo  di  Guike  poi  d'A- 
griii.  nunzio  in  Gei  mania  per  raccoglie- 
re le  oblazioni  [)er  la  guerra  contro  il  tur- 
co, eh' egli  distribuì  arbitrariuuienle  a 
que*  popoli  per  cattivarsi  la  benevolenza 
dell'imperatore, al  diiedi  Ciacconio, mai 
Saoimaitanipositivamenteaireimanoche 
gli  lurono  rubate,  difendendolo  da   tale 
calunnia.  Indi  Alessandro  VI, per  favore 
di  Massimiliano  I,  a'2  i  agosto  o  seltem- 
bie  i4t)3  lo  creò  cardinale  diacono  di  s. 
IMaria  in  Cosiuedin,  poi  prete  di  s.  Vi- 
tale, indi  di  s.  IMaria  Nuova,  quando  nel 
1499  ^"  biella  iu  titolo.  Inoltre  lo  man- 
dò in  Germania  adettosoviano  per  con- 
ciliare la  pace  tra'  principi  ed  esortai  li  a 
prendere  le  armi  contro  il  turco.  In  tale 
occasione  a  nome  della  sede  apostolica  ri- 
formò i  costumi  di  quel  clero,  a  norma 
delle  leggi  ecclesiastiche;  richiamò  i  mo- 
naci alla  regolare  osservanza  e  stabilì  da 
per  tutto  la  concordia,  come  personag- 
gio di  singoiar  merito.  Nel  i5oo  per  pro- 
mulgar r  indulgenza  del  giubileo,  Ales- 
sandro VI  l'inviò  legato  nella  Svezia,  Da- 
uimarca  e  Prussia,  nella  quale  occasione 
pacificò  r  imperatore  col  re  di  Francia  ; 
dipoi    lo  creò  legato  dell'  Umbria  e  nel 
i5o3  vescovo  di  Saintes.  Giulio  II  lo  no- 
minò legalo  del  Patrimonio,  morendola 
Viterbo  nel  i5o5,  d'anni  70,  dopo  esse- 
re intervenuto  a  due  conclavi,  venendo 
sepolto  nella  chiesa  degli  agostiniani,  con 
onorevole  epitaffio.  Lodato  per  eccellen- 
ti qualità,  la  sua  liberalità  fu  immensa, 
poiché  donava  quanto  avea,  e  scrisse  di- 
verse opere,  il  cui  catalogo  si   legge  nel 
Torrigio,  De  script,  card.  p.  46. 

PERBENA.  Sede  vescovile  della  2.' 
Pamfiliii,  sotto  la  metropoli  di  Pirgi,  eret- 
ta neh' Vili  secolo.  Oriens  dir.  t.  i,  p. 
io33. 

PERDICE.  Sede  vescovile  della  Mau- 
ritiana  di  Sitili,  nell'  Africa  occidentale, 
sotto  la  metropoli  di  Sitifl.  Afr.  dir. 


P  E  R  89 

PEREGROSSl  Pietro,  Cardinale.DÌ 
Milano,  famoso  giureconsulto,  Giovanni 
XXI  lo  léce  vice-cancelliere  di  s.  Chie- 
sa, Xicolò  111  gli  die  con  altri  ad  esami- 
nare la  bolla  spiegante  la  regola  di  s.  Fran- 
cesco, quindi  nella  vigilia  della  Penteco- 
ste 1288XÌC0IÒ  IV  locieò  cardinale  dia- 
cono di  s.  Giorgio,  poi  prete  della  chiesa 
di  s.  Marco,  cui  donò  una  campana.  Col 
consenso  di  Ottone  \  isconti  arcivescovo 
di  Milano,  tolse  gli  umiliali  dalla  giuris- 
dizione degli  ordinari  ,  e  gli  assuggettò 
immediatamente  alla  s.  Sede.  Fu  a  due 
conclavi,  morì  in  Roma  nel  I2C)5,  e  ven- 
ne sepolto  in  s.  Maria  d'i\raceli^  con  elo- 
gio sepolcrale  che  fu  rimosso  ne'restauri 
della  chiesa,  come  nelle  Memorie  di  es- 
sa dice  il  p.  Casimiro,  che  riporta  l'iscri- 
zione della  campana. 

PEREIRA  Giuseppe,  Cardinale.  Del- 
la Cerda  de'signori  di  Ficaglio,  nacque  in 
Moura,  diocesi  di  Evoia.  A  straordinaria 
eloquenza,  che  gli  die  fama  di  eccellente 
oratore,  unì  la  scienza  delle  divine  e  u- 
raane  lettere,  professore  di  canoni  nel- 
l'università di  Coimbra,  gran  priore  di 
s.  Giacomo  della  Spada,  vescovo  di  Fa- 
io,  viceré  degli  Algarvi  e  regio  consiglie- 
re. Avendo  dato  chiare  prove  del  suo  ze- 
lo per  la  religione  e  di  fedeltà  verso  il  re 
di  Portogallo,  a  sua  istanza  Clemente  X[ 
a'] 9  novembre  1719  lo  creò  cardinale, 
poi  prete  di  s.  Susanna.  Non  avendo  fat- 
to a  tempo  al  conclave  d'Innocenzo  XIII, 
intervenne  a  quello  di  Benedetto  XI II, e 
dopo  aver  governato  santamente  la  sua 
chiesa,  ivi  morì  nel  1738,  d'anni  76,  e 
nella  cattedrale  fu  onorevolmenlesepolto. 
PER^ELLI  Nicolò,  Cardinale.  De'du- 
chi  di  Monte  Staracelo,  nacque  in  Napo- 
li a'22  ottobre  1696. Fatti  egregiamen- 
te gli  studi,  dichiarò  vocazione  per  lo  sta- 
to ecclesiastico  e  di  dedicarsi  al  servigio 
della  s.  Sede.  Ammesso  in  prelatura,  eser- 
citò lodevolmente  diverse  cariche  e  fu  pre- 
sidente della  grascia,  onde  meritò  che  Be- 
nedetto XIV  lo  promovesse  a  tesorieie 
gcueralc  della  camera  apostolica.  Clemeu- 


9^ 


PER 


le  XIII  in  premio  di  sue  faliclie,  ai  34 
settembre  i  ySg  lo  creò  cardinale  diaco- 
no, indigli  assegnò  per  diaconia  la  chie- 
sa di  s.  Giorgio  in  Velabro.  Lo  annove- 
rò alle  congregazioni  della  consulta,  buon 
governo,  indice,  acque,  ripe  e  Tevere,  fa- 
cendolo protettore  dell'ordine  basiliano. 
Intervenne  al  conclave  di  Clemente  XIV, 
e  compianto  per  le  sue  belle  qualità,  mo- 
rì in  Pioma  a'24  febbraio  1772,  d'  anni 
76.  Il  funerale  si  celebrò  nella  chiesa  dei 
ss.  XII  Apostoli,  donde  privatamente  il 
cadavere  fu  trasportato  in  quella  de' ss. 
Gio.  e  Paolo,  dove  restò  sepolto  a  teno- 
re di  sua  testamentaria  disposizione. 

PERETTI  Famiglia.  V.  Montalto  e 
Sisto  V. 

PERETTI  Felice,  Cardinale.  V.  Si- 
sto V,  Papa. 

PERETTI  DAMASCENI  Alessan- 
riKO,  Cardinale.  Di  INIontalto,  naccjue  da 
Fabio  Damasceni  nol)ile  romano  eda  Ma- 
ria Peretli  figlia  di  Camilla  Mignucci  so- 
rella di  Sisto  V  Peretti.  Nell'età  di  i4  an- 
ni, o  1 5  secondo  il  Denti  voglio  (18  pre- 
tende il  Palazzi,  ma  egli  non  merita  fe- 
de, come  in  più  luoghi  dichiarano  Car- 
della  eNovaes,chequalificano  le  sue  Fi- 
te  de  Pontefici,  ed  i  suoi  Fasti  de' cardi- 
nali, opere  inesatte  e  parziali),  il  pro-zio 
Sisto  V  (F.)  lo  creò  cardinale  dell'or- 
dine de'pretia'i3  maggio  i585  nella  1 ." 
promozione ,  conferendogli  per  titolo  la 
chiesadi  s. Girolamo  degli  Schia^oni,  chia- 
mato il  cardinal  Montalto,  come  detto 
Papa  ,  il  quale  nato  a  Grottamare  ,  ri- 
conobbe per  patria  d'origine,  donjicdio 
e  educazione  Moiitalto[V.).  Nel  iSBglo 
fece  vice-cancelliere  di  s.  Chiesa,  come 
dissi  nel  voi.  VII,  p.  I75,e  perciò  passò 
al  titolo  della  chiesadi  s.  Lorenzo  in  Da- 
inaso,  ove  istituì  una  congregazione  di 
sacerdoti.  Inoltre  Sisto  V  lo  deputò  so- 
pra tutti  gli  affari  de'principi  e  sopra  tut- 
te le  cause  dello  slato  pontificio,  quindi 
magnificamente  lo  provvide  di  ricchi  be- 
nefizi e  pingui  abbazie,  esercitando  nel 
suo  pontificalo  somma  autorità,  e  dopo 


PER 

un  anno  della  morte  del  Papa,  ne  tras- 
portò il  cadavere  dal  Vaticano  alla  son- 
tuosa cappella  gentilizia  nella  basilica  Li- 
beriana. Delle  copiose  sue  rendite  fece 
lodevole  uso,  e  quale  si  prescrive  dai  sa- 
cri canoni  e  dalle  leggi  ecclesiastiche.  D'a- 
nimo grande,  diede  chiaro  a  conoscere, 
che  quantunque  fosse  nato  in  bassa  for- 
tuna, aniuno  fu  secondo  ingenerosità  si- 
gnorile, imperocché  mai  alcuno  gli  do- 
mandò limosina  senza  ottenerla;  anzi  due 
fera  mine,  per  aver  domandato,  una  5  scu- 
di, l'altra  5o,  la  prima  ne  ottenne  5oo, 
la  seconda  5,000.  Ogni  anno  dotava  100 
zitelle  ,  e  di  frequente  pagava  i  debiti  a 
molti  poveri  e  miserabili  :  oltre  le  quo- 
tidiane liraosine  che  faceva  colle  proprie 
mani,  frequenti  e  generose,  si  calcola  che 
dispensò  più  di  un  milione  di  scudi  d'oro. 
Neimpiegò  160,000  nella  fabbrica  della 
sontuosa  chiesa  di  s.  Andrea  della  Valle, 
nella  quale  in  magnifici  depositi  dal  Va- 
licano trasferì  i  corpi  di  Pio  II  e  Pio  III, 
con  beneplacito  di  Paolo  V.  Quando  que- 
sto Papa  si  trovava  in  bisogno  di  dena- 
ro, gli  somministrò  12,000  scudi  all'an- 
no ,  ed  in  caso  di  maggior  necessità  gli 
olFrì  la  più  preziosa  suppellettile  del  suo 
splendido  palazzo.  A  quanto  si  è  detto  de- 
vonsi  aggiungere  le  frequenti  e  ragguar- 
devoli oblazioni  alle  chiese,  di  argenti 
e  pregievoli  arredi,  massime  se  dedicate 
alla  IMadonna,  di  cui  era  divolissimo,  re- 
citandone ogni  giorno  l'uffizio,  e  nelle  sue 
feste  raddoppiava  le  sovvenzioni  alle  po- 
vere vergini.  Oltre  il  digiuno  che  pre- 
metteva alle  di  lei  solennità,  ognisabba- 
to  visitava  la  basilica  Liberiana  e  altre 
chiese  ad  essa  dedicate.  Al  santuario  di 
Loreto  assegnò  fondi  per  una  messa  quo- 
tidiana nella  s.  cappella  ,  e  gli  offrì  due 
statue  di  argento, rappresentanti  la  pro- 
pria figura  e  quella  del  fratello  Miche- 
le, del  peso  di  i5o  libbre.  Recatosi  a  vii- 
leggiare  a  Bagnala  presso  Viterbo,  donò 
allachiesatli  s.  Maria  della  Quercia  6  cau- 
dellieri  con  croce  d'argento,  e  2  altri  del- 
lo slesso  metallo  di  96  libbre,  oltre  un 


PER  * 

ornalo  simile  di  60,  da  porsi  inloiuo  al- 
riiuniagine.  In  delta  villa  liallò  con  re- 
gia rnagnificeiiza  Clemeiile  Vili  e  8  car- 
dinali. In  Frascati  acquistò  e  abbelTi  la 
villa  che  porla  il  suo  nome,  che  descrissi 
nel  voi.  XXVII ,  p.  1  5G.  Per  lo  spazio 
di  c)  anni  esercitò  la  legazione  di  Bolo- 
gna, e  fu  protettore  de'cassinesi,  celesti- 
ni, cappuccini,  noncliè  di  Polonia.  Le  fab- 
briche che  in  Roma  e  altrove  innalzò 
a'iuoghi  pii  furono  moltissime.  JN^el  1620 
a'6  aprile  passò  al  vescovato  di  Albano, 
e  si  trovò  con  influenza  a  7  conclavi;  nel- 
1'  ultimo  però  mostrò  qualche  ambizio- 
ne al  pontificato.  La  sua  benignità,  man- 
suetudine, liberalità  e  grandezza  di  cuo- 
re lo  resero  la  delizia  d'  ogni  orditie  di 
persone, quantunquefosse di  rozzo  aspet- 
to, grave  nel  portamento,  parco  nelle  pa- 
role. Non  si  lasciava  affascinare  dalle  a- 
dulazioni,  fu  fedele  mantenilore  della  pa- 
rola, nelle  convei  sazioni  domestiche  cor- 
lese  ,  e  in  tutte  le  azioni  si  mostrò  gelo- 
so della  sua  dignità.  Fu  assaislimalo  dai 
Papi  e  dai  principi  italiani,  singolarmen- 
te dal  granduca  Ferdinando  I.  Quindi 
non  deve  recar  maraviglia,  se  caduto  gra- 
vemente infermo  per  abuso  di  gelati,  poi- 
ché usando  bevande,  cibi  e  medicine  ge- 
lale, il  calore  dello  stomaco  si  eslinse,  tut- 
ta Roma  si  mostrò  afQitta  e  desolata;  il 
clero  secolare  e  regolare  fece  pubbliche 
preghiere  e  solenni  processioni  per  la  sua 
guarigione  ;  il  popolo  corse  a  torme  al 
palazzo  per  informarsene;  gli  ebrei  fece- 
ro un  solenne  digiuno,  distribuirono  li- 
mosine,  e  dalle  loro  vergini  fecero  fare  la- 
menti e  preghiere  a  Dio  perchè  gli  pro- 
lungasse la  vita.  Questa  a  fronte  di  tutti 
i  rimedi  terminò  a'a  giugno  1623,  d'anni 
53  circa.  Divulgatasi  per  Roma  la  sua 
morte,  lutto  fu  lutto  e  cordoglio;  si  vide- 
ro correre  per  le  strade  a  drappelli  fan- 
ciulli, vedove,  artigiani  e  citladini ,  u- 
lulando  e  piangendo  ;  ogni  luogo  faceva 
eco  ai  lamenti  per  tanta  perdila;  si  chiù- 
."^ero  i  palazzi ,  i  tribunali  e  le  chiese.  11 
suo  cadavere  cou  gran  pompa  fusepol- 


1'  E  R  91 

lo  presso  il  Papa  pro-zio.  Dal  Briccio, 
come  notai  nel  voi.  VI,  p.  ^Q ,  fu  de- 
scritto il  Pianto  di  Roma  per  la  morte 
citi  cardinale  Alessandro  Peretti,  Roma 
1625.  il  gesuita  p.  Brivio  scrisse:  Oratio 
in  funere  Alexandri  cardinalis  Peretti. 
Le  virtù  e  azioni  di  questo  magnanimo 
cardinale  furono  pure  encomiate  dal  p. 
Ten)pesli  nella  Fita  di  Sisto  V,  lib.  6, 
p.  99  e  seg.,e  con  maravigliosa  eleganza 
da  mg.^  Oraziani,  Descriptis  invila  Mi- 
nerva, t.  2,  p.  2  30  e  ^eg. 

PERETTI  BAROiM  Andrea,  C^/yZì- 
nale.  V.  Baroni  Andrea,  Cardinale. 

PERETTI  MONT  ALTO  Francesco, 
Cardinale.  Nacque  in  Roma, ultimo  ram- 
pollo della  casa  di  Sisto  V,  di  cui  era  pro- 
nipote, come  figlio  di  Michele  principe  di 
Venafro,  e  perciò  nipote  del  celebre  car- 
dinale Alessandro.  Avendo  sentilo  inti- 
marsi dal  padre  di  pensare  seriamente 
a  scegliersi  una  sposa,  ad  oggetto  di  tira- 
re avanti  la  casa,  gli  piacque  fra  tutte  la 
principessa  Cesi,  dama  per  grazia  e  avve- 
nenza incomparabile, di  cui  divenne  ap- 
pena scella  a  sposa  appassionato  aman- 
te. Consentì  il  padre  al  matrimonio,  ma 
appena  la  vide  ne  reslò  talmente  inva- 
ghitOjche  volle  ad  ogni  costo  sposarla.  Il 
figlio  supplanlato  dal  genitore  proruppe 
in  alte  smanie,  ed  involatosi  disperala - 
mente  dalla  casa  paterna,  si  pose  a  viag- 
giare, e  per  non  sentirsi  mai  più  parlarti 
di  matrimonio,  s'iniziò  negli  ordini  sacri; 
quindi  ad  istanza  del  re  di  Spagna,  Ur- 
bano Vili  a'  IO  o  16  dicembre  1641  '<> 
creò  cardinale  pretedi  s.  Girolamo  degli 
Schiavoni.  Nel  1649  Innocenzo  X  lo  di- 
chiarò arcivescovo  di  JMunieale,  chiesa 
che  governò  con  singolare  vigilanza  e  ze- 
lo. Nel  i65i  die  principio  alla  visita  del- 
la diocesi,  e  nel  i652  convocò  il  sinodo, 
non  tanto  per  la  riforma  del  clero,  quan- 
to per  estirpale  gliabusi  radicati  nel  po- 
polo. Nel  1649  consagrò  in  P«.oma  la  ma- 
gnifica chiesa  di  s.  Andrea  della  Valli-, 
edificala  dallo  zio,  e  previo  il  beneplaci- 
to nposlolico  lasciò  ad  essa   pensione  di 


t,2  P  E  K 

amuii  sciiJi  2,000  sui  benefizi  da  lui  pos- 
seduti, a  line  di  ornarne  Ja  fiociata  ester- 
na, lochefuuccordatoda  Alessandro  VII, 
a  condizione  che  non  s'impiegasse  il  de- 
naro finché  Ira  frutti  e  capitale  tutta  la 
somma  arrivasse  a  5ojOOo  scudi.  Mori 
neliG55,  d'anni  5q,  dopo  essere  interve- 
uuloadueconclavi,efusepolto  nella  cap- 
la  di  Sisto  V,  dentro  la  basilica  Liberia- 
na. Oltre  alle  sue  belle  qualità,  per  cui 
era  universalmente  amato,  imitò  nella  ge- 
nerosità in  gran  parte  lo  zio. 

PERFETTO  (s.),  prete  e  martire.  Na- 
to a  Cordova  ncH'Andaiusia,  Cu  allevato 
nella  pietà  (Va  i  [)reti  che  ullicia vano  nel- 
la chiesa  di  s.  Aciselo,  ed  ivi  apprese  le 
belle  lettere  ed  anche  le  scienze  di  cui  gli 
aralji  facevano  professione.  Fu  partico- 
larmente mollo  versato  nella  cognizione 
delle  sacre  scritture,  di  modo  che  ac- 
coppiando alla  dottrina  l'integrità  de'co- 
slumi,  venne  elevato  al  sacerdozio.  De- 
dicatosi ad  ammaestrare  e  consolare  i  fe- 
deli che  gemevano  sotto  il  giogo  de'mao- 
mettani,  questi  ultimi  deliberarono  di  far- 
lo morire  per  vendicare  il  loro  falso  pro- 
feta, sulla  cui  vita  e  dottrina  egli  aveva 
detto  un  giorno  liberamente  la  propria 
opinione.  Condotto  quindi  dinanzi  il  giu- 
dice degli  arabi,  come  bestemaiiatore  di 
l\laomello,fu  messo  in  prigione  carico  di 
ferri  ;  poscia  il  giorno  in  cui  i  maomet- 
tani celebravano  la  pasqua  secondo  la  lo- 
ro maniera,  venne  condotto  sul  palco, 
ove  ricevette  il  colpo  mortale,  dopo  ave- 
re di  nuovo  confessalo  Gesù  Cristo  ed  e- 
sccralo  IMnometlo  e  l'Alcorano.  I  cristia- 
ni portarono  via  il  suo  corpo  e  lo  sep- 
])ellirono  nella  chiesa  di  s.  Aciselo.  S.  Per- 
fetto solFrì  il  martirio  nellSGo,  ai  18  di 
aprile,  nel  qual  giorno  è  registrato  nel 
niartiroIojTio  romano;  e  il  di  lui  culto  è 
passato  nelle  chiese  di  Francia. 

PERO  A.  /''.  PiRGi. 

PERGAMENA,  Oliarla  pergamena. 
Cartapecora  sottile,  scritta,  che  prese  tal 
nome  percliè  la  migliore  si  fabbricava  a 
Pergamo,  e  fu  inventata  per  la  segueu- 


PER 

te  circostanza  ,  benché  alcuni  osservino 
nidla  esservi  di  certo  sulla  prima  inven- 
zione. Tolomeo  Soteio  re  tVEgitto  avea 
formata  una  biblioteca  numerosissima. 
Eumene  II,  ovvero  Atlalo  II  re  di  Per- 
gamo pensò  di  fare  anch' egli  una  libre- 
ria. Saputosi  ciò  da  Tolomeoe  mosso  da 
invidia,  proibì  che  si  asportasse  dall'E- 
gitto il  papiro,  foglie  di  un  albero  su  cui 
si  scriveva  e  facevasi  la  caria,  detta  car- 
ia papiracea,  il  cui  uso  era  quasi  uni- 
versale ;  imperocché  tutti  scrivevano  o 
nelle  tavolette  o  sulle  foglie  o  carta  di 
papiro,  la  quale  fu  la  prima  volta  fab- 
jjricata  a  Menfi.  Si  costumò  di  scrivere 
su  cose  vegetabili,  come  frondi  e  scorze 
di  piante,  ed  i  nomi  di  liber,  codex,fo- 
lium,tabidae,  iillura,philura,  scheda,  di- 
notano le  diverse  parti  delle  piante  su  cui 
seri  ve  vasi.  Non  avendo  più  un  tal  mez- 
zo il  re  di  Pergamo,  per  fare  i  suoi  co- 
dici (  anticamente  il  codice  si  chiamava 
catulejc, onde  poi  venne  corft^x,  che  signi- 
fica propriamente  legno, perlocchè  dagli 
antichi  furono  detti  codici  molle  tavole 
congiunte  insieme  e  per  quelle  su  cui  si 
scriveva  )  o  libri  o  volumi  (  i  primi  libri 
della  s.  Scrittura,  a  riserva  delle  tavole  di 
Rlosè,  erano  composti  di  semplici  tavo- 
luccie  di  legno  ridotte  a  figura  quadra- 
ta ;  i  primi  volumi  si  formarono  nell'u- 
nione di  fogli  delle  scritture  eseguite  so- 
pra sostanze  men  dure,  cioè  in  tanti  ro- 
toli sui  quali  scrivevasi  da  una  parte  so- 
la, benché  Ezechiele  ne  vide  uno  scritto 
dentro  e  fuori:  si  composero  i  libri  di  mem- 
brane o  fogli  per  lungo  attaccati  l'  uno 
all'altro,  e  si  costumarono  dagli  ebrei,  dai 
romani,  dai  greci,  dai  persiani  e  dagl'in- 
diani,e  di  questi  si  composero  le  Librerie 
anche  qualche  secolo  dopo  la  venuta  del 
Redentore)  pensò  al  ritrovamento  d'al- 
tra materia,  per  sostituirsi  al  papiro,  ed 
in  tale  occasione  inventò  a  Pergamo  la 
preparazione  della  pergamena,  circa  al- 
meno 3oo  anni  awanti  la  nostra  eia.  Al- 
tri con  s.  Girolamo  attribuiscono  V  iu- 
venzioae  della  pergamena  velina  a  Grate- 


PER  PETt  f)3 
te  il  grnmmalico,  aml)ascinlore  di  Affalo  rezza  procurarsi  le  pergamene,  onde  in- 
a  RoDja.  La  pergamena  ordinaria  si  fa  cominciarono  verso  il  secolo  XI  in  Gre- 
con  pelle  di  montone  e  vien  polita  con  pò-  eia  e  poi  in  lulta  Europa,  a  cancellare  con 
mice;  quella  falla  con  pelle  di  vitello  è  certe  lavalurei  caratteri  degli  antichi  mss. 
più  fina  e  perciò  delta  velina;  la  perga-  in  pergamena  e  anche  di  raschi;irli,  adi- 
mena  più  slimata  delle  precedenti  forma-  ne  di  servirsene  per  iscrivere  nuove  ope- 
si  con  pelle  d'agnello  o  capretto  tenero,  re  ealtie  materie  di  poco  momento,  niii 
o  anche  di  pecora,  ed  è  la  più  levigata^  più  di  frequente  leggende,  omelie,  pro- 
In  più  morbida,  la  più  bianca  eia  meno  dtizioni  ascetiche  e  teologiche.  Fortuna- 
soggetta  a  restar  macchiata,  e  chiamasi  lamente  questa  barbara  pratica  a  danno 
pergamena  vergine.  L'  uso  però  di  seri-  di  codici  preziosi  degli  antichi  classici  gre- 
vere  sulle  pelli  è  assai  più  antico,  poiché  ci  e  latini,  e  talvolta  ancorasopra  pre/.io- 
i  persiani  scrivevano  le  loro  storie  sopra  si  autografi,  fu  eseguita  talvolta  con  ne- 
pelli,  gli  ioni  scrivevano  su  pelli  di  mon-  gligenza  ,  cosicché  con  molta  cura  sotto 
tone  e  di  capra  ,  ed  i  codici  più  antichi  le  nuove  linee  o  framezzo  alle  medesime 
degli  ebrei  sono  scritti  sopra  pelli  di  vi-  possono  distinguersi  linee  e  frasi  intere 
tello  o  altrC;,  che  non  sono  preparale  co-  dell'  antica  scrittura.  Questo  lia  dato  o- 
me  le  pergamene  ;  anzi  probabilmente  gli  rigine  alla  ricerca,  scoperta  e  lettura  dei 
ebrei  tiassero siffatto  uso  dai  loro  più  re-  palinsesti  ,  di  che  furono  benemeriti  di- 
moti antenati,  che  lo  aveano appreso  tra  versi  paleografi  ed  eruditi;  e  con  feli- 
le  nazioni  orientali.In  alcuni  luoghi  si  ado-  ce  successo  si  scoprirono  importanti  pa- 
pero la  pelle  de'pesci,  gì' intestini  aporti  linsesti  in  diverse  biblioteche,  massime 
degli  animali,  di  elefanti,  di  serpenti,  i  gusci  in  c[uelle  di  Bobbio,  nella  Marciana  di 
della  testuggine.  A  tempodi  Cicerorieedai  Venezia,  nell' Ambrosiana  tii  Milano  o 
latini  la  pergamena  era  molto  usata,  chia-  nella  Vaticana.  iS'elle  due  ultime,  uno 
mandola  membrana,  che  ne' bassi  tempi  dei  primi  ad  approfittare  della  scoper- 
si i]\<^se  pergaminu/ìi  o  pergameniim,  indi  la  full  dottissimo  cardinal  Mai,  che  pub- 
^)f7'^<7M2e'«rtj  forse  per  essersene  conosciuta  blicò  con  celebrale  illustrazioni  a  som- 
J'origine.  Sembra  che  in  Roma  la  prepara-  ma  utilità  della  filologia  e  della  classica 
zione  e  rimbianchimento  siasi  perfeziona-  erudizione,  come  feci  cenno  a  Carta  e  al- 
to ne'  primi  secoli  di  nostra  era,ne'quali  Irove  :  sulle  di  lui  traccie  altri  fecero  u- 
era  anche  in  uso  la  gialla  e  la  porporina,  bertose  scoperte  di  altri  classici.  La  chi- 
almeno  fino  al  IV  o  V  secolo,  cjuando  le  mica  giovò  co' suoi  reagenti  non  tanto  a 
pergamene  si  adopravnno  solo  per  libri  e  far  spaiire  i  caratteri  sovrapposti,  quan- 
ti papiro  egizio  riserbavasi  pei  diplomi,  to  a  far  ricomparire  quelli  che  fatalmen- 
Queslo  può  dirsi  dell'Egitto  e  dell'Italia,  te  coperti  o  cancellali  si  erano  in  addie- 
ma  in  Germania  e  Inghilterra  non  si  co-  Irò.  Analoghe  erudizioni  sulla  pergamo- 
nobbe  nèsi  adoperò  il  papiro  (questa  pian-  na  ed  i  codici,  e  sulle  materie  nelle  qua- 
ta  simile  all'  egiziana  anche  nell'elfetto,  li  anticamente  si  scriveva,  si  può  vedere 
trovasi  a  poca  distanza  da  Siracusa,  in  a  Gaeta,  Bolla,  Beeve,  Penna,  Lidro  , 
mezzo  alle  acquedel  fonte  Ciane;  del  pa-  Codice,  Libraio^  Notizie  dei,  giorno,  ed 
piro  e  dellepergamene  parlai  purea  Di-  altri  relativi  articoli,  come  Fabriano,  ed 
PLOMi  ) ,  neppure  la  carta  bombacina  o  a  CoLLEoioURBANO,del  museo  Borgiano; 
cottunea  o  cutanea  o  di  cotone,  scriven-  mentre  fo  altrettanto  parlando  de'prin- 
dosi  in  tali  regioni  gli  alti  pubblici  su  per-  cipali  musei  ebiblioteche. Vedasi  ilTrom- 
gamene.  INel  medio  evo  i  monaci  esscn-  belli.  L'arie  di  conoscere  l'età  dei  codi- 
do  quasi  i  soli  amanuensi  o  copisti,  so-  ci  Ialini  e  italiani,  Bologna  17^6,  Napo- 
venie  non  riuscì  loro  per  scarsezza  e  ca-  li  i  780.  Donati,  De'diltici,  cap.  i ."  delle 


94 


PE  Pi 


materie  adoperale  per  formnrvi  sopra  i 
caralteri;  cap.  2.°  dello  forma  dei  libri 
anticlii. 

PERGAMO.  F.  Pulpito. 

PERGAMO, Perg'rtr7;r«  o  Perganmm. 
Città  vescovile  dell'Asia  minore,  situata 
nella  Misia  maggiore,  sulle  rive  del  fin- 
irle Caico,  i  cui  abitanti  pretendevano  di- 
scendere da  Telefo  fì"lio  d'  Ercole.  Per 

o 

molto  tempo  si  governò  con  proprie  leg- 
gi, quindi  cadde  sotto  la  dominazione  de' 
re  di  Lidia,  poi  di  quelli  di  Persia.  Do- 
po la  morte  d'  Alessandro  il  Grande  fu 
soggetta  ad  Antigono,  indi  a  Lisimaco,  il 
quaiefondò  il  regno  di  Pergamo, che  du- 
rò i53  anni.  Il  re  Aitalo  III  Filometo- 
re,  non  avendo  prole,  lasciò  per  testamen- 
to i  suoi  stati  ai  romani  nell'anno  621  di 
Boma,  laonde  il  regno  di  Pergamo  fu  in 
seguitoridotto  in  provincia  romana  e  por- 
tò il  nome  à'Asia  procoiisolare/Eume- 
ne  II  re  di  Pergamo  o  Aitalo  li  riunì  in 
questa  città  una  numerosissima  bibliote- 
ca, la  quale  dopo  quellad'Alessandria.  fu 
la  più  celebre  dell'antichità,  dicendosi  a- 
scendere  a  200,000  volumi  ,  dipoi  fece 
parte  delle^/W/o/er/ie^/iio/?i<3.Tra  le  cose 
preziosequivi  trasportalCjSi  devefarmen- 
zione  del  famoso  musaico,  del  quale  par- 
lai a  Fur.iETTi  e  Museo  Capitolino,  ove 
trovasi.  Pergamo  fu  altresì  celebre  per 
l'invenzione  della  cartapecoia  o  Perga- 
mena {^'■).  Pergamo  fu  la  prima  ad  eri- 
gere un  tempio  in  onore  di  Roma  e  di 
Augusto.  Tra'  suoi  uomini  illustri  pri- 
meggia Claudio  Galeno  celeberrimo  me- 
dico dell'antichità.  Occupala  dai  turchi, 
questi  cambiarono  la  chiesa  di  s.  Sofia 
in  moschea,  indi  l'antica  cattedrale  cadde 
in  rovina.  Lasede  Vescovile  nella  r.'  pro- 
vincia d'Asia,  sotto  la  metropoli  d'Efe- 
so, fu  eretta  nel  i.°  secolo,  poi  elevala  in 
arcivescovato  nel  IX, secondo  Comman- 
ville,  o  assai  più  lardi  come  altri  voglio- 
no. Visi  tennero  due  concilii,  il  i.°  l'an- 
no i52  contro  i  colorbasiani  ,  specie  di 
gnostici  ;  l'altro  nel  i3oi  sulla  discipli- 
na. Baluzio;  Muralorij   Collect.  t,  9.  11 


PER 
1,"  vescovo  di  Pergamo  fu  Caio,  ordina- 
to da  5.  Gio.  Evangelista,  il  quale  vide  in 
Pergamo,  nell'Apocalisse,  uno  de'  sette. 
Angeli.  Gli  successero:  Anlipo  nominalo 
nell'Apocalisse  e  martirizzalo  sotto  Do- 
miziano; TeodolOj  chenel  dello  concilio 
condannò  l'eresia  colorbasiana,  sostenuta 
da  Colorbasio  con  affermare  che  la  vita 
degli  uomini  consisteva  nelle  24  lettere 
e  ne'7  pianeti,  che  tutti  quelli  che  aspi- 
ravano alla  salvezza  dovevano  essere  bat- 
tezzati nel  suo  nome  e  in  quello  di  Cri- 
sto; Carpo  di  Pergamo  martirizzato  sot- 
to ValerianOj  e  gli  altri  presso  I'  Óriens 
chr.  l.  I,  p.  7  i3  :  nel  l.  3,  p.  9^9,  parla 
de'suoi  vescovi  latini.  Al  presente  Perga- 
mo, Pergamen,  è  un  titolo  vescovile  in 
partihus  dipendente  da  Efeso. 

PERGETENA.  Sede  vescovile  di  Li- 
caonia,  sotto  la  metropoli  d'Iconio.  Oriens 
chr.  l.  3,  p.  II  36. 

PERGOLA  (Pergulan).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  nella  legazione  aposto- 
lica di  Urbino  e  Pesato,  nel  dislrello  di 
Crubbio,  sede  di  governo,  da  cui  dipen- 
dono le  comuni  di  s.  Lorenzo  in  Cam- 
po^ di  Montalfoglio,  à'iMontei'ecchiOy  di 
s.  Fi^'to,  di/iyo/?tóro/o,coirappodialo  Car- 
tocceto  piccolo,  di  Serra  .t.  Abbondio,  d\ 
FenigV  e  di  Monlesecco.  Trovasi  su  di 
un  colle  tra  due  fiumi,  al  confluente  del 
Cinisco  col  Cesano, ed  ha  nel  lato  borea- 
le il  Monte  Catria  con  le  sue  selvose  ci- 
me, in  piano  ed  aria  buona  ,  distante  8 
leghe  da  Gubbio,  3 da  Cagli  e  i  2  da  Fa- 
no. Non  manca  di  buoni  edifizi  ,  il  bel 
palazzo  uiunicipale  è  disegno  di  Bra- 
mante, ed  il  palazzo  vescovile  è  aderen- 
te alla  cattedrale.  Questa  è  Ituon  edifi- 
zio,  soUo  l'invocazione  di  s.  Andrea  apo- 
stolo e  di  s.  Secondo  martire  patrono 
della  città,  il  cui  capo  si  venera  coi  corpi 
di  s.  Agabito  fe  di  s.  Giustina  sua  sorella, 
altri  protettori  della  cillà.  Nel  1841  per 
cura  del  gonfaloniere  Giovanni  Ginevri 
Blasi  principalmente,  ed  anche  degli  an- 
ziani, non  solo  fu  compita  la  decorosa  fac- 
ciala esterna,  ma  nel  bel  mezzo  sopra  la 


PER 
porlo  fu  creilo  il  busto  di  marmo  rnp- 
presentante  Gregorio  XVI,  opera  egre- 
gia del  celebre  scultore  Rinaldo  Rinaldi, 
con  marmorea  iscrizione  clie  dice  come 
pel  patrocinio  e  liberalità  di  quel  Papa, 
Pergola  fu  aumentata,  onde  il  munici- 
pio a  perpetuo  monumento  di  pubblica 
gratitudine  fabbricò  ed  eresse  patri  Fa- 
trine  principi  munificenlissiwo.  Pel  re- 
stauro di  questo  tempio  il  Papa  som- 
ministrò nel  1 835  scudi  3oo  a  mg/ An- 
tonio Mattei,  allora  preposto  del  capito- 
lo, poi  prelato  domestico,  e  nel  1840  scu- 
di 468  all'encomiato  gonfaloniere  per  mio 
mezzo.  Il  capitolosi  compone  di  5  digni- 
tà, la  I.*  delle  quali  è  il  preposto,  di  i3 
canonici  comprese  le  prebende  del  teo- 
logo e  del  penitenziere,  di  6  mansionari, 
e  di  altri  preti  e  cliierici  addetti  al  servi- 
gio divino.  Vi  è  il  fonte  battesimale  e  la 
cura  delle  anime  è  affidata  al  prevosto, 
coadiuvato  dal  vicario  curato.  Nella  città 
\i  sono  altre  4  chiese  parrocchiali,  altiet- 
tanti  conventi  di  leligiosi,  due  monaste- 
ri di  monache,  diverse  confiateinite,  l'o- 
spedale comodo,  l'orfanotiofìodi  fanciul- 
le, il  monte  di  pietà  ed  il  seminario,  ol- 
tre un'  eccellente  e  rinomata  biblioteca 
pubblica.  Pergola  ha  tutti  gli  elementi 
della  prosperità,  de'  quali  fu  liberale  la 
natuia,  donandole  campi  ubertosi,  cui  u- 
nisce  r  arte  della  coltuia  e  vi  aggiunge 
un'industriale  operosità  degna  d' imita- 
zione :  giovasi  delle  acque  per  alimenta- 
re fabbriche  ed  opifici,  e  se  ne  traggono 
specialmente  panni,  eccellenti  tappeti  ed 
altri  tessuti  di  lana.  Il  Reposati,  Della  zco 
ca  di  Gubbio  ,  celebra  Pergola  per  co- 
piosa popolazione,  molto  mercantile,  at- 
tese le  fablwiche  di  cuoi  e  pannine  assai 
accreditate,  con  ricche  famiglie,  come  lo 
è  la  comunità.  Al  presente  gli  abitanti  su- 
perano i  6,000, compresi  quelli  delle  ru- 
rali adiacenze. 

Da  Pergola  uscirono  molti  uomini  rag- 
guardevoli nell'armi, nelle  magistrature, 
nelle  lettere  enelle  dignità  ecclesiastiche, 
in  santa  vita,  come  pure  cavalieri  illustri. 


P  E  R  95 

A  volerne  nominare  i  principali, fioriro- 
no quali  valorosi  guerrieri ,  Antonio  e 
Leonoro  dalla  Pergola,  Melchiorre, Ba- 
stardo Montaini,  Guido  Torello  .  Fran- 
cesco Lguccioni,  Persio  RIasi,  e  singolar- 
mente il  famoso  Angelo  da  Pergola,  al- 
lievo del  celeberrimo  Alberico  da  Rar- 
biano.  Angelo  fu  luogotenente  generale 
di  IMigliorati  signore  di  Fermo,  combat- 
tè a  favore de'pisani,  fiorentini,  bologne- 
sij  sanesi  di  cui  fu  capitano  generale;  mi- 
litò pure  a  favore  del  Papa,  benché  ghi- 
bellino, di  Carlo  Malatesta  signore  di  Ri- 
mini, quale  generalissimo  del  duca  di  Mi- 
lano ;  riportò  vittoria  sugli  svizzeri,  nella 
vai  di  Lamona  ;  imprigionò  il  detto  IMa- 
latesta  ,  gli  Alidosi,  il  Piccinino  ;  liberò 
Forlì  d'assedio,  prese  Zngonara,  s'impa- 
dronì di  gran  parte  di  Romagna,  espu- 
gnò Casal  ]Maggiore,  devastò  e  incendiò 
il  Rlantovano,  per  cui  da  alcuni  fu  chia- 
mato angelo  dal  fuoco.  Antonio  suo  fi- 
glio si  distinse  pure  nelle  armi,  fu  capi- 
tano de'fiorentini,  ruppe  i  fiorentini  e  di- 
venneconle  di  Blandrata.  Nelle  magistra- 
ture si  distinsero  Gio.  Battista  Gaugelli 
podestà  d'Osimo  nel  i  4^9,  unode'rifor- 
matori  degli  statuti  di  Pergola  ;  Muzio  di 
Voragine,  Ugolino  Rlontaini  capitano  di 
Firenze,  Ulisse  Getti  podestà  d'Osimo, 
Lodovico  Accorsoli,  Lodovico  Aversali  e 
Lodovico  Torbosi  podestà  di  Siena,  Mat- 
teo podestà  di  Macerata, Gioacchino  Mon- 
taini podestà  di  Cesena.  Furono  valenti 
giureconsulti ,  Aldobrandino  Torquato, 
Gaspare  i.°  collaterale  di  Campidoglio, 
Lodovico  uditore  della  rota  di  Macera- 
ta, Attilio  e  Griffone  Ruggieri.  Tra  i  let- 
teiati  vanno  distinti  Paolo  Pergolense  in- 
signe filosofo,  Andrea  Paluzzi,  Lorenzo 
Alberti,  disse  Leoni,  Angelo  Domeni- 
chelli  medico  archiatro  di  Bonifacio  IX, 
ed  il  conte  Girolamo  Graziani  celebre  poe- 
ta e  autore  di  pregiate  opere,  i."  segre- 
tario di  stalo  di  Francesco  1  duca  di  Mo- 
dena, dalla  cui  famiglia  uscirono  altri  uo- 
mini illustri.  A  Girolamo  si  attribuisce 
l'istituzione  dell'accademia  de"li  Imma' 


96  PER 

turi  di  Pergola,  in  cui  egli  avea  per  im- 
presa un  rngno  colla  sua  tela  interrotta 
e  l'epigiaFe:  LiccL internipla rctexam.  Poi 
1'  accademia  prese  per  insegna  un  cesto 
di  nespole,  col  mollo  Tempore,  e  venne 
regolata  da  un  principe  accademico,  fio- 
rendo per  soggetti  virtuosi:  nel  1807  n'e- 
ra piincipe  il  marchese  Francesco  Lato- 
ri di  Pergola,  autore  di  alcune  opere  lei- 
terarie.  11  cav.  Antonio  Concioli  eccel- 
lente professore  di  pittura  (fratello  del 
doti/  Concioli  che  fu  vero  conservato- 
re dell'antica  scuola  d'Ippocrale),  autore 
di  molte  opere^  due  delle  quali  sono  in 
Pergola,  riportandosi  1' elenco  di  alcune 
principali  insieme  alla  biografia,  a  p.  i43 
del  Panornma  di  Roma  del  1846,  ope- 
ra artistica  e  letteraria  del  eh.  prof  Filip- 
po Mercurij  cui  piacque  intitolarmi  con 
lusinghiera  dedica,  onde  per  gratitudine 
qui  nefolicto  ricordo.  Abbiamo  tra  quel- 
li di  santa  vita  il  p.  Alessio  cappuccino; 
noverandosi  tra'  religiosi  illustri  fr.  Au- 
relio Mancini  agostiniano,  Nicola  Merca- 
to benedettino,  ed  i  fr.  Bartolomeo  Gol- 
fi e  Gaspare  Golfi  conventuali.  Nelle  di- 
gnità ecclesiastiche  noterò,  Costantino  se- 
gretario di  Giovanni  XXIII, il  nominalo 
Gaspare  Golfi  vescovo  di  Cagli,  il  b.  Fiori* 
di  arcivescovo  di  Cosenza,  fr.  Albertino 
vescovo  Bergense,  Delfino  vescovo  di  Par- 
ma ,  Ascanio  Blasi  vescovo  di  Salamina, 
poi  di  Civita  Castellana;  Nicolò  Antonel- 
li  cardinale,la  cui  famiglia  crasi  traspor- 
tata in  Pergola  da  Gubbio  e  godente  il 
feudo  di  s.  Colomba,  dalla  quale  fioriro- 
no letterali ,  guerrieri  e  dignitari  eccle- 
siastici,come  il  nipote  di  Nicolò,  il  cardi- 
nal Leonardo  Anlonclli,  nato  però  in  Si- 
nigaglia,  de'quali  cardinali  fece  menzione 
honoris  causa  Pio  VII  nella  bolla  Com- 
inissa.  Nicola  de'contiMattei,  già  arcive- 
scovo di  Camerino  e  da  Gregorio  XVI 
fatto  vescovo  di  Corneto  e  Monlefiasco- 
nc  (^'.)-  Dal  conte Ranghiasci,  Orazione, 
p.  36,  si  apprende  che  la  famiglia  de'con- 
ti  INLatleij  aggregata  alla  nobiltà  di  Gub- 
hio  (^.),  oltre  le  parentele  contralte  coi 


PER 
Savorgnani,  co'  della  Genga  (da  cui  usci 
l'immortale  Leone  XII),  co'Paduli  (co- 
me rilevai  nel  voi.  XL,  p.  '3..\i ,  nel  rac- 
contare come  Gregorio  XVI  onorò  di  sua 
presenza  la  villeggiatura  del  conte  Gae- 
tano Mattei  in  IMonte  Cassiano)  e  perfino 
co'duchidi  Urbino,contò  uomini  assai  co- 
spicui: Filippo  come  benemerito  della  re- 
pubblica veneta  ne  ottenne  la  nobiltà  per 
sé  e  suoi  discendenti;  ed  il  conte  Mario 
ricoprì  luminose  cariche  ne'dominii  del- 
l'imperatrice Maria  Teresa.  Nel  n.°47  del- 
le Notizie  del  giorno  i843,  si  legge  co- 
me Pergola  deplorò  la  perdita  del  loda- 
to prelato  Mattei,  il  novero  di  sue  virili 
e  benemerenze  patrie,  tra  le  quali  quan- 
to operò  per  1'  erezione  della  collegiata 
in  cattedrale, dichiarate  ne'solenni  fune- 
rali con  elogio  del  can.  teologo  d.  Gio- 
vanni Serra. 

Benché  il  cardinal  Cappellari  fosse  con- 
trario ad  assumere  protetlorie,  in  consi- 
derazione che  il  celebre  monastero  d'A- 
vellana de'  suoi  camaldolesi,  di  cui  par- 
lerò in  fine,  era  passato  nella  diocesi  di 
Pergola  ,  cede  alle  istanze  de'  pergoiani 
prelati  fratelli  Nicola  e  Mario  Malici,  ed 
accettò  il  protettorato  della  città.  Nel 
i83i  divenuto  Gregorio  XVI,  alle  loro 
preghiere  e  per  quelle  del  municipio,  per 
particolare  affezione  ritenne  la  protello- 
ria  per  tutto  il  suo  memorabile  pontifi- 
cato. Volendo  lasciare  una  memoria  di 
sua  munificenza  a  Pergola,  oltre  quanto 
ho  dello  e  riporterò  in  fine  j  col  breve 
Pcrgulenseni  cii'ifatem  ,  de'  24  gennaio 
1882,  a  postulazione  del  prelato  Mario, 
donò  alla  città  5,ooo  scudi  in  consolida- 
to fi'Ultifero  d'annui  scudi  200,  quali  di- 
vise: 100  al  seminario,  istituendo  due  po- 
sti gratuiti  per  chierici  poveri  della  città, 
da  nominarsi  dal  capitolo;  5o  al  pubbli- 
co ospedale;  5o  al  monastero  di  s.  Orso- 
la, e  altrettanti  all'orfanotrofio  delle  don- 
zelle, per  l'erezione  d'un  posto  gratis  in 
ciascuno,  a  scella  del  municipio,d'una  po- 
vera fitelladi  civil  condizione  pel  i.°,  di 
un'orfana  pel  2.°  Dichiarò  il  Papa   che 


PER 

tali  beneficenze  godessero  i  nati  in  Per- 
gola e  territorio,  e  che  mancaudo  il  semi- 
nario e  ti  monastero,  il  loro  assegno  si  con- 
centrasse nell'orfanotrofio,  autorizzando 
il  vescovo  a  far  eseguire  le  narrate  dis- 
posizioni. Di  più  mandò  una  somma  per 
l'ospedale,  per  l'orfcmotrofio  e  per  alcu- 
ne doti  a  povere  zitelle,  oltre  varie  pezze 
di  roba  tessuta  da  rivestimela  gente  più 
povera  delle  parroccliie  ;  e  stabilì  nella 
città  gl'importanti  ufiizi  del  censo  e  del 
bollo  e  registro.  Nello  stesso  anno  Grego- 
rio XVI  rallegrò  Pergola  con  creare  car- 
dinale il  concittadino  Mario  Mattei,  del 
quale  parlai  in  molti  luoghi,  descrivendo- 
ne le  gesta  onorevoli.  Nel  1 834  morendo 
il  cardnial  Zuila  lasciò  quanto  avea  a  dis- 
posizione di  Gregorio  XV  !_,  che  nominò 
il  cardinal  ^lattei  a  farne  inventario  e  ad 
e^^eguiie  le  sueb('nefìchede^tinazioni  del- 
l'eredità. Fra  queste  vi  fu  il  donativo  al 
seminario  romano  della  collezione  di  pie- 
Ire  preziose,  già  appartenuta  al  defunto, 
col  peso  d'un  po>to  gratuito  nel  medesi- 
mo ,  che  in  riguardo  al  cardinal  IMattei 
che  con  tanta  lode  e  [irecisione  avea  dis- 
impegnato l'incarico,  il  Papa  lo  destinò 
in  vantaggio  alternativo  delle  due  dio- 
cesi unite  di  Cagli  e  Pergola,  per  un  gio- 
vane nobile  che  volesse  dedicarsi  alla  car- 
riera ecclesiastica.  Queste  e  altre  muni- 
ficenze di  Gregorio  XVI  su  Pergola  e  Ca- 
gli ,  si  leggono  a  p.  6  del  Prospetto  del 
saggio  degli  aliinm'del  seminario  di  Per- 
gola e  studenti  delle  pubbliche  scuole,  Per- 
gola i83c),per  Felice  Lupi  e  compagno. 
Nel  supplemento  delle  Notizie  del  giorno 
lì"  ic)  del  1  846  viene  descritto  il  coi  do- 
glio de'  pergolesi  per  la  morte  del  loro 
sovrano  e  speciale  protettore  Gregorio 
XVI,  la  predilezione  e  beneficenze  da  lui 
ricevute,  ed  i  funerali  celebrali  in  catte- 
drale con  solenne  pontificale  del  vesco- 
yo,e  l'orazione  funebre  pronunziata  dal 
sunnominato  can.  Sena.  A  perpetua  me- 
moria delle  mumficcnzedi  Gregorio  XVI 
verso  Pergola  e  della  cooperazione  del 
cardinal  Mario,nella  sala  comunale  il  raa- 

VOL.  LII. 


PER  .):t 

gislrato  decretò  un'iscrizione  scolpita  in 
pietra  col  novero  de'ricevuti  benefizi,  en- 
comiando ancora  il  mediatore,  con  bas- 
sorilievo pure  in  marmo,  eseguito  dal  lo- 
dato prof  Rinaldi,  rappresentante  il  Pa- 
pa sedente  j  cui  il  carduiale  presenta  la 
città  personificata.  R.estata  vacante  la  prò- 
tettoria  della  [^ergola,il  regnante  Pio  IX 
nel  marzo  1847  la  conferì  al  benemeri- 
to concittadino  cardinal  Mattei. 

Pergola  vogliono  alcuni  che  si  chia- 
masse così  ,  dalla  pergola  di  viti  o  per- 
golato d'uve,  ch'era  ue'suoi  primordi  a- 
vanti  la  chiesa  di  s.  Maria  della  Piazza, 
prima  della  sua  fondazione  o  ampliazio- 
ne,  ovvero  perchè  avanti  di  questa  ivi 
si  facesse  grandissimo  mercato,  detto  da 
Vul[)iano.e  Calepino  anche  Pergnla.  Cer- 
to è  che  il  comune  pose  nelle  sue  armi 
la  vite,  che  ha  ritenuta  sempre.  Antica- 
mente lo  stemma  di  Pergola  si  formava 
di  sette  monti, cioè  tre  da  una  parte,  uno 
sopra  due,  e  tre  dall'altra  consimili,  con 
altro  in  fondo  nel  mezzo,  in  cima  del  qua- 
le stava  come  un  castello,  da  cui  usciva 
una  vite  che  li  cuopriva  e  quasi  tulli  cir- 
condava, come  si  raccoglie  da  uu  antico 
sigillo  posseduto  dal  patrio  istorico  Gian-, 
nini, con  intorno  l'iscrizione:  S.  ConimU' 
nis  Castri  Collis Pergnlac.  Posteriormen- 
te l'arme  si  formò  di  tre  soli  monti,  uno 
sopra  due,  e  dalla  base  di  quel  di  mezzo 
sorge  una  vite  con  tre  grappoli  d'  uva^ 
cheliricopre,ein  giro:  Coniniunitas  Per- 
gidae.  Credono  alcuni  che  il  luogo  fosse 
edificalo  da  quei  di  Gubbio  nel  princi- 
pio del  secolo  XIII,  sul  fondamento  di 
due  brevi  di  Gregorio  IX,  riportati  dal- 
rUghelli,  Italia  sacra^  in  Callienses  epi- 
scopi, emanati  ad  istanza  e  sull'asserzio- 
ne del  vescovo  di  Cagli,  poco  informato 
come  luogo  allora  non  appartenente  al- 
la sua  diocesi;  laonde  per  cagione  di  tal 
pretesa  edificazione  inferiscono  essere 
gli  eugubini  restati  signori  e  padroni  del 
luogo,  o  che  venne  loro  soggettato  con 
ispeciali  diplomi  pontificii  e  imperiali, 
come  asserisce  l'Armanni  nelle  sue  Ltt' 


98  PER 

tere.  Piova  il  Giannini  che  l'edificazio- 
ne di  Pcigola,  0  meglio  la  restaurazione 
o  ampliazione,  la  fecero  gli  eugubini  in- 
sieme ad  altre  comuni,  perciÒLnon  vi  eb- 
bero pieno  diritto,  né  fu  loj-o  soggetta 
pei  supposti  diplomi  citati,  avvertendo 
elle  gl'impeiatori  solevano  donare  nello 
stato  della  Chiesa  ciò  che  ad  essi  non  ap- 
parteneva. Imperocché  per  la  edificazio- 
ne di  Pergola  e  sua  abitazione  si  uniro- 
no in  società  più  comunità  con  quei  di 
Gubbio,  specialmente  quella  di  Serialta 
che  allora  era  la  maggiore,  in  nome  del- 
la quale  il  luogo  fu  fondato,  come  rile- 
vasi dalle  controversie,  in  cui  furono  con- 
sultati Bartolo,  Cine  da  Pistoia  e  Baldo, 
e  tra  le  quali  parti  si  stabilirono  patti. e 
convenzioni.  Altra  prova  che  esclude  l'as- 
soluta prelesa  signoria  e  fondazione  di 
Gubbio,  il  Giannini  la  deduce  dalla  ga- 
bella che  i  pergolesi  da  tempo  immemo- 
rabile esigevano  sulle  merci  di  transito, 
anche  sugli  eugubini.  Dal  Jacobilli,  /  t- 
tc  dtsauli  dell'  Umbria  (nella  quale  G  ia  n- 
nini  pone  Pergola,  non  nella  INIa rea  An- 
conitana, come  la  collocarono  alcuni  per 
la  sua  vicinanza  a  quella  regione),  si  ri- 
leva che  nel  1 1 55  l'imperatore  Federico 
1,  essendo  andato  all'assedio  di  Gubbio, 
fu  placalo  da  s.  Ubaldo,  onde  non  solo 
si  ritirò,  ma  gli  concesse  i  castelli  del  Col- 
le della  Pergola  e  Monte  Secco;  dunque 
a  quell'epoca  esisteva  Pergola,  e  non  e- 
diflcala  dagli  eugubini  verso  il  i2o4  o 
1235  o  1236.  A  ciò  si  aggiunga  la  ven- 
dila che  nel  1237  fece  il  signore  di  Bel- 
lisio,  due  miglia  circa  da  Pei  gola,  del 
suo  castello  al  sindaco  di  Pergola,  co- 
stituendosi nel  medesimo  tempo  abitan- 
te di  essa,  Castri  Collis  Pergulae,a  mo- 
do degli  altri  nobili,  e  che  i  suoi  sudditi 
vi  sarebbero  trattati  come  gli  abitanti  o 
castellani  o  cittadini  del  medesimo  Ca- 
stro Collis  Pergiilae ,  nella  quale  epoca 
se  fosse  slata  da  poco  edificata  non  po- 
teva avere  già  nobili  tali  che  un  signore 
di  castello  volesse  eguagliarsi  a  loro.  Con- 
chiude il  Giannini,  che  si  volle  confon- 


PEPc 

dere  la  restaurazione  con  la  costruzione 
sostenuta  da  vari  storici,  in  favore  dei 
soli  eugubini,  mentre  concorsero"  all'am- 
pliazione  con  altre  comunità.  Tuttavol- 
ta  riporterò  gli  altrui  pareri,  e  infine  gli 
storici  che  discussero  questo  pimto  inte- 
ressante. 

Si  vuole  che  Pergola  succedesse  all'an- 
tica città  di  Perzia  o  Pertica  o  Perusa 
o  Persia,  tra  Tufico  o  Jufico  e  Suasa, 
che  rovinata  nelle  invasioni  barbariche, 
nelle  vicinanze  sorse  Pergola  con  nome 
alquanto  alterato,  nel  Piceno  Annonario- 
o  Umbria,  poi  ducato  d'Urbino,  che  al- 
cuni attribuirono  alla  Marca  Anconita- 
na, come  capitale  della  Penlapoli  marit- 
tima cr  Annonaria.  Il  Calindri,  Saggio 
dillo  sialo  poìili/iciOj  riferisce  che  il  ca- 
stello di  Pergola  esisteva  nel  2.°  secolo, 
secondo  Tolomeo,  e  che  i  gubbini  intra- 
presero l'ampliazione  nel  i  1  55,  effettua- 
la nel  1204  o  nel  i235.  L'Amiani  nel- 
le Memorie  di  Fono,  dice  che  verso  il 
12  33  alcuni  cittadini  di  Cagli,  Urbino  e 
altre  terre  vicine,  si  rifugiarono  in  Se- 
ralta,  che  ci'ede  poi  chiamata  Pergola  ; 
e  che  la  recente  edificazione  di  Seralla, 
seguita  per  opera  del  cardinal  Giovan- 
ni Colonna  legato  apostolico,  die  moti- 
vo a'  cagliesi  di  gran  risentimento ,  on- 
de con  diversi  collegati  ne  minacciarono 
la  distruzione.  Gubbio  invece  con  molla 
gente  d'  arme,  fatta  unione  con  Asisi  e 
Città  di  Castello  si  oppose  e  ricorse  a 
Gregorio  IX.  Questo  Papa  ammonì  Ca- 
gli a  desistere  dall'attentato  e  discioglie- 
re la  lega,  come  fece  ai  confederati  sot- 
to pena  di  scomunica  se  molestavano 
la  comunità  di  Peigola,  con  brevi  dati 
in  luce  dal  Gentili,  quindi  le  pretensioni 
di  Cagli  contro  Pergola  furono  compro- 
messe nell'altro  legato  cardinal  Fieschi, 
poi  Innocenzo  IV.  Anche  il  Pieposati  at- 
tribuisce a  Gubbio  l'edificazione  del  Col- 
le di  Pergola  o  Castello  di  Seralla,  cos\ 
chiamandolo  i  brevi  pontificii,  dicendo 
che  il  sito  dove  fu  Pergola  edificata,  era 
un  colle  e  una  campagna  posseduta  dai 


PER 

nobili eiigiibiul  Ugolino  di  AlLciloeMar- 
iilione  di  ConacK);  che  fti  incominciala 
ad  essere  popolala  non  solo  dalle  genti 
dei  castelli  di  Seralla,di  Montajato  e  di 
Monte  Episcopale,  ma  anche  da  i4o  fa- 
miglie di  Gidjbio,  Ira  nobili  e  plebei ,  e 
tra'  primi  gli  Anlonelli,  e  vi  portarono 
la  testa  di  s.  Secondo  martire;  the  gli 
eugubini  procurarono  di  ridurre  a  per- 
fezione il  castello  di  Pergola  e  difender- 
lo dai  cagliesi  e  loro  confederali.  Osser- 
va il  Castellano,  Z^o  stato  pontificio,  che 
gli  eugubini  provvidero  nell'ediflcail'er- 
gola  ,  alla  necessità  degli  approvigiona- 
menli  della  città  loro,  la  quale  abbon- 
dantissimi polea  trarre  dal  feracissimo 
territorio  ;  che  vari  villaggi  vicini  venne- 
ro demoliti  a  meglio  popolarla,  ed  in  bre- 
ve ora  crebbe  a  segno,  che  non  si  conten- 
ne fra  le  sue  niura,  ma  spaziò  largamen- 
te negli  esterni  sobborghi;  vi  si  sviluppò 
mirabilmente  l'industria  ene  conseguitò 
la  ricchezza,  che  attrasse  spesso  su  di  lei 
guerresche  sciagure.  Avendo  l'imperato- 
re Federico  li  occupato  Pergola  e  Can- 
liano,  li  restituì  a  Gubbio  nel  1244^°'" 
lo  il  titolo  di  donazione.  Quindi  nel  i  263 
Urbano  IV  con  privilegio  confermò  a 
Gubbio  la  Pergola,  IMonte  Secco  cedu- 
to dal  monastero  dell'Avellana,  e  Serra 
s.  Abbondio  di  recente  costrutto  dagli  eu- 
gubini ;  ciò  che  pur  fece  nel  i  266  Cle- 
mente IV.  Anche  il  p.  Civalli  ,  presso  il 
Colucci,  Anlichità  picene  t.  i5,  p.  179, 
loda  Pergola  come  mercantile  e  ricca, 
narrando  che  nel  1268  fu  edificata  la 
chiesa  di  s.  Francesco  pei  francescani 
(Giannini  la  crede  incominciala  col  con- 
vento nel  1277)  e  consitgrata  da!  vesco- 
vo di  Gubbio  nel  i325,  poi  de'conven- 
tuali  ed  ora  degli  agostiniani.  Nel  1282 
il  dominio  ne  fu  contrastato  a  Gubbio 
dai  duchi  di  Spoleto,  avanti  il  cardinal 
Gervasio  Giancolelli,  sotto  Martino  IV, 
ma  con  successo  favorevole  agli  eugubi- 
ni. Avendo  i  pergolesi  offeso  il  comune 
di  Gubbio,  per  alcune  trasgressioni,  on- 
de pacificarsi  fu  nel  i342  tenuto  pub- 


PER  99 

blico  consiglio  per  ordine  del  podestà  Be- 
raidelli  eugubino,  e  si  multarono  i  pri- 
mi per  5  aiini  al  pagamento  di  28  fio- 
rini d'oro.  Nel  1  349  Galeotto  Malatesta 
conquistò  Pergola. 

Nel  I  354  il  cardinal  Albornoz  confer- 
mò a  Gubbio  il  dominio  della  Pergola, 
dopo  avella  tolta  ai  Malatesta  signori  di 
Pvimini,  che  più  tardi  la  jipresero  e  la 
possedevano  nel  i4o8.  Sotto  Martino  V 
fu  saccheggiata  da  Forte  Braccio,  famo- 
so guerriero,  e  verso  il  i435  venne  oc- 
cupata da  Francesco  Sforza,  indi  nel 
14380  i43qdi  nuovo  presa  da  Sigismon- 
do Malatesta,  cui  la  tolse  nel  i443  il 
cardinal  Mezzarota  legalo  di  Eugenio  IV. 
Nel  i44^  circa  Francesco  Sforza  essendo 
in. guerra  col  Papa,  prese  molti  luoghi; 
e  come  la  Pergola  per  la  sua  fortezza  vol- 
le difendersi,  quando  l'espugnò  l'abban- 
donò al  saccheggio  de'soldati,  che  vi  fe- 
cero a' 22  agosto  abbondante  bottino, 
senza  distinzione  di  persone  e  di  luoghi 
sacri. In  questa  circostanza  gran  parte  del- 
le mura  furono  abbattute.  In  tale  epoca 
già  esisteva  la  rocca  ,  ed  Eugenio  IV  vi 
nominò  un  castellano.  Versoil  i44*5Pei'' 
gola  venne  in  dominio  del  conte  Federi- 
co di  JMontefeltro,  poi  2.°  duca  d'Urbino, 
ma   assediata  da"li  anconitani  dovè  ce- 

o 

dere;nel  luglio  per  ispontanea  dedizio- 
ne ritornò  all' ubbidienza  dei  Malatesta. 
Nelle  guei're  tra  il  conte  e  Sigismondo, 
questi  espugnò  la  Popola  a  lui  ritolta; 
ma  poi  soccombendo  si  raccomandò  al- 
l'interposizione di  Pio  II  per  la  pace,  i 
cui  commissaii  a'29  ottobre  14^9  pose- 
ro il  conte  in  possesso  della  Pergola  e  de- 
gli altri  castelli.  Tutta  volta  nel  i  j6o  nella 
guerra  tra  Sigismondo  e  Pio  11,  il  primo 
nuovamente  l'invase,  ma  poco  dopo  le 
milizie  papali  ne  cacciarono  i  suoi,  edili 
premio  di  aver  debellato  il  Malatesta,  il 
Ponlcfìcene  concesse  l'investitura  al  con- 
te Fedeiico,  il  quale  ampliò  e  fortificò  la 
rocca.  Sembra  che  nel  i463  il  conte  rien- 
trasse in  possesso  della  Pergola.  Nel  pon- 
tificato di  Alessandro  Vi  Borgia,  il  figlio 


I  oo  V  E  R 

Cesare  duca  Valt'uliiio,  per  la  smisura- 
ta sua  aiiiJjizione,  colla  prepotenza  delle 
aiuii  invase  lutto  io  stato  d'Urbino,  e  il 
duca  Guid'Ubaldo  1  si  abbandonò  alla  fu- 
ga nel  I  5o'2.  Essendosi  iuipadionito  Ce- 
sare anche  di  Camerino,  con  simulazio- 
iie  ne  chiamò  in  Uibiiio  il  signore  Giu- 
be Varani,  coi  figli  Venanzio,  Annibale 
e  Pietro,  ed  a'25  agosto  con  tradimento 
li  mandònella  rocca  di  Pergola,  ove  bar- 
baramente li  fece  strangokue.  Intanto 
essendosi  ribellalo  il  ducato  contro  Ce- 
sare assente,  anche  Pergola  ritornò  al  do- 
minio Feliresco,  mentre  Guid'Cbaido  I 
riuniva  forze  e  collegati  per  combatter- 
lo. Cesare  ordinò  alle  sue  milizie  di  riti- 
rarsi a  Rimini,  ma  per  mancanza  di  di- 
fesa e  infedeltà  del  castellano  di  Pergo- 
la, Michelolto  Coreglia  capitano  colle  sue 
genti  vi  entrò  e  fieiamente  la  saccheggiò, 
ponendo  guarnigione  nella  rocca.  L'  A- 
miani  narra  che  in  questa  occasione  fu- 
rono strangolali  i  Varani,  creduti  auto- 
ri della  sollevazione.  Rientrato  Guid'U- 
baldo I  ne'suoi  slati,  potè  riprendere  an- 
che Pergola  e  la  rocca.  Considerando 
questo  duca  che  le  rocclie  e  le  fortezze 
in  vece  di  conservargli  lo  stato,  gli  avea- 
no  recato  maggior  difficoltà  in  riconqui- 
starlo, tranne  alcune  ordinò  la  demoli- 
zione di  tutte,  onde  a'c)  novembre  fu  e- 
ziandiodistrutta  quella  di  Pergola:  i  suoi 
pochi  avanzi  si  vedono  nel  più  alto  sito 
della  città,  nel  luogo  chiamalo  la  Rocca. 
I  materiali  furono  dal  duca  donati  ai  per- 
golesi;  nel  secolo  seguente  l'area  fu  con- 
ceduta al  comune  per  1'  erezione  d'  un 
monastero,  che  però  non  ebbe  compi- 
mento, onde  si  formò  un'abitazione  dai 
Pelosi,  che  poi  passò  a'Graziani. 

Nuove  sciagure  patì  Peigola  ne'primi 
del  secolo  X\l.  Volendo  LeoneX  toglie- 
re lo  stalo  d'Urbino  a  Francesco  JMaria  I 
della  Rovere, per  darlo  al  proprio  nipo- 
te Lorenzo  de  Medici,  fece  legato  della 
guerra  il  cardinal  Divizi  daBibbiena. Que- 
sti nel  1 5 1  7  mentre  si  recava  poco  meno 
the  in  disordine  a  Pesaro,  per  evitare  lo 


PER 

scontro  col  duca,  saccheggiò  vari  luoghi^ 
in  un  a  Peigola^  che  trovandosi  senza 
soldati  dovette  airendersi.  Essendo  mor- 
to Leone  X  nel  i  52  i,  il  duca  Roveresco 
ricuperò  il  suo  stato  e  ne  ottenne  nuova 
investitura  da  Adriano  VI,  dopo  il  qual 
tenqio  Pergola  segui  i  destini  dei  ducato 
d'Uibino,  fu  ariicchita  di  privilegi  e  pro- 
segiù  tranquilla  nella  soggezione  Rove- 
resca.  Se  non  che,  per  mancanza  di  suc- 
cessione, Francesco  Maria  li  ulliino  du- 
ca d'Urbino  avendo  rinunziato  al  feudo 
del  ducato,queslo  ritornò  nel  i(324  con 
Pergola  imuiediatauiente  sotto  la  signo- 
ria della  s.  Sede,  ed  Urbano  Vili  ne  fe- 
ce prendere  possesso  nel  1626  pel  go- 
verno, e  nel  i63i  formalmente  dopo  la 
morte  dd  duca.  IN'el  pontificato  d'Inno- 
cenzo XII  il  vescovo  di  Gubbio  Rona- 
ventura  a' 2  settembre  1691  fece  la  so- 
lenne traslazione  delle  reliquie  de'ss.  pa- 
troni Secondo,  Agapito  e  Giustina  dal- 
l'altare della  Pietà  al  maggiore,  ove  lut- 
loi'a  sono  in  gran  venerazione.  Degli  at- 
ti di  questi  santi  e  delle  diverse  loro  no- 
tizie tratta  il  Giannini,  dicendo  della  lo- 
romiracolosa  Iraslazioneseguila  r.el  1 28  i 
sopra  un  carro  guidalo  da  lori  indomi- 
li, dalla  chiesa  di  s.  Secondo  presso  Gub- 
bio, a  quella  degli  agostiniani  di  Pergo- 
la ,  ora  ciltedrale.  A  questi  religiosi  fu 
dal  comune  nel  ii5S  concesso  il  sito  per 
edificarvi  la  chiesa  e  il  convento.  Note- 
rò che  nel  XIV  secolo  esistevano  in 
Pergola  i  monasteri  delle  monache  di  s. 
Giovanni  e  di  s.  Lucia  agostiniane  (ripri- 
stinate sotto  Gregorio  XVI),  e  quelli  di 
s.  Giacomo  e  s.  Margherita.  Nel  i652  , 
per  gravi  molivi  riportati  dal  Giannini, 
il  comune  autorizzò  i  priori  di  agire  con 
impegno,  per  fare  erigere  in  collegiata  il 
convento  e  chiesa  di  s.  Agostino  degli  a- 
gostiniani  ;  ma  ciò  si  efleltuò  più  lardi, 
non  in  detta  chiesa  ,  ma  in  quella  di  s. 
Andrea  apostolo,  da  Benedetto  XIV  con 
suo  breve,  e  con  capitolo  di  1  2  canonici. 
Dipoi  lo  stesso  Pontefice,  considerando 
gli  onorevoli  pregi  della  terra  di  l'ergo- 


PER 

la  nella  diocesi  di  Gubbio,  ch'era  popo- 
lala da  5,000  abitanti,  divisi  ne'tre  or- 
dini di  nobili,  cittadini  e  popolo;  che  a- 
vea  giurisdizione  sopra  un  castello  e  5 
luoghi, con  collegiata,  altre  /T  j)a nocchie, 
6  conventi  di  religiosi,  3  monasteri  di 
monache,  conserva  torio  di  orfane,  I  2  con- 
(iaternite,  monte  di  pietà  e  frumenfario, 
non  che  pubblica  biblioteca,  colla  bolla 
Iloniamim  decet  Ponti fìcevi^  de'  f  9  aprile 
17J9;,  Bull.  Bcned.  XIV ^  t.  3,  p.  23i, 
eresse  Pergola  in  città  con  tutle  le  pi'e- 
rogntive,  confermandola  nella  diocesi  di 
Gubbio,  di  cui  il  vescovo  vi  dovrebbe 
risiedere  alcun  tempo  e  tenervi  un  vi- 
cario generale  foraneo, con  pensione  an- 
nua da  somministrarsi  dalla  nuova  città, 
oltre  4^  scudi  che  la  medesima  dovesse 
annualmente  somministrare  alla  cancel- 
leria vescovile,  in  compenso  degli  emo- 
lumenti che  andava  a  peidere  pel  novel- 
lo vicario.  Con  là  stessa  bolla  Benedet- 
to XIV  dichiarò  la  collegiata  concatte- 
drale e  confermò  i  privilegi  concessi  a 
Pergola  da  Urbano  Vili,  con  breve  dei 
i5  giugno  iG33.  Pergola  nel  1781  pro- 
vò gii  elfelli  del  terremoto  che  tanto  dan- 
neggiò Cagli,  pei  quale  Bertozzi  pubbli- 
cò nel  1782  iu  Venezia:  Letlera  sul  ter- 
remoto accaduto  iti  Cagli  li  3  giugno 
,78,. 

Ne!  declinar  del  secolo  XVIII,  benché 
Pergola  fosse  nella  diocesi  di  Gubbio, 
tuttavia  il  vescovo  di  Nocera  vi  godeva 
Ja  parrocchia  suburbana  di  s.  Onofrio, 
quello  di  Cagli  la  chiesa  di  s.  Biagio  e 
prima  quella  pure  di  s.  Lucia,  ed  in  una 
piccola  parte  vi  esercitò  giurisdizione  l'ab- 
bazia di  Nonanlola.  Pio  VII  nel  1802, 
col  breve  Exponi  nobis,  nel  Bull.  Coni. 
t.  I  I,  p.  334,  confermò  l'incorporazione 
della  confraternita  del  ss.  Sagramento  a 
quella  di  s.  Secondo  di  recente  erezione  ; 
col  breve  Qunnt  sicut,  del  i8o4,  Bull. 
Coni.  t.  12,  p;  1 63,  riconobbe  l'erezione 
della  spezieria  dell'ospedale,  deputando 
in  amministratore  il  protomedico  di  Per- 
gola; hnalmeote  Pio  VII  colle  bolle  Ro- 


PER  101 

mani  Ponlificis,  de'3i  gennaio  i8t8,c 
Conimi'isa  tcnuitati,  de'  1 8  gennaio  1819, 
Bull.  Cont.L  i4,  p  5()3,  et.  1 5,  p.  iST, 
dismembrò  Peigola  e  suo  territorio  da 
Nonantola  e  da  Gubbio,  trasportò  gli  a- 
gostiniani  nella  chiesa  e  convento  già  dei 
francescani  conventuali;  tia sferì  il  capi- 
lolo  e  la  collegiata  nella  chiesa  di  s.  A- 
gostino,  col  titolo  di  s.  Andrea  apostolo, 
e  la  dichiarò  cattedrale,  formando  del 
convento  l'episcopio;  diede  la  chiesa  di 
S.Andrea  già  collegiata,  in  cura  alla  con- 
fraternita del  SS.  Sagramento;  ed  assog- 
gettando di  nuovo  Gubbio  [F.)  all'  im- 
mediata soggezione  della  sede  apostolica, 
liberandola  da  quella  d' Urbino,  elevò 
Pergola  al  grado  di  sede  vescovile  e  l'u- 
nì in  perpetuo  a  (pieMa  di  Cagli  [F.), 
acque  prìncipaliler,  della  quale  Cristo- 
foro Cosci  ci  diede:  De  stala  ecclcsiarwn 
cii'italis  Calli,  et  ejusdcm  dioecesìs  rela- 
f/o,  Romae  178?.  Un  saggio  storico  di 
Caglisi  legge  nella  Letlera  di  N.  N.  pa- 
trizio di  Cagli  ad  un  suo  amico  di  Ri- 
mino, Pesaro  1765.  La  città  di  Cagli  è 
come  la  diocesi  e  sede  vescovile,  antichis- 
sima e  ragguardevole.  L'antica  città  esi- 
steva sul  vicino  colle,  l'odierna  è  nel  pia- 
no s.  Angelo  alle  radici  del  Monte  Pe- 
trano,  presso  le  quali  s.  Romualdo  fon- 
datore de'cimaldolesi  costruì  alcuni  ere- 
mi. Nella  diocesi  di  Cagli  primeggiarono 
le  abbazie  di  s.  Geronzio,  di  s.  Pietro  di 
IMonte  Nerone,  dis.  Maria  Nuova  di  Mon- 
te l'Abate. 

A  voler  far  menzione  de'suoi  più  cele- 
bri vescovi, ne  fui!  i.°  Graziano  del  oog, 
cui  successero  Viticano  del  5oo  che  sot- 
toscrisse nel  3.°  concilio  romano  nel  pon- 
tificato dis.  Simmaco,  e  Donato  del  72  i. 
Pianiero  meritò  1'  amicizia  di  s.  Ubaldo 
vescovo  di  Gubbio  enei  i  175  fu  trasla- 
to a  Spaiatro  da  Alessandro  III,  il  qua- 
le gli  sostituì  Alloderio,  che  nel  12  i  i  as- 
sistè alla  consagrazione  della  chiesa  di  s. 
Croce  di  Fonte  Avellana.  Anselmo  nel 
I  2  I  7  fu  consagrato  da  Onorio  III.  Fio- 
rì nel  i25()  fr.  Morando  celebre  predi- 


tm  PER 

calore  donienicano,  sollo  di  cui  per  le 
funeste  fazioni  dc'gucl/i  e  ghibellini,  Ur- 
bano IV  sottopose  la  città  e  diocesi  al- 
l' inlerdeltOj  poi  Io  tolse  e  perdonò.   Gli 
successe  nel  1266  il  cagliese  Ugolino  dei 
signori  d' Acquaviva  ,  castello  che  donò 
alla  patria;  dopo  di  lui  Guglielmo  Sa- 
siuni  Mastini  di   Cagli  nel  iiS5,  al  cui 
tempo  le  meinorale  fazioni  recarono  l'ul- 
timo eccidio  all'antica  città.  Papa  INico- 
lo  IV  ne  intraprese  la  riedificazione  nel- 
r  area  moderna,  onde   venne   chiama- 
ta Cii'italis  Po  polis,  o  Cina  papale  di 
s.  Angelo;   quindi  con   la  bolla  Inlelle- 
clus  (liligcnter,  del  i.°  febbraio   1289, 
trasferii  in  essa  la  sede  vescovile,  confer- 
mando poscia  i  privilegi  dell'antica  col- 
hi  bolla  Reducenles  ad  scdulae,  nel  1291. 
Altri  vescovi  degni  pure  di  menzione  fu- 
rono fr.  Rogerio  Todini  di  Cagli  del  i  3og, 
Guido  cittadino  e  canonico  di  Cagli  del 
1346,  fr.  Tommaso  Sferrato  de'minori 
del  i353  che  concorse  olla  riedificazio- 
ne della  cattedrale,  iNicolò  Marciari  pe- 
rugino del  1398  che  costrm  l'episcopio, 
Giovanni  BonodeLuzi  cagliese  del  i4'4j 
Guido  Boncheri  canonico  e  cittadino  di 
Cagli  del  1478  che  rifece  l'episcopio.  Per 
l'uccisione  del  pergolese  Golfi,  eseguila 
dalle  genti  di  Cesare  Borgia,  nel  i5o3 
■%enne  sostituito  da  Alessandro  VI  il  pro- 
prio confessore  Lodovico  de  Logoria  spa- 
gnuolo.  Nel  1 5i  3  fr. Tommaso  Albizi do- 
menicano, nel  \5i5  Cristoforo  del  Mon- 
te poi  cardinale,  nel  1  554  Gio.  Battista 
Toro  Leoni  anconitano,  nel  1567  Pao- 
lo Mario  della  Rovere pesarese,nel  1607 
Timocrate  Luigi  de  Castro  d'  Apiculo 
diocesi  di  Cagli,  nel  1660  Castruccio  Ca- 
stracana  nobile  di  Cagli,  nel   1694  Be- 
nedetto Loperti   nobile  di  Cagli.  La  se- 
rie de'vescovi  di  Cagli,  l'Ughelli  la  ripor- 
ta neW Italia  sarra  l.  2,  p,  808,  registran- 
do per  ultimo  Alfonso  Belliucini  nobile 
modenese  del  i  7  i  o:  la  compirò  colleiVo- 
tizie  di  Roma.  1721  Gio.  Francesco  Bi- 
sleti  di  Verpli.  1726  fr.  Girolamo  Ma- 
ria Allegri  servita  fiorentino.  1744  ^''' 


PER 

veslro  Lodovico  Paparclli  d'Ascoli,  i  754 
Lodovico  Berlozzi  di  Fano.  1806  Alfon- 
so Cingari  di  Bologna.  1818  Carlo  Mon- 
ti d'Imola  traslato  daSarsina,  il  1°  ve- 
scovo di  Cagli  e  Pergola  ,  cui  successe 
per  nomina  di  Gregorio  XVI  nel  conci- 
storo de'32  luglio  iS^^,  l'attuale  zelan- 
te, esemplare,  benemerilo  e  rispettabile 
vescovo  mg.*^  Bonifacio  Cajani  di  Gual- 
do Tadino,  già  professore  di  filosofia  e 
rettore  del  seminario  di  Nocera,  che  lo 
stesso  Papa  avea  dichiarato  vicario  apo- 
stolico delle  diocesi  di  Cagli   e  Pergola 
nel  i83g,  per  la  cadente  età  e  infermi- 
tà del  predecessore.  Nella  cattedrale  di 
Cagli,  tra  le  reliquie,  si  venerano  i  corpi 
de' ss.  Ponziano  e  Vittore  n)artiri,  ed  il 
capitolo  si  compone  del  prevosto  e  arci- 
diacono dignità,  di  12  canonici  compre- 
si il  teologo  e  il  penitenziere,  e  di  4  man- 
sionari. L'episcopio  è  propinquo  alla  cat- 
tedrale, ov'  è  la  cura  amministrata  dal 
preposto  e  da  un  vicario,  con  battisterio; 
avvi  altra  parrocchia,  4  conventi  di  re- 
golari, 2  monasteri  di  monache,  confia- 
teinite,  orfanotrofio,  ospedale,  monte  di 
pietà  e  seminario.  Le  diocesi  di  Cagli  e 
Pergola  si  estendono  in  circa  37  miglia  e 
contengono  molti  luoghi.  Ogni  nuovo  ve- 
scovo è  tassato  ne'libridi  camera  in  fiorini 
320;  e  come  le  rendite, depuratedaipesi, 
ascendevano  a  più  di  scudi  i  200,  Grego- 
rio XVI  vi  aggiunse  scudi  3oo  di  pensio- 
ne annua  al  vcscovoattuale,  anche  in  con- 
trassegno di  slima  e  benevolenza,  da  pa- 
garsi dall'amministrazione  delle  rendile 
dell'abbazia  di  s.  Lorenzo  in  Campo.  Di 
questa  Gregorio  XVI,  dopo  la  morte  del 
cardinal  Albani  che  n'era  commendata- 
rio, ne  soppressela  giurisdizione  spiritua- 
le, che  aggiunse  alla  diocesi  di  Pergola, 
mentre  ne  affidò  l'amministrazione  eco- 
nomica ai  monaci  cistcrciensi,  con  la  cor- 
risposta  di  alcune  migliaia  di  scudi  di 
pensioni,  e  l'obbligo  di  somministrare 
annui  scudi  i5o  al  seminario  di  Pergo- 
la pel  mantenimento  gratis  di  3  chierici 
poveri  scelti  e  nominati  dal  rispettivo  ve- 


PER 

scovo  ili  Pergola  ed  apparlenenli  ai  co- 
muni di  s.  Lorenzo,  s.  Andrea  e  INIonlal- 
f'oglio.  Quanto  alle  notizie  storiche  di  Per-  ' 
gola,  abbiamo:  Egidio  Giannini,  Memo- 
rie ìsloriche  di  Pergola  e  degli  uomini 
illitslri  di  essa,  Urbino  lyS^.  Gli  fu  ri- 
sposto (daLuc'Antotiio  Gentili  di  Torri- 
cella  professore  di  belle  lettere  in  Gub- 
bio )  con  la  Leltera  coiUenenle  la  disa- 
ìuiiia  delle  memorie  ìitoriche  dì  Pergola, 
Gubbio  1733.  Il  Giannini  (aiutato  dal 
d/  Ginevri  di  Pergola)  replicò  con  la  Ri- 
sposta dell'autore  delle  memorie  istori- 
che  di  Pergola,  alla  Lettera  della  disa- 
mina  delle  medesime,  Pesaro  17 34-  In- 
di fu  pubblicala  (dallo  stesso  Gentili)  la 
Difesa  della  disamina  del  signor  N.  IV. 
viltadino  di  Gubbio,  aggiuntoi'i  un  com- 
pendio cronologico  degli  ai'i'cnimenti  del- 
la terra  di  Pergola,  ed  un'appendice  di 
documenti  antichi,  Venezia  1737.  Seb- 
bene il  p.  ab.  Ranghiasci,  nella  Bihliogr. 
dello  stato  pont.,  affermi  che  gli  avver- 
sari conservarono  poi  un  silenzio  recipro- 
co, nel  Supplemento  registra  :  Risposta 
dell'amico  alla  Lettera  contenente  la  di- 
samina delle  memorie  istoriche  di  Per- 
gola, senza  data. 

Trovandosi  compreso  nella  diocesi  di 
Pergola  e  da  essa  distante  q  miglia,  il  ce- 
lebre monastero  Avellanense,  presso  il 
famoso  Monte  Catria,e  già  com'esso  del- 
l'antico territorio  e  diocesi  di  Gubbio,  ed 
essendo  uno  de' monasteri  piìi  antichi  e 
venerabili  d' Italia,  ne  darò  un  cenno. 
Prima  \a  notato,  ch'ebbe  varie  deno- 
minazioni, cioè  di  s.  Benedetto  dell'Avel- 
lana ,  di  eremo  di  s.  Andrea  apostolo, 
nel  1080  fu  detto  di  s.  Croce  di  Fonte 
Avellana  ch'è  l'attuale,  mentre  su  di  es- 
se può  vedersi  Avellana.  Si  eleva  in  for- 
ma di  castello  l'ampio  fabbricato,  sulla 
falda  del  monte  Catiia,  chiamalo  da  Pli- 
nio r  altissimo  fra  gli  Apennini,  dal  p. 
Boscovich  il  più  alto  di  essi,  e  dall'Ansi- 
dei  si  calcola  il  suo  cacume  sopra  il  li- 
vello del  mare  circa  55oo  piedi  parigi- 
ni.  Questo  monte  di  spaventose  balze 


PER  io3 

ed  enormi  dirupi,  è  lutto  di  vivo  scogho, 
di  folla  selva  vestito,  (juasi  sempre  cin- 
to sul  vertice  di  densa  nebbia,  e  talvolta 
nel  maggio  è  ancora  coperto  di  nevi  :  per 
molti  geologi  e  naturalisti  il  monte  fu  og- 
getto di  profondi  sludi  ,  come  conosciu- 
to contenere  un  copiosoe  importante  de- 
posilo d'interessanti  cose:  per  tale  lo  rico- 
nobbe ed  egregiamente  descrisse  il  camal- 
dolese Bellenghi  dottissimo.  1  monti  d'in- 
torno formano  solitarie  foreste,  onde  il 
luogo,  veramente  proprio  della  vita  soli- 
taria e  contemplativa,  sembra  disgiunto 
dall'umano  consorzio- Il  monastero  inspi- 
ra tenera  divozione,  ed  è  chiamalo  l'a- 
silo della  più  grande  ospitalità,  che  i  mo- 
naci concedono  cortesemente  per  tre  gior- 
ni a  chi  si  reca  a  visitare  il  santo  luogo, 
oltre  la  quotidiana  dispensa  di  pane  e 
companalico  che  fanno  ai  poveri  delle  vi- 
cinanze. Oltre  la  soninia  tranquillità  di 
spirilo  che  ivi  si  gode,  si  respira  un'aria 
assai  salubre.  L'-ngresso  del  maestoso 
monastero  è  preceduto  da  un  portico  con 
suo  piazzale.  La  chiesa  è  di  gotica  ar- 
chileltùra,  con  un  coro  spazioso,  ed  è 
sacra  alia  ss.  Croce  ed  a  s.  Andrea  apo- 
stolo: la  torre  campanaria  è  ben  intesa, 
costrutta  di  pietre  vive  scalpellale  del 
luogo.  La  sagrestia  è  veramente  magni- 
llca,  pel  vago  pavimento,  per  gli  elegan- 
ti armadi  di  noce  abbelliti  da  dorature, 
per  le  pitture  della  volta  del  celebre  can. 
Lazzarini  pesarese;  ivi  si  conservano  de- 
corose suppellettili  sacre  e  preziosissime 
reliquiedi  santi,  massimequelladella  vera 
croce,  da  Costantinopoli  portata  nel  mo- 
nastero camaldolese  dell'isola  di  s.  Miche- 
le di  Murano  presso  Venezia,  e  nel  1 8^3 
donata  alla  chiesa  dal  cardinal  Zurla  ab- 
bate generale  de'camaldolesi.  Di  questa 
insigne  reliquia  esiste  una  dissertazione 
del  p.  ab.  Costadoni  camaldolese,  stam- 
pata nella  Raccolta  del  Calogerà  t.  89, 
p.  io5,  ed  a  parte  in  Venezia  nel  1751, 
e  se  ne  parla  pure  nel  t.  6  degli  Annali 
camaldolesi,  ed  in  questi  e  nella  Rac- 
colta si  vede  la  stampa  del  reliquiario 


io4 


PER 


die  la  contiene.  Nella  sagrestia  vi  è  an- 
cora una  bandiera,  con  l'afTigie  dell'im- 
peiatore  Paleologo   ed  iscrizione  greca. 
A'3  settembre  immenso  è  il  concorso  a 
questa  chiesa  per  la  festa  di  s.  Albertino 
piiore  de'camaldolesi  o  meglio  dell'  an- 
tica congregazione  Avellanense,  non  so- 
lo de'popoli  circonvicini,  ma  anche  lon- 
tani: ne'secoli  XV  e  XVI  era  tale  il  pio 
entusiasmo  per  la  festa,  che  il  Valeman- 
ni  riportato  dal  Bollando  e  dai  citati  /an- 
nali, afferma  che  i  divoti  ascendevano  fi- 
no a  1  OjOoo,  provenienti  eziandio  dal- 
l'Umbria e  dalla  Marca.  Il  chiostro  del 
monastero  è  formato  ad  archi  acuti  di 
uno  stile  sodo  e  pesante,  e  tutto  il   fab- 
bricato è  da  riguardarsi  per  l'architettura 
solidissima,  creduta  dei  secolo  XVI  cir- 
ca. E  assai  ben  costrutto  il  braccio  del- 
l'ospizio, ed  è  smisurata  l'ertezza  de'suoi 
muri.  Il  refettorio  forma   un  paralello- 
grammo  semplice  e  dignitoso,  capace  di 
ICQ  monaci,  avendo  sopra  l'ingresso  un 
pulpito  vaghissimo  di  noce  per  la  lettu- 
ra della  mensa,  corrispondente  ai  sedili 
di  legno  simile,  sorretto  da  eleganti  co- 
lonnette ;  ma  l'oggetto  piìi  impoitanteè 
la  pittura  in   tela,  che  comprende  tutto 
il  n)urodi  fronte,  rappresentante  il  mar- 
tirio di  s.  Andrea,  copia  di  quella  di  Gui- 
do Reni  esistente  nella  seconda  chiesina 
di  s.  Gregorio  in  Roma ,  ed  eseguita  nel 
j622  da  Giorgio  Giuliani  di  Civita  Ca- 
stellana, con  maniera  dignitosa  e  vaghe 
tinte.  Inoltre  nel  refettorio  è  un'antica  im- 
magine in  tela  di  Guidone  d'Arezzo,  col- 
r  iscrizione  :  h.  Guido  lui jiis  luonaslevii 
alninnus  iin'enlor  iti,  re,  mi,  fa,  sol,  la. 
Ma  il  pittore  si  fìgiuò  un  musico  della  sua 
età,  poiché  la  carta  che  gli  pose  in  ma- 
no con  alcune  note  musicali  è  a  cinque 
righe  con  due  canoni  di  minime,  men- 
tre al  tempo  di  Guido  non  v'  erano  le 
cinque  linee,  ma  una  o  gialla  o  rossa  se- 
condo la  chiavei  e  le  altre,  se  vi  fosse  sta- 
to bisogno,  si  traevano  collo  stilo  ne'pic- 
coli  libri  che  allora  usavano  in  pergame- 
na; inoltre  non  si  conoscevano  le  miui- 


PER 
me  e  molto  meno  il  canone,  come  avverte 
mg."^  Alfieri,  già  oblato  camaldolese, /li- 
stabil.  del  caule  e  della  musica  eccl.  §  7 
(seguendo  il  quale,  a  Musica  sacra  e  par- 
lando di  Guido  dissi  in  che  fu  beneme- 
rito,non  però  inventoredell'esacordo  me- 
morato e  de'  punti).   Nel  voi.  6,  p.  284 
degli  J liliali  delle  scienze  religiose,  serie 
2.',  si  legge  che  di  recente  nella  biblio- 
teca della  facoltà  di  Montpellier   si  tro- 
vò l'Antifonario  di  s.  Gregorio  colle  no- 
te in  lettere,  uno  degli  esemplari  che  Pa- 
pa Adriatio  I  donò  a  Carlo  Magno,  ov- 
vero copiato  da  uno  de'  cantori  romani 
inviati  in  Francia  in  quell'epoca;  osser- 
vandosi, die  Guido  d'Arezzo  ne  ignorò 
l'esistenza.  Giova  avvertire,  che  altre  vol- 
te si  è  detto  d'essersi  fatta  tale  scoperta, 
senza  che  ninna  se  ne  verificasse:  spero 
che  il  Danjou  autore  di  quella  di  Mont- 
pellier, sia  slato  più  fortunato  de'prece- 
denli   rilrovatori.  Nel  monastero  vi  è  il 
noviziato,  ed  una  biblioteca  fornita  di  va- 
sta raccolta  d'opere  di  ss.  Padri,  di  ca- 
nonisti, liturgici,  ascetici,  e  di  varia  let- 
teratura. Nella  gran  sala  contigua  si  ve- 
de il  busto  assai  somigliante  di  Dante  con 
analoga  iscrizione,  celebrante  come  quel 
principe  dell'italiana  poesia  si  rifugiò  nel 
monastero,  onde  se  ne  mostra  la  stanza 
da  lui  abitata,  e  vi  compose  gran  parte 
della  Divinacomniedia  :  si  vuole  che  quel 
sommo,  con  allusione  alla  topografia  del 
luogo  rispetto  al  Catria,  componesse  il 
verso,  genie  cui  sì  fa  notte  innanzi  sera. 
Anticamente  fu  estesissima  la  possiden- 
za del  monastero,  imperocché  il  suo  do- 
minio dal  Catria  si  prolungava  fin  quasi 
all'Adriatico,  e  la  valle  considerevole  del 
Cesano,  con  le  abbazie  di  s.  Croce,  di  s. 
Maria  di  Sìlvia  e  di  s.  Lorenzo  in  Cam- 
po, cui  spettavano  i  castelli  di  MonteRa- 
do,  Barbara  e  Castel  Leone:   possedeva 
pure  diverse  chiese,  celle,  eremi  e  pode- 
ri nella  Marca  ed  altrove. 

Da  una  lapide  esistente  nel  monaste- 
ro licavasi  ch'esso  fu  fondalo  da!  b.  Lan- 
dolfo Pamphilj  di  Gubbio,  che  altri  di- 


PER 

cono  figlio  di  Cessone  nobile  i^crniano,  iiul 
c)<So  o  nel  i  ooo  circa,  discepolo  di  s.  Ro- 
mualdo fondatore  de'  Cdiiialdolesi  (K.) 
e  del  monastero  di  s.  Vincenzo  di  Citra 
alle  radici  del  Catiia,  distante  due  niii,'!ia 
dall'  Avellanense.  Da  esso  il  b.  Lodcjlfo 
prese  i  documenti  della  vita  eremitica  e 
ricevette  le  costituzioni  per  l.i  congrega- 
zione dell'  A^'cilana  [V.)  che  istituì  nel 
monastero  con  regola  di  s.  Benedetto,  dal- 
la quale  derivarono  i  monaci  celalimj 
quujdi  il  monastero  Avellanense  diven- 
ne scuola  di  sanlilà  e  di  dottrina,  fìoren- 
tissima  per  esemplarità  e  disciplina,  [ier 
cui  r  istituto  mollo  si  prop:igò  in  altri 
monasteri  e  priorati,  princi[)aUnente  pel 
suo  monaco  e  poi  cardinale  s.  Pier  Da- 
ììiianijaì  cui  tempo  convivevano  insieme 
1  2  santi.  In  segno  di  benevolenza  verso 
il  cardinale,  s.  Gregorio  VII  nel  loyljcon 
Inolia  assunse  sotto  la  protezione  della  sede 
apostolica  il  monastero  Avellanense.  Nel 
1  320  fu  dichiaralo  abbazia  da  Giovanni 
XXll,  ed  Ubaldo  ne  fu  i .°  abbate.  Di- 
venuta commenda, l'ebbe  il  celebre  car- 
dinale Bessarione,  che  abitò  il  monaste- 
ro. Altri  attribuiscono  questa  erezione  a 
Giulio  li,  perchè  conferì  la  commenda  al 
suo  nipote  cardinale  R.overe,  e  fu  bene- 
merito dell'  edifìzio,  come  rilevasi  dagli 
stemmi.  Pei  molivi  detti  a  Avellala, s.  Pio 
Y  colla  bolla  Quaiiluni  animus^  de'  io 
dicembre  i  56q,  Bull.  Rom.  t.  4)  P'"'-  3, 
p.  2  2q  appendix ,  soiipresse  la  congrega- 
zione dell'Avellana,  e  concesse  il  mona- 
stero di  s.  Croce  e  sue  appartenenze  ai 
camaldolesi  della  congregazione  di  s.  Mi- 
cJiele  di  Murano.  Così  finì  una  congie- 
gazione^  da  cui  uscirono,  secondo  l'iscri- 
zione esistente  nel  monastero,  circa7G  san- 
ti, 55  vescovi,  4  cardinali,  e  i  Papi  Cele- 
stino II,  Innocenzo  III,  s.  Celestino  V  e 
Giulio  Il,i  quali  vi  erano  dimorati  in  qua- 
lità di  oblati.  Privilegi  insigni  accorda- 
rono a  questo  celebre  ritiro  Silvestro  li, 
s.  Gregorio  VII,  Eugenio  111,  s.  Celesti- 
no V,  ìMartino  Y  ed  Eugenio  IV;  fra 
gl'imperatori  benefattori  del  medesimo 


PER  io5 

si  segnalarono  Ottone  li.  Ottone  III,  s. 
Enrico  II,  Enrico  HI,  Einico  IV  e  Fe- 
derico I.  Quindi,  come  notai  ad  Avella- 
na, Gregorio  XIII  nel  1578  applicò  i  be- 
ni della  congregazione  Avellanense  al 
Collegio  Gerwifl/i/ro(^.).  Rifiorì  il  mo- 
nastero pei  camaldolesi,  sotto  i  quali  di- 
venne nuovo  ricetto  di  santità  e  dottri- 
na. Nel  i8o5  ne  fu  fatto  abbate  il  p.  d. 
Albertino  Bellenghi(lo  celebrai  nel  voi. 
XXV,  p.  3  16),  che  illustrò  colle  sije  o- 
pere,  e  pel  credito  che  godeva  conservò 
all'  ordine  il  monastero  nell'  invasione 
fiancese,  salvando  molti  codici  e  perga- 
mene delle  vicine  contrade.  Per  non  dire 
di  altri,  ne  fu  pure  abbate  il  p.  d.  Am- 
brogio Bianchi,  creato  cardinale  dal  cor- 
religioso  Gregorio  XYI.  Questi  da  abba- 
te camaklulese  vi  fu  due  volte,  la  i.^ nel- 
l'agosto i8i4  ritornando  a  Pioma,  la  2.^ 
nel  settembre  iHaS  pel  capitolo  genera- 
le, e  vi  dimorò  circa  1  5  giorni  ;  «cospiran- 
done la  dimora  nel  suo  memorabilee  spi- 
noso pontificato,  soleva  dirmi:  /Ih! quan- 
to i'oloiitieri  andrei  a  fare  il  sagrestano 
all' A'.'ellana  !  Nel  n.°  74  del  Diario  di 
Roma  i83r,  si  legge  il  modo  col  quale 
i  camaldolesi  avellaniti  festeggiarono  l'e- 
saltazione alla  cattedra  di  s.  Pietro  del 
virtuoso  e  dottissimo  Gregorio  XYI,  in 
un  all'elegante  iscrizione  dettata  per  la 
circostanza  dal  p.  d.  Gianfoi  te  IMarini,  di 
che  fa  memoria  anche  il  Costanzi,  L'os- 
servatore di  Roma,  suppl.  al  t.  i,  p.  3. 
Dipoi  al  gran  Pontefice  eressero  marmo- 
rea iscrizione,  ed  il  suo  busto  di  ferro  fu- 
so in  Roma,  fu  dono  dello  stesso  Papa. 
Del  monastero  di  Avellana  e  del  Monte 
Catria  scris-^ero,  oltre  gli  Annali  camal- 
dolesi: \.uh\n,  Abbat.  Ttal.p.36;  Sarti 
camaldolese,  De  episcopis  eiignbiiiìsj  Fa- 
rulli  camaldolese  nella  Cronaca  stampa- 
ta in  Siena  nel  i6o3;  il  p.  d.  Isidoro 
Bianchi  nell'  Elogio  del  p.  Fromond  fe- 
ce una  belli>sima  descrizione  deli'  Avel- 
lana, riportata  in  gran  parte  dal  Lancet- 
ti  nella  Biogr,  degli  scrit.crem.\o\.  1;  p. 
ab.  Ecllenghi,  Riflessioni  sul  granilo  e 


loG  PER 

^neisso  di  l  CaLria  ,  Macerata  1 8 1  3  ; 
Fossili di-l  Calila  e  de  monti  adiacenti j 
Koma  1819;  Articolo  di  alcuni  oggetti 
inineralog'ci  riin'ennti  nel  Catria,  Fa- 
Jjiiano  1 82  I  ;  Risposta  ad  un  articolo,  ec, 
ivi  1823.  Giuseppe  ]Marocco  ^  Topogra- 
fìa e  cenni  storici  del  monastero  Avella- 
nense,  Roma  i832.  Conte  Francesco  An- 
zidei,  Il  monte  Catria,  versi,  Perugia 
i838.  Conte  Giovanni  Marclielli,  Una 
notte  di  Dante  ^cantica  in  terza  rima,  Fi- 
renze 1839. 

PERIECIDE.  Sei\e  vescovile  d'Egit- 
to. Oriens  chr.  t.  2,  p.  639. 

PERIGORD  TALLEYRAND  Elia, 
Cardinale.  De'conti  sovrani  di  Perigord 
die  avea  per  capoluogo  Perigueux  ,  da 
arcidiacono  di  quella  chiesa  e  poi  di  Ri- 
chemond  diocesi  di  York,  nel  1 324  eletto 
\escovo  di  Limoges, e  neli  328  consagra- 
to dal  Papa  e  trasferito  ad  Auxerre,  come 
parente  di  quasi  tutti  i  principi  di  Fran- 
cia, ad  istanza  del  re,  Giovanni  XXII  a' 
25  maggio  i33i  solo  lo  creò  cardinale 
prete  dis.  Pietro  in  Vincoli,  e  Clemente 
YI  nel  1343  lo  fece  protettore  de' mi- 
nori, e  nel  i348  vescovo  d'  Albano.  A- 
vendo  il  nipoteCarloDurazzo,  nipote  pu- 
re di  Carlo  li  re  di  Napoli,  rapita  Maria 
d'Angiò  sorella  di  Giovanna  I,  perla  pa- 
rentela il  cardinale  s'interessò  per  la  di- 
spensa. Quando  poi  fu  ucciso  Andrea  ma- 
rito di  Giovanna  I,  il  fratello  del  defunto, 
Lodovico  I  re  d'Ungheria,  credette  com- 
plice Carlo  cognato,  ed  anche  il  cardina- 
le onde  agevolare  il  trono  al  nipote,  ma 
Clemente  VI  ne  provò  l'innocenza.  Quin- 
di pel  suo  gran  senno,  valore,  dottrina, 
prudenza  e  condotta  irreprensibilesigua- 
tlagnò  tale  imputazione  che  cooperò  all'e- 
lezione dell' imperatore  Carlo  IV  ^e  di 
Papa  Innocenzo  VI.  Questi  lo  destinò  nel 
]  356  legato  a  pacificare  i  re  di  Francia 
e  Inghilterra,  e  solo  ottenne  tregua;  nel 
1357  ritentò  col  primo,  ma  fu  cacciato; 
indi  lo  inviò  legato  nel  i358  a  restituire 
amici  il  delfino  ed  il  re  di  Navarra,  sen- 
za fruito.  Pacificali  da  Urbano  V  i  redi 


PER 

Francia  e  Inghilterra,  e  dovendo  jiaili- 
re  essi  per  la  crociala  di  Palestina,  il  car- 
dinale venne  deputato  in  legato;  ma  per 
la  morte  del  re  francese  non  ebbe  elFet- 
lo.  Incaricato  con  due  altri  colleghi  di 
esaminar  Cola  di  Rienzo,  questi  fu  resti- 
tuito in  libertà,  forse  a  premura  del  Pe- 
trarca, che  chiamò  questo  cardinale  ful- 
gida stella  della  chiesa  militante.  Fondò 
in  Tolosa  il  collegio  Perigord  per  istruir- 
vi nella  legge  i  giovani,  poi  perfezionato 
da  Gregorio  XI,  ed  in  Perigueux  il  ma- 
gnifico monastero  di  Vallcchiaia  pei  cer- 
tosini, con  pingui  rendite,  istituendo  nel- 
la chiesa  di  s.  Frontone  12  cappellanie. 
Con  influenza  fu  a  4  conclavi,  e  morì  in 
Avignone  nel  i364)  d'anni  63  circa.  Il 
cadavere  dalla  chiesa  de'  francescani  fu 
portalo  a  s.  Frontone  di  Perigueux. 

PERIGORD  TALLEYRAND  Ales- 
sandro Angelico,  Cardinale.  Nacque  in 
Parigi  a*i8  settembre  ij^j  e  fu  alleva- 
to nel  collegio  di  Flèche  e  nel  seminariodi 
s.  Sulpizio.  Nel  1762  ebbe  l'abbazia  di 
Gard,  indi  cappellano  del  re  e  gran  vi- 
cariodi  Verdun;  nel  1 766  Clemente  XIII 
lo  fece  arcivescovo  di  Traianopoli  e  coa- 
diutore di  quello  di  Reims,  ed  il  re  nel 
1769  lo  nominò  all'abbazia  di  Haulvil- 
liers.  Nel  1770  incominciò  a  supplire  al 
coadiulo,  e  neli777gli  successe;  dimise 
ie  sue  abbazie,  ed  ebbe  quella  di  s.  Quin- 
tino, affidando  il  suo  seminario  ai  sulpi- 
ziani.  Procurò  asilo  ai  vecchi  preti,  soc- 
corse i  miserabili,  fondò  il  monte  di  pie- 
tà, ed  in  più  modi  incoraggi  le  manifat- 
ture. Fatto  membro  alla  seconda  assem- 
blea de'  notabili,  poi  deputato  agli  stali 
generali,  lottò  contro  le  innovazioni,  sot- 
toscrisse le  principali  proleste  del  la  lo 
destro,  e  pubblicò  scritti  per  difendere  i 
diritti  della  propria  sede.  I  disordini  del 
regno  Io  fecero  ritirare  in  Aquisgrana  e 
successivamenle  ne' Paesi  Bassi,  in  Wei- 
mar e  BrunsAvick.  Allorché  Pio  VII  pel 
concordalo  del  1 80  i  gli  domandò  la  dimis- 
sione, co  qje  altri  rispose  con  dilatorie,ben- 
sì  abbandonò  la  giurisdizione  di  Rciras. 


V  E  R 

luliiuto Luigi  XVIM  lifugialo  iu  ìMillaii, 
io  chiamò  nel  suo  consiglio,  e  nel  i  808 
lo  dichiarò  grande  elcuiosiuiere.  Ripri- 
sliiiato  il  re  nel  i8i4  sul  Irono,  lo  fece 
pari,  e  lo  incaricò  di  propone  i  soggelti 
pei  vescovati.  Nel  i8iG  riniuiziò  alla  se- 
de. Avendolo  il  re  racconìanduto  a  l'io 
AMI  nel  principio  del  pontificalo,  per- 
chè lo  creasse  cardinale,  a  questa  digni- 
tà lo  elevò  il  Papa  a' 28  luglio  1817, 
dell'ordine  de'  preti  ;  gliene  spedì  la  no- 
tizia col  bei  rettine  russo,  perla  guardia 
nubile  Melchiorre  de'  conti  della  Porta, 
fatto  cavaliere  della  legione  d'onore,  e  la 
berretta  per  l'ablcgato  nig."^  L'rancadoro 
(nipote  del  cardinal  omonimo);  poscia  nel 
1."  ottobre  lo  preconizzò  arcivescovo  di 
Parigi.  Il  grado,  l'età  e  la  esperienza  lo 
posero  alla  testa  de' suoi  Culleghi  nelle 
deliberazioni  sugli  all'ari  della  Chiesa  , 
prevalendo  il  suo  parere  nelle  più  im- 
portanti materie.  Per  le  di/licoltà  incon- 
trate pel  concordato  del  18 17,  solo  pre- 
se possesso  della  nuova  sede  nel  iSrg. 
Fece  vari  regolamenti  pel  clero,  si  scelse 
in  coadiutore  Queleu,  ristabilì  ;  ritiri  pa- 
storali, compilò  un  nuovo  breviario  ed 
incoraggi  i  piccoli  seminari.  Caduto  in- 
fermo, il  re  che  1'  avea  avuto  a  compa- 
gno neir  infortunio,  gli  diede  segni  d'af- 
fezione e  premura,  ed  i  principi  del  san- 
gue spesso  circondarono  il  suo  letto.  IVIo- 
rì  a'  20  ottobre  1821,  d'anni  84,  e  fu 
con  solenne  pompa  esposto  nella  metro- 
politana ed  umatonel  coro  accanto  l'ante- 
cessore cardinal  Belloy.  11  prelato  Frays- 
sinous  pronunziò  l'orazione  funebre,  ed 
il  cardinal  Bausset  suo  amico  pubblicò 
una  Notizia  storica. 

PERIGUEUX  (Petrocoricen).  Città 
con  residenza  vescovile  di  Francia,  nella 
Bassa  Guienna,  capoluogo  del  diparti- 
mento della  Dordogna,  di  circondario  e 
di  cantone,  a  106  leghe  da  Parigi,  sulla 
sponda  destra  dell'  Isle,  che  vi  si  passa 
sopra  un  bel  ponte,  in  deliziosa  valle.  Ha 
tribunali  di  i  .'^  istanza  e  di  commercio, 
ed  altre  magistrature.  Circondala  di  nui- 


P]:R  107 

r.i,gli  cdifizi  non  presentano  che  i  rimar- 
chi di  cui  dirò.  JNolabile  anche  perl'an- 
lichitàè  la  cattedrale,  sotto  l'invocazione 
dis.  Frontone  vescovo  e  martire,  sormon- 
tata da  una  torre  quadrata  terminala  a 
piramide:  ivi  si  osserva  un  rilievo  di  le- 
gno di  prezioso  lavoro,  rappresontanle  la 
Annunziazione  di  Maria,  ed  ha  contiguo 
l'ampio  episcopio.  Il  capitolo  si  compone 
di.  8  canonici,  de' quali  sono  dignità  il 
decano  e  lo  scolastico,  il  teologo  e  il  pe- 
nitenziere, di  canonici  onorari  e  di  altri 
jireti  e  chierici.  Un  canonico  funge  l'tif- 
fizio  di  parroco,  essendovi  il  fonte  bat- 
tesimale, il  quale  lo  hanno  pure  le  allie 
due  chiese  parrocchiali.  Vi  sono  4  "k^* 
nasleri  di  monache,  alcune  confraterni- 
te, l'ospedale,  il  seminario,  il  collegio  co- 
munale con  collezione  di  strumenti  di 
fìsica,  biblioteca,  museo  di  storia  natu- 
rale e  di  oggetti  d'antiquaria,  orlo  bota- 
nico, società  d'agricoltura,  teatro,  bagni 
pubblici  e  [)arecchi  passeggi  ne'  contor- 
ni della  città.  Vanta  florido  comhiercio, 
abbondanza  di  commestibili,  diverse  fab- 
briche, ed  i  pasticci  di  tartudl  si  spedi- 
scono per  tutta  la  Francia.  E'  pallia  di 
diversi  uomini  illustri,  del  celebre  car- 
dinal Perigord,  dello  sventurato  Aymar 
de  Ranconnel  presidente  del  parlamen- 
to di  Parigi, edi  La  Grange-Chancel  anlo- 
i"e  delle  venefiche  Filippiche.  Pei  iguenx. 
è  una  città,  che  per  così  dire  ha  vissu- 
to tre  volle,  e  le  sue  tre  età  si  mostrano 
con  tratti  dislinti  nelle  sue  varie  fabbri- 
che. Ad  ogni  passo  ivi  s'incontrano  fac- 
ciate che  rammentano  i  diversi  stili  dei 
secoli  posteriori  al  XII.  La  fondazione 
di  Festina,  alla  quale  succedette  la  cit- 
tà attuale,  è  incontrastubilmente  dovuta 
ai  galli,  de'quali  era  una  delle  primarie 
cillà  nel  paese  i\tPiirocorii,  onde  prese 
l'odierna  il  nome  di  l'csunae  Peli  oca- 
riunì.  Nel  luogo  ove  fu  la  città  de'pelroco- 
rii,  i  cui  abilaiili  lavoravano  il  rame  con 
tanta  maestria  quanloil  ferro,  abbondan- 
ti sono  le  antichità.  Dopo  la  conquista 
de'rotnani,  essi  ne  fecero  il  centro  d'un 


io8 


V  E  11 


viislo  (cniloiio  e  si  conipiacqiicio  in  a- 
doiiiaila  e  abbellirla  ;  ma  tli  ludi  gli  aii- 
lichi  nionumenli,  di  rimarchevole  più 
non  si  vede  che  qualche  vestigio  d'  un 
onfìtealro,  ed  una  torre  o  vasta  rotonda, 
che  credesi  avanzo  d'un  tempio  di  Ve- 
nere :  oltre  la  celebre  torre  di  V'esnna,è 
degno  rammentarsi  il  castellodiBarriere, 
pei  vecchi  rimasugli  di  lutti  i  tempi,  ove 
lutti  gli  stili  architettonici  han  lasciato  le 
loro  impronte,  romano,  gallo,  gotico,  del 
risorgimento  e  moderno.  Perigiieux  ca- 
pitale dell'antica  provincia  di  Perigurd, 
nel  i5j5  per  le  guerre  di  religione,  vi- 
<le  dagli  ugonotti  rovinata  anclie  la  cat- 
tedrale dis.  Stefano,  che  sebbene  in  par- 
ie rifabbricata,  poco  dopo  divenne  cat- 
tedrale l'odierna,  già  con  monastero  fon- 
dala ad  onore  di  s.  Frontone  nel  secolo 
"N  II  :  secolari/ziita  nel  XH,  la  mensa  ab- 
baziale  fu  unita  al  vescovato,  ei  due  ca- 
pitoli si  fusero  in  uno,  con  8  dignilà  e  34 
tanonici.  La  città  fu  presa  e  ripresa  utile 
guerio  e  segnatamente  nel  iG5i  dal  pi  lu- 
ci pe  di  Condè,  però  il  suo  presidio  nel 
i653  fu  costretto  rendersi  a  Bodin,  pro- 
curatore della  città,  alla  testa  degli  abi- 
tanti. La  sede  vescovile  fu  fondata  nel 
1 .°  secolo  da  s.  Frontone,  the  vi  promul- 
gò il  vangelo,  ne  divenne  l'apostolo,  il 
j .°  vescovo  e  patrono  :  gli  successero  i  re- 
gistrati dal  Clienu  e  dalla  Gallia  cliiìst. 
t.  2.  Guglielmo  del  io8i  fu  di  santa  vi- 
ta; Piinaldo  nel  loqq  in  Antiochia  fu 
ucciso  sull'altare  dai  saraceni;  Guglielmo 
d'Auberoclie  restaiuò  il  monastero  di  s. 
Frontone;  nel  i23o  fiorì  il  cardinal  llai- 
moiulo  de  Foìisj  nel  i447  ^^'''^  Boi  del- 
Ho  poi  cardinale.  Le  Notizie  di  Roma  re- 
gistrano dal  1  ySa  gli  altri.  Nel  i8oi  pel 
concoidalo  Pio  VII  soppresse  la  sede, 
che  nel  1817  ripristinò  e  confermò  suf 
fraganea  di  Pjordeaux  ,  e  nel  i.°  otto- 
bre preconizzo  vescovo  Alessandro  Lo- 
dovico Carlo  Pvosa  de  Lostanges  di  Ver- 
sailles. Gregorio  XVI  nel  i836  dichia- 
rò successore  mg.'^  Tommaso  Goussct 
(ora  cardinale)  di  Besannon,  che  per  a- 


PEPt 
verlo  trasferito  all'arcivescovato  di  Relms 
nel  itS/Jo 5 sostituì  mg.'  Gio.  Battista  Mas- 
sonais,  della  diocesi  diLeMans.  Questo 
zelante  vescovo,  al  modo  che  narrai  nel 
voi.  XXXIX,  p.  62,  nel  184^  ristabilì 
nella  diocesi  la  liturgia  romana.  La  dio- 
cesi è  vasta  e  comprende  il  dipailimeu- 
to  di  Dordoi^na.  0"ni  nuovo  vescovo  è 
tassato  in  fiorini  370. 

PERIODO  GIULIANO  e  DIONI- 
GI ANO.  /'.  Ciclo,  Era,  ed  il  voi.  VI,  p. 

2  33. 

PERISTACIO  o  PERISTASI.  Sede 

vescovile  della  Tracia  sulla  Propontide, 
sotto  la  metropoli  d'Eraclea,  eretta  nel 
IX  secolo.  Divenne  anche  latina.  Oriens 
dir.  t  3,  p.  975. 

PERITÉORIO.  Sede  vescovile  della 
provincia  di  Rodope,  sotto  la  metropoli 
di  'J'raianopoli,  eretta  nel  secolo  IX,  poi 
unila  a  Xanlhia.  Registra  5  vescovi  [' O- 
liciis  rhr.  t.  i,  p.  i2o5. 

PERM  o  PERMSKL  Città  vescovile 
di  Russia,  in  Europa,  capoluogo  del  go- 
verno e  distretto  omonimo,  a  33o  leghe 
da  Pietroburgo  e  2  5o  da  Mosca,  sulla 
sponda  sinistra  della  Kama,  al  coniluen- 
le  del  laguchikha.  E  regolarmente  fab- 
bricala, con  belli  edifìzi,  due  chiese  e  di- 
versi stabilimenti.  I  contorni  hanno  ric- 
che miniere  scoperte  nel  i  723.  Per  la  sua 
posizione  vantaggiosa  lu  eretta  in  città 
nel  1781,  trasferitavi  la  sede  del  gover- 
no e  dell'arcivescovo  di  Pèrm  e  lekate- 
rinburg  ,  che  prima  la  teneva  a  Wolo- 
gda.  I  popoli  che  abitano  la  regione  han» 
no  lingua  e  costumi  particolari,  ed  ab- 
bracciarono il  cristianesimo  verso  il  se- 
colo XVI.  V Oritiis  dir.  t.  I,  p.  i3i3, 
parla  di  3  vescovi:  N.  .  .che  mandato  a 
predicar  in  Pernt  il  vangelo  fu  scortica- 
to vivo;  Stefano  che  seppe  aaimansare 
il  feroce  caraltere  de'permiani  e  persua- 
derli ad  abbracciar  la  religione  cristiana, 
ed  èoiiorato  per  santo  da'moscoviti;  N. . . 
di  cui  fa  menzione  l'Oleario. 

PERPERENE.  Sede  vescovile  nell'i- 
sola di  Lesbo,  sotto  la  metropoli  di  Mi- 


PER 
lilenp,  eretta  nel  IV  secolo.  Orlens  dir. 
t.  I,  p.  709. 

PERPETUA  (s),  inailire.  Giovine 
clama  di  Cartagine,  ch'era  fra*  catecu- 
meni quando  fti  arrestata  dopo  1'  anno 
702,  con  altri  quattro  di  essi,  cioè  Feli- 
cita, ch'era  allora  incinta  di  7  mesi, Re- 
vocato, Saturnino  e  Seconduio,  ai  quali 
si  unì  Saturo,  che  pare  fosse  fratello  di 
Saturnino  ed  aveva  istruito  questi  cate- 
cumeni nella  fede.  Perpetua  aveva  2-2 
anni,  era  maritata  ed  aveva  un  bambi- 
no che  allattava  essa  medesima.  Confes- 
sò generosamente  Gesù  Cristo,  malgra- 
do le  istanze  della  sua  famiglia  e  soprat- 
tutto di  suo  padre,  che  fece  tutti  gli  sforzi 
possibili  per  ismuovere  la  sua  costanza, 
llariano  governatore  della  provincia  la 
condannò  ad  essere  esposta  alle  fiere,  in- 
sieme cogli  altri  ;  ma  prima  di  pronun- 
ziare la  sentenza  avea  fatto  sollVire  una 
crudele  flagellazione  a  Satiu'o,  a  Satur- 
nino e  a  Revocato,  ed  avea  eziandio  fatto 
battere  in  viso  Perpetua  e  Felicita  :  sem- 
bra che  Seconduio  fosse  morto  in  pri- 
gione, non  essendosi  più  parlato  di  lui. 
Il  governatore  dilTerì  il  loro  supplizio  si- 
no a'  giuochi  che  doveansi  celebrare  nel- 
la festa  di  Gela,  che  1' imperatore  Seve- 
ro suo  padre  avea  crealo  cesare.  Giunto 
il  giorno  del  trionfa,  furono  tratti  dalla 
prigione  per  essere  condotti  all'anfitea- 
tro, ove  s'incamminarono  con  gioia.  Qui- 
vi furono  esposti  a  varie  fiere,  e  quelli 
che  nonrestaronomorti  in  tale  supplizio, 
furono  sgozzali  nell'  anfiteatro  medesi- 
mo ;  Perpetua  ricevette  1'  ultimo  colpo 
dalle  mani  di  un  gladiatore.  Questo  glo- 
rioso martirio  avvenne  ai  7  di  marzo,  se- 
condo i  più  antichi  martiiologi.  1  loro 
corpi  erano  ancora  nel  V  secolo  nella 
chiesa  grande  di  Cartagine.  I  nomi  di  s. 
Perpetua  e  di  s.  Felicita  sono  stali  inse- 
riti nel  canone  della  messa.  Queste  due 
sanie  composero  la  prima  parte  degli  atti 
del  loro  martirio  e  di  quello de'Ioro  com- 
pagni,cioèfinoal  dì  innanzi  laloromorte. 

PERl'ETUO  (s.),  vescovo  di  Tours. 


PER  109 

Discendeva  da  una  famiglia  senatoria  e 
possedeva  grandi  beni,  le  cui  rendite  im- 
piegò ad  utilità  della  Chiesa  e  a  sollie- 
vo degl'  infelici.  Collocato  sulla  sede  di 
Tours  verso  il  /'[Ga,  diedesi  a  tutto  po- 
tere a  far  fiorire  la  pietà  nella  sua  dio- 
cesi ;  convocò  molli  sinodi,  in  cui  instituì 
delle  savissime  regole  ;  fece  fabbricare 
una  nuova  chiesa  a  s. Martino,  nella  qua- 
le trasportò  il  corpo  di  questo  santo,  fa- 
cendone la  solenne  dedicazione  a'  4  lu- 
glio 473.  Nel  suo  testamento,  lasciato  in 
legato  la  sua  bdjlioleca  ed  alcuni  fondi 
alla  sua  chiesa,  chiamò  suoi  eredi  i  po- 
veri. Morì  a'  3o  dicembre  49")  ovvero 
agli  8  aprile  4<1'>  ^  ^"  seppellito  nella 
chiesa  di  s.  Martino.  La  sua  festa  è  in- 
dicala al  primo  di  questi  giorni  da  Floro 
e  da  altri  martirologisli  antichi;  ma  U- 
suardo  e  il  martirologio  romano  ne  fan- 
no menzione  il  dì  8  di  aprile. 

PERPIGNANO  [Elncn).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  di  Francia  e  forte,  an- 
tica capitale  del  Roussillon  o  Rossiglione, 
capoluogo  del  dipartimento  dei  Pireiiei 
oiientali,  di  circondario  e  di  due  canto- 
ni, a  I  2  leghe  da  iVarbona  e  '>oo  da  Pa- 
rigi, sulla  sponda  destra  del  Tel,  che  vi 
si  varca  sopra  due  ponti,  al  confluente 
della  Basse.  Vi  sono  tribunali  di  i."  istan- 
za e  di  commercio,-  e  diverse  magistra- 
ture. E  situata  parte  in  pianura  e  par- 
te sul  pendio  d'una  collina,  suU' unica 
grande  comunicazione  della  Francia  con 
la  Spagna  da  quel  lato;  le  sue  fortilica- 
zioni  consistono  in  una  cinta  murala,  mu- 
nita di  bastioni  e  difesa  da  alcune  opere 
avanzale,  ed  in  una  cittadella  fortissima 
che  domina  la  città  al  sud  ed  i  contor- 
ni. l*eipignano  distinguesi  in  città  vec- 
chia e  citlà  nuova,  ed  in  sobborgo  di  No- 
stra Signora  ossia  della  IMadonna.  Non  vi 
sono  importanti  edifizi,  bensì  è  notabile 
quello  della  cattedrale  sotto  l'invocazio- 
ne di  s.  Gio.  Rallista,  di  splendida  strut- 
tura antica,  con  fonte  battesimale.  Nel- 
l'ultima proposizione  concistoriale  si  di- 
ce che  d  nuovo  vescovo  dovea  erigere  il 


no  PER 

capitolo:  r  finlico  fuiiiiavasi  ili  4  ('igni- 
tari,  di  cui  3  aicicliacniii  ,  e  21  canoni- 
ci, ritlotto  poi  a  12  canonici  che  sem- 
bra l'alluale.  Un  parroco  esercita  la  cu- 
ja  delle  anime  :  l'episcopio  è  contiguo  al- 
la cattedrale.  Vi  sono  altre  4  chiese  par- 
rocchiali con  baltislcrio,  essendo  la  prin- 
ci[)ale  quella  della  ÌNIadonna.  Delle  i3 
comunità  religiose,  ninna  piti  esiste;  ed 
i  gesuiti  vi  aveano  collegio  e  seminario. 
In  vece  di  questo  ultimo  evvi  un  colle- 
gio con  circa  So  alunni.  Inoltre  vi  sono, 
collegio  comunale  con  gabinetto  di  fisi- 
ca, collezione  di  oggetti  di  storia  natu- 
rale, pubblica  biblioteca;  scuole  di  dise- 
gno, d'architettura  e  di  musica;  società 
«l'agricoltura,  giardino  botanico  in  cui  si 
flinno  corsi  scientifici;  un  semenzaio  di- 
partimentale, un  ovile  reale  di  pecore 
dette  merini,  un  deposito  di  stalloni  ;  il 
teatro  e  la  zecca  lettera  Q.  l'ossiede  di- 
versi belli  passeggi,  lungo  il  gran  leiraz- 
zo  eh  e  ci  ICO  n  da  la  città,  2  bei  stabilimenti 
di  bagni,  fabbriche  di  panni  e  stoffe,  ed 
è  centro  di  gran  traffico  di  vino,  di  liquo- 
ri ed  altio.  Tra' suoi  uomini  illustri  no- 
minerò Jean  Blanc,  che  nel  1747  difese 
Perpignano  con  singolare  ostinazione,  il 
generale  Dugommier,  il  pittore  Pvigaud; 
nel  1285  vi  mori  il  re  di  Francia  Filip- 
po HI,  tornando  d'Aragona.  Fertile  è  il 
Itrriloiio,  massime  de'rinomati  vini. 

Perpignano,  Perpim'annm,  Eliìa,\n  o- 
rigine  non  era  che  un  casale  chiamato 
Corech,  il  quale  cresciuto  sotto  i  goti,  di- 
venne poi  capitale  del  Rossiglione.  Suc- 
cessivamente appartenne,  al  pari  di  delta 
provincia,  alla  Francia  ed  ai  re  d'Ara- 
gona :  uno  di  questi  Pietro  IV  vi  fondò 
nel  i349runiversità.  Acquistò  rinoman- 
za per  essei-visi  rifugiato  V Antipapa  Be- 
uedello  XTIIucì  1 4o8jdopo  la  sottrazione 
di  Francia  dalla  sua  ubbidienza,  dichia- 
randolo eretico  e  scismatico.  Da  Genoi'a 
essendosi  portato  a  Porto  Venere,  da  qui 
colle  sue  galere  e  con  4  pseudo  cardinali, 
invece  di  ritornare  in  Avignone,  fece  vela 
per  Cali(HMe,  indi  passò  a  Perpignano  e 


PER 

con  pseudo  bolla  de'  1 5  giugno  vi  convocò 
un  conciliidioio  per  opporlua  quello  di  Pi- 
sa,cheandavanoa  celebrare  i  pseudocar- 
dinali  che  l'aveano  abbandonato, coi  car- 
dinalidi  Grfgor/o A//. Egli  nefecel'aper- 
tura  il  i.°dinovembre,ed  Alfonso  patriar- 
ca di  Costantinopoli  pronunziò  il  discor- 
so; con  questo  e  altri  preliminari  si  disciol- 
se la  i.^  sessione,  stabilendosi  l'altra  pei 
1 5.  In  essa  non  si  fece  che  la  professione  di 
fede.  Nella  3.^  a'2  k  novembre  1'  antipa- 
pa espose  tutto  ciò  che  avea  operato  pei" 
la  pace  della  Chiesa, e  si  esaminarono  gli 
affari  con  2  sessioni.  Nella 5."  a'5  dicem- 
bre, l'antipapa  domandò  ai  padri  se  ap- 
provavano quanto  sino  allora  aveva  fit- 
to. Vari  furono  i  pareri,  e  si  divisero  in 
due  parti;  l'una  opinò  che  Benedetto  XIII 
dovesse  subito  autorizzare  i  suoi  legati  di 
rinunciare  nel  concilio  Pisano  il  pontifi- 
cato ;  l'altra  votò  la  proroga  a  tal  atto, 
e  aspettar  tempo  più  opportuno.  Tra  que- 
sti dispareri  si  ritirarono  dal  conciliabo* 
lo  2  de'7  anticardiuali  intervenuti,  molti 
vescovi  di  Castiglia  ,  Aragona,  Navarra, 
Francia,Gua>icogna  e  Savoia,  che  forman- 
do il  numero  di  120  coi  psi-udo-cardina- 
li,  ne  rimasero  soli  18,  i  quali  diedero  il 
patere,  che  il  preteso  concilio  riconosce- 
va Benedetto  XIII  come  Vicario  di  Ge- 
sù Cristo,  e  che  si  dovessero  inviar  nun- 
zi a  Gregorio  XII  ed  ai  cardinali  in  Pi- 
sa  per  emettere  la  rinunzia  del  papato. 
L'antipapa  nominò  quindi  a'  26  marzo 
i4og  sette  legali,  uno  de'quali  a  Carlo  V£ 
re  di  Francia,  ma  questi  li  fece  arrestare 
a  Nimes  e  ne  intercettò  le  lettere.  L'an - 
tipapa  restò  nella  sua  ostinazione,  giacché 
le  provvidenze  ch'era  stato  costretto  pren- 
dere, erano  simulate,  come  si  può  vede- 
re nel  voi.  II,  p.  208,  per  le  minacce  fat- 
te al  cardinale  Chalant.  Intanto  nel  con- 
cilio di  Pisa  si  deposero  Gregorio  XII  e 
15enedctlo  XIII,  e  dichiaratasi  vacare  la 
sede  romana,  venne  e\eiio  Alessandro  P^ , 
che  riconobbe  i  cardinali  delle  due  ob- 
bedienze e  che  fu  scomunicato  con  Be- 
nedetto XIII  da  Gregorio  XII  nel  conci- 


PER 

lio  ili  Cii'iilnle.  Allora  l'anlipapa  per  sos- 
tenere il  suo  partito,  nel  sellei)i!)re  i4o<) 
creò  i5anticarclinali  the  riportai  nel  voi. 
Ili  ,  p.  2 "2 9.  Ad  Alessandro  V  successe 
Giovanni  XXIII,  sotto  il  quale  convocos- 
si  il  concilio  di  Costanza  per  terminare 
lo  scisma.  Giovanni  XXIII  ne  fuggi  e  fu 
imprigionalo, Gregorio  XII  generosamen- 
te rinunziò  a'4  luglio  i:p  5,  por  cui  l'im- 
peratore Sigismondo  a' 18  luglio  col  fio- 
re della  nobiltà  e  4ooo  cavalieri  partì 
da  Costanza  coi  deputati  del  concilio,  e  si 
recò  a  Pcrpignano  per  invitale  ad  imi- 
tarlo Benedetto  XIII,  ma  inutilmente,  ad 
onta  che  vi  fossero  per  lo  stesso  fine  Fer- 
dniando  1  re  d'Aragona  e  suo  figlio  Alfon- 
so, colla  più  distinta  nobiltà  aragonese, 
al  modo  che  narrai  nel  voi.  II,  p.  209, di- 
cendo pure  come  l'antipapa  nel  novem- 
bre col  suo  seguito  e  partigiani  ,  con  4 
galere  e  con  grosse  squadre  si  ritirò  a 
Panixcoln  (^'.).  Allora  Ferdinando  I,  col 
consiglio  di  s.  Vincenzo  Ferieri,  pubbli- 
cò in  Peipignano  un  editto  pei  suoi  re- 
gni, dichiarando  l'antipapa  scellerato  e 
perturbatore  della  pace  della  Chiesa.  Ve- 
dasi Lod.  Agnello,  Istor.  degli  antipapi, 
t.  2,  p.  223  e  254.  Tra  gli  assedi  da  que- 
sta piazza  sostenuti, il  più  memorabile  è 
quello  del  i474  tl'o'"tf"''G  di  Luigi  XI  re 
di  Francia,  e  solo  si  sottomise  per  la  fame 
iìopo  vigorosissima  dif'e'sa.  Piestiluita  nel 
1493  alla  Spagna,  fu  dipoi  piesa  la  città 
nel  1  G42  da  Luigi  XIII;  in  seguilo  le  for- 
tificazioni furono  migliorale  da  Vauban. 
Sotto  le  sue  mura  nel  i  7q3  gli  spagnuoli 
vennero  sconfitti  dai  francesi  attendati 
ne'contorni. 

La  sede  vescoviledi  Elna  (V.)  fu  fias- 
Icrita  nel  1602  nella  collegiata  di  s.  Gio- 
vanni di  Perpignano,  i  cui  canonici  uni- 
tisi a  quelli  di  Elna  formarono  il  capitolo. 
Questo  si  formò  delle  suddelte  4  dignità, 
di  cui  3  arcidiaconi,  e  2  i  canonici,  i  qua- 
li per  uu  uso  singolare  avevano  diritto 
di  scegliere  coadiutori,  che  si  piovvede- 
vanodi  benefizi  dal  Papa,  facevano  il  ser- 
vigio della  chiesa,  ed  alle  vacanze  succe- 


PER  I  I  f 

devano  ai  canonici.  L'antica  abbazia  dei 
«anonici  regolari  della  Madonna  dt;  la 
Reale  inseguito  fu  secolaiizzata:  nella 
diocesi  eranvi 4 commende  di  Malta.  Cle- 
mente IX  conferì  la  nomina  del  vescovo 
al  re  di  Francia,  ciò  che  meglio  dichiarò 
Alessandro  VI  il, dopo  la  controversia  del- 
le franchigie  e  regalie.  Oltre  i  primi  ve- 
scovi riportati  a  Eina  ,  celebie  pei  suoi 
concilii  Illiberitani,s\  può  vedere  la  Gal' 
Ha  dir.  l.  6,  p.  i63i.  Ecco  i  registrali 
òaWe  Notizie  di  Roma.  1742  Carlo  Fran- 
cesco Alessandro  de  Cardeval  de  Goy 
d'Harincourt  di  Noyon.  1783  Gio.  Ga- 
briele d'Agay  di  Besancon,  già  di  Canopo 
in  parlibiis,  succeduto  per  coadiulorin. 
I  788  Antonio  Felice  de  Leyris  d'Espon- 
chez  di  Ninies.  Nel  concordalo  del  i8oi 
Pio  VII  soppresse  la  sede,  indi  nel  181 7  la 
vistabilì,'dichiarandola  suifraganea  di  Al- 
by  e  lo  è  ancora  ;  ma  il  vescovo  lo  creò 
nel  1823,  ed  è  l'attuale  mg."^  Gio.  Fran- 
cesco de  Saunhac  Bclcastel  della  diocesi 
di  Cahors.  La  diocesi  è  ampia  e  contie- 
ne I  23  luoghi.  Ogni  nuovo  vescovo  è  las- 
sato di  370  fiorini,  ascendendole  rendi- 
le a  I  5,000  franchi. 

PERRENOT  GRANVELA  Antomo, 
Cardinale.  De'signori  diGranvela  o  Gra- 
ve, nacque  nel  castello  d'Ornaus,  diocesi 
di  Besancon.  Fornito  di  eccellente  spiri- 
lo, coltivato  dalle  scienze  ,  che  apprese 
nelle  più  celebri  accademie  d'Europa,  fu 
prima  canonico,  arcidiacono  e  gran  can- 
tore di  Besangon,segretarioaposlolicodi 
Paolo  IH,  e  abbate  d'Arras,  di  cui  fu  fat- 
to vescovo  nel  1538.  Intervenne  al  con- 
cilio di  Trento,  ove  a  nome  di  Carlo  V 
pronunziò  un'orazione.  L'imperatore  nel 
i544  '0  dichiai  ò  intimo  consiglieree  am- 
basciatore per  la  pace  a  Francesco  I,  poi 
a  Enrico  Vili,  e  Irovossi  al  celebre  con- 
gresso di  Calais.  Carlo V,  per  gli  alfaii  più 
rilevanti  della  monarchia,  avendolo  rac- 
comandalo al  figlio  Filippo  II  re  di  Spa- 
gna, questi  lo  die  nel  1  55q  per  consiglie- 
re a  IMargherila  d'Austria  governatrice 
delle  Fiandre  e  moglie  di  Ottavio  Far- 


112  PER 

nese,  sulla  quale  si  acquistò  lale  ascen- 
denlCj  che  io  fece  oggetto  d'invidia  e  o- 
dio  alla  nobiltà  fiamminga.  Siccome  su- 
periore a  tali  bassezze,  da  magnanimo  non 
ne  fece  caso  ;  ma  l'indifferenza  s[)iegata 
poi  dalla  goveinatrice,  diedi  mal  occhio 
■vedeva  al  suo  fianco  un  modeialoie  cos'i 
autorevole  e  sagace,  l'obbligò  ail  abban- 
donare le  Fiandre,  ove  lasciò  tnemoria  di 
troppa  imperiosità  e  crudeltà  contro  i  ri- 
Jielli  protestanti, cheavea  condannato  al- 
le fiamme,  se  deve  credersi  al  Diz.  slori- 
co,  che  sembra  gravarlo.  Richiamalo  nel- 
la Spagna,  Paolo  IV  nel  i55q  lo  dichia- 
rò arcivescovo  di  IMalincs,  e  Pio  IVa'sG 
febbraio  ì56i  lo  creò  cardinale  prete  ad 
istanza  del  re,  col  titolo  di  s.Eaitolomeo 
all'Isola,  dond'e  nel  iSjS  passò  al  vesco« 
■vaio  di  Sabina.  Con  animo  fermo'  con- 
tinuò a  superare  le  mene  de'nemici,  ge- 
losi del  suo  merito  e  de'suoi  avanzamen- 
ti. Il  re  l'inviò  a  s.  Pio  V  perambascia- 
tore,onde  stabilire  la  lega  contro  il  tur- 
co; e  quale  viceré  di  Napoli,  nella  chie- 
sa di  s.  Chiara  consegnò  lo  stendardo  del- 
la lega  a  d.  Giovanni  d'Austria.  Con  dis- 
piacere di  Gregorio  XIII  violò  l'immu- 
nità di  quell'arcivescovo,  e  fu  minaccia- 
to di  privazione  del  carilinalato  ;  tulta- 
volta  nel  i  584  ^^-^  Malines  lo  trasferì  al- 
la chiesa  di  Cesancon.  Allorquando  Filip- 
po lì  passò  alla  concjuisla  ilei  l'orlogal- 
lo,  lo  deputò  al  governo  della  njonarchia, 
ed  a  supremo  presidente  del  consiglio  su- 
gli aiìàri  d'Italia.  Eenedì  le  nozze  del  du- 
ca di  Savoia  con  l'infanta  d.  Caterina  pri- 
mogenita di  Filippo  li,  ed  assistè  nella 
consagrazioneFilippo  III.  Fu  divoto  eca- 
ritatevole, e  di  notte  visitava  chiese  e  o- 
spedali;  acerrimo  difensore  della  fede  cat- 
tolica, mecenate  de'Ielterati  e  promoto- 
re delle  belle  arti.  L'accademia  di  Besan- 
con  fu  da  lui  fondata  e  riccamente  dota- 
ta, per  l'amore  che  avea  alle  scienze  ed 
ai  dotti,  molti  de'quali  con  ricca  provvi- 
sione ivi  chiamò  a  insegnare.  In  tal  città 
fabbricò  un  sontuoso  palazzo,  che  abbel- 
Ti  di  scelte  statue  e  pitture  con  buon  gu- 


PER 

sto.  Quantunque  inleiamenle  impiegalo 
ai  .servigi  di  Carlo  V  eFilippo  II, da'quali 
fu  amato  e  stimato,  nulla  ommisedi  ciò 
che  spetta  ad  un  pastore,  sebbene  alcu- 
ni scrissero,  che  la  sua  meravigliosa  at- 
titudine fu  piìi  pel  politico  e  civile,  che 
per  l'ecclesiastico.  Alcimi  lo  dicono  poco 
lodevole  ne'coslumi,  inclinalo  a  passeg- 
giera  collera,  infaticabile,  nemico  dell'o- 
zio e  dell'adulazione,  di  tenace  memo- 
ria e  facondissimo.  Possedeva  sette  lin- 
gue ,  fra  le  quali  gli  ei'ano  famigliari  la 
greca  e  la  Ialina,  sì  in  parlare  che  nello 
scrivere,  e  simile  a  Cesare  impiegava  ad 
un  tempo  stesso  cinque  segretari,  dettan- 
do loro  in  diveisi  idiomi.  Rigido  osser- 
■valore  del  digiuno,  nella  quaresima  i  58G 
cadile  in  isfinimento  totale  di  forze,  che 
con  lenta  febbre  gli  troncò  la  vita  in  Vil- 
lamanta  o  meglio  in  IMadrid,  d'anni  72, 
piuttosto  povero,  ad  onta  del  suo  lunghis- 
simo minislero,maiavendo  profittatodel- 
le  occasioni  per  arricchirsi,  lo  che  gli  pro- 
cacciò immensa  lode  dal  tempo  chesolo 
rende  giustizia,  imperocché  in  lui  avven- 
ne ciò  che  provarono  molti,  di  essere  com- 
pensa li  per  sì  eroica  moderazione  con 
supposizioni  esagerate  all'eccesso,  e  per- 
ciò segno  all'invidia  bassa  e  ad  irragio- 
nevole maldicenza.  Trasferito  in  Besan- 
con  fu  sepolto  nella  chiesa  de'carmelitani, 
nella  tomba  de'suoi  antenati,  con  lungo 
epitalfioin  versi.  Questo  grand'uomo,  di 
ingegno  vasto  e  penetrante,  fu  uno  de'più 
celebri  politici  del  suo  tempo  ;  amico  fe- 
dele e  sincero,  di  carattere  compiacente, 
di  ottimi  principii,  ma  crudele  per  zelo 
religioso  e  attaccamento  al  proprio  sovra- 
no. Il  Boissol  formò  il  progetto  d'una  y/o- 
ria  del  cardinale,  che  si  vede  in  quella 
liltér.  cV Europe,  e  nelle  Méinoires  di  Sa- 
langre.  Abbiamo  però  di  d.  Prospero  Le- 
■vesque,  Mcnioircs  pour  servir  à  L'ìvsloi' 
re  da  cardinalde  Granvelle,  ministre  de 
Philippe  II  rei  d' Espagne, Pav\s  lyìS. 
PERRHA  o  PERTE.  Sede  vescovi- 
le della  provincia  d'Eufrate,  sotto  la  me- 
tropoli di  Gerapoli,  eretta  nel  secolo  V. 


PER  PER  III 
Ebbe  G  vescovi.  Oriens  chrisl.  t.  2  ,  p.  podestà  pcclesiastica  e  secolare.  Mirabile 
043.  nel  convincere  gli  eretici,  soleva  dire  pe- 
PERRON  DAVYGiACOMO,  Cardina-  io,  che  perconveitirli  bisognava  portarli 
le.  Nacque  nel  castello  di  s.  Lo  della  bas-  a  s.  Francesco  diSales.  Chiamalo  dal  re 
sa  Normandia,  o  in  Ginevra  nella  con-  ad  assistere  all'  assemblea  di  Rohan,  si 
Irada  del  suo  nome,  o  nel  cantone  di  Ber-  rese  immortale  con  vari  discorsi  ,  come 
na,  da  nobile  famiglia  calvinista.  Ad  eie-  quello  che  fu  chiamato  V Agostino  della 
gante  aspetto  congiunse  sublime  ingegno,  /^rrtnc/V?,  flagello  dell'eresia,  fonte  di  sa- 
prodigiosa  memoria  e  dolcezza  di  par-  era  eloquenza,  presidio  e  tutela  della  cat- 
lare.  Da  suo  padre,  in  età  di  io  anni,  ap-  tolica  dottrina.  Nondimenodallesueope- 
prese  perfettamente  la  lingua  latina  e  le  re  si  apprende,  che  la  sua  facondia  e  la  sua 
matematiche,  quindi  senza  maestri  da  sé  vivacità  erano  maggiori  della  dottrina 
solo  si  applicò  allo  studio  delle  lingue  che  contengono.  Carico  di  virtuose  azio- 
greca  ed  ebraica,  come  della  filosofia,  e  ni  passò  a  miglior  vita  in  Bagnoleto  nei 
divenne  dottissimo.  Per  mezzo  della  let-  sobborghi  di  Parigi  nel  1618,  dopo  es- 
tura de'  padri,  di  s.  Tommaso  e  di  s.  A-  sere  stato  a  due  conclavi ,  d'  anni  62. 
gostino,  conosciuti  i  suoi  errori,  li  abiurò  Trasferito  in  Sens,  fu  sepolto  in  cattedra- 
e  detestò,  e  poscia  condusse  all'unità  cat-  le  in  sontuoso  mausoleo  con  istatua  di 
tolica  molti  eterodossi,  fra'quali  il  fratello  marmo  e  splendido  elogio  dovuto  alle 
Giovanniel'annalistaSpondano.  Abbr.'ic-  sue  grandi  qualità.  Le  sue  O^erefurono 
ciato  lo  stato  ecclesiastico,  fu  fatto  legio  stampate  in  Parigi  nel  1622,  per  lo  più 
bibliotecario  da  Enrico  III,  per  cuicom-  risguardanti  il  domma,  con  la  sua  vita, 
missione  fece  l'elogio  funebre  di  Maria  la  quale  è  pure  nel  t.  6  degli  Uonnniil 
Stuarda,  traendo  le  lagrimedagli  occhi  di  lustri  di  Francia  di  Perrault  ;  altra  ne 
tutti  gli  uditori.  Contribuì  pure  alla  con-  scrisse  Btu'igny  e  pubblicò  nel  1768. 
versione  di  Enrico  IV  re  di  F/-^«f/rt(F.),  PERSECUZIONE  DELLA  CHIE- 
che  lo  nominò  vescovo  d'Evreux  ,  suo  SA.  Così  ordinariamentevengono  nomi- 
grand'  elemosiniere,  e  piocuratore  con  nati  i  tempi  disastrosi  e  a  un  tempo  glo- 
<\' Ossala  Clemente  f'/// per  ottenergli  riosi  per  le  conseguenze,  ne' quali  i  cri- 
l'assoluzione.  Nel  1600  aFontainebleau  sliani  vennero  tormentati  dagl' impera- 
in  presenza  del  re  completamente  con-  tori  pagani  ,  o  dagli  eretici  o  scismati- 
■vinse  il  calvinista  Duplessis  Mornay  sui  ci,  spalleggiati  dal  favore  dei  principi, 
suo  trattato  dell'Eucaristia,  ciò  che  prò-  Le  persecuzioni  furono  parziali  ad  al- 
dusse  la  conversione  di  molti  ascoltanti,  cuni  luoghi,  o  generali  a  danno  di  tut- 
In  premio  di  tanti  meriti,  Clemente  VHI  ta  la  Chiesa  e  de'  fedeli.  L'essere  perse- 
uel  i6o3  lo  creò  cardinale  prete  e  pub-  guitati  poi  in  particolare,  fu  la  sorte  che 
Llicò  a' 9  giugno  i6o4  del  titolo  di  s.  A-  toccò  in  tutti  i  tempi  agli  uomini  dab- 
gnese  nel  foro  agonale,  donandogli  il  bene  :  s.  Paolo  asserisce  essere  la  perse- 
proprio  anello  e  chiamandolo  uomo  se-  cuzione  inseparabile  dalla  pratica  della 
condo  il  suo  cuore.  Si  adoperò  eflìcace-  pietà,  e  Gesù  Cristo  dichiara  beati  quel- 
mente  sotto  Paolo  V  per  imporre  silen-  li  che  soffrono  per  la  giustizia.  Quindi  la 
7Ìo  alle  questioni  sulla  grazia  e  libero  ar-  pazienza  io  tali  persecuzioni  è  l'ultimo 
bitrio,  ed  ebbe  molta  parte  nel  comporre  e  il  più  perfetto  grado  della  beatitudine, 
le  vertenze  col  senato  veneto.  Nel  1606  serbato  a  quelli  che  le  soffrono  con  ras- 
fu  trasferito  all'arcivescovato  di  Sen.s,  segnazione,  dolcezza  e  carità:  le  afQizio- 
celebraudo  il  concilio  provinciale  in  Pa-  ni  sostenute  col  vero  spirito  del  cristia- 
rigi  nel  1612,  in  cui  restò  condannato  nesimo  chiamansi  dietro  tutte  queste  vir- 
l'iufame  librodi  Edmondo  Richeriosulla  tu  con  parecchie  altre,  e  le  sollevano  si- 

VOL.  IH.  8 


ii4  i^i^i^ 

no  ali  cioismo  ;  elle  sono  il  rimedio  [>iù 
efficace  contro  tulle  le  malattie  «lell'aiu- 
ina,  e  ci  assicurano  un'immensa  gloria  nel 
cielo,  essendo  il  sagriflzio  di  sé  stesso  il 
più  perfetto  fra  tulli  quelli  che  può  of- 
frire l'uomo.  Le  persecuzioni  ne' primi  4 
secoli  della  Chiesa,  mosse  contro  di  essa 
dai  pagani  ed  infedeli,  furono  coronale 
da  un  immenso  numero  di  Martiri {F.), 
dall'accrescimeulo  mirabile  del  cristiane- 
simo, e  dalla  pace  della  Chiesa  stessa  nel 
libero  esercizio  del  pubblico  culto.  Le  pri- 
me persecuzioni  parziali  contro  la  Chiesa 
si  suscitarono  in  Palestina  dalla  giudai- 
ca crudeltà, cioè  contro  i  primi  fedeli  :  la 
1/  fu  quella  (oltre  quella  de'ss.  Innocen- 
ti^ V.)  in  cui  s.  Stefano  protomartire  sof- 
frì in  Gerusalemme  il  martirio;  la  2.* 
fu  mossa  da  Erode  Agrippa,  nella  quale 
fu  marlirizzalo  s.  Giacomo  maggiore,  e 
s.  Pietro  venne  posto  in  carcere.  La  1.* 
persecuzione  generale  contro  la  Chiesa  fu 
suscitata  dall'imperaloreNerone:  in  essa 
e  nel  i .°  secolo  della  Chiesa  patirono,  oltre 
i  principi  degli  apostoli  ss.  Pietro  e  Paolo, 
i  ss.  Vitale,  Gervasio,  Protasio,  Trope- 
to,  Processo,  Martiniano,  Nazai-o,  Celso, 
i  ss.  martiri  di  Roma  e  le  ss.  Basilissa 
e  Anastasia.  Nel  volume  dell'indice  delle 
Vite  de'  padri,  mai  tiri  e  santi ^  di  But- 
ler,  non  solo  si  legge  il  volgarizzamento 
di  tìiason  Fontana,  del  trattato  eccellen- 
te Delle  morti  de' persecutori,  otiribuito  a 
Lattanzio  Firmiano  (altro  volgarizzamen- 
te  è  quello  di  Brancadoro  poi  cardinale, 
dedicato  a  Pio  \J  e  stampato  in  Fermo 
nel  1783),  ma  vi  è  un  utile  e  comodo  re- 
gistro e  indicazione  per  secoli  delle  di- 
verse persecuzioni  parziali  o  generali  pa- 
tite dalla  Chiesa  e  dai  fedeli  dali.°a  tutto 
il  secolo  passato,  coi  martiri  d'ognuno,  ri- 
mandandosi il  lettore  pel  dettaglio  alle  i7te 
slesse  con  citazioni  opportune.  Sui  perse- 
cutori vedasi  \' annalista  Rinaldi,  m  Mor- 
te j  Ruinart, /^tó  de'  martii  i,  in  Persecu- 
zioni, ed  in  /F/or(/,  funeste  de'persecu tori 
del  cristianesimo,  come  di  Nerone,  Domi- 
ziano, Claudio  Ermiuiano,  Scllimio  Seve- 


PER 
ro,  INIassiminOjDecio,  Treboniano  Gallo, 
Valeiiano,IMacriano,  Aureliano,  Galerio 
IMassimiano,  Massimiano  Erculeo,  Lici- 
nio, Giuliano  apostala,  ec.  ]  imperocché 
i  primi  persecutori  della  religione  cristia- 
na quasi  tutti  miseramente  perirono,  pro- 
vando anche  visibilmente  gli  elfetti  del- 
l'ira del  cielo;  mentre  i  martiri  guadagna- 
vano immortali  corone, i  loro  nemici  sof- 
frirono in  questa  vita  i  castighi  dovuti  ai 
loro  delilli. 

Le  persecuzioni  delia  Chiesa  generali 
e  pili  insigni  alcuni  l'enumerano  ro,  altri  i 
12.  Vedasi  la  Dissertazione  sul  numero 
de^  martiri  delle  X  prime  persecuzioni ^ 
contro  il  Dodwello,  ch'è  la  1  !"  nella  Rac- 
colta di  dissert.  di  storia  eccl.  del  Zacca- 
ria, t.  1 1  ;  ed  il  p.  Menochio,  Sfuore  t.  2j 
p.  3  1 5,  delle  12  persecuzioni  mosse  da- 
gì'  imperatori  romani  contro  la  Chiesa. 
Vi  furono  due  scismi  a  caerione   de'  ca- 

D 

duti  nelle  peisecuzioni,  di  che  parlo  iu 
molti  articoli  ed  a  Lassi.  Le  12  prime 
persecuzioni  generali  sono  le  seguenti.  Di 
Nerone  la  i .'  dall'anno  X  del  suo  impe- 
ro fino  alla  sua  morte,  che  avvenne  fan- 
no 68  di  nostra  era  :  ne  fu  pretesto  l'in- 
cendio dt.  lui  fallo  di  Roma,  imputando- 
lo a'cristiani,  di  cui  fece  scempio  deplo- 
rabile, e  durò  5  anni.  La  2.'' di  Domi- 
ziano ,  nella  quale  fu  martirizzato  Papa 
s.  Cleto,  e  posto  nell'olio  bollente  s.  Gio- 
vanni apostolo,  che  durò  non  meno  di  6 
anni,  dal  go  o  prima,  al  96.  La  3.'  di 
Traiano,  il  quale  ricercato  da  Plinio  il  gio- 
vane come  si  dovesse  portare  co'cristia- 
ni  nel  governo  di  Bitìnia ,  rispose  che 
non  se  ne  facesse  inquisizione,  ma  se  ac- 
cusati per  tali  si  castigassero,  onde  fece 
tra  gli  altri  morire  s.  Anacleto  Papa  :  du- 
rò circa  if)  anni,  dal  Cjj  al  116.  La  4- 
di  Adriano,  in  cui  Ario  Antonio  o  Anto- 
nino perseguitò  crudelmente  i  cristiani 
e  li  fece  morire  senza  processo:  durò  cir- 
ca 20  anni, dal  i  i8al  129.  La  5.^  degli 
imperatori  Antonino  eLucio  Vero,  i  quali 
promulgarono  la  legge,  che  i  cristiani  o 
sagrificassero  agli  Idoli  0  fossero  senten 


P  K  R 

ziali  a  morie,  onde  III  flerissima  :  durò 
circa  1 7  anui,  dal  1 38  al  i  53.  Altri  vi  ag- 
giungono quella  di  Marco  Aurelio  dal  1 6 1 
al  I  74-  La  6.'^  di  Selliraio  Severo,  impla- 
cabile persecutore  de'  cristiani  per  non 
essere  concorsi  a  vedere  il  suo  trionfo:  du- 
rò 12  anni,  dal  199  al?,  i  i.La  7.^ di  Mas 
simino:  durò  3  anni,  dal  235  31238.^8/" 
di  DeciOjil  più  tiranno  fra  i  tiranni, on- 
de naufragarono  dalla  costanza  i  caduti 
o  lassi  :  durò  2  anni,  dal  249  al  25i.La 
9.^  di  Valeriano  e  Gallieno,  benché  il  pri- 
mo si  fosse  mostrato  quasi  favorevole  ai 
cristiani  quando  fu  assunto  all'imperoidu- 
rò  4  anni,  dal  2573!  260.  La  lo.'^  di  Au- 
reliano: durò  circa  3  anni,  dal  273  al  275. 
L'i  i.^  di  Diocleziano  e  INJassiniiano,  fa- 
cendo il  primo  atterrare  tutte  le  chiese 
de'  cristiani,  bruciare  le  scritture  sacre, 
e  parve  in  lui  si  commovesse  tutto  l'in- 
tèrno: durò  circa  20  anni,  dal  284  al  3o5. 
Incominciata  di  nuovo,  ebbe  fine  per 
l'imperatore  Costantino,  che  vinto  il  ti- 
ranno Massenzio,  donò  la  pace  alla  Chie- 
sa ed  il  libero  pubblico  culto  del  crislia- 
nesinio,  nel  pontificato  di  s.  Melchiade  ; 
inoltre  punì  colla  morte  Licinio,  perse- 
cutore crudele  e  ignorante.  Alcuni  opi- 
nano che  i  33  Papi,  da  s.  Pietro  a  s.  Mel- 
chiade, abbiano  acquistata  la  gloria  dei 
martiri  in  difesa  della  fede,  a  cagione  de' 
travagli  che  sostennero,  come  meglio  dis- 
si a  Confessore  della  fede.  La  12."  di 
Giuliano  V Spostala,  cos'i  detto  per  l'a- 
postasia dalla  fede,  la  cui  persecuzione  fu 
accompagnata  dalla  calunnia  e  dalla  più 
studiala  politica  :  durò  circa  2  anni,  dal 
36»  al  363.  Altre  persecuzioni  ebbero 
luogo  in  Persia  nel  343,  per  ordine  di 
SaporelF,  rinnovata  più  tardi  da  altri  re; 
nell'impero  romano  di  nuovo  dal  366  al 
'WS,  per  r  imperatore  Valente  ariano  ; 
quelle  de're  f  andati  dal  437  al  5o4  in- 
terroltamente;  degli  ariani,  massime  nel- 
la Spagna,  dal  584  ^^  ^86  ;  degV Icono- 
clasti nelsec.oloVIll  ;  óeWIiivestilure  ec- 
clesiastiche ne'secoli  XI  e  XII;  di  Enrico 
Vili  re  d'Inghilterra  nel  XVI,  rinnovala 


p  r.  R  1 1  -^ 

dalla  regina  Elisabetta;  del  GfV//j/?o/ie,  del- 
la Cina,  del  Tonkino  come  dissi  a  Indie 
ORIENTALI,  per  non  dire  di  altre  narrate  a 
Martiri,  ed  a'  loro  luoghi,  sotto  diverse 
forme  e  speciosi  pretesti,  anche  di  non 
lontane  epoche.  Sulle  persecuzioni  si  pos- 
sono consultare:  Mamaclii,  De  costumi 
de'  primitivi  cristiani.  Rinaldi  agostinia- 
no, De  persectUionibus,  quibus  primo  et 
secundo  aerac  christìanae  saeculo  eccle- 
sia exagitala  est,  Florenliae  i745-  F" 
ristampata  nella  raccolta,  De  disciplina 
popiili  Dei,  t.  I,  diss.  19.  Lazzeri  gesui- 
ta, Theses  selectae  ex  hisloria  eccl.  de 
perseciitionibiis  in  ecclesiani  excilatisae- 
i'o  apostolico,  Romaei749-  Vennero  di- 
fese da  Dalbi  gesuita  nel  collegio  romano, 
e  formano  la  18.''  dissert.  di  detta  r^rc- 
co//*^/.  Simonetta,  De  Christ.  fide  etrom. 
Pont,  persecutìonibus ,  Mediolani  i49'2. 
Wolf  Hermanni  ,  Persectitiones  ecclc- 
siae,  Ingolsladii  i  54  '  •  Giglio,  Le  perse- 
cuzioni della  Chiesa,  Yeuezia  i  5'/3.  Mu- 
sculi,  Gladius  ac  pugio  impidatis,  .sive 
perseculiones  ecclesiae  cruentae  ab  idola- 
tria, et  haereticus  ,  Neapoli  i65i.  Ror- 
tholti,  Dissert.  de  persecutoribus  eccle- 
siae prinìitii-ae  sub  imperatoribus  etimi- 
r/f,  Jenae  i  660.  Gudii,  Comment.  decau- 
sis  oda  paganoruni  in  christianos,  et  de- 
ceni  persecudonum  originibus,  Lipsiae 
1741.  Balduinus,  In  comment.  adedìcla 
veterum  principum  de  christìanis^a%\\evie 
I  727.  Vossius, /«  edictis  imp.  contea 
cìirislianos,  t.  4  Operum.  Contro  il  Sis- 
mondi,  quanto  alle  persecuzioni,  negli 
Ann.  delle  scienze  rellg.  voi.  8,  p.  2  53, 
si  legge  la  dissert.  del  p.  Pianciani  ge- 
suita. 

PER^SI A.  Nona  provincia  ecclesiastica 
della  diocesi  deCaldei{  F.),  che  compren- 
de tutto  il  paese  di  Parso  Farsistan  o  Par- 
distan  colla  Caramania.  Schiraz  o  Sciras 
n'è  la  capitale  quanto  al  civile,  ma  ignorasi 
quale  fosse  la  sua  metropoli  ecclesiastica, 
sebbene  si  trovino  molti  prelati  col  titolo 
di  metropolitano  di  Persia,  i  quali  non  eb- 
bero forse  mai  una  sede  fissa.   Riferisce 


m6  per 

Bar-Ebreo,  die  licusando  i  vescovi  di 
Persia  di  riconoscere  i'  autorità  del  cat- 
tolico o  patriarca  di  Sdcucia,  il  cattoli- 
co TiiDoteo  I  tentò  di  soggetlurli  e  vi 
riuscì,  lasciando  al  melropolilano  di  Per- 
sia il  diritto  di  ordinare  i  vescovi  della 
sua  provincia.  Mares  nestoriano  attri- 
buisce questo  fatto  non  a  Timoteo  I,  ma 
a  Jesuiab  III,  che  visse  molto  tempo  pri- 
ma di  Timoteo  I.  Infatti  si  legge  nella 
storia  monastica  di  Tommaso  di  Maraga 
molte  lettere  di  Jesuiab  III,  risguardanti 
la  disobbedienza  de' vescovi  della  Persia, 
una  delle  quali  lettere  è  indirizzata  a  Si- 
meone, vescovo  metropolitano  di  Ravard- 
scir,  cioè  che  ivi  allora  sedeva.  I  metro- 
politani di  Persia  conosciuti  sono  :  Mah- 
iia  o  INIaane,  che  fìon  sotto  il  cattolico 
Jaballaha  I  ;  Simeone,  che  il  cattolico  Je- 
suiab III  ovvero  Timoteo  I,  soggettò  al- 
la sua  autorità  ;  Jesu-Buchat,  mentovato 
nel  catalogo  degli  scrittori  nestoriani  d'E- 
bed Jesus  di  Soba  ;  Babeo  sedeva  nel  780; 
Giovanni,  deposto  dal  cattolico  Enos  nel- 
1877,  e  ristabilito  poi  dal  cattolico  Gio- 
■vanni  III;  Gabriele;  Mares  del  987;  Sa- 
lomone; Giovanni  che  diventò  cattolico 
nel  1 00  I  ;  Ebedjesus  ;  Abramo  sottoscris- 
se la  lettera  sinodale  del  cattolico  Elia  al 
Papa  Paolo  Vneli6i6. NelconciliodiNi- 
cea  il  vescovo  di  Persia  Giovanni  v'in- 
tervenne ;  altro  sottoscrisse  agli  atti  di 
quello  di  Calcedonia  ,  Persa  episcopas 
Per^/aCj- s'ignora  se  ambedue  fossero  pu- 
re metropolitani  di  Persia.  Oriens  chr.  t. 
2,  p.  1 252.  V.  Persia  e  Nestoriani.  Sedi 
vescovili  di  Persia  sono  :  Hispahan,  Sai- 
magi,  Sullania,  Tauris,  ec.  (f^-).  A  Pa- 
triarcato ARMENO  ho  detto  della  chiesa 
armena  in  Persia,  su  di  che  può  leggersi 
Commanville,  Hisl.  de  tous  Ics  archev.  et 
eveschez,  chap.  7  :  Archcvescìiez  et  cves- 
clicz  des  armeniens  de  Perse.  Egli  divide 
il  patriarcato  Ci Eziniaziii  [F.)  nelle  se- 
guenti Provincie.  Ezmiazin  con  17  suf- 
fraganei.  Provincia  di  Betchuu,  con  arci- 
vescovo e  4  suffraganei  e  sedi  vescovili: 
di  Hacbat  con  arcivescovo  e  3  sedi  :  di 


PER 
Karniiuvanch  con  arcivescovo  e  5  sedi: 
di  Surb-Narcavea  con  arcivescovo  e  2  se- 
di, e  3  arcivescovi  onorari  :  di  Macu  con 
arcivescovo  e  5  sedi:  diTathevanch  con 
arcivescovo,  una  sede  ed  un  arcivesco- 
vo onorario:  d'Hispahan  antica  capitale 
di  Persia,  con  arcivescovo,  una  sede  ed 
un  arcivescovo  onorario  :  di  Van  con  ar- 
civescovo e  7  sedi:  d'  Acthamar  con  ar- 
civescovo ed  una  sede:  di  Amida  con  ar- 
civescovo e  8  sedi  :  d'Harberd  con  arci- 
vescovo ed  una  sede:  di  Manuscate  con 
arcivescovo  e  2  sedi:  d'Erzerum  con  ar- 
civescovo e  3  sedi,  oltre  un  arcivescovo 
onorario:  di  Sebaste  con  arcivescovo  e 
3  sedi:  di  Cesarea  con  arcivescovo  e  2 
sedi:  di  Tocat  con  arcivescovo  e  3  sedi. 
Inoltrele  provincie  armene  latine  di  Na- 
xivan.  Gaffa,  Maraga,  Tiflìs  e  Sulla- 
iiia  (^.).  In  Persia  furono  tenuti  6  con- 
cilii,  riportati  dal  Mansi,  Sappi,  t.  i,  p. 
377  e  seg.  Il  i.°  nel  499?  piesieduto  da 
Babà  patriarca  de'  nestoriani,  in  cui  fu 
concesso  a'  preti  e  monaci  di  maritarsi 
una  sol  volta.  Il  2."  fu  tenuto  dallo  stes- 
so Babà  nel  544>  sulla  disciplina  eccle- 
siastica. Il  3."  sotto  Giuseppe  patriarca 
de' nestoriani  nel  553,  pure  sulla  disci- 
plina ecclesiastica.  Il  4-°  sotto  il  patriar- 
ca Jesuiab  III  nel  588,  nel  quale  furono 
fatti  3o  canoni:  venne  ricevuta  la  fede 
di  Nicea,  approvato  il  commentario  di 
Teodoio  di  Mopsuesta,  date  prescrizio- 
ni sull'autorità  de' patriarchi,  come  sui 
sinodi  e  la  santificazione  delle  feste.  Il 
5.°  fu  presieduto  dal  patriarca  Serba- 
jesu  nel  596,  e  si  condannarono  gli  er- 
rori di  molti  monaci.  Il  6."  presieduto 
da  Gregorio  patriarca  de'nestoriani,  sul- 
la fede  e  sulla  disciplina. 

PERSIA.  Regno  dell'Asia  occidenta- 
le o  centrale,  che  secondo  le  diverse  età 
ebbe  differenti  confini  :  l'attuale  monar- 
chia persiana  nei  più  esteso  significato  è 
compresa  tra  i  gradi  2  3°  e  4^°  di  lati- 
tudine nord,  e  tra  42°  e  62"  di  longitu - 
dine  est.  I  suoi  confini  sono  al  nord  il  mar 
Caspio,  al  nord-est  la  Tartaria  indipeu- 


PER 
deute,  al  nord -ovest  la  Russia,  all'ovest 
la  Turchia  asiatica,  al  sud  il  golfo  Per- 
sico o  Mar  Verde  formato  dall'  oceano 
indiano,  dallo  stretto  d'Ormu;:  e  dal  ma- 
re d'Oman,  all'est  l' Afganistan  ed  il 
Belutchistan.  Si  estende  nella  lunghezza 
di  5oo  leghe,  su  4oo  di  larghezza.  La 
Persia  è  piuttosto  cinta  che  attraversata 
dai  monti  e  dai  suoi  fiumi.  S'insinuano 
nell'interno  della  regione  varie  dirama- 
zioni delle  celebri  montagne  del  Cauca- 
so, dell'  Armenia,  del  Curdislan,  corri- 
spondente all'antica  Assiria.  Vi  sono  pure 
i  monti  Guari,  che  sono  l'antico  Paro- 
pamisnsele  Etzerdare  o  mille  montagne, 
che  accerchiano  le  pianure  di  Schiras  e 
della  Persepoli  :  i  monti  Valli  si  esten- 
dono verso  l'India,  e  la  montagna  di  Zer- 
dust  sormonta  la  soggetta  pianura  d'Hi- 
spahan.  L'Eufi-ate,  il  Tigri,  l'Oxo,  l'A- 
rasse, l'Hinmend,  il  Gihon  e  l'Amurgià 
appartennero  a  questo  impero  ;  ma  le 
conquiste  fatte  dai  vicini  sul  territorio 
che  n'è  inalTiato,  li  fece  passare  sotto  al- 
tri dominii.  Bagnano  ora  la  regione  il 
Zendrud,  il  Bundamir  ed  il  Kigil-Ozen 
o  antico  Mardus.  Tutta  la  Persia  è  un  e- 
levatissimo  altipiano,  che  declina  da  una 
parte  verso  il  golfo  Persico  e  dall'  altra 
verso  il  mar  Caspio,  mentre  sulle  vette 
si  unisce  a  quello  dell'Armenia  e  dell'A- 
sia minore  all'ovest,  confondendosi  all'est 
con  quello  dell'Asia  centrale.  Il  terreno 
abbonda  di  parti  saline,  composto  di  te- 
nace argilla  e  ricoperto  di  sabbia.  Uugian 
tratto  è  occupato  da  tre  vastissimi  deser- 
ti. Non  lungi  da  Romra  sorge  nel  deser- 
to il  monte  Telesmo,  arido  e  dirupato, 
in  cui  la  sabbia  nera  moltiplica  le  varie 
illusorie  apparenze  che  il  fecero  credere 
incantato,  donde  derivò  agli  amuleti  il 
nome  di  talismano.  Dentro  tali  solitudi- 
ni si  linvengono  molti  laghi,  quattro  dei 
quali  sono  più  ragguardevoli.  Alcune  prò- 
vincie  sono  fertilissime  e  deliziose,  altre 
.sabbiose  e  sterili.  La  varietà  del  territo- 
rio persiano  vi  costituisce  tre  diversi  cli- 
mi -.si  calcola  che  appena  una  decima  par- 


PER  117 

te  sia  atta  alla  coltura;  molto  ve  n'è  sta* 
bilito  pei  pascoli,  abitato  dalle  tribù  no' 
madi  o  erranti  colle  loro  greggie.  Le  pia" 
nure  di  Schiras  e  d'Hispahan  sono  le  più 
feraci  :  vi  si  raccoglie  eccellente  frumen- 
to, ottimo  riso,  dagli  abitanti  preferito  ad 
ogni  altro  alimento; vi  prosperano  le  vi- 
ti coltivate  da'guebri,  ed  il  vino  di  Schi- 
ras si  reputa  prezioso.  Il  sapore  delle  frut- 
ta è  assai  delizioso,  molte  delle  quali  di 
là  a  noi  derivarono,  come  il  pesco  o  per- 
sico; dai  persiani  l'uso  del  caffè  si  è  pro- 
pagato per  tutto  il  mondo  ,  pianta  che 
originala  nell'alta  Etiopia,  fu  trasporta- 
ta nell'Arabia  Felice  e  si  diffuse  nell'  0- 
rienfe  ,  in  America.  Si  pone  ogni  studio 
nella  formazione  di  ameni  giardini.  Mol- 
te sono  le  piante  pregiate  che  produce  il 
suolo.  Piccolo  è  il  numero  delle  miniere; 
ve  ne  sono  pure  di  rame,  ferro,  oro  ed 
argento  mescolalo  con  piombo.  Abbon- 
dano le  pietre  turchine,  i  lapislazzuli  e 
altri  marmi  preziosi  ;  né  mancano  sor- 
genti salubri  di  acqua  minerale,  ma  tras- 
curate. 1  cavalli  persiani  sono  i  più  bel- 
li d'oriente,  solo  in  velocità  cedono  agli 
aiabi:  la  cavalleria  persiana  fu  tenutala 
più  valorosa  di  tutto  l'oriente,  ed  in  guer- 
ra suole  essere  assai  numerosa.  Vantag- 
giosi sono  i  cammelli,  i  montoni  coperti 
di  fina  lana.  Le  foreste  sono  popolale  di 
ani.mali.  Tra  i  volatili  le  pernici  e  le  co- 
lombe sono  copiosissime  ;  l'usignolo  èce- 
lebrato  per  la  melodia.  Rilevantissime 
sono  le  manifatture  e  grande  è  la  quan- 
tità di  finissime  stoffe  vivacemente  colo- 
rile, non  che  di  armi  e  rinomatissime  por- 
cellane. Il  lusso  della  corte  di  Persia,  nel 
tempo  del  suo  splendore,  favorì  lo  svol- 
gimento d'una  moltitudine  d'industrie. 
Malgrado  ciò  i  persiani  per  mollezza  e 
orgoglio  sempre  trascurarono  il  commer- 
cio e  la  marina,  anche  per  la  loro  avver- 
sione al  mare  :  nel  golfo  Persico  vi  è  il 
solo  porto  di  Buscir  ,  bensì  alcune  ca- 
1  ovane  si  recano  in  Tartaria  e  all'Indie. 
Gli  armeni  invece,  con  molta  attività  e 
nccorte7za,  praticano  il  cambio  colle  nier- 


ji8  l'ER 

ci  europee  e  dell'  Indie  orientali,  massi- 
me quelli  d'Abuchei'  e  di  Tiflis. 

La  statura  de'persiani  è  vantaggiosa,  di 
colore  giallastro,  oliva  e  bronzino  :  i  li- 
neamenti sono  regolari,  la  pinguedine  è 
in  pregio ,  il  capo  si  rade  e  si  lascia  la 
barba  riputata  sacra.  Le  donne  sono  di 
siugolar  bellezza.  Fieri  di  natura  ,  non 
mancano  i  persiani  d'ospitalità  e  corte- 
sia, doti  solo  esterne,  poiché  sempre  cer- 
cano ingannare  per  trarne  vantaggio,  fal- 
si e  bugiardi,  ad  onta  che  un  giorno  o- 
diavauo  la  bugia,  superstiziosi  e  poco  di- 
voli ;  benché  uuissuhnani,  non  manife- 
stano pei  cristiani  lo  stesso  orrore  degli 
altri  maomettani ,  ma  in  loro  assenza  li 
chiamano  impuri.  La  povertà  è  riguar- 
data come  una  malediziune  di  Dio,  ed  in 
tempo  di  carestia  si  nega  ogni  sussidio 
agl'indigenti,  perchè  secondo  tal  princi- 
pio non  si  devono  soccorrere  i  maledetti 
da  Dio.  Sono  voluttuosi,  amanti  del  lus- 
so e  del  fasto  sino  all'eccesso,  essendo  le 
loro  lunghe  vesti,  le  fasce  e  le  armi  so- 
praccaricate di  gemme;  mirabile  è  la  net- 
tezza delle  abitazioni  e  degli  harem.  Si 
vantano  della  maggior  penetrazione  ed 
ingegno  ;  veiameute  la  letteratura  per- 
siana è  la  migliore  di  tutta  l'Asia,  a  ciò 
molto  contribuendo  la  forza  eTuimonia 
del  linguaggio,  istruendosi  i  giovani  di 
cotidizioue  nelle  forme  più  eleganti  di 
esso,  che  ritiene  molto  dell'arabo.  1  per- 
siani, sebbene  ora  sotto  il  dominio  degli 
uzbeki,ora  sotto  quello  de' turcoiuani  e 
degli  afgani,  perseverarono  nondimeno 
nel!  entusiasmo  per  le  scienze  e  per  le  ar- 
ti, come  sempre  amanti  dell'  istruzione. 
La  Persia  si  vantò  della  più  gran  cele- 
brità nelle  lettere  e  nelle  scienze,  quan- 
ilo  noi  eravamo  ingombri  dalle  .tenebre 
della  barbarie.  Fin  dal  i  o4o  di  nostra 
era,  il  sultano  Mahmud  di  Gazna  man 
teneva  alla  sua  corte  un  copioso  nume- 
ro di  poeti  sotto  la  direzione  del  celebre 
Ansari,  che  eternò  co'suoi  versi  le  gesta 
del  suo  generoso  mecenate,  imperocché 
i  persiani  sono  appassionali  per  la  poe- 


PER 
sia,  cui  si  presta  multo  la  loro  lingua.  A- 
sedi-Thusi  nel  tempo  stesso  aspirava  al- 
la gloria  epica,  ma  in  quell'arringo  fu  da 
to  di  coglierne  la  palma  dopo  lui  all'im-' 
mortale  Ferdusi,  autore  dello  Sciali- na- 
méh,  poema  immaginoso,  che  compren- 
de la  storia  antica  di  sua  nazione.  Sotto 
il  sultano  Sindgiar,  l'elegantissimo  An- 
veri  fecegustarelegraziedi  Lucullo; quin- 
di Ftrid-Eddin  e  Sadi  si  distinsero  fra 
i  didascalici;  le  grazie  d'  Anacreonte  si 
riprodussero  in  HaQz;  e  spirar  videsi  in 
Giami  la  sensibilità  e  il  genio  di  Petrar- 
ca. Mirkond  e  Koiidemir  suo  figlio  so- 
no gli  antichi  storici  più  riputati;  fra  i  più 
moderni  Scerif-Eddin-Ali ,  scrittore  dei 
fasti  di  Tamerlano  ,  ed  Abdalrez7ac  che 
lasciò  importante  storia  de'Timuridi.  Il 
filosofo  Locman,  ed  i  valenti  astronomi 
Giacnasp,  Coja  Nessir,  IMaimon  Rescid, 
Avicenna  e  Aklandi,  illustrarono  dopo  il 
secolo  XII  le  accademie  di  Balk  e  di  Sa- 
marcanda ;  Abdulu-Fa  ed  Aliel-Rusci 
nel  calcolo;  Mansur  e  Abunestre  nella 
dialettica  ;  Hassein,  Umarel  Sufi,  Eben 
Hussein  nelle  scienze  esatte;  Alfarabi  ed 
Abuzeltu  nella  musica  si  distinsero,  e  mol- 
te loro  opere  per  cura  de'traduttori,  mas- 
sime Sacy  e  Chezy,  sono  in  Europa  sa- 
life  a  rinomanza.  Non  si  porta  ora  lo  stes- 
so amore  alle  scienze  sublimi,  essendo  il 
popolo  piuttosto  inclinato  ai  deliri  della 
divinazione  e  dell'astrologia,  in  cui  furo- 
no tanto  versati  i  loro  antichi  e  famosi 
magi.  Gli  antichi  persiani  della  setta  dei 
magi  adoravano  come  divinità  inferiori 
i  quattro  elementi  e  soprattutto  il  fuoco, 
mentre  nella  generalità  si  adorava  il  so- 
le, la  luna,  il  fuoco,  con  altre  false  deità  ; 
il  dottor  Hyde  compose  un'opera  piena 
di  erudizione  sulla  religione  degli  anti- 
chi persiani.  Visi  vede  in  qual  modo  Zo- 
roastro,  discendente  dal  sangue  de're  per- 
siani, sovrano  della  Bactriana  e  riforma- 
tore del  magisrao,  l'abbia  purgata  da  ciò 
•ch'essa  avea  di  grossolano.  Essa  è  la  più 
antica  idolatria  che  si  conosca;  vi  si  am- 
metteva l'unità  e  l'immensità  d'una  di- 


PER 

V  nilà  supreniii.  Il  fuoco  che  si  era  roz- 
zamente adorato  fino  a  Zoroastro  ,  non 
era  liguardato  che  qual  rauiistro  e  slru- 
nieiilo  della  divinila  :  (|uel  filosofo  e  ad 
un  tempo  pontefice  e  profeta,  ritenne  un 
cullo  del  fuoco,  ma  pila  rafluialo  ;  egli 
■volle  che  si  adorasse  Maythras  o  Myhir, 
il  fuoco  celeste  del  sole  ;  lasciò  pure  sus- 
sistere il  fuoco  perpetuo,  ma  abolì  parec- 
chi de'rili  che  si  erano  osservati  fino  al 
lora  nel  cidto  di  questo  elemento.  1  gue- 
hii  di  Persia  formano  un  popolo  povero 

V  disprezzato,  e  discendono  dai  maghi  : 
la  slessa  origine  hanno  i  parsi  o  antichi 
persiani,  i  quali  per  sottrarsi  ai  furori  del 
/naomeUismo,  fag<^\ionone\V Indie  orien- 
tali (f^.),  e  pretendono  osservare  ancora 
l'antica  religione,  quantunque  vivano  tra 
gl'indiani  idolatri.  Gli  odierni  persiani 
professano  il  maomettismo,  che  colla  for- 
za delle  armi  vi  fu  introdotto  ;  però  si 
"vantano  seguaci  d'Aly,  dissidenti  perciò, 
anzi  odiati, dai  turchi  e  da  tutti  i  sunni- 
ti seguaci  della  setta  d'  Omar;  in  con- 
seguenza sempre  ebbero  una  maggior  tol- 
leranza per  tutti  gli  altri  cidti  ,  tranne 
quello  de'guebri  e  parsi  adoratori  del  fuo- 
co, che  ogni  dì  più  diminuiscono;  quin- 
di non  perseguitano  né  i  cristiani,  né  gli 
ebrei,  i  quali  sono  miserabili  per  l'accor- 
te/za  dei  persiani. 

La  forma  del  governo  è  interamente  dis- 
potica :  il  sovrano  porta  il  titolo  di  tyc/rt/* 
(>  Shoh,  ed  esercita  l'autorità  più  asso- 
luta ,  almeno  sin  dove  estendere  si  può 
il  suo  braccio  ;  parecchi  capi  di  tribù  ne 
esercitano  una  presso  a  poco  indipenden- 
te dalla  sua.  Cotali  capi  portano  il  tito- 
lo di  khan,  che  si  dà  eziandio  ai  begler- 
beg  o  governatori  provinciali;  il  qual  ti- 
tolo è  ereditario  in  parecchie  famiglie, 
ma  spesso  lo  sciah  lo  conferisce  ad  indi- 
vidui i  cui  antenati  decorati  non  n'era- 
1)0.  La  dignità  dell'  impero  più  eminen- 
te si  è  quella  dell'erede  presuntivo  della 
corona,  vely-i  àhd  j  vengono  appresso  i 
principi  del  sangue,  la  cui  qualità  s' in- 
dica colla  voce  niiì'za^  posta  dopo  il  no- 


TER  ii<) 

me  loio  ;  in  seguilo  a  questi  i  ministri, 
che  sono  :  il  sadriazeni  o  primo  ministro, 
V ernia  ud-doi'lel  0  ministro  delle  finanze, 
il  nizainud-dovlcl  n  ministro  dell'inter- 
no, il  lechgev  niivis  o  segretario  di  slato 
pel  dipartimento  della  guerra,  il  darogha- 
i  dcfU'i'  o  esecutore  delle  confische  ,  il 
sadr  o  sceykli-ul-islnni  o  capo  del  pote- 
re giudiziario  e  della  religione.  Non  si 
hanno  che  assai  vaghi  dati  intorno  alla 
popolazione  della  Persia, che  Jaubert  va- 
hilò  6,562,000  abitanti,  non  compreso 
il  numero  degl'individui  componenti  le 
tribù  sconosciute  ,  che  si  può  far  ascen- 
dere a  3  o  400,000,  e  quello  degli  ebrei 
e  zabii  o  sabei,  sui  quali  i  geografi  sono 
di  opinioni  dillerenti.  Dal  totale  degli  a- 
bitanti,  che  alcuni  calcolano  otto  o  no- 
ve milioni  circa,  bisogna  sottrarre  circa 
6O3O00  individui  ,  per  la  porzione  ulti- 
mamente conquistata  dalla  Russia,  co- 
me gran  parte  dell'Erivan.  Alcunidicono 
che  i  parli  sono  gli  stessi  che  gli  antichi 
persiani,  mentre  altri  pretendono  chesie- 
no  due  popoli  diversi.  Senza  far  parola 
della  loro  incerta  origine,  chiamavansi 
persiani  ne'  tempi  de'  profeti,  e  parti  in 
quello  di  Gesù  Cristo.  Una  volta  la  Par- 
ila o  Parta,  e  la  Persia  o  Persa ,  sono 
stati  regni  dilFerenti,  ed  in  qualche  tem- 
po il  nome  di  Persia  fu  comune  a  que- 
sti duestati,  perchèambedue  fuiono sog- 
getti ad  uno  stesso  re,  ed  abitati  da  uno 
stesso  popolo.  Alcuni  dividono  la  Persia 
in  12  [)rovincie,  suddivise  in  beglerbé- 
gliks  o  governij  cioè  l'Aderbaidjan,  l'.Ar- 
menia  persiana,  il  Farsistan  oFars (nelle 
notizie  ecclesiastiche  essendovi  una  pro- 
vincia sotto  il  nome  A'\  Persia,  a  tale  ar- 
ticolo parlai  degli  antichi  ve^^covi  di  Per- 
sia, de'  suoi  sei  concilii  ,  della  chiesa  ar- 
mena antica  e  di  quella  esistente  nella  re- 
gione), il  Ghilan,  l'Irac-Adjemi,  il  Rer- 
man,  il  Korassan  persiano,  il  Kuzistan, 
il  Kuhestan,  il  Kurdistan  persiano ,  il 
jVlazenderan  ed  il  Taberistan  :  la  capi- 
tale è  Teheran,  come  Ispahan  o  Tlispa- 
han  la  maggiore  cillà,  Altri  dividono  la 


120  PER 

Peisiaiu  occidenlale  e  orientale.  La  Per- 
sia occidentale  o  propria  la  dividono  in 
IO  Provincie:  l'Erivauo  Armenia  per- 
siana, con  Erivan  per  capoluogo;  l'Ader- 
bijan  con  Tauris;  il  Ghilan  con  Reschl; 
il  Mazaiideran  con  Sari  ;  1'  Irac-Agemi 
con  Teheran,  [lispahau  ed  il  Curdistau; 
il  Kuzislau  con  Susler;  il  Farsislan  o  Per- 
side  con  Scliiras  ;  ilLaristan  con  Lar;  il 
Rerman  con  Kerman  ;  il  Rorassan  con 
Mesched  o  Antiochia  Margiana.  La  Per- 
sia orientale  o  Afi^anistan  o  Afgania, 
è  una  contrada  che  dalla  sua  capitale 
prende  anche  il  nome  di  regno  di  Ca- 
bill,  ed  è  siala  sempre  soggetta  a  varia- 
zioni ne'  suoi  confini,  a  seconda  de'suc- 
cessi  delle  propiie  armi.  Gli  abitanti,  ben- 
ché della  setta  de'  suonili,  distinguon- 
6Ì  come  i  mussulmani  meno  fanatici  :  non 
sono  noti  che  dopo  il  760  dell'  era  no- 
stra. Taluni  li  fanno  derivare  dagl'israe- 
lili,  altri  dagli  egizi  e  più  probabilmen- 
te dai  sciti.  Il  sultano  di  Gazua  fu  il  pri- 
mo a  soggiogai  li,  ma  nel  1720  scossero 
il  giogo  della  Persia  ,  furono  quindi  di 
nuovo  sotlomessi  dallo  shall  Nadir,  e  nel 
1747  compiutamente  si  emanciparono, 
dipendendo  dal  loro  re  particolare,  co- 
ijie  meglio  dirò.  Si  fa  ascendere  il  nume- 
ro della  popolazione  a  undici  milioni,  non 
compresi  gì'  indiani.  Alcuni  li  distribui- 
scono così:  afgani,  4j3oo, 000  ;  belusci 
ijOOOjOoo;  tatari  1,200,000;  persiani 
j,5oo,ooo;  indiani  5,700,000  ;  popoli 
misti  3oo,ooo.  Le  principali  contrade  so- 
no :  Cabul  principale  provinqia  dell'Af- 
gania,  con  Cabul  per  capitale;  Caudahar 

0  Randacar  altra  provincia  dell' Afgania, 
con  Gazna  ;  Caflristan  paese  montuoso; 
Ghore  distretto  d'Afgauia  ;  lierat  o  Ho- 
lassan  Afganico  ;  Sigistan  provincia  dis- 
membrala^ dalla  Persia  propria,  con  Ze- 
rang;MLdtan  o  Moultan  gran  paese  del- 

1  Afgania,  con  Mullan  ;  Cascemira  bella 
provincia  indiana  ,  conquistata  dagli  af- 
gani, con  Casceniira;  Balk  paese  dcll'Af- 
gania,  formato  dell'antica  Baltriana,  con 
Ualk  0  Baclra;  Bclutscistan,  con  Rclat; 


PER 
Mekian  provincia  marittima  persiana 
soggetta  all'  Afgania,  con  Rieh.  Ad  1n- 
Difi  ORIENTALI  parlai  di  queste  regioni. 
Wel  Farsistau  sono  le  rovine  della  famo- 
sa Persepoli,  ove  dicesi  sepolto  Dario  I  ; 
il  palazzo  reale  fu  una  delle  sette  mera- 
viglie del  mondo  :  si  dice  che  le  mura  e 
le  cupole  degli  appartamenti  fossero  co- 
perte d'avorio,  d'ambra, d'argento  e  d'o- 
ro :  v'era  la  vigna  di  gemme  e  quel  pla- 
tano SI  grande,  che  secondo  i  racconti  fa- 
volosi non  faceva  ombra  neppure  a  un 
grillo.  Quindi  sontuosa  architettura,  su- 
perbe scalinate,  gran  portici  colonnati  e 
sculture  d'ogni  sorte.  Vedasi  Sacy,  Me- 
nioires  sur  diverses  antiquités  dela  Per- 
se, Paris  1793.  Ora  continuerò  i  cenni 
sulla  Persia  e  principalmente  sulla  Per- 
sia occidentale  o  propria,  la  cui  storia  pri- 
mitiva è  un  affastellamento  di  favole  e  di 
vanità,  di  fatti  ampliati  e  travi.sati  econ- 
tradditorii,  eccettuato  quanto  si  ha  dalla 
sagra  Scrittura,  di  cui  premetterò  alcune 
brevi  nozioni. 

il  nome  di  persiani  in  ebraico  è  pa- 
raschini,  che  significa  cavalieri;  ma  il 
nome  proprio  della  nazione  è  Parrt*  o  E- 
lata:  gli  si  attribuisce  probabilmente  il 
nome  di  paraschim  a  cagione  del  costu- 
me che  aveano,  e  ancora  ui  uso,  di  anda- 
re quasi  senqire  a  cavallo.  Si  dissero  E- 
la/nilì,  come  discendenti  da  Elam  figlio 
di  Sem,  e  sotto  un  tal  nome  formavano 
uno  stalo  assai  potente  fino  dal  tempo  di  A  - 
bramo, più  di  20  secoli  avanti  Gesù  Cri- 
sto. Muse  e  gli  altri  autori  sagri  parla- 
no di  persiani  al  tempo  di  Ciro;  Ezechie- 
le li  pone  tra  le  truppe  di  Tiro  e  di  Gog 
principe  di  Magog;  Giuditta  per  essere 
rimasti  stupiti  del  suo  coraggio;  Daniele 
parlando  della  distruzione  che  doveano 
fare  della  monarchia  de'caldei.  1  persia- 
ni stessi  si  chiamarono  schai  per  distin- 
guersi dai  turchi,  quanto  alla  religione, 
dandosi  i  secondi  per  la  stessa  ragione  il 
nome  di  smini.  Il  nome  di  partì  non  si 
trova  che  negli  Jtti  degli  apostoli  ,  dove 
sembrano  essere  distinti  dagli  elamilij 


PER 

Jjciicliè  in  oiigine  non  fossero  che  il  tne- 
desimo  popolo  :  la  prima  epistola  di  s. 
Giovanni  è  diretta  ai  parli,  ed  al  tempo 
degl  imperatori  romani  i  persiani  si  chia- 
marono parti.  Persia  o  Persa  (  in  ebrai- 
co die  taglia,  che  divi  de, o^  unghia  o  gri- 
fone) o  Iran  o  Sciahislan  (paese  dello 
sciali)  è  quel  regno  d'Asia  in  cui  i  per- 
siani divennero  assai  celebri  dopo  Ciro 
fondatore  della  monarchia  persiana,  che 
prese  Babilonia,  impero  che  durò  206  an- 
ni. La  Persia  adunque  successe  alla  Me- 
dia, alla  Susiana,  allaPersiso  Persia  pro- 
pria,  alla  Caramania  ed  ali  hcania  del- 
i'anlichilà.  /appartenendo  la  Persia  pro- 
pria ad  epoca  reniotissima,  si  è  detto  che 
nella  Scrittura  viene  nominata  Paras  o 
paese  d'Elam.  Si  vuole  capo  della  pri- 
ma dinastia  de'  Pischdadiani  Kajuma- 
rats  re  di  Aderbijan  o  di  IMedia,  il  quale 
sembra  aver  dato  ai  popoli  le  arti,  la  ci- 
vilizzazione e  le  leggi.  Il  suo  i.°  le  vera- 
mente noto  è  Kliodorlahomor  battuto  da 
Abramo.  Altri  lo  chiamano  Feridun  ,  il 
Salomone  della  Persia,  e  dicono  aver  ap- 
partenuto a  detta  dinastia,  conse  Manu- 
geher  saggio  e  benefico,  linea  che  dopo 
i25c)  si  estinse  in  Zabj  che  taluni  iden- 
tificano con  Sardunapalo,  mediante  le  in- 
cursioni d'Afrasiab  re  del  Turkestan,  che 
lo  uccise  ai  battaglia.  Discacciato  però 
ben  presto  1' usurpatore  dal  famoso  mi- 
nistro Zalzer,  ebbe  il  trono  Caicobab,  au- 
tore della  dinastia  da' Kain'ili,  il  quale  ce- 
dette il  Zablistan  oliustandar  al  valoroso 
e  celebre  Rustan,  figlio  di  Zalzer,  le  di 
cui  gesta  lo  fecero  acclamare  Ercole  del- 
l'oriente.  Sotto  questa  stirpe  si  riporta 
la  comparsa  del  famigerato  Zoroastro  re 
filosofo  della  Cactriaiia,  fondatore  della 
setta  religiosa  che  diffuse  i  lumi  legisla- 
tivi e  propagò  la  magia  presso  quelle  gen- 
ti, raccogliendone  i  precetti  dal  codice 
Zend  o  Zeuda vesta.  Il  suo  ministero  du- 
rò 5  anni,  venendo  ucciso  co'suoi  sacer- 
doti nel  tempio  del  fuoco  ,  quando  Ar- 
giaso  re  di  Turau  pose  a  sacco  la  città 
di  Balk,  dopo  aver  viato  Guslhasp  re  di 


PER  1 2  [ 

Persia,  che  voleva  co'suoi  sudditi  obbli- 
garlo al  nuovo  culto.  La  rinomata  regi- 
na Homai  ,  talora  confusa  con  Semira- 
mide, poco  dopo  dlustrò  il  trono  di  Per- 
sia. Verso  la  metà  del  secolo  VII  avan- 
ti l'era  nostra,  Fraorte  re  di  IMedia  con- 
quistò la  Persia  ,  che  nondimeno  conti- 
nuò ad  avere  i  suoi  sovrani  particolari, 
quindi  incominciò  a  fiorire  la  dinastia  de- 
gli yìkheinenidi  ,  donde  uscì  Cambise, 
ch'ebbe  Ciro  da  Mandane  nipote  di  A- 
stiage  re  de'medi. 

Ciro  trasse  il  suo  paese  dall'oscurità  e 
fondò  l'imperio  de'persi,  dopo  aver  vin- 
to l'opulento  Creso,  le  cui  licchezze  gli 
apriiono  la  via  alle  conquiste.  S'  impa- 
dronì per  eredità  o  per  usurpazionedel- 
la  Media,  dell'  Asia  minore,  nel  538  a- 
vanti  la  nostra  era  distrusse  l'impero  di 
Babilonia,  pose  fine  alla  cattività  de'giu- 
dei  5  restituì  i  vasi  e  le  cose  preziose  al 
tempio  di  Gerusalemme,  ne  permise  l'ac- 
cesso, ed  unì  ai  suoi  slati  anche  i  regni 
di  Lidia  e  di  JNinive  :  divise  l' impero  ia 
120  salrapie  o  governi,  dall'Indo  e  dal- 
rOxo  fino  all'Egeo,  e  dal  Caspio  al  golfo 
Arabico.  Inoltre  Ciro  riformò  i  quasi  bar- 
bari costumi,  infuse  nelle  truppe  le  leggi 
dell'ordine  e  della  disciplina;  ma  i  popoli 
soggiogali  non  gli  si  atfezionurotio ,  per 
le  prepotenze,  soprusi  e  crudeltà  dei  sa- 
trapi. JN'el  52C)  gli  successe  il  figlio  Assue- 
ro o  Cambise,  che  portatosi  alla  conqui- 
sta di  Egitto,  fu  soppiantato  dal  mago 
Orfaste,  fingendosi  Smei'di  suo  fratello,  il 
quale  signore  della  Ballriana  e  de'paesi 
d'  oriente  avea  estinto  Cambise.  Questi 
morto,  credendosi  il  falso  Smerdi  rasso- 
dalo sul  trono,  venne  co'suoi  magi  ucci- 
so da  selle  congiurati  nel  02  i,e  fu  sol- 
levato al  trono  Dario  I  figlio  d'  Ista- 
spe,  per  le  cui  conquiste  nell'Indie  l'im- 
pero persiano  giunse  alla  massima  sua 
estensione  :  egli  è  l'Assuero  che  sposò  E- 
ster  ,  e  riprese  Babilonia  ribellata  ,  ma 
non  potè  abbattere  gli  scili.  Incomincia- 
te le  guerre  contro  i  greci  ,  le  continuò 
Serse  1  del  4^^  >  oi^  vcrgognusameule 


122  TER 

fuggì  iu  foiulo  al  suo  regno  o  pcn  assas- 
sinato. Nel  4^5  gli  successe  Aitaserse  I 
Longiniano,  che  terminò  le  gueire  pel 
(lattato  impostogli  dall'ateniese  Cinio- 
iie  ;  ma  le  iulestitie  tliscoitlie  ne  perlur- 
baiono  il  regno.  Nel  4^4  fi"'i  Seise  II, 
e  la  moDarchia  incominciò  a  declinare, 
così  sotto  il  fratello  Sogdiano,  che  dopo 
averlo  ucciso  visse  pochi  mesi;  Dario  !I 
o  Noto  del  4^3  ;  Artaserse  II  Meninone 
del4o4)  '1  (juale  represse  la  ribellione  del 
fialello  Ciro  e  fece  con  buon  esito  guer- 
ra ai  lacedemoni  ;  Artaserse  III  Occo  del 
o5g  fu  avvelenato  dall'  eunuco  Bagua  ; 
y\rse  o  Arsame  del  338  ;  Dario  III  Co- 
domano  del  332  fu  vinto  da  Alessandro 
Magno  re  di  Macedonia,  l'anno  33o  a- 
vanti  la  nostra  era.  Inghiottitala  Persia 
nell'impero  di  questo  conquistatore,  di- 
venne preda  de'suoi  successori,  venendo 
poi  loro  tolta,  circa  un  secolo  dopo,  da 
Arsace  VI  re  de'parti.  Per  lungo  tempo 
il  regno  persiano  più  non  rappresenlòche 
le  parti  di  semplice  provinciale  come  sog 
getti  ai  parti  combatterono  i  persiani  più 
volte  coi  romani.  ìMentre  la  Persia  era 
sotto  il  dominio  de'parti,  verso  l'anno  44 
dopo  la  nascita  di  Gesù  Cristo,  l'apostolo 
s.  Tommaso  pel  primo  vi  predicò  la  fede 
cristiana  con  successo,  eziandio  nelle  vi- 
cine regioni  della  Media,  Batlriana,  In- 
dia e  altre  ;  quindi  ve  la  proniulgarono 
anche i  ss.  apostoli  Simeone  e  Giuda,  co- 
me aiiermano  Rinaldi  a  detto  anno,  ed 
il  Terzi  nella  Siria  sacra.  Verso  l'anno 
223  il  persiano  Ardschir  o  Artaserse  I, 
nipote  di  Sassan, rovesciò  la  dinastia  Ar- 
sacide  e  fondò  il  nuovo  regno  di  Persia  ; 
fu  ceppo  della  stirpe  deSassanidi^  sos- 
tenne alcune  guerre  contro  i  romani  e 
lu  vinto  dall'imperatore  Alessandro  Se- 
vero. Nel  238  gli  successe  Sapore  o  Scia- 
pur  Ij  che  valorosamente  occupò  l'Ara- 
bia ;  ma  dipoi  nel  243  dichiarò  guerra 
all'imperatore  Gordiano,  occupò  la  Sc- 
ria e  prese  Antiochia  ,  indi  nel  244  f"^' 
vinto  dall'imperatore  :  più  tardi  oscurò 
lu  gloria  riportala  contro  le  armi  roma- 


P  E  R 

ne,  coll'indegno  trattamento  fitto  all'ini  • 
peiatore  Valeriano  caduto  in  sue  mani, 
e  scorticato  vivo  nel  260  dopo  mille  tor- 
menti, umiliazioni  e  ignominie.  La  guer- 
ra continuò  con  varia  fortuna  sotto  i  se- 
guenti regni.  Montarono  successivamen- 
te sul  trono,  nel  269  Ormus  o  Ormisda 
1,  nel  273  Vararaue  I  o  Bahram  ,  nel 
276  Vararane  II,  nel  2q4  Narsete,  nel 
3o3  Ormisda  lì,  nel  3io  Sapore  II. 

Neil'  anno  3.°  del  regno  di  Sapore  II 
i  magi  accusarono!  cristiani  a  questo  prin- 
cipe di  disprezzo  alle  divinità  de'quatlro 
elementi,  onde  irritato,  con  pubblico  e- 
ditto  ordinò  che  s'imprigionassero  tutti 
i  crisliauiche  si  potessero  prendere,qiiin- 
di  la  sua  persecuzione  è  noverata  fra  le 
principali  della  Chiesa.  Sotto  di  lui  pati- 
rono il  martirio,  oltre  i  Martiri  dell' A- 
diahenc  (f^^.)  ,  i  ss.  Sapore  vescovo  di 
Beth-Nictor,  Isacco  vescovo  di  Carca,  Gio- 
vanni vescovo  di  Belh-Seleucia,  anche  per 
aver  edificato  chiese^  ed  i  ss.  Maane,  A- 
bramo  e  Simeone.  Abbiamo  dall'  Asse- 
mani,  De  Saporis  II  regis  persecutioni- 
bus  p.  69, in  Praef.  acia  s^.  MM.  orien- 
tai, et  occid.  ,Vyom\xe  1748.  Dopo  orribi- 
li stragi,  la  persecuzione  caloaòa  media- 
zione di  Tiridate  li  re  d'Armenia,  stret- 
to amico  dell'imperatore  Costantino,  an- 
zi per  dirigere  quella  chiesa  vi  fu  eletto 
vescovo  o  primate  un  santo  uomo  perno- 
me  Giovanni,  che  poi  fu  al  concilio  Ni- 
ceno  l,  come  riporta  licitato  Terzi.  Nar- 
ra il  Bercastel  che  già  il  regno  di  Persia 
avea  molte  chiese,  quando  Fimperatore 
Costantino  per  propagarvi  maggiormen- 
te il  cristianesimo,  avendogli  Sapore  li 
proposto  un  trattato  di  alleanza,  subito 
la  concluse  e  gli  spedì  magnifici  donati- 
vi. Nello  stesso  tempo  gli  scrisse  una  let- 
tera eloquente,  nella  quale  esaltò  i  van- 
taggi della  religione  cristiana,  e  gli  spa- 
ventevoli disastri  a  cui  erano  stati  sotto- 
posti i  suoi  persecutori  ,  singolarmente 
r  imperatore  Valeriano,  più  conosciuto 
dai  persiani,  per  mano  de'  quali  Dio  lo 
aveva  punito.  Nel  338  Sapore  II  confu- 


PER 

so  per  le  orazioni  ili  s.  Giacomo  vescovo 
<Ii  Nisibi,  si  partì  dall'  assedio  di  quella 
cillàetornò  ili  l'crsia.  Paippe  guerra  con- 
tro i  romani  sotto  l'imperatore  Costan- 
zo nei  340,  e  nel  35g  prese  alcune  for- 
tezze, onde  fu  fatta  tregua  con  coudizio- 
ni pregiudizievoli  all'impero.  Ma  nel  36 1 
salito  a  questo  Giuliano  l'Apostata,  inva- 
se la  l'ersia  e  costrinse  alla  fuga  Sapore 
li  ;  però  dopo  le  grandi  vittorie  da  lui  ri- 
portate, venne  ucciso  da  una  freccia,  per 
cui  il  16  vendè  assai  cara  la  pace  al  suc- 
cessore Gioviauo.  11  crudele  Sapore  11,  u- 
vendo  in  tempo  di  Costanzo  ripresa  la 
persecuzione  della  Chiesa,  imprigionò  a 
tradiniento  il  re  d'  Armenia  Arsace  cri- 
stiano, Io  fece  prima  accecare  e  poi  ucci- 
dere. iVel  389  Sapore  li  morìe  gli  suc- 
cesse A  rtaserse  11,^  il  quale  con  isplendidi 
legali  domandò  la  pace  all'  imperatore 
Teodosio  l.SaporelUglisuccessenel  384, 
ed  a  questi  nel  389  VararanellI:  con- 
tro del  quale  l'impeiatore  Arcadio  ripor- 
tò una  miracolosa  vittoria  nel  3c)5.  Nel 
399  divenne  re  Isdegardel,  gran  perse- 
cutore de'cristiani,assalì  l'imperatore  gre- 
co di  Costantinopoli,  ma  Dio  non  senza 
prodigio  Io  fece  superare.  Vararane  IV 
diveimerenel  4^0,  indi  nel  44^  Isdegar- 
de  11  molto  alfezionato  ai  cristiani,  per 
cui  il  vangelo  fece  grandi  progressi  in  Per- 
sia ;  nel  4^7  'u  re  Firuz  o  Peroze  ,  nel 
488  Balasc,  nel  49  I  Cabade  ;  inquietan- 
do la  Persia  gli  unni ,  cui  senza  effetto 
combatterono  Perosio  e  Valente,  Caba- 
de li  sconfisse,  ma  venne  detronizzato  da 
Zambade.  Rovesciò  egli  in  breve  l'usur- 
patore, mosse  guerra  all'impero  d'orien- 
te,e  nel  5o3  ruppe  l'eseicito  di  Anasta- 
sio!. L'iniperatore Giustiniano  I  nel  527 
vinse  i  persiani] dipoi  per  la  temerità  dei 
duci  romani  liportarono  vittoria,  ma  con 
tante  perdite,  che  il  re  castigò  il  generale. 
Nel  53  1  fu  assunto  al  regno  Cosroe  I 
il  Grande,  che  rompendo  la  pace  coi  ro- 
mani, nel  539  entrò  nell'impero,  arse  An- 
tiochia edistrusse  altri  luoghi;  finì  la  guer- 
ra con  dichiararsi  nel  54o  Giustiniano  I 


PER  1^3 

Iribut.u  iodc'persiani.  Tutta  voi  la  il  re  nel 
543  riprese  la  guerra,  e  volendo  abbat- 
tere la  città  di  Sergiopoli,  la  difese  s.  Ser- 
gio, onde  spaventato  si  ritirò,  e  nel  544 
Belisario  lo  costrinse  alla  pace.  Portato- 
si ad  assediare  Edessa,  per  miracolo  del- 
l'immagine  del  Salvatore,  collocata  già 
da  Abagaro  sulla  porta,  venne  ributtato. 
Ri  movendo  guerra  ai  romani,  fu  vergo- 
gnosamente vinto  e  fugato.  Perseguitan- 
do i  cristiani  dell'  A  rmenii  maggiore,  cpie- 
sti  si  dierono  colla  provincia  all'impera- 
tore; indi  a  persuasiune  dell'imperatrice 
Sofia  fece  la  pace  per  tre  anni,  vinto  poi 
da  Tiberio  li,  moli  di  malinconia  nel  "79, 
dicesi  dopo  aver  ricevuto  il  battesimo,  il 
figlio  Ormisda  III  gli  successe,  ma  nelle 
guerre  coi  romani  il  suo  esercito  fu  su- 
perato da  quello  del  duce  Filippo,  in  vir- 
tù d'una  prodigiosa  immagine  di  Cristo. 
Ormisda  III  venne  balzato  dal  trono  per 
le  sue  tirannie,  da  Bararne  suo  generale, 
che  avea  offeso  limetlendogli  una  veste 
di  donna  per  non  aver  vinto  i  romani  : 
nel  590  gli  fu  sostituito  il  figlio  Cosroe 
li, il  quale  Io  fece  morire,  perchè  calpe- 
stava quanto  gli  mandava  in  prigione.  Al- 
lora il  nuovo  re  fu  abbandonalo  da'snoi, 
anche  per  l'uccisione  de'  primari  nobili, 
passando  dalla  parte  di  Bararne.  Il  resi  ri- 
fugiò dall'impeiatore  Maurizio, il  quale 
con  donativi  lo  fece  incontrare  da  Deme- 
trio vescovo  di  Melitene  e  da  Gregorio 
vescovo  d'  Antiochia,  che  tentai ono  di 
convertirlo  e  dilatarono  la  fede  tia'per- 
siani.  Dai  romani  Cosroe  II  fu  rimesso 
sul  trono,  sbaragliato  l'usurpatore  Bara- 
rne, sotto  il  patrocinio  della  Beala  Vergi- 
ne; ed  il  re  donò  a  Gregorio  due  croci 
preziose,  fece  regali  a  s.  Sergio  martire, 
onde  si  sparse  voce  di  sua  conversione, 
ma  per  ragione  di  stato  si  confermò  nel - 
l'idolatria.  Pieno  di  orgoglio  Cosroe  II 
prese  i  titoli  di  divino ^  di  re  de  re,  signo- 
re de' signori,  e  fra  gli  nomini  Dio.  Mos- 
seguerra  nel  6o3  a  Foca,  uccisore  di  IMau- 
rizio;  prese  molte  provincie  dell'impero, 
ed  occupò  la  Scria.  Nel  607  incominciò 


i?.4  PER 

una  fiera  persecuzione  contro  la  Chiesa 
che  durò  20  anni.  L'imperatore  Eraclio 
nel  61  3  gli  mandò  ambasciatori,  che  ri- 
fiutò ricevere  ,  essendosi  posto  in  cuore 
d'impadronirsi  dell'impero, nel  quale  fe- 
ce stragi  :  nel  6 r 4. prese  Gerusalemme, 
guastò  i  luoghi  santi,  vendè  i  cristiani  a- 
gli  ebrei,  e  portò  in  Persia  schiavo  il  pa- 
triarca Zaccaria,  ed  il  santo  legno  della 
croce, senza  però  toccarla,  lispeltandone 
per  timore  fino  i  sigilli.  Entrato  nell'E- 
gitto fecegravi  danni,  egiunse  sino  a  Car- 
tagine malmenando  1'  Africa.  Nello  stes- 
so tempo  Eraclio  gli  domandò  la  pace, 
ed  il  barbaro  richieseda  luieda'suoi  che 
prima  rinunziassero  a  Cristo  e  adorasse- 
ro il  sole;  ne  maltrattò  gli  ambasciatori, 
e  spedi  Sa  rba  reo  Sarbaraza  a  fargli  guer- 
ra. Questi  spogliò  le  chieseecostrinse  mol- 
ti cristiani  ad  unirsi  ai  nestoriani.  Di  ciò 
non  contento  e  ricusando  sempre  la  pa- 
ce, nel  622,  al  modo  detto  nel  voi.  XVIII, 
p.  236  e  237, Eraclio  implorato  il  divi- 
no aiuto,  si  recò  in  Persia  e  quasi  tutta 
l'occupò  :  spaventato  Cosroe  li  si  colle- 
gò coi  barbari  contro  l'imperatore,  fece 
martirizzare  s.  Anastasio  con  altri  70  e 
fuggì  coi  tesori  in  Seleucia,  ove  volle  co- 
ronare Mardesa  suo  figlio  minore;  ma  il 
maggiore  Siroe  nel  628  asceso  al  trono, 
lo  fece  morire  cogli  altri  fratelli  e  alla 
stessa  pena  condannò  il  padre,  facendo- 
lo trafiggere  colle  freccie.  Siroe  si  pacifi- 
cò con  Eraclio,  restituì  l'usurpato,  libe- 
rò i  prigionieri  e  gli  consegnò  la  vera  Cro- 
ce, che  l'imperatore  riportò  in  Gernsa- 
lemme (^f\):  questo  avvenimento  rese  più 
celebre  la  festa  dell'  Esaltazione  della 
Croce.  Nel  629  il  parricida  Siroe  fu  uc- 
ciso da  Sarbaraza  oSarbaro  generale,  il 
quale  fece  perire  anche  il  figlio  e  succes- 
sore Adeser  impadronendosi  del  trono. 
Nello  stesso  anno  fu  deposto  e  fino  al  632 
regnarono  Turandokht,  Rosciansciadeb, 
Arzoumidokht,lvhosrou,Firouz,Farouk" 
Zad, finché  in  detto  anno  la  corona  pas- 
sò a  Isdegarde  III  del  sangue  reale  di  Co- 
sroe II.  Intanto  l'impero  decaduto  per 


PER 

principi  imbeili  ed  oscuri,  fu  invaso  dagli 
arabi  saraceni,  in  un  alla  capitale  Cte- 
sifone  saccheggiata  :  i  persiani  fecero  un 
ultimo  sforzo  nel  642  alla  battaglia  di 
Nehavend,  o  vittoria  delle  vittorie,  gua- 
dagnata dai  saraceni  ;  Isdegarde  111  im- 
plorò il  soccorso  dell'  imperatore  cinese 
Taifsung,  gli  arabi  del  tutto  lostermina- 
lono,  e  nel  652  la  Persia  divenne  loro 
provincia  ,  estinguendosi  la  dinastia  dei 
Sassanidi. 

Cancellatala  Persia  per  la  seconda  vol- 
ta dalla  lista  delle  potenze  e  incorporata 
neir  impero  degli  arabi ,  la  religione  di 
Rlaometto  rimpiazzò  quella  di  Zoroastro. 
Due  secoli  di  soggezione  ai  califfi  di  Bag- 
dad poterono  equipararsi  a  schiaviti!  do- 
lorosa ,  ma  poco  dopo  molti  principi  di 
origine  tatara  andarono  togliendo  agli  a- 
rabi  varie  provincie,  ch'eressero  in  mo- 
uarchie,  e  neir820  ricomparve  un  picco- 
lo regno  persiano  nel  Rorassan,  che  do- 
po vaiie  vicende  si  possedette  dai  Gaz' 
nevidi.  Fu  alla  fine  del  secolo  X  e  nel 
997  che  Mahmudil-Ghiznevide  innalzò 
in  questo  paese  il  grande  impero  di  sua 
dinastia,  laqualein  tutta  la  Persia  e  per- 
sino neirindostan  penetrò  collesue  armi. 
Versoli  io38  ]Massuh  successore  di  Mah- 
mud  perdette  definitivamente  la  Persia 
(altri  dicono  che  il  regno  finì  con  Ormis- 
da IV,  ucciso  da  Omar  re  de'saraceni), 
fondandovi  l'impero  de'turchi  Selg'uci- 
di  prima  IMikail,  e  meglio  a  detta  epoca 
Togrul-Beig  sultano  di  Nisciabur,  cui  suc- 
cessero nel  1064  Alp-Arslan,  nel  1072 
IMalekSciah,  nel  1093  Barkiaroc  ,  nel 
1  io5  Mohammed  I,  dal  1 1  i5  al  1 158 
Sangiar,  Mahmud  1,  Masud  e  Moham- 
med II,  nel  I  i58  IMahmud  II,  nel  1 160 
Solimano  Sciah,  nel  i  161  Arslan  Sciai), 
e  nel  i  i  77  Togrul  II  sino  al  i  187  in  cui 
i  sultani  di  Karisma  s'impadronirono  del- 
la Persia  e  ne  vennero  cacciali  daGen- 
gis-Ran  nel  i225,  cioè  dai  mongoli  sot- 
to la  condotta  di  Hugaluo  Hulagu-Ran, 
onde  divenneprovincia del  loro  vastoim- 
pero;  indi  nel  i23i  minacciarono  di  e- 


PER 

stcìininio  le  reliquiede'cristiaiiiin  orien- 
te, con  impadronirsi  delle  terre  ivi  rima- 
ste ai  principi  cristiani,  per  cui  e  a  sal- 
vezza di  Gerusalemme  l'imperatore  Fe- 
derico Il  domandò  aiuti  a  Papa  Grego- 
rio IX.  La  Persia  restò  quindi  separata 
dai  mongoli  nel  1239  per  Hulagu  Kan, 
ceppo  della  dinastia  de' Grv?g/.5A77'2/V//,  cui 
successero    nel    i265  AbakaKan  ,  nel 
j  aBaAhmed-Kan,  nel  i  284ArgunKan, 
nel  1287  Kangiatu-Ran,  nel  1292  Ca- 
san-Kan,  nel  i3o4  Agiaptu ,  nel  iSiy 
Abusaid.quindi  fu  straziata  dall'anarchia 
nel  1 335  fino  al   1  36o  in  cui  la  conqui - 
sto  Tamerlano.  Dopo  di  lui   regnarono 
gli  altri  mongoli,  IMiraca  nel  i4o5j  A- 
Lu  Saidnel  1451, nel  1469  Ussum-Cas- 
san  o  prima,  poiché  il  Papa  Calisto  III, 
morto  nel  i!^5S,  gli  scrisse  onde  invitar- 
lo, coi  principi  d'Armenia  e  de'  tartari, 
a  muovere  guerra  ai  turchi  che  si  era- 
no impadroniti  dell'impero  greco.  11  ce- 
lebre Ussum  Cassa  n  era  principe  de'tur- 
comani   del  montone  bianco ,  e  tolse  il 
regno  ai  discendenti  di  Tamerlano,  sub- 
entrando colla  sua  dinastia  aregnare  sul- 
la Persia.  Nel   1478  gli  successe  Yekuf, 
indi  nel  i485  Julaver,   nel  1488  Bay- 
singir,  nel  j490  Risiano,  nel  i497  ug- 
niate Alvante,  il  quale  terminò  di  regna- 
re nel  i499-  In  questo  tempo  da  Sceik- 
Haidar  restauratore  della  riforma  mao- 
mettana e  preleso  discendente  d'Aly  ge- 
nero del  profeta  ,  derivò  Ismaele  Sell  o 
Sofi  suo  figliuolo,  che  gittò  le  basi  della 
dinastia  Sofiana^  e  diede  il  nome  di  Sofì 
al  sovrano  di  Persia,  la  quale  nel  i5oi 
vide  rialzarsi   il  suo  trono  nazionale,  in 
cui  ascese  il  detto  Sciali  Ismaele  I  e  re- 
gnò iìno  al  I  525  :  sotto  di  lui  incomin- 
ciò la  lotta  tra  persiani  e  turchi  a  van- 
taggio di  questi.  Thamas  suo  successore, 
principe  indolente  ,  lasciò  ai  turchi  che 
facessero  progressi  nelle  conquiste,  solo 
devastò  il  paese  perchè  mancasse  ai  vin- 
citori la  sussistenza.  Ismaele  II  del  1576 
si  rese  famoso  per  delitti  ;  nel  1577  gli 
successe  Muomelto  Rodabend  che  si  di- 


PER  11.5 

stinse  per  d'^vozione;  nel  1  585Emlr  lleni- 
se  o  Hamzed  e  Ismaele  III  nell'  istesso 
anno  fuiono  successi  da  Sciali  x\bbas  I  il 
Grande, cheieise  pei-  uà  mezzo  secolo  glo- 
riosamente i  suoi  popoli.  Sostenne  per- 
sonalmente la  guerra  contro  i  turchi,  cui 
ritolse  Tauris,  e  guadagnò  sopra  di  loro 
parecchie  battaglie  ;  s' impadronì  della 
Giorgia,  togliendola  ai  mogoli,  ed  aiuta- 
to dagl'inglesi,  tolse  Ormus  ai  portoghe- 
si :  favorì  il  commercio,  le  arti  e  la  giu- 
stizia, ma  le  sue  ferocie  e  avarizia  desta- 
no orrore. 

Clemente  Vili,  ad  istanza  di  Abbas  1, 
nel  i6o4  mandò  in  Persia  per  missiona- 
ri i  carmelitani  scalzi,  che  vi  fecero  pro- 
gressi, fabbricarono  un  convento  con  10 
religiosi  e  vi  aprirono  una  chiesa:  in  se- 
guito vi  si  portarono  gli  agostiniani  di 
Goa,  i  cappuccini  di  Francia,  i  domeni- 
cani ed  i  gesuiti,  come  meglio  riferirò  e 
dissi  a  HisPAHAN.  Nel  Lunadoro  dell'  e- 
diz.  del  1646,  Relaz.  della  corte  di  Ro- 
ma, p.  I  78, si  legge  come  Clemente  Vili 
ricevè  e  alloggiò  due  ambasciatori  per- 
siani. Questi  ambasciatori  fiuono  fatti 
fermare  nella  Filla  di  Papa  Giulio  ///, 
dove  nelle  ore  pomeridiane  andò  il  duca 
Silvestro  Aldobrandini  priore  dell'ordi- 
ne di  s.  Giacomo  e  nipote  del  Papa,  ac- 
compagnato da  buon  numero  di  tilolati 
e  gran  quantità  di  nobiltà,  con  la  guar- 
dia svizzera.  Due  coppie  di  titolati  pre- 
sero in  mezzo  ognuna  un  ambasciatore, 
e  ciascuno  di  loro  numerósa  corte  furo- 
no presi  in  mezzo  da  due  nobili  :  i  caval- 
li per  gli  andjasciatori  e  loro  seguilo  li 
somministrarono  i  cardinali  nipoli  del 
Papa.  La  cavalcata  percorse, dalla  porta 
del  Popolo,  le  vie  di  Ripetta  e  Tordino- 
na  ;  giunta  a  ponte  s.  Angelo  e  benché 
fossero  le  ore  23,  3o  palafrenieri  ponti- 
ficii in  busto  e  spadaj  con  torcie  accese 
di  cera  bianca,  si  unirono  ad  essa.  Pro- 
seguì la  cavalcata  per  Borgo  nuovo,  piaz- 
za di  s.  Pietro,  e  per  Borgo  vecchio  si  fer- 
mò sulla  piazza  di  s.  Giacomo,  ove  gli  am- 
basciatori smontarono  colla  comitiva  al 


126  TER 

palazzo  tlestlnato  per  alloggio  loro  e  Jol 
le  famiglie.  A  spese  di  Clemente  Vili  fu 
rono  IaiitaiTiei)Ie  liatlali.  Non  furono  al- 
bergali nei  palazzo  Vaticano,  perchè  il 
re  che  li  mandava  era  maomettano  (co- 
me entrarono  in  Roma  sotto  Innocenzo 
Vili  ,  ZÌ7Ìmo  fratello  di  Bajazelle  H  e 
1'  ambasciatore  ottomano  di  questi,  con 
splendide  cavalcate,  il  primo  alloggialo 
nel  palazzo  pontificio,  il  secondo  in  quel- 
lo di  Cesi,  lo  dissi  nel  voi.  XXXV,  p.  174 
e  seg.),  e  gli  ambasciatori,  uno  era  per- 
siano, l'allro  inglese;  fra  loro  oravi  poco 
accordo.  Restarono  in  Roma  più  mesi, 
ed  ebbero  più  udienze  da  Clemente  Vili; 
la  i."  nella  camera  della  bussola  di  da- 
masco, sedendo  il  Papa  sotto  baldacchi- 
no, con  istola  sulla  mozzetta,  more  soli- 
lo (ora  non  si  costuma),  ed  alle  bande  ne- 
gli scabelloni  d'appoggio  assisterono  20 
cardinali  col  decano.  Gli  ambasciatori  fu- 
rono introdotti  dai  maestri  delle  cererao- 
nie;  baciarono  il  piede  al  Pontefice,  pre- 
sentarono le  lettere  del  re  Abbas  I  ,  ri- 
volle in  più  piegature  di  drappi  colora- 
ti, ed  esposero  il  motivo  di  loro  amba- 
sciata, che  per  interprete  e  in  italiano  fu 
dichiarala  al  Papa,  il  quale  rispose  in  la- 
tino, parlando  agli  ambasciatori.  Oltre  le 
altre  udienze  avute  da  Clemente  Vili, 
gli  ambasciatori  furono  ricevuti  dai  car- 
dinali Aldobrandini  e  Passeri  nipoti  del 
Pontefice,  alla  presenza  del  Lunadoro, 
che  da  parte  di  essi  portò  loro  molti  re- 
gali di  gioie  e  oro,  non  solo  per  gli  am- 
basciatori, ma  altresì  pel  loro  corteggio, 
insieme  ad  alcuni  quadri  dipinti  e  di  di- 
vozione da  loro  domandati.  Clemente 
Vili  a  pi'oprie  spese  rivestì  gli  amba- 
sciatori e  le  proprie  famiglie,  secondo  il 
costume  persiano,  di  riccbe  vesti  di  broc- 
cato e  altre  sorta  di  nobili  drappi.  Alla 
partenza  degli  ambasciatori  restarono  in 
Roma  G  servi  che  si  battezzarono,  e  ad 
essi  Clemente  Vili  assegnò  buone  parli 
di  palazzo  e  3oo  scudi  di  entrata  per  cia- 
scuno, in  tanti  uffizi  della  cancelleria  a- 
poslolica.  Racconta  il  Terzi, che  Paolo  V, 


P  E  R 
elelto  nel  i6u5,  mandò  ad  Abbas  1  due 
carmelitani  scalzi  ,  col  carattere  di  am- 
basciatori, come  i  precedenti;  furono  ac- 
colti con  molta  stima  ,  die  loro  un  pa- 
lazzo in  Hispahan,  allora  capitale  del  rea- 
me, dove  fabbricarono  convento  e  chie- 
sa. Fu  in  quel  tempo  che  colla  medesi- 
ma qualifica  di  ambasciatori,  il  re  di  Fran- 
cia mandò  due  cappuccini,  il  re  di  Por- 
togallo due  cappuccini,  ed  il  re  di  Po- 
lonia due  agostiniani.  A  ciascuno  di  que- 
sti Abbas  I  assegnò  in  Giulfa,  presso  Hi- 
spaban,  sito  proporzionato  per  edificar- 
vi chiesa  e  convento.  Avverte  il  Terzi, 
che  nel  declinar  del  secolo  XV 11,  Giul- 
fa era  colonia  degli  armeni  ,  abitata  da 
circa  20,000  cristiani,  cattolici  e  scisma- 
tici :  vi  risiedeva  un  arcivescovo  arrae- 
nOj  e  ciascuno  liberamente  esercitava  il 
proprio  rito.  Che  i  cappuccini  per  sollie- 
vo degli  europei  cristiani  aveano  fondato 
un  ospizio  aBandarabassi,eche  i  carmeli- 
tani scalzi  eransi  diffusi  fino  aSciras,  200 
miglia  da  Hispahan,  e  non  solo  vi  apriro- 
no comodo  ospizio  e  chiesa,  a  vantaggio 
de'  dispersi  persiani  cristiani,  ma  ancora 
scuole  scientifiche, per  impugnare  con  di- 
spute qualunque  setta  d'infedeli.  All'arti- 
colo Persia  provincia  ecclesiastica,  ho  no- 
tato che  Elia  patriarca  persiano  nel  1 6i 6 
scrisse  a  Paolo  V,  Il  successore  Gregorio 
XV  istituì,  anche  per  utile  spirituale  de' 
cristiani,  la  Congregazione  di  propagan- 
dajìde,ed  Cibano  Vili  il  Collegio  Urba- 
no, che  riceve  per  alunni  anche  i  persiani. 
Da  Urbano  Vili  fu  decretata  l'erezione 
del  vescovato  d'Hispahan  di  rito  latino, 
ad  istanza  d'Abbas  I,  e  ne  fu  nominato 
i.°  vescovo  fr.  Gio.  Taddeo  di  s.  Eliseo 
carmelitano  scalzo,  ma  non  si  potè  effet- 
tuare, come  notai  nel  voi.  XXXII 1  ,  p. 
246,  indi  si  ottenne  licenza  di  fabbri- 
care tre  chiese. 

Abbas  1  morì  nel  1629,  e  come  avca 
fatto  morire  tulli  i  suoi  figli,  a  lui  suc- 
cedette il  nipote  Sefi  o  Mirza  Sofi  ,  ma 
sì  lui  che  i  sofì  o  sciali  del  secolo  XVII 
furono  imbelli,  feroci  e  dissoluti.  Sefi  I 


PER 
fu  im  nuovo  Nerone,  ed  il  suo  regno  è  un 
tessuto  (li  alrocitìi.  Nel  i64'2  clegnnmcn- 
tc  lo  rimpiazzò  il  figlio  Abbas  11  ;  indi 
(leiln  stessa  tempia  fii  Solimano  o  Stfi 
11,  elle  ascese  al  Irono  nel  i  66G.  Papa 
Clemente  IX  per  soccorrere  Candia  as- 
sediata dai  turchi,  gli  scrisse  lettere  pre- 
murose; il  re  gli  rispose,  ma  tardi,  che 
avca  intrapresa  la  bramala  guerra,  por- 
tando nel  1673  la  lettera  due  domeni- 
cani a  Clemente  X.  Nel  vol.XLll,  p.  G6, 
feci  menzione  del  legato  che  quel  Piipa 
spedì  al  re  di  l'ersia,  a  cui  nel  i  G88  scris- 
se un  breve  Innocenzo  X!,  pel  desiderio 
che  avea  di  fondare  una  missione  di  cap- 
puccini inSciamachia,  iiobileciltì'. di  Scir- 
van,  eneotlenne  favorevole  risposta,  on- 
de vi  fu  fabbricata  una  chiesa,  ed  eielta 
la  missione  sotto  la  prefettura  di  Gior- 
gia,  presso  il  passo  di  Derbent  ,  portoe 
Caucasine ,  ^unÌQ  interessante.  Noterò 
che  dal  i638  al  i6c)3  le  due  chiese  di 
llispahan  e  Babilonia  furono  governate 
da  un  solo  vescovo;  allora  per  disposi- 
zione di  Innocenzo  XI 1  ,  che  nel  1  Gq4 
mandò  ad  effetto  l'erezione  della  sede  di 
Hispahan  ,  ciascuna  ebbe  il  suo  pastore 
sino  al  1770:  fu  vescovo  d'Hispahan  fr. 
Elia  di  s.  Alberto  carmelitano  scalzo,  il 
cui  busto  con  quello  dell'altro  fr.  Elia, 
sono  nel  convento  della  Scala  in  Roma. 
Sefi  11  o  Solimano  fece  la  guerra  agli 
usbeki  ed  ai  cosacchi,  e  nel  1694  gli  suc- 
cesse il  figlio  Hussein,  principe  mite  che 
si  addormentò  nelle  delizie  del  serraglio. 
Ebbe  relazioni  con  Papa  Clemente  XI, 
onde  al  detto  a  Hispahan  aggiungerò  che 
Clemente  XI  col  breve,  Decel  sane  [Jllu- 
stris  ac  polenlissirne  rex,salutein  et  lu' 
men  divinae  gra(iae),  de'  1 5  luglio  1  7o5, 
Bull,  de  prop.  fide  ,  Jppeiidix  p.  366, 
rinnovò  le  sue  premure  al  re  di  Persia 
in  favore  de'  cattolici ,  e  glielo  trasmise 
per  Israele  Ory  che  raccomandò.  Aven- 
do poi  saputo  che  questi  in  Persia  per- 
seguitava i  cattolici,  col  breve  Ciim  no- 
stri^ùei  marzo  i  709,  lococitato,  p.  375, 
avvisò  il  re  delle  frodi  di  Ory  e  lo  pregò 


PER  1^7 

reprimerle.  Indi  col  breve  Crnlumforc, 
del  i5  giugno,  lococit.  p.  374,  gli  l'ac- 
comandò Pietro  Martire  di  Parma  arci- 
vescovo di  Niixivan  ,  i  domenicani  ed  : 
cattolici  armeni.  Finalmente  Clemente 
XI,  col  breve  Qiiaeaunque,  de'9.6  luglio 
1 714,  loco  cit.p.  437,  ringraziò  il  re  del- 
la protezione  che  accordava  ai  cattolici 
in  Persia,  pregandolo  a  ripaiare  i  gra- 
vissimi danni  chesnffrivanoi  cattolici  ar- 
meni ed  i  mìssionaii  cappuccini  in  Teflis 
capitale  della  Giorgia,  per  il  che  si  procu- 
rò lettere  commendatizie  anche  dall'im- 
peratore, granduca  di  Toscana  e  repub- 
blica veneta.  L'infingardo  re  Hussein  fu 
risvegliato  dagli  afgani  ,  poiché  il  capo 
d'ima  tribù  di  lai  nazione, Mir  Wcis,  in- 
nalzò lo  stendardo  della  ribellione.  Que- 
sti popoli  originari  dello  Scirvan  o  gran- 
de Albania,  posta  (ia  il  Caspio  ed  il  Cau- 
caso, che  gl'indiani  conoscono  sotto  il  no- 
me à\  pafant,  aveano  prestalo  ad  Abbas 
I  e  a' suoi  discendenti  leale  ul^bidienza  ; 
ma  stanchi  di  pi  li  soffrire  le  avanie,  con- 
tro le  quali  tentarono  invano  di  recla- 
mare, trucidarono  il  governatore  di  Ran- 
dacar,  il  di  cui  dominio  dopo  inutili  ten- 
tativi fu  lasciato  godeie  a  Mir  Weische 
vi  morì  in  pace  nel  1715.  Il  suo  figlio 
IMahmud,  profittando  dell'anarchia  del- 
le proviucie  persiane,  con  un  esercito  si 
presentò  alle  porte  di  Hispahan,  che  ri- 
dotta alla  fame,  se  neimpadronì  nel  i  722. 
Lo  sventurato  Hussein  rassegnò  all'usur- 
patore Mahmud  lo  scettro  de'  sofì,  men- 
tre il  suo  figlio  Thamas  venne  procla- 
mato reaCazbin,  nell'  IracAdjemi  ,  né 
perdeva  speranza  di  ricuperare  la  Per- 
sia intera,  che  nell'interno  era  agitata  da 
civili  discordie,  e  all'esterno  dalle  armi 
turche  e  russe  combattuta.  Mahmiul  si 
fece  odiare  e  spegnere,  onde  la  corona 
passò  al  cugino  e  altro  usurpatore  Aschrat 
nel  1725,  che  troppo  grave  trovandola 
propose  la  restituzione  a  Hussein  che  la 
rifiutò. 

Intanto  il  principe  Thamas,  rifugiato 
ue'monti,  vide  ingrossare  il  suo  partito. 


128  l'ER 

Nadir-Kuli,  della  tiihù  degli  Esciar.  che 
nato  da  un  pastore  eia  divenuto  capo  di 
un'orda  di  masnadieri, gli  offn  i  suoi  ser- 
vigi ed  ottenne  vari  successi.  Allora  Tha- 
mas  lo  rimunerò  del  proprio  nome,  on- 
de il  valoroso  condottiero  si  chiamò  Tha- 
mas-Ru'i-Khan;  rovesciò  neh  729  la  mo- 
narchia effimera  degli  afgani  e  fece  sali- 
re Thamas  al  soglio  de'  suoi  maggiori  , 
col  nome  di  Sciah-Thamas.  Mentre  Tha  • 
mas-Kuli-Khan  era  marciato  contro  i  tur- 
chi, lo  sciali  senza  consultarlo  conchiu- 
se con  essi  un  trattato  :  scontento  il  pri- 
mo di  questo,  alla  testa  dell'esercito  nel 
1736  fece  deporre  il  re,  pose  in  suo  luo- 
go Abbas  Ili  di  lui  figlio,  che  morto  po- 
co dopo,  egli  venne  gridato  sovrano  col 
nome  di  Sciah-Nadir.  Questo  bellicoso 
monarca  fece  rendere  dai  turchi  le  pro- 
■vincie  che  aveano  usurpate  ,  sottomise 
Y  Afganistan  e  sospinse  le  sue  arcui  vit- 
toriose fino  nell'Indie.  Il  periodo  glorio- 
so del  suo  regno  restò  offuscato  col  dive- 
nire il  flagello  de'sudditi,  che  voleva  in- 
durre a  cangiar  la  setta  d'Aly  con  quel- 
la de'sHnniti.e  perì  assassinalo  nel  i  74?- 
La  chiesa  d'  Hispahan  che  avea  sollerto 
una  persecuzione  nel  1712  dagli  arme- 
ni scismatici  ,  sotto  lo  Sciah-iNadir  ecci- 
tate inaudite  crudeltà,  quasi  tutti  i  cat- 
tolici dalla  Persia  emigrarono  rifugian- 
dosi nella  Mesopolamia,  Arabia,  Mogol 
ed  Europa;  laonde  delle  fiorenti  missio- 
ni di  Persia  non  restarono  che  misera- 
bili rovine  ,  fuggendo  in  Bagdad  anche 
diverse  famiglie  armene.  Sotto  il  detto 
re,  Benedetto  XIV  stabili  gì' interroga- 
torii  pei  vescovi  di  Persia.  SaPi  al  trono 
nel  174?  Ibrahim  e  nell'istesso  anno  I- 
smaele  Sciah,  ma  di  semplice  titolo,  lino 
al  I  76 1 ,  imperciocché  orribili  turbolenze 
e  fazioni  dilaniarono  il  paese,  che  alterna- 
tivamente signoreggiarono  Ali-Merdan  , 
Azad  e  Mohammed  Hassan.  In  tale  epo- 
ca Alimed-Abdallah  della  famiglia  degli 
Scudozi  e  della  tribù  de'  Durani,  coro- 
nato re  di  Randahar  ,  fondò  la  monar- 
chia degli  afgani,  con  che  si  divise  l'im- 


PER 

pero  persiano  in  orientale  ed  occiden- 
tale. Continuando  nella  Persia  propria  o 
occidentale  la  desolatrice  anarchiaj  riu- 
scì a  Kerim-Rhan  di  riunire  sotto  la  sua 
autorità  l'  Aderbaidjan,  il  Pars,  il  Rer- 
man  e  l'Irac,  cui  nella  guerra  civile  fece 
godere  qualche  quiete,  col  modesto  tito- 
lo di  Vakil  o  reggente  sino  al  1779-  Do- 
po la  sua  morte  nuove  .scene  di  orrore 
insorsero  fra'di  lui  congiunti  ed  un  prin- 
cipe del  sangue  :  Ali-Murat  fu  nel  1784 
padrone  del  trono,  ina  per  pochi  anni. 
Sconvolta  la  Persia,  1'  eunuco  Aga  Mo- 
hammed-Ran  insorse  contro  Ali ,  dopo 
varie  vicende  giunse  a  sterminare  la  fa- 
miglia, e  divenne  signore  del  paese  e  fon- 
daloredell'odierna  dinastia  verso  il  i  792 
o  1  794  dei  Nacljars,  sopra  le  contrade 
che  formano  a  un  di  presso  la  Persia  at- 
tuale. Nel  1796  nominò  successore  il  ni- 
pote Feth-Aly-Sciah,  il  quale  consolidò  il 
trono  concondotta  rigorosa  e  saggia.  Nel- 
l'Afganistan  poi,  Timur  figlio  di  Ahmed, 
mantenne  le  paterne  conquiste,  ed  a  Ca- 
bui  trasferì  la  sua  sede:  gli  successe  quin- 
di Zeman,  chefu  poi  detronizzato  da  Mo* 
hammed  Sciah  figlio  di  Abbas  Mirza  , 
che  acclamato  sovrano  poco  dopo  fu  de- 
posto per  le  sue  crudeltà,  cedendo  il  so- 
glio afganistano  a  Sciali  o  Shah  Sciogia. 
Feth-Aly  ridusse  al  dovere  le  provincie 
orientali  della  Persia,  le  quali  senza  con- 
testargli la  sovrana  autorità  poco  1'  ub- 
bidivano ;  fu  principe  giusto  e  modera- 
to, riconquistò  gran  parte  delRorassan; 
ma  le  sue  ultime  guerre  colla  Russia  eb- 
bero per  risultato  nel  1827  la  perdita 
d'una  parte  della  provincia  d'Erivan.  A- 
vendo  nominato  principe  ereditario  il  suo 
terzogenito  Abbas  Mirza,  a  questi  Papa 
Leone  XII  scrisse  due  brevi,  Suminos 
ecclesiae,  de  IO  ottobre  1827,6  20  set- 
tembre 1828,  Bull,  de  prop.  t.  5,  p.  27 
e  44-  Col  i.°gli  raccomandò  il  sacerdo- 
te armeno  Giovanni  Derderian  ,  che  si 
portava  in  Persia,  per  la  libera  predica- 
zione del  vangelo  e  ministero  ecclesiasti- 
co, prefetto  della  missione,  affidandolo  al 


suo  patrocinio  ,  in  un  agli  allri  missio- 
nari e  cattolici  dimoranti  nel  regno.  Col 
1°  replicò  il  contenuto  dcH'altio  per  mi- 
glior sicurezza.  La  Persia  nel  i  'Ò'}.C)Q  i  83o 
patì  grandi  stragi  pelconlagiodcl  clioleia 
morbus. 

Abbas  Milza  picmorì  al  padre  Fclh- 
Aly  nel  i833.  Questi  mancò  di  vita  l'an- 
no seguente  e  gli  successe  il  di  lui  nipote 
Mohammed  o  Mcliemcd,  figlio  d'Abhas 
Milza,  morto  nel  1848  a  Teheran.  Le 
ultime  notizie  di  Persia  sono,  che  i  mi- 
glioramenti innumerevoli  adottati  dalla 
Turchia,  la  determinarono  a  seguirla  sul 
aunmino  dell'utile  progresso;  rpiindi  ne 
conseguì  la  prosperità  del  regno,  diven- 
ne*più  importante  la  sua  influenza  in- 
terna ed  esterna,  meglio  riunite  le  parti 
disparate,  la  forza  più  centralizzata,  e  lo 
spirito  turbolento  delle  tribù  nomade  te- 
nuto 1)1  miglior  freno,  come  reso  impo- 
tente cpiello  delle  straniere  de'turcoina- 
ni  e  bclugi.  llcommercio  divennepiù  flo- 
rido, sicuie  le  strade, le  finanze  in  buono 
slato,  la  truppa  disciplinata  all'europea, 
numerosa  l'artiglieria,  l'istruzione  pub- 
blica in  aumento,  spediti  nobili  giovani 
in  Francia  a  compiere  i  loro  studi  ed  e- 
ducazione,  stabilite  tipografie  in  Teheran 
e  Tauris,  come  e  meglio  si  legge  nel  n.° 
36  del  Diario  di  Roma  1847.  ^'^^  "•" 
4o  poi  delle  Notizie  del  giorno  1  847  e 
nel  n."  i  del  1848,  si  riporta  il  discorso 
fatto  dall'ambasciatore  persiano  residen- 
te a  Parigi,  al  re  di  Francia,  ampolloso 
secondo  il  costume  orientale,  i  doni  re- 
cati al  re,  oltre  le  decorazioni  del  Sole  e 
del  Leone,  e  quelli  per  la  famiglia  realej 
per  cui  Luigi  Filippo  conferì  allo  shah 
il  gran  cordone  della  legione  d'onore,  del 
qualeordinedichiaròpure  membro  l'am- 
basciatore. Nel  discorso  si  dice  »  il  mio 
sovrano ,  la  cui  potenza  eguaglia  quella 
della  costellazione  di  Saturno,  il  Padi- 
chak  di  Persia  [maestà  imperiale  del  mol- 
to ìiìagniflco  sovrano  dell  Iran  ,  lìleìie- 
ììied  Jftah,  così  lo  chiama  l'ambasciatore 
dcir  alta  corte  di  Persia),  le  cui  truppe 

VCL.  IH. 


PJ::ìI  !?.<) 

sono  tanto  numerose  quanto  le  stelle,  e 
il  cui  inq)ero  è  a  livello  del  cielo".  Si 
dice  il  re  di  Francia  »  sublime  immagi- 
ncdelsole,il  cui  splendore  eguaglia  ([nel- 
lo de'cieli";  la  corte  francese  »  corte  im- 
periale emula  al  firmamento  ".  Per  la 
suddetta  morte  di  Mohammed  subito  in 
Tauris  fu  proclamato  shah  o  sciah  il 
suo  figlio  maggiore  regnante  Welisat- 
Nerredin-Mirzn.  Questi  nel  i85i  perla 
prima  volta  inviò  un  ambasciatore  persia- 
no alla  corte  di  Londra. Le  più  recenti  no- 
tizie finalmente  delle  missioni  di  Persia 
sono  le  seguenti,  oltre  ledette  alIrsi'AiiArf, 
il  cui  ultimo  vescovo  di  rito  latino  nominò 
Gregorio  XVI,  per  cui  dal  1837,  come 
amministratore  apostolico  del  vescovato 
d'Hispahan  e  delegato  apostolico  di  Per- 
sia, governa  la  chiesa  di  Persia  e  la  mis- 
sione il  vescovo  di  Babilonia  mg.'  Loren- 
zo Trioche  (da  Pio  IX  nel  1 848  fatto  ar- 
civescovo neir  elevar  la  sede  al  grado 
metropolitico,  dichiarando  sua  suflrag^- 
nea  Hispahan).  In  questa missionesi  tro- 
vano pochi  cattolici  di  rito  latino  e  non 
molti  dell'armeno  o  altro  rito  orientale. 
Ultimamente  vi  cessò  l'uso  del  ripudio  e 
dell'uccisione  de'  figli  spurii,  nelle  quali 
pieopereebbegran  parte  il  nominato  pre- 
fetto Derderia  a.  JNel  1834  sotto  Grego- 
rio XVI  si  ottenne  dal  reo  shah  il  per- 
messo di  predicarvi  la  religione  cattolica; 
onde  oggidì  il  governo  non  pone  alcun 
ostacolo  alla  sua  diffusione.  Gli  eretici 
però  e  gli  scismatici,  che  vi  abbondano, 
non  lasciano  cosa  alcuna  per  impedirla. 
Un  giorno  molto  giovarono  a  queste  mis- 
sioni i  rappresentanti  delle  potenze  cat- 
toliche. I  re  di  Francia  ne'trattali  co're 
di  Persia  sempre  v'  inclusero  condizioni 
favorevoli  ai  cattolici.  Eccoi  luoghi  prin- 
cipali delle  missioni  di  Persia. 

Hispaìian.  La  giurisdizione  di  questa 
sede  vescovile  di  rito  latino  comprende- 
va tutta  la  Persia,  V  Armenia  maggiore 
e  minore  e  la  Giorgia;  oggi  seml^ra  e- 
stendersi  alla  sola  Persia,  essendosi  pre- 
se dalla  s.  Sede  altre  determinazioni  rap- 

9 


i3o  PER 

porto  alle  Armenie  eil  alla  Giorgia.  La 
sua  popolazione  è  di  circa  60,  eoo,  ma 
poche  sono  le  ftimiglie  cattoliche;  in  c) 
anni  si  convertirono  62  persone:  talvol- 
ta vi  si  fermano  i  mercanti  cattolici  che 
vanno  all'Indie.  Gli  armeni  scismatici  vi 
ebbero  20  chiese,  ma  g  sono  le  supersti- 
ti. Vi  risiede  un  loro  arcivescovo  di  gran- 
de autorità,  che  esercitala  giurisdizione 
anche  nell'  Indie,  ove  spedisce  ministri 
immorali,  che  vivono  di  quelle  ricchez- 
ze. I  carmelitani  scalzi  hanno  in  Hispa- 
lian  una  prefettura  apostolica,  che  ha  pu- 
re giurisdizione  sulla  Mesopotaniia  :  vi 
è  ancora  una  prefettura  cattolica  arme- 
na e  vi  sono  monaci  antoniani  del  Monte 
Libano.  Parcelle  sieno  state  ricuperale  le 
case  de'gesuiti,  domenicani  e  carmelitani 
situate  nel  sobborgo  di  Giulfa,non  che  al- 
cuni fondi  rustici.  La  benemerita  famiglia 
Sceriman  donò  un  palazzo  per  residenza 
del  vescovo  latino  e  dei  missionari.  Vi  è 
scuola  gratuita.  (jm//à.  Ebbe  4  chiese,  ma 
solo  esiste  quella  già  de'domenicani.  Vi  è 
un  monastero  di  monache  armene  ereti- 
che, senza  clausura, senza  voti,  senza  con- 
dotta. Gli  armeni  cattolici  vi  hanno  una 
missione.  Teheran.  Vi  èqualche  ministro 
europeo  con  famiglie  cattoliche. Di  recente 
■vi  fu  costruito  un  palazzo  per  l'incarica- 
to di  Francia,  per  la  sua  stabile  residen- 
za ,  io  mezzo  ai  giardini  già  di  Mirza- 
Khan ,  i  quali  formano  l'ammirazione 
degli  stranieri,  con  cappella  pel  culto  cat- 
tolico. L'incaricalo  d'alfaii  Sartiges,  che 
curò  tale  costruzione,  si  occupò  d'  uno 
stabilimento  alle  suore  di  s.  Vincenzo  de 
Paoli,  per  la  cura  degl'infermi,  con  gran- 
de utile  degli  abitanti,  spesso  tormenta- 
ti da  schifose  malattie.  Tanrìs.  Ha  po- 
chi cattolici,  ve  ne  sono  però  di  rito  cal- 
deo con  chiese;  gli  armeni  passarono  tut- 
ti allo  scisma.  Vi  è  una  prefettura  apo- 
stolica e  scuola.  Eravi  stato  aperto  un 
collegio  ai  lazzaristi,ma  perseguitati  dagli 
scismatici  si  ritirarono.  Tauris  fu  già  ca- 
pitale di  Persia,  ed  ora  si  considera,  co- 
me Ilispahan,  la  i."*  città  del  regno.  Schi- 


V  E  R 

ras  o  Sdras.  Vi  è  una  chiesa  e  alcuni 
cattolici  europei;  molti  erano  gli  arme- 
ni cattolici,  passali  allo  scisma.  Un  villag- 
gio del  Kurdistan  ha  tutti  cattolici  di  ri- 
to caldeo.  Soulduze.  Ha  6  famiglie  cat- 
tolichee chiesa  in  Baburi.  Malwana.^o- 
vera  4o  cattolici  convertiti  di  fresco,  con 
chiesa.  Ahiiscer.  Nel  golfo  persico:  ebbe 
chiesa,  ed  è  retta  dai  carmelitani.  Vi  a- 
prì  una  scuola  il  famoso  Wolf,  che  ebreo 
di  oiigine, abbracciò  il  caltolicismo,  e  poi 
si  unì  ai  calvinisti  di  Basilea.  Benderbu' 
scer.  Nel  golfo  persico:  ebbe  chiese  con 
cattolici  armeni  e  latini;  i  secondi  sono 
pochissimi.  Rechi.  Nella  provincia  di  Ghi- 
lan:  vi  erano  i  gesuiti,  ed  ospizi  ceduti 
nel  1760  ai  cappuccini  di  Cassan  e  A- 
stiakan.  Erivan  con  cattolici.  Sciamaki. 
Vicino  al  mar  Caspio,  avea  luoghi  di  mis- 
sione con  chiese.  Amadan.  Conserva  an- 
cora magnifica  chiesa,  vi  era  un  vicario 
e  forse  esiste  un  convento.  Sidtania.  Eb- 
be armeni  cattolici,  che  si  divisero  dalla 
vera  Chiesa.  Anche  nelle  provìncie  di  Ar- 
mahal  e  Perla  esisteva  il  cattolicismo; 
vi  erano  i  gesuiti  con  case  e  poderi.  Del 
celebre  arcivescovato  di  JYaxii'an,  parlai 
a  queir  articolo.  Le  città  di  Haderbe- 
gian,  Salmagt  o  Salrnasle  Ormi  hanno 
cattolici  di  rito  caldeo,  la  prima  con  ar- 
civescovo, le  altre  con  vescovo,  scuole  e 
chiese;  in  Salmast  i  cattolici  erano  circa 
i54o  :  pei  cattolici  di  questo  rito  si  veda 
Caldei,  MESoroTAMiA,MossuL.  APatriau- 
CATo  ARMENO  riportai  altre  notizie  riguar- 
danti la  Persia,  anche  ecclesiastiche,  di- 
cendo come  Pio  IX  nell'assegnaresuffra- 
ganci  al  primate  armeno  di  Costantino- 
poli, vi  comprese  i  vescovi  di  Erzeruni 
e  {yHispahan  di  rito  armeno,  nominan- 
do a'3o  aprile  i85o  per  Erzerum  mg.' 
Giuseppe  Hagi,  per  Hispahan  mg. "^  Gio- 
vanni Dardarian  (della  missione  latina 
di  Erzerum  parlai  nel  voi.  XVIII,  p. 
108;  di  quella  armena  a  p.  1 13  e  i24> 
non  che  al  suo  articolo).  Inoltre  Pio  IX 
nel  1848  distinse  la  delegazione  aposto- 
lica di  Persia  da  quella  di  Mcsopofaniin, 


PER 

Kiirilia  ed  Armenia  minore,  onde  sono 
sottoposte  al  delegato  apostolico  di  Persia 
le  provincia  dello  stesso  regno.  Sulla  sto- 
ria di  Persia  abbiamo  :  Histoìre deTIia- 
mas-Kouli-Kan  roi  de  Perse,  aìigmcn- 
tee  d'un  supplcnient,  MWan  i747-  Jour- 
dain,  La  Perse,  ou  tableau  d'hisloire  de 
la  Perse,  Paris  i8i4-  IMalcolm  ,  Storia 
della  Persia  dalla  conquista  degli  ara- 
bi fino  ai  tenìpi  presenti,  tradotta  da  Da- 
\>ìd  Bertolottì,  Pioma  1827.  Jardot, /li- 
voluzioid  de'  popoli  della  Media,  Asia, 
Persia,  Tartaria ,  Thibet,  Cina  ec,  Fi- 
renze 1  843.  Procopio,  Storie  e  guerre  per- 
siane, traduzione  di  Compagnoni  e  Ros- 
si, Milano  1828- 1  833.  Minadoi, /^/or/a 
della  guerra  fra  turchi  e  persiani,  Ve- 
nezia 1 5g4-  Persia  seu  regni  Persici  5tó- 
^M^jLugduni,  Elzeviri  633. Olivier,  F/V7g^- 
gio  in  Persia,  IMilano  1816.  Relazione 
d'  un  viaggio  del  Belutchistan  e  in  una 
parte  della  Persia,  di  E.  Potlinger,  [Mi- 
lano i8ig.  Nel  voi.  6,  p.  461  degli  An- 
nali delle  scienze  relig.  giustamente  si  ri- 
prova e  qualifica  per  opera  empia  ed  e- 
secranda ,  i  Min  degli  antichi  persiani, 
considerati  come  fonti  delle  dottrine  e  dei 
riti  cristiani,  di  F.  Nork,  Lipsia  i836. 

PEPiTA.  Sede  vescovile  della  provin- 
cia di  Licaonia,  sotto  la  metropoli  d'Ico- 
nio, eretta  nel  IV  secolo.  Ebbe  3  vesce* 
vi.  Oriens  chr.t.  r,p.  1088. 

PERTH  o  S.  JOHNSTOWxN.  Citt^i 
di  Scozia,  capoluogo  di  contea  e  sede  di 
presbiterio,  nell'  ubertosa  valle  del  suo 
nome,  sulla  destra  sponda  del  Tay,a  i4 
leghe  da  Edimburgo.  Ben  fabbricata,  ha 
diversi  stabilimenti;  il  palazzo  del  gover- 
no rimpiazza  l'antico  edifìzio  del  parla- 
mento di  Scozia,  evi  si  tennero  i4  par- 
lamenti. Ha  4  chiese  e  seminario  angli- 
cano, dotta  società,  museo,  biblioteca, 
manifatture  e  attivo  commercio, con  bel- 
lissimi contorni.  Questa  antichissima  cit- 
tà fu  confermala  ne'privilegi  nel  1  2  i  o  dal 
re  Guglielmo,  come  forte  e  considerata 
qualcapitaledi  Scozia  prima  degli  Sluard, 
sede  ordinaria  de'  re  e  del  parlamento 


PER  1  3  f 

dal  1201  al  i4^9-  Edoardo  I  ricostruì 
nel  i2f)8  le  sue  mura  eia  fece  residen- 
za de'deputali,  cacciati  nel  i3ii  da  Ro- 
berto Bruce.  Vi  fu  ucciso  Giacomo  I  nel 
1437  nel  convento  de' domenicani,  da 
Roberto  Graham.  Nel  i  ^Jg  la  plebe  di- 
strusse tutte  le  case  religiose.  Nel  i644 
se  ne  impadronì  Montrose;  nel  r74'>  il 
conte  ìMorr  e  il  pretendente  vi  stabili- 
rono il  quarlier  generale.  Perth  è  cele- 
bre per  gli  I  I  concilii  che  vi  si  tennero 
sulla  disciplina  ecclesiastica.  Il  i."  nel 
1201  sulla  riforma  del  clero.  Labbé  t. 
I  r,  Arduino  t.  6,  Angl.  t.  i.  Il  2.°  nel 
j  20G;  il  3.°  nel  12  r  I  ;  il  4-°  nel  122  i; 
il  5°  nel  1242;  il  6.°  nel  12G8;  il  7." 
nel  1270;  r8.''  nel  1 280  ;  il  g.°  nel  i  32  r; 
il  IO."  nel  i4i6;  l'i  i.°nel  i436.  Angl. 
Conc.  Magn. 

PERTH  (Perlhen).  Città  con  residenza 
vescovile  óeW Oceania  {V.),  nella  parte 
chiamata  Australia  occidentale.  E'  la  ca- 
pitale della  Nuova  Olanda,  terra  di  Edel, 
nella  colonia  inglese  di  Swan-River  o 
fiume  de'Cigni,  sulla  sinistra  sponda  di 
esso,  a  4  leghe  dalla  sua  foce,  ammon- 
tando la  popolazione  della  provincia  a 
circa  12,000  abitanti,  con  scuole  pagate 
dal  governo:  visone  mir.istri  anglicani, 
assai  nemici  de'cattolici.  Dipendeva  dal 
vicario  apostolico  di  Galles,  che  vi  tene- 
va un  vicario.  Avendo  mg."^  Polding  ar- 
civescovo di  Sydneydimesso  tutta  la  giu- 
risdizione sull'Australia  occidentale,  Gre- 
gorio XVI  a' 6  maggio  i845  eresse  la 
diocesi  di  Perth  suffraga nea  di  Sydney 
(^.),  erigendo  in  tal  città  la  sedevesco- 
viledi  detta  parte  dell'Australia  occiden- 
tale. Quindi  a'25  maggio  nominò  i.°  ve- 
scovo l'attuale  mg. "^  Giovanni  Brady,che 
cjual  vicario  generale  dell'arcivescovo  fu 
il  primo  uomo  apostolico  che  visitò  la  re- 
"ione  e  fece  conoscere  alla  s.  Sede  lo  sta- 

o 

lo  infelice  de'selvaggi.  Il  prelato  con  due 
benedettini  (uno  de'qnali  ora  vescovo  di 
Porto  f'  iltoria,  V ■),  vi  ritornò,  e  questi 
monaci  ad  esempio  de'  loro  benemeriti 
antenati  si  posero  a  edificare  il  i."  mo- 


i32  PER 

oastei'O,  a  convertire  e  civilizzare  i  sel- 
vaggi, e  adinsegnar  loro  l'agricollura  nel 
vasto  lenimento  donato  dal  governo  in- 
glese :  chiamarono  Norcia  [F.)  la  nuo- 
va colonia  benedettina,  e  con  felice  suc- 
cesso fecero  sparire  tra  gli  abitanti  l'an- 
Iropofagismo.  Ora  si  vuole  erigere  altri 
monasteri  benedettini  in  diverse  distan- 
ze, per  formare  una  successione  di  asili 
e  fari  di  civiltà  e  di  relÌ2Ìone.PiolX  nel 

o 

1847  die  all'  encomiato  pastore  in  coa- 
diutore con  futura  successione  mg/  Giu- 
seppe Serra,  fatto  vescovo  di  Daulia  in 
parlibìis. 

PERTUSA.  Sede  vescovile  dell'Afri- 
ca occidentale,  nella  Cartaginése  procon- 
solare, sotto  Cartagine.  Jfr.  dir. 

PERUGIA  {Perusin).  Città  con  re- 
sidenza vescovile,  nello  stato  pontificio, 
nella  legazione  dell'  Umbria  (F.),  ca- 
poluogo della  delegazione  apostolica  dei 
suo  nome  e  sede  del  prelato  delt-gatoa- 
postolico,  della  congregazione  governati- 
va, del  tribunale  di  1/  istanza  e  delle 
autorità.  Darò  prima  un  breve  cenno 
storico  della  provincia  e  luoghi  in  es- 
sa compresi.  La  delegazione  di  Perugia 
è  composta  àeW  Umbria  settentrionale  e 
dell'estrema  parte  orieutaledeirElruria, 
Le  sono  contermini,  al  nord  i  vari  pae- 
si dell'antico  ducato  ora  legazione  à'Ur- 
hino,  all'est  il  già  ducato  al  presente  de- 
legazione di  Camerino,  al  sud  il  rima- 
nente deli'  Umbria  della  delegazione  di 
Spoleto  e  la  maggior  parte  di  quella  di 
Orvieto,  del  quale  vi  è  qualciie  bjano  in- 
corporato, ed  all'ovest  le  regioni  sanese 
ed  aretina  della  Toscana.  11  fiume  Te- 
vere ne  divide  per  metà  i  possedimenti, 
edoltre  il  Topino,  che  ne  ingrossa  la  cor- 
rente, vi  affluiscono  diverse  minori  ri- 
viere. La  catena  degli  A  pennini  cinge  dal 
nord  all'est  la  provincia  del  Perugino, 
dagli  estremi  monti  Feltreschi  ai  Suba- 
sio,  e  si  dilata  nel  mezzo  la  pianura  del- 
l'Umbria, aprendosi  nel  fianco  occiden- 
tale il  rinomato  e  pescoso  lago  di  Peru- 
gia 0  Tiasinieno,  deliziosissimo  per  na- 


PER 

turali  i)cllezze  e  memorabile  pe'suoi  fa- 
sti storici.  Quelli  della  provinciasono  col- 
legati ai  particolari  della  città  di  l^eru- 
gia  suo  capoluogo.  Abbondante  d'  ogni 
derrata  è  ogni  angolo  della  contrada;  vi 
si  alleva  molto  bestiame,  massime  i  bo- 
vi perugini  eccellenti,  e  per  tutto  vi  fio- 
risce la  civiltà  e  l'industria,  la  pacifica 
indole  e  tranquillo  vivere  degli  abitanti. 
L'agricoltura  li  occupa  talmente,  chela 
pianura  contemplata  dai  luoghi  eminen- 
ti, sembra  una  selva  di  viti  e  di  arbori 
fruttifeii,  tutto essendocollivato con  mol- 
ta cura.  Non  mancano  manifatture,  e 
sono  rinomata  per  tutto  le  paste  dolci  di 
Perugia,  come  pignoccate  e  ossa  di  mor- 
ti. 11  clima  è  dolce  in  generale,  perfetta 
l'alia.  Il  Perugino  fu  goveinato  dai  car- 
dinali legati  dell'  Umbria,  come  può  ri- 
levarsi dalle  loro  biografie  e  dall'arti- 
colo Umbria,  che  di  frequente  fecero 
residenza  in  Perugia,  e  per  essi  da  un 
prelato  vice«Icgato,  indi  da  prelati  go- 
vernatori sì  di  Perugia  che  delle  città 
principali,  e  da  altri  governatori  le  altie 
ed  i  più  cospicui  comuni,  finché  fu  isti- 
tuita la  delegazione  apostolica,  \a  quale 
si  divide  nel  governo  e  distretto  di  Pe- 
rugia, ed  in  i|uelli  de'  governi  e  distret- 
ti di  Città  di  Castello,  di  Foligno  e  di  To- 
di, con  8  governi  di  2.°  ordine,  ed  in  27 
comuni.  Gli  abitanti,  secondo  il  recente 
riparto,  ascendono  a  2  1 6,394-  Su  questa 
provincia,  oltre  gli  altri  autori  che  poi 
citerò,  ne  trattano  Cesare  Crispolti,  Pe- 
rugia Augusta  descritta,  Perugia  1648, 
pegli  eiedi  Zecchini.  Blavio,  Tliealruni, 
Peruslnuin  tcrriloriuin.  RIartinelli,  Di- 
scorso della  navigazione  del  Tevere  da 
Perugia  a  Roma.  Felice  Savorgniano  , 
Relazione  della  visita  fatta  delle  due 
strade  che  da  Foligno  portano  a  Can- 
tiano  per  Perugia  e  Gubbio  e  per  l'altra 
di  Ponte  Centesimo  a  Nocera,  Roma 
I  765.  Memoriale  con  sommario  alla  s, 
e.  deputata  da  Clemente  XIII per  tesa" 
ine  del  progetto  del  passaggio  de  corrie- 
ri per  Perugia  e  Gubbio,  Roma  1768. 


PER 

Altro  pel  passaggio  de  corrieri  per  Pe- 
rugia e  Gubbio,  per  le  comunità  di  Fo- 
ligno, Spoleto,  Terni,  Nocera  e  Fabria- 
//Oj  Roma  17G8.  Andrea  Vici,  Relazione 
sopra  l'  acquedotto  di  Perugia,  Roma 
l'SoB.  Gabriele  Caliiidri,  ingegnere  di 
Perugia,  Saggio  statistico  storico  del  pon- 
tifìcio stalo.  Avv.  Pietro  Gabtellaiio,  Lo 
stato  poniificio. 

Distretto  di  Perugia. 

Bastìa,  Insula  Romana,  Dasiiae.  Co- 
mune delia  diocesi  d'Asisi.  Qualche  se- 
colo priaia  di  Gesù  Cristo,  lo  scolo  del- 
le acque,  che  da'  monti  rovesciansi  sul- 
l'ampia valle  Spoletina,  e  la  stagnazione 
de'  tre  torrenti  vicini  della  valle  Peru- 
gina, (ormarono  ne'dintorni  il  lago  Per- 
zio,  mentovato  da  Ttdlio,  Properzio  e 
altri.  Quindi  Isola  Romana  si  chiamò  il 
terreno  dall'acque  circondato,  formante 
una  specie  di  della,  ed  il  paese  che  vi  fu 
sopra  costruito.  Ne' primi  del  VI  secolo, 
sotto  Teodorico,  due  ricchi  patrizi  pe- 
rugini ottennero  il  permesso  di  prosciu- 
gar quelle  terre,  aprendo  alle  acque  uno 
sbocco  nel  Tevere  a  pie  del  colle  di  Cet- 
tona.  L'Isola  Romana  era  validamente 
fortificata  con  ponti  levatori  e  mediante 
rocca  ancora  visibile,  la  quale  era  cir- 
condata da  torri,  baluardi  e  bastioni,  nel- 
lo atterrarsi  de' quali  circa  il  XiV  seco- 
lo, catubiò  l'antico  nome  coll'altuale  di 
Bastia.  I  ponti  levatori  e  gli  ambulacri 
sotterranei  mantenevano  la  comunicazio- 
ne fra  tutte  queste  opere  militari  del  me- 
dio evo:  sussistono  i4  bastioni,  porta  s. 
Angelo  e  la  strada  sotterranea  in  tutta 
la  lunghezza  del  paese,  e  danno  un'idea 
dell'antica  costruzione.  Colla  distruzione 
di  que' vecchi  manufatti  incominciarono 
nel  i3oo  ad  accrescersi  verso  l'est  le  a- 
bi fazioni,  luogo  che  dicesi  {'Aggiunta,  ed 
a  poco  a  poco  la  Bastia  prese  forme  di 
floridissima  terra,  da  ubertosi  e  ben  col- 
tivali campi  circondata.  Nel  i566  s.  Pio 
V  la  concesse  in  feudo  ad  Astorre  e  A- 
driauo  Baglioni  di  Pei-ugia,  che  vi  tea- 


PER  i3:ì 

nero  un  luogotenente  a  render  giustizia, 
rimpiazzato  poi  da  un  governatore  di  con- 
sulta, quando  rientrò  direttamente  sot- 
to il  dominio  pontificio  fino  a'tempi  del- 
le ultime  invasioni  francesi.  Ora  dipen- 
de immediatamente  dal  governo  di  Pe- 
rugia,e  l'amministrazione  comunale  vie- 
ne sostenuta  dal  priore  ed  anziani,  esten- 
dendosi alle  vicine  ville  di  Spedalicchio, 
Costano  e  Ponte  o  Basiiola,  ove  solida- 
mente si  è  riparato  alle  piene,  con  che  il 
rapido  torrente  Chiagio  devastava  le  li- 
mitrofe sponde.  Il  recinto  che  racchiude 
l'abitato  ha  6  porle,  e  nella  spaziosa  piaz- 
za sgorga  copiosa  fonie  di  pura  acqua. 
Altra  fonte  abbondante  trovasi  fuori  del 
paese  al  sud,  volgarmente  detto  Mon- 
ciovena,  quasi  lìJotis  cioi'enani,  con  che 
nel  VI  secolo,  quando  incominciò  a  som- 
ministrare le  limpide  acque  in  quel  suo- 
lo non  più  palustre,  si  volle  esprimere 
che  dal  monte  Subasio  scendevano,  e  fil- 
trate per  la  breccia  nel  tragitto  diveni- 
vano migliori.  La  chiesa  di  s.  Croce  es. 
Michele  arcangelo,  eretta  con  convento 
nel  1295  pei  francescani,  divenne  colle- 
giata. Vi  è  pure  il  monastero  delle  be- 
nedettine edificato  nel  1 602,  in  una  par- 
te della  rocca;  scuole  pubbliche,  casa  di 
maestre  pie,  monte  frumentario  e  teatro. 
Vi  sono  altri  e  belli  fabbricati.  11  paese 
è  intersecato  dalla  strada  consolare,  che 
da  Foligno  conduce  a  Perugia  e  quindi 
in  Toscana,  perciò  sono  importanti  i  suoi 
mercati  settimanali  e  le  fiere.  Nel  1841 
fu  onorata  Bastia  da  Gregorio  XVI  ai 
20  settembre,  reduce  dalla  basilica  di  s. 
Maria  degli  Angeli,  festeggiato  dal  clero, 
magistrati  e  popolo.  Dopo  avere  ricevu- 
vuto  nella  collegiata  la  benedizione  del 
ss.  SagramentOj  passò  al  trono  eretto  sot- 
to nobile  padiglione  nella  piazza  mag- 
giore, da  dove  bened'i  il  numeroso  popo- 
lo e  molti  benignamente  ammise  al  ba- 
cio del  piede;  indi  visitò  le  monache.  Di- 
rigendosi per  Perugia,  il  Papa  si  fermò 
a  ponte  s.  Giovanni  sul  Tevere,  ove  di- 
scese a  benedire  i  devoti  popolani.  Ab- 


]  34  PER 

biaaio  eli  Tier  Simone  Antonini,  Stadi' 
to  dell'  antica  Isola  Romana  p  ma  ori' 
y,iiie,  dipoi  nomata  Bastia  y  A&ìii  1773. 
Bctlona.  Conìune  della  diocesi  d'Asi- 
si,  ed  annessi  Campagna ,   Cerreto,  Col- 
le Sala  e  Madralunga,  Monte  Bandito, 
Romito  e  Forte.  Ripete  la  sua  origine  da 
Tiiio  Vetonio  umbro  circa  l'anno  2000 
dei  mondo, divenne  prefettura  romana 
e  come  dissi  a  Bettona  sede  vescovile. 
L'Ughelii,  Italia  sacra  t.io,  p.  1 85,  ne 
tratta,  e  dice  che  il  suo  i ."  vescovo  fu  s. 
Crispoldo  del  56  o  58,  altri  credono  del 
4oo  ;  probabilmente  pali  il  martirio  nei 
primidel  IVsecolo,  fu  sepolto  nella  chie- 
sa sotto  la  di  lui  invocazione,  dichiaran- 
dosi patrono  della  città.  Gli  successe  s. 
Bricio  apostolo  dell'Umbria,  di  Gerusa- 
lemme come  il  predecessore,  su  di  che 
meglio  è  vedere  quanto  notai  nel  voi. 
XXV,  p.  i38.  Gaudenzio  vescovo  sotto- 
scrisse nel  concilio  romano  del  465.  Bel- 
lona anticamente  dicevasi  T  ettona,e,  la 
sua  sede  fu  unita  a  quella  d'Asisi.  Come 
città  popolala  ed  eslesa,  per  lungo  tein- 
po  guerreggiò  con  le  altre  città  deU'Uui- 
bria  ;  soggiacque  ai  perugini,  ma  ai  i5 
luglio  i352  la  smantellarono  per  esser- 
si rihellala.  Vi  sono  molti  fabbricati  cir- 
condati di  mura,  ampia  piazza  e  picco- 
lo borgo.  Per  l'edificazione  recente  del- 
la collegiata  di  s.  Maria  Maggiore,  si  so- 
spese il  completamento  de'canonici.  Po- 
to distante  è  la  villa  Penna,  detta  di  Bu- 
tajone,  la  quale  è  vaga,  signorile  e  vasta. 
Cordano.  Comune  della  diocesi  di  Pe- 
rugia. Si  prelendefoudata  da  Grano  B.az- 
zeuuo  figlio  di  Giano,  prima  di  Peru- 
gia, o  da  Curzi,  ovvero  da  Corito  re  di 
Cortona. Nel  1  i58  Boccaleoue  la  cedèad 
Adriano  IV  e  successori.  Nel  1 3  1  o  si  col- 
locarono sopra  la  porta  s.  Maria  alcune 
pietre  tolte  dai  perugini  a  Todi.  Nel  1367 
certo  Francesco  Taragone  da  Corciano 
detto  Cecco ,  era  uno  de'  7  riformatori 
nobili  della  repubblica  e  senato  di  Ro- 
ma. Corciano  nel  i4'  6  con  sorprenden- 
te valore  resistè  alle  aggressioni  di  Brac- 


PER 
ciò  Fortebraccio.  Vi  sono  molli  fabbri- 
cati circondati  di  mura,  con  borgo.  Nel 
territorio  vi  èia  magnifica  villa  Oddi  det- 
ta il  Colle,  ov'è  un  bagno  veramente  da 
sovrano. 

Derida.  Comune  della  diocesi  di  Pe- 
rugia. Anticamente  fu  denominala  Z)/7u'- 
da,  poi  Perugia  vecchia.  Fu  cominciata, 
secondo  alcuni,  dai  galli  a  tempo  del  re 
Tarquinio  Prisco,  e  al  dire  di  altri  do- 
po r  assedio  fatto  a  Perugia  da  L.  An- 
tonio; ma  allora  Deruta  eia  piìisul  mon- 
te, ove  tuttora  sono  rama  delle  Perugia 
\ecchia.  Le  attuali  tre  pariocchie  esiste- 
\ano  prima  del  1  i63.  Si  vuole  che  a'2 
oltobre  1264  qwi  morisse  Urbano  IV, 
provenienle  da  Todi,  ed  il  cadavere  fu 
portalo  a  Perugia.  Nel  1391  fu  ordina- 
lo di  fabbricarvi  una  rocca.  Nel  i4o8 
Braccio  saccheggiò  e  incendiò  il  borgo, 
ed  assediato  il  paese  vi  entrò  trionfante, 
indi  nel  1428  vennero  risarcite  le  mura. 
Eugenio  IV  nel  i446  le  concesse  privi- 
legi. Nel  i45i  ristretta  la  circonferenza 
delle  mura,  furono  queste  rifatte.  Nel 
i5oo  passandovi  gli  spagnuoli ,  diedero 
fuoco  a  più  case, indi  neh  523  si  dovette- 
ro restaurare  le  mura.  Vi  sono  molli  e 
buoni  fabbricati,  con  borgo  popolato.  Pri- 
ma le  fabbriche  di  maiolica  erano  assai 
migliori  e  primeggiarono  in  Italia. 

Marsciano.  Comune  della  diocesi  di 
Perugia,  cogli  appodiati  Cerqueto,  Com- 
pi gnano,  Papiano  e  Spina.  Ne'suoi  pri- 
mordi si  chiamò  Monte  Giano,  e  venne 
edificato  nel  975  dalla  famiglia  di  Bul- 
garo di  jMonreale,  al  medesimo  donalo 
dall'imperalore  Ottone  li.  Nel  1075  era 
signoria  de'conti  Bovaccini.  Nel  12  io  vi 
si  fermò  il  cardinal  Gualtiero  legalo  d'In- 
nocenzo HI,  e  vi  stabili  la  pace  fra  gli 
orvietani,  perugini  e  todini,  alla  presen- 
za de'Ioro  vescovi  e  del  capitano  del  Pa- 
trimonio. Innocenzo  IV  con  diploma  dei 
7  aprile  1 25 1,  confermò  ai  conlidi  Mar- 
sciano il  dominio  di  questo  castello,  e 
quello  di  molti  luoghi  importanti,  come 
Poggio  d'Aquilone,  appodiato  di  s.  Vilo 


PER 

iiell'Otviclaiio,  cJ  il  Caslello  della  Pie- 
ve. IVel  1281  fu  venduto  ai  perugini  da- 
gli eredi  di  Rlonreale,  Culgarelli  conti  di 
Maisciaiio;  indi  lo  1  isarciiono  nel  i  296, 
e  nel  1  3  io  vi  fermò  la  residenza  il  ma- 
gistrato di  Perugia,  finché  durò  la  nuo- 
va guerra  co'lodini.  Nel  i3i2  l'impera- 
tore Enrico  VII  l'assediò,  prese  e  pose 
a  ferro  e  fuoco.  I  perugini  lo  ricupera- 
rono nel  I  3  1 5,  poscia  vi  r ice  verouo  splen- 
didamente  nel  i355  l'imperatore  Car- 
lo IV,  che  tornava  da  Roma;  in  seguito 
Del  1391  vi  costruirono  una  torre  per 
frenare  l'orgoglio  del  popolo.  Nel  secolo 
XV  vi  si  fermò  due  giorni  1*  esercito  di 
Ferdinando,  figlio  d'  Alfonso  re  di  Na- 
poli. Il  paese  è  grande,  con  buoni  fab- 
bricali cinti  di  moia,  con  borgo  maesto- 
so, e  poco  lungi  un  bel  ponte  sul  Nesto- 
re. Ne'  lunedi  si  fumo  floridi  mercati. 
Abbiamo  di  Ferdinando  Ughelli,y^/Z'("/o 
e  storia  della  famiglia  de  colili  di  II  far- 
sciano,  Roma  1667. 

Torgiaiw.  Comune  della  diocesi  di  Pe- 
rugia, già  Torre  di  Giano,  che  si  crede 
dai  goti  atterrato  poco  dopo  la  sua  edi- 
ficazione. Venne  ingrandito  dai  perugi- 
ni nel  !2C)3,  indi  nel  1296  si  fabbrica- 
rono le  mura,  risarcite  poi  nel  i439- 
Essendovi  molte  rocche,  nel  1378  se  ne 
demolì  una;  e  nel  ì^io  vi  fu  battaglia 
fra  gli  eserciti  di  Braccio  e  di  Sforza.  Giu- 
lio li  l'onorò  di  sua  presenza  a'4  settem- 
bre i5io,  recandosi  a  Bologna;  e  di  poi 
vi  alloggiò  Paolo  IH,  per  cui  sembra  che 
la  strada  romana  traversasse  il  paese. 
Tra'  suoi  buoni  fabbricati  primeggia  il 
tempio  maggiore,  tutto  circondato  di 
mura.  Si  trovò  qui  un'antica  fabbrica, 
che  forse  fu  un  bagno,  un  antico  marmo 
e  qualche  altro  monumento.  Vi  nacque- 
ro il  b.  Simone  de' minori,  morto  nel 
i332,  e  Lucia  Terzeri,  che  sposata  da 
Sforza  Atlendolo  da  Cotignola,  quando 
al  servigio  de'perugini  svernava  in  Mar- 
sciano,  nacque  Francesco  Sforza,  poi  du- 
ca di  Milano (V.)qìì\'^\ì(ì  dique'sovrani. 

Valfahrica,  Comuae  della  diocesi  di 


PER  i  3  T 

Asiai,  esclusa  la  porzione  d'anime  ap- 
partenenti al  territorio  di  Gubbio,  col- 
ì'appodialo  Casa  Castalda  e  cinque  ca- 
sali. 11  territorio  è  in  colle  e  monte.  11 
paese  ha  molli  fabbiicali  cinti  di  mura, 
con  borgo. 

Governo  di  Castiglione dellago ,  distretto 
di  Perugia. 

Castiglione  del  lago.  Comune  della 
diocesi  di  Perugia ,  con  annessi.  Borgo 
sulla  sponda  occidentale  del  celebre  lago 
Trasimeno,  in  fertile  territorio.  Fu  pur 
detto  Castiglione  Chiusino,  Castulao  Ca- 
stellio,  e  secondo  Plinio,  Chiusi  Novo  o 
Chiugi  o  Chiusi  di  Perugia.  Affermano 
Borghi  e  Cambini  essere  appunto  il  Clu- 
siiini  Novum,  che  i  geografi  collocano  nel 
Casentino  di  Toscana.  Anticamente  muni- 
tissimo,  per  vicende  di  guerre  e  fazioni 
moltissime  volte  la  rocca  fu  danneggiata 
e  le  mura  smantellate.  Calindri  diceche 
nel  996  Gitone  III  lo  cede  a  Ugo  principe 
di  Toscana,  ed  il  Castellano  narra  che  in- 
vece ne  investì  l'abbazia  de'  monaci  di  s. 
Gennaro  di  Campoleone  o  di  Capolana, 
presso  Arno,  nella  contrada  aretina,  ludi 
neh  187  l'ebbero  dall'abbate  Ugo  e  per 
cessione  i  perugini, ma  dovettero  conqui- 
starlo, perchè  il  popolo  a  malincuore  vide 
il  mutamento.  Già  Enrico  IV  ne!  1091 
lo  avea  distrutto  e  incendiato.  Innocen- 
zo III  nel  1212  lo  confermò  ai  perugini, 
facendo  altrettanto  Innocenzo  IV  e  l'im- 
peratore Guglielmo.  Tuttavia  fu  soven- 
te dispulato  dai  corlouesi ,  dagli  orvie- 
tani, finché  furono  padroni  di  Chiusi, 
nella  cui  diocesi  era  compreso,  e  dagli 
aretini:  precario  fu  ancora  il  suo  gover- 
no nel  secolo  XIV  per  le  contese  fra  il 
sacerdozio  e  l'impero.  Nelle  guerre  civili 
perugine  gli  Oddi  proscritti  dai  Baglio- 
ni  vi  ebbero  rifugio,  ma  poco  dopo  do- 
vettero ritirarsene.  Leone  X  nel  i5i5  vi 
alloggiò  quando  si  recò  a  Firenze,  don- 
de rilevasi  che  ancora  per  quella  parto 
era  la  via  maestra,  che  comunicava  dal- 
la Toscana  a  Perugia,  delta  la  via  di 


1 36  PER 

Chiusi.  Giulio  HI  conferì  a  Castiglione 
il  lilolo  di  marchesato,  dandone  il  pos- 
sesso al  nipote  Ascanio  della  Corgiia,  il 
cui  fratello  creò  cardinale.  Nel  i  G 1 6  Pao- 
lo V  lo  dichiarò  ducato  in  favore  di  Ful- 
vio della  Corgna.  Avendo  questi  mal  sos- 
tenuto l'assedio  nel  i643  del  duca  di 
Parma,  decadde  dai  diritti,  onde  fu  poi 
incorporato  direttamente  ai  domiiiii  del- 
la Chiesa,  finché  Leone  XII  nel  189.8  lo 
nominò  feudo  camerale.  Sotto  l'impero 
francese  Castiglione  era  stato  fatto  capo- 
luogo di  cantone,  e  ritornato  Pio  VH  sul 
trono,  ebbe  speciale  governo,  dipemleu- 
do  da  esso  la  comune  di  Panicale^  1'  ap- 
podiato  Mongiovino,  ed  8  casali.  La  sua 
amministrazione  municipale  contiene, 
Laviano  villa  e  contea  della  nobile  fa- 
miglia perugina  degli  Oddi ,  patria  di 
s.  Margherita  penitente;  e  V asano,  ove 
ha  un  palazzo  e  molta  possidenza  la  men- 
sa vescovile  di  Città  della  Pieve,  nella  cui 
diocesi  si  comprende,  come  Laviano.  E 
pure  circondato  Castiglione  (la  alcuni  vil- 
laggi, fra 'quali  Pozzuolo,  ove  si  mostra 
il  fonte  battesimale  che  rigenerò  s.  Mar- 
gherita; G/o/c//<7,  ov'ebbero  casa  i  gesui- 
ti, i  beni  de'  quali  avocati  alla  camera, 
passarono  poi  ai  conti  Baglioni;  Pani- 
carola,  che  ha  vicino  il  santuario  della 
Rladonna  della  Carraia,  eretto  nel  1G61, 
e  le  tre  Isole,  la  Maggiore,  la  Minore  e 
la  Poh'ese,  che  sorgono  nel  Trasimeno, 
]e  quali,  massime  la  prima,  si  popolaro- 
no quando  Annibale  pose  a  ferro  e  fuo- 
co le  terre  e  castelli  alleati  de'  rotnani, 
principalmente  di  donne  e  fanciulli:  al 
presente  due  sole  sono  le  abitate.  Il  pae- 
se è  chiuso  da  mura,  con  molti  e  buoni 
fabbricati,  fra'  quali  si  distingue  il  pa- 
lazzo della  camera ,  che  cominciato  da 
Gio.  Paolo  Baglioni,  meglio  terminò  A- 
scanio  della  Corgna,  con  diseguo  del  Vi- 
guola,  ed  eseguito  dall' A  lessi. 

Il  Lago  Trasimeno ,  detto  anche  di 
Perugia,  di  figura  irregolare  oblungata, 
famoso  e  amenissimo,  è  formato  dalla 
natura,  lungc  circa  2  5  miglia  da  Perù- 


PER 

già.  Offre  un  bello  spettacolo  a  chi  Io 
guarda,  sì  per  la  forma,  come  per  l'otti- 
ma posizione  delle  tre  isolette.  Al  dire 
di  Castellano  ,  di  figura  oblungata  ha 
l'ordinario  perimetro  di  4o,ooo  metri. 
Tutta  la  sua  circonferenza,  secondo  il 
citato  Calindri,  è  di  metri  51,607,  ''^ 
superfìcie  di  metri  i  i,46i,25o,  ed  ele- 
vato al  peto  basso  del  mare  metri  258:  è 
alimentalo  dalle  pioggie  e  da  60  rivi  e 
torrenti  che  vi  si  scaricano.  Il  suo  baci- 
no è  perfettamente  piano,  per  la  grande 
quantità  di  torba,  che  annualmente  vi 
si  deposita  e  che  ognor  più  lo  innalza. 
Abbonda  di  squisiti  pesci,  e  specialmen- 
te di  voraci  lucci,  eh  anguille,  di  lasche 
e  di  piccole  tinche.  Le  regine  vi  furono 
introdotte  nel  1710  dal  barone  Ancaia- 
ni,  assai  benemerito  del  luogo  :  se  ne  pe- 
scano di  4"  libbre  e  le  ordinarie  sono 
poco  minori;  nel  iBaS  si  è  adoprato  di 
introdurvi  le  trotte  de!  Clitunno.  Cingo- 
no ed  ornano  a  guisa  di  vaga  corona  le 
sponde  del  lago  vari  paesetli  che  traggo- 
no assai  guadagno  dalla  pesca,  massime 
Castiglione  e  Magione.  Sovrastano  alle 
chiare  sue  acque  tre  isole  distinte  col 
nome  di  Maggiore,  Minore  e  Poh'ese  o 
Palese.  Nella  sommità  della  prima  esi- 
ste un  convento  di  minori  osservanti, che 
fu  edificato  per  conservar  la  memoria 
di  s,  Francesco,  che  vi  passò  una  quadra- 
gesima in  digiuni,  penitenze  e  orazioni, 
la  cui  chiesa  fu  consagrata  nel  i543  da 
Alessandro  vescovo  di  Città  di  Castello. 
Pel  ristabilimento  del  suo  ospedale,  ope- 
rato da  Pio  VII  col  breve  In  sunimo 
apostolatus,rie\  i8o3  fu  stampata  in  Ro- 
ma ui\  Orazione,  recitata  da  Michelan- 
gelo Lugli  consigliere  della  comunità: 
Benedetto  XI li  avea  assegnato  i  suoi  be- 
ni alla  say:  estia  della  cattedrale  di  Peru- 
già,  mentre  l'ospedale  era  stato  formato 
con  pii  legati  da  Clemente  VII  sotto  il 
governo  della  fraternità  di  s.  Maria,  le  cui 
costituzioni  approvò  Paolo  III.  L'  isola 
Poh'csc,  benché  abitata  da  poche  famiglie, 
pure  è  maggiore  in  estensione  alle  altre 


PER 
due,  con  chiesa  tlis.  Facondo  e  annesso 
nionostero  di  Olivetani.  L'anlico  nome 
del  lago  è  l'odierno,  che  la  favolosa  tia- 
dizione  dice  derivalo  dall'esseivisi  anne- 
galo 77Y7i/mc//f)j giovane  avvenente,  con 
estiemo  cordoglio  della  da  lui  amata  nin- 
fa Anellina.  Tullavolta  fu  detto  Clilonio^ 
ytgilliiìo,  riisdno,  Slagni  Lidei,  ed  Ju- 
no.  Quivi  tremò  il  colosso  della  romana 
j)0teu7.a,  e  daH'avveiiimeutoaccjuistò  ce- 
lebrità e  incancellabile  rinomanza;  im- 
perocché nelle  sue  vicinanze  a'23  giugno 
537  di  Roma,  21G  o  217  avanti  l'era 
nostra,  il  cartaginese  Annibale  diede  san- 
guinosa battaglia  al  romano  console  Caio 
Flaminio  nel  Campo  Romano,  valle  si- 
tuata dietro  la  sua  sponda  boreale  :  que- 
sto combattimento,  che  altri  dicono  se- 
guito in  aprile,  fu  così  accanilo,  che  niu- 
no  de'guerreggianli  si  accorse  del  terri- 
bile teiremoto  che  rovinò  varie  città  d'I- 
talia e  spianò  perfino  alciuie  montagne. 
La  carnificma  de' romani  fu  deplorabile, 
poiché  col  console  imprudente  ve  ne  pe- 
rirono 1 5,000  e  più,  e  secondo  Eutro- 
pio da  25,000,  oltre  quelli  che  morirono 
nel  Iago  ove  furono  incalzali ,  tranne  un 
distaccamento  di  6000,  che  si  sostenne 
nelle  alture  e  poi  in  un  borgo,  indi  nel 
seguente  giorno  sconfitto  da  Maarbale 
condottiero  degli  ausiliari  spagnuoli,  in 
un  a  Caio  Centenio  spedito  dal  console 
Gneo  Servilio  ch'era  nell'Emilia,  il  quale 
^'i  perde  altri  8000  combattenti.  Ma  in 
questa  impresa  Annibale  vi  perdette  un 
occhio  e  i5oo  soldati  cartaginesi  e  col- 
legali. La  contiada  denominata  Sansoni- 
nelo  contrassegna  il  luogo  della  strage 
principale,  e  molti  frammenti  d' armi , 
vasi  cinerari  e  monete  disolterrate  ne  fan- 
no fede:  l'altro  luogo  pocodistante  chia- 
mato Ossala,  fu  così  appellalo  dalla  mol- 
titudine de'morti  che  vi  restarono  vitti- 
me dell'implacabile  africano.  Questi  din- 
torni furono  pure  macchiali  sovente  di 
sangue  civile  nelle  miserabili  contese  fra 
i  diversi  ordini  ile' cittadini  di  Perugia 
nelle  fazioni.  Il  la^o  Trasimeno  talvolta 


PER 


.37 


molto  cresciuto  dalle  pioggie  inondava 
con  grave  danno  della  coltivazione  le  cir- 
costanti campagne,  per  cui  venne  costrui- 
to un  emissario  di  sorprendente  costru- 
zione lungo  metri  1,1  i  tf),  con  una  ca- 
dente di  metri  ij34,  fallo  ai  tempi  dei 
consoli  romani  avanti  Slrabone:  lo  fe- 
cero scavare  nelle  viscere  di  un  vicino 
monte,  presso  il  luogo  ove  poi  surse  il 
monastero  o  castello  di  San-Savino,  dan- 
do così  abbondante  sgorgo  alle  acque, 
dalle  quali  fu  quindi  irrigata  una  pianu- 
ra per  lo  innanzi  tulla  arida,  formando 
il  fiume  che  ancora  si  chiama  Caina.  Nel 
142  1  Braccio  Fortebraccio  signoi'edi  Pe- 
rugia restaurò  r  emissario.  Indi  Pio  II, 
che  volle  visitare  il  Trasimeno,  ed  allog- 
giare una  notte  in  vicinanza  di  esso  e  nel 
convento  di  s.  Francesco,  ne  fece  la  de- 
scrizione ne'suoi  commentari,  ed  assai  se 
ne  dilettò.  Innocenzo  Vili  nel  1490  riattò 
l'emissario.  In  seguilo  a  poco  a  poco  riem- 
piendosi d'arena  e  di  loto  il  vecchio  emis- 
saiio,  loinòil  Trasimeno  a  fare  delle  allu- 
vioni anche  maggiori, inondando  non  so- 
lo i  campi,  ma  eziandio  le  castella  vicine, 
finché  Clemente  VIII  nel  1602, col  mez- 
zo e  industria  del  chierico  di  camera  Bar- 
berini, poi  Urbano  Vili,  lo  ampliò,  vi 
fece  grandi  restauri,  ed  impedì  ulteriori 
rovine.  Clemente  XII  avea  in  mente  di 
rendere  il  Tevere  navigabile  da  Perugia 
a  Roma  ,  e  Pio  VI  voleva  riunire  il  lago 
col  fiume  per  renderlo  più  navigabile, 
ina  le  circostanze  de'tempi  ne  impediro- 
no l'effetluazione.  Gelò  tutto  il  la^o  a'26 
gennaio  1758,  e  durò  il  gelo  i  8  giorni, 
essendo  grosso  looncie  romane:  altret- 
tanto seguì  a'3o  dicembre  1788,  ed  al- 
lora il  gelo  durò  j  2  giorni.  Così  seguì  nel 
gennaio  i83o,  e  durò  il  gelo  i4  giorni. 
Panicale.  Comune  della  diocesi  di  Cit- 
tà della  Pieve,  ed  annessi.  Borgo  grazio- 
so su  ridente  collina,  che  domina  i  luo- 
ghi circostanti,  con  due  piacevoli  borghi. 
Si  ritiene  che  fosse  un  paese  consagrato 
a  Pane,  deità  de'pastori  e  pescatori,  ed  i 
suoi  antichi  vanti  cominciano  dall'avere 


i38  PER 

riparalo  il  popolo  perugino,  fuggendo  lo 
sdegno  di  Augusto  trionfatore.  Nel  gì  7 
Berengario  I  imperatore  Io  confermò  in 
feudo  al  marchese Ugiiccione II  Bourbon 
del  ]Monte  (della  cui  discendenza  abbia- 
mo il  cardinal  iVonte,  /^.);  quindi  vari  si- 
gnori aretini  ebbero  il  titolo  di  conti  di 
Tanicale.  Nel  i  i3i  soffri  molto  dagli  e- 
serciti  imperiali,  quindi  per  le  guerre  ci- 
vili più  volte  furono  atterrate  e  come  nel 
1276  e  i479  ricostruite   le    sue  mura. 
L'imperatore  Carlo  IV  vi  pernottò  nel 
i355,  scortato  dagli  ambasciatori  peru- 
gini, recandosi  da  Roma  a  Pisa,  ed  in  ta- 
le circostanza  ne  concesse  il  dominio  a 
Guglielmo  di  Beaufort  nipote  di  Clemen- 
te VI  e  poi  fratello  di  Gregorio  XI,  il  qua- 
le vi  aggiunse  lasua  sanzione.  Ubbidì  nel 
i4i6  a  Braccio,  finché  le  milizie  dello 
Sforza  e  del  patriarca  Vitelleschi  non  vi 
si  radunarono  nel  i435cheper  uscire  iu 
campagna  ad  espugnar  Montone.  Paolo 
III  rei  1543  vi  alloggiò,  nel  ritornare  da 
Perugia  a  Roma  per  Orvieto.  A'2  ottobre 
1642  lo  saccheggiò  l'esercito  del  duca  di 
Parma, e  con  quello  del  granduca  di  To- 
scana ne  demolirono  tutte  le  fortificazio- 
ni,  dalla  qual  epoca  diminuì   di  molto 
l'importanza.  Fu  patria  del  cardinal  Gre- 
gorio Sellati.  Paolo  V  nel  1618  eresse 
la  chiesa  di  s.  Michele  arcangelo  in  col- 
legiata, ove  è  una  bella  tavola  della  Nali- 
■vità  di  Maria,  attribuita  a  Raffaele.  Nella 
chiesa  già  degli  agostiniani  si  trova  una 
pittura  di  Pietro  Perugino,  del  quale  è 
mirabile  quella  di  s.  Sebastiano  nella  chie- 
sa de'gesuili,  a'quali  il  panicalese  p.  Vir- 
gilio Ceppari  fondò  un  collegio,  poi  con- 
vertito in  conservatorio  di  religiose  ser- 
vite. Nel  suburbano  i  cappuccini  hanno 
convento.  Vi  è  un  pregievole  archivio;  ed 
il  luogo  venne  per  Io  più  governato  da 
un  podestà  spedito  da  Perugia  con  molti 
privilegi,  fra'quali  in  riconoscenza  de'sei- 
vigi  prestati  alla  città  dal  panicalese  Boi- 
drino  Panieri  o  Paneri ,  generale  di  s. 
Chiesa  di  Urbano  VI  e  di  Bonifacio  IX, 
gli  fu  concesso  innalzare  l' insegua  mu- 


PER 

nicipale  perugina  del  grifo:  di  Boldrino 
parlai  a  Macerata  (^.)  e  altrove.  Oltre 
Mongiovino  e  Taveriielle,  di  cui  parle- 
rò, nel  territorio  di  Panicale  vi  sono  di- 
versi villaggi,  Ira'quali  merita  menzione 
3Iont(ilera,  forte  muralo  presso  al  Tra- 
simeno, già  feudo  de'  Baglioni,  oggi  dei 
marchesi  Cennini  di  Sarteano  nobili  sa- 
nesi,  luogo  già  forse  sacro  a  Giunone.  In 
principio  il  castello  appartenne  ai  Mon- 
temelini;comprato  poi  nel  1289  dal  co- 
mune di  Perugia,  ne  investì  a  terza  ge- 
nerazione i  Coppoli,  che  lo  perdettero  nei 
civili  moti  :  l'ebbe  dapprima  in  premio 
di  servigi  Nicolò  di  Pietro  di  Cola  di  Por- 
ta s.  Susanna  ;  indi  Biordo  Michelotti  ; 
dipoi  i  Degli  Oddi,  spossessati  finalmen- 
te dai  Baglioni ,  ed  a  favore  di  Braccio 
Il  Baglioni,  Leone  X  lo  eiesse  in  mar- 
chesato e  per  mediazione  d'  Ippolito  de 
Medici  poi  cardinale  ne  fu  rifabbricata  la 
rocca.  11  duca  Federico  Savelli  vi  si  for- 
tificò contro  l'armata  toscana. 

iMongiovino  e  Tai'ernelle.  Appodiato 
della  diocesi  della  Città  della  Pieve.  I\Jo/i- 
giovino  è  così  detto  perchè  vi  ebbe  culto 
Giove,  onde  presso  il  suo  tempio  atterra- 
lo fu  edificato  da'perugini  nel  i3oo,  ad 
istanza  de'popoli  di  Colle  Calzolaro,  di 
s.  Martino  e  di  P'^alle  di  Nestore.  Braccio 
Baglioni  lo  saccheggiò;  indi  nel  i643  vi 
fu  combattuta  la  battaglia  tra  le  milizie 
pontificie  comandate  da  d.  Taddeo  ni- 
pote di  Urbano  Vili,  e  quelle  del  gran- 
duca Ferdinando  li,  condotte  dal  fratel- 
lo Mattia:  la  perdita  delle  prime  fu  assai 
rilevante,  con  1000  morti,  e  prigionieri 
il  generale  F.  Vincenzo  della  Marra  ed  i 
migliori  uffiziali,  fra'quali  il  conte  Villani. 
Poco  distante  è  il  santuario  della  Madon- 
na di  Mongiovino,  coronata  dal  capitolo 
Vaticano  a'21  ottobre  i685:  il  tempio  è 
disegno  di  Buonarroti  ed  eseguito  da  Roc- 
co da  Vicenza,  incominciato  nel  i5i3  e 
compito  neh  553.  In  Tavernelleneì  i354 
vi  formò  il  suo  alloggio  1*  esercito  di  fr. 
Morreale,  e  nel  i36i  spettava  al  conte 
delle  Mecche,  al  quale  i  popolani  brucia- 


P  E  II 

rotio  r  iibitiizioue.  Nel  i3(j5  lu  iiigrnn- 
dilo  con  r  adesione  del  consiglio  di  Pe- 
rugia. Nel  1490  ^'  ^^  eretto  un  ospeda- 
le pei  poveri  da  Amico  di  Meo,  d.  Sal- 
vatore di  Meo  pievano  e  Gregorio  di  Bar- 
tolo di  Vanera,  ridotto  poi  a  cappella  nel 
i582  da  Gregorio  XIII.  Nel  i84i  ^'28 
settembre  Gregorio  XVI,  da  Perugia  di- 
rigendosi a  Piegare  per  la  via  provin- 
ciale, si  fertuò  alle  Tavernelle,  ove  il  cle- 
ro, il  magistrato  e  il  popolo  eransi  riu- 
niti nella  maggior  piazza  ,  decorata  con 
addobbi  e  arcate  a  foggia  di  portici.  Nel 
mezzo  era  collocato  il  baldacchino  con 
trono,  donde  il  Papa  benedi  lutti,  giuli- 
vi per  la  fausta  occasione,  e  ne  atumise 
molli  al  bacio  del  piede. 

Goveino  di  Cina  della  Pieve,  distretto 
di  Perugia. 

Città  della  Pieve  [P'.).C\Uìì  vescovile 
con  governo. 

Padano  Nuovo.  Comune  della  diocesi 
di  Città  della  Pieve.  Trovasi  alle  falde 
di  elevato  colle,  e  credesi  originato  da 
Giano,  ovvero  dalla  pace  di  Giano.  Si 
denomina  dal  1 3  1 2  Padano  JSuovo^  men- 
ile nell'altuia  ad  un  miglio  di  distanza 
Irovansi  gU  avanzi  di  Padano  f^ecdiio, 
con  torre  merlala  che  dicesi  la  torre  di 
O riandò ,  tò.  ti  vicino  unconventodi  u)i- 
Dori  osservanti.  N'ebbe  la  signoria  il  mar- 
chese Uguccioiie  II  Bourbon  del  Monte, 
confermatagli  da  Berengario  I  nel  917, 
e  r  imperatore  Carlo  IV  ne  invesù  nel 
1873  Guglielmo  di  Beaufort,  fratello  di 
Gregorio  XI.  Nel  1 4»  6  soggiacque  a  For- 
tebraccio  con  Panicale,  cui  ebbe  per  lo 
più  comuni  i  destini.  Nel  i48q  vi  segui 
un  fatto  d'  armi  fra  gli  Oddi  e  i  Baglio- 
ni.  1  primi  fuorusciti  perugini,  discacciali 
daPanicale,  vi  ripararono;  inseguiti  dal- 
le compagnie  de'  fiorentini ,  comandate 
da  Ranuccio  Farnese,  vennero  a  patti.  I- 
vi  moli  il  celebre  condottiero  Andieano 
o  Adriano  Baglioni  dello  I\lorgaiitc,  at- 
taccalo dal  veleno.  E  patria  di  Luca  ve- 
scovo di  Cortona  nel  i  3qo.  La  chiesa  mii- 


P  E  Pl  1 39 

tricecon  prepusitura  èfuori  di  porta  Chiù- 
bina,  ed  appartenne  sino  dal  secolo  XIII 
all'abbazia  di  s.  Maria  di  Fariieta  nell'a- 
gro cortonese.  Sopra  l'altra  chiesa,  ch'è 
ilenlro  il  castello,  vedesi  un  Crocefisso  di- 
jjinlo  nel  i^5i  da  Francesco  Pievese.  Il 
])el  palazzo  già  de'Vitelli,  è  ora  de'Cen- 
iiini ,  per  acquisto  fattone  dal  cardinal 
Francesco,  che  da  Perugia  soleva  recar- 
visi nella  stagione  estiva.  E  cinto  di  mu- 
ra a  foggia  di  munito  castello,  quali  fu- 
rono restaurate  nel  i4Gij  e  lerminalenel 

j4'-7- 

Piegaro,  Plagarium.  Comune  della 
diocesi  di  Città  della  Pieve.  Antichissi- 
mo borgo  su  di  un  colle,  a  pie  del  quale 
scorre  il  Nestore,  il  cui  nome  vuoisi  de- 
rivato dal  general  Nestore  ateniese  che 
vi  morì,  dopo  aver  col  Foro  di  Merca- 
tello  asciugato  le  vicine  paludi,  dirigen- 
do al  Tevere  le  acque.  Si  dice  fondato  da 
}*ico  Graio,  onde  si  disse  Piegaio,  o  dai 
romani  in  onore  di  Diana  cacciatrice  , 
quando  si  preparavano  ad  abbattere  la 
reggia  di  Porsenna  :  durante  l'assedio  di 
Chiusi  vi  ripararono  sicuri,  e  molte  don- 
ne del  paese  si  maritarono  a  cavalieri  ro- 
mani, clie  ivi  poi  slabilironsi  terminata 
la  guerra,  governandosi  con  libero  reg- 
gimento e  consoli.  Si  crede  che  Anniba- 
le vi  prendesse  riposo  dopo  la  micidiale 
battagliadelTiasimeno.  Ottaviano  Augu- 
sto vi  si  fermò  nel  dirigersi  a  Perugia,  ac- 
compagnalo dal  sommo  poeta  Virgilio  e 
da  Q.  Trebonio  ,  il  quale  rimastovi  per 
la  caccia  vi  morì,  come  si  apprende  dal- 
l'urna marmorea  con  epigrafe, nella  chie- 
sa della  Madonna.  Nel  1  200  Federico  II 
lo  die  ai  conti  di  M.usciano,  conferman- 
dolo Innocenzo  IV  in  un  alle  altre  vaste 
possidenze.  Nel  i2C)5si  sottopose  a  Pe- 
rugia, ed  insegno  di  uiiioneconserva  per 
stemma  municipale  due  grifi  sostenenti 
un  giglio  d'oro.  Carlo  IV  nel  1378  con- 
cesse Piegaro  a  Guglielmo  di  Beaufort 
fratello  di  Gregorio  XI,  indi  lo  dominò 
Fortebraccio.  In  tempo  delle  guerre  ci- 
vili i  picgarlui  si   vendicarono  delle  se- 


i4o  PEK 

vizic  cle'Baglioni,  avendo  partecipalo  al- 
la strage  che  Biordo  generale  della  Chie- 
sa fece  in  Perugia  de'  Baglioni  e  loro  a- 
derenti,  presso  l'antico  tempio  di  s.  Er- 
colano.  Nel  144^  soffri  duro  saccheggio 
da  Ciarpellone  capitano  del  Piccinini  ; 
lina  parte  del  paese  restò  incendiata,  i 
perugini  invitarono  i  profughi  a  ritor- 
narvi con  indennità  e  concessioni,  ed  Eu- 
genio IV  nel  I  444^*-'^^  •'^*f3"i'5''^  ''  P^^' 
se.  Nel  i5o5  in  Piegaro  si  tenne  il  con- 
gresso da  Gio.  Pietro  Baglioni,  Pandol- 
lo  Petrucci  e  Bartolomeo  d'Alviano  per 
sostenere  la  potenza  Medicea  in  Firenze, 
ed  il  paese  con  armi  e  rettovaglie  eoo» 
pelò  al  buon  esito  dell'impresa.  Li  3  set- 
tembre 1  5i  o  vi  alloggiò  Giulio  II,  nel  re- 
carsi all'impresa  di  Ferrara;  e  Paolo  HI 
reduce  da  Perugia,  fermandovisi,  gli  con- 
cesse privilegi.  Nel  i84«  Gregorio  XVI, 
dalle  Tavernelle  recandosi  a  Città  della 
l'ieve,  giunse  {)iesso  Piegaro,  i  cui  nbi- 
lanti  rammaricati  di  non  essersi  ancora 
effettuata  la  deviazione  d'  un  tratto  di 
strada  che  vi  conduce,  e  perciò  defrauda- 
ti della  ventura  di  aver  fra  loro  il  Pon- 
tefice, si  riunirono  in  uno  spazioso  luogo 
della  via,  ove  con  busso  e  lauro  aveano 
piantalo  un  grande  arco  di  trionfo  fian- 
cheggiato da  lunga  traccia  di  colonne  di 
verdura  congiunte  da  festoni,  con  deli- 
ziosa appariscenza.  I  piegarini  attesero  ivi 
il  sovrano,  che  disceso  fra  gli  applausi  dal- 
la carrozza,  accolse  cordialmente  ebeneth 
tulli,  ammettendone  molli  al  bacio  del 
piede  :  i  magistrati  marchesi^eremia  Mi- 
scialelli  Cocchi  e  Luigi  Gregori  umilia- 
rono in  islampa  ed  a  nome  del  popolo 
l'ingenuo  ed  ofiìcioso  souelto,  che  ripor- 
ta il  cav.  Sabatucci  a  p.  218  della  Nar- 
razione: ne  fu  autore  il  dotto  prof  cav. 
Antonio  INIezzanotte,  ed  alluse  alla  bra- 
mata e  convenula  deviazione  della  stra- 
da provinciale  tra  Perugia  e  Orvieto,  pas- 
sando presso  alla  terra  di  Piegaro.  Nac- 
quero Ira  gli  altri  in  Piegaro  Marcello 
Pignalltlli  vescovo  di  Jesi  e  il  fratello  Ste- 
fano cardinale.  Il  paese  è  cinto  di  mura, 


PER 

restaurale  nel  i3c)4>  '43i  e  i523;  ha 
vivo  commercio  ed  oflicine  rinomate  di 
vetro,  con  propinquoborgo.  L'antica  pie- 
vania è  padronato  dell'abbazia  di  s.  Gio- 
vanni dell'Eremo  di  Monte  Erile,  già  dei 
camaldolesi,  indi  de' vescovi  di  Perugia, 
ed  oggi  commenda  sotto  la  giurisdizione 
e  diocesi  di  Città  della  Pieve.  Piegaro  ha 
l'appodiato  CìboUola,  cui  è  unito  il  vil- 
laggio di  Piclrafitta,  e  nel  territorio  tro- 
vasi il  convento  de'francescani  riforma- 
li, oltre  8  casali. 

Governo  di  Magione  nel  distretto 
di  Perugia. 

magione.  Comune  della  diocesi  di  Pe- 
rugia. Borgo  posto  su  elevata  collina,  dal- 
la sommità  della  quale  si  contempla  al- 
r  ovest  r  ameno  lago  Trasimeno.  Viene 
attraversato  dallastrada  corriera, con  sta- 
zione postale.  Antica  è  l'origine  del  pri- 
mo paese,  che  si  denominò  f'illa  Car- 
pini, situato  al  sud  del  presente,  ed  a- 
vente  ospedale  che  esisteva  nel  i2oq;nel 
qual  secolo  vi  fu  combinato  un  tratta- 
to tra'perugini  e  corlonesi  ;  e  come  sito 
f  irle  venne  disputato  nelle  civili  discor- 
die. L'attuale  borgo  sorse  dove  aveano 
luogo  i  cavalieri  templari,  poco  dopo  la 
loro  soppressione  avvenuta  nel  i3  12.  Nel 
convento  de'lemplari  successero  i  cano- 
nici del  s.  Sepolcro  (  forse  della  congre- 
gazione che  desci  issi  nel  voi.  VII,  p.  264), 
quindi  un'abbazia  di  basiliani,  una  com- 
menda di  cavalieri  gerosoliniilani,  bene- 
fìzio che  spesso  ebbe  qualche  cardinale, 
dopo  che  fu  assegnato  nel  fine  del  seco- 
lo XV  a  dello  ordine.  In  questo  luogo  e 
mentre  n'  era  abbate  commendatario  il 
cardinal  Gio.  Ballista  Orsini,  nel  settem- 
bre 1  5o2  si  radunarono  diversi  signorot- 
ti per  stabilire  una  lega  offensiva  contro 
Cesare  Borgia  figlio  d'  Alessandro  VI  e 
in  favore  del  duca  d'  Urbino;  cioè  Gio. 
PaoloBaglioni,  Antonio  da  Venaslro,  An- 
nibale Bentivoglio,  Liverotlo  da  Fermo, 
Ermea  Bentivoglio  per  suo  padre  Gio- 
vanni, Paolo  Orsini,  Petrucci  e  Vitelli, 


PER 

ner  cui  nel  giungervi  uno  di  essi,  vuoisi 
esclamasse  :  sono pervcinito  nlui  dcsialn 
magiont!  ed  allora  crcdesi  che  il  paese  ab- 
bia pieso  il  nome  di  Alagione.  Altri  aller- 
niano  che  derivasse  dai  templari,  che  di- 
cevano il  ritiro  o  convento  AJnison,  nel 
loro  idioma  francese.  Questo  celehie  con- 
gresso fu  presieduto  dal  cardinale,  ma  si 
esso  che  i  principali  suoi  membri,  ilDor- 
gia  sagrillcò  alla  sua  vendetta. Nel  ìCì/\3 
vi  stanziarono  per  due  mesi  le  truppe 
granducali, avendo  a  Fronte  le  pontificie 
acquartierale  a  Cordano.  Carlo  Borbo- 
ne, poi  Carlo  in  re  di  Spagna,  nel  i  73/}. 
alloggiò  nel  palazzo  abbaziale,  il  quale  è 
in  foggia  di  fortilizio.  Contiene  Magione 
molli  fabbricati,  una  torre  ohe  la  signo- 
reggia in  cattivo  sfato  e  due  chiese.  ]1 
paese  è  molto  commerciante,  ed  i  suoi 
mercati  settimanali  ebbero  conferma  da 
r>encdetloXiV.  Durante  il  governo  fran- 
cese soggiacque  a  Passignano  coli'  appo- 
diato  Castel  Rigone,  con  Tiioro,  Monte 
Cunlandro  e  l'ernazzano.  La  comune 
di  Magione  comprende  l'nppodiato  A- 
gcllo,  ed  in  tutta  la  contrada  sono  spar- 
si numerosi  villaggi,  i  o  de'quali  si  con- 
siderano uniti  allo  stesso  borgo.  In  imo 
di  essi,  Monte  del  Lago  o  Fontegiano,  tut- 
tora innalzasi  l'antica  rocca  già  dai  par- 
titi combattuta,  ove  nobili  e  popolani  pe- 
rugini furono  sovente  respinti,  a  seconda 
della  preponderanza  delle  fazioni:  vi  risie- 
de l'amministratore  del  lago  Trasimeno. 

Lisciano.  Comune  della  diocesi  di  Pe- 
rugia. Si  crede  originato  da  certo  Licia- 
no  che  vi  possedeva.  Tenuto  dai  corto- 
nesi  per  molto  tempo,  nel  1200  venne 
sottomesso  ai  perugini.  Giace  sul  colle 
cinto  di  mura,  ed  in  mia  riunione  di  case, 
situale  al  suo  pie,  sonovi  ricche  famiglie. 

Passignano.  Comune  della  diocesi  di 
Perugia,  con  annessi.  Eoigo  posto  sulla 
sponda  nord-est  del  lago  Trasimeno,  da 
cui  soilVe  frequenti  inonilazioni ,  circon- 
dato nell'opposta  parte  dagli  estremi  de- 
clivi de'  monti  corlonesi.  INe'bassi  tempi 
fu  chiamala  città  e  della  Passo  di  Già- 


PER  i^i 

no.  Allorché  vi  transitò  Annibale,  il  pae- 
se era  già  abitalo  ,  per  cui  vi  appoggiò 
l'ala  sinistra  della  snaarmata^  e  forse  qui 
ebbero  da  tal  corpo  una  rotta  i  romani; 
altri  dicono  invece  che  servi  di  rifugio  ai 
romani,  scampati  dalle  fazioni  sanguino- 
se di  Ossaia  e  Sanguinelo.  Nel  917  lìe- 
reiigario  1  neconfermòil  dominio  al  mar- 
chese Uguccioue  li  Bourbon  dol  Monte, 
e  nel  1073  vi  morì  s.  Gio.  Gualberto  fjn- 
datore  de'vallombrosani.  Tra'suoi  disa- 
stri noterò,  che  nel  i334  fii  tlistrutto  e 
incendialo  dagli  aretini,  indi  verso  il  1  39G 
restaurato;  nel  i470  '^  popolo  fece  vi- 
goiosa  resistenza  ai  fiorentini;  nel  x^ii 
solhì  altro  saccheggio,  così  nel  ì57.'j;  e 
nel  1600  venne  interamente  rovinatodal- 
le  acque  del  lago,  le  quali  recarono  an- 
che gran  guasto  all'emissario.  IVIolti  sono 
i  làbbricati  ,  cinti  di  mura.  A  mela  del 
cammino  per  giungervi  da  Magione  vi  è 
il  casale  Tonicella,  antico  feudo  de' Mon- 
tesperelli,  rivendicato  a  Perugia  ne' pri- 
mi del  secolo  XV  dal  re  Ladislao  nella 
sua  passeggiera  dominazione.  Vi  è  un  al- 
bergo per  quelli  che  visitano  il  Iago,  che 
percorrono  in  leggieri  schifi. 

Tuoro.  Comune  della  diocesi  di  Pe- 
rugia. Si  crede  derivato  il  nome  dall'  e- 
trusco  Tyrve  o  Ton>,  ma  non  v'è  memo- 
ria prima  del  i363,  in  cui  fu  occupato 
dai  nobili  fiorentini,  che  assediati  e  pre- 
si dai  perugini,  vcnnerodeca[)ilali  i  7  ca- 
pi del  disordine  a*  i  3  agosto.  La  chiesa 
parrocchiale  che  esisteva  nel  i  238,  fu 
duoccala  nella  fine  del  secolo  seguente. 
Nel  territorio  vi  è  la  villa  di  Baroncino, 
in  cui  trovasi  un  ponte  sul  torrente  Ma- 
cerone,  dove  Annibale  disft;ce  il  console 
Flaminio. 

Distretto  di  Città  di  Castello. 

Città  di  Castello  (F.).  Città  vescovi- 
le con  governo. 

S.  Giustino.  Comune  della  diocesi  di 
Città  di  Castello,  con  annessi.  Non  si  ho 
va  memoria  avanti  il  14B1,  in  cui  la  fa- 
miglia Dotti  ne  cede  la  signoria  ai  Ca- 


i43  PER 

slellani,  indi  Pio  IV  nel  i563  ne  inve- 
sfj  la  famiglia  Bufalini,  come  contea.  In 
questo  luogo  vi  poetò  la  celebre  Toni- 
na,  e  molte  fiimiglie  \\  fiorirono  in  armi 
e  scienze.  Vi  sono  ragguardevoli  fabbii- 
cati  e  la  villa  Bufaiini.  Gli  abitanti  fan- 
no significante  commercio  di  cappelli  di 
paglia. 

O.v.^/7.7.  Connine  della  diocesi  di  Cit- 
tà di  Castello.  È  mollo  antica  la  sua  o- 
ligine,  perclìèa'tenipi  de'goti  già  era  for- 
te, per  cui  la  distrussero,  venendo  poi  rie- 
dificata dagli  aretini.  Nel  i335  fu  con 
l'armi  presa  dai  perugini.  Nel  pontifica- 
lo di  Urbano  Vili  sostenne  sanguinosa 
guerra  in  difesa  della  s.  Sede;  questa  guer- 
ra, detta  i5(7/7;cn/i<7,  fu  descritta  dal  sici- 
liano Serpetri.  Tra  i  suoi  uomini  illustri 
nominerò  Orlando  Orlandini  che  nell' as- 
sedio di  Caniscka  o  Canisia,  città  della  bas- 
sa Ungheria,  con  gran  coraggio  e  valore 
tolse  di  propria  mano  una  bandiera  agli 
ottomani.  In  ricompensa  1'  impeiatore 
Ferdinando  li  gli  concesse  per  lui  e  di- 
scendenti diploma  di  nobiltà  e  lo  stem- 
ma gentilizio  j  col  privilegio  di  nobiltà 
per  tutti  gli  stali  imperiali  e  la  nobiltà  del 
sacro  romano  impero.  Da  questa  antica 
e  possidente  famiglia  e  dalla  virtuosa  Mar- 
gherita Contucci  nobile  di  Monte  Pul- 
ciano  nacque  mg.^  Marcello  Orlandini  che 
celebrai  in  altri  luoghi  ,  protcnotario  e 
delegalo  apostolico  d'Ascoli,  di  Frosino- 
ne  e  di  Viterbo,  ed  altualuìcnle  votan- 
te di  segnatura,  ma  meglio  gli  resero  la 
meritata  lode  i  concittadini  nell'opusco- 
lo :  Tributo  poetico  ec,  Peiiigia  i835.  11 
paese  ha  molti  e  vaghi  fabbricati  ,  alta 
torre  e  recioti  di  mura. 

Governo  dì  Fralla,  dìsirello  di  Città 
di  Castello. 

Fratta,  Fracta.  Comune  della  dioce- 
si di  Gubbio,  con  annessi.  Borgo  cospicuo 
edificato  200  anni  avanti  la  nostra  era, 
dai  miserabili  avanzi  dell'esercito  roma- 
no, rotto  da  Annibale  al  Trasimeno.  To- 
lomeo ed  altri  dicono  che  questo  paese 


PER 

fosse  l'antico  Pitulum,  che  distrutto  nel- 
l'invasioni de'barbari,  trasse  perciò  il  no- 
me di  Fracta.  Plinio  collocò  i  pitulani 
nel  Lazio,  ed  il  Colucci  presso  l'odierna 
Jrcevia,  di  cui  parlai  nel  voi.  XXXVf, 
p.  272  :  forse  una  parte  de'pitulani  con- 
corse a  edificarlo.  Credesi  rifabbricato 
nel  70,6  dai  figli  d'Uberto  o  Arimberto 
duca  di  Bouibon,  parente  di  Carlo  Ma- 
gno e  marchese  ili  Toscana.  Si  pose  sot- 
to Perugia  a' 12  febbraio  i  i8q;  indi  nel 
1326  in  battaglia  i  perugini  vinsero  i  te- 
deschi ;  con  questi  vi  fu  altro  fatto  d'ar- 
mi nel  I  38q,  trionfando  i  primi  condotti 
da  Malatesta.  Nel  i4o5  dal  cardinale  le- 
gato deirUiiibria  venne  distinta  col  lito- 
Io  (li  terra  nobile,  e  nel  i4o6  100  peru- 
gini a  cavallo  resistettero  a  800  di  Brac- 
cio, a'qiiali  dovettero  poi  cedere  sotto  le 
mura.  Nel  i5iQ  il  cardinal  Passerini  le- 
galo dell'Umbria  la  chiamò  insigne  e  Pao- 
lo 111  fetlelissima,  di  cui  fu  medico  il  cit- 
tadino AndreaCibo.il  Tevere  ne  lambi- 
sce le  mui  a  dal  Iato  occidentale  ,  che  si 
passa  su  solido  ponte,  scorrendovi  all'op- 
posto lato  il  torrente  Reggio.  Vi  è  il  tea- 
tro, e  conventi  di  osservanti  e  conven- 
tuali. In  uno  de'  suoi  borghi  si  trova  il 
bel  tempio  rotondo  di  s.  Giovanni,  fatto 
colleoiata  nel  i  r65da  Clemente  Xlll.  E' 
ancora  in  piedi  la  torre  ,  ove  il  famoso 
Braccio  Fortebracciofunel  i  303  racchiu- 
so dal  capitano  Tuzio,  e  quindi  dal  ce- 
lebre Biordo  Michelotti  umanamente  li- 
berato. Lungo  il  corso  del  torrente  Car- 
pino, che  bagna  il  territorio  ,  era  il  ca- 
stello di  Giulio  Umbro,  Forum  Jidii  Con- 
cuhiense,  col  famigerato  tempio  di  Vul- 
cano situato  nel  trivio,  che  la  via  di  Tur- 
rena  per  a  Tiferno  formava  ,  aprendosi 
l'adito  fra'  monti  per  comunicare  colla 
Flaminia.  E  questo  particolare  culto  de- 
signava la  perizia  delle  genti  ne'Iavori  di 
ferro  e  nel  trattare  le  armi,  ond'ebbe  spe- 
ciale rinomanza.  IMantiene  le  sue  fabbri- 
che di  maiolica  colorata  di  squisito  gu- 
sto, onde  vivo  è  il  commercio,  cui  con- 
corre l'uberloso  suolo.  Vi  è  il  ginnasio  per 


PEIl 
h  pubblica  educazioneed  altri  stabilimen- 
ti. Nel  suburbano  trovasi  acqua  siilfiuea 
di  fredda  temperatura,  sebbene  bolla  nei 
sotterranei  ;  ed  il  convento  de'cappucci- 
Ili  in  deliziosa  eminenza.  Dopo  i  niuta- 
menli  del  i8oc),  Fratta  fu  capoluogo  di 
cantone  del  circondario  di  Perugia,  eoa 
giudicatura  di  pace,  indi  Pio  "VII  la  di- 
chiarò governo,  conlenendo  le  comuni 
di  Illonle e  Pietra luf!ga,ohie  lìlGule  Co- 
rona,  con  borgate  annesse  :  nella  sua  co- 
mune si  comprendono  gli  appodiali  Ci- 
vitella-  Ranieri,  Preggio  e  Poggio  Manen- 
te con  più  casali. 

Monte  Corona.  Primaiio  eremo  de- 
gli eremiti  camaldolesi  della  congrega- 
zione di  Monte  Corona,  di  cui  trattai  nel 
voi.  VI,  p,  3o  I  e  scg.,  nella  diocesi  di  Pe- 
rugia, da  cui  è  distante  6  leghe  al  nord, 
ed  una  al  sud  da  Fratta.  Il  camaldolese 
Gregorio  XVI,  benevolo  cogli  eremiti,  al 
modo  detto  anche  a  Frascati  (^  ■),  con 
decreto  degli  8  aprile  i84J)  reintegrò 
questi  di  ]\Ionte  Corona  nella  ulllziatu- 
ra  e  nel  padronato  e  possessi  parrocchia- 
li, sulla  chiesa  dello  loro  abbazia  di  s.  Sal- 
vatore ,  con  quelle  solennità  narrate  in 
un  articolo  pubblicato  dal  n. "43  del  gior- 
nale V  Osservatore  del  Trasimeno  e  stam- 
palo a  parie.  Abbiamo  di  Giulio  Pre- 
muda, La  historia  Romoaldina,  ovvero 
eremitica  di  Monte  Corona  tradotta,  Ve- 
nezia i5f)0. 

Montone,  Aries.  Comune  della  dioce- 
si di  Città  di  Castello.  Borgo  aulico  po- 
sto in  ameno  colle,  le  cui  falde  sono  ir- 
rigate dal  Tevere  e  dall'influente  Carpi- 
na.  Dalle  rovine  di  6  castelli  che  i  popo- 
li arienati  abitavano,  il  principale  de'qua- 
li  chiamasi  Arie,  si  crede  presso  a  que- 
sto eretto  IMonlone  verso  r8oo,  allorché 
Carlo  Magno  incoraggiva  le  genti  a  ria- 
versi dai  disastri  barbarici.  Altri  poi  ac- 
certano che  surse  nel  i  loo  dalla  fami- 
glia Fortebraccio,  che  ne  fu  signora;  ma 
vi  è  chi  si  oppone  a  quelli,  riflettendo  che 
Braccio  Fortebraccio  nacque  in  Perugia 
nel  i368,  fu  capitano  generale  del  Pa- 


PER  143 

pa,  meritò  il  titolo  di  Alniae  Urbis  de- 
fensor, e  morì  nel  i4o4  sotto  le  mura  di 
Aquila.  Osserva  il  Calindri  che  potreb- 
be essere  l'uno  e  l'altro,  cioè  che  lo  stipi- 
te de'Fortebracci  realmente  siaorigina- 
riodi  Montone,  e  che  per  accidentalità  sia 
in  Perugia  nato  il  solo  Braccio  Fortebrac- 
cio, discendente  dallo  stipite  del  i  100 
sorto  in  Montone.  Narra  poi  il  Castella- 
no, che  vi  ebbero  dapprima  il  dominio 
i  marchesi  Bourbon  del  Monte ,  che  fu 
quindi  assoggettato  da'perugini,e  quan- 
do comparve  il  detto  famoso  Braccio,  che 
vi  passò  la  fanciullezza,  tanto  egli,  quan- 
to Carlo  suo  figlio,  e  Nicolò  Stella  suo 
nipote  generale  dis.  Chiesa,  vi  esercita- 
rono la  signoria,  che  di  poi  si  trasferì  ai 
marchesi  Vitelli  quali  vicari  perpetui  del- 
la s.  Sede,  la  quale  destinò  finalmente  a 
governarlo  un  chierico  di  camera.  Ag- 
giunge il  CastellanOjChe  l'antichissima  e 
nobilefamiglia  de'Fortebracci  conta  isuoi 
antenati  (Va  quelli  stessi  che  edificarono 
IMontone,  e  l'ariete  che  si  vede  nel  loro 
stemma  ,  indica  quale  alto  grado  dessa 
fra'superstiti  arielini  occupasse.  Il  primo 
però  fra  i  Fortebracci,  de'quali  siaci  per- 
venuta memoria,  è  Ugolino  nato  circa  il 
1  100.  1  suoi  successori  tennero  la  parte 
guelfa  nello  scoppio  dell'italiche  fazioni, 
e  serbarono  sempre  in  favore  de'  peru- 
gini parziale  attaccamento.  Ebbero  san- 
guinose contese  cogli  Olivi  da  Montone, 
che  favorivano  i  potenti  Ubaldini,  capi 
del  partito  ghibellino.  Faziolo  Olivi  nel 
laSo  entrò  armala  mano  in  Montone  e 
vi  uccise  il  valoroso  Fortebraccio  Forte- 
bracci  colla  sua  moglie  ,  fratello  e  figli, 
ma  p"oi  fu  spento  egli  slesso.  Da  tre  pic- 
coli nipoti  di  Fortebraccio,  prodigiosa- 
mente scampati,  conseguitò  la  successiva 
progenie  ,  nella  quale  il  famoso  Braccio 
si  novera,  che  vive  tuttora  nell'immor- 
tal  nome  lasciato  e  ne'diversi  nobilissimi 
rami  da  lui  derivati.  Oddo  suo  naturale 
e  Bernardino  nipote  furono  anch'essi  ce- 
lebri guerrieri.  Vedasi  Fortebracci  Giob- 
bi, Lettera  istorieo- genealogica  della  fa- 


i44  PER 

miglia  Forlchraccì  da  Montone,  Bologna 
i68q.  Montone  raccliiude  due  eminen- 
ze, in  una  delle  quali  èrinsignecollegia- 
ta  di  s.  Maria  e  s.  Gregorio,  ed  eravi  uu 
vecchio  fortilizio  ;  nell'altra  sono  i  con  ven  • 
tuali  ed  a  poca  distanza  i  cappuccini.  Nel- 
la media  valle  èia  piazzacircondala  dal- 
le private  abitazioni  cinte  da  Qiura.  Vi 
sono  due  monasteri  di  suore,  uno  rista- 
Lililo,  l'altro  riedificato  nel  1827.  L'an- 
tico ospedale  eretto  a  sollievo  degl'indi- 
genti vaganti  pel  territorio,  fu  nel  1822 
ampliato  per  ricevervi  anche  gl'infermi. 
iS'el  1828  si  apri  il  conservatorio  per  l'e- 
ducazione delle  fanciulle.  Dopo  il  i8i4 
fu  per  un  tempo  governo,  e  vi  sono  an- 
nessi cinque  casali. 

Pietra liuìga.  Comune  della  diocesi  di 
Città  di  Castello.  Era  il  (brodi  GiulioCon- 
cubiense;  fu  detta  Pratalunga,  poi  Tof- 
fia,  indi  Pertalunga  o  Pietralnnga.  Col 
primo  nome  si  designavano  forse  le  pra- 
terie irrigate  dal  Carpina  ,  che  scaturi- 
sce ne' vicini  monti.  Il  borgo  è  alle  falde 
dell'A pennino, con  mura  alcpianlo  diru- 
te :  come  la  sua  rocca,  esisteva  nel  700. 
Ebbe  i  suoi  podestà  e  sino  dal  secolo  XIII 
si  sottopose  per  dedizione  a  Tiferno  o  sia 
Città  di  Castello, il  di  cui  magistrato  pre- 
se il  titolo  di  barone,  e  vi  spediva  il  gius- 
dicente ed  il  castellano  con  presidio  per 
la  rocca ,  di  cui  si  vedono  i  ruderi.  Nel 
1  267  vi  fu  stabilito  un  monastero  di  be- 
nedettine, trasferito  nel  i574  a  Città  di 
Castello.  Nel  1287  avea  il  suo  catasto  in 
pergamena,  e  nel  i  348  gli  Ubaldini  ten- 
tarono di  toglierlo  aitifernati,  ma  non  vi 
riuscirono, avendolo  difeso.  Nel  i  383  ot- 
tenne l'esenzione  di  alcuni  dazi, e  nel  I  4o2 
si  elesse  il  proprio  capitano.  1  tifernati 
coi  toscani  lo  difesero  contro  Ladislao  re 
di  Napoli,  ed  i  primi  nel  14^8  anche  dai 
Biacccschi  che  1'  aveano  occupato  e  da 
Nicola  Stella.  Nel  i^3c)  vi  furono  spedi- 
ti contro  il  Piccinino  1600  soldati.  Aven- 
dolo occupato  le  milizie  pontificie,  nel 
1482  Giovanni  Vitelli  le  cacciò  e  resti- 
tuì il  dominio  ai  tifernati.  Anche  gli  a- 


PER 

gosliniani  ne  partirono  col  loro  archivio, 
passando  a  Cantiauo.  Sempre  piìi  deca- 
dendo. Pio  VI  riunì  l'ospedale  a  quello 
di  Città  di  Castello.  La  chiesa  matrice  fu 
restaurata  nel  1 000,  e  due  chiese  del  ter- 
ritorio lianno  immagini  miracolose  della 
Beata  Vergine.  Vi  ebbe  origine  la  fami- 
glia Fucci,che  nelle  lunghe  guerre  civili 
tifernate  lungamente  bilanciarono  la  po- 
tenza de'Vitelli.  Vi  nacquero  il  b.  Buc- 
cio, i  due  Ugolini  vescovi  di  Città  di  Ca- 
stello, ed  Ugolini  vescovo  di  Sutri.  Alla 
comunale  amministrazione  sono  uniti  i 
12  vicini  villaggi. 

Distretto  di  Foligno. 

Foligno  (^.).  Città  vescovile  con  go- 
verno. 

Asisi[F.).  Città  vescovile  con  governo. 
Ne  parlo  anche  a  Palazzo  apostolico 
d'Asl'^i. 

Gualdo  Tadino  {J-')-  Città  vescovile 
con  governo.  Il  Papa  regnante  vi  ha  e- 
retto  la  collegiata  con  capitolo. 

Fossato.  Comune  della  diocesi  di  No- 
cera.  Vedi  il  voi.  XXXllI,  p.  78. 

Sigillo.  Comune  con  Sirca  ed  annes- 
si ,  della  diocesi  di  Nocera.  Vedi  il  voi. 
XXXIlI,p.  79. 

Pieve  di  Compresfseto.  Appodiato  di 
Gualdo  Tadino,  della  diocesi  diNocera. 
Vedi  il  voi.  XXXllI,  p.  79. 

Governo  di  Nocera. 

Nocera  (F.).  Città  vescovile  con  go- 
verno. 

Faltopinao  Fai  Sopina.  Comune  del- 
la diocesi  di  Foligno.  Dicesi  anche  Cer- 
qua, con  territorio  quasi  tutto  in  monte, 
ed  è  piccolo  paese. 

Governo  di  Spello. 

Spello  {V.).  Città  vescovile  con  go- 
verno. 

Cannara.  Comune  della  diocesi  d'Asi- 
si.  Fu  detto  Carnerio,  ed  alcuni  opinano 
che  Valerio  Bnnieri  perugino,  ai  tempi  di 
Federico  I,  abbia  edificato  il  paese,  che 


PER 

nel  ìiqì  si  soUomisea  Perugin.  Ilo  mol- 
ti e  ]>uoni  r;\})brkali,  con  mura  e  boighi. 
Colle  Mancìo.  Comune  delhi  diocesi 
il'Aisisi.  E"  in  monte  ed  in  colle  il  lerii- 
torio,  con  pochi  fabbricali,  in  parte  cinti 
di  mura. 

Distretto  eli  Todi. 

^^^/^(F.).  Città  vescovile  con  governo. 

Baschi.  Comune  della  diocesi  di  To- 
di. Edificata  neirSio  dalla  famiglia  Ba- 
schi ,  originata  da  un  figlio  del  duca  di 
Guascogna,  che  seguì  in  Italia  Carlo  Ma- 
gno; fu  già  contea.  Ha  molti  fabbricati, 
in  parte  cinti  di  mura,  con  gaio  borgo. 

Collazzone.  Comune  della  diocesi  di 
Todi.  Si  disse  Co//(?<^Vis30«e,  perchè  un 
Azzone  ne  fu  fondatore  e  signore,  di  gran 
potenza  nel  964,  chiamato  il  gian  conte 
Attone  nel  ducato  di  Spoleto,  derivando 
da  quel  duca  Ildebrando,  Nel  i25o  fu 
venduto  a  Todi ,  ed  ebbe  sotto  di  sé  4 
castelli,  distrutti  nel  i  36o.  Collazzone  lo 
era  stalo  nel  i3i4  nella  guerra  tra'  pe- 
rugini e  todini.  Vi  era  il  forte,  per  cui  il 
comune  di  Perugia  nel  i362  vi  mandò 
il  castellano.  Il  fabbricato  è  cinto  di  mu- 
ra e  vi  fu  la  collegiata,  con  priore  e  i  2 
canonici.  Vi  nacque  il  b.  Simone  france- 
scano nel  1 240,  e  vi  originarono  molte  no- 
bili famiglie.  Nel  territorio  sonovi  vesti- 
gia del  tempio  d'Ercole,  forse  eretto  dal- 
la famiglia  Ulpia  :  nel  lySG  vi  fu  trova- 
ta la  statua  di  quel  semidio. 

Fratta  di  Todi.  Comune  della  dioce- 
si di  Todi.  L'antico  paese  fu  diroccalo  dai 
goti,  per  cui  si  rifabbricò  nel  i23i  in  un 
terreno  della  mensa  di  Todi,  ed  è  per- 
ciò che  si  disse  Fracta  Episcopi.  Alcuni 
pretendono  che  succedesse  al  Tudernnin, 
tanto  decantato  da  Plinio.  Ne!  i334  fu 
presa  in  prelezione  dai  fiorentini  ,  e  re- 
stò sotto  quella  repubblica  sino  al  i4'3, 
quando  se  ne  impadronì  Braccio  Forte- 
braccio,  che  la  fortificò  con  cintadi  mu- 
ra e  quattro  baluardi.  Nel  i4i6  vi  fu- 
rono posti  in  prigione  Carlo  Malatesta  e 
diversi  ufiìziali ,  presi  sotto  Perugia.  In 

VOL.    LII. 


PER  14^ 

seguito  si  governò  da  sé  fino  agli  r  i  mar- 
zo i4')2,  in  cui  Nicolò  V  la  pose  sotto 
Todi.  Le  mura  sono  ancora  buone  e  re- 
golari, con  borghelto.  Ne  furono  parro- 
chi  tre  della  famiglia  de'duchi  Cesi,  due 
de'quali  divennero  vescovi  di  Todi. 

Massa.  Comune  della  diocesi  di  To- 
di, ed  annessi.  Vuoisi  che  il  riciis  Mar- 
tis  qui  fosse.  La  terra  fu  eretta  nel  780, 
mezzo  migliò  dall'antica  via  Flaminia,  e 
cinta  di  mura  dai  Bentivenga,  e  Io  è  an- 
cora. Ha  molti  e  belli  fabbricali,  con  e- 
slerni  borghi.  Del  convento  di  s.  Pietro 
parla  il  p.  Antonio  da  Orvieto,  Crono- 
logia de  ir  Umbria.  V.  Marta, 

JMonte  Castello.  Comune  della  dioce- 
si di  Todi.  Fu  edificatodalla  famiglia  de- 
gli Atti  nel  980, indi  venne  cinto  di  mu- 
ra :  fu  già  più  vasto  e  popolato  del  pre- 
sente. Nel  I  254  soffrì  molto  dalla  caval- 
leria guelfa,  che  vi  scacciò  il  partito  ghi- 
bellino. Ha  molti  fabbricati. 

Cenni  storici  della  città  vescovile 
di  Perugia. 

Perugia  giace  tra  il  Tevere  e  il  Gen- 
na  su  5  vette  calcaree,  che  formano  l'e- 
strema diramazione  del  medio  A  penni- 
no, in  amenissima  posizione,  che  da  ogni 
parte  presenta  punti  divista  meraviglio- 
si. Domina  la  vasta  pianura  dell'Umbria 
con  magico  effetto,  per  la  floridezza  dei 
campi,  per  la  circostante  barriera  di  col- 
line, per  la  frequenza  di  città  e  villaggi  qua 
e  là  sparsi,  mentre  bello  e  svariato  spet- 
tacolo presenta  d'immenso  lago,  quando 
il  Tevere  nello  scorrere  alle  falde,  sol- 
leva dall'  ampia  superficie  i  nebulosi  va- 
pori. Trovasi  in  aria  perfettissima,  distan- 
te da  Roma  48  leghe  o  16  poste.  L'ac- 
cesso n'  è  difificile  venendo  da  questa  me- 
tropoli, dovendosi  dopo  il  passaggio  del 
fiume  al  ponte  s.  Giovanni  giungere  al- 
l'eminenza per  una  lega  di  salita;  dal  ia- 
to diFirenzeil  prelato  Ri  vaiola,  poi  car- 
dinale, agevolò  il  cammino  ,  superando 
energicamente  ogni  ostacolo  frapposto, 
sino  al  gran  largo  denominalo  per  ricc- 
io 


i4G  TER 

iiusceiile  memoria  pimzn  Rharcìa^con 
convellile  in  istrada  il  fosso  tra  la  città  e 
la  fortezza.  La  Porla  s.  Pietro  o  Roma- 
na^ opera  del  secolo  XV  di  Agostino  del- 
la Robbia  e  di  Polidoro  Stefluii  perugi- 
no, e  più  il  tempietto  di  s.  Giovanni  co- 
struito circa  il  1  5o2  con  travertini  qua- 
«Irati  all'intorno,  danno  il  primo  saggio 
del  risorgimcnlo  delle  arti,  nel  quale  fu- 
ronoinnalzati  tutti  i  monumenti  più  con- 
siderabili  della  città.   Tale  porla  intro- 
duce alla  spaziosa  e  lunga  via  Papale,  al 
cui  termine  si  giunge  all'area  superiore, 
ilie  sovrasta  per  4 1  7  o>etri  al  livello  ma- 
rino, al  dire  di  Castellano,  047^  secon- 
do Calindri.  Da  ultimo  fu  costruita  co- 
moda e  grandiosa  strada,  che  conduce  a 
quel  magnifico  puntoceutrale.  Dalla  piaz- 
za Rivarolasiiioa  piazza  del  Duomo  pro- 
cede la  via  del  Corso,  rettilinea,  con  pie- 
Ire  quadrate,  e  v'incomincia  la  minor  via 
parallela,  che  mette  alla  piazza  Piccola  o 
ilei  Sopramuro,  aprendosi  verso  il  mezzo 
la  via  Larga  ,  che  serve  ad  ambedue  di 
comunicazione.   In  questo  ripiano  può 
dirsi  concentrato  il  meglio  della  nobile 
città,  la  quale  poi  si  dirama  per  l'erta  e 
perla  scesa  delle  propinque  creste  e  som- 
mità. Singolare  ornamento  ha  la  piazza 
maggiore,  cui  serve  di  limite  il  prospet- 
to laterale  del  duomo,  dalla  gran  fonta- 
na. I  perugini  restaurando  gli  acquedot- 
ti de'romani,  a  dar  loro  acqua  pensarono 
di  abbellirli  con   magnifica  fjonte,  eretta 
nel  1  277  precisamente  a  cura  degl'inge- 
gneri Bevignate  monaco  silvestrino  e  Al- 
berto minorila,  ambedue  perugini,  e  dal 
Boninsegna  architetto  veneto,  conduceu- 
dovi  le  acque  del  vicino  Monte  Paciano, 
i:on  superbo  lavoro  idrostatico,  compilo 
pilo  nel   1  322  per  opera  di  Ermanno  da 
^assoferrato  priore  delle  arti,  il  tutto  col- 
la spesa  di  i(3o  mila  fiorini  d'oro.  Si  a- 
scende  al  fonte  per  alcuni  gradini  di  mar- 
mo, e  sul  piano  delle  scale  si  eleva  una 
gran  vasca  di  marmo,  ove  ne'aS  lati  e- 
slerni,  ciascuno  diviso  in  due  specchi,  si 
uuimiiauo  altreltanii  bassorilievi  di  INì- 


PER 

cola  e  Giovanni  Pisani  ,  tratti  dai  fatti 
della  Scrittura  e-de'primordi  di  Roma, 
dalle  arti  e  scienze  personificate,  da  in- 
segne italiche  e  altri  ornati,  fiamezzati 
dalle  figure  de' 12  mesi  dell'anno.  Sopra 
questa  vasca  ne  sorge  altra  minore,  pur 
di  marmo  e  quasi  pensile,  sostenuta  da 
colonne,  con  24  statue  di  Arnolfo  di  La- 
po. Nel  suo  bel  mezzo  una  colonna  di 
bronzo  sostiene  una  simile  e  mirabile 
conca,  sulla  quale  tre  ninfe  d'  acqua  di 
tutto  rilievo,  dello  stesso  metallo,  framez- 
rale  da  eguali  grifoni  (questi  e  le  ninfe, 
crede  Cicognara  di  Giovanni  Pisano), 
dalle  orecchie  dei  quali  e  da  uno  spira- 
glio del  centro  con  impeto  escono  le  ac- 
que salienti,  che  si  rovesciano  con  stupen- 
do effetto  nelle  sottoposte  conca  e  va- 
sche. Questa  superba  fontana  fu  restau- 
rata nel  1 56o  da  Vincenzo  Danti,  e  di  re- 
cente vennero  rinnovate  le  fistole  di  piom- 
bo. La  piazzetta  che  ddatasi  innanzi  la 
facciata  principale  del  duomo,  dicesi  del 
Papa,  dalla  statua  di  Giulio  III,  fusa  in 
bronzo  dai  perugini  Giulio  e  Vincenzo 
Danti  suo  figlio,  ed  ivi  collocata  nel  1 555 
su  piedistallo  di  marmo. 

La  cattedrale  o  duomo  o  basilica Lau- 
lenziana,  è  sotto  l'invocazione  di  s.  Lo- 
renzo martire,  ed  ivi  si  venerano  tra  le 
oltre  insigni  reliquie  i  corpi  de'  ss.  Co- 
stanzo ed  Ercolano  li ,  vescovi  e  patro- 
ni della  città,  come  le  reliquie  dell'al- 
tro vescovo  e  patrono  s.  Ercolano  I.  11 
non  compito  e  sontuoso  edifizio, di  gu- 
sto gotico,  successe  all'antica  chiesa  edi- 
ficata prima  del  3i4-  Venne  incomin- 
cialo nel  iSSg  o  nell'agosto  i345  dal- 
l'encomia  lo  architetto  Bevignate,  con  ar- 
dito e  grandioso  disegno,  ed  ha  tre  na- 
vate. Eugenio  IV  lo  ingrandì  nel  i436. 
L'altare  maggiore  è  ricco  di  scelti  mar- 
mi, con  due  laterali  amboni  che  ornò  lo 
scal[)ello  del  Pisano.  Contiene  nei  suoi 
altari  preziose  tavole,  fra  le  quali  è  la 
Deposizione  dalla  Croce  di  Barocci,  s. 
Sebastiano  di  Orazio  Alfani  ,  uno  -Nlen- 
doido  detto  il  Gonfalone,  d'incerto  au- 


PER 
l()i<;  del  secolo  XV,  s.  Cliiara  del  cnv. 
iJiiglionij  s.  Daibaia  del  Signorclli,  p(  r 
non  dire  di  altre  stupende  pitture.  Una 
di  queste  è  il  quadro  del  cav.  Wicar  rap- 
presentante lo  sposalizio  della  Beata  Ver- 
gine, ncllasua  cnppella,  ove  nel  timpano 
gelosamente  si  custodisce,  entro  luacilii- 
na  adatta  a  discendere  sulla  mensa  del- 
l'altare per  essere  dai  divoti  venerato,  il 
santo  anello  probabilmente  di  amalista 
di  Siria:  ne  narrai  brevemenle  1  impor- 
lanle  storia  nel  voi.  II,  p.  78^  e  meglio 
nel  voi.  XllI,  p.  I  i6e  I  1  7.  iXelIa  crocie- 
ra destra  una  stessa  tomba  di  marmo  ros- 
so racchiude  le  ossa  d'Innocenzo  III,  Ur- 
bano IV  e  Martino  IV;  mentie nella  na- 
vata sinistra  è  il  mausoleo  del  vescovo 
Gio.  Andrea  Baglioni.  Singolare  è  la  tra- 
vatura del  tetto,  nel  i633  eseguila  da 
Guido  Bettoli:  il  campanile  è  opera  più 
recente.  Vi  sono  lavoii  di  scultura  di 
Scalza  d'Orvieto,  il  fonte  battesimale  in 
bronzo  di  Danti,  e  sul  pulpito  di  inar- 
nìo  è  II  adizione  che  vi  predicasse  s.  Ber- 
nardino da  Siena  nel  \f^i5  e  i44o-  '"^ 
una  stanza  del  capitolo  è  rimarchevole 
una  tavola  Correggiesca  j  con  le  imma- 
gini di  Gesù  e  dei  ss.  Lorenzo  e  Coslan- 
?o.  Dentro  l'annessa  libreria  Domenichi- 
ui  si  conservano  molti  pregiati  codici, 
essendo  il  più  raro  il  vangelo  di  s.  Luca, 
scritto  nel  principio  del  secolo  VI  iu  let- 
tere d'oro.  Abbiamo  del  p.  Calassi  cassi- 
li ese  j  Descrizione  dflla  basilica  di  s. 
Lorenzo  cattedrale  di  Perugia,  delle  pittu- 
re che  l'adornano,  e  di  quanto  si  vedein 
essa  di  singolare,  Venezia  1776.  Essen- 
dosi determinatoli  restauro,  ed  i  miglio- 
ramenti agli  ornati,  decorazioni  e  dipintu- 
re di  tale  più  che  magnifica  stupenda  cat- 
tedrale, per  attuarsi  nel  più  breve  spazio 
jjossibile  di  tempo,  il  zelante  vescovo  mg.*^ 
Pecci  nel  1 .°  agosto  1 85 1  eccitò  ogni  ordine 
di  cittadini  e  diocesani,  a  concorrere  ad  o- 
pera  così  lodevole  e  santa,  per  un  mae- 
stoso tempio  che  surse  e  progredì  colla  ge- 
nerosa cooperazione  de'vescovi,del  clero, 
del  pati  izialo  e  del  popolo,  con  patria  glo- 


PER  i47 

ria.  Il  capitolo  si  compone  delle  dignità 
dell 'arci  prete  e  dell'arcidiacono,  di  i  5  cn 
nonici,  compresi  il  teologo  e  il  peuiten 
ziere  ;  di  20  beneficiati ,  e  di  altri  preti 
e  chierici  addetti  all'uflìziatura.  La  cura 
(Ielle  anime  si  amministra  pel  capitolo  da 
un  vicario  perpetuo,  nella  prossima  eliie 
sa  de'ss.  Andrea  apostolo  e  Lucia.  Oltre 
la  cattedrale  vi  sono  altre  1 5  chiese  par- 
rocchiali e  con  battislcrio.  Prossimo  alla 
cattedrale  è  l'episcopio:  fu  abitato  da  Ur- 
bano VI,  e  vi  scomunicò  l'antipapa  Cle- 
mente VII.  Fu  restauralo  nel  t4'?.2,  e 
successivamente  dai  vescoviErcolani,  car 
(linai  Gallo,  Gomitoli  ed  altri.  Il  vesco- 
vo cardinal  Corgna  voleva  ivi  fabbricar- 
ne altio  nobile,  ed  il  celebre  archifetlo 
perugino  Galeazzo  Alcssi  ne  avea  fatto 
i  disegni. 

Fra  lechiesesi  distinguono  le  scgucnii, 
S.  Agostino  pei  preziosi  quadri  di  Pieli  o 
Perugino,  come  ilBaltcsimodel  Signoie, 
il  Presepio,  Dio  Padre,  i  ss.  Gio.  e  Girola- 
mo, ed  8  quadretti  in  sagrestia  :  nel  1 8o3 
fu  restaurata  dal  cav.  Cansacchi  d'Ame- 
lia. Il  contiguo  oratorio  di  s.  .'\gostiuo  è 
ricco  d'intagli  e  dipinti,  di  bella  tavola 
di  Alfani,  ed  in  sagrestia  la  Madonna  e  i 
ss.  Agostino  e  Sebastiano ,  della  scuola 
del  Peru»ino.  La  vasta  chiesa  di  s.  Do- 
menico,  incominciata  nel  i3o4  con  dise 
guo  gotico  dal  celebre  Giovanni  da  Pisa, 
precipitò  in  gran  parte  nel  1624;  fu  rie- 
dificata nel  i632  sotto  la  direzione  del 
]Maderno,  e  adorna  di  marmi  indigeni  e 
stranieri,  coi  resti  del  precedente  edifi- 
zio  gotico,  cioè  nel  coro,  iu  una  cappcl 
la  della  nave  a  destra,  e  nel  gran  fine- 
strone  a  vetri  colorati,  disegno  secondo 
alcuni  di  Gio.  Pisano,  il  quale  a  spese  del 
eaidinal  di  Prato  scolpì  il  bellissimo  de- 
posito di  fini  marmi  del  b.  Benedetto  XI 
ivi  sepolto.  Quanto  al  finestrone,  esso  ha 
Id  più  grande  invetriala  dipinta  che  sia 
in  Italia,  sorprendente  lavoro  di  cristia- 
na archeologia,  che  illusilo  il  dotto  p.  de 
Ferrari  domenicano,  prefetto  della  casa- 
natense, nella dis<^crlazionej]Mes^o\\  Gior- 


i48  PER 

naie  Arcadico  t.  io3,  p.  35i.  Il  com- 
parli meulo  formasi  con  uu  albero,  od 
esecutore  mirabile  delle  pitture  fu  fr. 
"Bartolomeo  da  Perugia  domenicano,  che 
le  compi  nel  i4'  •>  ^  "on  più  tardi  co- 
me prelesero  altri.  Con  concetto  teolo- 
gico vi  rappresentò  il  Padre  eterno,  mol- 
ti angeli  e  santi.  ^  i  sono  ancora  il  sepol- 
cro de'Contucci  scolpilo  dall'Algardi,  e 
la  tomba  gentilizia  della  famiglia  Danti. 
Lungo  sarebbe  ripoilnre  i  bei  quadri  che 
possiede,  le  sculture  e  le  pitture  della  cu- 
pola e  della  tribuna:  si  può  chiamare 
pinacoteca  di  pitture  del  Perugino  e  del- 
la sua  scuola,  pel  numero  che  ne  con- 
tiene. La  facciata  esterna  è  adorna  di  sta- 
tue e  bassorilievi  di  Agostino  della  Rob- 
bia. Egregie  pitture  sono  ancora  nel  va^ 
go  contiguo  oratorio  di  s.  Domenico.  Si 
ha  di  RiginaldoBoarini  domenicano,  Sto- 
rica descrizione  della  chiesa  di  s.  Do- 
menico  di  Perugia ,  ivi  1778.  Il  conven- 
to lo  descrisse  il  p.  Fontana,  De  romana 
provincia.  La  chiesa  jN'uova  o  di  s.  Fi- 
lippo, eretta  nella  metà  del  secolo  X\  li, 
novera  tra  i  suoi  quadri  la  iVativilà  del- 
la Vergine,  capolavoro  di  Pietro  da  Cor- 
tona, La  chiesa  di  s.  Francesco  dei  con- 
ventuali, antico  tempio  rimodernato  nel 
1787  con  zelo  dal  p.  JModestini  conven- 
tuale, che  ci  lasciò,  Descrizione  della  chie- 
sa di  s.  Francesco  depp.  minori  conven- 
/?/rt//,  Perugia  1787.  Ha  quadri  di  Pie- 
tro Perugino,  degli  Alfani,  dell'Appiani, 
di  Raffaello  e  di  altri,  non  che  pregie- 
voli  freschi  ed  intagli  nel  vicino  oratorio: 
in  chiesa  vi  è  la  tomba  del  gran  giure- 
consulto Bartolo  di  Sassoferrato,  morto 
nel  I  36o  j  e  nella  sagrestia  è  il  sepolcro 
di  Eraccio  Fortebraccio  famoso  guerrie- 
ro. La  chiesa  di  s.  Severo  dei  camaldo- 
lesi, posta  nella  più  alta  sommità,  che 
dicesi  Monte  di  Porta-Sole,  di  elegante 
architettura,  è  ornata  in  un  altare  la- 
terale con  bel  quadro  del  Sassoferrato, 
nella  sagrestia  da  rari  dipinti  di  Giotto, 
ed  in  una  cappella  dentro  il  monastero 
da  preziosi  freschi  di  Raffaello  e  di  Pie- 


P  E  II 
tro  suo  maestro.  Questa  chiesa  col  mo- 
nastero fu  edificata  sulle  rovine  del  (em- 
pio del  Sole,  in  onore  di  s.  Severo  ve- 
scovo di  Ravenna,  forse  dal  magistrato  di 
Perugia  :  i  camaldolesi  vi  si  trasferirono 
dal  Iuoo;o  chiamato  la  Trinità,  fuori  del- 
la  Porta  s.  Pietro,  ed  il  vescovo  Dionigi 
nel  1484  ne  consagrò  gli  altari,  ed  il 
Crispolti  descrisse  i  freschi  di  quello  del- 
la Madonna  di  R^affaelloedi  Pietro.  Dal 
monastero  si  godono  amene  \ edule,  nel- 
le quali  soleva  dilettarsi  Paolo  III;  da 
esso  uscirono  i  bb.  Manno  e  Antonio  pe- 
rugini camaldolesi,  e  del  primo  è  un  0- 
ratorio  sotterraneo.  Piacchiudono  altre- 
sì rare  pitture  le  chiese  delle  confrater- 
nite di  s.  Benedetto,  di  s.  Francesco  e  di 
s.  Bernardino.  Per  la  loro  antichità  sono 
ragguardevoli,  la  chiesa  di  s.  Angelo  e- 
dificata  nel  V  secolo,  che  riedificata  nel 
XI  e  XIV  variò  forma  e  figura,  conser- 
vando 16  delle  antiche  colonne,  che  guar- 
nivano il  rotondo  edilizio;  nonché  la  chie- 
sa di  s.  Ercolano  ricostruita  nel  182 5 
dal  Bevignate,  della  quale  il  medico  pe- 
rugino AnnibaleMariotti  nel  I  770  stam- 
pò in  Firenze  :  Lellera  scritta  al  signor 
N.  N.  (lyitamio  Nalhinae)  romano  per 
ragguagliarlo  della  chiesa  di  s.  Ercolano 
di  Perugia.  JN'ell'oratorio  di  s.  Pietro  Mar- 
tire sono  due  capi  d'opera  di  Pietro  Pe- 
rugino. Si  fanno  ascendere  a  i  o3  le  chie- 
se di  Perugia;  di  altre  poi  parlerò. 

Numerosi  erano  i  conventi  ed  i  mo- 
nasteri, diminuiti  per  le  vicende  politiche 
che  segnalarono  il  termine  del  secolo  pas- 
sato ed  i  primordi  del  corrente.  Al  pre- 
sente sonovi  18  conventi  e  monasteri  di 
religiosi,  ed  altrettanti  monasteri  di  re- 
ligiose; 4  conservatorii  di  donzelle;  di- 
verse confraternite;  3  ospedali,  cioè  quel- 
lo per  gl'infermi  in  s.  Maria  della  Mise- 
ricordia, ov'è  un  bellissimo  quadro  del- 
la Madonna  col  Bambino  del  Perugino; 
quello  della  Mercanzia, edificato  nel  1  Soj 
pei  convalescenti,  che  possiede  una  tavo- 
la nell'altare,  che  credesi  di  Cimabue;  e 
quello  celebre  e  sontuoso,  ove  si  trattano 


PER 
con  felice  successo,  secondo  il  moderno 
metodo  fdosofico,  i  menlecatli  o  pazzi, 
succeduto  nel  1824 a  quello  die  dei  ma- 
niaci era  in  Perugia  nell'ospedale  di  Fon- 
terossa,  la  cui  rinomanza  cresce  in  ragio- 
ne degli  eminenti  vantaggi  che  si  speri- 
mentano. Desso  è  situato  fuori  delie  mu- 
ra, ov'era  il  monastero  di  s.  IMarglierita. 
Questo  manicomio  per  ambo  i  sessi  deve 
la  sua  istituzione  al  lodato  cardinale  Pii- 
varola,  ed  a  Pio  VII,  che  nel  1828  con- 
cesse i  possessi  delle  benedettine  col  mo- 
nastero opportunissimo  al  sublime  sco- 
po: sotto  Gregorio  XVI  fu  emanato  il 
icgolamcnto  organico  nel  i83q.  Ne  fu- 
rono altresì  benemeriti ,  oltre  il  soprin- 
tendente conte  Vincenzo  Ansidei,  i  chia- 
ri dottori  Giuseppe  Santi  e  Cesare  Mas- 
sari (ambedue  decorati  dell'ordine  e- 
«jnestre  ,  il  i .°  da  Gregorio  XVI ,  ed  il 
1°  da  Pio  IX),  come  si  può  vedere  dai 
seguenti  opuscoli  da  loro  pubblicati.  Del 
1."  è  il  Rapporto  medico  statistico  dello 
stahiliineìito  di  s.  Margherita  di  Peru- 
gia degli  anni  i834  (del  quale  annone 
avea  stampato  altro),  i83je  i^?>6, pre- 
sentato al  cardinale  Agostino  Rix'arola 
istitutore  e  i'isilatore  apostolico ,  Roma 
iS38.  Eapporto  triennale  statistico  me- 
dico sulla  casa  de'pazzi  in  s.  Marghe- 
rita di  Perugia  per  gli  anni  i84o,  i84ij 
1 842,  del  dottore  Cesare  Massari  medi- 
co direttore  di  essa ,  Perugia  tipografia 
Santucci  1  843.  Questo  ultimo  pubblicò 
anche  la  Storia  delle  pestilenze  di  Peru- 
gia. Ridussero  opportunamente  il  mo- 
nastero in  manicomio,  l' ingegnere  Cer- 
rini,  il  cav.  Poletti  e  l' ingegnere  Fran- 
cesco Cellini,  il  quale  con  una  sua  vedu- 
tina  ce  ne  diede  erudita  descrizione,  col 
n."  q  {\e\\' Album  an.  4-°  Inoltre  in  Pe- 
j  ugia  i  pellegrini,  gli  esposti, gli  orfani,  i 
mendici,  !ederelitte,hanno  tuitiuei  con- 
venienti ospizi  rifugio.  Vi  è  il  monte  di 
pietà,  il  primo  o  secondo  di  sì  benefica 
istituzione,  diesi  propagò  universalmen- 
te, ciò  che  trattai  nel  voi.  XLVI,p.  253. 
11  seminario  ripete  la  sua  prima  isliluzio- 


PER  149 

ne  nel  i564  ^^^l  vescovo  cardinal  Cor- 
gna,  e  fu  posto  sotto  la  protezione  di  s. 
Rasilio,  beneficato  successivamente  ed 
anq^liato  dai  vescovi  successorij  compre- 
so quello  per  ultimo  detenuto. 

Tra  i  civici  edifizi,  il  più  antico,  come 
il  migliore  si  reputa  il  palazzo  comuna- 
le e  residenza  governativa  ,  incomincia- 
to sulle  lovine  della  chiesa  di  s.  Severo 
della  Piazza,  distrutta  con  autorità  pon- 
tificia. La  porta  che  guarda  la  piazza  del 
Duomo  è  ornata  da  una  parte  da  uno 
smisuralo  grifone  di  bronzo,  insegna  del- 
la città  ,  dall'altra  da  un  gran  leone  del- 
lo slesso  metallo,  insegna  delpartitoguel- 
fo  che  difese  la  Chiesa,  al  quale  grande- 
mente aderì  il  popolo  perugino.  A  pie- 
di di  questi  due  animali  furono  colloca- 
ti i  ferramenti  ed  i  catenacci  della  porta 
di  Siena,  con  la  quale  sebbene  Perugia 
fu  gran  tempo  collegata,  nondimeno  nel 

I  358  venute  in  discordia  per  Cortona, 
seguì  a  Torrita  un  fatto  d'armi,  nel  qua- 
le rotti  i  senesi  e  spinti  dentro  le  loro 
mura,  poterono  i  perugini  togliere  tali 
ferramenti  e  48  insegne.  Però  inopina- 
tamente alcune  indisciplinate  bande  are- 
tine dipoi  rimossero  quei  trofei  di  mu- 
nicipali contrasti  sempre  fatali  ad  Italia. 

II  detto  ingresso  conduce  alla  gran  sala 
del  palazzo,  già  detta  papale  pei  ritratti 
che  nella  volta  conteneva  di  vari  Ponte- 
fici. Vi  è  un  altro  ingresso  verso  il  mez- 
zo della  piazza,  e  piìi  riccamente  ador- 
nato. Ai  lati  della  porta  sono  due  grifo- 
ni di  marmo,  che  tengono  tra  gli  artigli 
alcune  lupe  in  atto  di  lacerarle,  ed  essen- 
do la  lupa  arme  di  Siena,  si  volle  rimem- 
brare la  detta  rotta  ;  di  sotto  sono  due 
leoni  guelfi  di  marmo.  La  porta  è  ma- 
gnifica e  tutta  ornata  di  marmi  intaglia- 
ti, con  molte  statuette  e  gigli,  arme  dei 
re  di  Francia,  cui  Perugia  fu  molto  di- 
vola, avendone  riportato  grazie  e  privi- 
legi. Altri  pretendono  che  i  gigli  deno- 
tino la  protezione  di  s.  Lodovico  vesco- 
vo di  Tolosa,  figlio  di  Carlo  II  d'Angiò 
della  stirpe  de're  di  Francia,  patrono  del- 


1 5o  PER 

l'eilifizio  (poiché  vuoisi  che  nella  cappi-1 
\à  di  queslo  palazzo  il  Piipa  gli  conferis- 
se il  vescovalo),  la  cui  statua  di  marmo 
è  sull'alto  della  porla,  in  mezzo  a  quelle 
dei  ss.Ercolano  e  Lorenzo  prolettori  del- 
la città.  Le  varie  arme  poi  che  si  vedo- 
no intagliate,  molti  credono  che  sieno 
quelle  delle  città  in  lega  ed  amicizia  con 
Perugia.  Il  piano  superiore  ha  grandi  fi- 
nestre bizantine,  incorniciate  entro  sesti 
acuti,  s'innalza  sul  pianterreno  del  pa- 
lazzo e  gli  dà  un  a<;pelto  maestoso  ed  im- 
ponente. Questo  edifizio  fu  chiamato  pa- 
lazzo del  podestà,  che  vi  dimorava,  poi 
lu  eletto  per  stanza  e  residenza  dei  prio- 
ri, i  quali  limasero  nella  parte  superio- 
re sino  al  1545,  nel  quale  venuto  a  Pe- 
rugia il  legato  cardinal  Crispi,  elesse  det- 
ta parte  a  sua  abitazione  e  la  restaurò, 
aggiungendovi  molle  comodità  di  stanze 
ed  ornamenti  di  pitture,  anche  alla  no- 
bile cappella;  in  progresso  altri  legati  e 
prelati  governatori,  massime  il  cardinal 
Bevilacqua  nel  i6o4,  ^''  aggiunsero  gian 
numero  di  stanze  pei  loro  uffìziali  e  fa- 
u)iglie.  11  magistrato  municipale  coi  suoi 
ministri  abita  il  nobile  piano  inferiore. 
In  questo  palazzo  sonovi  stimabili  freschi 
del  Doni, di  Giovanni  Fiammiugo, e  r^t-- 
ce  Uomo  dì  Pietro  Perugino  nella  cap- 
pella di  s.  Lodovico.  II  palazzo  di  Sopra- 
muro, già  del  podestà,  è  grande  e  ma- 
gnifica fabbrica  posta  nella  piazza  del  suo 
nome,  coronato  di  merli;  iscrizioni  anti- 
the,  le  insegne  del  grifo  e  la  statua  del- 
la Giustizia  ne  abbelliscono  l'esteriore:  fu 
edificato  nel  i47^-  E''3  abitato  dagli  u- 
ditori  di  rota,  uno  dei  quali  chiamavasi 
podestà.  Nelle  due  piazze  principali  era- 
no le  udienze  dei  collegi  delle  arti,  le  cui 
prime  erano  quelle  della  Mercanzia  po- 
sta vicino  al  palazzo  del  governatore  o 
comunale,  e  del  Cambio  ,  da  essa  poco 
distante,  con  nobile  cappella:  nella  sala 
terrena  detta  del  Cambio  si  ammirano 
squisiti  dipinti  dello  stesso  Pietro,  che  vi 
l'ilratise  sé  medesimo,  e  qualche  lavoro 
del  suo  discepolo  RalTaele.  .\l  presente  in 


PEPt 
dello  palazzo  vi  sono  il  tribunale  civile 
e  criminale  ed  altri  uffizi  governativi. Gli 
altri  principali  palazzi  pregievoli  per  ar- 
chitettura, o  per  contenere  stupende  pit- 
ture, sono  quelli  degli  Oddi  a  Porta  So- 
le ,  Meniconi  e  della  Penna ,  forniti  di 
copiose  gallerie;  quel  di  Florenzi  è  dise- 
gno del  Vignola,  indi  nominerò  quelli 
de'Donnini,  Monaldi,  Sorbello,  Conne- 
stabili,  Cesarei,  Baglioni,  Cenci,  Bracce- 
schi  e  Baldeschi.  Si  nota  per  la  bizzar- 
ria e  soverchia  ricercatezza  degli  ornati 
il  palazzo  Antinori  :  alcuni  freschi  di  Pie- 
tro Perugino  e  di  RalTaele  sono  nell'anti- 
ca casa  Capocci  ;  e  nella  ca^a  da  Pietro  a- 
bitata,  questi  vi  colorì  s.  Cristoforo.  Gran- 
dioso e  ben  dipinto  è  il  teatro  civico  del 
Verzaro,  disegno  di  Alessio  Lorenzini; 
ne  manca  di  piegi,  sebbene  minore  in 
ampiezza,  il  teatro  iXobiie  al  Corso,  con 
contiguo  casino,  ove  ì  patrizi  si  raduna- 
no: vi  sono  due  altri  teatri  minori.  Lo 
sferisterio  o  ampio  circo  moderno,  con 
imponente  gradinata,  giro  dei  palchi  e 
supcriore  loggiato,  è  mirabile  e  serve  a- 
gli  spettacoli  diurni.  Trovasi  pure  uni 
gioconda  serale  conversazione,  nella  so- 
cietà detta  delle  camere. 

Fu  Perugia  una  delle  prime  città  ila- 
liane,  ove  si  coltivarono  i  buoni  sludi,  ed 
ebbe  pubbliche  scuole  da  tempo  antichis- 
simo. Sebbene  alcuni  spinsero  i  principi! 
dell'università  perugina  al  secolo  XI,  il 
p.  ab.  Bini  professore  della  medesima  con- 
viene bensì  che  da  tempo  antico  vi  esi- 
stessero pubbliche  scuole,  quindi  che  t 
magistrati  perugini  impegnandosi  nella 
creazione  di  uno  studio  generale,  sembra 
che  questo  nel  1276  vi  fosse  stabilito.  Nel- 
le pubbliche  scuole  già  vi  avea  fatto  u- 
dire  le  sue  profonde  lezioni  S.  Tommaso 
d'Aquino,  ed  altri  dotti  domenicani:  tra 
gli  studenti  di  esse  vi  fu  il  Mascio,  poi 
Nicolò  IV.  Nel  i3o7  Clemente  V  colla 
bolla  Super  specula, plesso  il  Bull.  Reni. 
t.  3,  par.  2,  p.  117,  la  dichiarò  studio 
generale,  ciò  che  confermò  nel  i  3 18  con 
breve  Giovanni  XXIl,  il  quale  accordò 


PER 
pure  il  privilegio  di  couferire  1  gradi 
accademici  nel  diritto  civile  e  canonico; 
indi  risplendendo  la  università  pei-  ripu- 
talo sapere,  singolarmente  nelle  discipli- 
ne legali,  con  altro  breve  del  i  320  Gio- 
vanni XXII  concesse  facoltà  di  conferi- 
re il  grado  di  dottore  anche  in  medicina 
e  nelle  altre  arti,  cioè  nelle  scienze  filo- 
sofiche. Inoltre  Giovanni  XXII,  ad  accre- 
scere vieppiù  il  pubblico  studio  e  facili- 
tare il  concorso  copioso  di  studenti  anche 
di  lontane  parli,  con  breve  del  i  32  2  per- 
mise agli  studenti  ecclesiastici  il  godimen- 
to dei  benefizi  di  chiesa,  ancorché  resi- 
denziali, per  un  decennio,  indulto  che  pro- 
rogò ad  altro  decennio,  ed  il  simile  fece 
Clemente  VI.  Nel  1 355  l'imperatore  Car- 
lo IV  con  onorifico  diploma  arricciù  l'u- 
niversità, i  professori  e  gli  studenti  di 
tutte  quelle  grazie,  privilegi  e  favori  on- 
de le  altre  imperiali  università  allora  vi- 
genti godevano.  In  quel  secolo  onoraro- 
no le  cattedre  perugine  i  sommi  Gino  , 
Bartolo  e  Calilo;  nei  secoli  seguenti  e- 
gualmente  v'  insegnarono  celcbralissimi 
maestri,  uno  de'  quali  fu  Sisto  IV,  per- 
ciò cittadino  di  Perugia.  Tra  i  suoi  stu- 
denti poi  nominerò  Gregorio  XI,  forse 
Innocenzo  VII, Martino  V,  Pio  III,  Giu- 
lio II,  GiuIioIII,  Urbano  VII,  Giegorio 
XIV,  Clemente  VIII,  e  Paolo  V.  Il  Pa- 
pa Sisto  V  confermò  i  privilegi  accorda- 
ti agli  scolari,  ed  Urbano  Vili  emanò  un 
breve  pel  governo  dell'università.  Il  ma- 
gistrato perugino  volle  onorati  i  profes- 
sori del  privilegio  di  cittadini,  e  ad  essi 
come  agli  studenti  accordò  immunità  ed 
esenzioni  dalle  pubbliche  gravezze.  In 
quale  rinomanza  pervenisse  la  perugina 
università,  e  di  quali  favori  fosse  ricol- 
mata dai  Papi,  e  dei  suoi  benemeriti  pro- 
fessori, si  può  leggere:  Albericus  Genti- 
ì'is ,  Laitcles  acadenii'ae  Pcrusiae ,  Ha- 
nov.  i6o5.  Lancellolti,  Uomini  illustri 
della  Marca,  die  hanno  fiorito  nella  ce- 
lebre università  di  Perugia^  con  giunte 
del  Colucci,  presso  il  t.  19  dell'  Antichi- 
tà picene.  P.  d.  Vincenzo  Cini  cassiuesc, 


PER  i5i 

MeniovU  ìslorlche  della  perugina  uni- 
i'crsifà  drglistudie  de' suoi  professori  rac- 
co/^e, Perugia  1816, presso  Calindri, San- 
tucci e  Garbincsì  stampatori  camerali. 
Attualmente  occupa  il  monastero  degli 
Olivetani,  detto  di  ÌMonte  Morcino,  gran- 
dioso ed  elegante,  la  cui  riedificazione  fu 
disegnata  dal  Vanvitelli  ed  eseguita  dal 
IMurena.  Sisto  IV  avea  fatto  edificare  le 
pubbliche  scuole  pei  professori,  decora- 
te di  portico  da!  legalo  cardinal  Pinelli, 
aumentando  la  dote  dello  studio  Sisto  V, 
percul  gli  fu  eretta  una  statua  in  bronz<j  : 
a' nostri  giorni  Pio  VII  colla  costituzio- 
ne Pluriniuni  iiiesse  momenti,  de'  23 
maggio  181,5,  Bull.  Roni.  Cont.  l.  i3, 
p.  367,  concesse  alla  università  il  detto 
monastero  e  chiesa.  Leone  XII  nel  182  \. 
nel  riordinamento  degli  sludi  di  tulio  lo 
stato,  nominò  visitatori  apostolici  della 
università  il  p.  ab.  Cappellari  poi  Gre- 
gorio XVI,  e  l'avv.  concistoriale  Fusco- 
ui,  ed  anche  con  questa  fu  laigo  di  sue 
provvide  e  benefiche  cure.  Nel  1  84B  il 
regnante  Pio  IX  vi  ha  istituito  la  cat- 
tedra (olire  quella  agraria-teorica- pra- 
tica alla  società  economico-agraiia  )  di 
diritto  di  natura  e  delle  genti.  Olire  i 
collegi  delle  quattro  facoltà,  1'  univer- 
sità viene  decorata  dall'  accademia  del 
disegno  e  da  una  cospicua  pinacoteca, 
ove  si  ammirano  pitture  del  Perugino, 
di  Configli,  di  Pietro  della  Fraiicesca,  di 
Pinturicchio  e  di  altri  maestri.  Ad  essa 
dopo  il  1811  furono  riunite  le  rendile 
ed  il  locale  del  collegio  Gregoriano,  det- 
to della  Sapienza  vecchia,  fondato  dal 
cardinale  Nicolò  Capocci  protettore  di 
Perugia  (ove  avea  studiato)  circa  il  1 362 
(  fondò  pure  1'  antico  monastero  degli 
Olivetani  nel  luogo  n)eniorato),  per  man- 
tenervi allo  studio  dell'  università  per 
7  anni  4o  giovani  italiani  e  forestieri,  per 
isludiarvi  le  scienze  legali  e  teologiche, 
da  nominarsi  dai  loro  vescovi:  verso  il 
1373  ne  fu  rettore  IMigliorati,  poi  In- 
nocenzo VII.  In  questo  locale  fu  trasfe- 
rito nel  i^'ic^  il  collegio  Piano,  di  cui 


i52  PER 

vado  a  parlare.  11  celebre  pcruf^ino  Be- 
uedello  Guidalolti  vescovo  di  Recanali 
e  vice-caoierlengo,  nelle  sue  case  e  con 
corrispondenti  rendile  fondò  coH'appro- 
vazione  di  Martino  V  (che  aumeirtò  la 
dotazione)  nel  1426  il  collegio  di  s.  Gi- 
rolamo o  Sapienza  nuova,  per  un  con- 
villo gratuito  pei  giovani  poveri  estra- 
nei da  Perugia,  che  desiderassero  in  es- 
so studiare  la  legge  e  la  medicina.  Pio 
IV  modificò  le  disposizioni  sulle  ammis- 
sioni. Soppresso  poi  nel  1  798  dai  repub- 
blicani francesi,  nel  1807  Pio  VII  ne 
autorizzò  la  riapertura,  onde  per  lui  fu 
detto  Piano.  Ne  prese  benefica  cura  an- 
che Leone  XII  a  mezzo  del  p.  ab.  Cap- 
pcllari  poi  Gregoiio  XV^I,  finché  nel 
i83osì  stariiparono  nuovi  ordinamenti, 
in  cui  fu  statuito,  che  per  esservi  am- 
messi 20  perugini  debbano  pagare  an- 
nui scudi  Go,  gli  estranei  100.  In  que- 
sto fioiente  stabilimento  si  apprende  o- 
gni  genere  d'istruzione  scientifico-letlc- 
raria,  militare  e  cavalleresca.  Essendo  il 
prof.  Giuseppe  Colizzi  romano  di  esso 
grandemente  benemerito,  anche  per  a- 
veigli  donato  due  gabinetti  di  macchine 
fìsiche  e  di  mineralogia  e  geografia,  ol- 
tre la  sua  libreria,  gli  venne  eretto  un 
busto  marmoreo  con  onorevole  iscrizio- 
ne, ^eìì'ydlbuni  I  7,  p.  293  e  seg.,  si  leg- 
gono di  Giuseppe  Bianconi  le  importanti 
Memorie  sulla  fondazione  e  vicende  del 
lullegio  civile  Piano  o  Sapienza  nuova  di 
Perugia.  Per  le  vicende  dei  tempi  resta- 
rono soppressi  il  collegio  della  Sapienza 
Arniellina,  il  collegio  dei  conviUori,  ed 
il  collegio  della  Sapienza  Bartolina,  dei 
quali  tratta  il  Crispolti. 

Sulle  biblioteche  di  Perugia  il  Ver- 
miglioli  pubblicò:  Cenni  storici  ec.  La 
biblioteca  pubblica  contiene  circa3o,ooo 
volumi,  compresi  moltissimi  rari  mss. , 
una  pregiata  raccolta  di  primitive  edi- 
zioni perugine,  ed  una  serie  di  tipogra- 
lici  lavoii  del  benemerito  Aldo.  ì:{e\\' Ef- 
femeridi leu.  di  Roma  del  1  80G,  p.  254, 
si  ragiona  :   Della  tipografia  perugina 


PER 

del  secolo  XV ,  lettera  di  Già.  Battista 
Fermiglioli  al  d.<'  Luigi  Canali,  p.  bi- 
bliotecario, pi'of.  di  fisica  nell'universi- 
tà di  Perugia,  ivi  i8o6.  Leggo  pertanto 
che  Braccio  Baglioni  fece  in  Perugia  ve- 
nire gli  stainpatori  per  inqjrimere  le  o- 
pere  legali  del  perugino  Filippo  Fran- 
chi, probabilmente  prima  del  i47'-  Le 
altre  prime  edizioni  perugine  sono,  le 
opere  del  Saliceto  nel  i47'>,  del  Bene- 
detli  nel  147G,  del  Cornia  nel  i477  •"'"■ 
pressore  Vydenast;  altro  di  quell'epo- 
ca pare  che  sia  Stefano  da  Magonza  stam- 
patore dimorante  in  Perugia;  oltre  la  sto- 
ria della  tipografia  peruginaj  il  Vermi- 
glioliparlòdella famiglia  degli  stampato- 
ri cartolari.  Del  medesimo  Vermiglioli  si 
ha:  Principii  della  stampa  in  Perugia, 
e  suoi  progressi,  Perugia  1820  pel  Ba- 
duel.  Di  alcuni  libri  di  rime  italiane  ra- 
ri e  rarissimi  pubblicati  in  Perugia  nel- 
la metà  del  secolo  XVI,  Perugia  1821 
pel  Baduel.  Memorie  degli  sludi  di  a- 
mena  letteratura  esercitati  in  Perugia 
nel  secolo  XV,  Perugia  181  3.  In  Peru- 
gia fiorisce  un'accademia  letteraria,  con 
altra  di  filodrammatici,  che  congiungo- 
uo  alla  coltura  delle  lettere  il  diletto.  Del- 
le antiche  accademie  di  Perugia  parla- 
rono oltre  il  Crispolti,  \\  Garulìi  nell'/- 
talia  accademica,  ed  il  Maslai  Ferretti 
nelle  Accadente  di  Europa,  come  degli 
Insensati  ertila  nel  1 56 1 ,  degli  Scossi  che 
si  uni  alla  precedente,  degr/«.v;yy/Wi_,  de- 
gli Eccentrici  fondata  nel  1 5G7  pel  col- 
tivamento  delle  scienze  e  delle  arti,  de- 
gli f/«wo/»  principiata  nel  1 56 1,  del  Z?/- 
segno,  degli  Atomi:  il  Maslai  loda  la  u- 
uiversità,e  la  dice  tanto  insigne  che  non 
dubita  di  asserire,  che  dopo  Bologna  non 
ha  pari  in  Italia  (forse  in  giurispruden- 
za, e  stampò  l'opera  nel  1792);  aggiun- 
ge che  vi  fiorivano  la  colonia  Augusta 
degli  Arcadi  e  l'accademia  Anatomica, 
che  pei  premi  dispensava  medaglie  colla 
epigrafe,  Accademia  Augusta.  Perugia 
ebbe  la  sua  zecca  :  si  vuole  che  incoiniu- 
ciasvenel  i2Gi,  restata  talvolta  intcrrot- 


PER 
ta,  venne  ristabilita,  Oiine  nel  \3'jf\  e 
i47i-  li  Muratori  neWa  diss.  l'j ."  dcscii- 
■ve  5  sue  monete,  4  toU'elUgie  di  s.  Er- 
colano,  col  motto  Augusta  Pernsia,  col 
grifo  alalo  e  colle  chiavi  ponlifìcie.  11  Vet- 
tori, nel  Fiorino,  osserva  che  le  sue  mo- 
lielc  erano  proibite.in  Firenze,  in  un 
a  quelledi  altre  città,  per  ordine  del  gon- 
l'aloniero  Ciotti  del  i33i.  Narra  Scilla, 
Ltllf.  monete  pontificie,  p.  SGg,  che  il  car- 
dinal Antonio  del  Monte  legato,  in  tem- 
po di  Leone  X,  vi  fece  battere  il  giulio 
e  grosso  con  sua  arme;  il  legato,  cardinal 
Grimani  sotto  Paolo  111,  il  grosso  e  mez- 
za doppia  con  suo  stemma;  ed  il  legalo 
Gio.  Maria  del  IMonte  (dovrà  dirsi  o  In- 
nocenzo o  Cristoforo,  allrinicnti  sarebbe 
lo  stesso  Giulio  111),  nel  pontificalo  di 
Giulio  HI,  mezza  doppia  con  sua  arme, 
duegiuli,ed  un  grosso  con  la  rovere(stem- 
ma  di  Giulio  11  benefattore  dei  Del  iMou- 
le).  Il  Crispolti  afferma  che  Clemente  VII 
nel  i533  a'  7  seltendjre  concesse  a  Pe- 
rugia (0  confermò)  di  poter  battere  i  gros- 
si d'argento  e  le  monete  dette  Clementi. 
Vedasi  il  Bellini,  De  nioiietis,  de  moiietis 
Peiiisiaej  e  Gio.  Ballista  Vermiglioli, 
Della  zecca  e  delle  monete  perugine,  l'e- 
iugiai8i6.  In  questa  città  i  Papi  da  anti- 
co tempo  fino  a  tulio  il  secolo  passato  vi 
tennero  i  loro  tesorieri  con  erario.  Nicolò 
della  Valle  romano,  chierico  di  camera, 
fu  tesoriere  di  Perugia  dal  14^9  al  '433 
di  Martino  V  ed  Eugenio  IV  ;  Luca  de 
Leni  romano,  canonico  di  s.  IMaria  Mag- 
giore, chierico  di  camera,  abbieviatore 
e  tesoriere  di  Perugia,  morì  nel  i486  sot- 
to Innocenzo  Vili  ;  di  ambedue  parla 
il  Maim'ì,  Archiatrij  p.  121  e  277:  di 
quelli  divenuti  cardinali  ne  tratto  alle 
loro  biografie;  di  Alfani  poi  dirò.  Ab- 
biauiOj  Stalo  attivo  e  passii'o  della  teso- 
reria di  Perugia  dal  1.°  maggio  l'j^i  a 
tulio  aprile  1765,  Perugia  1775. 

Gli  antichi  primari  magistrati  di  Pe- 
rugia erano  decemviri;  durava  il  loro  uf- 
fizio due  m'esi, da  Giulio  II  nel  i5i  i  ac- 
cresciuto a  tre  :  si  eleggevano  dalle  arti 


PER  I J3 

e  collegi  della  ciltà,  i  quali  erano  44- 
Già  Pio  I!  avea  concesso  a  tali  magistra- 
li la  veste  rubane  di  velluto  nero  o  allro 
drappo  secondo  i  tempi,  o  mantelli  lun- 
ghi di  porpora,  come  dice  il  Crispolti, 
con  collane  d'  oro  benedette.  Il  secondo 
magistrato  era  quello  de'consoli,  uditori 
e  camerlenghi,  in  ninnerò  di  4<^j  eletti 
dai  nominati  collegi,  eduravano  (imesi; 
il  terzo  malvisti  alo  era  il  concilio  di  3oo 
cittadini,  dipoi  diminuito  a  4o,  scelti  8 
per  porta,  e  duiava  3  anni:  in  seguilo 
tlirò  delle  successive  magistrature  nmni- 
cipali.  Allro  magistrato  era  il  tribunale 
della  rota,  composto  di  4  tloltori  fore- 
stieri o  lontani  da  Perugia  non  meno  di  20 
miglia:  durava  il  loro  uffizio  due  anni 
e  si  prorogava  per  altri  due.  Il  capo  era 
podestà,  usava  il  rubone,  così  gli  altri; 
veniva  preceduto  da  un  paggio  con  stoc- 
co in  mano  e  con  cappello  di  broccato 
d'  oro  alle  spalle,  mentre  il  podestà  in- 
cedeva con  scettro  nero  con  palla  d'oro. 
Fu  Clemente  VII  che  col  breve  Ex- 
poni  nobisjdeiS  marzoi53o,  Bull.Roni. 
t.  4,  par.  I,  p.  89,  concesse  l'istituzione 
del  tribunale  della  rota  in  Perugia,  tal 
quale  sotto  altre  denominazioni  si  ave- 
va in  molte  ciltà  floride  ed  illustri,  ed 
anco  con  tal  titolo  nello  slato  papale,  per 
conoscere  e  decidere  le  cause  e  liti.  Ciò 
fece  ad  istanza  dei  priori  del  comune,  u- 
milia'a  iti  Bologna  a  Clemente  VII  dal 
giureconsulto  perugino  Guglielmo  Pon- 
tano  come  oratore  del  medissimo,  uomo 
di  valore  e  di  matura  prudenza.  Risie- 
deva nel  palazzo  di  Sopramuro  e  pronun- 
ziava giudizio  in  prima  istanza:  gli  udi- 
tori prima  erano  i  collaterali  del  capita- 
no del  popolo, ma  cessò  col  moto  proprio 
del  18 16  di  Pio  VII.  Fu  ultimo  udilo- 
l'e  di  sì  celebre  tribunale,  eh'  era  com- 
posto di  4  giudici  uditori,  l'avv.  Tomma- 
so Adriani  (figlio  d'Antonio,  altro  dottis- 
simogiurtconsulto,  uditore  della  rota  di 
Lucca  e  padre  dell'egregio  cav.  Vincent 
zo  fatto  da  Gregorio  XVI  cameriere  d'o» 
uorc e  confermalo  da  Pio  IX,  cioè  di  quel- 


ij4  ter 

la  illustre  famiglia  di  cui  feci  cenno  a 
LaNdriam  cardinale),  dal  cui  elogio  fu- 
nebre si  apprende  la  sua  somma  scienza 
legale,  probità,  religione  e  attaccamento 
alias.  Sede.  I  collegi  delle  arti  in  Peru- 
gia furono  istituiti  in  nuuìero  di  44^^'' 
governo  popolare,  ancbe  per  firvi  fiori- 
re le  arti  diverse:  il  principale  era  quel- 
lo della  ]Mercanzia  di  nobili,  il  secondo 
quello  del  Cambio  pure  ragguardevole 
nei  suoi  membri,  i  quali  tuttora  fìoienli 
esistono.  Ciascun  collegio  avea  la  cogni- 
zione delle  cause  civili,  spellanti  alle  ar- 
ti medesime,  con  particolari  entrale,  che 
s'impiegavano  in  limosine^nel  manteni- 
mento degli  spedali,  nelle  luminarie  e  in 
altro.  Neil'  odierno  secolo  anche  in  Pe- 
rugia fu  ridotto  il  magistrato  munici- 
pale uniforme  alle  altre  città  dello  sta- 
to, al  modo  detto  a  Gonfaloniere  ed  ai 
relativi  articoli.  Perugia  gode  tuttora  il 
decoroso  pregio  di  avere  un  suo  cittadi- 
no uditore  nel  celeberrimo  sacro  tribu- 
nale della  rota  di  Roma;  ma  poiché  non 
avvi  alcuna  pontifìcia  concessione,  e  so- 
lo una  costante  consueludine  in  favore 
di  Perugia,  noterò  le  relative  nozioni  the 
abbiamo,  come  rilevasi  dal  Bernini,  Del 
tribunale  della  rota  romana,  p.  5i ,  e  me- 
glio da  Annibale  Mariolli,  3Ieiìiorie  iste- 
riche de  perugini  auditori  della  sacra 
rota  romana,  Perugia  i  787,  presso  Car- 
lo Baduel.  Nicolò  Baldeschi  fu  fallo  udi- 
tore nel  i464da  Pio  li,  Matteo  Baldeschi 
nel  1484, Mariano  Bartolini  nel  i5o4, 
Camillo  Baglioni  nel  i5i8,  Giulio  O- 
radini  nel  i55i.  Mentre  questi  era  udi- 
tore di  rola,il  magistrato  perugino  com- 
mise al  suo  oratore  o  ambasciatore  Ra- 
nieri Consoli  di  domandare  a  s.  Pio  V 
nel  i568,  che  nella  romana  rota  per 
privilegio  potesse  sempre  avervi  luogo 
un  dottore  perugino,  ma  non  l'impetrò. 
Tutta  volta  il  successore  Gregorio  XIII 
nel  1573  fece  uditore  Francesco  Conluc- 
ci, e  Sisto  V  nel  1587  Napoleone  Gomi- 
toli; indi  Gregorio  XIV  nel  1591  Fran- 
cesco della  Penna,  morto  uè' primi  del 


PER 

1  593.  11  Parisi,  Istruzioni,  l.  2,  p.  3or, 
riporta  la  lettera  de'priori  di  Perugia  del 
1 596  a  Clemente  Vili  per  avere  un  luo- 
go nella  sacra  rota,  sino  allora  diirerilo 
dal  medesimo:  non  ebbe  il  bramalo  ef- 
fetto. Paolo  V  nel  i6io  nominò  udito- 
re Francesco  Baldeschi; Urbano  Vili  nel 
if)26  Benedetto Monaldi  5<7W^.?f^/,  poi 
cardinale.  II  Novaes,  nella  Pila  di  Ur- 
bano FUI  liferiscCj  che  aggiunse  per- 
petuamente un  cittadino  di  Perugia  tra 
gli  uditori  della  romana  rota.  Nel  1682 
divenne  uditore  Alessandro  Benincasa, 
nel  1720  Faustino  Crispolli ,  nel  1757 
Alessandro  Baldeschi,  enei  1784  Fran- 
cesco Cesarei  Leoni  (cui  il  Mariotli  de- 
dicò le  Memorie) ,  poi  cardinale  e  ve- 
scovo di  Jesi,  onàc  a  quell'articolo  meglio 
che  alla  biografia  lo  celebrai.  Sebbene 
il  Bernini,  citato  dal  IMariotli,  non  am- 
metta assolutamente  l'alternativa  fra  la 
città  di  Perugia  e  la  Toscana  sull'  udi- 
torato, contro  i!  cardinale  De  Luca  che 
la  concede,  in  Cur.  Roni.  disc.  32,  n.'' 
20,  tuttavia  per  vari  secoli  i  Papi  alla 
vacanza  dell'  uditore  toscano  sostituiro- 
no di  fatto  il  perugino.  Avendo  Grego- 
rio XVI  nel  1842  crealo  cardinale  Cor- 
si toscano,  fatto  nel  i8iq  uditore  da  Pio 
VII,  nel  dicenìbre  gli  sostituì  il  degno 
prelato  Giacomo  de'conli  Oddi  Baglioni 
ponente  di  consulla  e  canonico  Vatica- 
no, da  lui  già  fatto  protonotario  aposto- 
lico e  abbrevialore  di  parco  maggiore: 
iamialurameule  morì  a'  1  7  maggio  1 844) 
assai  compianto  per  le  sue  grandi  viriti, 
raeritamenle  celebrale  dal  cav.  (oramg.'^) 
Francesco  Fabi  Montani  con  I'  Elogio 
epigrafico  di  mg.''  Jacopo  Baglioni  Od- 
dij  offerto  dall'  autore  alla  desolata  fa- 
miglia,  R.oma  1  844;  ^  dall'ab.  d.  Raffae- 
le Marchesi  professore  nel  comunale  li- 
ceo di  Perugia,  Elogio  funebre  di  mg.'' 
Giacomo  Baglioni  Oddi  uditore  della 
s.  Rota,  per  Vesequie  solenni  celebrate  in 
Perugia  nella  chiesa  degli  agostiniani, 
Roma  I  845.  Questo  elogio  con  alTettuo- 
sa  lettera  del  eh.  cav.  Gio.  Ballista  Ver- 


PER 
mìglioli,  venne  dedicalo  ai  c(hU1  ^larco 
Antonio  e  Fenetlelto  egregi  fralelli  del- 
l'ilhislre  defunto.  A  consolar  l<)  patria  di 
sì  grave  perdila,  GregorioXVI  nell'istes- 
so  anno  nominò  l'alluale  uditore  di  ro- 
ta perugino,  mg.'  Spinello  de'conli  An- 
linori  n;ito  in  Gubbio,  già  da  lui  fallo 
ponente  di  consulla. 

I  diversi  sobborghi  di  Perugia  noa 
mancano  di  altri  singolaii  vanti  e  pregi. 
Fuori  di  Poi  in  s.  Pietro  9.]  apitVawp'ìn  via 
per  a  Todi,  traghettando  il  Tevere  al  Pon- 
te Nuovo.  Dopo  lungo  spazio  di  essa,  s'ia- 
conUa  a  manca  lo  splendido  monasteio 
di  s.  Pietro  de'cassinesi,  grandioso  edili- 
zio con  alla  torre  che  serve  di  campani- 
le, e  trovasi  esposta  alla  vista  delle  due 
spaziose  valli  Spoletana  e  Tiberina.  Fu 
cattedrale  nei  remoti  tempi,  ullìziata  an- 
che da  s.  Ercolano,  e  cinque  anni  dopo 
l'innalzamento  della  nuova  chiesa  a  Ire 
navi,  seguilo  nel  960  ,  fu  convellila  io 
abbazia  dal  vescovo  Onesto,  che  trasferì 
la  sua  sede  a  s.  Lorenzo.  La  volta  dell'au- 
gusto tempio  è  sostenuta  da  18  colonne, 
5  delle  quali  di  granilo,  e  puògiusta nien- 
te chiamarsi  un  museodi  pittura  per  ma- 
gniljci  dipinti  e  quadri,  di  cui  ridonda- 
no le  pareti  e  gli  altari  ,  e  primeggiano 
quelli  di  Guido,  di  Doni,  del  Vasari,  di 
Wicar,  de!  Perugino,  diSassoferrato,  del 
Parmigianino  e  di  Caravaggio.  L'  allaie 
maggiore  è  ricco  di  marmi  orientali;  mi- 
rabdi  sono  le  bellezze  del  magnifico  e 
sorprendente  coro,  pei  bassorilievi  in  no- 
ce degli  stalli,  disegnati  da  Ralfaele,  di 
cui  vi  sono  eccellenti  pitture,  ed  intagliati 
da  Benedello  da  ]Monte  Pulciano  e  da 
Stefano  da  Bergamo,  il  quale  fece  pure  i 
4  quadri  di  lavori  in  tarsia  nei  compar- 
timenti della  sua  porta.  Autore  del  clas- 
sico lavoro  delle  sculture  in  legno  e  in- 
tarsiature, nel  secolo  XVI  fu  il  celebre 
eugubino  Antonio  MaCfei,  la  cui  perfe- 
zione nell'arte  non  fu  da  alcuno  superata. 
1  libri  corali  furono  miniali  dagli  antichi 
tuonaci,  quando  la  pittura  era  nell'infan- 
zia. Si  hd  del   p.  GalaSsi  casiincsc,  De- 


P  E  Pt  I  5  > 

scrizione  tldle  pilfure  di  s.  Pìc'ro  di  Pc- 
nii^ia,  chiesa  dei  monaci  neri  dì  s.  Bene- 
delio,  Perugia  i  77^)  stamperia  Costan- 
tini. Orna'i  d'invenzione  di  Raffaele  di 
Urbino,  esistenti  nel  coro  di  s.  Pietro  in 
Perugia,  in  numero  loranv,  Roma  1 8  i  t . 
Gli  ornati  dclcoro  della  chiesa  dì  s.  Pie- 
tro  de'inonaci  casunesi  di  Perugia,  in- 
tagliati  in  legno  da  Stefano  Bergamo  "^o- 
pra  i  disegni  di  Raffaele  Santi  da  Ur- 
bino, ora  per  laprinia  volta  tutti  raccol- 
ti, incisi  a  contorni  e  pubblicali ,  Pioma 
1845.  Aldestro  lato  della  strada  è  l'a- 
meno [)asseggio  detto  del  FroulonCj  ove 
nella  parte  più  elevata  sonovi  folti  grup- 
pi di  robusti  elei,  che  oudjreggiano  i  se- 
dili di  marmOjdestinali  nella  stagione  c- 
sliva  ai  carmi  degli  arcadi.  Lungo  il  bor- 
go sono  i  due  conservaforii  delle  derelit- 
te e  di  s.  Anna.  Più  avanti  per  la  scesa 
s'incontrala  chiesa  di  s. Costanzo, sul  qua- 
le può  leggersi  il  Diario  dell'  invcìizioue 
0  ritrovamento  delle  ossa  di  s.  Costanzo 
martire,  vescovo  e  protettore  di  Perugia^ 
avvenuto  nel  febbraio  178  i,  Perugia  pel 
Costantini.  Porta  s.  Costanzo  si  chiama 
il  vecchio  arco,  ove  termina  l'abitato.  Vol- 
gendo dalla  porta  verso  la  via  di  Pioma, 
si  trova  il  convento  dei  riformati  di  s.  Gi- 
rolamo, che  dà  il  nome  alla  vicina  Por- 
ta, di  cui  r  arco  è  tuttora  in  piedi.  La 
nuòva  strada  praticala  entro  la  cillà,  iu 
seguito  alla  via  Papale,  costeggiando  a 
destra  le  mura  nella  disabitata  parledel- 
ta  il  Campo,  guida  agiatamente  per  l'e- 
sterno pomerio  alla  Porta  del  Carmine, 
dove  s'incontra  altra  spaziosa  via,chemel- 
te  a  Isoli  la  rio  convento  dei  cappuccini,  alla 
frequentala  chiesa  di  s.  Maria  iu  Mon- 
terone,  ed  all'antica  abbazia  di  s.  Cevi- 
gnate,  ove  nel  iSso  i  perugini  col  con- 
senso del  gran  maestro  gerosolimitano 
fondarono  un  monastero  di  monache,  poi 
soppresso,  passato  quindi  in  commenda, 
e  dato  da  Urbano  Vili  agli  agostiniani. 
Conliuuaudo  il  perimetro  della  cillà,  si 
perviene  non  lungi  dalla  Porta  s.  Anto- 
nio, ov'c  la  nuova  via  Eugubiua,  a!  cele- 


i56  TER 

Jjie  inouaslero  <ìi  MoiilcLiicc,lacui  chic- 
sn  tu  tla  IMailioo  IV  ampliala  e  decora- 
la: ne  fu  1/  ahbadessa  la  b,  IMaigheiita 
ila  Sulmona, indi  passato  alle  clansse  eb- 
be due  alile  badesse  perugine,  le  bb.  Fe- 
licia  e  Cecilia  Coppoli.  hi  ((uesta  chiesa 
era  il  cclebiecjiiadio  della  IMadonua,  ora 
i\\  Valicfino,  come  dissi  nel  voi.  XLVII, 
|).  io'7,  parlando  pure  del  superbo  qua- 
ilro,  ch'era  nella  chiesa  di  Fratta  :  a'i5 
tigosto  vi  è  molta  allluenza  di  popolo  al 
Perdono,  per  cui  lungo  la  strada  lateral- 
niente  i  mereiai  aprono  botteglie.  Gli  os- 
servanti hanno  un  bel  convento  sulla  e- 
ininenza  superioie  alla  Porta  s.  Angelo, 
fondato  da  fr,  Elia  i.°  compagno  di  s. 
Francesco,  perciò  detto  di  s.  Francesco  al 
Monte:  vi  sono  pitture  del  Perugino  ed 
una  notabile  biblioteca.  Fra  le  due  Po/Ye 
di  s.  Carlo  e  del  Rastcllo,  dietro  le  mu- 
ra della  fortezza,  venne  stabilita  la  va- 
sta piazza  pei  mercati  settimanali  di  be- 
stiami e  per  la  ricca  fiera  del  1  novem- 
bre. Poco  distante  è  il  monastero  di  re- 
ligiose, con  la  chiesa  dis. Giuliana, aven- 
te in  sagrestia  un  quadro  del  Perugino. 
La  fortezza  di  Perugia,  bella  e  impo- 
nente, fu  edificata  presso  Porta  Eìmniea, 
ed  incontro  le  due  piazze  principali,  d'or- 
dine di  Paolo  III,  e  perciò  dicesi  Citta- 
della  Paolina  :  incominciata  a'G  o  i  3  di- 
cembre 1 540  condisegno  del  celebre  An- 
lonio  Sangallo,  la  terminò  nel  i  544)  «' 
A'endovi  cooperalo  l'altro  architetto  Ga- 
leazzo Alessi  perugino.  Il  Papa  ne  alli- 
dò  la  direzione  e  conipimeulo  al  parente 
Crispi  governatore  di  Perugia,  poi  car- 
dinale e  legato  dell'Umbria:  ne  fanno  la 
descrizione  il  Crispolti  e  le  guide  di  Pe- 
rugia. Ne  fu  cagione  il  lumulttiare  della 
città,  ed  il  governarsi  con  troppa  licenza, 
per  cui  Paolo  III  soleva  chiamarla  nuo- 
va Perugia  e  lui  fondatore,  lo  che  espres- 
fce  in  diverse  iscrizioni, accompagnate  dal 
suo  stemma  e  da  quello  dei  nipoti.  Men- 
Irepiogredi  va  la  fabbrica  e  dopo  termina- 
la, sette  voltesi  recò  in  Perugia,  quasi  sem- 
pre in  seltcaibre,  alloggiando  coi  nipoti 


PER 

nella  medesima.  Vi  fu  eletta  la  di  lui  sta- 
tua di  marmo,  e  la  cap|)ella  nella  quale 
dipinsero, come  ne'fi  egi  dell'appartamen- 
to, Doceno  del  Borgo ,  Lattanzio  della 
IMarca,  Raffaele  del  Colle  ,  Adone  Doni 
e  Tommaso  da  Papacello.  Le  porle  di 
pietra  hanno  intagli  con  arabeschi  di  Si- 
morie  Mosca  ,  che  con  Lodovico  Scalza 
scolpì  gli  stemmi.  Il  sitocomprende  quel- 
lo delle  antiche  case  de'Baglioni,  perchè 
volle  llaccarne  la  potenza,  in  un  al  palaz- 
zo di  Gentile  Baglioui,  ridotto  ad  abita- 
zione del  castellano, con  bella  loggia,  del- 
la lumia  di  quelle  vaticane  e  con  grot- 
teschi dipinti.  Fu  già  munitissitna  di  for- 
midabili artiglierie  ed  altro  occorrente: 
sotto  Leone  XII  le  fu  toltala  parie  det- 
ta Tenaglia,  e  perciò  il  conveniente  luo- 
go per  la  polveriera.  Nella  cortina  si  ve- 
de r  arco  dell'  antica  Porta  Marzia,  coi 
suoi  ornamenti  rimurata.  Ma  questo  f  ir- 
te Paolino  negli  ultimi  politici  sconvol- 
gimenti ingran  parte  venne  demolito  nel 
dicembre  1848 ,  al  modo  riportato  dal 
Contemporaneo  n.°  225,  principiandosi 
l'atterramento  il  giorno  1  3,  probabilmen- 
te anniversario  del  suo  incominciamen- 
to.  Dell'antica  fortezza  nel  monte  di  Por- 
ta Sole  parlerò  a  suo  luogo.  Vi  sono  io 
Perugia  alcuni  tratti  di  mura  di  costru- 
zione etrusca  :  ivi  si  rinvennero  avanzi  di 
etrusche  e  romane  antichità,  e  si  vedono 
specialmente  nel  chiostro  degli  oliveta- 
ui.  (ili  scavi  furono  feraci  di  statue,  iscri- 
zioni, vasi,  incisioni  ed  altre  pregievoli 
cose.  Vedasi  Jo.  Baptista  Passeri us ,  De 
antiqua  vdciorum  etruscoruni  faniilia pe- 
rnsina  disserlatio,  nel  t.  3j  Blns.  Etr.  di 
Cori:  De  ctriiscoriini  sepidcris praeserlini 
PernsinO;  Igux'ino,  et  Tarqìdiiiensi  dia- 
triba, ibidem.  Gio.  Battista  Vermiglioli, 
presidente  del  pubblico  patrio  museo,  /- 
sciìzioni  perugine  raccolte ,  illustrate  e 
pubblicate,  Perugia  1 8o4  pel  Baduel.  Le 
citate  Effemeridi  a  p.  i  i5  ne  danno  un 
importante  estratto  :  meritò  l'opera  una 
2.'  edizione  pegli stessi  tipi  nel  i833.Dl1 
medesimo,  oltre  altre  opere,  abbiamo 


PEPv 

V Indicazione  antiquaria  dclgahinc'loar' 
chcologico  di  proprie  là  (ìli  II)  at^istralo  di 
Perugia  e  situalo  nelpuhìdico  studio,  Pe- 
rugia i83o  pel  Badiiel.  Tra  le  cose  prin- 
cipali rinvenute  nel  corrente  secolo,  no- 
minerò quelle  notate  dal  Calinciri  :  il  car- 
ro etrusco  di  bronzo,  coperto  di  laniiiie 
d'argento  istoriate;  una  tazza  di  finissi- 
ma terra  colla  rossiccia,  con  teste,  festo- 
ni e  maschere;  la  più  copiosa  iscrizione 
lapidaria  efrusca  in  pietra,  che  sia  noia; 
il  disco  o  patera  manubrlata  di  bronzo; 
la  statua  metallica  dell'Augure  Mediceo, 
ora  esistente  in  Firenze.  Sulle  Tavole pe- 
/7i5'//.'escoperte  nel  1822  pubblicò  unccm- 
mento  il  Vermiglioli,  poi  una  diversa  in- 
terpretazione Vincenzo  Canipanari  ,  ai 
quali  tennero  dietro  altri  con  dotte  le- 
zioni ed  osservazioni.  Si  legge  nel  n."!  2C) 
del  Giornale  di  Roma  i85ij  che  l'avv. 
Secondiano  Campanari  intendepubblica- 
re  una  letterale  versione  delle  medesime, 
stimando  egli  che  riguardino  la  religione, 
memorie  di  sngrifìzi,  epnli sacri,  immola- 
zioni di  vittime,  ludi,  preghiere,  libazioni, 
chei  sacerdoti  praticavano  in  alcuni  gior- 
ni di  ferie  :  opinando  che  le  tot'o/e^er/i^me 
sieno  state  scolpite  nel  V  o  VI  secolo  di 
Pioma.Altriche  scrissero  sulle  cose  artisli- 
clie  di  Perugia,  sono:  Gio.  Francesco  Mo- 
relli, Breve  notizia  delle  pitture  e  sculture 
clic  adornano  la  città  di  Perugia^  ivi  pel 
Costantini  i638.  Baldassare  Orsini  pitto- 
re e  architetto  perugino,  Guida  al  fo- 
ra stiere  per  V  augusta  città  di  Perugia^ 
al  quale  si  pongono  in  vista  le  pili  eccel- 
lenti pitture  ed  architetture  con  alcune 
osservazioni,  VciuQ\a  1784  pel  Costan- 
tini. Siepi,  Descrizione  topologico -istori- 
ca  della  città  di  Perugia ^  i  vi  1 82  i .  Di  più 
PiafTaele  Cambini  pubblicò  un'esatta  G<d' 
da  di  Perugia,  ed  erudite  Dissertazioni 
sul  lago  del  Trasimeno. 

Anticamente  Perugia  contava  maggior 
numero  di  abitanti  e  giunse  si  no  a  4o, DOG, 
ora  coi  suoi  borghi  è  di  circa  iq,ooo. 
I  perugini  sono  di  sveglialo  ingegno,  a- 
mano  le  Icllere,  le  scienze  e  le  arti  :  \an- 


PER  1T7 

tano  un  copiosissimo  numero  d!  cittadi- 
ni che  fiorirono  in  santità  di  vita,  in  di- 
gnità ecclesiastiche,  nelle  arnu,  nelle  ar- 
ti e  nelle  scienze  ,  principalmente  nella 
giurisprudenza.  Oltre  i  nominati  cquel- 
li  di  cui  parlerò,  accennerò  qui  i  princi- 
pali, non  compresi  cpielli  che  sono  con- 
siderati perugini  per  aggregazione  alla 
cittadinanza  o  nobiltà.  Alcuni  prelesero 
fare  perugino  Innocenzo  VII  Migliorali 
di  Sulmona,  ma  prova  il  contrario  il  pe- 
rugino e  savio  storico  IMariotti,  non  es- 
sendo certo  neppure  eh'  egli  avesse  stu- 
dialo in  Perugia, confutando  il  Vincioli, 
che  Io  annoveiò  tra  i  cardinali  perugini, 
e  lo  fece  ancora  con  altri;  bensì  come 
ho  rilevato  fu  1  ettore  della  Sapienza  vec- 
chia. Certamente  sono  perugini  e  ne  fe- 
ci le  biografie,  i  cardinali  Ridolfo  della 
Sta/fa,  Stefano  Normandis  romano  se- 
condo alcuni,  nato  in  Perugiaj  Andrea 
Buontempi,  Francesco  Medici  JrmelUni, 
Fulvio  della  Cornia,  Eenedetto  Monal- 
di  Baldeschi,  Slehvo  Pignattelli  nato  ia 
Piegaro  ,  Federico  Colonna  Baldrschi , 
Marc'Antonioy^/2.?/r/f^/_,  Jacopo  Oddi,  ?si- 
colò  OrW/ j  Francesco  Cesarei  Leoni  y 
Francesco  Canali  crealo  da  Gregorio 
XVI.  Giacinto  Vincioli  pubblicò;  i.°  Me- 
morie i  storico -cri  ti  che  di  Perugia  ,  e  ri- 
tratti di  24  uomini  illustri  e  di  24  cardi- 
nali della  medesima  rZ/tó, Foligno  1  780. 
Vi  è  pure  la  Lettera  in  risposta  al  mar- 
chese Maffei ,  delle  antiche  memorie  di 
Perugia.  1.°  Notizie  ìstorico-critiche  ai 
ritratti  di  24  cardinali  perugini,  con  la 
serie  dopo  il  XIV  cronologica  de'  vesco- 
vi, e  disamina  dei  due  ss.  Ercolani,  Fo- 
ligno 1730.  Perugini  furono  gli  arcive- 
scovi, di  Pisa  Pietro  Giacomo  Bourbon 
del  Monte,  di  Saldana  come  lo  chiama 
Crispolti  Franco  de'Franchi,  e  di  Amalfi 
Monaldo  Monaldi  ;  i  vescovi,  oltre  quelli 
della  patria,  di  Jesi  Luigi  A|[àni,di  Or- 
vieto Ercole  Baglioni,  di  Narni  Giaco- 
mo Mansueti, d'Ulicasuffraganeo  di  Man- 
tova Marc' Antonio  Gradini,  di  Pesaro  e 
Asisi  INIalalesta  Baglioni,  di    Cagli  e  Or- 


1  58  TE  R 

\ielo  Niculò  IMcrcuiri  o  Ughi,  di  eoceni 
Virgilio  Fioienzi  e  Alessandro  Yincioli, 
di  Grosseto  b.  Angelo  domenicano,  di 
Città  di  Castello  e  commendatore  di  s. 
Spirilo  Evangelista  Tornioli,  di  Bologna 
Giacomo  Biioiicandji,  di  Firenze  Giaco- 
mo Ranuccio,  di  Trivento  Paolo  Bisuel- 
ti,  di  Alatrl  Ignazio  Danti  celeberiimo 
cosmografo  e  matematico,  che  celebrai 
:illrove,  come  a  Palazzo  Vaticano.  Pre- 
lati governatori,  nunzi,  pronotari  :  Alber- 
to eFrancesco  Baglioni, Fabio  della  Pen- 
na, Fulvio  Paolucci,  Gio.  Battista  Lau- 
li,  Nicolò  Baidcschi,  Nicolò  Biionlem- 
j'i,  Vinciolo  Yincioli.  Fiorirono  in  arnii. 
Caio  Ceslio  detto  \\  Macedonio,  Andrea 
Montemelini  ;  de'conli  di  Marsciano  R.a- 
iiicro  Burgarelli  e  Ranuccio  li  ;  degli  Ar- 
manni,  og^i  della  StalTa,  Armanno,  Che- 
rubino e  Nicolò,  Giovanni,  Nicolò  e  Gio. 
Orso  Montcsperelli  ;  Raniero  Vibii  con- 
dottiero d'armi  di  Gregorio  XII  e  Gio- 
•\anni  XXIll  ;  degli  Arcipieli,  oggi  della 
Penna,  Agamennone,  Giacomo  e  Cinlio 
geneiale  di  Clemente  VII;  Giovanni  Gie- 
gori.  Evangelista  Tosti,  Diouiede  Penna 
generale  pontificio  in  Avignone  ;  de'Ba- 
glidni  Astoirel,  Adriano)  detto  IMojgan- 
te,  Aslorre  li,  Adriano  11,  Becello,  Bi ac- 
cio 1  generale  di  s. Chiesa,  Braccioli,  Car- 
lo Bacciglia,  Gio.  Paolo,  Lodoxico,  Rla- 
latesta  1,  Malatcsta  11,  Orazio,  altro  O- 
razio,Ridolfo  II  capitano generaledi  Giu- 
lio III,  Malalesla  IV,  di  cui  nel  i83g  il 
lodato  Vermiglioli  stampò  in  Peiugia,  La 
vita  e  le  ìinpi  ese  inililari^  niirrazioue.slo- 
iìcaj  Ruggiero  Ranieri,  Ascanio  I  e  Be- 
lardo  della  Corgna  ;  Ascanio  della  Pen- 
na oggi  della  Corgna  ;  Ligiero  Andreot- 
li,  Biordo  e  Ciccolino  Michelotli,  Miccia 
digli  Oddi  e  Oddo  di  Ongaro;  Bino, Fa- 
brizio 1,  Fabrizio  lì,  Giovanni,  Leandro 
td  Ottaviano  Signorelli;  Bartolomeo,  Ca- 
millo, Gio.  Battista,  Montino,  Pietro,  U- 
golino  ed  Uguccione  Bourbon  del  Mon- 
te; de'Crispolti  Faustino,  Crispolto  e  Cri- 
spollo  lìglio  di  Pietro;  dc'liigazzini  Filip- 
[)o,  Giacomo  1,  Giacumu  111,  Ranaldo  e 


PER 

Ugolino  II  ;  Vinciolo  Vincioli  e  Vincio- 
lo di  Bevigiiate; Nicolò, Fiancesco  e  Gia- 
como Piccinini,  Grazino  e  Giacomo  Ora- 
ziani. Molti  artisti  e  pittori,  e  fra'secon- 
di, Pietro  Vannucci  dettoli  Perugino, m^ 
di  Città  della  Pieve,  di  cui  l'encomiato 
IMezzanoUe  nel  i836  stampò  iu  Perugia 
pel  Baduel,  Della  vita  e  delle  opere  di 
Pietro  Vannucci  detto  il  Perugino;  Gio. 
Battista  Caporali,  Orazio  Alfani,  Cesare 
Pollino  detto  il  Francia,  e  Bernardino 
Pinturicchio,  dell  juale  il  Vermiglioli  scris- 
se, Memorie  del  pittore,  ec.  Perugia  1887 
pel  Baduel.  Si  può  anche  leggere  sugli 
arasti:  Lione  Pascoli,  l'ite  dei  pittori,  scul- 
tori ed  architetti  perugini,  Roma  lySi. 
Annibale  Marietti,  Lettere  pittoriche  pe- 
rugine, o  sia  ragguaglio  di  alcune  me- 
morie isteriche  riguardanti  le  arti  del  di- 
f^egno  in  Perugia,  ivi  1788  pel  Badaci. 
Baldassare  Orsini,  Rispo^taalle  lettere  pit- 
toriche di  Annibale  Marietti,  Perugia 
1791  pel  Baduel.  Nelle /f^gg/ cà'/Ve  e  ca- 
nonica si  distinsero  i  perugini,  il  sommo 
Bartolo  Alfani  nato  in  Sassoferrato,  Bal- 
do Baldeschi  forse  il  più  celebre  giurecon- 
sulto, Ascanio  Scolti  ;  degli  Alfani  Ac- 
curzio,  Tindaro  e  Bernardino;  dei  Bal- 
deschi Amadeo,  Angelo, altro  Angelo,E- 
nea,  Francesco,  Gio.  Zenobio,  Pietro  I, 
Pietro  II  ambasciatore  patrio  residente  in 
Roma  presso  Gregorio  XII 1,  e  Pietro  lì- 
glio del  primo;  Angelo  e  Baldo  Perigli, 
Ariguccio  Arigucci,  Benedetto  Barzi,  Ba- 
glione  e  Raniero  Vibii,  Benedetto  Bene- 
delti,  Baldo  Bartolini,  Benedetto  e  Dio- 
nigi Barigiani,  Benincasa  e  Cornelio  Be- 
nincasao  A nsidei.  Cesare  Gherardi, Conte 
Saccucci,  Cesare,  Federico  e  Pier  Filippo 
della  Corgna  ;  Cesare  Fumagioli,  Filippo 
Franchi,  Filippo Massini, Fabio  Torretti, 
Gio.  PetrucciolMonlesperelli,  G.  Vincen- 
zo Ondadei,  Gio.  Paolo  Lancellotto,  Giu- 
seppe Neri,  Ivone  e  Raniero  Cop|)oli,  Lo- 
dovico Senso,  Lodovico  Cenci,  Lodovico 
Aureli, Marc' Antonio  OradinijMarcu  Ros- 
si cui  gli  anconitani  eressero  una  statua, 
Marc'Àulouio  Severi,  ftlarc'Anlouio  Eu- 


PER 
qcni,  Paolo  Buontempi,  Raniero  de'Ra- 
nieii,  Risloro  Castaldi,  Rinaldo  Ridolfini 
precettore  di  Cleaìente  VII!  e  Paolo  V, 
Rubino  Monleinelini  ,  Salustio  Salusti, 
Sforza  Doddo  ,  Tobia  Nonio  ,  Ugolino 
IMontagntelli,  Vincenzo  Ercolani.  Final- 
mente nella  teologia, Jìlosofia, poesia  cA 
altre  scienze,  Andrea  Calrani  dooienica- 
110,  Angelo  generale  dei  francescani,  A- 
gostino  e  Secondo  Lancellotti  abbati  Oli- 
vetani, Alfano  Alfani  che  fu  87  anni  te- 
soriere apostolico  in  patria  e  mori  nel 
1  55o,  Andrea  Cibo,  Baldassare  Ansidei, 
Francesco  Coloaibo, Girolamo  Baldesi  hi, 
Guid'Ubaldo  Bourbon  del  Monte,  Giro- 
lamo Bigazzini,  Gio.  Battista  Danti, Gio- 
vanni R.uscelli,  Gio.  Tommaso  Gigiioli, 
b.  Giacomo  da  Cerqueto,  Leonardo IMan- 
sueli  generale  de' domenicani ,  Malliolo 
Mattioli  ,  b.  Nicolò  Brumacci  domenica- 
no, Nicolò  Colombo  maestro  del  s.  pa- 
lazzo, Nicolò  A  lessi  domenicano,  b.  Ra- 
nieri, Tomassello  domenicano,  Taddeo 
Bourbon  del  Monte  generale  agostiniano, 
Pompilio  Eusebi  matematico,  che  proget- 
tò a  Sisto  V  la  erezione  di  un  canale  na- 
vigabile per  le  acque  dell'Aniene  da  Ti- 
voli a  Roma  ;  Timoteo  Bottoni  vicario  ge- 
nerale domenicano  ,  Ci  istoforo  Sasso  , 
Francesco  Maturanzio  ,  Giacomo  Anti- 
quario, Marc'  Antonio  Bonciari ,  Orazio 
Carsanetij  Cesare  Crispolti,  OrazioMan- 
cini,  Scipione  Tolomei,  Cesare  Capora- 
le, Francesco  Beccuti,  Filippo  Alberti, 
Giacomo  Grisaldi ,  R.icciardo  Barlolini, 
Vincenzo  Menna, Lorenzo  R.alti,  Vincen- 
zo Ugolini.  Vedasi  Caesar  Alexius,  Elo- 
gia liviurn  ptrnsinoi'iint,  Fulginiae  1 63  5, 
Romae  i652.  Augustiuus  Oldoinus^  z^- 
tlienatwn  Augnslwn  ,  in  quo  pcruxino- 
runi  sciipla  pitblice  expomaitiir^  Pcru- 
siae  lyp.  Ciani  et  Desiderii  1678.  Gio. 
Battista  Yeiniiglioli, l'importante  Biogra- 
fìa degli  scrilloii ptrugini  e  notizit  delle 
opere  loro,  ordinale  e  pubblicale,  Peru- 
gia 1828  pel  Baduel.  Felice  Ciatti  scris- 
se: Paradosso  isterico,  nel  quale  si  pro- 
va Perugia  esicre  patria  di  Sesto  Au- 


PER  1  >n 

relio  Propertio,  Perugia  1 628.  Su  di  al  - 
cii».e  famiglie  perugine  abbiamo  ;  Com- 
pilazione de'pri\'ìlegi  e  giurisdizioni  del- 
la famiglia  Meniconi,  Perugia  «719  pei 
Costantini.  Di  Giacinto  Vincioli  :  i .°  Let- 
tera stdlii  famiglia  l'indoli,  Macerata 
17  12.  2."  l'ite  de''  nove  soggetti  della  fa- 
llii glia  T  indoli  venerabili  ed  insigni  in 
santità  e  pietà,  con  altre  nolizic  di  Pe- 
rugia, ivi  1734.  Lettere  con  notizie  del- 
la famiglia  Eugeni,  Perugia  1733.  Nel 
Sansovino  sono  le  notizie  de'  Baglioni  , 
nello  Zazzera  quelle  degli  Oddi,  come  di 
altre  famiglie,  e  così  nel  Marchesi  e  nel 
Litta. 

Perugia,  Pernsia,  per  le  sue  antiche 
e  turrite  mura  fu  detta  Turrena ,  indi 
nel  romano  impero  nobilitata  col  titolo 
di  /^f/^/^^/a,  poscia  dai  Papi  chiamata  per 
ispeciale  privi!(-gio  Città  della  D.  l'er- 
gine del  Bosario.  La  prima  >ua  fondazio- 
ne si  perde  nel  buio de'tempi: dicesi  fab- 
bricata dai  lidii,  che  fondarono  le  dina- 
stie della  Etruria  media  ,  e  peiciò  circa 
5oo  anni  avanti  l'origine  di  Roma; altri 
la  vogliono  edificata  da  Perugio  troiano, 
altri  da  Giano,  ovvero  da  Perseo,  o  da- 
gli achei  o  dai  tirreni, ed  in  origine!  pe- 
rugini si  dissero  grifoni  armeni.  Certo 
è  che  come  antichissima  brillò  fra  le  12 
Lucumonieetrusche, reggendosi  col  siste- 
ma federale,  ma  il  suo  perimetro  era  cir- 
ca due  terzi  meno  del  presente.  Nel  fine 
della  via  Papale  si  vedono  gli  avanzi  delle 
sue  solide  mura  dì  grandi  travertini  in- 
sieme commessi,!  quali  tracciano  il  vec- 
chio recinto  sinoalla  suddetta  Porta  3Jar- 
zia,  ove  si  leggono  l'epigrafi  di  Colonia 
J  ibia  e  di  Augusta  Pernsia,  titoli  dati 
alla  città  ne'lempi  romani.  Di  colà  il  re- 
cinto antico  etrusco  volge  al  fosso  della 
Cupa  e  si  ricongiunge  alla  Poi  ta  Ekrusca 
ben  conservata,  nel  fine  di  via  Vecchia 
e  innanzi  la  piazza  Grimana,  ove  si  leg- 
gono le  dette  iscrizioni.  Perugia  fu  una 
delle  città  etrusche, che  fissando  l'atten- 
zione dei  romani,  ebbe  molto  da  fare  con 
tssij  e  centro  di  loro  sostenne  lotta  mici- 


1  Go  P  E  R 

tlialc ,  collegata  con  Arezzo  e  Cortona, 
per  cui  a  cagione  <)i  possanza  ottenne  dui 
vincitori  onorevoli  tregue.  Dopo  la  metà 
(]el  secolo  Y  di  Roma  a  cpiesla  soggiac- 
que, dopo  la  disfatta  comune  ai  volsinie- 
si  alleati,  venendo  ammessa  alia  cittadi- 
nanza romana  e  alia  tribù  Tromenfina. 
Sidislinsenelle  guerre  puniche,  massime 
nella  seconda,  e  fu  larga  di  vettovaglie  e 
di  armali  ai  romani.  Quando  il  cartagi- 
nese Annibale  vinse  la  battaglia  di  Can- 
ne, 460  valorosi  perugini  con  5oo  di  Pa- 
lastrina  e  pochi  altri,  custodivano  Casa- 
lino,  piccolo  castello  o  città  sul  fiume  Vol- 
turno nella  Cauipania,  poi  Casleilaccio. 
Inutilmente  quel  fortunato  eroe  1'  asse- 
diò due  volte,  e  vinto  dalla  loro  indescri- 
vibile e  valorosa  resistenza  e  dalla  fìuiie 
che  aveano  sostenuta,  accordò  loro  onore- 
voli condizioni  e  li  lasciò  ripatriare,  on- 
de poi  Perugia  ebbe  l'onore  del  munici- 
pio. Nel  fatale  combattimento  del  Tra- 
simeno, si  crede  che  parte  del  disfatto  e- 
sercito  romano  si  rifugiasse  anchein  Pe- 
rugia. Vinti  i  cartaginesi,  i  perugini  par- 
teciparono delie  glorie  e  dei  trionfi  ro- 
mani.L'epoca  del  triumvirato  riuscì  dan- 
nosa ai  peruginijche  parteggiando  calda- 
mente a  sostegno  del  partilo  repubblica- 
no, a  pn  le  porte  a'profughi  guidati  da  Lu- 
cio Antonio,  fratello  del  triumviro  Mar- 
c'Antonio,  che  perdeva  in  Egitto  il  suo 
tempoconCleopaUa.il  vincitore  Ottavia- 
no l'assediò,  onde  la  città  colla  pili  valida 
resistenza  e  prodigi  di  valore  provò  tulli 
gli  orrori  della  fame.  Ridotta  agli  estre- 
rai, fu  costretta  darsi  a  discrezione,  ma 
l'inimico  vollesfogarvi  il  suo  risentimen- 
to :  furono  decapitati  3oo  senatori,  ab- 
l)andonata  al  saccheggio  ed  alle  violenze 
militari,  quando  Caio  Cesilo  Macedonio, 
preferendo  bruciare  la  propria  casa  allo 
.spoglio,  r  incendio  si  propagò  dal  vento 
per  1'  infelice  città,  e  la  distrusse.  Tut- 
tavolta  nel  lungo  e  pacifico  impero  di  Ot- 
taviano Augusto  si  riprodusse,  avendovi 
Vibio  Pausa  portata  una  colonia  roma- 
na per  popolarla  e  farla  rifiorire:  da  ciò 


PER 

ebbe  origine  la  naturale  scissura  fra  Pe- 
rugia e  le  altre  città  etrtische  ,  e  fu  ca- 
gione che  quando  l' impero  rovinò,  essa 
sempre  tendesse  a  riunirsi  ai  latini  ed  ai 
popoli  che  ad  essi  successero.  Diviso  nel 
secolo  IV  il  romano  impero  in  occiden- 
tale ed  orientale,  e  nel  seguente  distrut- 
to il  primo,  i  perugini  restarono  fedeli  al 
secondo  dei  greci. 

Invaso  l'occidente  dai  barbari,  igoti  oc- 
cuparono anche  Perugia, che  ne  scosse  il 
giogo;  quindi!  perugini  con  Costantino  ca- 
pitano di  Belisario,  vinsero  i  goti  presso  le 
sue  mura.  Non  potè  poi  la  città  scampare 
al  furore  di  Tolda  re  dei  goti  che  la  cinse 
d'assedio;  ma  dopo  ostinala  resistenza,  so- 
lo dopo  17  anni  e  verso  il  546  venne  in  suo 
potere,  ed  allora  vi  esercitò  la  più  cruda 
vendetta,  saccheggiò  e  misein  fiamme, fa- 
cendo decapitare  il  vescovo  s.Ercoiano  li. 
Dipoi  ricuperò  la  città  il  greco  capitano 
Narsete,  e  per  l'invasione  de'  longobar- 
dij  verso  il  579  si  sottomise  al  loro  do- 
minio, finché  il  greco  esarca  Romano  nel 
598  ne  cacciò  i  longobardi  e  la  restituì 
all'  impero.  Di  ciò  sdegnato  il  re  longo- 
bardo Agilulfo,  ne  guastò  il  contado  nel 
594,  e  s'impadronì  della  città,  a  fronte 
de'  soccorsi  spediti  da  Gregorio  prefetto 
di  Roma,  e  vi  stabilì  un  duca  di  sua  na- 
zione. R^iuscì  a'greci  di  riprendere  Peru- 
gia, e  ne  affidarono  il  governo  ad  un  con- 
te o  duca  imperiale.  Intanto  l'imperato- 
re Leone  movendo  fiera  guerra  alle  sa- 
cre immagmi,  Papa  s.  Gregorio  11  lo  sco- 
municò e  sciolse  gl'italiani  dal  giuramen- 
to di  fedeltà;  laonde  Perugia  versoi!  727, 
ad  esempio  del  ducato  romanoedi  altre 
citlà,  si  sottomise  al  temporale  dominio 
della  sede  apostolica,  ciò  che  riconobbe 
poi  e  confermò  Carlo  Magno,  quando  re- 
stituì ai  Papi  le  terre  loro  tolte  dai  lon- 
gobardi :  tanto  attestano  il  Crispoltì  ,  il 
Pellini  ed  altri  storici  di  Perugia.  Ben- 
ché Rachis  re  dei  longobardi  avesse  con- 
venuto con  Papa  s.  Zaccaria  un  tiattato 
di  pace  per  20  anni,  volendo  allargare  i 
confini  del  suo  regno,  nel  479. con  pode* 


PER 

roso  esercito  all'  improvviso  pose  i'nsse- 
dio  a  Perugia,  miiiacciaiulo  tutte  le  città 
(Iella  PfìitapoU.  Trepidando  Perugia  di 
sua  sorte,  mosse  da  Pioma  coi  primari 
del  clero  e  della  città  s.  Zaccaria,  il  qua- 
le pieno  di  apostolico  coraggio,  tanto  sep- 
pe dire,  clic  obbligò  il  re  a  desistere  dal- 
Tincominciato  assedio,  e  tanto  disprezzo 
gli  fece  concepire  delle  transitorie  uma- 
ne grandezze,  che  lo  indusse  a  riuunziar 
hi  corona  e  farsi  monaco  a  Monte  Cas- 
sino. La  città  in  progresso  di  tempo,  co- 
me le  altre  d'Italia,  adottò  libero  sistema 
di  governo  municipale,  e  sempre  tenne  le 
parli  dei  Pontefici,  eh'  erano  quelle  del- 
la propria  indipendenza  ,  contro  le  ger- 
maniche invasioni  degl'imperatori.  Mai 
patrizi,  che  sotto  il  nome  di  decurioni  e- 
lansi  già  nell'epoca  romana  separali  dai 
plebei,  crebbero  di  orgoglio  ,  quando  ni 
governo  democratico  sostituiti  i  consoli, 
concentrarono  in  poche  mani  la  somma 
delle  cose,  funesto  principio,  che  bastò  ad 
accendere  le  faci  della  discordia  ,  e  tin- 
gere il  suolo  per  più  secoli  di  sangue  ci- 
\ile.  Equi  noterò, chedal  loooal  1198 
prevalse  la  fazione  imperiale,  sebbene  il 
valore  dei  perugini  sovente,  non  solo  ne 
scuotesse  il  giogo,  ma  alle  vicine  città  si 
len desse  terribile. 

Nel  I  080  i  perugini,  colle  milizie  della 
gran  contessa  Matilde  ed  altri  aiuti,  li- 
berarono Firenze  assediata  da  Enrico  IV, 
deposto  e  scomunicato  da  s.  Gregorio  VII. 
I  medesimi  nel  io83  cogli  'orvietani  e- 
spulsero  gì'  imperiali  da  Chiugi  o  Casti- 
glione d'Arezzo,  detto  pure  Castiglione 
Perugino,  che  perturbavano  la  Toscana, 
e  vi  ristabilirono  la  parte  guelfa  seguace 
del  Papa  ;  indi  ripresero  Val  di  Chiana 
e  Val  di  Paglia,  per  Orvieto  occupate  da 
Enrico  IV.  Siccome  nel  1098  furono  uc- 
cisi in  Chiugi  i  Bovacciani  guelfi  dagl'im- 
periali o  ghibellini,  vi  ritornarono  i  pe- 
rugini con  molta  gente,  ripresero  il  luo- 
go e  fecero  molta  strage.  Nel  i  i25  i  pe- 
rugini mossero  il  campo  verso  Orvieto 
contro  la  parte  eretica ,  dove  congiunti 

VOL.   LII. 


PER  iG£ 

coi  guelfi  orvietani  la  vinsero.  L'impera- 
tore Federico  I,  nellegravi  dissensioni  con 
Alessandio  III,  fece  vicario  imperiale  di 
Perugia  Lodovico  Baglioni,  e  nel  diplo- 
ma lo  chiamò  consanguineo  suo  e  dei 
duchi  di  Svevia.  Alessandrolll  si  dichia- 
rò ben  contento  della  fedeltà  dei  perugi- 
ni, e  dei  soccorsi  da  loro  ricevuti,  enco- 
miandoli con  suo  breve.  Nel  i  i85  i  pe- 
rugini si  recarono  in  aiuto  dei  guelfi  or- 
vietani, contro  Federico  I,  che  li  tene- 
va assediati,  avendo  esso  occupalo  quasi 
tutti  i  territorii  di  Todi,  Amelia  e  Fo- 
ligno. Nel  12  IO  per  sospetto  dell'impe- 
ratore Ottone  IV  che  sollevava  l'Italia, 
Innocenzo  111  mandò  il  cardinale  Gual- 
tiero di  s.  Maria  in  Portico,  legalo  a  trat- 
tar la  pace  tra  i  perugini,  orvietani  e  to- 
dini,  conchiusa  in  Marsciano.  Intanto  la 
famosa  lega  lombarda  divenne  sostegno 
dei  guelfi,  dopo  la  protezione  spiegata  da 
Innocenzo  III,  liberatore  dell'Umbria  e 
del  Piceno  dagli  stranieri,  i  quali  si  pro- 
ponevano di  vantaggiare  le  proprie  fran- 
chigie. Dice  il  Crispolti ,  che  Innocenzo 
III  confermò  ai  perugini  il  contado  di  A- 
gubbio,  Chiugi  ed  il  lago  Trasimeno,  pei 
servigi  prestali  alias.  Sede,  anche  nella  ri- 
cupera dei  suoi  dominii.  Nel  voi.  XXXV, 
p.  288,  narrai  perchè  InnocenzoIII  si  re- 
cò a  Perugia  e  vi  morì  a' 16  luglio  I  216 
(dopo  avere  consagrata  la  cattedrale,  al 
dire  di  alcuno,  e  diversi  altari),  descri- 
vendo pure  il  sepolcro  :  i  perugini  gli  ce- 
lebrarono solennissimi  funerali.  Ivi  fu 
tenuto  il  conclave  pel  successore  ,  indi- 
cato nel  voi.  XV,  p.  259,  coli'  autorità 
di  Bernardo  di  Guido,  Specuhwi  hisl. 
Roman.  Pont.j  e  perchè  le  cose  di  Ge- 
rusalemme si  trovavano  in  grandissima 
necessità ,  a  costringere  i  cardinali  alla 
sollecita  elezione  nella  canonica  del  duo- 
mo, tolsero  loro  ogni  giorno  alcuna  cosa 
■del  vitto  ordinario,  onde  6  giorni  dopo, 
secondo  il  Biondo,  ed  a' 18  luglio  secon- 
do Novaes,  fu  eletto  Onorio  III,  ivi  con- 
sagrato e  coronato,  donde  partito,  giun- 
se in  Roma  a'3i  agosto.  In  questo  seco- 
I  I 


.62  PER 

lo,  per  le  turbolenze  di  Roma,  i  Ponte- 
fjci  di  frequente  furono  necessitati  ad  u- 
scirne,  e  cercare  asilo  più  tranquillo,  on- 
de spesso  fecero  residenza  in  Perugia,  e 
per  alcuni  divenne  quasi  l'ordinaria  se- 
de^ con  accresciroento  di  vantaggio  e  lu- 
stro alla  città. 

Gregorio  IX  più  volte  passò  in  Peru- 
gia per  le  sollevazioni  dei  romani,  fo- 
mentate da  Federico  li,  dal  Papa  sco- 
municato. Nel  laaS,  ribellali  i  romani 
per  opera  dei  Frangipani,  Gregorio  IX 
si  recò  in  Perugia,  e  vi  dimorò  dal  mag- 
gio di  dello  anno  al  febbraio  i23o,  sup- 
plicato dai  romani  a  tornare  fra  loro.  Pe- 
rò nel  i234j  ad  istigazione  degli  Anni- 
baldi,  con  nuova  sedizione  i  romani  vo- 
levano proclamar  la  repubblica,  per  cui 
i  perugini  spedirono  al  Papa  800  cavalli, 
indi  si  avviò  per  la  loro  città,  vi  giunse 
nei  primi  di  maggio,  e  la  prese  sotto  la 
prolezione  sua  e  della  s.  Sede  apostolica. 
Quietò  le  differenze  dei  cittadini  a  cagio- 
ne dei  fuorusciti,  per  le  fazioni  guelfe  e 
ghibelline  ;  ricompose  gli  animi  con  isla- 
bilire  le  basi  di  conciliazione  fra  i  Raspan- 
ti o  popolani  ghibellini,  ed  i  Patrizi.  Nel- 
la chiesa  di  s.  Domenico  vi  canonizzò  nel 
1235  s.  Elisabetta,  figlia  del  re  di  Un- 
gheria. Nel  laSy  i  roujani  spedirono  a 
Perugia  un'  ambasceria  ,  e  vinto  il  Pa- 
pa dalle  loro  preghiere,  fece  ritorno  tra 
essi.  Anche  Innocenzo  IV  per  le  perse- 
cuzioni diFederico  II  abbandonò  Roma 
e  si  ritirò  in  Francia,  mentre  l' impera- 
tore occupò  gran  parte  dei  dominii  della 
Chiesa,  onde  nella  Toscana  pontificia  re- 
starono ad  essa  devote  solo  Perugia, To- 
di ed  Asisi.  Dopo  la  morte  dell'impera- 
tore, Innocenzo  IV  tornò  in  Italia, e  non 
fidandosi  dei  romani, a'5  novembre  i  25 1 
si  fermò  in  Perugia  e  vi  restò  sino  all'  a- 
prile  1253.  Vi  canonizzò  s.  Pietro  mar- 
tire domenicano  e  s.  Stanislao  vescovo 
(in  questa  occasione  ebbero  origine  gli 
stendardi  dei  santi,  per  quanto  dissi  nel 
■voi.  VII,  p.  3i4)>  facendovi  nel  sabba  lo 
santo  a'  1 9  aprile  la  promozione  di  tre 


PER 

cardinali,  uno  dei  quali,  suo  nipote,  di- 
venne poi  Adriano  V.  Il  Papa  confer- 
mò a  Perugia  i  suoi  privilegi,  passò  in 
Asisi  e  nell'ottobre  in  Roma.  Nel  detto 
anno  I25i  la  città  si  collegò  con  le  al- 
tre guelfe  a  favore  della  Chiesa,  e  contro 
Manfredi  figlio  naturale  di  Federiceli. 
Alessandro  IV  nel  1259  spedi  un  onore- 
volissimo breve  in  lode  della  fedeltà  dei 
perugini  e  loro  benemerenze  colla  chiesa 
romana,  per  aver  preso  le  armi  contro 
INIanfredi.  Nel  suo  pontificato  e  nel  1 260 
qui  ebbero  origine,  come  in  altre  città,  le 
Confraternite,  che  ben  presto  si  propa- 
garono in  Europa  :  altri  riferiscono  che 
vi  ebbe  pui'e  origine  la  setta  dei  Flagel- 
lanti (f^.)-  Il  successore  Urbano  IV,  re- 
duce da  Todi,  morì  a  Deruta,  come  at- 
testa il  Pellini,  a'  2  ottobre  1264,  don- 
de i  perugini  con  sontuosissima  pompa 
lo  trasportarono  e  lo  seppellirono  nel  lo- 
ro duomo,  ove  vuoisi  che  Dio  operasse 
prodigi  a  sua  intercessione.  Durò  la  se- 
de vacante  5  mesi  e  2  giorni, quindi  nella 
canonica  di  Perugia  a'5  febbraio  1 265,  al 
modo  che  riportai  nel  voi.  XXI,  p.  222, 
fu  eletto  Clemente  IV,  che  la  più  parte 
degli  storici  dicono  assente,  e  presso  il 
conte  di  Monfort quale  legato  o  in  Boulo- 
gne  o  in  Inghilterra.  Intesa  la  sua  esalta- 
zione, montalo  in  alcuni  legni  mercantili 
per  timore  di  Manfredi,  sotto  abito  di  le- 
ligioso  mendicante,  si  portò  in  Perugia, 
ove  chiamali  i  cardinali  fa  coronato  a' 
22  febbraio,  il  Pellini  dice  in  Perugia,  ai- 
tri  in  Viterbo,  nella  qual  città  poco  dopo 
si  recò,  onoratamente  accompagnato  dai 
perugini.  Essendo  sempre  i  romani  ostili 
ai  Papi,  ne  trovando  questi  conveniente 
alla  lorodignità  il  rimanere  in  Roma,  mai 
vi  si  recò  Clemente  1 V,  che  dimorò  ordi- 
nariamente in  Viterbo  ed  Orvieto,  ed 
anche  in  Perugia, ricevendovi  l'offerta  di 
un  eletto  drappello  di  cavalieri  ausiliari 
nella  guerra  napoletana  contro  Manfredi. 
Nel  I  266  i  guelfi  rientrarono  in  Firenze 
per  gli  aiuti  dei  perugini,  indi  combat- 
terono in  favore  della  Chiesa  Todi  edX- 


PER 

sisi,  dando  11  guasto  ai  dinlorni  massime 
di  Todi. 

Proveniente  da  Orvieto  ed  Asisi,  e  re- 
candosi per  Arezzo  in  Firenze,  anche  Gre- 
gorio X  onorò  nel  giugno  1273  Peru- 
gia, incontrato  a  Marsciano  da  io  am- 
basciatori perugini  ;  poi  per  di  lui  ordi- 
ne restituirono  i  perugini  al  duca  di  Spo- 
leto per  la  Chiesa  ,  Gubbio  ,  Nocera  e 
Gualdo.  Nel  1276  fu  rogato  istromen- 
to  di  convenzione  fra  i  fiorentini,  orvie- 
tani e  perugini,  che  passando  vicende- 
volmente sopra  i  propri  territorii,  niu- 
no  di  essi  dovesse  pagare  la  gabella  im- 
posta. Solendo  i  perugini  mandare  il  pe- 
sce al  Papa  per  la  cena  del  gioved"i  san- 
to. Martino  IV  con  breve  del  27  marzo 
1281  gliene  fisce  richiesta,  mentre  dimo- 
rava in  Orvieto.  Nel  1282  i  perugini  parti- 
rono per  l'impresa  di  Faenza  e  Forlì  ribel- 
late alla  Chiesa,  e  si  posero  sotto  il  coman- 
do di  Giovanni  di  Brion  nipote  di  Mar- 
tino IV  e  capitano  generale  della  Chiesa. 
Ma  per  la  guerra  contro  i  folignEiti,  asse- 
dio e  presa  della  loro  città, non  che  diroc 
caaaento  di  sue  mura,  tutto  in  disubbi- 
dienza alle  ammonizioni  di  Martino  IV, da 
questi  nello  stesso  anno  furono  i  perugini 
interdetti,  levando  loro  i  religiosi  ed  il  ve- 
scovo. Neil'  anno  seguente  implorando 
perdono,  l'ottennero  con  imposizione  di 
grossa  somma  di  danaro  per  risarcire  i 
danni  fatti  ai  folignati.  Dispiacente  il 
Pontefice  del  suo  rigore  verso  Perugia, 
deliberò  di  recarvisi,  onde  col  soc^iorno 
della  corte  procurarle  compenso.  Mal- 
contento del  governatore  di  Orvieto,  da 
colà  partì  Martino  IV  nel  1283  per  Pe- 
rugia e  vi  dimorò  alcuni  mesi,  quindi 
a' 25  marzo  cantò  la  messa  di  Pasqua 
nel  duoBio  con  solenne  pontificale;  ma 
appena  desinato  ammalò  di  febbre,  pio- 
dotta  dalle  anguille  e  squisiti  pesci  del 
Trasimeno,  che  avea  mangiati  in  copia 
nel  sabbato  santo,  e  ne  morì  nella  notte 
del  mercoledì  entrando  il  29.  Dopo  i  fu- 
nerali fu  sepolto  con  l'abito  de' minori 
nella  cattedrale  a  pubbliche  spese,  non 


PER  iC3 

avendovi  voluto  concorrere  i  canonici  ; 
portati  al  suo  sepolcro  molli  storpi  e  cie- 
chi, Dio  li  risanò  per  glorificare  il  suo 
servo.  Nella  canonica  si  tenne  il  con- 
clave e  nel  secondo  giorno  dello  scruti- 
nio, a'2  aprile  i  285,  restò  eletto  Onorio 
IV,  che  dopo  essersi  trattenuto  alcuni 
giorni  in  Perugia, si  trasferì  in  Roma, ove 
a'i4  ricevè  il  sacerdozio.  Dopo  la  morte 
di  Nicolò  IV  la  sede  vacò  2  anni,  3  mesi 
e  2  giorni,  per  le  discordie  de' i  2  cardi- 
nali che  allora  componevano  il  sacro  col- 
legio, divisi  in  due  partiti,  unode'quali, 
diretto  dal  cardinal  Rosso  Orsini,  voleva 
un  Papa  di  piacere  a  Carlo  li  re  di  Sicilia. 
Aumentarono  i  dispareri  gl'irrequieti  se- 
natori di  Roma  e  le  malattie  da  cui  era 
afflitta  la  città,  per  cui  alcuni  cardinali 
passarono  in  Anagni,  altri  in  Rieti  e  tre 
restarono  in  Roma.  Finalmente  per  con- 
siglio degli  arbitri  destinali  a  stabilire  il 
luogo  del  conclave  fu  scelta  Perugia,  on- 
de essere  liberi  nell'elezione,  sicuri  esani 
per  l'ottimo  clima.  Pertanto  si  rinchiu- 
sero nelle  stanze  del  duomo  in  conclave, 
ma  i  due  cardinali  Colonna  e  l'Orsini  ri- 
tardarono il  suo  fine, ad  onta  della  dili- 
genza che  posero  i  perugini  per  riunire 
i  loro  suffragi,  facendo  intendere  agli  e- 
lettoli  i  mali  che  ne  derivavano  alla  Chie- 
sa. Ciò  non  producendo  effetto,  ricorse- 
ro alle  proteste  di  ritener  loro  i  cibi  or- 
dinari, come  alcune  volte  fecero.  Si  reca- 
rono in  Perugia  Carlo  II  e  Andrea  IH  re 
d'Ungheria,  per  far  risolvere  i  cardinali 
con  esortazioni  e  preghiere  ,  ma  senza 
frutto;  anzi  il  cardinal  Gaetani,  poi  Bo 
nifacio  Vili,  disse  loro  che  tali  insistenze 
potevano  sembrare  alle  nazioni  cristiane 
quasi  violenza  ai  suffragi,  onde  i  due  re 
partirono.  Alla  fine  a'5  luglio  I294cle5 
sero  Si.  Celestino  V,  che  vivea  penitente 
e  religioso  in  Abruzzo,  per  cui  i  cardi- 
nali si  portarono  all'Aquila  per  la  consa- 
grazioiie,  non  potendo  pel  caldo  recarsi  il 
Papa  in  Perugia,  come  onninamente  vo- 
levano i  cardinali.  Poco  dopo  rinunziò  e 
gli  successe  Bonifacio  Vili,  il  quale  nel 


1 64  PER 

visilare  Perugia  le  mostrò  particolare  af- 
fezione. 

Morto  Bonifacio  Vili  nel  palazzo  Va- 
ticano, sebbene  alcuni  cardinali  opinas- 
sero fare  il  conclave  in  Perugia,  in  quello 
nel  1 3o3  fu  eletto  il  b.  Benedetto  XI  do- 
menicano. Per  lo  scompiglio  delle  fazio- 
ni guelfe  e  ghibelline,  il  Papa  partì  da 
Roma  nell'aprile  per  Viterbo,  indi  giun- 
se a  Perugia,  ove  stabilì  la  sua  dimora,  e 
vi  ebbero  luogo  quegli  avvenimenti  no- 
tati alla  biografia,  in  un  alla  sua  morte 
di  veleno  a'  6  luglio  i3o4,  di  che  furo- 
no incolpati  Bernardo  minorità  e  Arnol- 
do di  Villanova,  operando  Dio  al  suo  se- 
polcro molti  miracoli.  Venne  sepolto  con 
grande  onoie  nella  chiesa  de'suoi  dome- 
nicani,da  luì  principiata  e  chiamata  di  s. 
Ercolano,  ma  veramente  di  s.  Stefano, 
poi  di  s.  Domenico ,  avendovi  concesso 
l'indulgenza  della  Porziuncula.  I  cardina- 
li si  rinchiusero  in  conclave,  non  nel  con- 
vento de'domenicani,  come  alcuni  scrisse- 
ro, ma  nel  palazzo  di  residenza  de'gover- 
natori, detto  allora  del  Papa  e  brucialo  nel 
i534,  contiguo  all'episcopio  e  alle  stan- 
ze della  cattedrale,  le  quali  in  quell'oc- 
casione servirono  tutte  per  celle  ai  car- 
dinali. Ne' voi.  Ili,  p.  1 70,  XIV,  p.  3o  e 
3 1,  XV,  p.  28o,XXI,p.  222,  XXXVIJ, 
p.  271,  narrai  come  la  Chiesa  vacò  io 
mesi  e  28  giorni  pei  contrari  partiti, 
e  descrissi  questo  memorabile  concla- 
ve e  l'elezione  a'  5  giugno  i3o5  di  Cle- 
mente V,  che  slava  a  Bordeaux,  il  quale 
dopo  ricevuti  i  legati  mandati  dal  con- 
clave di  Perugia,  chiamati  i  cardinali  in 
Francia,  ripugnanti  vi  si  recarono,  so- 
spettando che  ivi  avrebbe  il  Papa  fissato 
la  sede,  come  si  verificò  e  vi  rimasero  sei 
successori,  con  pregiudizio  fatale  di  Pto- 
ma  e  d'Italia.  I  perugini  custodi  del  con- 
cia ve,  per  sollecitargli  elettori  a  conchiu- 
dere l'elezione,  aveano  usato  ogni  cura, 
negando  ai  cardinali  quella  parte  di  vit- 
to statuita  da  Gregorio  X.  Racconta  il 
Crispolti  che  quando  il  gonfaloniere  di 
Perugia  Filippo  Bigazziui  seppe  la  chia- 


PER 
mala  de'  cardinali  in  Francia,  procurò 
trattenerli  a  vantaggio  d'Italia,  per  im- 
pedire la  traslazione  della  residenza  pa- 
pale, imperocché  i  cardinali  nell'annun- 
ziare  a  Clemente  V  la  sua  elezione ,  e- 
spressamente  l'aveano  invitato  a  recarsi 
prontamente  in  Perugia  per  coronarsi , 
come  aveano  fatto  Clemente  IV  e  Grego- 
rio X,  eletti  assenti  dal  conclave,  il  primo 
in  Perugia, l'altro  in  Viterbo.  Predomi- 
navano allora  nella  città  i  Raspanti,  a' 
quali  aveano  acceduto  i  moderati  patri- 
zi, quindi  l'assenza  de'Papi  e  la  loro  lunga 
dimora  in  Avignone,  consolidò  le  nuove 
popolari  istituzioni ,  poiché  al  governo 
consolare  erasi  surrogato  quello  de'  io 
priori  delle  arti.  La  prima  metà  del  se- 
colo XIV  segnò  il  colmo  della  prosperità 
di  Perugia,  che  tenne  posto  onorevole  fra 
le  repubbliche  italiane  :  oltre  i  limiti  del- 
l'Umbria, che  tutta  le  fu  sottoposta,  non 
escluso  Spoleto  vinto  nel  1 3  1 2  e  poi  con- 
quistato dopo  due  anni  di  assedio,  pei  pe- 
rugini si  estesero  i  trionfi  de'guelfl  e  fu- 
rono ridotti  i  fuorusciti  ghibellini  agli  es- 
tremi. Espugnarono  Asisi^  uccisero  molti 
ghibellini,  ne  rovinarono  le  mura  e  la  for- 
tezza, portando  le  porte  della  città  a  Pe- 
rugia. Giovanni  XXII,  forse  anche  per 
quanto  notai  nel  voi.  XXXI,  p.  62,  in 
premio  concesse  ai  perugini  il  mero  e  mi- 
sto impero  con  amplissimo  breve. 

Nel  i336  mandarono  i  perugini  3oo 
cavalli  a  Firenze  in  aiuto  di  Carlo  duca 
di  Calabria  guelfo  ;  ricuperarono  Città 
di  Castello  loro  tolta  dagli  aretini,  dopo 
varie  guerre  con  essi,  presero  Chiugi  o 
Castiglione,  Citerna  e  altri  luoghi.  Nel 
i352  si  collegarono co'florentini  esanesi 
contro  il  ghibellino  Visconti,  arcivesco- 
vo di  Milano,  che  favorito  da  Cortona, 
questa  danneggiarono.  I  perugini  in  gran 
numero  concorsero  alla  crociata  contro  i 
turchi  assediatori  di  Smirne,  e  nel  1 346 
dispiacque  loro  assai  che  Clemente  VI  di- 
chiarasse Perugia  immediatamente  sog- 
getta alla  Chiesa,  agognandoiodipeuden- 
za  per  la  sua  fortezza  e  lontananza  de' 


PER 
Papi.  Intnnto  in  Roma  insorse  il  famoso 
f libuno  Cola  di  Rienzo,  che  pretese  rista- 
bilire l'antica  reptibblica,  invitando  a  co- 
stituirla le  città  italiane,  in  un  a  Perugia 
che  vi  aderì  nel  i347  ,  inviando  a  Ro- 
ma IO  ambasciatori.  Questa  improvvida 
adesione  che  disgustò  il  Pontefice,  variò 
la  forma  delle  cose  politiche  ;  i  fuoruscili 
si  accostarono  al  Papa,  perchè  seconda- 
va le  loro  vedute,  ed  a  questo  partilo  mol- 
ti guelfi  della  classe  agiata  si  unirono  , 
onde  il  reggimento  municipale  degenerò 
in  anarchia  ;  si  moltiplicarono  le  congiu- 
re e  ne  conseguitarono  debolezza  e  de- 
cadenza, perdendo  molti  luoghi  di  loro 
giurisdizione  come  Cagli  ;  ma  gli  abitanti 
di  Heltona  aderendo  ai  Visconti  di  Mi- 
lano, furono  puniti.  Avendo  Innocenzo 
VI  mandato  in  Italia  il  legato  cardinal 
Albornoz,  alla  ricupera  dei  dominii  del- 
la Cliiesa  usurpati  dai  tirannetli  e  signo- 
rotti, Perugia  lo  fornì  di  poderosi  aiuti 
(li  gente  da  guerra.  Nel  1867  recatosi  Ur- 
bano V  da  Avignone  in  Roma,  fece  una 
lega  contro  i  Visconti,  e  vi  entrò  anche 
Perugia;  ma  continuando  i  perugini  nel- 
l'amicizia de'  Visconti,  ciò  dispiacque  al 
Papa  che  voleva  esercitar  piena  autori- 
tà sulla  città,  la  quale  invece  ambi  va  man- 
tenersi libera.  Urbano  V  dichiarò  loro 
la  guerra  nel  i  36q,  soccorso  da  Giovan- 
na I  regina  di  Napoli.  Le  fazioni  si  spin- 
sero tanto,  che  Urbano  V  che  stava  in 
Montefiascone,  per  maggior  sicurezza  pas- 
sò in  Viterbo,  inseguito  dai  perugini  che 
posero  a  ferro  e  fuoco  i  dintorni,  laonde 
li  scomunicò  e  promulgò  la  crociata  a  lo- 
ro danno.  Tuttavolta  la  pace  di  Bologna 
del  i3  ottobre  1870  pose  Perugia  in- 
teiamente  sotto  il  dominio  pontificio  di 
Urbano  V,  che  la  fece  occupare  da'suoi 
legati.  Il  successore  Gregorio  XI,  per  te- 
nere soggetta  la  città,  nel  1871  e  nella 
più  alta  parte  di  Perugia  o  iMonte  di  Por- 
ta Sole,  fece  incominciare  dal  legato  car- 
dinal Burgense  o  Stagno  (il  quale  secon- 
do il  Cardella  avea  presa  la  città  per  as- 
sedio) una  fortezza,  proseguita  dal  car- 


PER  i65 

dinal  Cabassole  legato  dell'Umbria,  che 
morto  in  Perugia  nel  i  872,  gli  successe 
nel  governo  Gherardo  de  Puy  parente 
del  Papa,  abbate  di  Monte  Maggiore. 
Questo  governatore  compì  la  fortezza  che 
abbracciava  tutto  il  monte,  cinta  d'alta 
muraglia,  essendone  guardata  l'entrala 
da  tre  torri  e  da  ponti  levatoi.  Nel  centro 
vi  fu  eretto  il  palazzo  papale,  e  per  un 
corridore  da  essa  si  passava  al  duomo, 
comunicando  coi  palazzi  del  governato- 
re, del  podestà  e  de'priori  ;  passaggio  fat- 
to per  andare  sicuramente  1  governatori 
dalla  loro  residenza  in  fortezza,  in  qua- 
lunque evenienza.  Forse  fu  in  questa  cir- 
costanza che  Puy  fece  demolire  la  ma- 
gnifica tomba  dedicata  nel  duomo  dai 
perugini  a  Martino  IV  coll'opera  di  Gio- 
vanni Pisani,  con  grave  dispiacere  della 
città.  Altro  corridore  conduceva  al  cas- 
sero o  minor  fortezza  posta  presso  la  Por- 
tadel  Borgo  s.  Antonio,  ov'erano  altre  6 
torri  con  due  ponti  levatoi.  Ambedue  fu- 
jono  ben  munite  e  guarnite  di  milizie  : 
ne  fu  architetto  MatteoGatlaponediGub- 
bio  e  costarono  i4o,ooo  fiorini  d'oro. 
Pel  soverchio  rigore  di  Gherardo,  i  pe- 
rugini irritati  si  sollevarono  nel  1875, 
mentre  Giovanni  Acuto,  ch'era  alla  guar- 
dia di  Perugia,  erasi  portato  a  reprime- 
re la  ribellione  di  Città  di  Castello.  Co- 
strinsero i  francesi  soldati  ad  abbandona- 
re la  piazza  e  ridursi  nelle  fortezze,  quin- 
di i  perugini  tagliati  i  corridori  tolsero 
le  loro  comunicazioni, onde  in  pochi  gior- 
ni così  isolati,  furono  costretti  a  cedere 
per  capitolazione,  partendone  col  castel- 
lano e  governatore  Gherardo,  cui  allora 
giunse  la  notizia  di  essere  slato  creato 
cardinale. 

Ricuperata  la  libertà,  subito  i  peru- 
gini a'7  dicembre  demolirono  dalle  fon- 
damenta le  due  fortezze.  Era  però  im- 
possibile, che  le  due  fazioni  si  contenes- 
sero ed  amministrassero  concordi  il  ri- 
cuperato potere.  I  Raspanti  ed  i  Nobili 
si  lacerarono  a  vicenda,  e  solo  ad  Urba- 
no VI  riuscì  di  comporre  gli  affari,  col- 


j 66  TE  n 

lu  risoluzione  presa  di  dare  a  Perugia 
il  caraltere  di  feudo,  del  quale  mercè 
lieve  tributo  da  pagarsi  per  la  festa  dei 
«.s.  Pielro  e  Paolo  in  ricognizione  dell'al- 
to dominio,  il  vescovo  e  il  popolo  ne  fu- 
rono investili  col  trattato  del  4  gennaio 
1  379.  Né  ciò  fu  bastante,  poiché  sebbe- 
ne una  generale  amnistia  richiamasse  in 
patria  i  cittadini  d'ogni  ordine,!  piìi  am- 
biziosi patrizi  non  tardarono  ridestar  mo- 
vimenti e  fu  d'uopo  cacciarli  di  nuovo. 
Palliativa  fu  anche  la  tranquillila  che 
Urbano  VI  procurò  ricondurvi,  mentre 
i  nobili  più  caldi,  assunto  il  nome  di 
Beccan'nij  ricominciarono  coi  Raspanti 
la  lolla  più  sanguinosa.  A'  •?.  ottobre 
I  387  Urbano  VI  da  Lucca  recossi  a  Pe- 
rugia, invitato  da  20  ambasciatori  di  es- 
sa. Venne  ricevuto  e  alloggiato  con  som- 
mo onore  nell'  episcopio  e  la  corte  nel 
palazzo  del  podestà,  con  allegrezze  per  6 
giorni  continui.  Si  notò  che  nel  suo  ingres 
so  una  colomba  bianca  si  posò  sul  cap- 
pello del  Papa  e  solo  a  lui  riuscì  rimuo- 
verla e  la  die  a  un  cappellano,  il  che  fu 
tenuto  per  prodigio.  Ivi  scomunicò  Ri- 
naldo Orsini  invasore  di  Spoleto  e  Or- 
vieto, l'antipapa  Clemente  VII,  il  re  di 
Francia,  ed  Ottone  di  Brunswick,  non 
che  altri,  pubblicandone  crociata,  dando 
in  questa  occasione  la  solenne  benedi- 
zione dall'episcopio.  I  perugini  dichiara- 
rono cittadini  tutti  quelli  del  seguito  del 
Papa,  il  quale  concesse  loro  diverse  gra- 
zie, parti  agli  8  agosto  1 388,  e  per  Nar- 
iii  andò  a  Tivoli;  ma  io  miglia  lungi  da 
Perugia  la  mula  che  cavalcava  inciam- 
pò, cadde,  ed  Urbano  VI  restò  malcon- 
i:io  in  diverse  parti  del  corpo.  Frattanto 
I  perugini  stanchi  delle  guerre  civili  del- 
le due  fazioni ,  pregarono  Bonifacio  IX 
di  consolarli  colla  sua  presenza  ;  ed  egli 
malcontento  del  disprezzo  de' caporioni 
romani,  a'25  settembre  «392  fece  sape- 
re ai  perugini  che  li  avrebbe  contentati, 
e  preso  Perugia  sotto  il  suo  governo,  pre- 
via la  consegna  di  tutte  le  fortezze  del- 
l'intiero contado,  lo  che  fu  eseguito  con 


PER 

apposite  convenzioni  riportate  dal  Pel- 
lini.  Bonifacio  IX  partito  da  Roma  a'ì'j 
ottobre,  colla  corle,  12  cardinali,  una 
turba  di  parenti  (onde  si  disse  un  bel 
motto,  riportato  dal  Poggio  nelle  sue 
Facezie  p.  i3g),  e  1000  cavalli,  giunse 
a  Perugia  accolto  con  isplendidi  festeggia- 
menti, alloggiato  nel  palazzo  de' priori  e 
poi  nel  monastero  di  s.  Pietro,  per  cui 
il  Papa  lo  fece  fortificare.  Il  Papa  rice- 
vette la  dedizione  della  città  e  contado, 
confessando  i  perugini  appartenere  al  do- 
minio delia  chiesa  romana,  con  solenne 
istromentode'3onovembie  1392,  ripor- 
tato a  tale  anno  dal  Piinaldi.  Tuttavia 
a'  1 5  maggio  r  393  rinnovò  Bonifacio  IX 
l'investitura  al  vescovo  e  cittadini,  e  do- 
nò la  rosa  d'oro  benedetta  ad  Astorre  da 
Bagnacavallo  ch'era  allora  in  Perugia. 
Benché  il  Papa  avesse  riconciliati  i  Bec- 
carini  ed  i  Raspanti  colla  Chiesa  e  paci- 
ficali, fu  poi  testimoniodel  combattimen- 
to seguito  per  le  vie  fra  le  due  parti,  ove 
fra  i  molti  Beccarini  morti  si  noverò  il 
loro  capo  PandolfoBaglioni;  laonde  dis- 
gustato de' Raspanti  che  avea  fatti  ripa- 
triare,  a'3o  luglio  1393  nascostamente 
partì  di  notte  per  Asisi,  come  afferma  il 
Marini,  Arcluatrì  t.  2,  p.  52,  che  descri- 
ve la  strada  fatta  dal  Papa  nell'  andata 
e  partenza.  I  perugini  mandarono  am- 
basciatori al  Papa  pel  suo  ritorno,  ma  egli 
si  scusò. 

Si  riebbe  allora  la  fazione  democra- 
tica, e  molto  più  quando  vi  si  mise  alla 
testa  il  generale  Biordode'Michelotli,  già 
signore  di  Todi  e  d'Orvieto,  e  conte  di 
città  della  Pieve,  che  nel  1394  ridusse 
Perugia  in  suo  potere.  Indi  scorrendo 
la  Marca  ne  fece  prigione  il  governato- 
re Andrea  Tomacelli  fratello  di  Bonifa- 
cio IX.  Questi  quietate  le  cose  ordinò  al 
vescovo  di  IVarni  di  riconciliare  colla  Chie- 
sa i  ribelli,  e  Biordo  ebbe  dal  Papa  l'in- 
vestitura di  Perugia,  cìie  impreso  avea 
a  governare  saviamente,  quando  l'ab- 
bate di  s.  Pietro  Gnidalotti,  fattosi  nel 
1  398  guida  di  oscuri  cospiratori,  ed  am- 


PER 
messo  alla  confìdenza  di  quel  duce,  du- 
rante un  famigliare  colloquio  nella  casa 
sua  stessa,  gli  disse:  Biordo,  il  popolo  di 
Perugia  non  vuole  tiranni,  battendogli  la 
manosugli  omeri.  A  quel  convenuto  se- 
gno gl'insidiosi  pugnali  passarono  il  cuo- 
re a  quel  valoroso  guerriero.  Il  suo  fia- 
tello  Ceccolino  de'Michelotti,  altro  capo- 
parte de'Piaspanti,  vendicò  tal  morte  col- 
l'uccisione  de'parenti  del  Guidalotti,  bru- 
ciandone le  case  e  saccheggiando  il  mo- 
nastero di  s.  Pietro  :  riordinò  alquanto 
la  somma  delle  cose,  ma  non  conoscen- 
dosi abbastanza  forte,  invocò  l'appoggio 
straniero.  Il  popolo  per  sua  sicurezza  nel 
gennaio  i4oo  elesse  a  principe  Gio.  Ga- 
leazzo II  duca  di  Milano  e  gli  diede  il 
dominio  della  città,  ch'ebbe  breve  dura- 
ta. Indi  dominarono  Perugia  i  Tomacel- 
li  parenti  di  Bonifacio  IX,  i  Migliorati 
nipoti  d'Innocenzo  VII,  ed  il  re  di  Napo- 
li Ladislao,  alternativamente  con  Cecco- 
lino.  Se  non  che  il  famoso  capitano  An- 
drea Braccio  Fortebraccioperugino  e  si- 
gnore di  Montone,  nemico  de' Raspanti 
e  irritatodell'umiliazione  dell'esilio  e  del- 
l'ingratitudine di  Ladislao,  che  disprezza  ti 
i  suoi  servigi  ne  avea  confermata  la  pro- 
scrizione, meditò  la  conquista  della  pa- 
tria per  la  sua  fazione  nobile  de'Beccari- 
iii.  Dopo  avere  resa  la  libertà  ai  bolo- 
gnesi, che  prima  avea  soggettati  a  Gio- 
vanni XXilI ,  assaPi  il  territorio  peru- 
gino, s'impadronì  delle  castella.,  e  scon- 
fitti i  suoi  competitori  e  le  truppe  ausi- 
liarie di  CarloMalalesta,  a'  r  2  luglio  1 4 1 6 
imprigionò  Ceccolino  e  lo  fece  morire 
qual  capo  della  fazione  popolare.  Indi 
seguì  a'  ic)  il  solenne  ingresso  io  Peru- 
gia e  ne  venne  acclamato  signore  asso- 
luto, con  alcune  capitolazioni,  ripatrian- 
do  anche  i  nobili  fuoruscili.  Braccio  mos- 
se guerra  ai  vicini  luoghi ,  ed  a  poco  a 
poco  se  ne  impadronì  e  fece  tributarie 
anche  molte  città  lontane.  Martino  V  nel 
1 42  o,  recandosi  a  Roma,  si  fermò  in  Peru- 
gia per  pacificarla  :  accrebbe  la  dote  del- 
l'università di  100  ducali  d'oro,  conces- 


PER 


16- 


se  al  comune  Monte  Malve,  e  liberò  i  cit- 
tadini da*  sussidi  focolari.  Accordò  pace 
a  Braccio,  l'investitura  di  Perugia  e  suo 
territorio,  e  de' luoghi  da  lui  conquista- 
li, con  patto  che  ricupeiasse  Bologna  al- 
la Chiesa,  come  fece.  Braccio  illustrò  Pe- 
rugia colla  sua  fama  e  possanza,  la  gover- 
nò saviamente,  quindi  le  vittoriose  sue 
anni  giunsero  fino  a  Roma,  ove  incomin- 
ciò la  guerra  cogli  Sforza,  ch'esercitò  il  va- 
lore degl'italiani  nelle  pianure  di  Viter- 
bo e  poi  in  tutta  la  parte  meridionale 
della  penisola;  perì  combattendo  contro 
Giovanna  II  e  Martino  V  che  erasi  dis- 
gustalo. Dopo  la  sua  morte  rimase  Pe- 
rugia in  balia  de'Beccarini,  che  lui  assen- 
te aveano  represso  ed  esiliati  i  Raspanti, 
e  si  sottomise  in  tutto  nel  i4'24  ^  Mar- 
tino V  e  alla  romana  chiesa;  solo  inler- 
roUamente  fu  alquanto  dominata  dallo 
Stella  nipote  di  Braccio  e  dai  Piccinini. 
Eugenio  IV  nel  i43i  conchiuse  una  ca- 
pitolazione colla  città;  ed  il  successore 
Nicolò  V  con  bolla  de'i3  gennaio  i/^'yi 
stabilì  le  pene  contro  quei  perugini  che 
commettevano  omicidi  e  altre  malvagi- 
tà, forse  colla  famosa  acquetta  di  Peru- 
gia j  poscia  a' 16  agosto  i4^4  «riandò  il 
vescovo  di  Recanati  a  pacificare  i  peru- 
gini colle  città  convicine. 

Pio  II  partendo  a' 22  gennaio  i4^9 
per  Mantova,  giunse  ih. "febbraio  a  Peru- 
gia e  vi  rimase  circa  3  settimane  018  gior- 
ni, come  narra  ne'suoi  Commentari  I.  2. 
Accompagnato  da  6  cardinali,  fu  incon- 
trato alla  Porto  <// 5.  Costanzo  dai  prio- 
ri, consoli,  camerlenghi,  collegio  de' dot- 
tori e  ordini  religiosi.  Preceduto  dal  ss.  Sa- 
gramento,il  Papa  incedeva  in  sedia,  sotto 
baldacchino  portato  dai  consoli  e  camer- 
lenghi, e  fu  alloggia  lo  al  palazzo  dei  priori. 
Ricevuto  colla  massima  riverenza  e  fra 
continui  festeggiamenti,  gli  furono  pre- 
sentati ricchi  doni  e  colla  dotta  corte  fu 
trattato  a  spese  del  comune.  Visitò  le  prin- 
cipali  chiese,  nel  duomo  fece  la  funzione 
delle  candele, in  s.  Francesco  distribuì  le 
ceneri,  ed  in  s. Domenico  cousagrò  la  chic- 


i68  PER  PER 

rannico  il  suo  dominio:  si  collegn  con 
CesareBoigia  figlio  ili  Alessandro  VI,  ma 
poi  tradito  fu  tolto  dal  potere,  clie  ricu- 
però nel  i5o3alla  mortedel  Papa.  Con- 
siderando Giulio  II  essere  Perugia  una 
delle  principali  città  del  suo  stato,  si  pro- 
pose ricuperarla  al  diretto  dominio  del- 
la Chiesa,  cui  pagava  alla  camera  aposto- 
lica l'annuo  censo  di  8,000  fiorini,  co- 
nieattesla  Marietti,  Degli  auditori  p.  4o- 
Ammoni  Gio.  Paolo  a  restituirne  il  go- 
verno, quindi  vi  spedì  Guid'  Ubaldo  I 
duca  d'Urbino,  dichiarando  luogotenen- 
te il  di  lui  cognato  marchese  di  Mantova, 
oltre  il  proprio  nipote  Francesco  Maria 
I  della  Rovere.  Giulio  II  partì  da  Roma 
a'23  agosto  i5o6,  preceduto  dalla  ss.  Eu- 
caristia e  dalle  milizie,  ed  accompagna- 
to da  24  cardinali.  Avvicinandosi  a  Pe- 
rugia, Gio.  Paolo  Baglioni  inabile  a  re- 
sistere e  animato  dal  duca  d'Urbino,  si 
umiliò  al  Papa  e  gli  consegnò  liberamen- 
te la  città;  fu  rimproverato  con  parole 
aspre  per  l'usurpata  tirannia,  e  poi  eb- 
be il  comando  di  100  soldati.  Giulio  U 
fu  ricevuto  a' 12  settembre  con  quell'ap- 
parato che  si  conviene  al  sommo  Pon- 
tefice, e  si  fermò  alcuni  giorni  in  Peru- 
gia :  riformò  tutti  i  magistrali,  quello  dei 
dieci,  come  istituito  senza  licenza  della  s. 
Sede,  chiamò  tirannico  ;  ad   istanza  del 

non  avendo  pih  emuli  a  combattere,  ri-     legato  cardinal  Rovere  fece  donativo  di 

volsero  le  armi  contro  sé  stessi,  e  giun- 


ga di  s.  Stefano.  Molti  signori  furono  ad  os- 
sequiare il  Papa,  che  recatosi  al  Trasime- 
no, ivi  pure  fu  trattato  a  spese  del  comune 
e  per  Siena  si  recò  a  Corsignano  sua  pa- 
tria, dopo  aver  fatto  diverse  grazie  a'pe- 
rugini  e  pacificati.  Per  la  loro  quiete  si 
adoperò  anche  Paolo  II,  perdonò  a  5oo 
fuorusciti, ed  accrebbe  le  rendite  dell'uni- 
versità con  200  fiorini,  onde  per  grati- 
tudine gli  fu  eretta  una  statua  di  bron- 
zo, sulla  sinistra  in  allo  della  facciata  e- 
sterna  del  duomo.  Intanto  i  Degli  Oddi 
ed  i  Baglioni  si  disputarono  lungamente 
il  primato,  e  dopo  acerbi  conflitti  termi- 
nò coH'espulsione  de'primi  e  colla  mor- 
te di  due  di  essi:  il  primo  de' Baglioni 
che  prese  il  governo  della  patria  fu  dot- 
to, uomo  d'alto  merito  militare  e  citta- 
dino. Erano  suoi  figli  Malatesta  e  Nello; 
ma  quest'ultimo  fu  lasciato  erede  del  go- 
verno di  Perugia:  da  qui  ebbe  principio 
la  mortale  inimicizia  tra'Baglioni,  che  fu 
ai  discendenti  cagione  di  tanti  mali.  Rao- 
conta  Novaes  ,  che  Innocenzo  Vili  nel 
1488  mandò  legato  in  Perugia  il  cardi- 
nal Piccolomini,poi  Pio  III,  che  il  duca 
di  Bracciano  temporaneamente  s'in)pa- 
dronì  della  città,  e  che  Alessandro  VI 
nel  1495  vi  si  rifugiò,  temendo  le  armi 
di  Carlo  Vili,  con  animo  di  passare  in 
Venezia  se  si   fosse  avanzato.  I  Baglioni 


se  lo  scandalo  a  tanto,  che  nel  i5oo  i 
Baglioni  dai  Baglioni  si  videro  barbara- 
mente trucidati.  Ridolfo  successore  di 
Nello  fu  insieme  al  figlio  assassinato  da 
Braccio  suo  cugino  e  figlio  di  Malatesta, 
the  entrato  poi  al  comando  venne  indi 
scacciato.  Carlo  e  Grifone  vollero  appia- 
narsi colla  strage  de' congiunti  la  strada 
al  supremo  potere,  ma  non  vi  riuscirono; 
che  Gio.  Paolo  Baglioni,  altro  figlio  di 
Ridolfo  scampato  dall'eccidio,  collegatosi 
coi  Petrucci,  Vitelli  e  Medici,  capitani  di 
somma  fama,  riuscì  a  scacciare  i  com- 
petitori e  tenne  egli  solo  la  signoria  del- 
li*  patria.  Fu  però  torbido,  precario  e  ti- 


buona  somma  di  denaro  al  collegio  dei 
dottori;  nella  chiesa  di  s.  Francesco  ra- 
dunati tutti  i  Baglioni  ed  i  fuoruscili,  li 
pacificò,  restituì  agli  onori  e  reintegrò  dei 
beni;  indi  lodata  la  città  con  bolla,  per 
la  via  di  Gubbio  proseguì  il  viaggio. 

Avendo  Leone  X  spogliato  del  duca- 
to d'  Urbino  Francesco  Maria  I,  questi 
nel  i5i7  ruppe  guerra  per  ricuperarlo; 
si  avviò  per  Perugia  sotto  pretesto  di  ri- 
pristinarvi Carlo  Baglioni  fuoruscito,  il 
quale  era  nel  suo  esercito  ed  avea  sol- 
levato molti  castelli  vicini.  Fu  posto  l'as- 
sedio alla  città,  che  temendo  il  sacco,  ai 
24  maggio  i5i7,se  ne  liberò  con  10,000 
ducati  d'oro  larghi  e  100  some  di  gra- 


PER 
no.  Gio.  Paolo  Baglioni,  dopo  avere  guer- 
reggiato con  fama  agli  altrui  stipendi,  nel 
i52  0  fu  chiamato  a  Roma  come  compli- 
ce della  congiura  del  cardinal  Petrucci, 
indi  con  sommario  processo  venne  deca- 
pitato d'ordine  di  Leone  X.  Il  suo  figlio 
Orazio  tentò  sotto  Adriano  VI  e  Clemen- 
te VII  di  signoreggiare  la  patria,  ma  ven- 
ne espulso.  Nell'ottobre  i  J^g  Clemente 
VII  si  recò  in  Perugia  andando  a  Bolo- 
gna, avendo  dichiarato  prima  di  partire 
da  Roma,  che  in  caso  di  morte,  il  con- 
clave si  tenesse  o  in  Roma,  o  in  Perugia, 
o  in  Civita  Castellana,  od   in  Orvieto, 
come  riporta  Ferlone,  De'viaggi  de^ Pon- 
tefici, e  si  legge  nella  sua  bolla  che  ci- 
tai nel  voi.  XV,  p.  ijS;  ove  dissi  che 
Pio  IV  volle  che  il  conclave  si  facesse  in 
Orvieto,  o  in  Perugia,  o  in  Civita  Ca- 
stellana, se  Roma  fosse  sotto  l'interdet- 
to. Clemente  VII  entrando  in  città  fece 
spargere  al  popolo  molle  monete; e  ritor- 
nando a  Bologna  nel  i532  in  novembre, 
ripassò  per  Perugia  con  5  cardinali  e  mol- 
ti prelati,  e  fece  le  narrate  concessioni, 
confermando  a' perugini  la  ricuperazio- 
ne di  Chiugi.  Nel  declinare  del  preceden- 
te anno  il  famoso  Malatesta   IV  Baglio- 
ni  mori  in  Bettona,che  avea  ricevuto 
con  altre  castella  dai  Medici  in  rimune- 
razione di  quanto  avea  fatto  per  loro  a  Fi- 
renze: il  municipio  perugino  fece  solen- 
nemente trasportare  in  Perugia  il  di  lui 
cadavere  con  quello  del  fratello  Orazio,  e 
fece  loro  sontuosi  e  splendidi  funerali  nel 
duomoe  in  S.Domenico,  ove  restaiono  tu- 
mulati nelcoro.  Al  termine  del  pontificato 
di  Clemente  VII  e  nel  1 534  Ridolfo  Ba- 
glioni  figlio  di  Malatesta  commise  un  a- 
tioce  attentato,  poiché  entrato  in  Peru- 
gia con  forte  drappello  di  soldati  collet- 
tizi, incendiò  il  palazzo  apostolico,  e  fra 
quelli  che  restarono  vittime  del  suo   fu- 
rore, vi  fu  il  governatore  pontificio.   Il 
nuovo  Papa  Paolo  III  spedi  a  Perugia  le 
sue  milizie  comandate  da  SaveHi,che  do- 
po un  anno  scacciarono  Ridolfo  ed  i  ri- 
belli, quindi  per  meglio  consolidurvi  it 


PER 


iG; 


9 


governo  della   Chiesa,  il  Pontefice  vi  si 
recò  nel  i535  stesso.  Appena  l'ordine 
erasi  ricomposto,  che  l'incauto  aumento 
del  dazio  del  sale  e  la  renuenza  de'peru- 
gini  in  sottomeltervisi  i  iaccese  i  tumul- 
ti. La  città  soggiacque  all'interdetto,  gra- 
ve censuia  che  inasprì  talmente  gli  abi- 
tanti, che  proruppero  in  aperta  guerra, 
istituendo  un  nuovo  magistrato.detlo  dei 
conservatori  della  perugina  giustizia. Pao- 
lo III  spedì  le  milizie  con  le  ausiliarie  spa- 
gnuole,  sotto  il  comando  del  figlio  Pier 
Luigi  Farnese  duca  di  Cnstro,  che  su- 
però le  forze  raccolte  dai  Baglioni  e  dai 
Malatesta,  ricuperò  la   città  e  provocò 
l'assoluzione  dalle  censure:  punì  i  capi 
della  rivolta,  soppresse  molti  e  singola- 
ri privilegi,  ed  il  temporaneo  magistrato, 
al  quale  contrappose  quello  de'conserva- 
tori  dell'ecclesiastica  ubbidienza:  così  ter- 
minò questa  guerra  detta  del  sale.  Però  fu 
allora, che  a  provvedere  ad  ulteriori  tur- 
bolenze e  reprimere  l'audacia  dei  perugi- 
ni, si  eseguì  il  progetto  di  costruire  nella 
parte  più  popolosa  l'ampia  e  minacciosa 
fortezza,  in  parte  ancora  esistente,  dopo  la 
quale  ebbe  luogo  la  quiete.  Oltre  le  me- 
morate case  de'Baglioni  e  di  altri  nobili, 
si  dovettero  diroccare  io  chiese,  2  mona- 
steri, ed  altre  4oo  case,  comprese  quel- 
le de!  collegio  della  Sapienza  nuova  tra- 
sferito nel  palazzo  di  Sopramuro:  s'eb- 
be per  iscopo  più  di  contenere  gli  abitan- 
ti, che  di  difendere  la  città.  Si  narrano 
diverse  accortezze  per  non  far  conoscere 
ai  perugini  la  qualità  dell'edifìzio  che  si 
andava  ad  innalzare,  e  che  i  cannoni  vi 
furono  portati  entro  sacchi  di  paglia:  di 
sopra  dissi  le  diverse  volte  che  Paolo  III 
ritornò  a  Perugia.  Da  ultimo  si   fecero 
parecchi  scavi  nell'area  degli  antichi  e- 
difizi  con  qualche  successo.  Nel  1543  Pao- 
lo III  mandò  a  Perugia  il  cardinal  Cer- 
vini  ,  poi  IMarcello  II  ,  per  comporre  le 
cose  dell'università  e  delle  gabelle  ;  e  nel 
1548  per  governatore  di  Perugia  e  del- 
l'Umbria il  prelato  Medici,  poi  Pio  IV. 
11  successore  Giulio  HI  fu  veramente 


,70  PER 

il  pacificatore  de' perugini  ed  estiuse  il 
seme  delle  cittadine  discordie:  nel  i553 
leslituì  loro  l'arme  e  parte  degli  antichi 
privilegi,  tolti  da  Paolo  III,  come  pure 
riorganizzò  le  magistrature  ed  il  tribu- 
nale della  rota,  soppressi  per  la  guerra 
del  sale;  laonde  per  grata  memoria  fu 
eretta  la  suddescritta  statua  con  iscrizio- 
ne, altre  essendo  ne'lati  della  base  in  o- 
nore  del  cardinal  Feltre  legato  di  Peru- 
gia e  dell'Umbria,  e  del  prelato  Sanfeli- 
ce  governatore  di  Perugia  edelI'Umbria, 
ambedue  sotto  Paolo  IH.  Il  suddetto  Ri- 
dolfo Baglioni  non  solo  lientrò  in  favo- 
je  a  quel  Papa,  ma  Giulio  III  lo  fece  ca- 
pitano delle  milizie,  per  la  ricupera  di 
Castro.  Nel  1  55g,  per  morte  di  Paolo  IV, 
■vi  fu  qualche  sedizione^  facendo  eco  a- 
gl'insorti  romani.  Nuovo  campo  si  apr\ 
a  Perugia,  pacilìcamente  dai  Papi  gover- 
nata, per  farvi  fiorire  le  arti  e  le  scien- 
?e.  Che  Pio  IV  si  portò  a  Perugia,  Io 
dissi  nel  voi.  XXIII,  p.  yS:  vi  fu  an- 
cora Gregorio  XIII,  che  alla  Sapienza 
nuova  condonò  i  censi  decorsi  e  non  pa- 
gati alla  camera,  per  conto  d'un  benefi- 
zio che  nella  fondazione  le  fu  dato.  Pe- 
rò a  cagione  de' banditi  che  infestavano 
lo  stato,  impose  alla  città  annui  scudi 
2000  di  gravezze,  quali  tolse  Sisto  V,che 
pure  aumentò  la  dote  dell'università, 
onde  sulla  porta  di  essa  gli  fu  eretta  una 
statua  di  bronzo,  in  atto  di  benedire.  Ur- 
J)ano  VIII  affezionato  ai  perugini,  con 
suo  breve  prescrisse  il  governamento  del- 
l'università, dichiarandone  preside  il  ve- 
scovo. Per  morte  del  duca  Fulvio  della 
Corgna,  la  s.  Sede  rientrò  in  possesso  dei 
feudi  dati  a'suoi  maggiori,  cioèCastiglion 
del  Lago,  Pancirola,  Fattucchino,  Pater- 
no, Ciambano  ,  Cantagallina  ,  Vascano, 
Badia,  Gaggiolo,  Frattavecchia,  Petri- 
f^nano  e  Porto  con  altri  1  uoghi.  Innocenzo 
X  ne  fece  prender  possesso,  così  di  Bello- 
na, Canaria,  Colle,  Maggio,  Limognano, 
Coleazzone  e  Scaffigiiano,  nel  1649  per 
morte  di  Malatesta  Baglioni.  Clemente 
XI II con  moto- proprio  de' 2 7  settembre 


PER 

1761  dichiarò,  non  competere  a' prelati 
governatori  di  Perugia  il  diritto  di  segna- 
tura, e  vietò  ad  essi  di  conoscere  le  cause 
di  appellazione,  tanto  per  riguardo  alle 
sentenze  de'  tribunali  laici,  che  di  quelli 
ecclesiastici.  Al  declinar  del  secolo  XV  IH, 
democratizzato  dai  francesi  lo  stato  pon- 
tifìcio, lo  fu  pure  Perugia  e  suo  territo- 
rio e  provincia:  ne  furono  ultimi  prela- 
ti governatori,  Giuseppe  Morozzo  e  Gia- 
como Giustiniani,  poi  cardinali.  A  Dele- 
gazioni narrai  come  Perugia  nel  i  800  fu 
da  Pio  VII  costituita  in  delegazione  apo- 
stolica, e  come  meglio  regolata  da  Leo- 
ne XII  e  Gregorio  XVI:  ne  fu  i.°  dele- 
gato Agostino  R.ivarola,  poi  cardinale  e 
protettore  della  città.  Sotto  il  governo 
imperiale  francese,  dal  1808  al  i8i4j 
Perugia  fu  capoluogo  del  circondario 
del  vasto  dipartimento  del  Trasimeno, 
ritenendo  però  la  supremazia  nel  ramo 
giudiziario,  ivi  decidendosi  leappellazio- 
ni  correzionali  degli  altri  3  circondari  e 
le  cause  di  alto  criminale.  Allorché  Pio 
VII  nel  i8o5  ritornò  da  Parigi,  la  sera 
degli  I  I  maggio  arrivò  a  Perugia,  rice- 
vuto con  ogni  lieta  e  divota  dimostra- 
zione. Ai  confini  del  Cortonese  l' incon- 
trarono i  deputati  della  città, e  per  due 
miglia  in  vicinanza  di  essa  fu  ornata  la 
via  con  colonne  laterali  di  alloro  e  pira- 
midi. Nella  porta  fu  eretto  un  arco  trion- 
fale con  orchestra;  nella  mattina  del  i3, 
dopo  aver  celebrato  la  messa  in  duomo, 
fra  le  acclamazioni  e  lo  sparo  delle  arti- 
glierie, pari")  per  gli  Angeli,  come  si  leg- 
ge nel  u.°  4°  del  Diario  di  Roma. 

Gregorio  XVI  nel  i84i  reduce  dai 
santuari  di  Loreto,  di  Asisi  e  di  s.  Ma- 
ria degli  Angeli,  per  Bastia  e  Ponte  s. 
Giovanni,  sabbato  2.5  settembre  si  con- 
dusse a  Perugia.  Tali  e  tante  furono  le 
splendide,  solenni  e  rispettose  dimostra- 
zioni e  pompe  dé'tripudiauti  perugini,  la 
nobile  e  concorde  gara  d'ogni  ordine  di 
essi,  da  me  con  commozione  ammirata, 
che  lungo  sarebbe  il  narrare  tutto,  vie- 
tandolo la  condizione  compendiosa  del 


TER 

Dizionario.  Vi  possono  supplire  i  seguen- 
ti opuscoli,  mentre  poi  darò  un  breve 
cenno  delle  cose  principali.  Cav.  Saba- 
tucci,  Narrazione  deU'iaggio  di  Grego- 
rio XFI,  da  p.  1 89  a  p.  2  I  8,  Pioma  i  843. 
D'anonimo  autoree  probabilmente  scrina 
d'ordine  del  magistrato,  e  perciò  impor- 
tantissima e  veramente  edificante,  è  la  det- 
tagliata :  Dlcinoria  sul  soggiorno  in  Pei  li- 
gia della  S.diN.  S.  Gregorio  Papa  XFI 
nel  selleinbre  1841,  Perugia  1842,  dai 
torchi  di  Vincenzo  Santucci.  Can.  Lui- 
gi IMatliolij  Teì'ze  rime,  Perugia  i84i> 
tipografia  Santucci.  Professore  cav.  An- 
tonio Mezzanotte  (a  questo  illustre  lette- 
rato defunto  dichiaro  anche  qui  la  mia 
tenera  riconoscenza  per  aver  onorato  la 
memoria  d'un  dolcissiuio  mio  figlio,  co- 
me colpito  anch'egli  da  eguale  sventura, 
con  commovente  e  soave  ode,  stampa- 
ta nel  libro  che  citai  a  Fiori)  pel  soda- 
lizio della  ss.  Vergine  Addolorata,  Inno, 
pel  Santucci.  Ab.  Eugenio  Stocchi,  A 
Gregorio  XFl  P.  O.  M.  che  il  i")  set- 
tembre 1 84 1  giungeva  in  Perugia,  plau- 
so, dai  tipi  Santucci;  cioè  Cenni  storici 
con  Carmen,  e  questo  stampato  anche  a 
parte,  con  allusione  a  Papa  s.  Zaccaria 
che  a  Perugia  portò  la  pace  e  l'allegrez- 
za. Barone  Pio  Grazioli,  Iscrìzionee  So- 
netto, Perugia  1 841,  tipografia  Battelli. 
Le  altre  iscrizioni  e  composizioni  sono  in 
gran  parte  riportate  dalSabalucci,  e  dal- 
l'autore della  Memoria  principalmente 
(in  cui  sonovi  citati  i  loro  autori,  non  che 
i  nomi  degli  architetti  e  aitisli  de'monu- 
menli  festevoli  cheenumererò,  come  pure 
le  deputazioni  speciali  che  dal  municipio 
furono  preposte  a  preparare  l'alloggio 
pontificio  e  ad  ogni  specie  di  pubblica 
dimostrazione)  e  molte  separatamente 
stampate,  tutte  celebranti  i  tanti  fasti  del 
memorabile  pontificato  di  Gregorio  XVI, 
ed  il  giubilo  de'perugini  per  l'avvenimen- 
to. Giunto  Gregorio  XVI  al  Ponte  s. 
Giovanni,  discese  a  benedire  i  popolani, 
e  lasciata  l'antica  via  nazionale,  si  avan- 
zò per  la  nuova  da  lui  decretata  ad  istan- 


P  E  R  171 

za  de'perugini,  per  cui  Fia  Gregoriana 
da  quel  giorno  per  sempre  fu  chiamata: 
al  suo  ingresso  era  un  monumento  d'or- 
dine pestano,  fiancheggiato  da  colonne, 
con  emblemi,  stemmi  ed  z'.?cns!o/jc  ana- 
loga. Arrivato  presso  la  villa  Palazzone 
del  conte  Benedetto  Baglioni  Oddi ,  il 
Papa  discese  a  osservare  l'etrusco  sepol- 
cro de'Volunni  da  poco  discoperto,  rice- 
vuto dal  cav.  Gio.  Battista  Vermiglioli 
illustratore  di  esso  ,  che  gliene  fece  gu- 
stare le  sculture  e  le  iscrizioni  etrusche  e 
romane,  offrendogli  la  descrizione  stam- 
pata con  questo  titolo:  Il  sepolcro  dei 
Folunni  ed  altri  monnnienli  ec.  da  far 
seguito  alle  iscrizioni  perugine ,  Perugia 
I  841  pelBatlelli.  Indi  verso leioantirae- 
lidiane,  preceduto  dal  cardinal  Mattei  se- 
gretario per  gli  affari  di  stato  interni  edi- 
rcltore  del  viaggio,  come  dal  principe 
Massimo  generale  delle  poste  pontificie, 
tra  le  acclamazioni  festose  de' genuflessi 
perugini,  che  Io  acclamavano  padre  ama- 
tissimo e  sovrano  clemente,  il  gran  Ponte- 
fice reiterando  le  sue  benedizioni,  tra  il 
suono  di  tutte  lecampanee  le  salve  d'arti- 
glieria del  forte  Paolino,  arrivò  alla  gran- 
diosa Porta  s.  Pietro,  che  in  tal  ciicostan- 
zasi  vide  compita  nel  cornicione  e  nell'at- 
tico sovrastato  dal  pontifìcio  stemma,  eoa 
ornati  e  iscrizione.  Il  gonfaloniere  conte 
Francesco  Coneslabile  della  Staffa  in  mez- 
zoal  magistrato  municipale,  presenti  irig."^ 
Gioacchino  Pecci  delegalo  della  provin- 
cia ed  i  consultori  di  governo,  offri  con 
divote  e  affettuose  parole  le  chiavi  della 
città  in  attestato  di  fedele  sudditanza 
della  medesima,  omaggio  cui  flicevano 
eco  il  presidente  ed  i  giudici  del  tribu- 
nale di  prima  istanza,  gli  officiali  mag- 
giori della  guarnigione  e  degli  altri  cor- 
pi militari,  ed  una  folla  di  popolo  esul- 
tante alla  vista  dell'adorato  padre  e  so- 
vrano. Al  principio  della  strada  del  Cor- 
so una  eletta  di  giovani  patrizi,  nobili, 
distinti  cittadini  e  negozianti  trasse  lacar- 
lozza  col  Papa  fino  alla  cattedrale.  La 
precedeva  la  banda  filarmonica,  i  trom- 


172 


PER 


belli  cogli  stendardi  della  ci  Uà,  i  mazzieri 
del  comune  vestili  all'antica;  la  circon- 
davano i  magistrati  municipali  e  le  al- 
tre podestà  amministrative ,  giudiziarie 
e  militari,  gli  alabardieri  del  comune  con 
costume  del  medio  evo.  Un  magnifico 
arco  trionfale  s'incontrò  nella  piazza  del 
Corso,  alla  foggia  degli  antichi  di  Ro- 
ma, con  due  iscrizioni,  eretto  per  parti- 
colare venerazione  dai  nobili  collegi  del 
Cambio  e  della  Mercanzia.  Tutti  gli  e- 
difìzi  erano  riccamente  nelle  finestre  e 
balconi  addobbati  di  damaschi,  arazzi  e 
tappeti,  con  decorazioni  e  abbellimenti 
diversi.  Così  e  a  modo  di  trionfo  fia  le 
più  vìve  acclamazioni,  il  corteggio  per- 
venne alla  cattedrale,  sulla  cui  portasi 
legi^eva  plaudente  iscrizione.  Il  Papa  ivi 
accolto  dal  cardinal  Bianchi  e  da  mon- 
signor Cittadini  vescovo  di  Perugia  ,  fra 
l'ossequio  del  capitolo,  del  clero  e  del  se- 
minario, entrò  nella  cattedrale  appre- 
stata con  ricca  e  grave  pompa,  ed  illu- 
minata con  infiniti  cerei  de'  lampadari 
disposti  nelle  spaziose  navate,  al  canto 
dtiW Ecce  sacerclos  niagnus.  Il  Pontefice 
si  prostrò  ad  orare  innanzi  l'altare  mag- 
giore, i  moltissimi  cerei  del  quale  nelle 
fiammelle  figuravano  le  insegne  papali, 
ed  il  vescovo  di  Città  di  Castello  mg.*^ 
Muzj  die  la  benedizione  col  Santissimo. 
Uscendo  Gregorio  XVI  da  una  porta  la- 
terale del  tempio,  si  trovò  improvvisa- 
mente, con  graziosa  sorpresa  ed  emozio- 
ne, in  una  magnifica  loggia  di  stile  go- 
tico, armonizzante  colle  circostanti  fab- 
briche, ed  eretta  sul  peristilio  della  cat- 
tedrale: ivi  lieto  alla  vista  dell'immensa 
Dioltiludine  genuflessa  e  giubilante,  che 
empiva  il  vasto  spazio  e  l'ampia  via  dei 
Corso  in  prospetto,  con  amorevole  com- 
piacenza le  compartì  di  cuore  l'aposto- 
lica benedizione.  Apertosi  a  un  tratto 
il  parapetto  della  loggia,,  formata  in  3 
scompartimenti,  si  olTrì  adito  al  corteg- 
gio di  scendere  lateralmente  la  scala  e- 
fcleriore  del  tempio  e  in  mezzo  al  santo 
Padre,  che  accolto  sotto  baldacchino  sos- 


PER 

tenuto  dagli  anziani  del  comune,  si  recò 
al  palazzo  delegatizio  o  comunale,  pre- 
parato col  concorso  de'  cittadini  nobil- 
mente a  sua  residenza:  prima  però  di 
giungervi,  osservò  l'esterno  degli  antichi 
edifìzi,  ed  i  portici  ch'erano  stati  eretti 
imitandone  l'architettonico  stile.  In  fron- 
te al  palazzo  un'  iscrizione  rimarcava  il 
pontificio  soggiorno.  Ricevuto  formal- 
mente all'ingresso  del  palazzo,  nel  suo  ap- 
partamento ammise  il  Papa  al  bacio  del 
piede  tutti  i  personaggi  che  l'aveano  ac- 
compagnato, in  un  ai  deputati  nobili  de- 
stinati alla  cura  della  pontificia  famiglia; 
non  che  a  quelli  del  suddeltosodalizio,  che  * 
presentarono  ['inno  di  pubblica  esultan- 
za, con  copertura  di  belli  ricami  in  oro, 
ricevendone  riconoscenti  significazioni ,  ^ 
anche  pel  triduo  solenne  che  nella  loro 
chiesa  ,  con  lodevole  divisamento,  avea- 
no  fatto  per  l'incolumità  del  viaggio,  on- 
de ne  assunse  la  special  protezione;  quin- 
di dichiarò  cavaliere  dello  speron  d'oro 
Vincenzo  Adriani ,  priore  perpetuo  del 
medesimo.  Nelle  ore  pomeridiane  il  Pon- 
tefice onorò  di  sua  presenza  la  sala  eia 
cappella  del  nobile  collegio  del  Cambio, 
onde  ammirarne  i  freschi  del  Perugino 
e  di  Raffaele.  Si  condusse  quindi  al  mo- 
nastero de'suoi  camaldolesi,  ricevuto  da 
essi  e  dall'abbate  generale  cardinal  Bian- 
chi: orò  nella  chiesa  dis.  Severo,  e  nelle 
stanze  del  cenobio  ammise  la  monastica 
fimiglia  al  bacio  del  piede;  godendosi  nel- 
la vista  delle  nuove  costruzioni  e  ripara- 
zioni da  lui  ordinate,  massime  i  restami 
onde  conservarci  freschi  di  Raffaele,  fat- 
ti per  sua  munificenza.  Nella  sera  rice- 
vette il  vescovo  di  Cortona  mg.*^  Carlini 
e  varie  deputazionidelle  vicinecittà.  Frat- 
tanto la  gioia  del  popolo,  non  solo  della 
città,  ma  dell'intero  perugino  territorio, 
si  manifestò  nel  modo  il  più  vivo  e  sor- 
pieudenle  :  la  pianura  vasta  irrigata  dal 
Tevere,  le  colline  e  le  valli  allegrate  da 
fuochi,  ogni  casolare  in  esultanza,  e  tutte 
le  vie  della  città  risplendenti  di  lumina- 
rie, molte  delle  quali  elegantissime.  Da 


PER 
maggior  copia  di  cerei  si  sublimavano  la 
gran  mole  tiel  palazzo  npostolico  e  del- 
l'episcopio, le  case  delle  patrizie  e  nobili 
famiglie  e  molle  di  quelle de'citladini.  X 
vago  disegno  era  la  luminaria  del  palaz- 
zo de'tribunali,  di  contro  al  delegatizio, 
il  cui  ingresso  venne  decorato  dai  magi- 
strati giudiziari  emunicipali,  nonché  dal- 
la curia,  con  istatue  della  Clemenza,  Giu- 
stizia, Fortezza  ePrudenza^  con  allusione 
alle  maggiori  Ira  le  virtù  proprie  di  Gre- 
gorio XVI,  oltre  i  simulacri  rappresen- 
tanti la  Giurisprudenza,  la  Storia,  il  Ge- 
nio delle  arti  e  la  Beneficenza.  Sormon- 
tava l'edilizio  relativa  iscrizione  e  sleiU' 
ma.  In  vario  disegno  s'illuminarono  pure 
le  fronti  di  più  chiese  e  altri  pubblici  e- 
difìzi,  con  emblemi  ed  iscrizioni, massìwe 
alla  dogana  ed  alla  chiesa  di  s.  Domeni- 
co. Le  principali  vie  della  città  erano  fiam- 
meggianti di  lumi  ben  disposti,  con  va- 
rie IbrniejcoM  quella  fiancheggiala  d'al- 
beri che  conduce  lungo  le  mura  del  fljrte 
a  piazza  Rivarola,  con  globi  simmetrici 
di  vari  colori  e  festoni  pendenti  dalle  pian- 
te :  colonne  trionfali  decoravano  la  vasta 
piazza  avanti  al  forte, sul  maschio  del  qua- 
le grandeggiava  irradiato  da  copiose  fa- 
ci lo  stemma  di  Gregorio  XVI  e  il  nome 
a  caratteri  scintillanti,  per  segno  di  esul- 
tanza del  comandante  cav.  de  Gregoriis 
maggiore.  Fu  pure  degna  di  osservazio- 
ne la  luminaria  della  suddescritta  loggia 
e  prospettiva  gotica,  la  cui  luce  ribatte- 
va alle  velriate  dipinte  de'fineslroni  del 
duomo.  A  questa  universale  festiva  dimo- 
strazione si  unirono  due  scelle  orchestre 
ed  una  eletta  schiera  di  cantori,  che  con 
lielearmonie  cantarono  il  mentovalo  limo 
composto  dal  valente  traduttore  e  dotto 
commentatore  dell'odi  di  Pindaro  cav. 
Mezzanotte.  Avendo  il  beatissimo  Padre 
disposto  di  celebrare  la  messa  nella  do- 
menica alla  cattedrale,  questa  e  le  vie  fu- 
rono ridondanti  non  meno  di  perugini, 
che  di  provinciali,  toscani  e  altri  forestie- 
ri, oltre  le  immense  turbe  del  popolo  di 
campagna  per  conoscere  il  supremo  e  tan- 


PER  173 

to  celebrato  Gerarca,  ed  esserne  benedet- 
ti. Accompagnato  dai  cardinali  Malici  e 
Bianchi,  seguilo  dalla  corte  e  preceduto 
dai  magistrali,  Gregorio  XVI  si  recò  al 
duomo  e  sull'altare  maggiore  offri  l'in- 
cruento sagrifizio,  ascollando  quindi  l'al- 
tra messa  detta  dal  suo  caudatario.  Se- 
condo il  suo  pio  desiderio  era  stato  ivi 
collocato  il  santo  anello  pronubo  della 
Beata  Vergine,  apertosi  dal  vescovo  il  ric- 
co e  maestoso  tabernacolo  in  cui  si  con- 
serva l'insigne  reliquia,  il  santo  Padre  la 
venerò,  baciò  ed  ammirò  con  sensi  di  vi- 
va divozione.  Si  recòquindiin  sagrestia, 
ove  permise  benignamente  in  trono  che 
gli  baciassero  il  piede  il  capitolo,  il  clero 
e  altre  qualificate  persone,  ivi  leggendo- 
si due  iscrizioni  proprie  alla  circostan- 
za, poste  a  cura  del  capitolo,  il  quale  ap- 
prestò al  Papa  e  alla  corte  lauta  refezio- 
ne. Lasciò  in  dono  alla  cattedrale  il  pre- 
zioso calice  con  cui  avea  celt;brato,  quin- 
di passando  alla  loggia  corrispondente  al- 
la piazza,  benedì  con  effusione  l'immen- 
so popolo.  Asceso  in  una  carrozza  a  sei 
cavalli  del  magistrato,  e  seguitodalla  cor- 
te con  altre  del  medesimo ,  il  Papa  fra 
l'affollato  riverente  popolo,  si  recò  all'u- 
niversità deglistudi,  ricevuto  dal  vescovo 
cancelliere,  dal  magistrato  municipale,  dal 
pro-rellore  av.  Filippo  Friggeri  (poi  de- 
coralo della  croce  di  commendatore  del- 
l'ordine di  s. Gregorio),  dal  collegio  de'pro- 
fessori  a  pie  della  scala  esteriore  delia  chie- 
sa, in  cui  oròalquanlo.  Enlrò  quindi  nelle 
gallerie  del  scientifico  istituto,  luogo  che 
richiamava  a  memoria  del  Pontefice  un'o- 
pera sua,  ove  la  gratitudine  de'magislra- 
ti  e  professori  non  poteva  essere  dimo- 
strala più  vivamente  ,  che  rammentan- 
dogli come  la  |ierugina  università,  mer- 
cè la  protezione  accordatale  allorquando 
nel  1825,  come  visitatore  apostolico  di 
essa,  ne  impelròda  Leone  Xll  la  conser- 
vazione, onde  a  nuova  vita  risorse,  e  co- 
me a  maggior  prosperità  era  giunta,  do- 
po che  pervenuto  al  pontificio  soglio  l'a- 
vea  esonerata  dalle  annue  gravezze  e  o- 


174  P12P' 

«orata  di  benevola  protezione  :  da  questi 
sentimenti  di  gratitudine  era  dettala  Vi- 
scn'zione,  posta  in  fronte  alla  gran  scala 
che  conduce  alle  gallerie  superiori  e  ai 
gabinetti.  11  Papa  assai  gradi  tali  espres- 
sioni, indi  si  recò  a  visitare  il  gabinetto 
di  storia  naturale,  la  collezione  ornitolo- 
gica e  quella  di  mineralogia  donale  dal 
perugino  doti.  Luigi  Canali,  i  gabinet- 
ti di  anatomia  e  di  fisica,  di  tutto  ragio- 
nando dottamente  e  facendo  voti  perchè 
ri.stitulo  pervenisse  al  più  alto  grado  di 
prosperila.  Nel  gabinetto  archeologico  vi- 
de con  gran  soddisfazione  la  copiosa  quan- 
tità di  etruschi  monumenti  (come  quello 
che  aveane  fondato  un  Museo  in  Vali- 
cano) dal  generoso  cav.  Vermiglioli  pro- 
fessore d'archeologia  raccolti,  ordinali  e 
con  vasta  erudizione  illustrali, cui  fu  lar- 
godi  plausoedi  lode.  S'assìse  quindi  Gre- 
gorio X\I  sul  trono  nella  sala  della  bi- 
blioteca, dove  i  professori  del  liceo  peru- 
gino gli  offrirono  col  suo  slemma  e  no- 
me in  fronte,  l'opera  del  di  lui  celebre 
concittadino  bellunese  Pietro  Valeria- 
iio:  Jnliquitatiirn  Belluneimiiin  sermones 
qiialuor,  in  ach'enlu  optimi  principis,  e- 
sprcssauienle  di  nuovo  pubblicata  in  Pe- 
rugia coi  tipi  del  Santucci  in  questa  av- 
venturosa circostanza.  Questo  bel  tratto 
colpì  il  benigno  animo  del  Papa  e  ne  e- 
sterno  la  più  tenera  compiacenza,  am- 
mettendo con  paterno  affelfo  al  bacio  del 
piede  i  professori,  non  che  il  presidente, 
consiglieri  e  professori  dell'accademia  di 
belle  arti,  a  tulli  volgendo  parole  sapien- 
ti e  amorevoli.  Partito  dall'  università, 
visitò  il  mirabile  tempio  di  s.  Agostino, 
il  monastero  delle  francescane  di  s.  A- 
gnese,  le  cui  monache  insieme  alle  ago- 
stiniane di  s.  Lucia  ivi  pervenute,  ricevè 
al  bacio  del  piede,  come  pure  le  povere 
fanciulle  del  vicino  conservatorio  della 
carità,  mantenute  dalla  compagnia  di  s. 
Girolamo  e  protette  dal  municipio.  Si  re- 
cò ancora  nel  monastero  delle  benedet- 
tine di  s.  Caterina,  in  quello  delle  dome- 
nicane di  s.  Totuuiaso,  indi  si  restituì  al 


PER 
palazzo  apostolico,  benedicendo  per  lut- 
to il  folto  popolo  ossequioso. 

Nelle  ore  pomeridiane  della  stessa  do- 
menica ,  il  Papa  si  condusse  nel  mona- 
stero di  s.  Giuliana  fuori  le  mura,  facen- 
do liete  quelle  cislerciensi_,  alle  quali  e- 
ransi  unite lezitelledel  conservatorio  Be- 
nincasa;  rientrando  in  città  per  Porta  s. 
Carlo,  si  recò  dalle  domenicane  nel  mo- 
nastero della  b.  Colomba,  la  cui  reliquia 
gli  offrirono,  ed  ove  si  erano  portale  le 
cappuccine  di  s.  Maria  delle  orfane  e  le 
zitelle  del  conservatorio  delle  derelitte, 
poiché  tutto  a  tutti  si  compiaceva  esau- 
dirne le  di  vote  brame,  in  ogni  luogo  ri- 
cevendo al  bacio  del  piede  chi  Io  deside- 
rava. Passò  poscia  alla  sontuosa  chiesa 
di  s.  Pietro,  ricevuto  dal  p.  ab.  d.  Vin- 
cenzo Bini  e  da  tutti  i  monaci  cassinesi. 
Ivi  orò,  osservò  poi  le  celebri  pitture,  ed 
ammise  amorevolmente  al  bacio  del  pie- 
de la  religiosa  famiglia  nella  sala  del  mo- 
nasterOj  ov'ern,  oltre  nn  iscrizione  cele- 
brante la  letizia  delle  popolazioni  per  la 
pontifìcia  presenza,  preparala  una  loggia 
chiusa  di  grandi  lastre  di  vetro  e  corri- 
spondente sopra  al  pubblico  passeggio  del 
Frontone,  onde  godere  la  splendida  fe- 
sta notturna  preparata, alla  quale  il  Pon- 
tefice si  scusò  assistere  e  fece  ritorno  alla 
residenza,  ove  ammise  alla  sua  presenza 
molte  distinte  persone.  L' illuminazione 
fu  più  abbondevole  della  precedente,  di- 
stinguendosi le  facciate  di  s.  Maria  del 
Colle  e  di  s.  Ercolano;  quella  del  porti- 
co esterno,  torre  del  campanile  e  altis- 
sima cuspide  di  s.  Pietro ,  la  cui  strada 
presentò  lo  spettacolo  di  deliziosa  e  va- 
riata luminaria  :  nella  piazza  del  Passeg- 
gio s'incendiarono  cento  fuochi,  fra  le  me- 
lodie di  due  orchestre  e  il  cauto  degl'in- 
ni e  di  appositi  cori  in  onore  del  Pon- 
tefice, e  l'elevazione  d'un  globo  areosta- 
tico.  Nel  seguente  lunedì,  dopo  aver  ce- 
lebrato privatamente  la  messa  j  il  Papa 
colla  sua  corte,  con  il  vescovo,  il  delega- 
lo e  il  gonfaloniere,  tra  la  fiecjuenza  del 
popolo  insaziabile  di  appagar  la  sua  di- 


PEPv 

vozione ,  si  recò  al  monastero  di  Monte 
Luce,  ove  ricevuta  la  benedizione  colla 
ss.  Eucaristia,  ne  visitò  le  monache.  Pas- 
sò quindi  al  famigerato  manicomio  di  s. 
Margherita,  come  uno  de'  più  segnalati 
istituti  d'Italia  abeneficiodegriiifelici  u- 
sciti  d'intelIetlo;si  consolò  in  vederne  al- 
cuni che  lo  aveano  quasi  ricuperato  e  le 
diverse  classi  intese  al  lavoro  e  tranquil- 
le; esortò  molti  alla  pazienza,  alla  reli- 
giosa rassegnazione,  ed  a  sperare  iiellecu- 
re  del  zelante  direttore  cav.  Massari,  che 
lodò  in  un  al  benemerito  conte  Ansidei 
(che  dichiarò  commendatore  di  s.  Gre- 
gorio), incoraggiandoli  coi  professori  al 
pietoso  e  sublime  uflizio,  commendando 
altamente  l'ordine  e  la  saggezza  delle  i- 
stituzioni,  come  la  comodità  del  locale, 
ch'erasi  fi  egialo  sulla  porta  maggiore  di 
corrisponden  le  iscrizione ^ m en tre  a  1 1  ra  era 
nella  sala  maggiore,  ove  ammise  al  bacio 
del  piede ,  cioè  sul  piedistallo  del  ponti- 
ficio busto.  In  seguito  il  Pontefice  si  re- 
cò al  collegio  Pio  o  della  Sapienza  nuo- 
va. Fece  orazione  nella  cappella,  ne  am- 
mirò la  bella  architettura  e  il  quadro  di 
Alfani;  indi  asceso  al  gabinetto  fisico-chi- 
mico ed  esplorandone  partitamente  le 
macchine ,  come  profondo  conoscitore 
di  esse,  si  profuse  in  erudito  colloquio  col 
benemerito  prof.  d.  Giuseppe  Colizzi,già 
direttore  del  medesimo,  ciò  che  pur  fece 
nel  gabinettodi  mineralogia.  Da  qui  pas- 
sò alla  sala  ornata  de'saggi  de'giovani  stu- 
denti nellescuoledi  trigonometria,  di  geo- 
desia, di  architettura,  di  prospettiva,  di 
paesaggio  e  di  figura.  Ivi  ricevette  corte- 
semente dal  dolt.  Mezzanotte  (poi  deco- 
rato dell'ordine  di  s.  Gregorio)  professo- 
re di  lingua  greca,  un  esemplare  della  3. 
edizione  delle  odi  di  Pindaro,  esprimen- 
done verace  gradimento.  Ivi  finalmente 
die  a  baciare  il  piede  ai  presidi  del  con- 
vitto, ai  professori  ed  alunni,  rivolgendo 
ai  convittori  parole  di  eccitamento  allo 
studio,  e  congratulandosi  coi  primi  per  l'u- 
tile sistema  dell'educazione  intellettuale 
e  morale.  Intanto  l'alunno  marchese  Mo- 


P  E  R  1 7  T 

naldi  presentò  un'epigrafe,  in  cui  ricor- 
dò al  clemente  sovrano, cornea  lui  si  do- 
veva la  gloria  della  ri  pristinazione  del  col- 
legio all'anlica  giurisdizione  de'Iegittimi 
patroni  signori  della  Mercanzia,  che  avea 
impetiata  da  Leone  XII,  e  lo  splendore 
del  convitto.  Nel  dipartirsi,  il  Papa  mi 
vicino  monastero  delle  povere  ,  ammise 
al  bacio  del  piede  le  monache  e  quelle  di 
s.  Paolo  venule  a  questo  oggetto.  Nelle 
ore  pomeridiane  accordò  privata  udien- 
za a  molte  deputazioni  della  città  e  dei 
comuni  della  provincia  e  delle  altre  prò- 
vincie  fìnitime^nonche  parecchie  corpo- 
razioni religiose.  Poscia  ricevette  a  pri- 
vata udienza  il  magistrato  della  città, che 
presentato  dal  prelato  delegato ,  potè 
un'altra  volta  attestargli  sinceri  sentimenti 
di  riverente  ossequio,  di  fedele  sudditan- 
za e  d'indelebile  gratitudine  per  quanto 
avea  fatto  alla  città,  onorata  di  sua  di- 
mora, visitandone  gl'isliluli,  animandone 
i  reggitori  e  benedicendo  il  popolo.  Fu 
allora  che  Io  stesso  magistrato  umiliò  a 
Gregorio  XVI  un  nobile  astuccio  con  me- 
daglie d'oro  e  d'argento,  coniate  espres- 
samente persi  felice  avventura, eda  per- 
petuo monuraenlo  durevole  di  loro  gra- 
titudine. L'offerta  fu  accolta  con  dolci  e 
benigne  parole  di  viva  soddisfazione,  co- 
me solenne  testimonianza  di  osservat\za 
e  divozione.  11  generoso  magistrato  di- 
spensò poi  medaglie  d'argento  edi  bron- 
zo a  tutti  gì'  individui  della  corte  ponti- 
ficia, i  cui  conii  incise  in  brevissimo  tem- 
po il  perugino  Filippo  Martelli,  lldritfo 
della  medaglia  ha  1'  effigie  del  Papa  in 
mozzetta  e  stola,  con  l'iscrizioneintorno: 
Gregorius  XFl  Pont.  Max.  A.  XI.  Nel 
rovescio  verso  l'orlo  è  l'epigrafe:  Consi- 
liarii  Et  IX  Viri  In  Advenlu  Sac.  Prin- 
cipis  lìWCCCXLI.Edìu  mezzo  fra  due 
rami  di  fruttifero  olivo  si  legge  :  Sah'o 
Principe  IV.  Perusia  Felix.  Dipoi  il  san- 
to Padre  ricevè  altàbilmenle  fino  a  qual- 
che ora  della  notte  molto  numero  di  pa- 
trizi, dame  e  chiunque  lo  avesse  deside- 
ralo, mentre  nella  città  si  ripetevano  le 


176  PER 

luminarie.  Solo  la  pioggia  caduta  impe- 
dì l'incendio  de'fuochi  ai  tifìciali  disposti 
a  spese  delle  con  fra  terni  le  de'nobili  sulla 
piazza  del  forte  Paolino.  Nella  mattina 
del  successivo  giorno  martedì  28  settem- 
bre, ilPapa,  celebrato  privatamenteildi- 
■viu  sagrifìzio,  ed  accolto  con  singolara- 
ruore  e  stima  il  gonfaloniere  della  città 
(che  mai  si  discostò  dal  suo  fianco  nel  sog- 
giorno in  Perugia  e  meritamente  venne 
insignito  del  cospicuo  ordine  di  Cristo), 
ì  magistrati  dell'ordine  giudiziario  ed  il 
vescovo,  al  quale  abbracciandolo  com- 
mise di  compartire  al  suo  popolo  e  con 
solenne  rito  la  pontificia  benedizione,  si 
dispose  a  partire.  Nella  sua  dimora  fece 
alcune  grazie,  dispensò  donativi,  meda- 
glie e  divozionali,  massime  ai  patrizi  che 
nel  palazzo  aveano  gentilmente  assistilo 
la  corte  pontifìcia,  ai  deputati  a  prepa- 
rare l'alloggio  pontifìcio,  agli  anziani  del 
municipio,  a  que'  distinti  giovani  che  a- 
\eano  tratta  a  mano  la  carrozza;  fìnal- 
mente  compartì  beuefìcenze  ai  poveri  ; 
oltre  le  nominate  equestri  decorazioni 
conferite,  di  altre  avendone  insignito  in 
diversi  tempi  qualche  altro  perugino,  co- 
me Vermiglioli  professore  dell'  universi- 
tà. E'  poi  indescrivibile  la  letizia  di  cui 
fu  compreso  l'animo  sensibile  del  Ponte- 
fice pel  complesso  di  tante  dimostrazioni, 
che  nella  sua  eroica  umiltà  sempre  rife- 
riva alla  sublime  sua  rappresentanza. 
Mg.'  Pecci  lo  precedette  al  confine  della 
provincia,  per  tributargli  novello  omag- 
gio, ricevendone  poi  particolari  attesta- 
ti di  sovrana  soddisfazione.  Alla  parten- 
za del  Papa  il  popolo  accorse  in  folla  ac- 
clamandolo, specialmente  a  Porta  s. Car- 
lo, sulla  quale  il  civico  magistrato  rin- 
novò l'attestato  di  filiale  riverenza  dei 
perugini,  e  per  le  Tavernelle  e  Piegare 
giunse  a  Città  della  Pieve,  della  quale  il 
eh.  Antonio Caglioni  di  recenteci  diede: 
Cina  della  Pieve  illustrala  ,  lettere  sto- 
riche, Montefiascone  i845,  ove  sono  no- 
tizie anco  di  Perugia.  Di  questa  scrisse- 
ro inoltre:  Jo.  Baptista  La\xms,De  Peni- 


PER 
già  servala,  msna  Titanophneja,  Peru- 
siae  1611.  Felice  Gialli,  Delle  memorie, 
annali  ed  istorie  delle  cose  di  Perugia, 
distìnte  in  3  partì,  nelle  quali  si  descri- 
ve Perugia  Etnisca,  Romana  ed  augu- 
sta, Perugia  1 636- 1 638,  per  A ngelo  Bar- 
toli.  Perugia  pontifìcia,  senza  luogo  ed 
anno,  rara.  Pompeo  Pellini,  Dell'istoria 
di  Perugia  per  il  corso  d'anni  352  5,  Ve- 
nezia 1 57  2-1 664- 

La  fede  cristiana  si  crede  abbracciata 
in  Perugia  sino  dai  tempi  apostolici.  Sic- 
come anticamente  molto  vi  fiorì  la  reli- 
gione del  gentilesimo,  con  pubblica  scuo- 
la di  sacre  cerimonie,  nella  quale  i  roma- 
ni si  recavano  a  imparare  l'arte  aruspi- 
cina,  così  ebbe  molti  e  magnifici  templi 
sparsi  anche  nel  territorio,  sopra  alcuni 
de'quali  furono  erette  chiese  a!  vero  Dio. 
Vuoisi  che  l'apostolo  dell'Umbria  s.  Bri- 
cio  vi  predicasse  il  vangelo,  indi  propa- 
gato dal  suo  parente  s.ErcoIano.  L' Ughel- 
li,  Italia  sacra  l.  1,  p.  1  1 53 ,  riportando 
la  serie  de'  vescovi  di  Perugia,  registra 
per  I  °  s.  Ercolauo  I  d'Antiochia,  disce- 
polo di  s.  Pietro  e  da  lui  ordinato  nel- 
l'anno 57  :  convertì  al  cristianesimo  un 
gran  numero  di  gentili,  e  fu  martirizza- 
to sotto  Domiziano  verso  l'anno  90.  Que- 
sta sede  vescovile  da  tempo  immemora- 
bile è  immediatamente  soggetta  alias.  Se- 
de. Il  Crispolti  incomincia  la  serie  de'  ve- 
scovi da  s.  Costanzo  di  Perugia  di  nobi- 
lissima famiglia  signora  di  diversi  luoghi, 
dicendo  che  non  si  conoscono  i  prede- 
cessori, mentre  l'Ughelli  dice  che  fu  di- 
scepolo e  successore  di  s.ErcoIano  I, ce- 
lebre per  santità  di  vita  e  decapitato  per 
la  fede  verso  l'anno  i45  o  175.  Indi  s. 
Florenzio  del  2 53  martire  della  persecu- 
zione di  Decio,  succeduto  da  Decenzio  ; 
Giuliano  arcidiacono  del  3o4;  Massimia- 
no fu  al  concilio  romano  del  499  '  ^"  ^^'" 
colano  II  diSoria  o  teutonico,  cugino  di 
s.  Bricio,  secondo  Crispolti,  il  quale  dive- 
nuto metropolitano  l'ordinò  vescovo  di 
Perugia, imperocché  vi  è  discrepanza  degli 
storici  sull'epoca  di  s.  Bricio,  e  sopra  i  due 


PER 
sanli  Ei'colani.  S.  ErcolanoII  l'Ughelli 
Jo  dice  canonico  regolare, lloiilo  nel  534, 
e  che  gli  fu  troncato  il  capo  sotto  Toti- 
)n;  mentre  Crispolti  il  suo  s.  Ercolano  I  Io 
fa  nnartire  nell'anfiteatro  d'ordine  di  Fa- 
J)iano  preside  di  Perugia,  per  non  aver 
sagrificato  agl'idoli,  nel  3o4-  Quindi  Cri- 
spolti pone  Massimiano,  e  s.  Ercolano  II 
il  decapitato  da'goti,  e  che  prima  del  ve- 
scovato avea  professato  la  regola  bene- 
dettina nel  monastero  di  s.  Pietro.  Nel 
55^)  Giovanni  perugino,  di  cui  sono  con- 
cordi i  due  citati  autori,  il  quale  consa- 
grò Papa  Pelagio  1  [V.)  col  vescovo  di 
f'erentino  e  coli'  arciprete  d'  Ostia.  Nel 
5^6  Abenzio,  dopo  il  quale  per  discordia 
del  clero  vacando  la  sede,  Papa  s.  Gre- 
gorio I  esortò  il  popolo  e  clero  perugino 
ad  eleggere  il  vescovo,  che  fu  Venanzio 
nel  5c)o,  o  meglio  nel  5c)'i.  Indi  nel  648 
Lorenzo  che  intervenne  al  concilio  di  s. 
Martino  I;  poi  Beveniate  o Benedetto  che 
sottoscrisse  il  sesto  sinodo  nel  680  ;  s.  A- 
sclepiodoro  patrizio  perugino  del  700,  il 
cui  corpo  fu  trasportato  in  Francia  dal 
Tescovo  di  Metz.  Gaudenzio  o  Audenzio 
del  743;  Epifanio  intervenne  al  concilio 
di  s.  Paolo  I  nel  76 1  ;  Teodorico  a  quello 
di  Eunrenio  II  dell'SsG:  Benedetto  al  ro- 
mano  deir879;  Deobaldo  deir887;  Ro- 
gerio  che  trasferì  il  corpo  di  s.  Ercolano 
li  da  s.  Pietro  fuori  le  mura  in  s.  Ste- 
fano, ed  eresse  la  chiesa  di  s.  Lorenzo  che 
dichiarò  cattedrale,  quale  consagrò  il  suc- 
cessore Onesto  del  965,  concedendo  l'an- 
tica di  s.  Pietro  ai  benedettini.  Giovanni 
del  964  ;  Conone  consagrato  nel  999  da 
Silvestro  II,  che  l'assolse  dalle  imputa- 
zioni dell'abbate  di  s.  Pietro  circa  la  giu- 
risdizione. Nel  io32  i  canonici  e  il  clero 
elessero  Andrea,  che  approvò  Benedet- 
to IX,  al  quale  confessò  non  avere  alcun 
diritto  sul  monastero  di  s.  Pietro ,  indi 
fece  alcune  donazioni  al  capitolo  del- 
la cattedrale,  perchè  si  mantenesse  con 
mensa  separata  dal  vescovo  che  sino  al- 
lora era  stata  comune. 

Leone  già  arciprete  della  cattedrale, 
voi.  ut. 


PER  177 

eugubino  del  1048;  Ottocarionelio5« 
fu  alla  canonizzazione  fatta  da  s.  Leone 
IX;  Goffredo  fiorentino  del  I  0^9,  quin- 
di Pietro;  nel  i  120  Gennaro;  nel  i  127 
Ridolfo  Armanni  o  dalla  Staffa  perugi- 
no, cardinale;  nel  r  i4o  Andrea;  nel  i  14^ 
Giovanni  già  arciprete  dottissimo  ;  nel 
I  1 54  Ridolfo  cui  l' imperatore  Federico 
I  concesse  ampio  privilegio,  approvato  da 
Papa  Alessandro  III.  Nel  i  179  Viviano 
fu  alconciliogeneraledi  LateranoIII.  In- 
nocenzo MI  nel  r2o8  traslatò  da  Furco- 
nio  il  parente  Giovanni  Conti,  imo  di 
quelli  che  promulgò  l'indulgenza  della 
Porziuncula  ;  nel  i23i  Salvo  de' Salvi 
perugino,  chiaro  per  scienza  e  virtù,  con- 
sagrò  la  chiesa  di  s.  Stefano,  dopo  averla 
restaurata,  sotto  l'invocazione  di  s  Do- 
menico, e  la  die  a'  suoi  domenicani;  nel 
1244  Beneaudito  perugino;  nel  1246 
Innocenzo IV ad  istanza  de'canooici  tras- 
feiì  da  Chiusi  Frigerlo  perugino,  che  da 
s.  Domenico  portò  in  cattedrale  il  corpo 
di  s. Ercolano  II, ed  introdusse  in  Peru- 
gia i  francescani,  i  serviti,  gli  agostinia- 
ni, e  sotto  di  lui  il  cardinal  Toledo  edifi- 
cò alle  cisterciensi  il  monastero  di  s.  Giu- 
liana. Nel  1 2  54  Bernardo  Cario,  aumentò 
i  canonici,  ed  impetrò  da  Giovanni  XXI 
la  canonizzazione  di  s.  Bevignate  peru- 
gino; nel  1288  Giovanni  della  Campa- 
gna romano,  sostituito  da  Nicolò  IV  ai 
due  eletti  dal  capitolo  ;  nel  i  290  Bolgaro 
Montemelini  perugino,  eletto  da'  cano- 
nici e  confermato  da  detto  Papa,  ri- 
parò le  chiese  di  s.  Lorenzo  e  s.  Dome- 
nico, ed  introdusse  i  carmelitani,  dotò 
vari  luoghi  sagri  e  contribuì  all'erezione 
dell'ospedale  grande  della  Misericordia  e 
sua  chiesa.  Nel  1 3 1 8  fr.  Francesco  Poggi 
lucchese  domenicano,  eletto  da  Giovan- 
ni XXII  per  la  duplice  elezione  fatta  dal 
discorde  capitolo ,  dalla  Bastia  trasferì 
con  solennità  a  Perugia  il  corpo  del  b. 
Corrado  da  Offida,  istituì  varie  proces- 
sioni e  quella  di  s.  Costanzo.  Gli  successe 
nel  i33r  Ugolino  Gabrielli  eugubino  e 
abbate  di  s.  Pietro,  dottissimo  commeu- 
12 


in8  PER 

ialore  del  gius  canonico;  nel  iSSy  U- 
golinode  Vihii  perugino,  abbate  di  s.  Pie- 
li"0,  di  gran  dotlrinn  ;  nel  i338  France- 
sco Oraziani  perugino,già  arciprete  della 
cattedrale  che  restaurò;  nel  i353  An- 
drea Buontempi  perugino,  poi  cardinale 
e  legato  dell'Umbria  e  della  Marca,  da 
Antcgnola  trasferì  il  braccio  e  il  capo  di 
s.  Ercolano  I  martire  e  vescovo  in  cat- 
tedrale. Nel  1390  vi  fu  traslato  da  Pen- 
ne Agostino  napoletano,  poi  nel  i4o4 
passò  a  Spoleto,  onde  venne  surrogato  O- 
doardo  Michelolli  perugino,  fratello  di 
Biordo,  già  d'Asisi  e  Chiusi  ;  nel  i4i  i 
Antonio  di  Pucci  IMichelotti  perugino, 
abbate  benedettino,  eletto  dal  clero  e  po- 
polo, e  confermalo  da  Gregorio  XII  e 
nel  i4>3  da  Giovanni  XXII I,  che  come 
il  precedente  fu  zelantissimo  della  pace, 
placando  Braccio,e  die  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria Novella  agii  agostiniani. 

Eugenio  IV  fece  vescovo  neli435An' 
drea  Gio.  Baglioni  perugino,  che  ottenne 
da  quel  Papa  sussidio  facoltativo  per  ripa- 
razioni alla  cattedrale  e  suo  perfeziona- 
mento, pel  quale  ofiiì  1000  fiorini,  con- 
coirendovi  il  clero  secolare  e  regolare 
con  1 4oo  :  questo  vescovo  introdusse  nel 
monastero  di  s.  Pietro  i  cassinesi  e  li  so- 
stituì ai  cluniacensi.  Nel  i449  Giacomo 
Vannucci  nobile  di  Cortona  fu  traslalo 
daRimini,  inlimo  famigliare  di  Nicolò  V, 
chiaro  per  dottrina  e  negli  affari,  eresse 
la  cappella  di  s.  Onofrio  in  cattedrale,  ed 
in  questa  pose  il  santo  anello  ;  nel  i47  i 
ricevettespiendidamentein  Perugia  l'im- 
peratore Federico  III,  col  cardinal  Ro- 
vere, poi  Sisto  IV,  il  quale  lo  fece  arci- 
vescovo di  Nicea  ,  quando  nel  1482  ri- 
nunziò la  sede  al  nipoleDionigi  Vannuc- 
ci ottimo  pastore  ;  nel  1491  gli  successe 
Girolamo  Balbano  diLuccasegietariodi 
Alessandro  VI.  Questi  nel  i49^  g''  so- 
stituì Giovanni  Lopez,  poi  cardinale,  on- 
de venne  detto  il  cardinnl  di  Perugia  : 
le  notizie  de'  perugini  cardinali  le  ripor- 
to alle  biografie  loro.  Nel  1498  Alessan- 
dro VI  nominò  Francesco  Gazzella  mae- 


PER 
silo  di  sua  figlia  Lucrezia  Borgia,  morto 
nel  1499  ^  sepolto  con  pompa  in  s.  Ma- 
ria della  Febbre  in  Valicano.  Nel  i5or 
gii  surrogò  Troilo  di  Piidolfo  Baglioni  pe- 
rugino e  arciprete  del  duomo,  ma  ve- 
nuto in  sospetto  a  Cesare  Borgia,  venne 
destituito  in  concistoro,  e  data  la  chiesa 
in  amministrazione  al  cardinal  France- 
sco ^e/»o//«o,  indi  fu  reintegralo  da  Giu- 
lio li.  Questi  nel  1  5o6  vi  trasferì  da  Gub- 
bio il  cardinal  Antonio  Ferreri  legato 
dell'Umbria.  Nel  i5o8  fu  traslato  da  No- 
cera  Matteo  Baldeschi  perugino,  dotto  e 
integro,  pronipote  del  famoso  Baldo.  Nel 
i5o9  Agostino  Spinola,  poi  cardinale, 
sotto  del  quale  Giulio  li  colla  bolla  In 
eminenti, \\  kal.  maiii5i2,  secolarizzò  il 
capitolo  della  cattedrale  composto  di  ca- 
nonici regolari  di  s.  Agostino,  i  quali  dal 
vescovo  Ruggero  vi  erano  stali  trasferiti 
dall^antica  cattedrale,  cui  fece  diversi  or- 
namenti. A  compimento  di  tal  tempio,  il 
comune  nel  i52i  decretò  l'ingente  som- 
ma di  3o, 000  fiorini.  Neil  528  il  cardinale 
con  regresso  cede  la  sede  al  fratello  Carlo, 
che  morto  nel  r  535  riprese  il  cardinale. 
Gii  successe  nel  i  537  il  cardinal  Giacomo 
Simonetta,  CUI  fu  dato  a  coadiutore  il  pa- 
rente Francesco  Bernardino  Simonella 
nobile  milanese,  e  per  sua  morie  neli53c) 
divenne  effettivo,  che  lasciò  alla  catte- 
drale alcuni  argenti  ,  e  alle  derelitte  i 
suoi  mobili.  Giulio  111  nel  i55o  elesse 
il  nipote  Fulvio  delia  Cornia  perugino, 
indi  cardinale  ,  che  ornò  la  calledrale, 
fondò  il  seminario,  introdusse  i  gesuiti, 
e  con  regresso  nel  i  553  cede  il  vescovato 
od  Ippolito  suo  parente  e  concittadino, 
già  come  lui  arciprete  della  cattedrale  ; 
degnissimo  pastore  che  introdusse  le  cap- 
puccine, ed  ai  gesuiti  pose  la  prima  pie- 
tra alla  loro  chiesa  ,  edificò  il  monastero 
della  carità  per  le  povere  donzelle  e  di- 
minuì le  soverchie  pompe  de'  funerali  : 
morto  nel  i562,il  cardinale  riassunto  il 
governo,  procurò  subilo  che  fosse  afiìda- 
to  al  celebre  uditore  di  rota  in  Roma 
Giulio  Gradini  perugino.  Questi  fondò  il 


PER 

nollfi^io  <le' chipiici  col  stJO  nome,  inlro- 
(liisse  i  cnppnccinl,  abbellì  In  cnttedrnle 
e  vi  edificò  la  cappella  dello  Spiiito  san- 
to; rinunziò  dopo  i8  noesi  continuando 
nell'uditorato,  onde  il  cardinal  Cornia 
nel  I  564  riassunse  il  vescovato,  in  cui  o- 
però  fante  salutari  riforme,  aumentò  le 
rendite,  rifece  il  palazzo  del  vescovo  in 
Città  della  Pieve,  la  chiesa  e  il  palazzo  di 
Pieirafitla,  e  fu  largo  con  altre  chiese  e 
la  cattedrale.  Nel  1 574 'assegnata  di  nuo- 
vo la  sede,  ne  fu  provveduto  Francesco 
Tossio  milanese,  già  vescovo  di  Gravina 
e  governatore  di  Perugia:  caritatevole, 
santo  e  sollecito  pastore;  sotto  di  lui  i 
minimi  furono  introdotti,  e  nel  semina- 
rio si  eresse  un  celebre  convitto.  Traslato 
ad  istanza  di  s.  Callo  Borromeo  a  No- 
vara, nel  I  58ogIi  successe  Vincenzo  Er- 
colani  perugino,  dotto  e  santo  domeni- 
cano, traslato  da  Sarno  e  da  Imola  :  re- 
staurò l'episcopio  e  la  cappella,  e  vi  ag- 
giunse stan7e;  pngò  i  debiti  de'  poveri, 
che  dovevano  agli  speziali,  fece  loi'O  re- 
stituire i  pegni,  visse  parcamente,  com- 
pose il  rituale  pel  clero,  introdusse  i  ben» 
fratelli  che  collocò  a  Porla  Eburnea,  la- 
sciò commentari  ad  Aristotile  e  la  li- 
breria al  convento  di  s.  Domenico. 

Nel  I  586  vSisto  V  destinò  vescovo  An- 
lonioMnria  Galli,^n\  cardinale  eperciò 
chiamato  il  cardinal  di  Perugia j  gene- 
roso colla  cattedrale,  la  consagrò  a'5a- 
prile  1587,  '"  ""  all'altare  maggiore 
cui  fece  il  magnifico  tabernacolo  con  ric- 
co padiglione,  e  pel  resto  si  veda  la  bio- 
grafia. Gregorio  XIV  nel  i5c)i,  come 
liporta  Mariotti,e  non  Clemente  Vili, 
come  scrisse  l'Alessi,  fece  vescovo  delia 
pallia  Napolione  Comitoli  uditore  della 
sacra  rota  perugino,  il  quale  fu  padre 
de'poveri  e  modello  de' vescovi  :  celebrò 
sinodi,  edificò  la  sepoltura  per  sé  e  suc- 
cessori, collocò  le  ossa  de'Papi  sepolti  nel- 
la cattedrale,  nel  deposito  ove  sono.  Nel 
1624  •'  cardinal  Cosimo  Torre? piissimo 
pastore,  che  traslato  a  Monreale,  nel  1 63  4 
fu  elelto  il  cardinal  Benedetto  Monaldi 


P  E  Pt  I  7q 

Baldeschì  perugino,  che  cnstllu'ì  suo  vica- 
rio il  fratello  e  arciprete  Orazio,  peratten- 
dere  alla  legazione  di  Bologna  ;  visitò  la 
diocesi,  celebrò  il  sinodo,  ed  al  detto  fra- 
tello, allora  vescovo  di  Gubbio,  nel  i64  > 
rinunziò  la  sede.  Ne  fui-ono successori,  nel 
i658  Marc' Antonio  Oddi  perugino,  vi- 
cegerente di  Roma  e  vescovo  di  Gera- 
poli  ;  nel  1669  Luca  Alberti,  altro  pa- 
trizio perugino;  nel  i  701  Antotiio  Felice 
Marsili  patrizio  bolognese;  nel  171  i  Vi- 
tale de  Bovi  nobile  bolognese  :  con  que- 
sto neirUghelli  si  termina  la  serie  de' ve- 
scovi, e  s'incomincia  nelle  Notizie  di  Eo- 
ma,  colle  quali  la  compirò.  1726 cardi- 
nal Marc'  Antonio  de'  conti  Ansidei  pe- 
rugino. 1780  Francesco  Riccardo  Fer- 
niani  di  Faenza,  benemerito  della  catte- 
drale o  duomo.  1762  Filippo  Amadei 
romano.  1 776  Alessandro  Maria  Odoar- 
di  di  Ascoli  che  contribuì  all'ulteriore  or- 
iiamentodel  duomo,  i  8o5  CarailloCara- 
panelli  di  Matelica,  traslato  da  Atene  m 
partihus  colla  ritenzione  del  titolo  arci- 
vescovile. 1818  Carlo  Filesio  de' mar- 
chesi Cittadini  di  Terni.  Per  sua  morte 
Gregorio XVI  nel  concistoro  de' 19 gen- 
naio 1846  creò  l'attuale  benigno  e  ze- 
lanfevescovo  monsignorGioacchino  Pec- 
ci  di  Carpineto  diocesi  di  Anagni  ,  già 
da  lui  fatto  delegato  di  Perugia,  arcive- 
scovo di  Damiata  in  parlihus  e  nunzio 
apostolico  nel  Belgio.  La  diocesi  si  esten- 
de per  circa  60  miglia,  contenendo  molti 
luoghi.  Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  in 
fiorini  697,  ascendendo  le  rendite  quasi  a 
scudi35oo,  compresoli  legatodell'imrae- 
diato  suo  predecessore,  il  quale  fu  anche 
benemerito  del  Sem  ina  rio. Scrissero  de've- 
scovi  di  Perugia  e  di  altre  notizie  ecclesia- 
stiche, oltre  i  nominati  e  Fulvio  Marioltel- 
li  :  Felice  Ciatti,P<7rrt!^05fO  ìstoricodello- 
rrgine  della  chiesa  Perugina  e  del  primo 
suo  vescovo,  Venezia  r634.  Diario  Peru- 
gino ecclesiastico  e  civile,  per  l'anno  bise- 
stile 1772,  arricchito  di  varie  antiche  e 
recenti  notizie  de' monasteri fonventi .par- 
rocchie, confraternite ,  oratorii  ed  altre 


i8o  PES 

chiexe,  Perugia  per  MaiioReginaldi  r  77  r . 
iVnnìbale  Mariotli  ,  Saggio  di  memorie 
islorìchc  civili  ed  ecclesiastiche  della  cit- 
tà di  Perugia  e  suo  contado  ,  Perugia 
1806,  presso  Carlo  Baduel,  opera  po- 
stuma. 

PESARO  (Pìsaurien).  C\[lìì  con  resi- 
denza vescovile  dellostato  pontificio,  ca- 
poluogo della  parte  marittima  delia  le- 
gazione apostolica  di  Urbino  e  Pesaro, 
cioè  del  distretto  del  suo  nome  e  di  quelli 
di  Fano  e  Sinigaglia,  di  tutti  i  quali  per 
unità  di  argomento  parlerò  a  Ubbiivo,  in 
un  al  contado  di  Pesaro  e  suoi  antichi 
castelli,  ascendendo  i  soli  abitanti  della 
città  a  circa  i3,ooo,  ed  a  più  di  6,000 
quelli  del  territorio  suburbauo.  Vi  risie- 
de il  cardinal  legato  col  segretaiio  gene- 
rale e  la  commissione  amministra  ti  va  pro- 
vinciale, nel  semestre  da  novembre  ad 
aprile  inclusivamente,  nell'  altro  dimo- 
rando in  Urbino,  ed  in  questo  tempo 
la  congregazione  governativa  di  Pesa- 
ro, ora  delle  Marche,  già  presieduta  da 
quel  consigliere  che  il  cardinale  sceglie- 
va per  tale  sua  assenza,  avendo  la  cit- 
tà il  suo  proprio  archivio  di  legazione. 
Pesaro,  Pisaurum,  giace  nella  feconda 
pianura  che  si  estende  dalle  falde  de'col- 
h  Ardizi  sino  al  mare  Adriatico,  ove  il 
Foglia  (cos'i  detto  per  avventura  secon- 
dochè  narra  l'Olivieri  nelle  Mem.  del  por- 
to di  Pesaro),  già  Isaurus,  mette  foce,  e 
alla  destra  sua  sponda,  sopra  un'eminen- 
za, fa  di  sé  leggiadra  appariscenza  per  la 
sua  amena  posizione  eziandio,  lunge  7 
miglia  da  Fano,  1 8  da  Urbino,  e  200  da 
Roma,  essendo  illustre  città  per  ispleu- 
didi  vanti,  non  meno  per  gli  antichi  che 
per  gli  attuali.  11  suolo  nou  ha  più  la 
qualità  palustie  de'tempi  andati,  impe- 
rocché dalla  diligente  coltura  e  prosciu- 
gamento delle  acque  stagnanti  riportò 
notabili  miglioramenti.  Città  bella  e  va- 
ga, popolosa  e  vivace,  munita  e  ben  fab- 
bricata, con  vie  pulite  ampie  e  ben  lastri- 
cate; è  cinta  di  regolari  e  solide  mura, 
alternate  da  torreggianli  bastioni,  essen- 


PES 

do  neir  angolo  orientale  la  forte  citta» 
della,  edificala  nel  i4"4  ^'''^°^*^"'''°  '  ^ 
Giovanni  Sforza.  Di  recente  nel  costruir- 
si la  Porta  di  Fano,  fu  chiamata  Pia, 
dal  nome  del  Papa  che  regna.  La  prin- 
cipale piazza,  posta  quasi  nel  centro,  è 
decorata  nel  mezzo  da  graziosa  e  nobile 
fontana,  non  più  essendovi  la  statua  di 
marmo  di  Urbano  Vili,  tolta  barbara- 
mente dai  repubblicani,  nel  fine  del  se- 
colo passato.  La  fonte,  che  aggiunge  di- 
letto al  luogo,  è  di  forma  oltagona  :  4  ca- 
valli marini,  quasi  in  atto  di  gittarsi  fuo- 
ri del  pelaghettocheivi  fa  l'acqua,  si  po- 
sano co'piè  d'innanzi  e  col  petto  sopra  la 
sponda  del  catino  di  marmo  assai  pre- 
gievole  e  mandano  acqua  ;  4  ti'itoni  bel- 
lissimi sostengono  il  bacino  che  sorge  in 
mezzo  del  vaso  maggiore,  ed  anche  per 
essi  zampilla  l'acqua  scherzosamente  per 
varie  guise,  mentre  una  polla  si  spicca 
dal  bacino  e  sale  alto  nel  mezzo,  e  ricur- 
vata e  quasi  sopra  di  sé  ripiegandosi,  in 
pioggia  discende.  Fra  i  molti  mercati  o 
fiere  che  in  questa  piazza  si  fanno  nel  de- 
corso dell'  anno  ,  popolatissimo  è  quello 
del  sabbato  santo  che  precede  la  Pasqua 
di  risurrezione.  La  mattina  vi  è  gran 
calca  di  gente  e  gran  folla  di  chi  vende 
e  compra,  compresi  gli  abitanti  del  con- 
tado e  de'  vicini  monti.  Ma  al  punto  in 
cui  si  sciolgono  le  campane,  e  per  uso 
immemorabile,  quasi  tutta  la  moltitudi- 
ne de'contadiui  in  silenzio  si  serra  intor- 
no alla  fonte;  tutti  quindi  cercano  esse- 
re i  primi,  essendo  con  mani  levate,  ed 
al  primo  tocco  de'sacri  bronzi  le  tuffano 
nelle  acque,  e  chi  si  asperge  la  faccia,  chi 
gli  occhi,  chi  la  testa  si  lava  ;  e  que'che 
sono  più  distanti,  con  le  mani  alzate  do- 
mandano chealtri  spruzzi  loro  almeno  il 
volto  d'una  stilla,  quasi  che  avessero  la 
virtù  della  probatica  piscina.  Sommini- 
stra in  gran  copia  l'acqua  a  questa  fon- 
tana, come  ad  altre  fontane  diverse,  un 
bell'acquedotto  opera  de'romani. 

In  questa  piazza  sono  ragguardevoli 
palazzi;  quello  del  comune  isolato,  sul- 


PES 
Tangolo  estremo  ha  una  piazzetta,  in  fon- 
do della  quale  si  vede  il  palazzo  de'conti 
3I;iniiani  della  Rovere,  che  tanto  gode- 
rono il  favore  de' duchi  d'Urbino,  dai 
quali  ebbero  la  contea  di  s.  Angelo  in 
Lizzola,  dominio  che  conservarono  fino 
a'noslri  giorni:  il  priore  di  s.  Stefano  con- 
teFederico,avendosposataViolante  Mar- 
linozzi  di  Fano,  divenne  zio  della  princi- 
pessa di  Conti  del  regio  sangue  di  Fran- 
cia e  di  Laura  duchessa  di  Modena,  da 
cui  nacque  la  moglie  di  Giacomo  li  re 
d'Inghilterra.  Da  un  fianco  della  piazza, 
a  destra  di  chi  viene  dalla  strada  Emi- 
lia, trovasi  l'antico  palazzo  della  signoria 

0  ducale  0  de' signori  di  Pesaro,  ora  a- 
poslolico  e  legalizia  residenza  del  cardi- 
nale. Fronteggia  da  un  lato  con  impo- 
iienle  prospetto,  al  quale  tulle  rispon- 
dono le  interne  parti,  e  al  di  là  dell'am- 
[)io  cortile  sono  le  prigioni,  al  migliora- 
mento delle  quali  applicò  le  sue  cure  il 
delegato  Pandolfì,  poi  cardinale.  Questo 
edilizio  ha  innanzi  un  magnifico  e  spa- 
zioso portico  di  5  archi,  i  quali  sosten- 
gono la  nobilissima  facciata,  la  quale  ai 
carattere  dellaichitettura,  non  greca  né 
romana,  ma  italiana,  mostra  la  potenza  e 
splendidezza  dell'età  in  cui  fu  costiuito. 
11  p.  Civalli,  presso  il  Colucci,  Antichità 
picene  t.  25,  p.  lyS,  descrivendo  i  pre- 
gi di  Pesaro  e  del  convento  e  chiesa  dei 
conventuali,  narra  come  trovò  il  palaz- 
zo ducale  allo  spirare  del  secolo XVI,  e 
che  nel  i."  claustro  vi  ammirò  la  statua 
di  marmo  e  armata  di  Francesco  Maria 

1  duca  d'Urbino,  eretta  dal  nipote  Fran- 
cesco Maria  II;  che  visitò  la  superba  e 
vasta  libreria,  con  stanze  dorate  e  ben 
dipinte,  rimarcando  tra'preziosi  libri  un 
gran  breviario  tutto  miniato  ;  dopo  i  re- 
gi addobbamenti  del  palazzo,  lo  colpì  l'ar- 
meria d'incredibile  valore,  la  ricchissima 
guardaroba  ;  aggiunge  essere  degne  di 
memoiia,  fra  le  cose  dell'armeria,  la  sel- 
la di  Giulio  II  e  la  corazza  indossata  nel- 
la guerra  della  Mirandola,  due  scimitar- 
re di  Scanderberg ,  la  celata  di  mistur? 


PES  i8i 

d'  Annibale  cartaginese,  alcune  cose  di 
Selini  II,  molte  armerie  di  Francesco  Ma- 
ria I,  i  suoi  bastoni  e  mazze  preziosi  del- 
le guerre  che  comandò,  ed  altii  oggetti 
di  sommo  valore.  Dall'opposta  parte  del 
palazzo  si  leva  quello  fabbricato  dai  Ro- 
vereschi  per  gli  addetti  alla  loro  corte, 
chiamato  Paggeria,  al  presente  proprietà 
di  diverse  persone.  Tra  gli  altii  palazzi 
rimarchevoli  della  città,  oltre  l'episcopio 
aderente  alla  cattedrale,  sono  da  nomi- 
narsi, quello  de'Mazzolari,quellode'raar- 
chesi  Antaldi,  vasto,  ben  disposto,  con 
superbe  scale  :  vi  si  trovano  buone  pit- 
ture e  fra  esse  4  giaucli  quadri  di  m/ 
Rosa  espi i menti  armenti.  Diversi  palaz- 
zi de' particolari  posseggono  riputate  col- 
lezioni di  quadri.  Abbiamo  di  Gio.  An- 
drea Lazzarini  celebre  pittore  pesarese, 
Pitture  di  Pesaro  con  una  dissertazione^ 
Pesaro  1785. 

La  cattedrale,  antico  e  solido  edifizio, 
è  sotto  l'invocazione  della  Beata  Vergi- 
ne Assunta,  ove  sono  belle  pitture,  fra  le 
quali  la  Circoncisione  e  s.  Girolamo  di 
Guido  Reni.  Vi  è  in  gran  venerazione  il 
corpo  del  patrono  s.  Terenzio  di  Panno- 
nia,  martire  sotto  Decio,  in  luogo  emi- 
nenlea  destra  dell'altare  maggiore,  in  se- 
polcro dibel  porfido,  con  la  sua  statua  in 
abito  militare,  non  che  i  corpi  della  b.  Se- 
rafina  Sforza  e  del  b.  Felice  milanese,  i 
quali  erano  prima  nella  chiesa  delle  mo- 
nache di  s.  Chiara  del  Corpus  Domini.  \\ 
capitolo  si  compone  di  due  dignità ,  il 
preposto  e  l'arcidiacono,  di  i3  canonici 
compreso  il  teologo  e  il  penitenziei'e,  di  6 
mansionari,  e  di  altri  preti  e  chierici  pel 
servigio  divino.  La  cura  delle  anime  è  af- 
fidata ad  un  vicario  curato,  nominato  dal 
capitolo  e  approvatodal  vescovo,  gon  fon» 
te  battesimale.  Oltre  la  cattedrale,  nellq 
città  souovi  altre  5 chiese  parrocchiali,  ed 
una  sola  col  battisterio.  Vedasi  Annibale 
Olivieri,  Dell  antico  battisterio  della  chie- 
sa pesarese,  Pesaro  1 777  in  casa  Ga vel- 
li. Le  chiesedi  Pesaro  sono  circa  3o,  tra  le 
quali  osservabili  per  l'architettura  quelle 


i82  PES 

di  s.Gio.  della  Misericordia,  di  s.  Cai  lo,  di 
s.  Francesco,  pur  fregiate,  come  parecchie 
altre,  di  preziose  tavole  e  dipiuti  di  Ba- 
rocci,di  Guido.di  Paolo  Veronese,  di  Laz- 
zariui,  di  SicuoDe  Coutariiii, detto  Simon 
ila  Pesaro.  La  chiesa  yraudiosa  di  s.  Do- 
menico vuoisi  eretta  sul  tempio  di  Gio- 
ve, altri  dicono  che  si  elevi  sulle  rovine 
di  esso  la  cattedrale.  La  bella  chiesa  di  s. 
Ubaldo,  a  lato  del  palazzo  del  comune, 
cui  appartiene  come  edificata  dal  muni- 
cipio, è  di  forma  ottangolare,  innalzata  in 
iscioglimeuto  di  voto  quando  l'ultimo  du- 
ca ebbe  prole,  lauto  a  lungo  bramata  e 
indarno  ottenuta  :  da  ultimo  vi  fu  aggiun- 
to il  portico.  Sul  suolo  esiste  un  monu- 
mento sepolcrale  di  Guid'Ubaldo  II  du- 
ca d'Urbino,  che  vedesi  scolpito  in  cam- 
meo, coU'elligie  incontro  della  moglie.  Il 
Crocefisso  di  legno  nell'altare  maggiore  è 
un  capo  d'opera:  il  s.  Ubaldo  lo  dipinse 
Palma,  e  s.  Terenzio  lo  colori  llondoliuo, 
del  quale  è  il  s.  Agostino  nella  chiesa  del 
Nome  di  Gesù,  Si  ha  di  Antonio  Becci 
(  che  fu  il  vero  autore  della  mentovala 
opera  del  Lazzarini,  il  quale  solo  prepa- 
rò molta  parte  della  materia  ),  Catalogo 
delle  piuure  che  si  conservano  nelle  chie- 
se di  Pesaro,  Wi   1783   in  casa  Gavelli. 
Zaccaria,  in  Excursus  Hit.  s.  Decentii  vc' 
tustissinnnn  templuni.  Han.  OUverii,  et 
Jo.  Bapl.  Passera  laitdes,  opera  ab  illis 
edita,  alia  proinissdj  eoruni  niusea,  ac 
monumenta  j  ali  a  q  uè  incaeleris  ibi  serva- 
ta. In  Pesaro  esistono  9  conventi  e  mo- 
nasteri di  religiosi,  e  2  monasteri  di  mo- 
nache: Pio  Yllall'abbadessadi  quello  di 
s.  Maria  Maddalena  concesse  l'uso  di  por- 
tare la  croce  d'oro  sul  petto,  come  l'ub- 
badessa  di  Fano,  col  breve  Religionis  ze- 
htSjdd  X. "giugno i8o4,-^"^'--^o//J.  Cont. 
t.  12,  p.  170. 

Gli  stabilimenti  benefici  e  d'istruzione 
sono  numerosi.  Vi  sono  aconservatoriidi 
donzelle,  l'orfanotrofio,  l'ospedale, il  mon- 
te di  pietà,  il  seminario  con  alunni  ;  di- 
verse scuole,  come  di  anatomia,  velcri - 
naiia,  diseguo.  Kel  1837  dalla  tipografia 


PES 

Nobili  fu  pubblicato: /ì<.go/a//if/i^/(/e//;;o 
stabilimenlo  di  s.  Salvatore  in  Pesaro.  Al 
vescovo  Monacelli  si  deve  quello  degli  or- 
fani, pel  quale  concorse  la  pietà  de'cilla- 
dini   e  l'annua  prestazione  di  4oo  scudi 
del  comune  ;  come  ancora  la  migliore  i- 
slruzioue  delle  fanciuHeela  riforma  del- 
la casa  dellemaeslrepie,al  cui  reggimen- 
to chiamò  maeslre  daPiouia.  11  cav.  Do- 
menico Mazza,  ultimo  superstite  di  sua 
nobile  e  antica  famiglia  pesarese,  a'nostri 
giorni  fece  erede  del  suo  patrimonio  l'o- 
spizio de'ss.  Domenicoe  Vincenzo  pei  po- 
veri cronici  e  invalidi,  insieme  alla  rino- 
mata sua  collezione  delle  maioliche  an- 
tiche e  di  quadri.  Ma  fra  gli  stubilimeuli 
benefici  si  distingue  il  rinomato  e  fioren- 
te manicomio,  nell'ospizio  di  s.  Benedet- 
to, ove  le  più  diligenti  cure  sono  prodiga- 
le con  caritatevole  filosofica  accortezza, 
per  richiamare  alla  ragione  i   dementi, 
che  la  smarrirono  o  allatto  perderono. 
Presso  l'ampio  Palchetto  de' duchi  flo- 
vereschi  e  gli  orti  Giulii ,  nel  soppresso 
convento  e  chiesa  del  Carmine,  in  luogo 
salubre  e  delizioso, a  vantaggio  principal- 
mente della  provincia,  ne  fu  benemerito 
fondatore  il  delegato  d'Urbino  e  Pesaro 
Benedetto  Cappelletti,  poi  cardinale,  on- 
de ne  prese  il  nome.  Vi  cooperò  il  gonfa- 
loniere conte  Francesco  Cassi  illustre  pe- 
sarese, lodato  volgarizzatore  della  Far- 
saglia  dì  Lucano.  L^altro  pesarese  mar- 
chese Antaldo  Anlaldi,  in  mezzo  a' suoi 
nobili  studi   Catulliani,  ordinò  e  distese 
i  regolameuli  del  pio  luogo,  aperto  a'  5 
febbraio  1828.  Inoltre  ne  furono  muni- 
fici, Leone  XI  l  per  le  molte  singolari  gra- 
zie di  cui  volle  privilegiarlo,  ed  il  cardi- 
nal Giuseppe   Albani  legalo  d'Urbino  e 
Pesaro.  Questi  uou  solo  portò  a  compi- 
mento l'edifizio,  con  opere  dell'eccellen- 
te architetto  cav.  Pompeo  Mancini,  ma 
ne  affidò  la  direzione  al  prof  Domenico 
cav.  Meli,  né  poteva  darla  a  soggetto  più 
degno,  essendo  in  lui  alla  profonda  dot- 
trina congiunta  l'esperienza  e  lo  zelo,  la 
morte  il  generoso  cardmale  laaciò  il  prò- 


PES 

jiiiifjuo  Piiichclto,  come  sua  [nopiielìi, 
allo  stabilimento,  cou  somma  iilililà  cle- 
gl'infelici  mentecatti,  laonde  gli  fu  eret- 
to nell'ospizio  un  marmoreo  busto  di  gra- 
titudine, come  al  cardinal  Cappelletti  e 
a  Leone  XII  sulla  porta  maggiore  del  me- 
desimo era  stata  collocata  uno  bella  iscri'* 
zioue  latina,  scritta  dall'aurea  penna  del 
prof.  Luigi  Crisostomo  cav.  Ferrucci  e  ri- 
portata a  p.  4'  àeWe  Iiiscrip[io/iui/ij  Fa- 
ventiae  i84c)'  Presso  il  dilettevole  passeg- 
gio di  Porla  Urbana  soige  il  celebra  to  Pur- 
tlietto  de'ducbi  d'Urbino, con  nobilissi- 
mo giardino,  che  fu  stanza  a  Dionigi  A- 
lanagi,  a  Bernardo  Tasso  e  al  suo  gran 
fjglio  Torquato  che   due  volle  ricovrò, 
donde  l'Amadigi  fu  ispirato  nelle  sue  poe- 
sìe; e  fu  rallegialo  dai  tanti  dotti  e  arti- 
sii  che  fecero  cospicua  la  corte  de'Piove- 
raschi.  Ivi  i  duchi  Francesco  I  e  Guid'U- 
baldo  II  si  conducevano  a  diporto  coi  Bem- 
bo, coi  Tasso,  coi  Muzii  e  coi  tanti  altri 
sapienti,  che  della  patria  di  Rall'aele  fa- 
cevano allora  1'  Atene  d' Italia.  In  mezzo 
a  quegli  orti  il  famoso  architelto   Giro- 
lamo Genga  edificò  una  casa  con  grazio- 
sa artificiata  rovina,  adornata  dal  pen- 
nello di  Ralfaele  di  Borgo  s.  Sepolcro,  la 
cui  scala  fu  dal  Vasari  giudicata  bella 
quanto  quella  di  Belvedere  in  Vaticano. 
Nel  Parciietto  adunque  si  assegnarono  di- 
stinti passeggi  ai  maniaci  d'ambo  i  sessi. 
Su  questo  luogo  non  solo  è  a  vedei'si  la 
bella  lettera  del  eh.  prof.  Maurizio  Bri- 
gheuli  intorno  a!  Belvedere  di  s.  Bene- 
detto in  Pesaro  jWi  1828;  ma  ancora  del 
conte  Cassi,  Lettera  intorno  l'ospizio  de- 
gli alienali  di  s.  Benedetto  in  Pesaro,  ivi 
18 35;  e  del  cav.  MeW,  Rendiconto  delle 
guarigioni  ottenute  nello  stabilimento  di 
s.  Benedetto  per  gli  alienati  in  Pesaro,  ivi 
1887  ;  non  che  l'importante  descrizione 
del  eh.  prof.  G.  Ignazio  Montanari,  pub- 
blicata aeìV  Jlbuni  XVII,  p.  228. 

Nella  città  vi  sono  3  teatri,  due  de'quali 
privati,  ed  uno  pubblico  di  nuova  e  magni- 
fica costruzione.  Fra  le  dotte  accademie 
ricorderò  l'agraria  istituita  verso  il  i83i, 


PES  i83 

che  ulilmenle  slampa  le  t>ue  esercilazioui. 
lIGaruflì,neir//.rtfc-ca<^/.,  pai  la  delleanti- 
che  accademie  di  Pesaro  ;  cosi  il  Mastui 
Ferretti,  Accad.  d' Europa,  p.  60,  che 
nairacomedopoiliSi  2  vi  fu  aperta  quel- 
la degli  Stravaganti  dai  fratelli  JMaria  e 
Lodovico  Santinelli,  rinnovata  nel  lySo 
incasa  del  conte  A  nnibale  degli  Abati  Oli- 
vieri Giordani  (della  famiglia  di  questo 
benemerito  einfaticabile  letteratOja  van- 
taggio di  sua  patria  Pesaro,  eruditamente 
scrisse  il  Marchesi,  dicendola  originaria 
da  Brescia  e  imparentata  con  case  illu- 
stri, come  la  Sforza).  Gli  accademici  Di' 
sinvolti  pubblicarono  nel  1649  le  loro 
poesie  pel  Gotti.  Laura  Gollifredi  madre 
dell'  Olivieri  e  illustre  poetessa  fondò  iu 
Pesaro  la  colonia  Isaurica  degli  Arcadi. 
Il  presidente  d'Uibino  Laute,  poi  cardi- 
nale, chiamò  alla  corte  l'accademia  eccle- 
siastica fondala  dal  cardinal  Salviati  pre- 
sidente, e  il  cardinal  Stoppani  legato  del- 
la provincia  d'Urbino  ordinò  le  adunan- 
ze ogni  venerdì,  ed  ogni  4-°  venerdì  volle 
che  si  tenesse  l'accademia  teologico-sto- 
rico-dommatica.  Non  mancano  bibliote- 
che, come  l'Olivieri  e  l'Antaldi,  né  anti- 
chità numismatiche  e  lapidarie  e  vesti- 
gia di  antichi  monumenti, come  il  ponte 
del  Metaurod'un  arcoarditissimosu!  Fo- 
glia, costruito  o  da  Flaminio  il  Censore,  o 
da  Augusto  o  da  Traiano  più  verosimil- 
mente; certo  è  che  ciascuno  di  lali  impe- 
ratori ristorò  la  via  Flaminia;  né  si  man- 
ca crederlo  opera  di  Belisario,  il  quale 
fece  fortificare  la  città.  Le  patrie  collezio- 
ni, i  musei  ed  i  marmi  antichi,  con  nobi- 
le gara  furono  nel  secolo  decorso  illustra- 
ti in  perfetta  amicizia  dai  pesaresi  archeo- 
logi Olivieri  e  Gio.  Battista  Passeri  con 
dotte  opere,  per  cui  abbiamo,  di  Anni- 
bale Olivieri  e  della  stamperia Ga velli  in 
Pesaro:  Di  alcune  antichità  cristiane  con- 
servatein  Pesaro  nel  museo  Olivieri.  Glos- 
sae  nuirginales  ad  lucernas  musaci  Pas- 
scrii  colleclae  an.  d.  lySg,  Bononiae 
I  740.  Di  alcune  antichità  cristiane j  ec, 
continuazioae  delle  piecedenli.  Marmo- 


i84  PES 

va  Pisaurensia  nolis  illustrala.  Dellafon- 
dazione  di  Pesaro  dissertazione,  si  ag- 
giunge una  lettera  sopra  le  medaglie  gre- 
che di  Pesaro,  le  piìi  antiche  romane  ed 
altre  d'Italia.  Il  Tirabosclii  avvede  che 
l'origine  di  Pesaro  assegnata  dall'Olivie- 
ri, di  cui  6i  gloriava  il  i.°  autore,  fu  a- 
vanli  ideata  dall'  altro  celebre  pesarese, 
gran  legista  e  filosofo,  Tommaso  Diplo- 
Tatazio,  come  rilevasi  da  una  sua  Cro- 
naca antica  di  Pesaro,  che  giunge  fino 
9!  1 356  e  scritta  tra  il  1499  e  '^t»4Nel 
I.  8  dtìì'yénC.  picene  è  una  lettera  di  Co- 
lucci,  sulla  scoperta  d'una  lapide,  nonché 
la  dissertazione  suH'aulica  città  di  Piti- 
no  pisaurense.  Come  Pisauroo  Isauro  si 
disse  anticamente  il  Foglia,  esso  die  il  no- 
me alla  città  di  Pesaro  e  il  cognome  a 
quella  di  Pitino  pisaurense^  ed  il  Co- 
lucci  osserva  che  se  il  fiume  fosse  stato 
detto  Isauro,  sarebbe  stata  cosi  chiamata 
la  prima,  ed  Isaurense  l'aggiunto  del- 
la seconda.  L' iscrizione  dichiara  1'  esi- 
stenza di  Pitino  e  celebra  Abeiena  Bai- 
bina  flaminica  o  sacerdotessa  in  Pesaro, 
patrona  del  municipio  de'pitinesi  pisau- 
ren&i.  La  plebe  di  Pesaro  pei  di  lei  me- 
liti e  per  quelli  di  Pelino  Apro  suo  con- 
sorte, le  eressero  una  statua  con  base  e 
la  detta  iscrizione,  illustrata  dall'Olivie- 
ri. Con  questi  non  conviene  Colucci, che 
Pitino  Pisaurense  fosse  forse  presso  Sas- 
socorbaro,  comune  di  Macerala  Feltria, 
distretto  d'  Urbino(come  dico  a  quell'arti- 
colo descrivendola  legazione),  ivi  esseudq 
stato  piuttosto  Pitino  tergente  che  ven- 
ne confuso  col  Pisaurense,  \\  quale  surse 
nelle  vicinanze  e  sulle  sponde  del  Pisau- 
ro.  Il  p.  Brandimarte  parla  dei  due  Pi- 
tini,  PicenoAnnonario  p.95,  e  crede  che  il 
Pisaurense  fosse  presso  Macerata  Feltria, 
ed  il  Mergente  nel  luogo  di  Urbino  Me- 
taurense.  F.  Pitino,  sede  vescovile. 

Da  tempi  antichissimi  ebbe  Pesaro  la 
zecca,  poiché  si  trovano  monete  coniate 
prima  assai  di  quelle  dei  Malatesta  che  ne 
furono  signori,  quindi  degli  Sforza  e  Ro- 
dere che  lorosuccesiiero.  11  Muratori,  Dis- 


PES 

seri,  t,  I,  diss.  27,  riporta  io  monete  pe- 
saresi degli  Sforzeschi,  e  la  1  .^  di  Alessan- 
dro, Dominus  Pisaurì  \  ^5^;a\\.veco\\'  \va- 
magine  della  Beata  Vergine  o  di  s.  Te- 
renzio protettore.  Il  Reposati,  Della  zec- 
cadi  Gubbio,  t.  2,  in  diversi  luoghi  parla 
di  quella  di  Pesaro  sotto  i  Rovereschi, 
imperocché  allegando  la  testimonianza 
dell'Olivieri,  rifeiisce  :»  Dopo  che  i  prin- 
cipi della  R.overe  ebbero  conseguilo  nel 
i5i3  lo  stato  di  Pesaro,  qui  stabilirono 
la  loro  zecca,  qui  portarono  i  loro  archi- 
vi, qui  ebbero  la  loro  gran  guardaroba, 
la  loro  libreria,  la  loro  armeria,  qui  fab- 
bricarono sontuose  ville  per  loro  dipor- 
to, qui  accrebbero  a  più  doppi  la  corte, 
qui  finalmente  fissarono  la  ordinaria  re- 
sidenza loro  e  del  supremo  loro  tribu- 
nale ,  come  naturalmente  far  dovevano 
principi,  che  non  erano  indifferenti  ai  co- 
jnodi  della  vita  ".  La  zecca  quindi  di  Pe- 
saro fu  quella  da  cui  più  abbondante- 
mente di  qualunque  altra  uscirono  le  mo- 
nete de'duchid' Lrbinojim  perocchèFran- 
cesco  Maria  I  ed  i  suoi  successori  ridus- 
sero le  loro  zecche  in  una  sola,  e  questa 
con  ottimo  consiglio  in  Pesaro,  onde  o- 
norarla  di  tal  preiogativa  per  averla  fis- 
sata per  pili  stabile  loro  residenza,  e  per 
aver  più  soggetto  alla  loro  veduta  un  af- 
fare COSI  importante  per  uno  stalo,  qual 
è  quello  della  moneta,  ma  eglino  ne  vol- 
lero ritrarre  un  eccessivo  profitto.  La  pri- 
ma volla  che  dello  duca  vi  fece  battere 
moneta  fu  nel  1 5x5. Quando  fùinvesti- 
lodelducalo  Lorenzo  de  Medici, anch'es- 
so fece  coniar  monete  in  Pesaro.  Dopo 
la  morie  dell'ultimo  duca  R.overesco,  re- 
slate  sospese  le  zecche  dello  stato  d'  Ur- 
bino, in  un  alia  pesarese,  solamente  in 
Gubbio  si  continuò  sotto  i  Papi  a  batter 
moneta,  ma  di  puro  rame.  Vedasi  il  Beìiì- 
liì,  De  monelis  Pisauri,  nell'opera  Denio- 
netis.  Olivieri,  Della  zecca  di  Pesaro  e 
delle  monete  pesaresi  de' secoli  bassi,  Bo- 
logna 1773.  Lettera  con  cui  s'illustrano 
tre  nuove  monete  degli  Sforza.  La  magi- 
stratura comunale  di  Pesaro  si  formò  iu 


PES 

diversi  modi,  secondo  i  tempi  e  gli  usi 
delle  citlà  italiane  :  ora  si  compone  del 
Gonfaloni  ere  e  ùe^W  altri  magistrali  det- 
ti a  quell'articolo  ed  ai  relativi,  unifor- 
me allealtie  ci  viclie  magistrature  dei  do- 
minii  della  Chiesa.  Sull'amministrazione 
municipale  e  sui  castelli,  nel  secolo  pas- 
salo furono  stampali  degli  opuscoli.  Fio 
VI  col  l)reveC//cj^;«?/;ec/^/,de'2 3 settem- 
bre 1780,  Bull.  Rem.  C0/1M.6,  p.  25 1, 
confermò  la  lettera  di  segreteria  di  slato 
sul  bussolo  de'  magistrali  ;  e  Pio  VII  col 
breve  Patti  na  nostra,  de'  i  7  settembre 
i8o4,  loc.  cit.  1. 1  2,p.  234»  onde  decora- 
re il  magistrato,  concesse  al  1."  gonfalo- 
niere il  rubone  di  seta  neia  e  la  cullana 
d'oro, agli  altri  magistrali  la  slessa  veste, 
ed  il  farsi  precedere  dall'ombrellino  e  dal- 
la mazza  e  da  alcune  guardie  municipali. 
Un  interno  canale  fu  sei  vire  ai  mulini^  a- 
gli  opificii  e  ad  altri  particolari  usi  le  ac- 
que del  Foglia,  che  rientra  poi  nel  suo 
letto.  11  canale  dell'Isauro  vedesi  carico 
di  navigli  da  pesca  e  da  traflìco,  chenon 
solo  esercitano  lungo  la  spiaggia  adria- 
tica occidentale  il  piccolo cabollaggio,  ma 
servono  singolarmente  al  commercio  con 
Venezia  ,  Trieste  e  colle  coste  illiriche; 
quindi  allivissimoèil  commercio  del  gra- 
zioso porto.  Urbano  Vili  ne  concesse  l'i- 
spezione alla  città,  nel  iGgS  fu  istituita 
una  congregazione,  e  Pio  VII  col  breve 
Praeclarae  fidei,  de'4  agosto  1 8  1  4j  loc 
cit.  t.  12,  p.  322,  reintegrò  il  magistra- 
to comunale  della  facoltà  di  eleggere  o- 
gui  anno  per  sulfiagi  segreti  il  capitano 
del  porlo,  il  quale  è  protetto  dq  un  bel 
forte  rotondo  costruito  nell'amministra- 
zione francese.  Del  porto  si  ha  di  Meru- 
la,  Einhleniatuni  quonimdani  calhalo- 
gus  futuri  (novae  ciijusdani  fonnac)  Ur- 
bis Pisauri  portus^  ad  inclyluin  Urbini 
duceni  ejusdtinqae  urbis principem.  Pa- 
la vii  i58o.  Gio.  Francesco  Buonamici, 
Archi  lettura  ddlefabbriche  fatte  sul  por- 
lo di  Pesaro,  Bologna  I  754.  Olivieri,  /1/e- 
niorie  del  porlo  di  Pesaro.  Un  estratto 
è  neir  Effiinieridi  Ictier.  di  Roma  di  la- 


PES 


185 


le  anno,  p.  2  i  2  e  2  kj.  Ne  darò  un  cen- 
no. Come  le  imboccature  de'lìumi  furo- 
no i  primi  naturali  porli  d'un  paese,  co- 
sì viene  riconosciuto  il  principio  di  quel- 
lo diPesaro  dui  siculi,  cheapprodando  a 
quel  lido  furono  i  primi  abitanti  e  fon- 
datori del  luogo  e  del  porto  insieme.  I\e 
presero  particolare  cura  i  romani,  quiu- 
di  trovasi  ne'marmi  pesaresi  un  collegio 
di  navicalari  e  forse  ve  n'  era  anche  di 
fabri  navali.  Si  sospetta  appartenere  al- 
cune antiche  fabbriche  agli  avanzi  d'un 
antico  navale  e  {^  un  faro  j  mentre  il  mu- 
.saico  con  ornati  marinareschi  forse  ap- 
partenne ad  un  tempio  di  Nettuno.  Del 
capitano  del  porto  già  esistente  ne'teinpi 
bassi,  se  ne  parla  nel  mss.  De  porla  Pi- 
.srt/t/e/ij/,  di  Sebastiano  ]Macci,come  di  al- 
tre magistrature;  del  maestro  dello  scalo 
e  ingegnere,  lo  ricordano  le  provisioni  del 
i454)  tosi  di  altri  uHlzi,  come  di  sopra- 
stante alle  burchielle  destinate  al  disc»- 
lico  delle  mercanzie  e  zavorre,  che  per 
rugionedelloropesoe  malagevolezza  del 
porto,  non  potevano  entrareche  allegge- 
rite, essendo  già  in  uso  nello  stesso  por- 
to antico  Piomano,  per  benefizio  delle  na- 
vi che  doveano  entiare  nel  Tevere  ,  il 
Corpus  saburrarioruia  o  corpo  di  fac- 
chini destinati  al  discarico  della  saburra 
o  zavorra  ;  del  depositario  del  porlo  nel 
secolo  XV,  ricevitore  dell'entrate  e  paga- 
tore delle  spese  ;  dell'uflizio  della  sanità 
residente  nel  porto  di  Pesaro,  a  cui  die- 
dero origine  le  frequenti  pestilen7e  dopo 
il  principio  del  secolo  XVI;  de'soprastan- 
ti  al  porto  e  sue  lavorazioni,  incumbeu- 
za  passata  poi  nel  fattore  ducale,  poscia 
nella  congregazione  del  porto.  Sino  dal 
secolo  XllI  fu  imposto  ai  notari  ricorda- 
re ai  testatori  un  qualche  lasci  lo  prò  cun- 
lio  portus,  cui  successero  le  già vezze prò 
aplando porla.  Fu  Uibano  Vili  che  con- 
cesse alla  città  l'ispezione  del  porlo,  on- 
de fu  poi  istituita  nel  i6g5  la  congrega- 
zione accennata,  con  facoltà  d' imporre 
tasse  al  popolo  pel  riattamento  e  conser- 
vazione del  porto.  Questo  ab  antico  fu 


1 8G  P  E  S 

in  Ire  diversi  sili  e  forse  in  un  quarto  an- 
cora ;  prima  il  ponte  sul  Foglia  ne  diede 
];i  direzione,  per  cui  si  determinò  quel  si- 
to, che  sussistette  sino  al  i6i4)  essendo 
l'attuale  opera  del  duca  Francesco  Ma- 
j  ia  li,  ordinata  nel  1612,  ed  eseguita  a 
sue  spese  sotto  la  direzione  del  capitano 
Barignani  e  dell'architetto  Sabbatini  pe- 
saresi. Avendo  soiTerto  gravi  danni  ,  nel 
]  Gqg  ne  fu  commessa  la  riparazione  al 
celebre  Cornelio  Meyer  o!andese;altre  ri- 
parazioni ebbe  pure  ne'posteriori  tempi, 
e  nel  lySo  il  cardinal  Stoppani  fece  in- 
cominciare il  molo,  ed  eresse  quelle  fab- 
briche e  fonte  di  cui  tratta  il  citato  Bo- 
na mi  ci. 

L'  industria  vi  è  assai  animata,  ed  in 
generale  i  popolani  rifuggono  dall'  ozio, 
essendovi  camera  di  commercio  ,  arti  e 
manifatture,  eh' ebbe  nome  di  collegio, 
privilegi  e  statuti  sino  dai  tempi  di  Cle- 
mente VII,  indi  sempre  protetta  dai  Pa- 
pi. Nel  1 53iCiislampa\.o,SiatiUÌ del  col- 
legio mercanti  le  della  cillà  di  Pesaro.  Vi 
si  lavorano  tele  di  canape,  tessuti  in  la- 
na e  in  seta  (benemerito  dell'arte  del  tes- 
sere fu  il  pesarese  Alessio  Didi,  che  lasciò 
un'  opera  stampata  ),  cera-lacca ,  cremor 
di  tartaro  e  vi  fiorisce  la  mercatura.  Le 
sue  fabbriche  di  maioliche  e  terraglie  fi- 
iiesono celebrate  anche  all'estero,  e  sopra 
tutte  si  prcgianoquelle  che  presentano  il 
Cùloredi  bronzo  e  resistono  al  fuoco,  prin- 
cipalmente per  merito  d'arte  quelledipin- 
le,  stoviglie  che  ben  a  ragione  forma  uno 
de'vanti  degl'ingegnosi  pesaresi.  Diverse 
erudite  opere  che  citerò  trattano  dell'e- 
sistenza e  perfezione  dell'arte  ceramica  o 
figulinaria  in  Pesaro,  ne'tempi  remotis- 
simi provata  con  monumenti,  per  la  qua- 
lità e  abbondanza  della  terra  cottile,  ch'è 
in  ogni  luogo  dell'agro  pesarese.  L'arte 
\i  fu  sempre  in  pregio;  vi  fiorì  al  tempo 
degl'imperatori  ed  anche  in  quello  de'go- 
li;  decaduta,  risorse  poi  circa  ili  4oo,  laon- 
de pei  pubblici  lodevoli  provvedimenti 
il  suo  incremento  fu  notabile  nel  i45o  ; 
quindi  pe'successivi  progressi  giunse  a  per- 


PES 

fezione  dopo  il  i5oo,  quando  fu  ritrova- 
ta la  maiolica  fina,  per  lo  che  grande  ne 
fu  il  commercio  che  se  ne  fece,  e  ne  de- 
rivò a  Pesaro  ricchezzee  lodi.  Simili  ma- 
nifatture s'introdussero  altres"i  in  Gubbio, 
Urbino,  Castel  Durante  o  Urbania,  ed  in 
altri  luoghi  della  provincia.  L'eccellenza 
delle  pitture  in  maiolica  di  Pesaro,  per 
le  cure  eziandiodi  Guid'Ubaldo  II,  arri- 
vò ad  un  grado  veramente  singolare,  an- 
che pei  disegni  Raffaeleschi,  per  cui  e  per 
altre  qualità  i  vasi  dipinti  poterono  in 
parte  stare  al  confronto  delle  porcellane 
orientali  e  cinesi.  Giacomo  Lanfranco  pel 
I .°  trovò  il  mododi  porre  l'oro  sulle  ma- 
ioliche, per  lo  che  riportò  onorevole  di- 
ploma dal  mentovato  duca.  Il  carattere 
delle  pitture  per  l'invenzione  de'soggetti 
e  loro  giudiziosa  applicazione,  secondo  l'u- 
so alquale  i  vasi  erano  destinati,  non  po- 
teva essere  più  opportuno  e  lodevole.L''ar- 
te  poi  fatalmente  decadde  verso  il  iSj^, 
ed  al  suo  nuovo  risorgimento  contribuì 
il  cardinal  Stoppani  e  pose  in  esecuzione 
il  successore  cardinal  Merlini.  Due  ope- 
re di  queste  manifatture  ci  diedero  Pas- 
seri ed  Olivieri  (  il  quale  del  Passeri  ci 
diede  le  /l/e//ione,  ed  il  Colucci  nel  t.  8 
delie  Antichità  picene,  la  biografìa  scritta 
da  sé  stesso  e  l'elenco  di  58  sue  opere  ). 
Del  i.°  è  l'Istoria  delle  pitture  in  viaio- 
lica  fatte  in  Pesaro  e  ne' luoghi  circo nvi- 
ciniy  Calogerà  t.  4-  Del  2.°  Delle  figline 
pesaresi  e  di  un  Larario  puerile  trova- 
lo in  Pesaro.  L'encomiato  Montanari,  già 
professore  di  belle  lettere  in  Pesaro ,  vi 
pubblicò:  Lettera  intorno  ad  alcune  ma- 
ioliche dipinte  che  esistono  nella  collezio- 
ne del  cav.  Domenico  Mazza  pesarese. 
Per  sua  cura  la  dotta  opera  del  Passeri, 
con  migliore  ordine  e  dedicala  dalla  ca- 
mera di  commercio  al  cardinal  Luigi  dei 
conti  Ciacchi  patrizio  e  protettore  di  Pe- 
saro, allorché  Gregorio  XVI  l'esaltò  al- 
la porpora,  fu  nel  1 838  riprodotta  in  Pe- 
saro: Istoria  delle  pitture  in  maiolica  fat- 
te in  Pesaro  e  ne  luoghi  circonvicini,  de - 
sanità  da  G.  B.Passerìpesarese.Wi  so- 


DO  bellissimi  versi  e  notizie  sul  coiUiiJo 
e  illusili  pesaresi.  11  Letiemeiito  Auiiesio 
Mobili  coi  suo  genio  ,  sapere  ed  alacrità 
fondò  in  Pesaro  uno  slabilimentolipogra» 
fico,  di  cui  non  era  altro  maggiore  nello 
slato  pontificio  ,  per  cui  si  può  vedere; 
Nuo'^'O  saggio  di  caratteri  e  ^-ignctte  del' 
la  tipografia  di  A.  Nobili  in  Pesaro,  ini- 
presso  ut W agosto  i83i. 

Delizioso  è  il  passeggio  sino  alla  som- 
mila del  bastione  fuori  di  Porta  Urbana, 
ove  il  conte  Cassi ,  all'etluoso  cugino  di 
Giulio  Perlicari ,  verso  la  marina  negli 
ameni  orti  die  cbiamò  GiuUi,  per  l'im- 
niortalilà  del  nome  del  gran  letterato,  gli 
eresse  un  monumento  col  ritratto  dalla 
Faisaglia  :  ivi  un  lungo  ordine  di  can- 
celli Ira  pilastri  elegantemente  murato, 
è  un  poggetto  ombrato  di  fresca  selvet- 
ta,  industriosameule  divisa  da  molli  tor- 
tuosi sentieri,  che  in  picciolo  spazio  fanno 
lungo  il  cammino.  Dell'odierno  dotto  ve- 
scovo di  Pesaro  abbiamo  :  Jn  hortos  Jii- 
lios  ad  Franciscuin  Cassi  v.  e,  Pisauri 
lyp.  Nobili.  Amene  e  ridenti  collinette, 
ultimamente  coltivale,  circondano  Pesa- 
ro, sparse  di  villereccie  case  di  gralissi- 
ino  aspetto.  Deliziose  villeggiature  sul  fa- 
moso Monte  Accio,  ov'  è  tradizione  na- 
scesse Lucio  Accio,  che  fu  il  i°  tragico 
dei  latini,  e  die  il  nome  di  sua  genie  al 
luogo  natale.  Questo  monte  a'  dì  nostri 
La  preso  nome  dalla  chiesa  e  monaste- 
ro di  s.  Bartolo  che  vi  sono  in  cima,  o- 
\e  prima  abitavano,  come  ora,  santi  re- 
ligiosi: se  ne  celebra  fondatore  il  b.  Fran- 
cesco Cicco  pesarese,  fratello  della  b.  Mi- 
chelina, pei  girolamini  del  b.  Pietro  da 
Pisa;  l'Olivieri  chiama  il  ritiro  di  più  an- 
tica fondazione,  nel  Ragionamento  sulla 
patria  della  b.  Michelina  e  del  b.  Cec- 
co. Della  b.  Alichelina  pesarese,  mirrile 
penitente  ,  scrisse  la  vita  fr.  ^Michele  de 
Pardi.  JNella  spianata  e  sul  dorso  slesso 
dei  monte,  Alessandro  Sforza  signore  di 
Pesaro  edificò  un  grandioso  palazzo  e  vi 
lu  messa  la  i.' pietra  dall'imperatore  Fe- 
derico IH,  dal  ffi-iale  tolse  il  uome  d'Ii/t' 


PES  187 

penale  0  Peggio  I/Jipciialcy\i\i\'i  venne  de- 
coralo di  superbe  pitture  e  ornati  ,  con 
[iropinquasonluosa  villa.  Al  palazzo  chia- 
malo i'cct7i/p  fu  aggiunta  magnifica  fab- 
brica, óella palazzo  /iuo\'0, dalla  duches- 
sa Eleonora  Gonzaga,  moglie  di  Fiauce- 
sco  Maria  I,con  maruviglioso disegno  del 
Geiiga.Orala  villa  degli  Sforzeschi  e  Ro- 
vereschi  appartiene  alla  principessa  Ma- 
riella Lilta-Caslelbarco-Albani.  Abbia- 
mo del  cav.  Mancini,  L'iaipetiale  villa 
de  Sforzesclù  e  Rovereschi  a  breve  di' 
ilaiiza  da  Pesaro,  inerno/ia,\?tsavo  1 843. 
Tra  i  molti  casini  è  la  regia  villa  de'Mo- 
sca,  ove  lungamente  albergò  con  grande 
splendidezza  la  principessa  Carlotta  di 
Brunswick  regina  d'Inghilterra  (al  qua- 
le articolo  parlai  di  sue  notizie)  e  molti 
altri  cospicui  personaggi.  Usuo  teri'ilorio 
non  è  mollo  ampio,  ma  fertile  e  delizio- 
so; si  fa  gran  conto  delle  saporite  frulla, 
massinie  i  fichi,  degli  squisiti  erbaggi  e 
degli  eccellenti  formaggi.  Vedasi  l'Olivie- 
li.  Meta,  di  Novillara,  p.  89,  del  terna- 
ne  territoriale  di  Pesaro  ;  ed  il  Passeri, 
Istoria  de' fossili  del  Pesarese  ed  altri  luo- 
ghi vicini. 

Pesaro  fu  sempre  feconda  madre  di 
sublimi  ingegni  e  d' illustri  personaggi, 
che  fiorirono  in  santità  di  vita  ,  dignità 
ecclesiastiche,  nelle  armi,  nelle  arti  e  nel- 
le scienze.  Oltre  i  nominali  e  gli  altri  di 
cui  farò  poi  menzione,  solo  ricorderò  :  i 
cardinali  Francesco  Maria  del /1/o/z^e,  O- 
livierìj  Mosca,  Carandini,  Ciacchi  giù 
Governatore  di  Ronia,po\  legato  aposto- 
lico di  Ferrara.  Tra'  vescovi.  Valenti  sa- 
grista  di  s.  Pio  V,  dotto  agostiniano,  ve- 
scovo di  Sutii  e  rSepi;  Giacomo  Pesaro 
vescovo  di  Pafò,  Alessandro  del  3Ioule 
vescovo  di  Gubbio,  nipote  del  cardinale 
Montani  vescovo  di  Oppido  :  due  n'eb- 
bero gli  Abati  Olivieri  ,  cioè  Francesco 
eletto  di  Rieti  e  vescovo  di  Cai  pentras- 
so,  ed  Agostino  vescovo  di  Targa,  poi  di 
Porfirio,  sagrista  pontifìcio.  Tra' religio- 
si, Eugenio  da  Pesaro  agostiuiano,  ce- 
lebre predicatore  iu  una    quaresima  al 


i88  PES 

concilio  di  Trento; Quiiila valli  e  Rlaiia- 
uo  altri  agosliniaiii  ;  Ciazio  degli  Abali 
Olivieri,  Giuseppe  Maria  Mazzolati  o  Ma- 
riano Parlenio,e Francesco  Aliiiericichia- 
nialo  l'apostolo  delle  Filippine,  gesuiti. 
Tra'giureconsulti,  Simone  de  Pretis,  Mai - 
nus,  Pandolfo  Collennuccio  anche  sloii- 
co,  Buzarello  de  Silveslris,  Antonio  A- 
l)ati,  Almerico  A Imerici, ed  altri.  Tra'poe- 
li,  Petronio  Antigenide,  Guido  Postumo, 
Gio.  Maria  Catani,  Angelo  da  Pesaro,  A- 
goslino  Gobbi,  Antonio  Leonardi,  Ago- 
stino Agostini,  Gio.  Soperchi  oFilonìu- 
so,  Pietro  Bai ignani,  Curzio  Gonzaga:  si 
ha  di  XmaL\.\,Collectiopìsaurfnsisoniiiiutìi 
pocnialurn,  Pisauri  i  7G6  ex  chalcogra- 
phia  Amantina.  Primeggiarono  tra'lelle- 
lati,  il  rrìarchcse Guido  Baldi,  Domenico 
Bona  mi  ni,  Giulio  Gordiani,  Valerio  e  Ati- 
lelio  Supercbi  o  Filomuso, Curzio  Ardizi, 
Antonio  e  Aurelio  Tortora,  Giasone  del 
MiijnOjCan.  G.Andrea  Lazzarini,  Gio.  On- 
dedei,  Domenico  Adalteri  che  dal  greco 
tradusse  Plutarco,  Federico  Comaudini 
celebre  matematico  e  maestro  di  Torqua- 
to Tasso  e  del  figlio  di  Guid'  Ubaldo  If, 
Alessandro  Sforza  signore  di  Pesaro,  Ar- 
dovino Ardovini,  Almerico  Piccolomini, 
A  ndrea  Ciacchi  negli  studi  geologici,  conte 
Francesco Rangoni,  Tiberio  e  Giambatti- 
sta Almerici,  il  quale  chiamaloscrittorein- 
defesso  dall'  indefesso  Olivieri,  lasciò  20 
volumi  di  Memorie  pesaresi  :  inoltre  gli 
Almericiebbero  Annibale  ed  Ettore  poe- 
ta e  cameriere  d'onore  di  Sisto  V.  Tra  i 
medici,  oltre  Andrea  Veronici chirurgo, 
Sante  Arduino,  Camillo  Leonardi  oLu- 
nardi,  ch'ebbe  a  fratello  Gianiacopo  I  con- 
te di  Monlelabate  e  celebre  oratore  di 
Francesco  Maria  1;  AntonioNiu'sino,  An- 
nibale Zucchella  ,  Almerico  Samperoli  , 
Monaldi  e  Angeli ,  la  cui  famiglia  vuoisi 
provenienteda  Costantinopoli,  collealtre 
due  famiglie  imperiali  de' Diplovatazi  e 
Paleologi:  dell'Olivieri  abbiamo,  Memo- 
rie (li  Tommaso  Dìploi>atazio  patrizia 
rostantinopolitano  e  pesarese.  Tra'pitto- 
li,  Anloaio  Martioelli,  Agostioo  CastelUc^ 


PES 

ci,  Antonio  Cecchini:  abbiamo  di  Giusep- 
pe Montani,  Pile  de' pittori  pesaresi  e  di 
tutto  lo  stato d Urbino,  Roma  1704.  Al- 
tri artisti  e  meccanici:  Bartolomeo  Campi 
ingegnere  meccanico,  Girolamo  Zaiichi, 
Almerico  Remoli  Almerici  e  Nicola  Sub- 
Jjatini  architetti;  per  gli  orologi  Pietro 
Grifìl  e  Cristoforo  Agostini  (il  quale  cele- 
brai a  Orologio);  Domenico  da  Pesaro 
rinomato  pei  cembali, ove  pel  i.°aggiun- 
8e  alcuni  organi  da  fiato  e  altri  strumen- 
ti, a'quali  si  dava  il  suono  con  la  mede- 
sima tastiera  e  il  fiato  co'podali.  11  Co- 
lucci  nel  t.  8  delle  Antiehità  pieene  ri- 
porta un  catalogo  d'illustri  pesaresi,  ri- 
cavato dalle  memorie  del  cav.  Domenico 
Bonamini  pesarese,  insieme  alle  loro  no- 
tizie ed  alla  cronologia  della  famiglia  Ac- 
cia pesarese.  Tra  i  viventi  conosciuti  per 
pesaresi  solo  ricorderò  il  celeberrimo  com- 
positore di  musica  cav.  Gioacchino  Ros- 
sini, meraviglia  delle  celesti  armonie  per 
r  ispirato  e  sublime  suo  impareggiabile 
genio.  IMa  l'encomiato  cav.  Ferrucci  a  p. 
45  della  Panopea  italiana,  ad  onore  di 
sua  patria  Lugo,  avverte  che  il  suo  gran 
compatriota  Rossini  nacque  in  Pesaro  da 
padre  lughese  che  per  l'impiego  trovavasi 
in  Pesaro.  Sebbene  non  intenda  far  pa- 
rola degl'  illustri  del  contado,  pei  Cenno 
biografico  intorno  Giovanni  Branca  di 
s.  Angelo  in  Lizzala,  del  cav.  Mancini, 
solo  ripeterò  a  gloria  del  nome  italiano, 
che  venne  celebrato  il  primo  ad  applicare 
utilmente  agli  usi  della  meccanica  il  va- 
pore, autore  di  varie  opere,  valente  ar- 
chitetto e  matematico.  Quanto  alle  no- 
bili famiglie  pesaresi  ne  trattano  Sansa- 
vino,  Marchesi  ed  altri,  come  degl'  illu- 
stri che  vi  fiorirono. 

L'origine  di  Pesaro,  come  di  tutte  le 
città  antiche,  è  contrastata;  si  vuole  città 
degli  umbri  o  de'piceni,  ma  sembia  pro- 
priamente edificata  dai  siculi: altri  la  di- 
cono con  Mileto  edificata  dai  romani.  Giìi 
però  Pesqrp  fiori  va  per  uomini  dotti,  per 
coltura  delle  scienze, per  l'esercizio  di  ar- 
ti e  mestieri,  bejtt^ndovisi  auche  monete, 


PES 

e  tli  f|nellcgreclie  feci  menzione,  e  si  vo- 
glifino  di  getto,  non  di  conio.  11  Colncci 
nel  t.  4  delle  Anlichità  picene,  facendo  un 
estratto  e  rimpasto  di  (jiianto  sul  mede- 
simo argomento  avea  scritto  il  dollissi- 
moOlivieri, tratta  della  fondazione  e  del- 
l'anlicliitìi  di  Pesaro.  Noterò  che  fu  tenu- 
ta favola  il  derivare  l'etimologia  del  no- 
me Pesaro,  dai  pesarvi  l'oro  e  dividerlo 
i  galli  arricchiti  dalle  spoglie  di  Roma, 
quasi  a  pesando  auro.  Piuttosto  ha  prò- 
Inabilità  la  sentenza  di  quelli  che  fanno 
ripetere  il  nome  della  città  dal  fiume  /- 
sauro,  ora  Foglia,  ad  essa  anteriore;  tan- 
to più  che  il  fiume  si  chiamò  prima  Pi' 
sauro,  e  Lucano  lo  disse  Isauro  per  ac- 
comodare il  verso;  Plinio, Siculo  Fiacco 
ed  Aggeno  Urbico  lo  chiamarono  Pisau- 
ro  fluuiìni,  come  rilevò  il  p.  Brandimar- 
te,  Piceno  Annonario  p.  i35.  Le  cam- 
pagne della  Gallia  Senonia  divennero  do- 
minio romano  nel  47  ')in  una  Pesaro  che 
fu  dichiarata  prefettura;  indi  nel  SGq  vi 
dedussero  la  colonia,  184  anni  avanti  l'e- 
ra nostra  ,  facendosi  la  solita  divisione 
del  terreno  Ira' coloni.  L'eseguirono  i 
triumviri  conduttori  della  colonia,  Q.  Fa- 
bio Labeone,  Q.  Fulvio  Fiacco  e  IVI.  Ful- 
•vio  Nobiliore,  personaggi  di  sommo  me- 
rito. E  molto  probabile  che  in  processo 
di  tempo  L.  Siila  vi  facesse  una  deduzio- 
ne militare,  onde  venne  dato  a  Pesaro  il 
cognome  di  Colonia  Giulia  Felice,  ciò 
che  altri  negano.  Catilina  procurò  gua- 
dagnarla al  suo  partito,  che  Cicerone  re- 
presse. Giulio  Cesare  vi  dedusse  un'altra 
colonia  e  per  suo  ordine  prese  il  cogno- 
me di  Giulia  j  fu  militare  onde  assicu- 
rarla al  suo  partito,  onde  fece  parte  del- 
le sue  legioni,  come  ricca  e  per  la  posi- 
zione, e  ciò  dopo  il  famoso  passaggio  del 
Rubicone.  Fu  quindi  governala  da  Pu- 
blio Valinio,  oscuro  demagogo,  che  nel 
bollore  delle  fazioni  seppe  in  mezzo  alle 
concussioni  e  alle  rapine  evitare  il  sup- 
plizio e  pervenire  ne'suoi  ultimi  anni  a- 
gli  onori  consolari,  ed  eziandio  del  trion- 
fo per  la  domala  Illiria.  Uu'allra  deduzio- 


P  E  S  I  Rf) 

ne  fu  fatta  in  Pesaro  da  L.  Antonio  fra- 
tello del  triumviro  M.  Antonio,  dopo  la 
morte  di  Giulio  Cesare,  con  coloni  mili- 
taii  ,  convenendovi  di  malavoglia  Au- 
gusto. Ciò  accadde  per  sventura  di  Pe- 
saro, nell'anno  yiS  di  Roma,  poiché  gli 
abitanti  si  trovarono  costretti  lasciare  le 
proprie  case,  campi  e  sostanze  a  sfrena- 
te masnade  di  soldati.  Augusto  venulo  a 
battaglia. con  M.  Antonio,  lo  vindice  fu 
acclamato  imperatore.  Si  vuole  che  spo- 
gliasse delle  possidenze  i  soldati  del  suo 
competitore,  che  aveano  contribuito  alla 
guerra  ,  e  pare  che  invece  vi  sostituisse 
altra  colonia  a  lui  divota  ^  altri  opinano 
che  Augusto  al  principio  della  guerra  si 
guadagnasse  il  favore  de'  pesaresi,  onde 
non  volle  disgustarli  con  nuova  deduzio- 
ne. Plutarco  narra  che  Pesaro  fu  rove- 
sciata per  un  conquasso  di  terra  e  da  que- 
sta restò  assorbita  ,  dopo  la  deduzione 
di  L.  Antonio;  ciò  viene  rigettalo  da  O- 
livieri  e  da  Colucci  con  buone  ragioni. 
Il  territorio  si  eslese  fin  dentro  Fano,  e 
dal  lato  del  mare  dalla  parte  di  Rimini 
giungeva  fino  al  fiumeTavoUo,  elo  è  an- 
cora. Prova  che  la  famosa  magarimine- 
se  non  die  il  nome  al  Foglia,  e  che  que- 
sto fiume  non  formava  confine  al  terri- 
torio di  Pesaro,  ad  esso  appartenendo 
quello  ove  fu  edificato  il  castello  Callo- 
lica  (ora  legazione  i\\  Forlì,  Z''.),  fabbri- 
cato dagli  uomini  di  Gabicce,  Castel  di 
mezzo  e  Gianarola,  castelli  del  pesarese. 
L'antica  cillàdi  Pesaro  eia  di  figina  (|ua- 
si  quadrata  e  di  piccola  estensione,  divi- 
sa in  quattro  lati,  sussistendo  gli  avanzi 
delle  antiche  mura;  ebbe  il  Campidoglio, 
il  foro,  l'anfiteatro,  i  templi  di  Cerere,  Gio- 
ve, Bacco,  Ercole,  Silvano,  Vittoria,  Bo- 
na, degli  Augusti,  ed  al  li  e  magnifiche  fab- 
briche. Jl  Colucci  ragiona  del  porlo  esi- 
stente ai  tempi  romani,  di  qualche  capa- 
cità pure  ai  legni  da  guerra,  il  di  cui  si- 
to si  mutò  due  volte;  le  fortificazioni  con- 
sistevano in  palate,  torri  ed  altro  ;  vi  fu 
la  chiesa  di  s.  Maria  vcleris,  in  portus  o 
della  scala,  ed  altra  pure  di  s.  Maria  fon- 


190 


PES 


tlatn  nel  i36o  e  tinta  in  cura  al  canml- 
dolesi,  dcmolila  la  quale,  nel  medesimo 
luogo  o  poco  Iiinge  fu  ai  monaci  fabbri- 
cato il  monnsleio  echiesa  di  s.  Malia  de- 
gli Angeli  sussistente,  piesso  l'antico  fa- 
ro del  porto  anteriore,  il  Colucci  citato, 
coll'autorità  dell'Olivieri,  nel  dello  t.  4 
delle  antichità,  traila  delle  anlichìlà  di 
Pesaro  rilevale  dalle  iscrizioni  illusirate. 
Da  queste  si  apprende  che  Pesaro  foi  mò 
la  sua  repubblica  o  università  di  popolo  , 
cioè  comunità,  divisain  treordiui,  decn- 
rionale,  auguslaleo  medio,  ed  il  plebeo: 
J'  ordine  dccurionale  si  chiamò  splendi- 
dissimo, i  cui.dcciuioni erano  onorali  de* 
gli  ornamenti  convenienti  del  davo  e  dei 
calzari  senntoi'ii.  Gli  antichi  pesaresi  fu- 
rono ascritti  alle  tribù  Camilia,  Palati- 
na e  Sabatina  :  nella  guerra  sociale  0  mar- 
sica  Tennero  dichiarati  cittadini  romani, 
fd  ebbero  il  gius  del  suffragio  0  voto  in 
rigore  della  legge  Giulia,  coi  solili  ma- 
gistrati e  ministri  del  culto.  Ebbe  i  collegi 
artistici,  avendo  fiorito  nelle  arti  e  nelle 
scienze,  non  che  gli  onori  di  municipio. 
JNel  dilatarsi  il  romano  impero  nelle 
Provincie  cispadane,  Pesaro  aumentò  la 
sua  rinomanza, governata  dai  pretori  per 
la  repubblica  e  avvantaggiala  dalla  ce- 
lebre via  Flaminia,  che  da  un  capo  al- 
l'altro r  attraversava,  come  al  presente. 
Diviso  l'impero  in  occidentale  e  orienta- 
le, finché  si  resse,  Pesaro  si  tenne  in  pie- 
di vigorosa,  ma  le  diverse  barbariche  in- 
vasioni le  recò  continue  stragi,  saccheg- 
gi e  rovine.  Soggiacque  ai  goli  e  pel  nini 
governo  de'loro  ministri  tumultuò.  11  re 
Vitige  nel  recaisi  nel  538  all'assedio  di 
Roma,  vi  si  fermò  a  dare  alcune  disposi- 
zioni. Intanto  l'imperatore  Giustiniano  I, 
avendo  spedito  in  Italia  Belisario  per  li- 
berarla dai  barbari,  Fano  e  Pesaro  pub- 
blicamente lo  acclamarono.  Allora  Viti- 
ge indispettito  di  non  poter  espugnare 
Roma,  nel  53q  ritornò  addietro  per  sal- 
var la  provincia  del  Piceno  e  la  propria 
capitale  Ravenna.  Questo  ritorno  di  Vi- 
tige fu  la  rovina  completa  delle  due  cit- 


PES 
là;  mentre  giuntovi  Teserei  lo  fu  s^i  gran- 
de il  fiMoie  de' goti  contro  di  esse,  che 
quali  ribelli  le  incendiarono  e  dirocca- 
rono, devastandone  alties'i  il  territorio, 
come  riporta  l'Amiani,  I\Ietìì.  ist.  di  Fa- 
no f.  i,p.  53.  Invece  il  Colucci,  Della  fon- 
dazione di  Pesaro  p.  220,  dice  che  non 
avendo  Vitige  soldati  da  collocare  in  Pe- 
saro ,  sul  bel  principio  della  guerra  rase 
perla  mela  le  murr-glie  della  città,  e  bru- 
ciò le  case  per  timore  ,  come  osserva 
Procopio,  chcoccupale  dai  romani  Pesa- 
ro e  Fano,  non  dassero  a  che  lare  al  go- 
li. Belisario  vinse  e  imprigionò  Vilige,  e 
per  tenersi  in  difesa  contro  i  goti ,  nel 
540  non  solo  ciicondò  di  nuove  mura 
ed  eresse  la  fortezza  in  Fano,  ma  risto- 
rale le  mura  di  Pesaro,  la  fortificò  e  mu- 
nì di  presidio,  restando  sotto  la  protezio- 
ne imperiale.  In  questo  tempo  Irovavan- 
si  in  Pesaro  per  l'imperatore,  Artabano 
eUldac  imno,  con  certa  banda  di  solda- 
ti a  piedi  ed  a  cavallo,  i  quali  chiamati 
dai  fiinesi  in  aiuto  contro  i  franchi  che 
a vea no  assediato  la  loro  città,  subito  mar- 
ciarono contro  il  nemico^  quindi  parte 
ne  uccisero  e  il  resto  fugarono.  Tutta- 
volta  elettore  de'goli  Totila  nel  54 1,  di 
poi  ricuperò  quasi  tutta  l'Italia,  insieme 
a  Fano  e  Pesaro  (anzi  il  Marchesi,  Gal- 
leria dell'onore,  p.  igS,  pretende  che  la 
rovinasse),  indi  prese  e  saccheggiò  Ro- 
ma. Seguirono  frequenti  scorrerie  d'im- 
periali e  di  goli;  Belisario  potè  riconqui- 
stare molte  città, ma  richiamaloin  orien- 
te, i  goli  tornarono  a  soggiogarle  nel  548. 
Ad  istanza  de'romani  Giustiniano  I  man- 
dò in  Italia  con  poderoso  esercito  Narse- 
te,  che  nel  557.  riportò  vittoria  su  Teli- 
la, il  quale  restò  ucciso,  bell'estate  l'ar- 
mata passò  in  Pesaro  e  Fano,  e  tutta  la 
provincia  giurò  fedeltà  all'impero.  Nar- 
sele  battè  anche  Tela  ultimo  re  de'goti, 
che  morendo  wel  553  terminò  il  loro  re- 
gno in  Italia. 

Pesaro  rifioriva,  quando  Narsele  offe- 
so, per  vendetta  chiamò  in  Italia  i  longo- 
bardi con  Alboino  loro  re  nel  (i5'è ,  che 


PES 

in  gran  parie  la  conquistò,  onde  all'impe- 
ratoie  solo  restò  Poma  col  suo  ducato, 
la  Pentapoli  con  altre  città  e  VEsarca- 
(o ,  in  cui  non  furono  comprese  Fano  e 
Pesaro,  al  diredi  Arnioni,  benché  in  qual- 
che tempo  gli  esarchi  vi  estesero  talvol- 
ta il  loro  dominio.  Longino  i." esarca,  ad 
esempio  de' longobardi,  creò  nuovi  ma- 
gistrati delti  duchi,  e  ne  assegnò  anche 
a  Pesaro  e  Fano,  citlàdellaPenlapoli  an- 
nonaria o  Gallia  marittima, cui  era  an- 
nessa porzione  del  Piceno.  JNel  ^72  Al- 
boino s'innoltrò  nella  Flaminia,  ed  arri- 
vato a  Pesaro  e  Fano,  collegatesi  insie- 
me, gli  fecero  tanta  resistenza,  che  non 
riuscì  sottometterle,  e  continuarono  a  di- 
fendersi dai  longobardi.  Dipoi  s.  Grego- 
rio  I  fece  un  trattato  colTEsarcato  per 
cacciare  i  barbari  dall'Italia,  federazione 
in  cui  sembra  entrata  anche  Pesaro,  ove 
allora  risiedevano  ministri  imperiali. Nel- 
l'attentato dell'esarca  Platino  contro  Pa- 
pa s.  Sergio  I,  a  questi  spedi  gran  soccor- 
si l'Esarcato  e  la  Pentapoli,  che  per  la  pri- 
ma volta  e  scopertamente  si  dichiararo- 
no nel  692  difensori  del  romano  Ponte- 
fice, benché  soggetti  all'impero, col  quale 
poi  li  pacificò  Papa  Giovanni  VI.  Per  le 
persecuzioni  dell'imperatore  Leone  l'I- 
saurico  contro  la  religione  e  il  culto  del- 
le sacre  immagini,  l'Esarcato,  il  Piceno, 
la  Pentapoli,  compresa  Pesaro,  acclama- 
rono il  Pontefice  s.  Gregorio  II  nel  727, 
■vero  sostegno  del  caltolicisrao  e  della  co- 
mune salvezza.  Il  Papa  insinuò  a  lutti  di 
difendere  la  fede  cattolica  e  la  chiesa  ro- 
mana, anche  con  le  armi,  scomunicò  Leo- 
ne e  sciolse  i  sudditi  dal  giuramento  di 
fedeltà  e  dai  tributi.  Quindi  Pesaro  e  tut- 
ta la  Pentapoli,  rigettati  i  ministri  impe- 
riali, si  elesse  il  proprio  duca,  benché  col- 
le dette  Provincie  fosse  nella  divozione 
pontificia:  il  ducalo  romano  e  7  cittadel- 
la Campania,  come  minacciate  dai  lon- 
gobardi, spontaneamente  si  dierono  al  Pa- 
pa, donde  ebbe  origine  il  dominio  sovia- 
no  temporale  della  s.  Sede.  La  flotta  im- 
periale giunta  all'alture  di  Pesaro  eFa- 


PES 


'91 


no,  fu  sommersa  da  orribile  tempesta. 
Profittando  i  longobardi  del  cessato  do- 
minio imperiale,  occuparono  l'Esarcato, 
la  Pentapoli  e  Pesaro  nell'autunno.  Ne 
prese  la  difesa  s.  Gregorio  II  con  implo- 
rare il  soccoiso  de'francesi  e  dei  veneti, 
onde  l'Esarcato  e  la  Pentapoli  furono  li- 
berate, ed  il  Papa  nel  728  si  pacificò  coi 
longobardi.  Luitprando  tuttavia  nel  780 
ruppe  il  trattato,  ed  occupò  anche  Pesa- 
ro, usurpandogli  antichi  palrinioiii  della 
romana  chiesa. 

Benché  s.  Gregorio  III  invocasse  l'a- 
iuto di  Francia  ,  la  Pentapoli  alternò  il 
giogo  degli  esarchi  e  de'longobardi,  indi 
coli'Esarcato  nel  j^i  se  ne  sottrasse,  ma 
per  breve  tempo.  Allora  i  deputati  di  det- 
te Provincie,  con  quelli  dell'Emilia  e  del 
Piceno,  nel  743  ricorsero  a  Papa  s.  Zac- 
caria,acciocché  impetrasse  la  pace,al  qua- 
le eflètlo  si  portò  dal  re  Luitprando  ia 
Pavia,  ricevuto  nel  passaggio  ovunque 
come  padre  e  patrono,  e  subito  l'otten- 
ne. Il  successore  Rachis  tornò  all'inva- 
sione e  nel  745  prese  Pesaro,  ove  coll'e- 
sercilo  passò  l' inverno.  Continuando  le 
conquiste,  nel  749  pose  1'  assedio  a  Pe- 
rugia ;  ma  recatosi  prontamente  s.  Zac- 
caria dal  re,  lo  persuase  a  ritornare  in  Pa- 
via e  farsi  monaco.  In  questa  occasione 
l'Esarcato,  la  Pentapoli  e  altre  provin- 
cie,  per  mezzo  de'loro  deputati,  si  con- 
fermarono nell'ubbidienza  al  Papa,  per 
l'antica  protezione  loroaccordata,  giuran- 
do fedeltà  alla  chiesa  romana:  sembra  che 
il  Pontefice,  così  nella  Pentapoli,  come 
nelle  altre  provinole,  in  segno  di  supremo 
dominio,  ad  ogni  città  assegnasse  i  pro- 
pri giudici.  A  Rachis  successe  il  fratello 
Astolfo,  che  di  genio  feroce  incominciò  a 
molestare  la  chiesa  romana  ed  i  suoi  do- 
minii,  senza  riguardo  ai  precedenti  accor- 
di; mosse  guerra  all'Esarcato  ed  alla  Pen- 
tapoli, e  minacciò  Roma  :  Pesaro  e  le  al- 
tre città  della  Pentapoli  caddero  in  suo 
potere.  Collegato  con  l'esarca  Eutichio  il 
re  longobardo,  non  permetteva  di  vivere 
sollo  il  governo  della  Chiesa;  laonde  sol- 


192 


PES 


levatosi  il  popolo  in  Ravenna  ed  appog- 
gialo dagli  abitanti  dell'Esarcatoe  della 
Peiitapoli,  costrinse  alla  fuga  Eulicliioe 
con  esso  terminarono  gli  esarclii.  Papa 
Stefano  li  detto  III,  traversando  la  Pen- 
tapoli,  come  avea  fatto  s. Zaccaria,  fu  co- 
me lui  ricevuto  dagli  abitanti  con  dimo- 
strazioni riverenti  e  festive,  quando  nel 
^53  si  portò  in  Fi  ancia  dal  re  Pipino,  ed 
olteiuie  il  suo  poderoso  patrocinio.  l\e- 
calosi  il  re  in  Italia,  nel  ^55  obbligò  A- 
slolfo  a  restituire  alla  s.  Sede  la  Penla- 
poli,  l'Esarcato  ed  i  patrimoni  suoi,  pri- 
ma con  giuramento  e  poi  colla  forza  del- 
le armi.  Quindi  Pipino  mandò  Fulrado 
abbate  di  s.  Dionisio,  coi  deputati  di  A- 
stollo  in  tutte  leciltà  dell'Esarcato  e  del- 
la Penlapoli,  ricevendone  le  chiavi  coi 
principali  cittadini  e  gli  ostaggi,  ed  in  Ro- 
ma Fulrado  pose  le  chiavi  sull'altare  di 
s.  Pietro.  Da  questo  tempo  i  Papi  in  Pe- 
saro e  nelle  dette  provincie  esercitarono 
il  dominio  assolutodi  principe,  prima  tal- 
volta solo  impedito  dai  longobardi  e  im- 
periali. Pipino  non  donò,  lìia  fece  resti- 
tuire l'usuipato,  con  che  amplificò  e  con- 
fermò la  sovranità  del  Papa,  che  ne  af- 
fidò tosto  il  reggimento  a' suoi  ministri, 
con  litolodi  giudici  e  di  conti.  Per  qual- 
che tempo  la  città  stette  in  pace,  e  sotto 
la  Chiesa  procurò  di  stabilirsi  con  leggi  e 
forma  di  ottimo  governo.  Denchè  il  re  De- 
siderio ottenesse  il  trono  longobardo  a  me- 
diazione di  Stefano  III,  con  riprovevole 
ingratitudine  maliziosamente  fece  solle- 
vare la  Penlapoli  e  l'Esarcato,  non  me- 
no per  occuparli,  che  per  alienare  i  prin- 
cipi francesi  dalla  protezione  "verso  la  s. 
Sede.  Fano  potè  resistere  al  di  lui  assedio  ; 
ma  Pesaro,  fatta  lunga  resistenza,  ven- 
ne superato.  I  longobardi  avanzarono  le 
invasioni ,  facendo  credere  di  ristabilire 
il  dominio  greco,  ciò  che  venne  avvalo- 
rato dall'armata  navale  imperiale,  com- 
parsa nell'Adriatico  nel  maggio  764,  on- 
de s.  Paolo  I  si  vide  costretto  di  ricorrere 
a  Pipino,  ed  agli  stessi  longobardi  a  rin- 
forzar le  città  manltime  in  un  a  Pesaro  e 


PES 
Fano;  quindi  a  consolare  quelle  provin- 
cie costernate,  vi  si  recò  e  passò  in  Ra- 
venna a  trattare  con  Desiderio  per  la  di- 
fesa, contribuendo  così  al  ritiramenlo  in 
oriente  della  flotta.  Continuando  i  lon- 
gobardi ad  aspirare  al  dominio  delle  ter- 
re della  Chiesa  e  di  Roma  stessa,  Deside- 
rio si  mostrò  offeso  di  Papa  Adriano  I,che 
avea  ordinatoallecitlà  premunirsi  di  sol- 
dati e  munizioni, perchè  fossero  pronte  a 
lesistereai  tentativi  de'Iongobardi  :  non 
curando  la  pace  prima  conchiusa  ,  sac- 
cheggiò Pesaro  e  di  nuovo  s'impadronì 
della  Penlapoli,  del  Piceno  e  dell'  Um- 
bria. Disegnava  l'assedio  di  Roma,  quan- 
do fu  obbligato  correre  a  difendere  gli  sta- 
ti cheandavagli  prendendoCarlo  Magno 
venuto  in  soccorso  del  Pontefice  ;  indi 
Carlo  lo  disfece  e  imprigionò,  teroìinan- 
do  nel  773  o  774  il  regno de'Iongobardi. 
Carlo  restituì  ad  Adriano  I  le  ricupe- 
rate terre,  confermandone  il  supremo  do- 
minio, ciò  che  fece  pure  il  figlio  e  altri 
imperatori  :  l'Esarcato  prese  il  nome  di 
Romagna,  la  Penlapoli  ritenne  il  suo  o 
talvolta  fu  chiamala  Marca  Anconitana^ 
dovendo  respingere  molte  volte  le  inva- 
sioni degli  arcivescovi  di  Ravenna  ,  dai 
Papi  investiti  di  quella  città  e  altri  luo- 
ghi dell'Esarcato.  Proseguì  Pesaro  a  go- 
vernarsi col  proprio  conte  eletto  dal  Pon- 
tefice, mentre  in  Fano  incominciarono  le 
fazioni  cittadine, con  la  pretensione  che  lo- 
ro spellasse  la  nomina  del  conte,  a  sug- 
gestione de'discendenti  longobardi.  Ver- 
so il  fine  del  pontificato  di  Adriano  I,  es- 
sendo i  pentapolitani  sudditi  pontifìcii 
protetti  dalla  corte  di  Carlo  Magno,  che 
regnava  in  gran  parte  d*  Italia,  si  solle- 
varono, non  volendo  più  riconoscere  i  giu- 
dici assegnati  loro  dalla  s.  Sede  e  ricusan- 
do di  dar  conto  al  Papa  degli  affari  del- 
le loro  città  :  Fano,  Pesaro  e  altre  città 
promossero  siffatte  pretensioni,  ma  Adria- 
no I  se  ne  lamentò  con  Carlo,  e  si  con- 
venne tra  loro,  che  il  re  non  avrebbe  ri- 
cevuto in  corte  i  sudditi  della  chiesa  sen- 
za le  lettere  pontificie,  ed  il  Papa  non 


PES 
avrebbe  ammesso  nel  suo  stalo  i  fran- 
chi,  i  fiaiicesi  e  altri  suddili  imperiali 
senza  le  lettere  regie.  Neil'  8o4  alcune 
cittadella  PeutapoH  cacciarono  i  loro  giu- 
dici, e  ne  elessero  senza  il  consenso  di  Ro- 
ma :  s.  Leone  IH  commise  la  causa  dei 
pentapolitani  a  Gregorio  suo  cappellano, 
il  quale  convinti  icomplici  della  solleva- 
zione, condanuò  al  supplizio  molli  citta- 
dini rei  del  misfatto,  e  tutta  la  provincia 
iiell'Hoo  si  restituì  all'  ubbidienza  della 
Chiesa.  Nell'irruzione  navale  de'saraceni 
d'Africa,  Pesaro  e  Fano  furono  saccheg- 
giate neir84'^5  6  P^i'  alcun  tempo  infe- 
starono la  provincia,  che  si  difese  brava- 
mente con  learmi.Nelqi  i  le  milizie  pe- 
saresi, unite  ad  altre  penlapolilane,  im- 
pedirono che  gli  ungari  saccheggiassero 
le  città  marittime.  E"  verosimile  che  Pe- 
saro verso  il  980  s' incominciasse  a  go- 
vernare con  nuovi  e  propri  magistra- 
ti. Nel  1046  eletto  Papa  Clemente  li, 
nel  condursi  a  Roma  cousagrò  la  chiesa 
di  s.  Paleruiano  di  Fano,  e  per  Pesaro 
proseguì  il  suo  viaggio.  Nel  1047  intra- 
prese quello  di  Germania  e  nel  ritorno 
a'q  ottobre  1047,  come  narra  Murato- 
ri, y://2/ja//t.  6,  par.  i,an.io47)  morì  nella 
terra  di  s.  Pietio  presso  Pesaro,  nel  mo- 
nastero di  s.  Tommaso  apostolo,  come 
afferma  Ferlone,  Dt  viaggi  de  Papi,  p. 
90:1!  corpo  fu  trasportato  in  Bamberga 
e  ne  parlai  anche  nel  voi.  XXIX,  p.  98. 
Questo  monastero  è  la  celebre  abbazia  di 
s,  Tommaso  in  Foglia  ,  fondalo  dal  ve- 
scovo Alberto  con  magnifica  chiesa:  Cle- 
mente li  gli  donò  alcune  terre  di  diritto 
pontificio,  esistenti  nel  contado  pesarese, 
già  possedute  dai  figli  di  Ungaro,  nipoti 
di  Alberico  conte  forse  di  Pesaro.  Impe- 
rocché questa  città  ebbe  i  suoi  conti  o 
giudici  subordinati  ai  consoli,  che  sotto 
i  greci  eleggeva  il  popolo,  e  sotto  i  Papi 
venivano  nominati  dalla  s.  Sede,  o  alme- 
no ne  riportavano  la  conferma  e  il  diplo- 
ma-, se  ne  legge  la  serie  nell'Olivieri,  che 
illustrò  l'abbazia,  da  cui  dipendevano  di- 
verse chiese  del  pesarese.  Nel  secolo  XII 

VOL.  Lll. 


PES  193 

incominciò  per  Pesaro  la  gloria  delle  sue 
armi,  avendo  abbraccialo  il  partito  guel- 
fo favorevole  al  Papa,  onde  fu  detta  pro- 
pugnacolo della  Chiesa  :  come  ne'secoli 
precedenti,  ebbe  non  poco  a  soffrire  dalle 
truppe  impellali  spesso  accantonate  nella 
città,  specialmente  ne'quartieri  d'inver- 
no. Nel  I  187  vi  passò  l'imperaloie  Lo- 
tario li,  il  quale  soggiornò  nella  detta  ba- 
dia, e  vi  spedi  un  privilegio  per  s.  Ma- 
ria in  Porto  di  Ravenna.  Col  favore  di 
Federico  marchese  della  Marca  e  resi- 
dente in  Fano,  questa  nel  i  i4o  ricupe- 
rò alcuni  castelli ,  che  da  luogo  tempo 
possedeva  Pesaro,  e  pose  termini  ai  con- 
fini del  territorio.  Ciò  fu  causa  di  molte 
dissensioni  e  discordie  civili  tra'fanesi  ed 
i  pesaresi  e  altri  confinanti.  Più  di  tutti  si 
risentì  Pesaro,  che  dolente  del  territorio 
perduto,  si  confederò  con  altre  cittàe  eoa 
le  armi  ne  sostenne  le  pretensioni,  aven- 
done dato  impulso que'del  contado  fane- 
se ,  che  malcontenti  del  governo  eraosi 
soggettali  ai  pesaresi.  Fano  si  sottomise 
ai  veneti  per  averne  aiuto,  onde  perve- 
nuta la  loro  flotta  nel  porto,  obbligaro- 
no i  collegati  a  levare  l'assedio  e  rifare  i 
faoesi  de'  danni  loro  recati.  Nelle  gravi 
differenze  tra  Alessandro  III  e  l'impera- 
tore Federico  l,  a  questi  resistè  bravamen- 
te Pesaro,  finché  come  le  altre  vicine  città 
si  trovò  costretta  assoggettarsi  nel  i  167. 
Osserva  il  Compagnoni,  Reggia  picena 
p.  74,  che  nel  1 188  tra'crociati  di  Pale- 
stina vi  concorsero  anche  i  pesaresi. 

Elevato  nel  1 198  al  pontificato  Inno- 
cenzo III,  neir  intendimento  di  cacciar 
gl'imperiali  dai  dominii  della  Chiesa,  a 
questa  li  ricuperò  insieme  a  Pesaro  e  Fa- 
no e  loro  lerritorii,  come  riporta  Rinal- 
di a  tale  anno  e  l'Amiani,  con  gran  giu- 
bilo degli  abitanti  ritornati  all'immedia- 
ta signoria  della  sede  apostolica,  gover- 
nati dal  cardinal  legato:  questa  bella  pa- 
ce venne  turbata  da  nuove  questioni  ter- 
ritoriali, contrastando  i  fanesi  a  Pesaro 
due  castelli  nel  i  200;  d'altronde  i  pesa- 
resi si  querelavano  che  Fano  comaudas- 
i3 


194  i'ES 

se  a'  suoi  castelli  di  Monte  Baioccio  e 
]\oviIaia.  Però  Imiocenzo  III  commise 
al  cardinal  Ciiizio  Cenci  la  riconciliazio- 
ne delle  parli,  die  segui  nel  i  202:  in  essa 
non  fu  compresa  Pesaro,  cui  i  fanesi  vol- 
lero dichiaiar  guerra.  Il  cardinale  statuì 
che  tolta  ai  consoli  la  suprema  autorità 
si  trasferissenel  podestà,  lasciando  ai  pri- 
mi solo  il  regolamento  economico  del  lo- 
ro pubblico.  jN'el  i2o5  il  legato  impedì 
che  Fano  progredisse  ne'tenlativi  di  oc- 
cupar Pesaro,  ed  a  questa  fece  restituire 
i  due  nominati  castelli.  Narra  il  Mura- 
lori,  nelle  Antich.  Estensi  t.  2,  p.  89  ij 
che  Innocenzo  III  nel  1208  investi  Az- 
zo  VI  marchese  d'Ente  della  Marca  di 
Ancona,  in  cui  si  compi  endevano  Sini- 
gaglia,  Fano,  Pesaro,  Fossombroue,  Ca- 
gli ec,  e  che  col  consenso  d'  Innocenzo 
111.  nel  1210  l'imperatore  Ottone  IV 
CUI)  diploma  allo  slesso  Azzo  e  in  nome 
della  Chiesa  die  in  feudo  la  Marca  d'An- 
cona compreso  Pesaro  :  per  gli  Estensi  si 
può  vedere  Ferrara  e  Modena.  11  JMar- 
obesi  attribuisce  l'infeudazione  di  Pesa- 
vo a  favore  di  Aldobrandino d'Esle,  per 
essere  questi  difensore  delle  rag  oui  del- 
la sede  apostolica  e  perciò  di  parte  guel- 
fa, alla  quale  Innocenzo  III  voleva  così 
conservare  Pesaro.  ÌNel  1229  essendo  i 
pesaresi  in  parte  del  partito  ghibellino, 
seguacedeirimperalore,  abbiamo  dall'A- 
miani  la  narrazione  delle  sollevazioni  ca- 
gionate dcdle  fazioni,  che  dividevano  pu- 
re le  città  circostanti,  e  quali;  e  nel  i235 
Pieposati  dice  con  chi  i  pesaresi  eranocol- 
legati,  ad  onta  della  disapprovazione  di 
Gregorio  IX  in  guerra  con  F^ederico  II. 
Alle  violenze  di  quest'imperatore  e  di 
Manfredi  suo  naturale,  Pesaro  non  potè 
resistere  :  per  1^  anni  la  dominarono,  ed 
accrebbero  fomite  alle  intesline discordie. 
1  pesaresi  tornarono  all'ubbidienza  d'In- 
nocenzo IV,  e  nel  1 254  fecero  parte  del- 
l' esercito  che  quel  Papa  mosse  contro 
Manfredi.  Kel  i2'-7  il  pontifici^^ettore 
della  Marca  ordiuò.con  grave  dispiacere 
Uc'fantbi  e  altri,  che  le  cause  cibili  si  por- 


PES 

tasserò  al  suo  tribunale  in  Macerata  o 
Ancona,  coucedendoad  altra  parte  del- 
la provincia,  ov' era  Pesaro  annoverato, 
il  ricorso  in  grado  d'  appello  al  giudice 
o  vicario  generale  del  rettore,  residente 
a  s.  Lorenzo  in  Campo.  Nella  sede  vacan- 
te per  l'elezione  d'Onorio  IV,  per  le  me- 
ne di  Bertoldo  Orsini,  che  aspirava  al  do- 
minio della  provincia,  nel  1285  si  ribel- 
larono alla  Chiesa  varie  città  e  per  la  i." 
Pesaro^  che  Compagnoni  chiama  pre- 
clarissima  e  nobile,  ne  di  minor  fama 
per  l'arte  militare  de' suoi  soldati,  che 
per  la  perizia  de'giureconsulti  in  ogni  se- 
colo :  pertanto  riferisce,  che  i  cittadini 
ghibellini,  avidi  di  cangiar  stato,  caccia- 
rono dalla  città  i  guelli  e  gli  altri  della 
parte  pontifìcia.  Subito  il  rettore  Gollre- 
do  d'Anagni  si  portò  in  Fano  per  costrin- 
gere i  pesaresi  e  gli  altri  a  ritornare  al- 
l' ubbidienza;  né  ciò  bastando,  appena 
creato  il  Papa,  radunò  milizie  per  for- 
zarli, ma  i  pesaresi  ad  evitarne  le  conse- 
guenze nel  1286  invocarono  perdono. 

Nel  pontificato  di  Nicolò  IV  diversi 
polenti  usurparono  la  signoria  di  alcune 
ciltà  di  Piomagna,  come  IMalatesta  I  da 
Verrucchio  di  Rimini  {V.),  celebre  cam- 
pione di  parie  guelfa,  per  Pesaro,  che 
poi  consegui  nel  1290;  in  tale  epoca  e- 
rano  confederati  i  bolognesi,  fanesi,  sini- 
gagliesi  e  pesaresi.  A  questo  racconto  del- 
l'Amiani  noterò, cheil  Zanetti  nelle  Me- 
morie di  Rimino,  p.  1 98,  afferma  che  Gio- 
vanni il  Zoppo,  figlio  di  Malatesta  I,  fin 
dal  1290  avea  ottenuto  la  podesteria  di 
Pesaro,  onde  pretese  alcuno  che  lo  rice- 
vesse in  feudo  dal  Papa:  cacciatone  da 
Guido  di  Montefeltro,  neli  295  potè  riot- 
teiierne  la  defensoria.  Nel  1296  dell'an- 
tico teatro  o  anfiteatro  i  pesaresi  costrui- 
rono una  fortezza,  che  nominarono  Ten- 
tamento.  Nel  i3oo  Bonifacio  Vili  co- 
mandò al  cardinal  Napoleone  Orsini  di 
portarsi  in  Fano,  e  quale  legato  della 
Marca  prevenire  la  rivolta  de' pesaresi, 
che  trattavano  d'assoggettarsi  ai  Mala- 
testa  :  una  parte  del  coutadofunese  di  qua 


PES 
Jel  Melauro,  unitasi  a  Pesaro  e  Ilimini, 
desiderava' lo  stesso  goveino.  Nel  i3o3 
o  I  3o4  mon  Giovanni  il  Zoppo  d'infeli- 
ce fama,  per  ruccisione  di  sua  moglie 
Francesca  Polenta  e  di  suo  fratello  Pao- 
lo che  l'avea  sedotta:  l' amore  e  la  scia- 
gura Dante  celebrò  con  sublimi  versi.  Al- 
lora i  pesaresi  elessero  podestà  Paiidol- 
fo  J,  fratello  del  defunto  e  perciò  altro  fi- 
glio di  Malatesta  I,  che  sottomise  nel 
1 3o5  Pesaro,  Sinigaglia  e  Fossombrone, 
le  quali  furono  saccheggia  te  nel  i3o6per 
qualche  rimostranza  (atta,  profittando 
che  il  francese  Clemente  V  avea  fissata 
la  sua  sede  iti  Francia:  così  venne  sta- 
bilito Pandolfo  I,  sotto  lo  specioso  tito- 
lo di  podestà,  assoluto  signore  e  tiranno. 
Non  andò  guari  che  ribellatisi  i  pesaresi 
e  sinigagliesi ,  circa  il  i'3oc)  costrinsero 
Pandolfo  I  ad  alibandonar  la  provincia, 
aiutati  dallemilizie  pontificie,  comanda- 
te dal  rettore  Bertrando  de  Got  nipote 
del  Papa  efiancese.  Intanto  colle  in)po- 
sle  e  aspro  governo  i  francesi  disgusta- 
rono lutti,  per  cui  fu  agevole  a  Pandol- 
fo 1  di  ricuperare  Pesaro.  Nel  i332  il 
Papa  Giovanni  XXII,  a  quietar  le  cose 
della  provincia,  da  Avignone  ordinò  la 
convocazione  d'un  generale  parlamento 
in  Faenza,  ove  fu  deleiminato  che  IMa- 
latesta  li  e  Galeotto  de'Malatesti,  figli  di 
Pandolfo  1,  ritenessero  a  nome  della  Chie- 
sa Fossombrone  e  Pesaro.  Nel  i34i  Lo- 
dovico il  Bavaro  imperatore  non  appro- 
vato dalla  s.  Sede,  riconobbe  il  dominio 
di  Pesaro  ne'Malalesta.  Innocenzo  VI  a 
ricuperare  i  domiuii  usurpati  dai  signo- 
rotti, nel  i355  spedì  in  Italia  con  mili- 
zie il  celebre  legato  cardinal  Albornoz, 
che  vinto  e  imprigionato  Galeotto  signor 
di  Pesaro,  questa  città  ricuperò  alla  Chie- 
sa: dipoi  il  cardinale  per  accordi  fatti  lo 
liberò,  e  con  annuo  censo  l'investì  qual 
feudo  di  Pesaro,  dichiarandolo  per  un 
decennio  vicario  per  la  s.  Sede  di  Fano, 
Pviminij  Pesaro  e  Fossombrone,  con  tri- 
buto annuale  di  6,ooo  fiorini  d'oro.  Nel 
1 364  eletto  Galeotto  per  capitano  de'fio- 


PES 


'9 


rentini,  riportò  vittoria  sui  pisani  :  nella 
sua  assenza   lasciò  al  governo  di  Fano, 
Pesaro    e  Fossombrone  il  nipote  Pan- 
dolfo lì  figlio  o  fratello  di  Malatesta  On- 
garo.  Nel  iSys  Galeotto  divenne  signo- 
re di  Rimini,  e  Pandolfo  lì  di  Pesaro  e 
Fossombrone,   e  morto  poco  dopo,  gli 
successe  nel  i373  il  piccolo  figlio  Mala- 
testa  Malatesti  che  governò  per  56  anni. 
Nel  i4i5  Pesaro  fu  assediata  e  pre- 
sa dal  celebre  perugino  Braccio  Forte- 
braccio;  e  nel  1429  al'Malatesta  succes- 
se il  prode  figlio  Carlo,  al  cui  tempo  Pe- 
saro si  sottomise  dopo  il  i432  ad  Euge- 
nio IV,  che  nell'anno  seguente  ne  inve- 
stì lo  stesso  Carlo;  ma  Compagnoni  di- 
ce  che  nel  i43i  il   vicariato  di  Pesaro 
fu  tolto  dal  Papa  ai  Malatesta,  tranne 
Fossombrone  e  Sinigaglia;  aggiungeche 
nel  1433  fu  fatto  castellano  di  sua  roc- 
ca Simone  Compagnoni.  IMorto  Carlo  nel 
1438,  ne  occupò  la  signoria,  come  di 
Fossombrone,  il  suo  figlio  Galeazzo,  ma 
rimase  esposto  agli  attentati  dell'  ambi- 
zioso suo  cugino  Sigismondo  signore  di 
Pvimini,  che  ne  agognava  le  signorie  co- 
me senza  prole.  In  fatti  nel  1 443  gli  mos- 
se guerra  ed  assediò  Pesaro,  divenuto  a- 
siio  de'  suoi  nemici,  essendovi  Federico 
Montefeltre  conte  d'Urbino,  implacabile 
antagonista  dei  Malatesta,  donde  conti- 
nuamente infestava  i  vicini  suoi  stati.  La 
città  ben  munita  e   valorosamente  dife- 
sa, rese  inutili  gli  sforzi  degli  assediaati. 
Sigismondo  si  sfogò  nel  contado  che  ma- 
nouiise,  occupando  Montelabate,  Novi- 
lara  ,  Candelora  ,  Monte  Gaudio  ed  al- 
tri luoghi;  indi  nel  i444s'  fece  la  pace. 
Intanto  Alessandro  Sforza  figliodi  Sfor- 
za il  Grande  e  di  Lucia  da  Torsano,  fra- 
tello naturale  del  celebre  conte  France- 
sco Sforza  poi  duca  di  Milano,  s\  quale 
articolo  parlo  dell'  illustre  famiglia,  in- 
namoratosi perdutamente  di  Costanzafi- 
glia  di  Pier  Gentile  Varani  signore  di 
Camerino  e  di  rara  bellezza,  gli  era  stata 
negata  come  cavaliere  privato  senza  feu- 
do. A  togliere  questo  ostacolo,  e  perchè 


196  PES 

gli  stati  dì  Galeazzo  non  passassero  in 
Sigismondo  Malatesta,  intercedette  per 
lui  il  conte  Federico,  ad  onta  della  con- 
trarietà dei  Malatesta  per  gli  Sforza.  Es- 
sendo Galeazzo  avo  materno  di  Costan- 
za, come  nata  da  Elisabetta  sua  figlia, 
le  assegnò  per  dote  la  metà  di  Pesaro,  ed 
il  conte  Francesco,  allora  signore  di  Ftt' 
tuo,  sborsò  per  l'altra  metà  a  favore  del 
fratello  20,000  fiorini  d'bro,  il  tutto  per 
opera  di  Federico.  JN'è  andò  guari  che 
Galeazzo  vendè  tincora  Fossombrone  per 
13  0  1 3,000  fiorini  d'oro  al  conte  Fe- 
derico, per  cui  quale  aliena tore  di  be- 
ni ecclesiastici  fu  poi  da  Eugenio  IV  sco- 
municato. Così  il  principato  del  ramo 
cadetto  dei  Malatesta  passò  nel  ramo  ca- 
detto degli  Sforza.  Vedasi  oltre  Rimini, 
Olivieri,  Notizie  di  Battista  di  Monte- 
ftltre  moglie  di  Galeazzo  Malatesta  si- 
gnore di  Pesaroj  Orazioni  in  morte  di 
alcuni  signori  di  Pesaro  della  casa  Ma- 
latesta. Queste  orazioni  non  sono  del- 
l'Olivieri, ma  a  lui  se  ne  deve  la  pubbli- 
cazione e  r  illustrazione,  il  che  forma 
un  bel  tratto  di  storia  pesarese,  per  quel 
lem  pò  che  la  città  fu  dominata  dai  Ma- 
latesta. Alessandro  celebrato  dal  Rat- 
i\,  Della  famiglia  Sforza  par.  i  ,  p. 
i44  ^  seg.,  come  di  tuttala  sua  discen- 
denza, di  poco  inferiore  al  fratello  nelle 
imprese  militari  e  vice- marchese  della 
Marca,  onde  Fermo  ebbe  da  lui  molti 
abbellimenti,  nel  i444  sposò  T  amata 
Costanza,  e  nel  marzo  del  seguente  anno 
prese  possesso  di  Pesaro  e  suoi  castelli  ; 
cioè  Novilara ,  Monte  Baroccio,  Monte 
Cicardo,  Genestreto,  s.  Angelo,  Monte  s. 
Maria,  Monte  Gaudio,  Farneto  ,  Mon- 
lelabate,  Montelevecchio ,  Lagabiccie  o 
Gabiccie,  Castel  di  Mezzo  e  Fiorenzola. 
Alessandro  entrò  nella  città  a  cavallo,  e  vi 
fu  accolto  con  plauso  dal  popolo  a  mo- 
do di  trionfo.  Dolentissimo  Sigismondo 
di  tutto  l'avvenuto ,  si  ritirò  dalla  lega 
nel  i44^>  stimolando  il  Papa  Eugenio 
IV,  Alfonso  re  di  Napoli  e  il  duca  di  Mi- 
lano a  muovere  guerra  al  conte  Frau- 


PES 

Cesco,  con  essi  collegandosi  :  tutto  narra 
il  Reposati,  t.  I ,  p.  I  77  e  seg.  In  questa 
guerra  Francesco  perde  la  Marca,  e  do- 
\endosi  Alessandro  con  Pesaro  dare  al 
legato  pontificio  di  Eugenio  IV,  con  prov- 
vido consiglio  pensando  a'  casi  suoi,  nel 
i446  abbandonò  Francesco.  Quietate  le 
cose  dipoi  si  riconciliò  col  fratello  e  riac- 
quistò i  castelli  di  Poggio,  Tomba  e  Mon- 
teluro  nel  contado  di  Pesaro,  colla  forza 
delle  loro  armi.  Nel  i447  ''  Papa  Nico- 
lò V,  non  solo  assolse  il  conte  Federico, 
come  unito  al  conte  Francesco  Sforza  in- 
vasore della  Marca  ,  ma  con  diploma  x 
kal.  augusti,  presso  il  Ratti,  concesse  ad 
Alessandro  Sforza  Altendoli  e  suoi  figli 
il  governo  di  Pesaro,  quale  vicario  tem- 
porale per  la  s.  Sede,  che  avea  senza  il 
consenso  pontifìcio  e  perciò  con  dolo  com- 
prata. Inoltre  Nicolò  V  nello  stesso  anno 
144?  soppiesse  l'abbazia  di  s.  Tomma- 
so in  Foglia,  che  aveva  avuto  1 7  abbati, 
e  la  uni  al  capitolo  della  chiesa  pesarese, 
Alessandro  ottenuta  da  Nicolò  V  la 
investitura  di  Pesaro,  coll'obbligo  di  pa- 
gare nel  giorno  di  s.  Pietro  l'annuo  cen- 
so di  75o  fiorini  d'oro  di  camera,  atte- 
se principalmente  a  ben  governare  i  suoi 
popoli:  grandissima  cura  si  prese  per 
abbellire  notabilmente  la  città  con  ma- 
gnifico palazzo,  cinta  di  mura  a'suoi  bor- 
ghi, e  nel  1452  incominciò  l'ediflzio  del- 
l'/m^er/a /e.  Contribuì  pel  fratello  alla 
conquista  del  ducato  di  Milano,  e  pel 
suo  genio  guerriero  cercò  condotte  d'ar- 
mi presso  vari  principi,  onde  s'  ebbe  il 
ducato  di  Sora  e  sue  appartenenze,  e  la 
carica  di  contestabile  del  regno  di  Na- 
poli. Morta  Costanza  pel  parto  di  Co- 
stanzo, nel  i44^  Alessandro  sposò  Sve- 
va  figlia  di  Guid'Antonio  conte  di  Mon- 
tefeltro  e  di  Caterina  Colonna  nipote  di 
Martino  V,  che  per  la  vita  dissoluta  del 
consorte  e  per  aver  tentato  tre  volle  di 
avvelenarla,  ritiratasi  dal  mondo,  si  chiu- 
se nel  monastero  delle  monache  del  Cor- 
pus Domini,  ove  piese  il  nome  di  Sera- 
iiua,  meritò  gli  onori  dell'aliare  e  il  li- 


PES 
tolo  eli  beata,  ed  è  protellrlce  dì  Pesai'O  : 
G.  B.  Aleggiarli  nel  lyS^  ne  pubblicò  la 
vita.  Del  resto  Alessandro  fu  plaeido,  ge- 
neroso ed  intimo  amico  di  s.  Giacomo 
della  Marca»  Nel  1464  Pio  li  die  ad  A- 
lessandro  Gradara  e  Castelnuovo  colle 
fortezze.  Mon  Alessandro  nel  i/^jS  a'3 
aprile,  lasciando  naturali,  Ercole,  Gine- 
vra ed  Antonia,  avendo  maritata  sua  fi- 
glia Battista  al  conte  Federico  suo  bene- 
ftittore,  che  Sisto  IV  poscia  dichiarò  duca 
d'Urbino  :  fu  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Gio- 
vanni.da  lui  fabbricata,  e  nel  i  785  l'Oli- 
\ieri  nestampòle  7l/i?/;ionecon  appendi' 
ce.  Gli  successe  il  figlio  legittimo  Costanzo 
1,  fornito  di  molto  talento  e  valorosissimo 
capitano.  Il  Garampi,  Osseiv.  stille  mone- 
te p.  I  73,  riferisce  che  Sisto  IV  non  solo 
nel  1474  con  bolla  del  i.°  giugno  lo  con- 
fermò nel  vicariato  di  Pesaro,  che  allora 
possedeva  24  castella,  ma  glielo  estese 
pei  figli  e  nipoti  maschi  legittimi  e  na- 
turali, con  l'annuo  censo  di  7^0  firn-ini 
d'oro  di  camera  ;  che  in  seguito  essendosi 
Costanzo  I  posto  al  soldo  dei  fiorentini  ed 
avendo  guerreggiato  contro  il  Papa  suo 
sovrano  signore,  decadde  dal  vicariato, 
finché  date  a  Sisto  IV  le  convenienti  sod- 
disfazioni, fu  ristabilito  negli  onori  e  di- 
ritti perduti,  con  bolla  de' 26  agosto 
i48r.  Ferdinando  I  re  di  Napoli  lo  adot- 
tò nella  sua  famiglia  d'Aragona,  e  gli  die 
in  moglie  Camilla  Marzana  figlia  di  sua 
sorella,  il  cui  matrimonio  fu  celebrato  in 
Pesaro  nel  147^, con  magnificenza  tale, 
che  fu  lo  stuppre  e  la  meraviglia  di  tut- 
ta Italia:  di  queste  sontuosissime  nozze 
il  Ratti  ricorda  le  relazioni  che  se  ne  fe- 
cero, ed  il  prof.  Montanari  nell'  Album 
an.  IO,  n.°  18  e  19,  pubblicò  la  bella, 
leggiadra  ed  importante  narrazione  sto- 
rica che  ne  fece  Giulio  Perticari,  di  al- 
tre parlandone  a  p.  106  della  citata  Isto- 
ria, come  della  recente  edizione  veneta 
del  i836,  del  eh.  Gamba.  Costanzo  I 
fu  principe  munifico,  coltivò  le  lettere, 
amò  i  sudditi,  ed  eresse  in  Pesaro  a  cu- 
stodia del  porto,  con  disegno  di  Brunel- 


PES  197 

IcscOjla  Rocca  Costanza.  Mori  d'anni  36, 
presso  Montclal)ate,  nel  1 483  a'  1 9  luglio, 
lasciando  due  figli  naturali,  Giovanni  e 
Galeazzo.  L'Olivieri  pel  Gavelli  nel  ì/[8i 
pubblicò.  Lettera  sopra  un  medaglione 
non  ancora  osservato  di  Costanzo  Sfor- 
za  signore  di  Pesaro.  Nel  suo  rovescio 
si  rappresenta  tutta  la  pianta  della  cit- 
tà e  suoi  borghi,  quale  era  verso  il  1480 
in  cui  fu  inciso. 

Gli  successe  Giovanni,  nato  dalla  pe- 
sarese Fiore  Boni,  e  la  matrigna  Camil- 
la d'  Aragona,  alla  cui  prudenza  e  cre- 
dilo si  dovette  la  conservazione  dello  sta- 
to. Sisto  IV  abilitò  Giovanni  a  succede- 
re nei  feudi  e  beni  paterni,  e  insieme  con 
la  vedova  Camilla  fu  costituito  vicario  di 
Pesaro  a' 2  3  novembre:  regnò  con  essa 
fino  al  1489J  epoca  in  cui  Camilla  ri- 
nunziando il  potere  si  ritirò.  In  detto  an- 
no Giovanni  sposò  Maddalena  Gonzaga 
de'marchesi  di  Mantova, sorella  delladu- 
chessa  d'Urbino,  indi  nel  1490  chiese  ed 
ottenne  da  Innocenzo  Vili  nuova  investi- 
tura. Morì  la  moglie  dopo  un  anno  senza 
prole:  Giovanni  passò  quindi  alle  seconde 
nozze  con  la  celebre  Lucrezia  Borgia  (ol- 
tre a  questo  articolo  ne  parlai  a  Ferra- 
ra ed  altrove)  figlia  di  Alessandro  VI, 
essendosi  perciò  recalo  in  Roma  cum  ma- 
gno  coniitatu  episcoporum.  Gli  sponsali 
furono  celebrali  a' 12  giugno  i493  con 
magnificenza  veramente  sovrana  nel  pa- 
lazzo pontificio,  dando  motivo  alle  più 
sanguinose  e  non  meno  calunniose  sati- 
re: può  vedersi  quanto  ne  scrive  l'accu- 
rato Ratti.  Ma  dopo  un  anno,  nati  dissa- 
pori Ira 'sposi,  Lucrezia  se  ne  ritornò  a 
Roma,  e  passali  3  anni,  il  Papa  dichiarò 
nullo  il  matrimonio  per  supposta  causa 
d'impotenza;  e  se  Giovanni,  ch'era  allo- 
ra in  Roma,  non  fuggiva  per  avviso  di 
Lucrezia,  il  Papa  gli^avrebbe  tolta  la  vi- 
ta: avrebbe  poi  perdutolo  stato,  se  i  ve- 
neziani non  ne  prendevano  la  protezione. 
Nel  i5oo  Cesare  duca  Valentino,  altro 
figlio  di  Alessandro  VI,  furiosamente  si 
scagliò  con  eserciti  contro  i  principi  vi- 


198  PES 

cari  della  s.Sede,  per  usurparne  i  domi- 
ni! e  formarsi  un  possente  stato.  Giovan- 
ni si  trovò  esposto  alia  medesima  dis- 
grazia :  il  pretesto  presoda  Alessandio 
\  I  per  ispogliarlo  della  signoria  di  Pe- 
saro,, fu  di  non  aver  pagato  il  censo  do- 
vuto, e  per  tal  motivo,  dopo  averlo  sco- 
municato, nel  1499  lo  dichiarò  decadu- 
to dalla  medesima,  investendone  poi  nel 
l'joi  Cesare,  cui  la  città  venne  formal- 
mente consegnata  dal  carditialVera  com- 
missario pontificio.  Allorché  Cesare  ri- 
cevette nel  palazzo  de'magislrati  di  Fa- 
no gli  ambasciatori  che  da  Pesaro  avea 
inviati  Giovanni  per  raccomandargli  col- 
lo stato  la  propria  persona,  con  voce  al- 
ta rispose  il  ducaj  che  pensassero  i  pe- 
saresi ad  arrendersi:  allora  Giovanni  par- 
ti e  si  ritirò  a  Venezia,  non  avendo  for- 
ze da  opporgli.  Avvicinate  le  milizie  di 
Cesarea  Pesaro,  gli  abitanti  aprirono  to- 
sto le  porte  egli  prestarono  giuramento 
di  fedeltà,  onde  il  duca  proseguì  il  cam- 
mino per  Rimiui,  come  narra  l'Amiani 
t.  2,  p.  80.  Nell'agosto  i5o3  morì  A- 
lessandro  VI,  ed  il  potere  del  figlio  su- 
bito crollò;  l'esercito  si  disperse,  onde  fu 
agevole  ai  principi  il  ritorno  a'ioro  feu- 
di. Giovanni  rientrò  in  Pesaro  a'  3  set- 
teaibie,  accolto  coi  maggiori  segni  di  a- 
more  e  di  giubilo,  avendo  prima  i  pesa- 
resi cacciati  gli  spagnuoli  e  i  guasconi 
dalle  rocche  di  Pesaro  e  Gradara.  Il  du- 
ca di  Urbino  e  Giovanni  fecero  immensi 
danni  ai  fanesi,  per  vendicarsi  dei  favori 
prestati  al  Borgia;  indi  Galeazzo  fratello 
di  Giovanni  riprese  Novilara  e  Monte 
Baroccio.  Giovanni  non  trascurò  la  nuo 
va  investitura  presso  l'eletto  Pio  HI,  il 
quale  prevenuto  dalla  morte  lasciò  a  Giu- 
lio li  il  merito  di  accordarla.  Avendo 
Giovanni  trovati  infedeli  alcuni  pesaresi 
ed  il  celebre  Pandolfu  Collenuccio,  per 
segrete  intelligenze  con  Cesare,  li  fece 
morire,  rigore  che  die  la  taccia  di  crudele 
a  Giovanni.  Questo  principe  nel  i5o4 
sposò  in  terze  nozze  Guievra  Tiepolo  pa- 
trizia veneta  :  fu  dedito  alla  letteratura, 


PES 

perito  neir  arte  militare,  protettore  de- 
gli scienziati  ;  governò  con  moderazione, 
fu  magnifico  negli  edifizi,  terminò  la 
Rocca  Costanza,  restaurò  quell.?  di  Gra- 
dara, ed  abbellì  e  rifece  vari*  chiese.  Nel 
i5io  a' 2 7  luglio  morì  Giovanni  nella 
rocca  di  Pesaro,  lasciando  la  celebre  I- 
saliella  sua  naturale,  e  Costanzo  lì  di  po- 
chi mesi,  nato  in  Gradara  dalla  Tiepolo. 
Costanzo  II  fu  riconosciuto  signore  di 
PcsarOj  sotto  la  tutela  del  conte  Galeaz- 
zo suo  zio,  che  governò  savianiente  col 
titolo  di  governatore,  sino  alla  mokte  del 
fanciullo,  avvenuta  a'5  agosto  1 5i  2.  Su- 
bito il  consiglio  ed  il  popolo  acclamò  si- 
gnore Galeazzo,  e  contro  sua  voglia  ai 
6  dello  fu  obbligato  al  solenne  possesso. 
Quindi  lo  stesso  consiglio  spedì  a  Giulio 
11  4  ambasciatori,  a  supplicarlo  di  con- 
cedergli la  investitura,  come  per  altri  fe- 
ce il  conte.  Ma  il  Papn,  sebbene  nel  suo 
passaggio  per  Pesaro  era  slato  festeggia- 
to da  Galeazzo,  volendo  investire  di  Pe- 
saro il  nipote  Francesco  Maria  I  della 
Rovere  duca  d'Urbino,  restò  inflessibile 
e  mandò  il  vescovo  di  Monopoli  Miche- 
le Claudio  governatore  di  Roma  a  pren- 
der possesso  della  città  e  contado  in  no- 
me della  Chiesa  a' 22  agosto.  I  pesaresi, 
benché  affezionati  agli  Sforza  e  singo- 
larmente a  Galeazzo,  cessero  alle  minac- 
ele pontificie,  consegnando  le  chiavi  al 
vescovo  commissario.  Galeazzo  privato 
del  dominio,  non  era  disposto  di  cedere 
i  considerabili  beni  allodiali,  per  cui  mu- 
nì la  rocca  e  colla  famiglia  vi  si  ritirò, 
esigendo  un  giusto  compenso.  Erano  ac- 
campati sotto  Pesalo  il  duca  d'  Urbino 
ed  il  cardinal  Gonzaga  legato  delia  Mar- 
ca, per  ridurre  colla  forza  il  conte.  Pas- 
sato qualche  mese  si  convenne  ad  un  ac- 
cordo di  dare  20^000  scudi  a  Galeazzo 
in  compenso  degli  allodiali,  o  secondo 
altri  2,600  scudi  d'oro  d'annua  rendita. 
Galeazzo  tra  le  lagrime  sincere  dei  pe- 
saresi partì  per  ^lilano  ,  ove  aveva  un 
palazzo,  e  morì  probabilmente  nel  i5i3, 
lasciando  la  moglie  Benti  voglio  senza  prò- 


PES 
le:  fu  Iodato  per  buon  militare  e  culto- 
re delle  lettere.  Il  Ratti,  Della  famiglia 
Sforza,  par.  2,  p.  172,  riporta  le  noti- 
zie d'Isabella  naturale  di  Giovanni  e  ne 
fa  splendido  elogio.  Nel  i  520  si  maritò 
con  Cipriano  del  Nero  nobile  fiorentino, 
barone  di  Torcigliano  (ora  Castel  Por- 
ziojio,  V  antico  Laurenlo,  onde  ne  par- 
lai con  diffusione  a  Lazio),  per  media- 
zione di  Leone  X.  In  Firenze  ed  in  al- 
tre città  coltivò  Isabella  gli  studi  più 
seriij  le  scienze  astronomiche  e  chimi- 
che, e  si  acquistò  gran  funa,  lasciando 
riputale  opere.  Getlotaa  terra  nel  1 543 
la  chiesa  di  s.  Giovanni,  edificata  in  Pe- 
saro da  Alessandro  Sforza,,  ov'  erano  le 
tombe  degli  Sforzeschi,  Isabella,  come 
unico  rampollo  della  linea,  fece  traspor- 
tarne le  ceneri  e  le  memorie  in  s.  Maria 
Maddalena,  presso  la  quale  era  stata  in 
monastero  educata,  e  lor  die  onorevole 
sepoltura.  Questa  sublime  donna  mori 
vedova  in  Roma  nel  i5Gi,ed  in  vigore 
del  suo  testamento  fu  sepolta  nella  ba- 
silica Lateranense.  Vedasi  Wilhelmus, 
De  familia  Sfortia;  Zazzera,  Della  fa- 
miglia Sforza  j  Sansovino,  Della  fami' 
glia  Sforza;  Bonoli,  Storia  di  Cotignola. 
Ricevuti  da  Galeazzo  i  20,000  duca- 
ti, al  dire  del  Reposati  sborsati  dal  duca, 
questi  dopo  la  sua  partenza  pacificamen- 
te prese  possesso  di  Pesaro^  e  seguirono 
a  vantaggio  di  Pesaro  quelle  cose  già 
accennate:  il  legato  vi  restò  per  oidi- 
nare  il  governo  in  nome  della  sede  apo- 
lica,  ed  il  duca  tornò  ad  Urbino.  Ma 
perchè  oltre  a  questo  nuovo  credito  col- 
la camera  apostolica,  dovea  avere  il  me- 
desimo duca  altra  maggior  somma  di 
danaro  per  le  sue  provvisioni  decorse , 
stipendi  della  guerra^  come  capitano  ge- 
nerale della  Chiesa  contro  il  ducadi  Fer- 
rara, non  che  per  aver  sostentato  l'eser- 
cito per  mancanza  di  danaro  dell'  esau- 
sto tesoro  pontificio,  nella  ricupera  del- 
la Romagna  ed  acquisto  di  Parma,  Pia- 
cenza e  Reggio,  fu  deliberato  da  Giulio 
llj  con  consenso  e  soltoscriziouedi  tutto 


PES  .99 

il  sacro  collegio  dei  cardinali,  di  conse- 
gnare a  Francesco  Maria  I,  in  compenso  e 
soddisfazione  dei  suoi  crediti, con  pubbli- 
ca ed  autentica  investitura,  la  città  e  ter- 
ritorio di  Pesaro. Diversamente  ciò  narra 
l'Olivieri,  nelle  Ragioni  del  titolo  di  prò- 
vincia  Melaurense  dato  alla  legazione 
detta  volgarmente  di  Urbino,  p.  16.  Egli 
scrive,  che  riuscite  vane  le  premure  dei 
pesaresi  per  la  investitura  di  Galeazzo,  e 
volendo  Giulio  II  accrescere  il  dominio 
del  nipote  con  Pesaro,  poche  settimane 
dopo  ch'ebbero  presfato  il  giuramento 
di  fedeltà  in   mano  del  vescovo  di  Mo- 
nopoli governatore,  iti  un  consiglio  di 
credenza  tenuto  li   2   novembre  i5i2, 
Bernardo  Monaldi  propose,  ch'era  bene 
supplicare  il  Papa   d'investire  di  Pesa- 
ro e  sua  signoria  il  duca  suo  nipote.  Ap- 
provata che  fu  la  proposizione,  gli  am- 
basciatori  pesaresi  recaronsi  per  la  do- 
manda da  Giulio  II,  che  immediatamen- 
te confen  la  signoria  di  Pesaro  ejnsque 
comitatus ,  territorii et distrietus  in  vica- 
riato al  nipote  Fiancesco  Maria  I,  roma- 
nae  ecclesiae  vieario  generali,  con  bolla 
de' 16  febbraio  i  5 1  3,  mentre  a'2  1  il  Pa- 
pa morì.  Il  successore  Leone  X  subito 
confermò  con  brevi  al  duca  tutti  gli  stati 
e  le  concessioni  che  godeva,  e  France- 
sco IMaria  I  si    die  a  guadagnarsi  1'  ani- 
mo dei  nuovi  sudditi,  con  quanto  già  in 
principio  riportai,  con  aumento  di  po- 
tenza e  lustro  a  Pesaro.  Pochi  mesi  du- 
rò la  quiete,   poiché  Leone  X  volendo 
colle  armi  difendere  il  ducato  di  Milano 
contro  i  francesi, dichiaròilfratelioGiulia- 
no  de  Medici  capitano  generale  delle  sue 
milizie,  dignità  che  avea  già  confermata 
al  duca  d'Urbino,  il  quale  volle  tuttavia 
che  prendesse  parte  alla  guerra  come  feu- 
datario. Essendo  morto  nel  i5i6  Giu- 
liano, il   Papa  senza  dir  nulla  al  duca, 
con  nuova  preterizione,  dichiarò  gene- 
rale di  s.  Chiesa  Lorenzo  de  Medici  suo 
nipote,  togliendo  al  1.°  le  paghe  di  1000 
fanti  che  a  parte  comandava,  che  perciò 
si  sbandarono  senza  colpa  del  duca.  Ciò 


200  PES 

interpretandosi  per  contrarietà  e  disub- 
bidienza del  duca ,  il  Papa  palesemente 
cominciò  a  dichiararsi  di  volerlo  priva- 
re dello  stato,  perchè  conferendolo  al  ni- 
pote poteva  tenere  in  dovere  i  fiorenti- 
ni, idea  vagheggiata  da  diverso  tempo. 
Il  duca  implorò  la  mediazione  del  redi 
Francia,  ma  per  quanto  questi  peroras- 
se nell'abboccamento  con  Leone  X,  nul- 
la ottenne.  Quindi  il  Papa  ad  elFeltuare 
le  sue  pretensioni,  ed  incolpando  il  du- 
ca di  altre  cose,  come  per  aver  parteg- 
gialo coi  francesi  sotto  Giulio  II,  e  di 
aver  ucciso  il  cardinal  Alidosio,  di  che 
lo  aveva  perdonalo  lo  zio,  pubblicò  un 
r-goroso  monitorio,  né  giovò  l'^indata  in 
Piuma  della  duchessa  Elisabetta,  come  il 
duca  marito  benemerita  di  casa  Medi- 
ci, quando  bandita  da  Firenze  la  rico- 
pro nelle  disgrazie  e  miserie.  Leone  X 
non  si  commosse  punto  ai  benefizi  ricevu- 
ti dai  suoi,  né  accettò  la  proposta  di  ma- 
trimonio dell'erede  con  una  sua  nipote. 
Ritornala  la  duchessa  a  Pesaro,  espi- 
rato il  monitorio  che  ordinava  al  mari- 
to di  portarsi  in  Koma.LeoneXpubbli 
tò  la  scomunica  nelle  furmepiti  terribili, 
privando  il  duca  di  tutti  i  suoi  onori  e 
stati,  ed  assolvendo  i  sudditi  dal  giura- 
mento. Allora  gli  spagnuoli  ad  istigazio- 
ne del  Papa  s'  insignorirono  del  ducato 
di  Sora,  e  Leone  X  spedì  un'armata  ad 
impadronirsi  del  ducalo  di  Urbino  e  di 
Pesaro;  da  questa  città  ov'erasi  munito, 
e  tra  il  piantodi  tutti,  parli  Francesco  Ma- 
ria I,  e  con  la  famìglia  si  rifugiò  a  Man- 
tova, evitando  gli  ordini  di  farlo  prigio- 
ne. Leone  X  immediatamente  creò  duca 
di  Urbino  e  signore  di  Pesaro  e  Siniga- 
g!ia  il  proprio  nipote  Lorenzo  de  Medi- 
ci, figlio  dell'altro  fratelloPietro.  In  que- 
sta gran  perturbazione  tentò  il  duca  la 
mediazione  dei  principi  per  placare  il  Pa- 
pa, ma  come  sempre  è  accaduto,  la  giu- 
stizia restò  oppressa  dal  potere;  non  tre- 
\ò  patrocinatori,  e  tulli  freddamente  si 
scusarono  pei  solili  riguardi  o  pretesti  di 
indifTerenlisQio,  appena  condolendosi  del- 


PES 

la  disavventura:  ecco  gli  nomini  nell'av- 
\ersa  fortuna  !  L'esercito  di  Lorenzo,  in- 
tesa la  partita  del  duca,  ed  avendo  occu- 
pato tutto  all'intorno  lo  stato,  si  accam- 
pò sotto  Pesaro,  che  si  vide  dopo  pochi 
giorni  costretta  ad  aprire  le  porte  ai  ne- 
mici, non  potendo  resistere  il  presidio' co- 
mandalo da  Luigi  Gonzaga  marchese  di 
Castiglione;  indi  i  pesaresi  fecero  giura- 
mento di  fedeltà  a  Lorenzo  loro  nuovo 
signore.  Fece  la  rocca  per  alquanti  gior- 
ni assai  onorevole  difesa,  ma  in  fine  non 
potendo  piìi  reggere  alla  continua  vioien  ■ 
za  degli  assedianti,  fu  resa  da  Tranquil- 
lo Giraldi  da  Mondolfo  a  Lorenzo  Orsini 
da  Ceri  capitano  mediceo,  già  agli  stipen- 
di del  duca,  salva  la  sua  persona  e  quel- 
le dei  soldati  ,  la  qual  promessa  fu  poi 
■viola la,  facendo  Lorenzo  impiccare  Tran- 
quillo peraver  sparlato  di  lui.  Francesco 
Maria  I  vivendo  in  Coito  presso  Manto- 
va ,  nascosto  per  le  censure  ecclesiasti- 
che, a  bene  dell'anima  sua  im[)lorò  l'as- 
soluzione, ma  anche  questa  Leone  X  ne- 
gò. Disgustati  gì'  in)periali  ,  i  veneti  ed 
i  francesi  della  condotta  del  Papa,  potè 
il  duca  armare  un  piccolo  esercito  per 
riprendere  il  ducato,  conoscendo  la  favo- 
revole inclinazione  dei  sudditi,  irritati  dal 
complesso  delle  circostanze.  INei  primi  del 
I  5i  7  Francesco  Maria  I  ricuperò  Urbi- 
no ed  altre  città  e  luoghi,  non  che  mol- 
ti castelli  del  pesarese;  essendo  Pesaro  di- 
fesa da  Lorenzo,  sfidò  questi  a  duello, 
onde  evitare  la  distruzione  dei  popoli,  ma 
non  venneacceltato.Frallanto  in  Roma  si 
ordì  la  famosa  congiura  del  cardinale  Pe- 
trucci  contro  la  persona  di  Leone  X,  in 
cui  presero  parte  alcuni  fautori  del  du- 
ca. Lorenzo  nell'  assedio  della  rocca  di 
Mondolfo  restò  ferito,  e  fu  coslrelto  al- 
la meglio  portarsi  in  Ancona  per  curar- 
si, mentre  proseguiva  la  guerra  con  va- 
ria fortuna.  Ingrossando  l'esercito  di  Lo- 
renzo, il  duca  andò  guerreggiando  pei 
domiuii  della  Chiesa  ,  assediò  Perugia  , 
Fabriano  ed  altre  terre,  molle  saccheg- 
giandone: si  accordò  con  Ancona  e  Fer- 


PES 

mo.  Leone  X  costretto  dalle  circosfnn- 
re  gli  fece  proporre  una   ricom[>ensa  di 
10,000  diicjiti  d'entrata,  dal  legato  car- 
dinal Medici ,  poi  Clemente  VII,  gover- 
natore di  Fano;  questa  ricnsnla,  il  duca 
solo  convenne  per  la  disparità  delle  for- 
ze, aspettando  migliore  occasione,  di  es- 
sere assoluto,  di  poter  condor  seco  tutte 
]e  cose  mobili  comprese  le  artiglierie,  un 
perdono  generale,  ed  il  godimento  dei 
Jieni  delle  duchesse  madre  e  moglie,    i 
quali  ultimi  due  patti  non  furono  osser- 
vati, dosi  terminò  la  guerra  durata  otto 
mesi,  ritornando  il  duca  a  Mantova,  indi 
passò  a  Verona  a  servire  la  Francia  con- 
tro l'imperatore  ed  il  Papa.  Lorenzo  mo- 
li a'28  aprile  i5ìt9,  senza  figli,  e  Leone 
X  riunì  alla  Chiesa  il  ducato  di  Urbino, 
Pesaro  e  Sinigaglia,  la  quale  però  die  a 
Gio.  Maria    Varani,  onde    opporlo  alle 
TOÌre  del  duca  per  la  ricuperazione  dello 
stato,  non  volendo  intraprendere  nuova 
guerra  :  per  lo  stesso  fine  Leone  X  resti- 
tuì a  FanoiI  vicariatodilNIondavio, smem- 
brandone il  ducato  ;  di  più  gli  concesse 
la  fortezza  di  s.  Leo   e  lutto  il  /ÌJonlcfel- 
tro.  Morto  il  Papa  a'2  dicembre  i  52  1 ,  il 
duca  formatti  una  piccola  ^quadra  rien- 
trò ne'  suoi  domini! ,  prese  Gradara,  fu 
introdotto  in  Pesaro  ,  fece  espugnare  la 
l'occa,  ed  a  poco  a  poco  ricuperò  il  resto 
dello  stato, compreso  Urbino.  11  sacro  col- 
legio gliene  permise  il  godimento  sino  al- 
la venuta  del  nuovo  Papa   Adriano  VI, 
ch'era  stato  eletto  mentre  dimorava  nella 
Spagna.  Giunto  in  Roma  commise  al  duca 
la  ricupera  di  Ri  mi  ni,  che  esegiù  con  le 
Sole  persuasioni.  Nel  i  52  3  portatosi  Fian- 
cesco  Maria  I  in  Roma  ,  Adriano  VI  Io 
assolse  dalle  censure  ,  e  di  bel  nuovo  fu 
investito  di  Pesaro  e  degli  altri  stali,  quin- 
di Pesaro  ed  il  suo  territorio  sotto  i  Ro- 
vereschi  seguì  le  vicende  ed  i  destini  del 
ducato  di  Urbino  (U.). 

Nel  i53S  Francesco  Maria  I  morì  in 
Pesaro,  ed  il  suo  corpo  fu  portato  ad  Ur- 
lino, al  quale  articolo  parlerò  di  altre  no- 
tizie di  lui  e  dei  suoi  successori.  Ne  e- 


PES  ?.oi 

reditò  gli  slati  il  figlio  duca  Guid'Ubal- 
do  II,  che  nel  i5\S  colla  maggior  pom- 
pa e  magnificenza   celebrò  i  suoi  spon- 
sali con  Vittoria  Farnese  nipote  di  Pao- 
lo 111,  per  morie   di    Giulia    Varani  e- 
rede  del  ducato  di  Camerino  sua  piima 
moglie;  ed  ottenne  dal  Papa  la  conferma 
della  inveslilura  dei  suoi  stati,  compreso 
Pesaro,  per  sé  e  pel  primogenito  in  per- 
petuo, coli' annuo  censo  di  2tc)  ducati. 
Avendo  accompagnato  Vittoria  da  Par- 
ma a  Pesaro,  pel  detto  maritaggio, Fian- 
cesco  IMamiiini   barone  parmigiano,  per 
le  sue  eccellenti  qualità  il  duca  lo  trat- 
tenne in  corte,  e  perl'aftelto  che  gli  po- 
se lo  infeudò  della  contea  di  s.  Angelo  e 
gli  die  il  proprio  cognomee  slemma.  Al- 
lorché Paolo  III  si  recò  a  Bologna,  fu  0- 
rorevolmente  accolto  dal  duca  in  Pesa- 
ro ;  volle  vedere  r/«?^fr/V7/p,  ed  assai  gli 
piacque.  Essendosi  ribellata  Urbino  men- 
tre il  duca  risiedeva  in  Pesaro,  nella  roc- 
ca di  questa  città  fece  mozzai-  la  testa  a 
q  dei  12  ambasciatori  a  lui  spedili  per 
placarlo,  reduci   da  Roma  e  da  Firenze 
ove  aveano  ricorso.  Nel    15^4  fortificò 
maggiormente  Pesaro,  onde  per  gratitu- 
dine gli  abitanti  coniarono  medaglia  col- 
la di  lui  effìgie  e  con  l'epigrafe:  Pisaiiro 
aneto  ac  vìnnito.  Ivi  e  nello  slesso  anno 
morì  Guid'Ubaldo  II,  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  del  Corpus  Domini.  Gii  successe 
il  figlio  Francesco  Maria  II, che  nel  1  572 
avea  condotto  in  Pesaro  la  sposa  Lucre- 
zia d'Este  sorella  del  duca  di  Ferrara  (del- 
la quale  parlai  anche  nei  voi.  XXIV,  p. 
143  e  145,  XXVII,  p.  1  58,  e  XXXIV, 
p.  48  ),  per  cui  si  fecero  splendide  feste; 
altre  ebbero  luogo  in  Pesaro  nel  i583, 
pel  matrimonio    di  Lavinia   soiella  del 
duca  col  marchese  del  Vasto.  Nel  i5g8 
recandosi  Clemente  VIII  a  prender  pos- 
sesso del  ducato  di  Ferrara,  ricaduto  al- 
la s.  Sede,  avendo  trattato  gli  accordi  la 
duchessa  Lucrezia,  e  partito  da  Roma  ai 
1  2  aprile  con  grandioso  seguito,  fu  ma- 
gnificamente trattato  dal  duca  nel  pas- 
saggio dei  suoi  stali.  la  Pesaro  il  Papa  si 


002  PES 

fermò  un  giorno  intiero,  visitando  la  ma- 
dre del  duca  nelle  sue  stanze,  con  usare 
ad  essa  ed  al  figlio  ogni  cortesia,  ricor- 
dando loro  che  il  proprio  padre  era  sta- 
to ai  servigi  di  Guid'UlDaldo  II,  nel  le  mag- 
giori sue  occorrenze.  Poi  si  partì  mollo 
soddisfatto  dei  trattamenti  e  dei  doni  ri- 
cevuti, ai  quali  però  il  Pontefice  corri- 
spose con  altri  donativi.  Nel  ritorno  fe- 
ce lo  stesso  cammino,  e  quasi  nel  mede- 
simo modo  e  con  sommo  onore  il  duca 
lo  ricevè, arrivando  in  Roma  a'2Q  dicem- 
bre. Essendo  mortala  duchessa  Lucrezia 
nel  febbraio  1 5c)8  senza  prole,  il  duca 
venne  persuaso  a  sposare  una  del  sangue 
suo,  Livia  figlia  del  cugino  Ippolito  mar- 
chese di  s.  Lorenzo  e  Monte  Leone  nel 
i5gg.  Morì  nel  1602  la  madre,  e  fu  se- 
polta con  grande  onore,  incontro  al  duca 
suo  marito.  La  sposa  il  giorno  di  s.  U- 
baldo  partorì  nel  i6o5  in  Pesaro  il  so- 
spirato erede,  che  il  vescovo  battezzò  col 
nome  di  Federico  :  indescrivibili  furono 
le  feste  e  conlentezze  dei  sudditi.  Federi- 
co sposò  Claudia  di  Toscana,  ebbe  dal  pa  - 
drela  cessione  del  ducato,  visse  tra  le  dis- 
solutezze è  morì  in  Pesaro  nel  1623,  la- 
sciando Vittoria  sua  figlia  che  fu  promes- 
sa al  granduca  di  Toscana,  con  molto 
dispiacere  di  Urbano  Vili;  laonde  fu  con- 
dotta band)ina  in  Firenze  da!  conte  Fran- 
cesco Mamiani  e  sua  consorte,  perciò  ben 
ricompensati,  poiché  il  granduca  Ferdi- 
nando li  in  favore  di  sua  nobile  famiglia 
fondò  nel  1628  il  priorato  dell'ordinedi 
s.  SlefanOjdi  Parma  e  Piacenza, con  venli- 
mila  scudi  fiorentini  di  dote,  chiamando 
in  mancanza  di  sua  successione  quella  del 
fratello. Francesco  Maria  II  per  la  morte 
del  figlio  non  die  segno  di  dolore,  veden- 
dosi però  senza  successione  maschile  in- 
traprese importanti  negoziazioni  col  Pa- 
pa, ed  a  tal  effetto  spedì  in  Roma  per  suo 
agente  residente  il  (rateilo  del  detto  suo 
intimo  favorito  conte  Mamiani  pesarese, 
cioè  il  conte  Angelo  Mamiani  della  Ro- 
vere, già  gentiluomo  di  Paolo  V,  poi  re- 
ferendario di  Gregorio  XV,  personaggio 


P  E  S 

integro  e  destro  ne'grandi  affari,  il  quale 
ricevette  dal  duca  lettera  de'4  novembre 
1623,  per  trattare  con  Urbano  Vili  la 
pacifica  reversione  dello  slato  di  Uibino 
e  di  sua  patria  Pesaro  alla  s.  Sede,  al  che 
contribuì  l'altro  residente  Orazio  Albani 
urbinate,  per  essere  morto  in  principio 
del  negozio  Angelo  Mamiani,  che  fu  se- 
pollo  con  onorevole  iscrizione  in  s.  Lo- 
renzo in  Lucina,  come  riportano  Coluc- 
•ci  e  Reposati.  Intanto  avendo  il  duca  af- 
fidato il  governo  dello  sfato  ad  otto  cit- 
tadini eletti  dalle  città  ,  Pesaro  scelse  il 
ragguardevole  Giovanni  Ondedei.  A'20 
dicembre  1624  il  duca  cedette!  suoi  sta- 
ti ad  Urbano  Vili,  autorizzando  a  go- 
vernarli sua  vita  durante  il  prelato  che 
vi  avesse  destinato.  Questi  fuBerlinghie- 
ro  Gessi  poi  cardinale,  che  col  i."  gen- 
naio 1625  incominciò  ilsuo  lodevole  go- 
verno in  nome  del  Papa,  anche  di  Pesa- 
ro. Morì  il  duca  a'  28  aprile  i63  i  e  fU 
sepolto  nella  chiesa  del  Crocefisso  fuori 
di  Castel  Durante,  ov' erasi  ritirato;  ed 
allora  tutto  lo  stato  si  consegnò  alla  ro- 
mana chiesa,  e  ne  presero  solenne  posses- 
so i  nipoti  del  Papa.  Alle  pretensioni  del 
granduca  Ferdinando  II  sposo  di  Clau- 
dia, Urbano  Vili  accordò  alcuni  castelli 
dai  duchi  di  Urbino  acquistali,  con  tutti 
i  beni  allodiali.  Continuando  Pesaro  nel- 
la pacifica  dominazione  pontificia  ,  nel 
1700  si  rallegrò  nel  vedere  innalzato  al- 
la cattedra  di  s.  Pietro  Clemente  XI  Al- 
bani, nato  da  Elena  Mosca  nobile  pesa- 
rese ,  il  cui  fratello  Orazio  avea  sposato 
Bernardina  Ondedei,  altra  nobile  pesare- 
se, dalla  quale  derivarono  due  celebri  car- 
dinali :  per  le  notizie  degli  Albani  si  può 
vedei-e  Palazzo  Albani.  Questo  Papa  tra 
le  altre  dimostrazioni  di  alfetto  che  die- 
de a  questa  seconda  sua  patria,  fece  rie- 
dificare la  cattedrale,  indi  energicamen- 
te s'  impegnò  col  granduca  di  Toscana 
per  la  rottura  delle  chiuse,  a  mezzo  delle 
quali  giravano  i  suoi  mulini,  lo  che  pro- 
duceva grande  influenza  di  malattie  ai 
pesaresi,  cagionate  dal  trattenuto  corso 


PES 

del  Foglia,  le  cui  acque  stagnando  nelle 
valli  marcivano,  restandone  impedito  il 
corso.  Tra  i  presidenti  di  Urbino  e  Pesa- 
ro, che  governarono  con  maggior  lode 
Pesaro,  va  ricordato  il  prelato  Federico 
Lante  della  Rovere,  poi  cardinale,  me- 
ritando che  la  città  gli  erigesse  una  statua 
di  marmo  nella  sala  del  palazzo  pubbli- 
co. Nel  Diario  del  viaggio  a  Vienna  di 
Pio  VI,  si  legge  che  a'4  marzo,  proce- 
dendo da  Fano  per  Piimini,  si  trattenne 
alquanto  in  Pesaro  nel  palazzo  apostoli- 
co, consolando  i  giubilanti  pesaresi  coll'a  • 
postolica  benedizione,  che  compartì  dal- 
la gran  loggia  nobilmente  ornata.  Dal 
u."  776  del  Diario  di  Roma  si  ha  che  ri- 
tornando in  Roma,  da  Rimini  li  4  gì'»- 
gno  giunse  in  Pesaro  alle  ore  i  i,  tra  le 
salve  dell'artiglieria  della  fortezza  e  le 
acclamazioni  dei  pesaresi  ,  ricevuto  dal 
presidente  e  dal  vescovo:  dalla  suddetta 
loggia  ribeuedi  il  popolo,  ed  ossequialo 
come  nella  volta  precedente  dal  magistra- 
to ,  passò  a  Fano.  Questo  Papa  assegnò 
alla  cattedrale  di  Pesaro  la  perpetua  pen- 
sione di  scudi  200, sull'abbazia  di  s.  Cro- 
ce di  Monte  Fabali,  già  unita  alla  cano- 
nica di  s.  Eracliano  di  Pesaro  e  poi  ai 
vescovo,  indi  commenda  :  l'abbazia  esi- 
steva nel  I2i4j  ed  eranvi  certi  eremiti 
che  adottarono  la  riforma  di  s.  Gugliel- 
mo. Nel  1796  i  repubblicani  francesi  oc- 
cuparono Pesaro;  quindi  nel  1797,  tre 
giorni  prima  di  Natale,  alcuni  sediziosi 
favoriti  dal  generale  Dambrowski  procla- 
marono la  libertà  eia  repubblica,  indi 
spedirono  a  Milano  per  essere  incorpo- 
rati alla  repubblica  Cisalpina  ed  al  dipar- 
timento dell'Emilia,  benché  nel  trattato 
di  Tolentino  fosse  la  città  lasciata  alla  s. 
Sede,  ciò  che  toccai  nel  voi.  XLVI ,  p. 
193  ed  altrove. 

Nel  1800  eletto  Pio  VII  in  Venezia, 
la  prima  città  dei  suoi  dominii  a  ricever- 
lo fu  Pesalo;  se  ne  legge  la  descrizione 
nei  n.  52  e  53  del  Diario  di  Roma ,  e 
nei  Possessi  di  Cancellieri  p.465.  A  Ve- 
nezia il  Papa  s'imbarcò  sulla  fregata  au- 


PES  2o3 

siriaca  la  Bellona,  fornita  di  4^^  pezzi  di 
cannone,  e  dopo  un  trattenimento  a  Ma- 
lamocco  ,  martedì  1  7  giugno  i  pesaresi 
la  scoprirono  da  lungi,  e  tutti  si  alFulla- 
rono  al  porto  con  affettuosa  impazienza, 
essendo  tuttora  in  Pesaro  il  generale  Sa- 
lignac  col  suo  corpo  di  truppa  francese, 
benché  fosse  stato  conchiuso  l'armistizio 
coH'Austria,  e  solo  lasciò  la  città  a' 5  a- 
gosto.  Si  recarono  a  ricevere  il  Papa  nel- 
la rada,  il  generale  ìMillius ,  il  commis- 
sario de  Cavallar,  i  deputati  del  vesco- 
vo ed  il  magistrato.  Discese  Pio  VII  in 
una  feluca  coi  cardinali  Giuseppe Doria, 
Pignatlelli,  Caprara,  Borgia  e  Braschi, 
e  col  ministio  imperiate  Ghislieri,  anti- 
cipò il  suo  approdo.  Neil'  avvicinarsi  al 
lido,  l'aria  echeggiò  dei  più  vivi  applau- 
si, del  suono  delle  campane,  e  delle  ar^ 
liglierie  dei  legni  del  porto  e  dei  forti.  Il 
di  voto  entusiasmo  divenne  infrenabile 
allorché  pose  piedi  a  terra.  Trovaronsi 
pure  a  riceverlo  i  cardinali  Antonelli  de- 
cano, Bellisomi,  Busca  ed  Antonio  Do- 
ria, oltre  molta  nobiltà,  anche  dei  luoghi 
vicini.  Nel  palazzo  di  sanità  trovò  i  fra- 
telli, i  nipoti  ed  i  parenti,  che  accolse  a- 
morevolmente,  a  tutti  dando  segni  di  pa- 
terna gioia  e  gradimento.  Salito  in  ctir- 
iozza,  il  Papa  affatto  non  volle  che  se  ne 
staccassero  i  cavalli  ,  per  trarla  a  brac- 
cia i  tripudianli  pesaresi.  Preceduto  dal- 
la cavalleria  tedesca  e  urbana  ,  e  dalla 
banda  militare,  facendo  ala  la  flmteria 
austriaca,  seguito  dal  magistrato  e  dalle 
carrozze  degli  altri,  pervenne  alla  porta 
della  città,  essendo  le  strade  esterne  ed 
interne  adornate  in  vari  modi  festevoli: 
sul  confine  della  piazzetta  grandeggiava 
un  arco  trionfale,  con  analoga  iscrizione. 
Alla  cattedrale  venne  ricevuto  dal  vesco- 
vo Beni,  che  essendo  incomodato  di  sa- 
lute non  avea  potuto  andare  al  porto, da 
altri  vescovi  e  dal  clero  secolare  e  lego- 
lare  :  ricevuta  la  benedizione  col  Santis- 
simo dal  cardinal  decano,  il  Pontefice  sa- 
lì all'episcopio,  nell'appartamento  prepa- 
rato con  magnificenza  pel  suo  alloggio. 


2o4  PES 

Nella  sera  vi  fu  generale  illuminazione, 
così  nella  seguente,  coll'incendio  di  fuo- 
chi artifìziali.  Ricevè  il  generale  Miliius, 
molte  deputazioni  di  diverse  citlà  ed  ai- 
tri  personaggi.  Nel  dì  seguente  Pio  VII 
celebrò  la  mes'^a  nella  cattedialesontuosa- 
mente  addobbata  ed  illuminata,  assisten- 
dovi cardinali,  vescovi,  magistrati  e  cle- 
ri,! quali  ultimi  ammise  al  bacio  del  pie- 
de in  sagrestia,  con  molti  nobili  e  dame 
ed  altri  cittadini  e  forestieri.  Indi  si  recò 
al  palazzo  apostolico,  e  dalla  loggia  be- 
nedì  l'immenso  popolo  ,  affollato  nella 
pubblica  piazza.  Nelle  ore  pomeridiane 
visitò  il  monasteio  del  Corpus  Domini 
e  quello  delle  benedettine:  nella  seguen- 
te mattina  fu  a  quello  delle  domenicane 
ed  al  monastero  della  Purificazione,  o- 
vunque  ammettendo  al  bacio  del  piede 
religiose,  dame  ed  altre,  e  visitando  ptue 
le  monache  inferme  Per  tutto  ricevè  rin- 
freschi, mappe  di  fiori  finti  e  reliquiari 
di  argento.  Se  commovente  fu  l'ingresso 
del  Papa  in  Pesaro,  non  meno  tenera  ne 
fu  la  partenza  la  mattina  de' 19,  per  le 
dimostrazioni  universali  di  sincera  devo- 
zione. Accompagnatodalla  cavalleriaau- 
striaca,  proseguì  il  viaggio  per  Fano,  ove 
la  di  lui  madre  avea  piamente  termina- 
to i  suoi  giorni  in  monastero.  A  vendo  ces- 
sato Pesaro  di  far  parte  della  repubbli- 
ca Cisalpina,  Pio  VII  nominò  delegato  a- 
postolico  di  Uibino  e  sue  dipendenze  il 
prelato  Cacciapiatli ,  poi  cardinale.  Nel 
declinare  del  1800  i  francesi  occuparono 
la  città,  che  poireslituii'onoa'22  settem- 
bre 1802.  Dipoi  nel  1808  Napoleone  riu- 
nì all'unpero  i  dominii  della  Chiesa,  di - 
chiaiò Pesaro  parte  del  dipartimento  del 
Metauro,  e  residenza  del  tribunale  di  1.* 
istanza  e  del  vice-prefetto.  Nel  1809  Pio 
A^ll  fu  strappato  da  Roma  prigione  ,  e 
solo  vi  ritornò  nel  18  i4  alla  restituzio- 
ne dei  suoi  stati,  accompagnato  dalla  ca- 
valleria austriaca.  Questo  riforno  fu  un 
vero  trionfo:  a'9  maggio  giunse  in  Pe- 
saro ,  festeggiato  dai  pesaresi  forse  più 
dell'altra  volta.  Albergò  in  casa  de'con- 


PES 

ti  Paolo  ,  Odoardo  e  Giuseppe  Machl- 
relli,  con  quegli  onori  che  convenivano 
alla  suprema  sua  dignità,  alla  generosità 
dei  cospicin'  ospiti  ed  all'attaccamento  di 
essi  verso  l'augusto  sovrano.  Indi  Pio  VII 
dichiarò  delegazione  apostolica  Urbino  e 
Pesaro,  ciò  che  confermò  Leone  XII,  e- 
levandola  Gregorio  XVI  al  grado  di  le- 
gazione, come  era  stata  talvolta,  stabilen- 
do in  Pesaro  il  tribunale  civile  e  crimi- 
nale, per  rendere  giustizia  alla  parte  raa- 
riltiuia,  ed  il  tribunale  di  commercio. 

La  fede  cristiana  è  tradizione  cbe  fosse 
promulgata  in  Pesaro  al  teuqjo  degli  a- 
postoli,  e  che  s.  Evari^to  Papa  circa  l'an- 
no 120  vi  attribuisse  il  proprio  vescovo, 
erigendo  la  sede  vescovile  che  restò  im- 
mediatamente soggetta  alla  santa  Sede. 
L'Amiani, /I/e«Jor;e  di  Fano,psì\  i,  p. 
100,  dice  che  nel  787,  ad  istanza  di  Car- 
lo Magno,  Pesaro  fu  dichiarata  su  (fra - 
ganea  di  Ravenna.  Nel  i563  Pio  IV  e- 
saltandu  al  rango  di  metropoli  Urbino, 
tra  i  sufFraganei  vi  comprese  il  vescovo 
di  Pesaro,  e  lo  è  tuttora.  Il  i.°  vescovo 
che  si  conosca  è  Florenzio  o  Fiorenzo,  il 
quale  fiorì  nel  247,  fece  fabbricare  la  cat- 
tedrale, e  vi  trasportò  il  corpo  di  s.  Te- 
renzio. Rimarcherò  tra  i  successori,  s. 
Decenzio  britanno  del  3o2  martire;  s. 
Ercolano  del  347(l'Ughelii  lo  chiama  E- 
racliano), consagrato  da  s.  Severo  arcive- 
scovo di  Ravenna,  patrono  della  città  ;  fu 
sepolto  nella  cattedrale  e  poi  venne  tra- 
sferito nella  chiesa  che  il  popolo  edificò 
sotto  la  sua  invocazione.  Nel  499  Germa- 
no ;  nel  5oo  Felice  1  ;  nel  589  Felice  1 1  ; 
nel  649  Massimo  che  fu  al  concilio  di  La- 
tera no;  Beato  intervenne  a  quello  romano 
del  680;  Andrea  fiorì  nel  743;  Domeni- 
co deli'826  fu  al  concilio  di  Eugenio  II; 
Raguel  dell' 853  intervenne  a  quello  di 
Roma  deir86i  e  venne  sepolto  in  catte- 
drale. Giuseppe  viveva  nelI'SGg  e  fu  ai 
concilii  romani  deir868e87i  ;  Adonio 
deir877  ;  Lorenzo  dell' 887  ;  Raniero 
gli  successe;  Alberto  o  Adeleberto  nel 
996  o  998  fu  al  concilio  di  Gregorio  V; 


PES 

N.  vescovo  di  Pesaro  del  i  o44  d'infelice 
fuma,  riprovalo  altamente  da  s.  Pier  Da- 
miani a  Gregorio  VI  ;  Pietro  1  romano 
sottoscrisse  nel  io5c)  il  concilio  di  A'icolò 
11  ;  Micliele  del  1074  cui  scrisse  s.  Gre- 
gorio VII;  Bambo  del  ii23;  Slelauo 
interveiiDe  nel  1  lyy  in  Venezia  alla  ri- 
conciliazione di  Alessandro  111  con  Fe- 
derico l;  Pietio  11  ottenne  la  dignità  pel 
favore  di  ijuell  imperatore,  perciò  scomu- 
nicato da  Alessandro  III,  indi  restìtitilo 
al  vescavato,  ed  ammesso  nel  concilio  di 
Lalerano  IH  nel  1  i  79.  Enrico  del  1  1  90, 
di  cui  SI  ha  un  privilegio  in  favore  del- 
la canonica,  chiamala  iloinus  cìonicaia, 
la  quale  insieme  colla  principal  chiesa 
fu  ediiìcata  sulle  rovine  dell'  allenato 
tempio  di  Giove,  ed  in  appresso  si  esle- 
se sulle  antiche  mura  della  città,  ed  eb- 
be il  capitolo  pesarese,  il  quale  antica-, 
mente  praticò  la  vita  comune,  delia  quale 
in  [>iù  luoghi  tengo  proposilo.  Indi  di- 
venne vesc<jvo  Pietro  111,  secondo  1' O- 
livierijcnon  conosciuto  dall'Ughelli  che 
non  lo  registrò.  Bartolomeo  1  Zambasi  di 
Ancona  contribuì  alla  venuta  in  Pesaro 
degli  eremitani  di  s.  Agostino.  Fr.  Fran- 
cesco 1  morì  nei  I283,  dopo  aver  in- 
vitalo o  stabilito  in  Pesaro  i  domenica- 
ni. Accursio  pievano  della  diocesi  di  Ca- 
merino, richiesto  dal  capitolo,  fu  con- 
fermalo da  Martino  IV  nel  i283.Fr.  Sal- 
vo domenicano  eletto  dal  capitolo,  iNico- 
lò  IV  l'approvò  nel  1293  e  consagrò,  ma 
morì  per  iistrada  prima  di  giungere  al- 
la sede.  Fr.  Pietro  IV  de'minori,  lu  crea- 
to e  consagrato  da  Bonifacio  Vili  nel 
1296,  tolius  fraiìciscani  ordinis  constr- 
valor fuit,  Cleinente  V  ila  <tiistute:\'0- 
livieri  lo  chiama  già  custode  della  pro- 
vincia di  Campagna  de'minori.  iSel  i3i6 
Giunta  cittadino  e  canonico  pesarese  e- 
letto  dal  capitolo,  ma  morì  prima  del 
possesso  di  sua  chiesa.  Fr.  Pietro  \  dei 
minori,  eletto  nel  i  3  1  6  dal  capitolo,  Gio- 
vanni XXll  lo  confermò  nel  1  3  1  7  ;  inter- 
venne alla  consagrazione  della  chiesa  di 
s.  Fraacesco  dt  Fano.  Leale  figlio  di  Mu- 


PES  2o5 

lalesla  dei  Malatesli  signore  di  Pesaro, 
nel  1370  fu  fallo  vescovo  della  patria, 
celebrò  il  sinodo,  e  fu  traslato  a  Rimi- 
iii.  Nel  1373  o  i374  secondo  il  Nardi, 
Cronolassi  ikdpaslon,[v.  Angelo  Feduc- 
cio  di  Bibbiena  de' minori,  contagiò  l'al- 
tare delle  sacre  Stinniiate  nell'  Alvernia, 
ma  qual  fautore  dell'  antipapa  Clemen- 
te VII  nel  i38i  fu  deposto  da  Urbano 
VI.  Francesco  111  visse  dali  38G  al  1  398. 
Nel  1407  Antonio  C^i5(/// sanese,  trasla- 
to a  Siena  e  creato  cardinale*,  gli  succes- 
se nel  1409  il  fratello  Bartolomeo  11  mo- 
naco ed  abbate  di  s.  Alustiola  di  Chiu- 
si, che  celebrò  il  sinodo,  ove  fece  saluta- 
ri decreti.  Nel  i4'9  Giovanni  I  Bene- 
detti pesarese,  che  Nicolò  V  spedì  ora- 
tore ai  sanesi,  e  morì  nel  i45j-Nel  1473 
Tommaso  II  Vincenzo  Giagorelli  nobi- 
le fanese,  pento  nelle  lettere  greche  e  la- 
tine e  nei  canoni,  caro  al  cardinal  Bes- 
sarione,  abbate  di  s.  Paterniauo  di  Fa- 
no; eletto  nell  474  vescovo  di  Terni,  fu 
Iraslato  a  Pesaro  nel  1 47  5.  Lorenzo  Ca- 
podiferro  nobilissimo  romano  nel  i47'^' 
Nestore  Malvasia  bolognese  commenda- 
tore gerosolimitano  nel  1487,  morto  pri- 
ma del  possesso  e  sepolto  in  s.  Maria  del 
Popolo.  Nel  1488  fu  fatto  perpetuo  am- 
minislralore  il  cardinal  Ascanio  Maria 
Sforza  milanese, che  nel  1491  rinunziò  a 
Luigi  Capra  milanese,  indi  referendario 
e  reggente  della  cancelleria  ,  che  morì  ui 
Roma  nel  1498,6  fu  sepolto  in  s.  Maria 
del  Popolo.  Alessandro  VI  nel  i499  no- 
minò Francesco  IV  Oricellari  nobile  fio- 
rentino, da  lui  amato  per  le  sue  doti, 
poi  vice-legato  in  Bologna.  A  questa  as- 
serzione dell'  Lghelli  si  oppone  il  Leo- 
pardi nella  f'  ita  del  celebre  Bonafede 
vescovo  di  Chiusi,  correggendolo  con  af- 
fermare che  nell'agosto  i5o3  la  sede  di 
Pesaro  era  vacante,  onde  Alessandro  V  I, 
se  la  morie  non  lo  coglieva,  la  voleva  con- 
ftiiiie  al  Bonafede.  Giulio  11  nel  i5o4 
gli  sostituì  Francesco  V  Riccardi  f/f.^'«- 
sa  sìve  Ossuiìeiìsis,ec\  a  questi  nel  i5o8 
Alberliuu  delia  Rovere  cummeudalore 


2o6  PES 

di  s.  Spirito  benemerito,  già  vescovo  di 
Astij  che  fu  vescovo  fino  al  i5i3  secon- 
do l'UghelIi;  ma  il  dotto  cau.  Bima,  Se- 
ne de  vescovi  d'Asti,  Io  chiama  Alberto 
Koero  d'Asti,  eletto  18  luglio  i5o8,  ed 
ai  6  settembre  passò  a  Pisa.  Leone  X  nel 
i5i3  a'4  aprile  elesse  Paride  de  Giassis 
bolognese,  celebre  Maestro  delle  ceremo- 
nie  pontificie  (  f'.).  Clemente  VII  nel 
1 528 gli  surrogò  Giacomo  Simoiitlta  poi 
cardinale,  traslato  a  Perugia;  cedendo  la 
sede  di  Pesaro  nel  i536  al  nipote  Lodo- 
vico Simonetta,  il  quale  creato  cardina- 
le da  Pio  IV  lo  trasferì  a  Lodi:  in  sua 
vece  nominò  nel  i56o  il  nipote  Giulio 
Simonetta  che  intervenne  al  concilio  di 
Trento.  Nel  1609  fr.  Bartolomeo  ili  Gior- 
gi de'minori  osservanti,  preclaro  pastore; 
nel  1612  IMalatesta  Baglioni  nobilissimo 
perugino,  di  somma  prudenza,  profon- 
da erudizione  ed  altre  virtù,  onde  fu 
impiegato  dalia  s.  Se(\e  in  diverse  vicele- 
gazioni anche  all'impeiatore;  questo  pre- 
iato per  la  sua  rettitudine  meritò  l'atTel- 
lo  e  quanto  il  conte  Francesco  Mamia- 
ni  la  piena  confidenza  del  duca  France- 
sco Maria  II,  per  cui  ebbe  la  priucipal 
parte  nel  lodevole  contegno  tenuto  dal 
duca  con  Urbano  Vili  per  la  cessione 
del  ducato:  Malalesta  da  quel  Papa  fu 
poscia  trasferito  ad  Asisi.  Nel  1688  A- 
lessaudro  Avii  nobile  di  Camerino,  che 
celebrò  e  stampò  il  sinodo  ne!  i^oo,  in- 
di traslato  a  Sanseverino.  Gli  successe  nel 
1702,  per  destinazione  di  Clemente  XI, 
Filippo  Carlo  Spada  nobile  spoletino  : 
con  questi  l'Ughelli  e  continuatori  nel- 
Y Italia  sacraci.  2,  p.  807,  terminano  la 
serie  dei  vescovi  di  Pesaro,  proseguita 
dalle  Notizie  di  Roma,  Iva  i  quali  ricor- 
derò i  seguenti.  Marc'Autonio  Conti  dei 
duchi  di  Poli  e  Guadagnolo  romano,  e- 
letto  nel  1 774,  pronipote  d'Innocenzo 
Xlll.PioVI  nel  1775  dichiarò  vescovo 
il  cardinale  Gennaro  Antonio  de  Simone. 
Pio  VII  nel  1806  nominò  Andrea  de' 
conti  Mastai  Ferletti  di  Sinigaglia, chia- 
ro per  le  sue  virtù  e  per  opere  stampalo 


PES 
(  come  la  traduzione  e  commento  degli 
Evangelisti,  Pioma  18 18),  zio  del  Pa- 
pa regnante;  ed  a  questi  nel  1822  sur- 
rogò Ottavio  Zollio  nobile  di  Rimini:  a 
questa  chiesa  lo  trasferì  Leone  XII  nel 
1824.,  lasciando  inesaudite  le  suppliche 
del  vescovo  per  restare  a  Pesaro,  e  quel- 
le del  capitolo  e  del  gonfaloniere  conte 
Giordani  Perticari,  perchè  loro  lo  con- 
servasse. Leone  XII  nel  1828  vi  trasferì 
da  Ripatransoue  ,  Filippo  Monacelli  di 
Fossombrone, profondo  canonista  ed  au- 
tore di  pregiate  opere.  Gregorio  XV!  nel 
i83c)  vi  traslatò  da  Augustopoli  in  par- 
tibus  Francesco  de'  marchesi  Canali  di 
B.ieti,  che  morto  a'5  settembre  1846)  il 
regnante  Pio  IX  nel  concistoro  de' 12  a- 
prile  1847  scelse  per  vescovo  l'attuale 
mg.'  Gio.  Carlo  Gentili  di  Sanseverino, 
che  essendo  canonico  teologo  di  quella 
cattedrale,  professorenelseiuinariodi  sa- 
cra scrittura  e  di  storia  ecclesiastica,  pro- 
vicario generale  ed  autore  di  dotte  opere 
(se  ne  legge  l'elenco  nell'opuscolo:  Già- 
dizii. sopra  gli  scritti  di  monsignor  Gen- 
fili),  massime  di  patria  istoria,  avea  me- 
ritato che  Gregorio  XVI,  ad  onta  di  sua 
edificante  ripugnanza,  ed  in  premio  e- 
ziandio  delle  molte  sue  virtù,  nel  184^ 
lo  donasse  alla  sede  di  Piipatransone,  che 
dolente  ne  vide  la  partenza.  La  diocesi 
di  Pesaro  è  ampia,  si  estende  per  più  di 
2  5  miglia,  contiene  molli  luoghi  e  3c)  par- 
rocchie. Ogni  nuovo  vescovo  è  tassalo  io 
fiorini  3oo  ,  rendendo  la  mensa  circa 
2,000  scudi.  Sulla  chiesa  e  diocesi  di  Pe- 
saro si  possono  leggere  le  seguenti  ope- 
re :  Olivieri,  Lettera  sopra  alcuni  vesco- 
vi ignoti  all'  Ughellij  /Memorie  della  chie- 
sa di  s.  Maria  di  Monte  Granaro  posta 
fuori  delle  mura  di  Pesaro,  l'J'J'j;  Me- 
morie della  badia  di  s.  Tommaso  in  Fo- 
glia,  Pesaro  1778;  Memorie  della  ba- 
dia di  s.  Croce  di  Dlonte  Fahali  nel  pe- 
sarese, Pesaro  i  779.  Calisto  Marini,  Dis- 
sertazione sopra  l'antica  immediata  di- 
pendenza de' vescovi  pesaresi  dal  Ponte- 
fice romano,  detta  neW accademia  in  Pe- 


PES 

sarò  la  sera  de"  11  febbraio  17.58,  nel  t. 
6.°  degli  Opuscoli  del  p.  Calogeià.  Zac- 
coni,  Lettera  al  conte  Francesco  Ginan- 
ni  in  data  eli  Pesaro  li  1 5  giugno  1763, 
con  la  quale  illustrò  la  chiesa  pesarese, 
ed  alcuni  suoi  vescovi,  presso  il  t.  12.°  di 
delti  Opuscoli j  nel  20.°poisi  legge:  Lui- 
gi Giordani, /I/67/ior/er// 5.  Ercolano  ve- 
scovo di  Pesaro  e  delle  chiese  in  onore 
di  lui  innalzale,  letta  nell'accademia  di 
Pesaro  la  sera  del  20  marzo  1  768.  Oli- 
vieri, Di  s.  Terenzio  martire  protettore 
principale  della  città  di  Pesaro,  ricer- 
che, Pesaro  1777.  Acremente  gli  rispo- 
se il  can.  Antonio  Slraniigioli,  //  vesco- 
vato di  s.  Terenzio  martire  e  protettore 
della  città  di  Pesaro  dimostrato  falso, 
Foligno  1787.  0\'iy\er\,  HI emoric per  la 
storia  della  chiesa  pesarese  nel  secolo 
A7/7,  Pesaro  1779- 

PESCI  A  [Piscien).  Città  con  residen- 
za vescovile  del  granducato  di  Toscana, 
iu  Val  di  Nievole,  capoluogo  di  coniu- 
nitàedi  un  vicarialo  omonimo,  nel  com- 
partimento di  Firenze.  Di  figura  quadi  i- 
limga,  è  divisa  in  due  corpi  dal  fiume  Pe- 
scia  di  Pescia  o  Pescia  maggiore,  tribu- 
tario del  lago  Fucecchio.  E  situala  allo 
sbocco  di  angusto  vallone,  fiancheggialo 
da  i]ue  diramazioni  di  monti  che  si  ab- 
bassano in  deliziosi  colli  coperti  in  allo 
da  cupe  selve  di  castagni, cui  succedono 
copiosi  oliveli.  Gli  ameni  colli  da  tre  lati 
le  fanno  spalliera  a  guisa  di  anfiteatro, 
mentre  la  circondano  ubertoslssime  caui- 
pagiie,  frequenti  ville  e  castella.  Nel  suo 
recinto  di  mura  racchiude  sul  poggio  il 
castello  di  lìareglia  e  buoni  edifìzi:  nel 
I  783  fu  ricostruito  il  ponte  del  Duomo, 
detto  anche  di  Pie  di  Piazza,  a  tre  gran- 
di arca  le,  as.sai  più  largo  dell'antico.  Il  tea- 
tro fu  riedificato  più  grandioso  sulla  fine 
del  secolo  passato.  La  calledrale,  dedicala 
alla  Eeata  \  ergine  Assunta,  fu  rifabbrica- 
la più  magnifica  sopra  l'antica  pieve  nel 
declinale  del  secolo  XVU.  Una  parte  ri- 
masta dell'antica  facciata  ha  la  maesto- 
sa lorre  ad  uso  di  campanile,  sopra   la 


PES  207 

cui  porla,  che  è  pure  l'ingresso  dell'epi- 
scopio, si  legge  I  3oG.  E  in  forma  di  cro- 
ce latina,  con  cupola,  ed  ha  una  sola  va- 
sta navata,  con  tribuna  dietro  l'altare 
maggiore.  La  crociata  ha  due  ciippello- 
ni; quello  a  destia rappresentante  un  tem- 
pietto dentro  un  altro  maggior  tempio: 
l'altare  conteneva  una  preziosa  tavola  di 
IiafFaele,poi  trasportata  alla  galleria  Pit- 
ti, ir  mausoleo  racchiude  le  ceneri  del- 
l'amico inlrinseco  ed  esecutore  testamen- 
tario di  quel  sommo  pittore,  Baldassare 
Turini  da  Pescia,  datario  e  segretario  di 
Leone  X,  e  protonotario  di  Clemente 
VII.  L'altro  cappellone,  padronato  dei 
Cecchi  di  Pescia,  ha  la  tavola  che  rap- 
presenta il  martirio  di  s.  Lorenzo  del 
Gabbiani,  che  pure  dipinse  il  sott'  insù 
dell'aico, esprimente  l'Assunta,  con  arte 
mirabile.  Il  capitolo  si  compone  di  7  di- 
gnità, la  i."  delle  quali  è  il  preposto,  in- 
di l'arcidiacono,  il  priore,  il  rettore  dei 
ss.  Matteo  e  Colombano  a  Pielrabuona 
con  titolo  di  arciprete,  mentre  le  altre 
3  dignità  sono,  il  decano,  il  tesoriere  ed 
ilprimicero]  di  12  canonici  compresi  il 
teologo  ed  il  penitenziere,  non  che  di 
beneficiali  o  cappellani,  e  di  altri  preti  e 
chieiici  addetti  all'iifltziatura.  Nella  cat- 
tedrale vi  è  il  solo  batlislerio  della  città, 
esercitandosi  la  cura  d'anime  da  2  preti 
eletti  dal  capitolo  ed  approvati  dal  ve- 
scovo. Pio  VII  col  breve  Romanorum , 
de'27  settembre  iSo5, Bull.  Pioni.  Coni. 
t.  1  2,  p.  387,  concesse  alle  dignità  ed  ai 
canonici  l'uso  della  cappa  paonazza  con 
fodere  di  seta  cremesina  nei  tempi  iu 
cui  da  essa  si  tolgono  le  pelli,  e  quello 
della  bugia;  col  breve  poi  de'20  marzo 
181  5,  In  summo  aposlolatus,  loco  cit. 
t.  i3,  p.  363,  il  medesimo  Papa  accor- 
dò alle  slesse  dignità  e  canonici  la  croce 
d'oro  o  medaglia  con  catena  simile,  colla 
elfigiedi  Maria  Assunta  e  di  s.  Gio.  Batti- 
sta, da  potersi  portare  in  ogni  luogo.  Tra 
le  altre  chiese,  due  sole  sono  parrocchiali. 
La  chiesa  priorale  collegiata  de'ss.  Ste- 
fano e  Nicola,  costruita  a  Ire  navate,  è  Ij 


2o8  P  E  S 

hecoiiJa  indignila;  restaurata  nel  i32i, 
fu  pui  dai  fondamenti  quasi  riedincatu 
nel  1748;  esercita  la  rettoria  il  priore, 
terza  dignità  del  capitolo.  La  chiesa  di  s. 
Michele  nel  borgo,  di  cui  prese  il  nome, 
e  fuori  di  Porta  Lucchese,  ha  annesso  il 
conservatorio  già  monastero  di  benedet- 
tine. Prima  eranvi  pure  le  domenicane, 
le  Clarisse,  le  carmelitane,  i  paolotli,  i 
barnabiti,  i  cappuccini,  i  conventuali: 
Solo  sussistono  il  monastero  delle  sale- 
siane, ed  il  convento  de'minori  osservan- 
ti, oltre  diverse  confraternite.  Altre  chie- 
se rimarchevoli  sonOj  quella  grande  di 
s.  Francesco  edificala  nel  1211  dagli  Or- 
landi pescìatini,  cui  la  comunità  aggiun- 
se il  vasto  convento,  e  riedificata  più  bel- 
la nel  1720;  non  che  la  chiesa  della  ss. 
Annunziata,  fabbricata  nel  1600  dai  bar- 
nabiti, benemeriti  nel  contagio  del  i63o. 
Il  seminario  si  apri  nel  17B4]  t>el  mona- 
stero di  s.  Chiara,  e  per  le  cure  del  ve- 
scovo Menchi  migliorò  assai  nella  scien- 
tifica istruzione,  con  scuole  pei  secolari  e 
pei  chierici,  oltre  gli  alunni  :  il  vescovo 
Arcangeli  nel  1762  avea  incominciato 
pel  seminario  la  più  grandiosa  e  bella 
fàbbrica  di  Pescia,  ma  dopo  la  sua  mor- 
te il  granduca  Leopoldo  1  la  fece  termi- 
nare e  ridurre  ad  ospedale  pei  malati  di 
tutta  la  Val  di  Nievole  e  vicariato  di 
Pescia,  e  per  ricevervi  gli  esposti  o  get- 
tatelli ,  dotandolo  con  beni  ecclesiastici 
dei  luoghi  soppressi,  e  fu  aperto  nel  1781. 
Anticamente  Pescia  ebbe  altri  spedali, 
ed  uno  dei  primi  spedalinghi  della  To- 
scana fu  s.  Alluccio  pesciatino.Nel  i486 
Sebastiano  e  Raffaele  Orlandi  pesciatinl 
in  questa  città  aprirono  una  tipografìa, 
con  la  direzione  del  tedesco  tipografo 
Sigismondo  Ptodt,  per  stamparvi  special- 
mente opere  di  giurisprudenza.  L'acca- 
demia letteraria  de'  Cheli^  fondata  nel 
1667,  convertì  il  suo  locale  in  casino  per 
la  nobiltà  nel  17  i4-  Le  fanciulle  sono 
istruite  dal  convitto  e  conservatorio  di  s. 
Michele,  e  dalle  salesiane  nel  grandioso 
monastero  eretto  nel  1722,  con  chiesa 


PES 

dedicata  alla  Visitazione.  Pescia  primeg- 
gia fra  le  città  più  manifattuneie  del 
granducato,  anche  per  1'  utile  immenso 
che  riceve  dalla  fiumana  del  Pescia  mag- 
giore. Vi  si  coniano  i  1  cartiere,  la  più 
antica  delle  quali  rimonta  al  secolo  XV, 
apparteneiile  alla  famiglia  Torini.  Utraf- 
flco  più  esteso  e  perfeziona  lo  consiste  nel- 
la trattura  e  preparazione  della  seta  greg- 
gia, per  le  i4  filande  e  6  valichi.  Il  ter- 
ritorio riceve  gran  vantaggio  dalle  acque 
delle  trePescie,  che  qualche  volta  inon- 
dano la  sua  pianura.  La  città  ha  fornito 
in  tutti  i  tempi  personaggi  distinti  in  let- 
tere, toga  e  spada,  imperocché  oltre  i  no- 
minali e  quelli  che  dirò,  senza  contare  il 
cardinal  Ainniaiuiati  che  Lucca  fa  suo, 
Coluccio  Salutati  che  Stignano  rivendi- 
cherebbe per  sé, come  Galileo  Galilei  che 
nacque  dalla  pesciatina  Giulia  Amman- 
nati,  cello  è  che  vi  fiorirono  :  Pietro  One- 
sti prof,  di  filosofia,  lìaldassare  Turini, 
diverso  dal  summenlovato,  luogotenen- 
te nella  Slesia,  per  Pio  11,  nunzio  in  Un- 
gheria e  vescovo  di  Sirmioper  Sislo  IV; 
Taddeo  celebre  maestro  di  grammatica; 
Matteo  collaterale  di  Galeazzo  Visconti; 
fr.  Domenico  domenicano  compagno  di 
Savonarola  anche  nella  morte;  Andrea 
Turini  archialrodei  Papi  Clemente  VII 
e  Paolo  III,  e  del  re  Francesco  I;  Pom- 
peo Barba  archiatro  diPio  IV,  come  af- 
ferma il  INIarini;  Lorenzo  Pagni  segreta- 
rio di  Cosimo!;  Pier  Maria  intagliatore 
in  gemme;  Francesco  Galeotti  raccogli- 
tore di  memorie  patrie;  d.  Placido  Puc- 
ciuelli  che  die  alle  stampe  la  Storia  di 
Ptscia  ed  altre  opere;  Agostino  Cerac- 
chini  scultore;  Giuseppe  Pompeo  Bal- 
dasseroni  figlio  dichiaro  giureconsulto; 
Giovanni  Baldasseroni  autore  della  Sto- 
ria di  Ptsciaj  Domenico  Giannini  prof, 
di  matematica;  Gaetano  Forti  avvocato 
fiscale  della  camera  apostolica  e  promo- 
tore della  Itìde;  cav. Bartolomeo  lialfae- 
li  insigne  giurisperito,  e  Francesco  Forti 
Sismondi  altro  profondo  giureconsulto 
ed  economista. 


PES 

L'origine  di  Pescia  risale  ai  primi  an- 
ni del  secolo  Vili,  laoiule  non  ha  fede  la 
tradizione   che  la  riedificasse  Desiderio 
re  dei  lungoJjardi.  Nel  secolo  IXeraap- 
2)eiia  un  luogo  o  vico  chiamato  Piscia, 
col  qual  vocabolo  si  espresse  ancora  tut- 
ta la  contrada  percorsa  dalle  lìu mone  di 
tal  nome, signoreggiata  da  diversi,  come 
dal  vescovo  di  Lucca  e  da  Ugo  de'  Ca- 
dolingi,  ed  il  primo  eziandio  sul  castello 
Bareglia,  prima  disgiunto  dalla  terra  di 
J'escia,  ch'ebbe  due  rocche.  A  proporzio- 
ne chela  popolazione  della  terra  aumen- 
tò ,  si  estese  il  recinto  di  muraglie  :  nel 
T  28  I  era  così  florida,  che  nelle  sue  mura 
r.icchiudeva  16,000  abitanti.  iVello  stesso 
anno  i  lucchesi  guelfi  la  es[)Ugnarono  e 
bruciarono,  per  essersi  data  all'im^ìerato- 
reP».odollol  senza  consenso  del  Papa:  tut- 
tavolla  nel  1286  gli  anziani  di  Lucca  fece- 
roreslaurarne  le  case,i  templi  e  le  mura, 
per  cui  tornò  in  buono  stato.  Pescia  co- 
me suddita  ,  dovè  seguitare  la  sorte  di 
Lucca  sua    madrepatria  ,  sia   nel    i3f4 
quando  se  ne  impadronì  Uguccione,  sia 
allorché  gli  successe  Castruccio,  dopo  la 
morte  del  quale  variò  di  governo  e  di  pa- 
droni ;  poiché  soggiacque  ai  tedeschi,  al 
genovese  Gherardino  Spinola, a  Giovan- 
ni re  di  Boemia  ,  cui  i  pesciatini  giura- 
rono fedeltà  nel  i33i.  Però  dal  iBSa  al 
1  33c)  passò  nel  dominio  di  Mastino  del- 
la Scala  signor  di  Verona,  che  ottenne  il 
governo  di  Lucca  per  compra  fattanedal 
re,  finché  nel  i33q  Mastino  fu  costretto 
rinunziarne  la  giurisdizione  alla  repub- 
blica di  Firenze,  la  quale  a' 10  febbraio 
vi  spedì  guarnigione  epodeslà  che  rimi- 
se in  patria  i  guelfi  fuorusciti  ed  espulse 
i  ghibellini.  I  sindaci  giurarono  fedeltà  a 
Firenze  edollennero  alcuni  privilegi  pe- 
gli  abitanti.  Pel  tentativo  del  ghibellino 
Garzoni,  che  voleva  togliere  la  patria  ai 
fiorentini,  questi  edificarono  dentro  Pe- 
scia il  forte  di  s.  Michele,  di  verso  dall'an- 
tica rocca  di  Castel  Leone.  Gli  emigrati 
Garzoni  uniti  ai  pisani  ritentarono  cac- 
ciar da  Pescia  i  florcnlinij  onde  si  accese 

VCL.   LII. 


PJ:.S  2  0() 

nuova  guerra  coi  pisani ,  i'quali  furono 
respinti  nell'assalto  che  dieruno  alla  ter- 
ra. Altra  vigorosa  difesa  i  pesciatini  fe- 
cero nel  luglio   i43o,  contro  le  soldate- 
sche di  Fi  anecsco  Sforza  ,  pel  valore  di 
(riovanni  Mnlavolfi,  con  vistosa  perdita 
del"  nemico.  Più  volte  alcuni  pesciatini 
tentarono  di  ribellare  la  patria  ai  fioren- 
tini, come  nel   r3r)6  per  opera  di   Gra- 
zia del  Monte  ,  o  meglio  di  ser  Paolo  di 
Pino,  e  nel  1468  da  Zanobi  Orlandi  per 
introdurvi  il  signor  di  Carpi  ed  altri  ne- 
niici  dei   Medici ,  pel  pretesto  delle  im- 
poste fiorentine,  mentre  la  popolazione 
erasi  ridotta  a  meno  di  2,000  anime,  o- 
ra    essendo  quasi  7,000.    Gli   statuti  di 
Pescia,  che  già  esistevano  nel  i3u8,  fu- 
rono riformati  nel  i4^9,  in  un  a  quelli 
di  tutto  il  vicariato  di  V^al  di  Nievole  e 
Valle  Ariana,  i  castelli  del  quale  e  le  mu- 
ra di  Pescia  nel  146?  vennero  riparale, 
per  provvisione  della  signoria  di  Firen- 
ze, oltre  quelle  favorevoli  al  commercio. 
Travagliata  Firenze  da  vicende  politiche, 
i  pesciatini  ne  furono  tranquilli  spettato 
ri,  se  non  che  dichiarandosi  pei   Medici 
e  beneficali  da  Leone  X,  eressero  i  loro 
stemmi  sulle  [)orte ,  che  il   vicario  fece 
poi  togliere  nel  i  527,  finchèdopodiver- 
se  vicende  il  dominio  Mediceo  fu  conso- 
lidato anche  su  Pescia.  Nella  guerra  che 
Cosimo  I  mosse  a  Siena,  i  pesciatini  nel 
I  554)  con  licenza  del  marchese  di  Mari- 
guano ,  fiuono  costretti   darsi  a   Pietro 
Strozzi,  e  poco  mancò  che  non  patissero 
saccheggio.  Cosimo  I  considerando  Pe- 
scia fra  le  pili  fedeli,  la  chiamò  :  Piscia 
Oj'pidum  adeo  fìddcjeà  il  granduca  Co- 
simo III  a'ic)  febbraio  1698  la  elevò  al 
rango  di  città,  ripetendo  i  suoi  principa- 
li miglioramenti  dalla  regnante  dinastia 
Austro-Lorena. 

La  sede  vescovile  ad  istanza  del  gran- 
duca Gio.  Gastone  fu  eretta  da  Benedet- 
to XIH  con  breve  del  17  marzo  1726, 
dichiarandola  immediatamente  soggetta 
alla  sede  apostolica,  come  Io  è  tuttora, 
facendo  cattedrale  la  prepositura  di  s. 
li 


aio  TES 

Maria  Maggiore ,  una  delle  più  antiche 
pievi  della  diocesi  di  Lucca  ,  le  cui  me- 
morie risalgono  almeno  al  secolo  Vili. 
Nel  XIII  avea  buone  rendite,  e  ne  dipen- 
devanoTospedaledella  pieve  ed  altri  spe- 
dali, diverse  chiese  e  la  prioria  di  s.  Ste- 
fano. Nel  i5i9  Leone  X  per  compiace- 
re il  suodatarioTurinipesciatino,  smem- 
brò dalla  diocesi  di  Lucca  non  solo  il  pi- 
viere di  Pescia,  ma  le  chiese  della  Val 
di  Nievoli  e  di  Valle  Ariana  che  fosse- 
ro appartenute  al  distretto  fiorentino  , 
le  quali  tutte  assoggettò  alla   pieve  di 
Pescia,  dichiarandola  preposituia  niil- 
lius  dioecesis,  immediatamente  sogget- 
ta alla  s.  Sede.  Nello  stesso  tempo  quel 
Papa  accordò   facoltà   al   suo  preposto 
di  usare  gli  abiti  pontificali,  di  far  la  vi- 
sita diocesana  come  ordinario  nelle  chie- 
se delle  dette  Valli  e  nel  recinto  di  Pe- 
scia, di  poter  congregare  sinodi,  sommi- 
nistrare gli  ordini  minori,  con  tutti   gli 
altri  privilegi  che  si  leggono  nella  bolla 
de'i5  aprile.  Quindi  con  altra  de'2  3  set- 
tembre i5ig,  Leone  X  ordinò  al  vesco- 
vo di  Pistoia  di  recarsi  a  Pescia,  per  istal- 
lare il  pievano  Lorenzo  Cecchi  in  prepo- 
.sto.  In  queir  occasione  fu  eretto  il  capi- 
tolo, quale  lo  descrissi.  Finalmente  con 
le  bolle  del  i.°  novembre  ì5-2.S  e  del  3 
novembre  i54i,  Clemente  VII  e  Paolo 
HI  confermarono  il   Cecchi  in  preposto 
della  chiesa  millius  di  Pescia,  con  la  giu- 
risdizione spirituale  sopra  i  popoli  delle 
comunità  di  Pescia,  Monte  Catini,  Bug- 
giano,  Massa  e  Cozzile,  Monte  Vcttulini, 
lizzano  e  Vellano.  La  serie  de'  vescovi 
di   Pescia   è   riportata   dalle  Notizie  di 
Roma.  Benedetto  XIII  a'  20  settembre 
1727  per  i.°  vescovo  dichiarò  Bartolo- 
meo Pucci  di  Montepulciano.  Quindi  nel 
lySB  Francesco  Gaetano  Incontri    di 
Volterra,  trasferito  a  Firenze.  174^  Do- 
nato Maria   Arcangeli  d' Arezzo.    1773 
Francesco  Visconti  di  Livorno.  Dopo  se- 
de vacante  notabile  nel  1 8o4  Giulio  B  ossi 
di  Pistoia.  Dopo  altra  vacanza  non  bre- 
ve Gregorio  XVI  nel  1 834  dichiarò  mg'. 


PES 

Gio.  Battista   Bossi  di  Signe  diocesi   di 
Firenze,  trasferendo  il  quale  a  Pistoia  e 
Prato,  nel  1839  gli  sostituì  mg.'  Vin- 
cenzo Menchi  di  Firenze,  che  nel  i843 
traslatò  a  Fiesole.  Essendo  da  quel  tem- 
po vacante  la  sede,  il  Papa  che  regna  nel 
1847  preconizzò  l'odierno  vescovo  mg."^ 
Pietro  Nicola  Forti  di  Pescia.  La  dioce- 
si si  estende  per  20  miglia,  con  24  par- 
rocchie. Ogni  vescovo  è  tassalo  in  fiori- 
ni 191,  con  circa  i  100  scudi  di  rendita. 
PESCINA  o PISCINA  {Piscina).  Cit- 
tà con  residenza  del  vescovo  di  Marsi  nei 
regno  delle  due  Sicilie,  nella  provincia 
dell'Abruzzo  Ulteriore  secondo,  distante 
10  leghe  da  ^(filila  capitale  della  pro- 
vincia. A"  Piceno,  a  Marca  e  in  altri  luo- 
ghi parlai  dell'Abruzzo.  All'articolo  Mar- 
si,  vescovato,  trattai  degl'  illustri  popoli 
marsicani,  del  loro  celebratissimo  paese, 
di  Marsia  o  Mariuvio  metropoli  dell'an- 
tica provincia  Marsicana  o   Valeria  ,  di 
Albao  Wh^Marsorumo  Fucense,  di  Ce- 
lano vecchio  e  della  cattedrale  di  Vale- 
ria o  flJarsi ,  detta  pure  di  s.  Savina  o 
Sabina,  trasferita  nella  città  di  Pescina, 
e  de'pregi  e  stato  attuale  di  questa,  se- 
guendo in  tutto  i  betiemerili  marsicani 
Muzio  Fehnxvo,  Historialllarsonim,  ed 
il  vescovo  Corsignani,  Reggia  Marsica- 
na,\  quali  riportarono  le  notizie  degli  uo- 
mini illustri  che  fiorirono  nella  regione. 
Di  questi  uno  per   tutti  qui  solo  ricor- 
derò,  come  accennai  a  Marsi,  che  vi  eb- 
be i  natali  (da  padre  palermitano  oriun- 
do di  Montaldeo  nella  Liguria  e  da  ma- 
dre romana)  il  gran  cardinale  Giulioi^/(7z- 
zarini  (  di  cui  e  de' suoi  in  tanti  luoghi 
ragionai  )arbitrodella  Francia  sotto  Lui- 
gi XIII  e  Luigi  XIV,  che  emulò  la  glo- 
ria del  predecessore   cardinal  Richelien. 
Nella  sua  biografia  lo  dissi  nato  in  Ro- 
ma, secondo  le  lettere  di  cittadinanza^  ri- 
lasciate nel  1639,  ovvero  in  Pescina  ;  e 
nelvol.XLV,p.  191, descrivendo  la  chie- 
sa de'iS.  Vincenzo  e  Anastasio  da  lui  e- 
relfa  in  Roma,  ragionevolmente  la  qua- 
lificai sua  parrocchia.  A  concordare  tali 


PES 

nozioni  lessi  molti  de'tanti  biografi  che 
raccolsero  le  memorabili  gesta  dell'insi- 
gne porporato,  e  trovai  che  avvenne  di 
esso  come  di  Omero,  di  s.  Tommaso 
d'  y\quino  e  di  altri  sommi  ingegni,  dei 
quali  vari  luoghi  si  disputarono  V  onor 
patrio;  ma  Corsignani  nella  nominata  o- 
pera  t.  2  ,  p.  4^0,  scioglie  la  questione 
con  riportare  la  fede  di  nascita,  esisten- 
te nel  librode'batle7zati  della  chiesa  Pe- 
scinese,  che  nel  1729  si  procurò  dal  cu- 
rato Cesarano,  del  seguente  tenore.  Die 
ì  4  tnensis  /ulii  anno  1 602,  Julius  Ray- 
mundus  filius  domini  Pelri  ]\Iazzarini 
panornìilani,  et  d.  Ortensiae  ejus  iixo- 
r/.9,  haptizatusfiiil  a  me  d.  Pàschale  Pj'/j- 
pi.  Questo  documento  sostanrialmente 
concorda  con  altro  più  autentico  e  cir- 
costanziato che  nel  1 835  fece  estrarre 
dall'archivio  capitolare  di  Pescina  il  ri- 
spettabile mio  amico  e  illustre  pescinese 
d.  Salvatore  Proia,  il  quale  cortesemen- 
te mi  ha  donato  la  copia  conforme.  Laon- 
de è  fuor  di  dubbio  che  il  IMazzarini  è  pe- 
scinese per  nascila,  romano  per  adozione. 

In  addizione  alle  memorate  notizie  su 
Pescina  e  sulla  diocesi  di]Marsì,in  que- 
sto articolo  parlerò  delle  principali  città 
e  castella  illustri  soggettea  Pescina  quan- 
to alla  giurisdizione  ecclesiastica,  Taglia- 
cozzo,  Avezzano,  Celano,  Carsoli  e  Ori- 
cola,  non  che  del  famoso  lago  Fucino, 
riportando  con  esse  altre  analoghe  noti- 
zie civili  ed  ecclesiastiche  importanti  e  in- 
dispensabili al  complesso  dei  tanti  velati- 
■vi  articoli  contenuti  in  questo  Dizionario, 
eziandio  per  essere  stato  l' Abruzzo  Pa- 
trimonio e  dominio  della  chiesa  romana. 

Tagliacozzo.  Luogo  illustre,  già  ca- 
poluogo di  ducato  ed  ora  di  circonda- 
rio, per  cui  vi  risiede  il  vicario  foraneo, 
oltre  il  giudice  regio,  il  sindaco  munici- 
pale e  altre  autorità.  Sta  a  ridosso  della 
montagna  e  da  una  sottoposta  rupe  na- 
sce e  scorre  il  fiume  Imele.  Gode  la  ve- 
duta deliziosa  delle  circostanti  colline  e 
della  vasta  vallata,  sparse  di  casini,  ab- 
bellite dalla  coltivazione  e  da  ampie  slra- 


PES  9.11 

de  alborafe.  TI  fabbricato  si  distende  d;tl- 
la  cima  del  monte  al  piano  ,  ove  sono  i 
migliori  edifizi  e  la  bella  piazza  decora- 
ta di  vaga  fonte,  sovrastata  da  obelisco 
eretto  in  onore  del  patrono  s.  Antonio 
di  Padova.  Fra  i  principali  edifizi  van- 
no nominati  il  teatro  elegante  e  ornalo, 
i  palazzi  e  le  abitazioni  de' nobili  conti 
llesta,  de'  Mancini,  come  de'Mastroddi 
con  vaga  chiesina  dedicata  a  s.  Rosa  di  Li- 
ma,di  forma  rotonda,  edificatane!  1 83 "1» 
da  Alessandro  Mastroddi  letterato  e  giu- 
reconsulto distinto.  L'antico  palazzo  ba- 
lonale  de'  Colonnesi  ha  nella  cappella 
della  Natività  esilila  loggia  eccellenti  pit- 
ture della  scuola  di  Giotto.  In  questo  pa- 
lazzo evvi  l'educandato  e  le  scuole  delle 
fanciulle,  sotto  la  direzione  delle  suore  del- 
la carità  dell'istituto  di  Napoli,  stabili- 
mento benemerito  del  luogo  ede'circon- 
vicini  paesi.  Esiste  in  Tagliacozzo  un  mo- 
nastero di  clausura  di  monache  benedet- 
tine, clfe  secondo  il  rev.  Maiolini  fu  e- 
rello  fino  dai  primi  tempi  dell'istituzio- 
ne dell'ordine  benedettino,  sotto  la  deno- 
minazione de'ss.  Cosimo  e  Damiano,  ed 
anticamente  sorgeva  presso  la  chiesa  di 
s.  Ciiovannidella  Valle  de' Varri,  distrut- 
to dai  saraceni.  A!  monastero  è  annessa 
l'omonima  chiesa,  che  al  dire  del  loda- 
to scrittore  trovasi  parrocchia  fino  dal 
primo  momento  della  sua  esistenza,  e 
che  quindi  diventò  matrice'per  essersi  po- 
steriormente fondate  sul  suolo  della  me- 
desima altre  tre  chiede  sotto  l'invocazio- 
ne di  s.  Pietro,  di  s.  Nicola  e  di  s.  Egi- 
dio, che  poi  si  eressero  in  parrocchie,  po- 
ste sull'alto  del  paese,  mentre  quella  di 
s.  Cosimo  è  verso  il  centro.  Il  monaste- 
ro dipendeper  privilegiod'Innocenzo  XI 
dal  vescovo  di  Marsi.  La  chiesa  possiede 
parecchie  reliquie  ed  il  corpo  del  b.  Od- 
do :  due  monache  della  famiglia  Resta 
ne  furono  benemerite.  E  servila  da  quat- 
tro parrochi  denominati  canonici  cura- 
li, mantenuti  a  spese  del  monostero.  Que- 
sti appartengono  per  la  nomina  all'ab- 
badessa,  per  l'approvazione  all'  ordina- 


a  12                     PES  TES 
rio,  e  per  la  canonica istitiirione  ni  p.  ab-  fii  ilafn  ai  «Inmenicani.  Tolti  essi  da  [li- 
bate di  Rionte  Cassino,  al  quale  inoltre  notH-nzo  X,  i  citt^idini  con  aumento   di 
spetta  il  materiale  della  chiesa.  Ma  del-  itrnlite  ne  ottennero  la   ripiislinazione, 
le  preminenze  e  prerogative  della  cine-  poscia  i  religioci  cessaiono  nella  ricorda- 
sa  e  monastero  trattano:  l'opuscolo  del  ta  soppressione  generale:  la  chiesa  è  gran- 
rev.  can.  e  parroco  d.  Francesco  Antonio  de  e  di  belle  foruie,  con  ii  altari,  aven- 
IMaìolini  :  Per  la  canna  di  turbalo  pos-  dune  i  Resta  decorata  la  volta.  La  chie- 
sesso,  tra  il  p.  abbate  di  INIonte  Cassino  sa  dei  convento  de'cappuccini  è  dedicala 
e  il  vescovo  di  Marsi   mg/  Sorrentino,  alla  Madonna  delle  Grazie;  dopo  die  fu 
ove  pure  sono  riportale  le  relative  con-  restainata,  nel  i  G84  If^  consngrò  il  ve- 
testazioni;  e  il  libro  de!  rev.  can.  d'Ales-  scovo  Corradinl,  essendovi  tuttora  i  reli- 
sandro:  apologia  per  le  parrocchie  sile  giosi.  Altrechiese  esistenti  sono  quelle  di 
sull'allodi  Tagliacozzo.ec, cn'\^\co\' An-  s.  Antonio  abbate  ,  di  s.  Giovanni  De- 
gelo Persia  rispose  con  l'opuscolo:  Po-  collato  o  della  Misericordia,  ora  del  Cro- 
che  parole  a  confutazione  di  alcune  di-  cefìsso,  e  di  s.  Maria  del  Soccorso  eh'  è 
cerie,  ec.  contioii  can.  Maiolini.  Le  altre  la.pii.i  antica  delle  nominate.  iVelle  vici- 
chiese  principali,  dopo  le  nominate  par-  nanze  e  sopra    una  collina   in  faccia  al- 
rocchiali,  sono  le  seguenti.  La  chiesa  di  1*  oriente  è  il  santuario  di  s.  INIaria  dei- 
fi.  Francesco  edificata  danna  dama  di  ca-  l'Orienle,  la  cui  immagine  è  venerata  in 
sa  Orsini  nel  1228  o  nel  1260,  indi  ac-  antichissima  e  divota  effigie  dipinta  a  o- 
cresciuta  da  Gio. Battista  Orsini,  essendo  lio.  in  tela,  ivi  portata  dall'oriente  nella 
ampia  e  bella;  con  molte  reliquie  vi  si  persecuzione  delle  sacre  immagini  fatta 
venerano  le  ossa  del  b.  Tommaso  da  Ce-  dagl'  iconoclasti.  Il  tempio  e  le  sue  cnp- 
Jano  francescano;  l'altare  del  Crocefisso  pelle  furono  restaurate  iìcI  1686  e  poste- 
Ila  questo  scolpito  in  legno  da  un  servo  riormeiite,  Tagliacozzo  da  alcuni  antichi 
di  Dio  e  perciò  in  gran  divozione,  nien-  e  moderni  geografi  è  fregiata  del  titolo 
tre  vuoisi  che  per  rivelazione  divina  ese-  di  città,  e  lo  meriterebbe  per  molte  ra- 
guisse  la  piaga  del  costato.  Si  credono  ivi  gioni ,  avendo  pur  dato  uomini  illustri 
sepolti  ,  un  vescovo  ed  i  cardinali  Jaco-  in  santità  di  vita,  dignità  ecclesiastiche, 
pò  e  Giovanni  Oi  sini,  creati  il  primo  da  scienze  ed  armi,  de'quali  diffusamente  ne 
Gregoiio  XI,  l'altioda  Sisto  IV;  ma que-  trattano  gli  storici  marsicani.  I  re  di  JVa- 
slo  ultimo  alla  biografia  lo  dissi  sepolto  poli  fino  dal  i^^'j  decorarono  Taglia- 
con  più  probabilità  in  Roma  nella  chic-  cozzo  di  molti  privilegi,  chiamando  no- 
sa  di  s.  Salvatore  inLauro,  edificata  dal  bili  i  cittadini  e  regia  la  terra,  con  mae- 
cardinalLatinoOrsini.  llcontiguoe  ma-  strato  e  priori  municipali.  La  sua  elimo- 
gniilco  convento  fu  dato  ai  conventuali,  logia  ha  diverse  derivazioni  e  opinioni, 
che  soppressi  sotto  l'impero  francese,  o-  che  accennerò.  Dicesi  chiamato  Tahae- 
ra  appartiene  alcomuneche  vi  tiene  ipro-  0//«^?z  dalla  musa  Talia,  quasi  che  il  luo- 
pri    uffizi  e  quelli  governativi.  La  chic-  go  fosse  il  riposo  e  l'ozio  di  lei,  o  perla 
sa  vennerestaurataedabbellita  dalla  con-  disposizione  degli  abitanti  alla  poesia  e 
fraternità  del  Purgatorio,  che  la  possie-  alle  arti  liberali.  Altri  ritengono  che  il 
de  dal  1824  per  concessione  del  comune,  paese  fosse  edificato  dalle  rovine  dell'ao- 
In  essa  annualmente  si   celebra  una  so-  tica  città  Clastidia  o  Castaldia,  ovvero 
lenue  festa  in  onore  di  s.  Antonio  di  Pa-  da  quelle  della  colonia  di  Carsoli  e  dei 
dova  e  in  commemorazione  del  prodigio  cliternini,  o  meglio  che  avesse  principio 
da  lui  operato  a  favore  de'  di  voti  ajji-  dai  marsi  odagli  equicoli,  per  le  vie  ter- 
tanti.  La  chiesa  e  convento  della  ss.  An-  minali  de'  loro  dominii,  e  per    tultociò 
nunziata  é  fondazione  de'tagliacozzani  e  appellalo  Tale-Equiliurn  e  Talieqnitiuni 


PES 

o  TakacjuUiain.  Vuoisi  ancora  che  tal 
vocabolo  gli  dessero  gli  abitanti  di  voti  del 
]j.  Eqtiizio  abbate,  lìorito  ai  teuipidi  s. 
Gregorio  I,  avendo  abitalo  il  monastero 
della  Beata  Vergine  in  Valeria  e  predi- 
cato il  vangelo  a'quei  marsi  die  se  n'era- 
no allontanati.  Non  mancano  chi  fa  de- 
rivarne il  nome  dalla  rotta  data  dai  pu- 
gliesi e  marsi  ai  goti  orientali,  con  dirsi 
Taglia  Goti  il  luogo  ove  l'orse  accadde 
lu  battaglia,  ma  Tagliacozzo  gii»  esisteva, 
come  aJFermano  alcuni  storici.  Fiu^l- 
meule  si  narra  che  gli  abitanti  facendo 
strage  degli  scellerati  the  l'infestavano, 
iuìposeroal  luogo  il  nome  del  più  famosu 
di  essi,  credendo  alcuno  ciò  avere  forse 
relazione  collo  stemma  comunale  ,  che 
rappresenta  due  uomini  armati,  i  quali 
Sii  dividono  un  mantello;  però  sembra  più 
probabile,  che  le  due  figure  esprimano 
due  guerrieri  custodi  del  sito  in  atto  di 
dividersi  un  paludamento,  opinione  fon- 
data sui  trionfi  riportati  dai  valorosi 
marsi  per  la  colonia  di  Carsoli,  s'è  vero 
che  la  fondò  Q.  Cassio  allorché  dimorò 
nella  medesima,  per  lo  che  Tagliacozzo 
fu  talvolta  chiamato  CitUÌ  di  Carsolì, 
laonde  adottò  la  comune  insegna  del  pa- 
ludamento. Tuttavolta  quei  che  vanta- 
no fondatore  il  re  Cottio  o  Q.  Cozio  il- 
lustre cavaliere  romano,  asseriscono  che 
si  dicesse  Tale-Coliuni^cìot  Tale-  Cotinnt 
oppidum  est  a  Q.  Cotlio.K  pertanto  cre- 
dibile che  Tagliacozzo  abbia  principio 
da  fatti  illustri,  cui  corrisposero  ognora 
i  cittadini,  essendo  assai  encomiati  per 
isquisita  e  generosa  ospitalità,  di  cui  la 
Marsica  è  celebrata  per  eccellenza,  per 
nobiltà  di  sentimenti  ,  coltura  e  genti- 
lezza di  tratto,  da  non  essere  in  nulla  se- 
conda a  verun'altra  città  ragguardevole, 
come  io  stesso  colla  mia  famiglia  assai 
sperimentammo  e  ammirammo:  tanto 
dovea  dichiarare  per  ossequio  di  grato 
animo.  Tagliacozzo  ebbe  già  tortissima 
rocca,  presso  la  quale  fu  la  chiesa  di  s. 
Cecilia,  riedificata  nel  i^Sg  in  forma  di 
torre  da  Aodrea  del  Ponte  signore  tli 


molte  castella^  indi  restaurata  da  Ri- 
naldo Orsini  ne'[)rimi  periodi  del  secolo 
XVI.  B\i  Tagliacozzo  anche  cinto  di  for- 
tissime mura  dal  re  Ladislao,  dopo  es- 
sere stalo  disfatto  a  lloccasecca.  Si  au- 
meiitò  pel  palazzo  baronale  a  guisa  di 
fortezza  fabbricato  da  Piobcrto  Orsini, 
decorandolo  di  maruii  e  pitture  :  ([uesli 
nel  I  3^5  fondò  ancora  la  chiesa  di  *. 
Gio.  Battista,  per  commenda  dell'ordine 
gerosolimitano.  Tagliacozzo  fu  assai  dau- 
neggiato  dalle  civili  discordie,  massime 
tra  gli'abitanti  e  gli  Ai-goli  signori  di  Ca- 
ilel  Marano  e  di  altri  feudi.  Con  titolo 
di  contea  la  dominarono  i  Berardi  gran- 
conti  de'  Marsi.  1  grau-conti.de'  Marsi, 
tanto  celebri  in  Italia,  per  linea  retta  ii- 
conobbero  l'origine  da  Carlo  Magno  e  da 
Berardo  suo  discendente,  come  figlio  di 
Pipino  nipote  di  Bernardo  re  d'  Italia, 
figlio  dell'altro  Pipino  nato  da  Carlo. 
Egli  ebbe  da  s.  Leone  111  il  dono  di  mol- 
te terre  nella  Sabina  e  divenne  signore 
della  provincia  Valeria  coi  titolo  di  gran 
conte  de'  Marsi.  Nella  sua  cospicua  stir- 
pe si  noverano  illustri  guerrieri,  vescovi, 
cardinali,  come  i  B trai  di  o  Bernardi, 
gli  Oderigo  o  Oderisio  e  gli  altri  alar- 
si cardinali,  di  cui  parlai  alle  loro  bio- 
grafie, insieme  a  Papa  Viltort  III,  e  altri 
personaggi  insigni,  il  cardinal  Giovanni 
de'  conti  di  Tagliacozzo,  non  che  varie 
cospicue  famiglie  sotto  diversi  cognomi. 
Questi  conti  usarono  del  titolo  di  :  Dei 
graliae  Marsoruni  conies.  Adessi  ap[»ar- 
tiene  l'edificazione  di  Marsico  vecchio  e 
di  Marsico  nuovo  (F.)sede  vescovile  iit 
Basilicata.  Negli  articoli  Marsi  vescova- 
to. Conti  fajugua,  Innocenzo  III  e  in 
altri,  tenni  proposito  dei  duchi  econti  di 
Marsi,  ed  a  chi  sono  rimasti  i  titoli.  Al- 
lorché Papa  Giovanni  X  discacciò  dai 
suoi  stati  i  saraceni,  molti  ne  perirono 
tra  Tagliacozzo  e  Carsoli,  poiché  i  marsi 
erano  soggetti  al  supremo  dominio  del- 
la s.  Sede,  contribuendovi  i  tagliacozza- 
ui.  Questi  coi  carsolani  e  altri  marsi  e- 
ziaudio  cooperarono  ucl  pontificato  di 


2l4 


PES 


Giovanni  XI  alla  scoufilla  degli  ungheri 
iuvasori,  per  cui  si  alliibuisce  a  tale  vit- 
toria i  due  guerrieri  dividenti  la  preda 
tolta  agli  ungheresi,  e  t'oruianti  lo  stein- 
jiia  municipale.  Mancata  la  successione 
de'  Berardi,  lo  stato  di  Tagliacozzo  fu 
dominato  dalla  camera  regia  di  Napoli, 
poscia  nel  1289  dalla  famiglia  del  Pon- 
te, uno  della  quale,  Andrea,  accrebbe  gli 
ediflzi  del  paese.  Pare  che  i  del  Ponte  ne 
ritenessero  il  solo  titolo,  quando  perdu- 
tone il  dominio,  questo  acquistarono  gli 
Orsini  del  4.°  ramo  che  primeggiò  sugli 
altri,  da  cui  derivarono  gli  Or^m/signori 
di  Bracciano  {V.)  e  gli  Orsini  duchi  di 
Giavina  del  5.°  ramo  e  superstiti,  come 
dichiarai  a  Orsini  famiglia,  ove  notai 
che  di  questa  contea  l'investì  il  re  Car- 
lo li  con  diploma  del  1294,  e  il  tributo 
annuo  di  4o  oucie  d'oro.  Nel  1879  '"^ 
Tagliacozzo  si  riunirono  i  cardinali  Or- 
sini, Corsini  e  Borzano  o  Brusiani  mila- 
nese, per  protestare  contro  la  seguita  e- 
lezioue  dell'antipapa  Clemente  P'JJ{F.), 
pentiti  di  averci  concorso,  come  rilevai 
nel  voi.  Ili,  p.  20G,  con  lettere  de'  17 
gennaio.  Versoquesto  tempo  RiualdoOr- 
sini  si  confederò  coi  tiburùni  contro  i 
Colonnesi,  ma  nel  i38i  questi  ultimi 
rompendo  guerra  agli  Orsini,  espugnalo 
Tagliacozzo,  ne'  piani  de'  marsi  ebbero 
luogo  battaglie  e  devastazioni  di  campi, 
facendosi  poi  la  pace  nel  1882.  La  si- 
gnoria del  luogo  e  dello  stato  l'  ebbe  o 
per  conferma  o  per  nuova  concessione 
nel  secolo  XV  Gio.  Giordano  Orsini,  per 
avere  sposata  la  figlia  di  Federico  re  di 
Napoli,  e  la  goderono  i  suoi  discendenti, 
the  dimorando  tra'  marsi,  dal  contado 
d'Alba  de'Marsi  e  Tagliacozzo  ricavava- 
no annui  scudi  3o,ooo.  Alfonso  re  di 
Napoli  inimicatosi  cogli  Orsini,  si  recò 
con  l'esercito  in  Tagliacozzo,  ove  ricevuti 
gli  ambasciatori  fiorentini  mediatori  si 
pacificò  con  essi.  Sotto  il  dominio  degli 
Orsini  la  contea  di  Tagliacozzo  contene- 
va le  seguenti  terre.  Oricola,  Piocca  di 
Bolle,  CoUeseculo,  Castel-Maaardo,  Te- 


PES 

raco,  Spidiuo,  Cerchio, Colli,  Pietra-Ve- 
noia,  Cappadocia,  Rocca  di  Cerro,  Allo 
s.  Maria  o  Poggiteli©,  Castel -Vecchio, 
Scanzano  ,  s.  Donato,  Poggio-Filippo, 
Castel-Palea, Marano, Scurcola, Colle  di 
Luppa,  Colle,  Barocchio,  Pereto  o  Pic- 
celo,  Alba  de' Marsi,  Cappella,  Tarasco, 
Patocchio,  s.  Natòlia,  Corvaio  (  patria 
AqW antipapa  Nicolò  P'.),  Magliano,  Suc- 
ce,  Àvezzano,  Canestro,  Meta,  Civita  d' 
Antino,  Civitella,  Castel  di  Carlo,  Ca- 
stello in  fiume,  Cese,  Rocca  di  sopra,  Gir- 
gtito,  Rocca  Randisio, Poggio  S.Giovan- 
ni, Radicarla,  Torre  di  Taglia,  Capra- 
dosso,  Lugo  e  la  baronia  di  Carsoli.  An- 
che altre  terre  e  castella  furono  dello  sta- 
to di  Tagliacozzo.  Gli  Orsini  accrebbero 
le  fortificazioni  e  le  torri  inespugnabili 
della  Scurcola, già  antico  luogo  per  sen- 
tinella della  celebre  Alba.  Seguendo  gli 
Orsini  il  partito  degli  angioini  contro 
Ferdinando  V  re  di  Spagna,  a  favore 
del  quale  militavano  i  Colonnesi,  avendo 
il  re  superalo  i  nemici  suoi,  spogliò  gli 
Orsini  di  molte  castella  e  di  Tagliacozzo, 
dandone  l'investitura  a  Odoardo  Colon- 
na e  suoi  discendenti.  Già  i  Colonnesi  per 
disposizione  della  regina  Giovanna  11  era- 
no stati  in  Odoardo  fratello  di  Papa  Mar- 
lino  V  dichiarati  duchi  di  Marsi  e  di  Ta- 
gliacozzo e  conti  d'Alba  nel  i4'9»  come 
raccontai  a  Colonna  famiglia.  Calato  in 
Italia  Carlo  Vili  re  di  Francia  nel  1 494» 
die  Io  stato  di  Tagliacozzo  a  Fabrizio  Co- 
lonna figlio  di  Odoardo, privandone  Vir- 
ginio Orsini.  Indi  nel  1496,  per  ordine 
di  Federico  11  re  di  Napoli,  in  Tagliacoz- 
zo si  coniò  moneta,  privilegio  che  eser- 
citò il  paese  anche  sotto  il  viceré  mar- 
chese del  Carpio.  Successivamente  nel 
^lonlifìcalo  di  Alessandro  VI  insorsero 
guerre  tra  Girolamo  Orsini  e  Fabrizio 
Colonna  per  lo  stato  di  Tagliacozzo,  il  qua- 
le stato  fu  definitivamente  tolto  agli  Or- 
sini e  dato  ai  Colonnesi  nel  iSaG.  Que- 
sti fecero  di  Tagliacozzo  la  capitale  dei 
loro  feudi  in  Regno,  ma  negli  ultimi  tem- 
pi ne  perderono  ìì/us  feudale.  Nel  resto 


PES 

Tagliacozzo  seguì  i  destini  del  reame  di 
Napoli^  e  nel  luglio  1B49  ^^^^  guarni- 
gione di  circa  5,ooo  uomini  con  8  pez- 
zi di  cannone. 

Avtzzaao.  Capoluogo  di  distretto,  o- 
ve  dimora  un  sottintendente  colle  auto- 
rità subalterne  ;  già  residenza  de'  duchi 
di  Marsi  e  di  Tagliacozzo,  è  posto  in  a- 
niena,  deliziosa  e  liirtile  pianura.  Ha  e- 
leganti  palazzi  e  comode  abitazioni,  ed 
il  teatro.  Il  palazzo  ducale  fu  edificalo 
con  magnificenza  nel  1490»  ^  guisa  di 
fortezza,  da  Viiginio  Orsini  (discenden- 
te dal  ramo  della  nubilissima  famiglia 
Pagliara)  signore  del  luogo.  Agli  Orsini 
neila  signoria  erano  preceduti  i  Corsi  ed 
i  Vangelisti,  ed  ai  primi  succedettero  i 
Colonnesi ,  onde  tra  questi  Marc'Anto- 
nio  neir  aumentarlo  l'abbellì  anche  con 
pitture,  avendo  poscia  ornata  la  bella 
via  pel  lago  di  Fucino  l'altro  Marc'An- 
lonio  vincitore  a  Lepanto  de' turchi,  di 
che  è  memoria  nel  palazzo.  In  casa  dei 
nobili  IMaltei  sono  alcune  iscrizioni  anti- 
che. La  collegiata  occupa  il  luogo  del  tem- 
pio d'Augusto,  è  sotto  l'invocazione  di  s. 
Ijurtolomeo  apostolo  e  di  s.  Antonio  ab- 
bate, restaurala  nel  i  1 56  e  successivamen- 
te rifabbiicala,  per  le  inondazioni  del 
lago  e  pel  terremoto:  essa  è  magnifica 
e  di  vago  disegno,  con  abbate  e  canoni- 
ci. Per  non  dire  di  altre  chiese,  quella 
bella  di  s.  Francesco  de'conventuali  fuo- 
ri le  mura  fu  fondata  dagli  Orsini,  e  vi 
si  venera  il  corpo  di  s.  Giustino  marti- 
re. 11  convento  e  chiesa  de'  cappuccini, 
ove  è  in  gran  divozione  l'immagine  del- 
la Beata  Verginedi  Vico.  La  chiesa  del- 
le domenicane.  Vuoisi  originato  dagli  al- 
besi  o  dai  fucesi,  aumentato  dalle  rovi- 
ne della  celebre  Alba  e  da  quelle  di  altri 
paesi,  nel  luogo  in  cui  era  il  sontuoso  tem- 
pio d'Augusto  e  nel  sito  della  terra  di 
Pantano,  così  detta  pel  tempio  di  Giano  o 
Paiilheoìi-Jani,  anzj  salutandosi  questa 
deità  co\\Gpavo\e  A \'e  Janum,  dicesi  de- 
rivalo il  nome  di  Avcanuin  e  Avezzano, 
le  cui  memorie  rimontano  al  IX  secolo. 


PES  2i5 

Celano,  Cllternum,  Cclanuni.  Fu  edi- 
cato  presso  l'antica  Celano,  nella  sommi- 
tà del  morite  Tino,  e  secondo  Corsigna- 
ni  ha  il  titolo  di  città,  con  la  qualifica 
di  capo  de' Marsi.  Divenne  contea  e  in 
tempo  del  conte  Pietro  fu  distrutto  dal- 
l'imperatore Federico  H, spogliandolo  del 
contado  che  die  a  Francesco  Conti  fra- 
tello d'Innocenzo  III;  indi  riedificò  Ce- 
lano e  lo  chiamò  Cesarla.  Però  seguendo 
il  nuovo  conte  le  parti  d'Ottone  IV,  nel 
122  I  l'imperatore  fece  assediare  Celano 
e  s'impadronì  della  fortezza,  ma  il  tutto 
ben  presto  il  conte  liprese  con  le  armi. 
In  seguito  altri  signori  dominarono  Ce- 
lano, non  che  la  s.  Sede,  come  antico  suo 
dominio;  i  Colonnesi  ed  i  Piccoloniini , 
indi  i  Peretli  per  matrimonio,  i  Savelli, 
gli  Sforza  Cesari/li  quali  eredi  de'prece- 
denli.  La  principale  chiesa  è  sacra  a  s.  Gio. 
Battista,  e  fu  già  prepositura  nullius,  il 
cui  capitolo  intervenne  all'elezione  del 
vescovo  di  Maisi,  ed  ora  collegiata  con 
cura  d'  anime.  Di  questo  celebre  luogo 
parlai  in  più  articoli. 

Carsoli  o  Carseoli.  Terra  e  capoluo- 
go di  circondario  ,  succeduta  alla  cele- 
bre città  e  possente  colonia  rouìana  del- 
l'aulico Lazio  e  ne'  marsi,  presso  il  cou- 
fìne  degli  equi  ed  il  fiume  Torano.  Che 
Carseoli  iw  antichissimo  patrimonio  del- 
la s.  Sede,  Io  dissi  a  quell'articolo.  L'o- 
dierna ha  la  chiesa  parrocchiale  dedica- 
ta a  s.  Vittoria  vergine,  restaurala  nel 
1676,  con  arciprete  e  canonici.  È  a  tre 
navate  con  cappelle  e  diversi  buoni  qua- 
dri. L'antica  chiesa  delle  Celle  di  Car- 
soli ,  un  tempo  abitata  da  s.  Romual- 
do (ma  altri  dicono  che  dimorasse  in  Pe- 
reto), dedicata  alla  Beata  Vergine,  per 
la  potenza  de'  conti  marsicani  fu  accre- 
sciuta nel  998,  indi  eretta  in  cattedrale, 
con  giurisdizione  sulla  valle  di  Carsoli  e 
di  Norfa,  per  introdurvi  in  vescovo  At- 
tone  de'conti  de'Marsi.  La  sede  vescovi- 
le durò  fino  a  Vittore  II,  nel  concilio  fio- 
rentino venne  soppressa  e  ripristinata  la 
MarsicanU;  lo  che  confermò  Stefano  IX 


ai6  PES 

detto XjVeneudo  Alloneliasfeiitoa  Cliie- 
ti.  Riunita  la  sede  alla  diocesi  di  Maisi, 
uè  fu  confermalo  in  vescovo  l'antlulfo. 
Essendo  signori  di  dette  Celle  i  benedet- 
tini, Manfredi  coi  saraceni  più  volle  vi 
si  accampò  contro  il  Papa:  vinto  poi  da 
Carlo  1  d'Angiò,  il  figlio  di  questi  Carlo 
li  edificò  presso  le  Celle  di  Carsoli  un 
forte  castello.  Sotto  il  colle  Veziano  s. 
l'rancesco  vi  edificò  un  convento.  Nelle 
sue  vicinanze  è  la  chiesa  di  s.  Mai  ia  dei 
Bisognosi  di  Pereto  o  di  Carsoli  o  del 
Monte,  la  cui  prodigiosa  immagine  vi  fu 
portata  da  Siviglia  ne'primidel  VII  seco- 
lo, per  opera  dello  spaguuolo Fausto  piis- 
fcimosuodivoto  e  per  comando  della  stes- 
sa ss.  Vergine,  onde  essere  preservata  dal- 
la profanazione  de' saraceni.  Ivi  le  fab- 
bricò il  tempio  che  solennemente  consa- 
crò s.  Bonifacio  IV  di  Valeria.  Più  tardi 
r  immagine  fu  coronata  a'  5  novembre 
j  724  con  corona  d'oro  dal  capitolo  Va- 
licano, e  processionalmeute  vi  si  recaro- 
no a  venerarla  quei  di  Pereto,  Rocca  di 
Bolle,  Oricola  e  altri  luoghi.  Divenuta 
Carsoli  baronia  con  a)olti  luoghi  sogget- 
ti, fu  poscia  posseduta  dagli  Orsini,  che 
restauraiono  il  castello  nel  1  343  per  o- 
pera  del  cardinal  Rinaldo.  Verso  il  i^^.'jj 
ricadde  alla  corona  di  Napoli,  ilalla  qua- 
le fu  concedo  la  a  R.oberto  Orsini,  doa» 
de  passò  a  Fabrizio  Colonna  per  conces- 
sione di  Ferdinando  V  le  di  Spagna. 

lìJai^iiano.  Terra  de'marsi,  già  sogget- 
ta allo  stato  di  Tagliacozzo,  giace  su  a- 
menissimo  colle,  grande,  ricca  e  fregia- 
ta di  altre  prerogative,  rimarcandosi  tra 
i  suoi  fertili  prodotti  il  zatlerauo  e  gli  a- 
uisi  chiamati  finocchio  dolce.  La  chiesa 
parrocchiale  è  sotto  l'invocazione  di  s. 
Lucia  ,  ed  i  Carlucci  vi  edificarono  la 
chiesa  di  s.  Gio.  Battista.  L'an.pio  con- 
vento de'doraeuicani, conia  graziosa  chie- 
sa di  s.  Maria  Maddalena,  è  fondazione 
de'  maglianesi.  Hawi  pure  il  convento 
da'  riformati  con  la  chiesa  di  s.  Maria  e 
s.  Martino;  mentre  fuori  diMagliano  e- 
siste  la  parrocchia  di  Nostra  Signora.  Tra 


PES 

gli  cdifiil  primeggia  il  signorile  palazzo 
dc'Masciarelli,  di  recente  abbellito  gran- 
demente dal  genio  di  Vincenzo  Mascia- 
relli  figlio  di  Gio.  Battista  e  Giuseppa 
virtuosa  reatina  della  nobile  famiglia  Se- 
veri, della  cui  contessa  uittdre  pallai  nel 
voi.  XI,  p.  16.  Vicino  a  Magliano  e  so- 
pra isolato  monte  si  vedono  gli  avanzi 
dell'antica, celebre,  possente  e  forte  città 
A' Alba  Fuccnse  o  de  Marsi^  di  cui  trat- 
tai a  Colonna  e  Orsini  famiglie,  che  la 
signoreggiarono,  non  che  a  Pasquale  IL 
«he  vi  fu, dopo  aver  costretto  a  partirne 
l'antipapa  Clemente  111.  Magliano  fu  pos- 
seduta anticamente  da  Guglielmo  d'  O- 
cra,  che  vi  si  fortificò  contro  gli  Orsini, 
facendo  poi  altrettanto  contro  i  mede- 
simi il  cardinal  Colonna.  Nel  i5'28  Na- 
poleone Orsini,  volendo  ricuperare  lo  sta- 
lo de'marsi,  presso  Magliano  sostenne  va- 
ri combaltinienli contro  Scipione  Colon- 
na vescovo  di  Rieti,  il  quale  restando  uc- 
ciso fu  sepolto  in  Mugliano.  Questo  ebbe 
già  soggette  le  \Ule  di  s.  Biagio,  di  s.  An- 
gelo, di  s.  Maria  Maddalena  (ove  furono 
in  ampio  monastero  delle  monache,  poi 
passato  ai  domenicani),  e  quelle  antiche 
di  Treinonli,  di  Carchio,  de' ss.  Martino 
e  Barnaba,  e  Villa  Maggiore  rovinata 
nella  conquista  degli  angioini,  j)er  cui  gli 
abitanti  accrebbero  quelli  di  Magliano. 
Fu  ne'circostanli  piani  Palentini  (giù  Va- 
lentin!, così  detti  dalla  chiesa  di  s.  Va- 
lentino distrutta,  indi  piano  di  Palenta 
o  cani[ii  l'alcntmi),  precisamente  presso 
Munte  Carchio,  a'24  o  2J  agosto  12G8, 
ch'ebbe  luogo  la  vittoria  di  Carlo  I  d'An- 
giò contro  lo  svevo  Corradiiio,  onde  il 
primo  vicino  alla  Scurcola  eresse  un  mu- 
guifieo  tempio  a  s.  Maria  della  Vittoria, 
con  monastero  cistercieuse  (poi  passalo 
ai  benedettini),  in  seguito  diroccalo,  for- 
se nelle  guerre  o  dal  terremoto;  e  ciò 
in  adempimento  al  volo  fatto, dotando- 
lo di  pingui  rendite  per  suffragio de'suoi 
soldati  uccisi  nel  conflitto.  La  statua  della 
B.  Vergine  che  Carlo  I  avea  fallo  veni- 
re di  Francia,  rinvenuta  nelle  macerie 


PES 
tlella  cliiesa,  fu  nel  i5:/5  con  manifcslo 
prodigio traiferi la  iu  Scuicolanellachie- 
sa  omonima  ove  si  veneia. 

Oricola,Auriculnrn.  Terra  de'maisi, 
già  del  contado  di  Tagliacozzo,  e  secon- 
do ii  geografo  Magiui  città  degli  equi- 
coli,  delti  poi  cicoli,  onde  la  regione  da 
loro  abitata  si  chiamò  Ciculaiio  (Fat- 
teschi,  Jlemoric  del  ducalo  di  Spoleto), 
pO[)oli  valorosi  che  guerreggiarono  più 
volte  coi  romani;  già  sentinella  dell'an- 
tica cillà  manifatturiera  di  Civita  Caren- 
zia  colonia  romana,  la  quale  ebbe  mu- 
ra ciclopee.  A  contatto  del  confine  dello 
stalo  pontificio,  dulia  parte  di  Arsoli  è 
distante  da  Roma  circa  38  miglia.  E'  ri- 
nomata pel  bosco  Sesara,  il  quale  negli 
ultimi  tempi  degli  antichi  romani  furiA 
gran  copia  di  legname  per  le  costruzio- 
ni navali.  Nel  i556  per  la  guerra  contro 
Paolo  IV  fu  piazza  d'armi, difesa  dall'Or- 
sini contro  un  Culunna  che  erasi  fortifì- 
cato  a  Subiaco,  il  quale  incendiò  il  pae- 
se e  vi  lecò  lagrime  voli  guasti.  Giace  sul- 
la cima  di  acuminato  e  delizioso  monte 
quasi  inespugnabile,  dimodoché  i  suoi 
antichi  signori  vi  si  difesero  da  diverse 
invasioni  nemiche,  quindi  nella  guerra 
della  successione  al  trono  di  Spagna,  O- 
rieola  fu  difesa  dai  tedeschi;  ma  della 
sua  antica  rocca  sono  restate  3  torri,  le 
quali  presentano  un  triangolo,  ed  alcune 
mura.  Vi  si  ^ode  eccellente  aria  e  l'ame- 
na vista  delle  circostanti  montagne  e  pae- 
si, non  che  dell'ampia  valle  del  Cavalie- 
re, bagnata  dal  fiume  Torano  e  dal  tor- 
rente Ganiberano  che  si  unisce  al  pri- 
mo. Il  nome  della  valle  lo  prese  dall'al- 
bergo ch'è  sull'ingresso  della  strada  ro- 
mana, la  quale  introduce  in  Regno,  già 
via  Valeria,  edificato  dai  Colonnesi  pei 
■viaggiatori,  ad  istanza  d'un  cavaliere  (on- 
de ne  prese  il  nome,  secondo  il  Corsigna- 
oi),  il  quale  essendo  a  caccia  avea  corso 
pericolo  diella  vita  se  non  era  alloggiato 
da  un  pastore.  Meritò  l'albergo  d'essere 
descritto  dall'Olstenio,  e  dipoi  vi  fu  col- 
locata uu'  antica  iscrizione.  L-j  possedè- 


PES  217 

ronnsuccessivamenle  i  Rcrardi  gran-con- 
ti de'  Riarsi,  Caino  o  Todino  del  Ponte 
del  i23q  conledi  Tagliacozzo  e  signore 
di  alili  luoghi,  Andrea  del  Ponte  signore 
di  Tagliaco/7.o,  d'Oricolaedi  Pareto,  ma- 
rito di  Cecilia  Colonna,  i  benedettini  del- 
l'abbazia di  Subiaco  (della  quale  nel  se- 
colo passato  fu  abbate  Arrigo  d'Emilio 
orii.olano),gli  Orsini,  l'oricolano  Adriano 
!\Juntaneodel  i  3(S  1  (dettoil  generale  della 
JMotilagna)  diesi  distinse  nellegnerre sos- 
tenute dai  sublacensi  contro  i  tiburlini  a 
danno  degli  Orsini, cui  occupò  molle  ter- 
re, esistendo  memoria  della  sconfitta  dei 
tiliiirtini  nella  chiesa  di  s.  Scolastica  di 
Subiaco;  finalmente  divenne  dominio 
de' Colonnesi  duchi  di  Tagliacozzo.  Psel 
suo  territorio  si  trovano  diverse  antichi- 
tà, iscrizioni,  medaglie,  idulelti,  ec.  Tra 
le  abitazioni  sono  le  migliori  quelle  dei 
signori  de  \'ecchi ,  Ferrari  e  Laurenli: 
oltre  i  nominati  da  Oricola  uscirono  al- 
tri uomini  illustri  e  Simone  iNituglia  fi- 
losofo. L'  antica  chiesa  abbaziale  e  par- 
rocchiale di  s.  Tommaso  apostolo,  e  quel- 
le pure  parrocchiali  di  s.  iMaria,  ove  al 
presenle  è  il  cimitero,  e  del  ss.  Salvatore, 
furono  quasi  distrutte  nella  guerra  del 
I  5  j(), per  cui  si  riunirono  nella  terza,  re- 
staurata con  buonaarcliitettiua  nel  i  JjS: 
questa  è  collegiale  con  arciprete  e  capi- 
tolo, sino  dal  i588,  epoca  della  riunio- 
ne delle  parrocchie.  Vi  sono  altre  chiese 
rurali  ed  il  beli'  oratorio  pubblico  dì 
giuspationato  de'De  Vecchi, dedicalo  al- 
l'Assunta ed  ai  ss.  Pietro  e  Paolo,  il  cui 
altare  fu  nel  i  740  consagrato  e  nel  i  746 
l'oratorio.  La  patrona  del  paese  è  s.  Re- 
stitula.  11  suo  territorio  è  ferace  di  ce- 
reali, mancano  per  altro  in  proporzione 
braccia  per  coltivarlo,  poiché  nel  i^jG 
sulfiirono  gli  abitanti  un'  orribile  strage 
nella  chiesa  di  s.  Tommaso  di  circa  700 
vittime,  le  quali  si  erano  rifugiate  in  quel 
tempio,  onde  evitare  il  furore  de'  Colon- 
nesi, che  in  seguilo  ne  divennero  padro- 
ni, come  ho  detto. 

Ltigo  Fucino  o  di  Celano.  E'  posto  a 


2,8  PES 

nìezzogioino  tra  i   tQonti  Apeuuiui  che 
circondano  con  amena  pianura  i  Marsi; 
di  figura  irregolare,  per  l'ampiezza  somi- 
glia a  uu  n)are,  avendo  d'ordinario  34 
uiisilia  di  circuito  e  i  o  di  larghezza.  E  fa- 
ina  che  in  esso  si  sprofondassero  alcune 
antiche  città,  particolarmente  quelle  di 
Marruvio,  di  Penna  e  di  Archippa  :  del- 
la sommersione  delia  già  splendidissima 
IVIarruvioo  Marsi  i  critici  convengono, 
non  cosi  delle  altre  due,  che  ritengono 
perite  per  altre  cagioni.   A  questo  cele- 
bre ed  auaenissimo  lago  fanno  mirabile 
corona  in  deliziosa  situazione  precipua- 
mente le  castella  e  terre  di  Orluccliio  o 
Orligia  0  Gissa,  Trasacco,  Luco,  Vene- 
re, s.  Benedetto,  l'esciua,   Avezzano,  s. 
Polino,  Paterno,  e  poco  piti  lungi  Alba 
Fucense,  Cerchio  ,  Colle  Armele_,  Cela- 
no vecchio  o  l'antica  Cliternia,  che  da  vi- 
cino  lo  domina  in  bella  eminenza.  Le  sue 
onde  dir  le  potresti  col  Petrarca,  chiare, 
fresche  e  dolci  acque, ma  non  già  giove- 
voli a  molte  infermità  ed  usate  nei  ba- 
gni. Dalle  analisi  chimiche  fatte  dopo  le 
descrizioni   di  Febonio  e  Corsignani,  si 
è  trovato  che  le  acque  non  hanno  pro- 
prietà minerali  ;  ond'è  credibile  che  le 
acque  o cambiarono  natura  o  perderono 
le  supposte  virtù  di  guarire  dai  mali,  nel- 
la credenza  che  il  Fucino  fosse  abitato 
da  uu  nume  ,  a  cui  s' innalzarono  tem- 
pli e  votive  iscrizioni.  Il  lago  è  andato 
soggetto  a  escrescenze  e  decrescenze,  la 
principale  di  queste  nel  1 8  1 6,  forse  per 
la  maggiore  o  minore  quantità  d'acijua 
che   gli  tributano  i  circostanti  monti  e 
gli  8  fiumi  che  vi  sboccano,  ovvero  dal- 
la ostruzione  dei  naturali  inghiottitoi  che 
possono  essere  nel  suo  fondo.  Rarissiraa- 
inente  si  congela  la  parte  meno  profon- 
da, nondimeno  nel  1 167  il  lago   fu  co- 
perto di  gelo,  secondo  la  cronaca  di  Fos- 
sanuova.  Questo  lago  abbonda  di  stu- 
pendi pesci,  fra'  quali  i  barbi,  le  tinche, 
i  laltarini,  ec.  Fu  anche  detto  Lago  de 
f^olsci,  perchè  i  romani  presso  le  sue  ri- 
ve sconfissero  3o,ooo  volsci.  E'  una  fo- 


PES 

la  di  Plinio  il  passaggio  della  famigera- 
ta acqua  ISIarsia  o  INlarcia  (sulla  quale  si 
può  vedere  il  Fabrelti  ,   De  aqins  ci  a- 
queducUhusj  ed  il  Fea,  Storia  delle  ac- 
que) per  questo  lago,  come  prova  il  Fa- 
bretti,  Einissarii  lacuin  Fucini  descri- 
ptio,  membr.  L  Egualmente  non  è  vero 
che  il  lago  sia  il  prodotto  di  un  vulcano 
estinto;  come  non  è  provato  che  le  sue  ac- 
que fossero  state  con  acquedotto  portale 
in  Roma  e  in  ampio  fonte  sulCampidoglio 
dal  pretore  Q.  Marzio o  dal  re  Anco  IMar- 
zio,perciòchiaraata  acqua /1/tìJrsi'a  oMar- 
sia  e  poi  Claudia  dall'  imperatore  Glau  • 
dio  (Tiberio  Druse);  bensì  questo    im- 
peratore nel  794  di  R.oma  fece  eseguire 
colla  direzione  di  Narciso  il  famoso  emis- 
sario per  diseccare  o  piuttosto  restringe- 
re leacquedel  lago,  impiegandovi  undici 
anni  e  l'opera  di  So, 000  schiavi,  e  trafo- 
rando la  montagna  detta  WSalviaiio  per 
lo  spazio  di  tre  miglia.  Il  qual  traforo  e- 
seguito  che  fu,  l'imperatore  si  trasferì  da 
Roma  al  Fucino  e  vi  fece  rappresentare 
lo  spettacolo  di  una  battaglia  navale,  con 
100  navigli  rodiolti  e  siciliani,  con  mol- 
ta strage  degli  schiavi  combattenti.  Indi 
fu  dato  esito  alle  acque  per  l'emissario, 
ma  il  successo  non  rispose  all'espettazio- 
ne  :  pertanto  venne  approfondito  lo  spe- 
co o  piuttosto  il  canale  di  derivazione,  e 
compiuto  il  lavoro  Claudio  vi  ritornò  e 
celebrò  le  feste  de'  gladiatori,  e  Agrippi- 
na sua  moglie  abortì  per  lo  spavento  pro- 
dotto dal  precipitoso  impeto  delle  acque 
incanalate ,   forse    per  malizia  dell'  ar- 
chitetto, con  troppa  foga  nell'emissario. 
Dopo  la  morte  di  Claudio,  sia  per  l'in- 
curia de'  successori,  sia  per  tutta   altra 
ragione  ,   le  opere  di  derivazione  peri- 
rono, l'emissario  si  ostrusse  in  gran  par- 
te e  cessò  dal  suo  officio.  Nel  secolo  de- 
corso qualche  cosa  vi  fu  operato,  poiché 
il  Piranesi  in  due  tavole  incise  la  Dimo- 
strazione dell' emissario  del  lago  Fucino 
{Raccolta  t.  2 3), che  dedicò  al  re  Ferdi- 
nando! V,riportandovi  una  medaglia  mo- 
numentale con  l'anno  1 779.  Il  lago  Fu- 


PES 

cino  celebrato  da  tanti  scrittori,  da  ul- 
timo lo  fu  pure  dal  professore  di  filoso- 
fia e  inateuiatica  sacerdote  Salvatore 
Proia  di  Pesciua  con  la  Blcmoria  letta 
liei  Liucei  nel  1 834,  indi  pubblicala  nel 
Giornale  arcadico,  ed  a  parte  :  Ricerche 
sul  lago  Fucino jV\.oma.  i835  tipografia 
Boulzaler.  Inoltre  da  questa ilAv/iomz  si 
apprende  come  il  regio  governo  per  prov- 
vedere ai  danni  provenienti  dalle  rinno- 
vate e  piìi  forti  escrescenze  del  lago,  nel 
1825  imprese  a  spurgare  e  riaprire  l'e- 
missario e  condotto  Claudiano,  affidan- 
done il  difficile  incarico  al  valoroso  in- 
gegnere Carlo  Stefano  de  Piivera.  Solo  ci 
duole  di  vedere  tuttavia  un  abisso  di  ac- 
«|ue,  dove  per  carila  di  patria  1'  autore 
della  Memoria  prognosticava  che  avreb- 
bero quanto  prima  biondeggiato  le  messi 
e  pascolato  i  pingui  armenti.  L'intrapre- 
sa restaurazixine,  quantunque  condotta 
a  buon  punto,  fu  poi  abbandonata  nel 
I  835,  ed  è  fortuna  che  da  quell'epoca  in 
poi  il  minaccioso  lago  siasi  contenuto  tra 
moderati  confini. 

PESSINO  o  PESSINONTE  o  PES- 
SINUNTE,  Pessinus.  Sede  vescovile  di 
Galazia,  la  cui  città  fa  assai  celebre  pel 
commercio  e  per  un  magnifico  tempio 
sacro  alla  madre  degli  dei.  L'imperato- 
re Teodosio  1  avendo  diviso  la  Galazia 
in  due  provincie,  Pessinonte  diventò  me- 
tropoli civile  ed  ecclesiastica  della  2.'^  Ga- 
lazia nel  V  secolo,  e  nel  XIII  esarcato. 
Ebbe  a  suffraganee  le  chiese  vescovili  di 
Germia,  Pitauisso  o  Petenisso,  Sinodia, 
s.  Agapito,  Lotino,  Orcisso,Trocmi,  Spa- 
lea  o  Giustinianopoli,  Gìanx  o  Clancum, 
Amorio  eMiricio.  Registra  8  vescovi  l'O- 
riens  dir.  t.  i,  p.  ^Sq.  Pessino,  Pessinun- 
tin,  è  ora  un  titolo  arcivescovile  in  par- 
dbus,  da  cui  dipendono  i  titoli  vescovili 
di  Petenisso,  Orcisso  e  Amorio. 

PESTILENZA,  Pestis,  Pestdtniia. 
Male  contagioso  e  attaccaticcio.  I  medi- 
ci chiamano  GOi\\-AQ^\o,conlagiurn,  anche 
qi^ella  materia  impercellibile,  perlaqua- 
le lu  uialallia  contagiosa  passa  da    uno 


PES  21.J 

in  un  altro,  per  l'influenza  del  male.  Pe- 
ste si  chiamano  quelle  malattie  al  mas- 
simo grado  epidemiche,  contagiosee  mor- 
tali, che  si  appalesano  con  sintomi  fu- 
nesti e  fanno  spaventevoli  stragi  dell'u- 
man  genere,  spopolando  città  e  provin- 
cie. Peste  significa  altres'i  ogni  sorta  di 
flagelli,  castigo  divino  che  mente  a  tutti 
salutare  spavento  e  timore,  scuotendo  i 
peccatori  ostinati  a  verace  penitenza  con 
mirabili  effetti,  essendo  i  peccati  la  pé- 
renne sorgente  di  tutte  le  avversità.  Di- 
ce s.  Girolamo,  che  Dio  manda  i  suoi 
generali  castighi  e  flagelli  perla  sua  inef- 
fdjile  bontà,  perchè  gl'iniqui  terminino 
le  loro  colpe,  che  altrimenti  non  si  aster- 
rebbero mai  dal  peccare;  e  perchè  mol- 
ti se  ne  salvino,  che  in  niuu'  altra  ma- 
niera si  sarebbero  salvati,  e  tali  li  pu- 
nisce in  questo  mondo  per  non  punirli 
nell'altro  (con  eterne  pene).  Onde  molti 
nel  diluvio  e  nell'incendio  di  Pentapoli 
(della  sacra  scrittura),  e  nella  sommer- 
sione degli  egizi  nel  mare,e  degl'israeli- 
ti percossi  nel  deserto,  stando  per  mori- 
re, si  pentirono  de'Ioro  peccati,  chiesero 
di  cuore  perdono  a  Dio,  sopportarono  la 
morte  con  pazienza,  prendendola  dalla 
divina  mano  in  vendetta  giustissima  del- 
le loro  colpe,  e  si  salvarono  giusta  il  det- 
to del  salmista.  In  questo  articolo  non 
intendo  fare  la  storia  delle  pestilenze, 
parlando  delle  principali  in  tanti  articoli 
con  analoghe  notizie;  solo  dirò  di  quel- 
le più  micidiali  che  patì  Roma,  massima- 
mente sotto  i  Papi ,  oltre  qualche  altra 
relativa  erudizione,  incliisivamenle  al  di- 
struggitore e  desolante  flagello  del  Cho- 
leia  o  Colèra  morbus,  indiano  o  asia- 
tico: per  la  sospirata  liberazione  da  Si 
orrendo  malore  della  gran  Roma,  l'inco- 
lumità e  salvezza  di  Gregorio  XVI  e  del 
fiore  più  eletto  della  gerarchia  ecclesia- 
stica, i  vescovi  ed  il  cristianesimo  innal- 
zarono fervorose  preghiere  a  Dio  ,  al- 
la Beala  Vergine  ed  ai  santi ,  massime 
quelli  dello  stato  pontificio,  dappoiché 
fiu  dal  nascere  della  Chiesa  seniprc  i  fc- 


aio  P  E  S 

clfli  ili  qualunque  pericolo  in  cui  trovos- 
«i  il  capo  della  Chiesa,  f'ecoio  all'Altissi- 
mo ardenti  voli  per  la  sua  incoknnità  e 
perchè  alla  prosperità  della  metropoli 
del  mondo  cattolico  è  congiunta  in  modo 
jxirticolare  quella  degli  slati  della  Chie- 
sa, La  prima  descrizione  della  peste  bu- 
bonica  devesi  adEvngrioed  a  Procopio. 
Tucidide, che  ci  descrive  la  peste  che  de- 
solò Atene  e  tutta  1'  Attica,  o«seiva  che 
ebbe  origine  in  Etiopia  nel  5^i ,o  secon- 
do altri  dall'Egitto,  passò  quindi  in  Co- 
stantinopoli e  in  diverse  regioni,  eserci- 
tando orribili  stragi.  Pel  micidial  mor- 
1)0  perirono  in  IMarsiglia  3^,000  indivi- 
duij  secondo  alcuni;  in  Alemagna  e  in 
due  anni  circa  un  milione  di  peisone,  co- 
me riferisce  Zach;  in  Basilea  e  in  un  an- 
no più  di  12, ODO  furono  i  morti;  in 
Vienna  per  6  mesi  da  goo  a  looo  pe- 
rirono ogni  giorno;  a  Lubecca  quasi  o- 
gui  d\  circa  lyoo  vittime;  in  Eriurt 
aoooal  giorno,  e  per  non  dir  di  altri  luo- 
ghi, nel  j348  in  Inghilterra  nel  cimite- 
ro de'religiosi  di  Citeaux  s' inumarono 
da  5o,ooo  cadaveri,  e  pienissimi  erano 
tutti  gli  altri  sepolcri.  Si  possono  leggere 
in  argomento,  oltre  l'articolo  Medicina: 
Relazione  del  contagio  slato  in  Firenze 
nel  i63o  e  i633,  col  catalogo  di  tutte 
le  pestilenze  celebri  che  sono  state  nel 
mondo,  Firenze  ifj  ìi'\..Miìvalor\,  Del  go- 
verno della  peste,  Uoma  i  r^i^-  J-  Papon, 
Della  peste,  a  le  epoche  ineinorahili  di 
questo  Jl a  gello,  ed  i  mezzi  per  preservar- 
sene, Marsiglia  i8oo.  \a\\\.  Sulla  peste 
di  Costantinopoli  nel  i8o3,Roma  i8o8. 
L.  Buzoni,  Di  alcune  di  quelle  più  gra- 
vi pestilenze,  che  in  epoche  diverse  af- 
flissero r  umanità)  e  della  necessità  del- 
la pubblica  igiene,  discorso  medica-po- 
litico, Ferrara  1829.  A.  Coppi,  Cenni 
storici  di  alcune  pestilenze,  Roma  i832. 
De'martiri  della  pestilenza  d'Alessandria 
del  261  e  263  parlai  nel  voi.  XLllI,  p. 
190. 

'    In  Roma  derivarono  le  tanto  frequenti 
pestilenze,  rammentate  da  T.  Livio,  da 


PES 

Dionisio,  da  Plutarco,  da  Polibio,  da  Ga- 
leno, da  Lancisi  e  da  altri,  dall'aiUueii'/a 
delle  febbri,  imperversando  n«li'e>talee 
nell'iiulunno,  prodotte  dall'influenza  dei 
venti  meridionali,  la  cui  incostan/a  ren- 
de assai  varia  la  temperatura  deli'  at- 
mosfera ,  non  essendo  difeso  1'  agro  ro- 
mano né  didl' opposizione  di  sjiflicienti 
boschi,  ne  dal  riparo  de' monti  sino  al 
mare,  poiché  olire  la  proprietà  che  hanno 
gli  alberi  in  fivorire  l'aria  salubre, assor- 
bono r  idrogeno  e  il  gas  acido  carboni- 
co. Perciò  il  Lancisi,  De  nativis,  atque  ad- 
vrnt.  codi  rom.  qualitalibus  p.  i  8,  cotne 
disappiovò  il  taglio  d'una  selva  e  degli  al- 
beri lungo  la  spiaggia  del  mare  Mediter- 
raneo, che  impedivano  il  soffio  de'  ven« 
ti  del  sud,  eseguilo  sotto  Gregorio  XIII; 
così  ne  lodò  un  altro  che  fu  fatto  da  Si- 
sto V,  alla  distanza  di  9  miglia  da  R.O- 
ma,  dalla  parte  di  Iramoutnna,  con  dop- 
pio vantaggio,  poiché  mentre  fu  tolto  u:i 
asilo  ai  facinorosi  che  vi  si  ritiravano, 
ii\  apet  to  un  più  libero  ingresso  ai  ven- 
ti salubri  di  settentrione,  i  quali  però  so- 
no talvolta  infesti,  producendo  raffred- 
dori e  fiL'bbri  inllaromalorie.  Altre  ragio- 
ni delle  pestilenze  di  Roma  derivarono 
da  febbri  periodiche,  prodotte  dagli  stra- 
ripamenti del  Tevere,  da  masse  d'  aria 
Djalsana  delle  Paludi  Pontine  (^''.),  da 
materie  putrefatte,  da  ristagui  di  acque 
e  da  allre  cause.  Gli  antichi  romani  e- 
lessero  sul  Monte  Palatino,  in  cui  Roma 
primieramente  fu  edificata,  un  tempio 
alla  dea  Febbre  e  le  resero  il  culto  fi- 
no dalla  più  remota  antichità;  i  pri- 
mi cristiani  venerarono  nella  basilica 
Vaticana  la  Madonna  della  febbre,  ora 
nella  sagrestia,  e  fu  la  i."  ad  essere  co- 
ronata da  cpiel  capitolo  con  corona  d'o- 
ro. De!  tempio  e  dell'immagine  scrisse- 
ro eiuditamente  de  Matlheis  e  Cancel- 
lieri: prova  sicura  della  fatale  influenza 
delle  febbri  periodiche,  che  di  quando  in 
quando  si  riprodussero  nel  suolodi  Roma, 
cui  pel  numero  delle  vittime  che  rapiro- 
no fu  dato  il  nome  di  pestilenze,  mentre 


PES 

qiiesfp  nella  maggior  parte  non  furono 
elle  influenze  di  febbii  accessionnli,  per 
cui  gli  stianieri  Irctnarono  al  solo  nonie 
<\\  jt-bhri  romane,  conj'essi  le  apprllano. 
Bipurterò  un  cenno  di  molte  influenze 
di  febbri  accessionali  e  di  ciò  die  si  è 
[alto  di  piìi  essenziale  per  ripararle,  in 
un  alle  piìi  note  pestilenze,  ommettendo 
le  antiche  avanti  ai  lomani, specialmen- 
te (piella  quando  gli  aborigeni  scaccia- 
rono i  pelasgi  dalle  contrade  d'J'alia,  i- 
gnorandosene  l'indole  e  l'epoca  precisa. 
P.  Italia,  Lazio,  Tevere,  Monti  e  Mu- 
ra ni  Roma. 

iNeir  anno  34  di  Roma  il  contagio 
si  eslese  fino  a  Laurento;  ed  in  quel- 
lo dell'anno  8."  del  regno  di  Nnma  fu 
posto  in  venerazione  Io  scudo  d  Enea,  ed 
islifuili  i  sacerdoti  salii  in  onore  di  Mar- 
te. Ai  leinj)i  di  Tarquinio  il  Sirperho  le 
acque  stagnanti  della  palude  del  Vcla- 
bro  (ne  feci  parola  ne'vol.  1,  p.  7f),Xll, 
p.  i4,  XX Y ,  p.  iGojXXVI,  p.  8,  9 
cd'altrove),  resero  insalubre  quella  par- 
te della  città.  Egli  die  ad  esse  corso  per 
mezso  della  celebre  cloaca  vias.ùma. 
Nel  iri  di  Roma,  forse  per  le  Paludi 
Pontine,  Velletri  e  altri  luoglii  vicini  per 
la  pesliltMiza  perderono  da  9  decimi  de- 
gli abitanti.  Le  pestilenze  del  2906800 
si  estesero  agli  equi,  ai  volsci  ed  ai  sabi- 
ni: quella  del  3  18  durò  4  anni,  per  cui 
i  romani  innalzarono  un  tempio  ad  A- 
pollo,  come  distruttore  de'principii  ma- 
lefìci ;  e  morirono  tutti  i  servi  e  la  metà 
de' cittadini.  La  pestilenza  del  3:75  fu 
cagionata  dallo  straripamento  del  lago 
Albano,  ora  di  Castel  Gandolfo,  V.  (ne 
parlai  pure  ne'vol. XXI Xjp.35,XXXVII, 
p.  2.37,6  in  altri  luoglii),  che  avea  inon- 
dalo le  sottoposte  cam|)agiie,  ed  attacca- 
to il  campo  romano  die  V .  Camillo  gui- 
dava sotto  le  mura  di  Veio;  ne  derivò 
il  meraviglioso  emissario,  onde  i  paesi 
circonvicini  si  liberarono  dalle  influenze 
palustri  tanto  perniciose.  Nella  pestilen- 
7a  del  389  rimase  vittima  lo  stesso  F. 
Camillo;  nidi  seguirono  quelle  del  4^7) 


PES  221 

4?-  «  e  424  Ji  Roma,  noli'  uiliraa  delle 
quali  le  matrone  romane  vennero  ac- 
cusate di  aver  propinato  il  veleno  ai  ma- 
lili,  e  ben  iGo  di  esse  furono  coudan- 
nnle:  questo  fatto  ci  rammenta  la  colon- 
na infame  e  gli  untori  nelle  pestilenze  di 
Milano,  nella  quale  città  molti  creduti 
avvelenatori  del  popolo,  dai  tormenti  fu- 
rono obbligati  confermare  l'errore,,  ben- 
ché innocenti;  ed  a  quello  cui  fu  demo- 
lita la  casa,  per  memoria  ivi  si  piantò u- 
na  colonna  coli' epiteto  d' ////(J'/ie.  ìVelle 
pubbliche  calamità  gli  animisi  sono  sem- 
pre esaltati,  ed  i  tristi  hannosempre  pro- 
fittalo del  disordine,  restando  soffocala 
la  voce  de' buoni  dal  preponderante  fa- 
natismo. Abbiamo  memorie  delle  pesti- 
lenze del  44ij  4j'7  ^  4^0,  d'influenze 
di  febbri  perniciose,  prodotte  da  alluvio- 
ni del  Tevere:  eguali  febbri  formarono 
i  contagi  del  544>  -^47  ^  ^7'»  generate 
dal  fetore  di  corpi  corrotli.  Quella  del 
^77  attaccò  principalmente  la  plebe  e 
gli  sdiiavi,  lasciando  i  superstiti  attac- 
cati da  quartana.  Nel  709  il  mare  gettò 
ad  Ostia  un'immensa  quantità  di  pesci, 
che  si  corruppero  e  ammoibando  l'aria 
cagionarono  influenza  di  febbri  perni- 
ciose. 

Nell'anno  05  dell'era  cristiana  o  cor- 
rente, sotto  Nerone  e  nel  pontificato  di 
s.  Pietro,  per  la  pestilenza,  probabilmen- 
te di  febbri  perniciose,  le  case  e  le  stra- 
de si  videro  piene  di  cadaveri:  nel  solo 
autunno  perirono  in  Roma  3o,ooo  per- 
sone, senza  distinzione  di  età,  grado  e 
sesso.  Nell'anno  770  80,  regnando  Ve- 
spasiano o  Tito  e  nel  pontificalo  di  s.  Li- 
no, in  Roma  morivano  10,000  persone 
al  giorno  pel  contagio.  Nell'anno  170  e 
nel  ponlifìcatodis.  Aniceto,  la  peste  scop- 
piala in  Babilonia  e  propagata  nel  Le- 
vante, la  portò  in  Roma  L.  Vero,  onde 
Galeno  fuggì  in  patria ,  ed  inasprì  tal- 
mente, con  grandissima  strage  anche  dei 
grandi,  che  per  la  guerra  de'marcoman- 
ni  furouo  necessitali  i  romani  armare  gli 
sdiiavi  ed  ailri.  Sollo  Papa  s.  Elcutero 


222  PES 

nel  189,  la  peste  afflisse  Italia  e  Roma, 
donde  si  portavano  fuori  2,000  cadave- 
ri  il  giorno:  Commodo  che  regnava  in 
quel  tempo,  fuggì  a  Laurento  nel  Lazio. 
Fierissima  fu  quella  incominciata  nel 
255  e  durata  10  anni,  ne'pontiflcali  dei 
ss.  Lucio  I,  Stefiino  I,  Sisto  II  e  Dioni- 
sio. Nella  mortalità  pestilenziale  d'uo- 
mini e  di  animali  sotto  s.  Damaso  I  nel 
376,  i  cristiani  guarivano  col  sakillfeio 
segno  della  croce,  onde  molti  gentili  si 
convertirono.  Altre  pestiletize  avvennero 
nel  409 e  44^  ne'pontifìcali  de'ss.  Inno- 
cenzo I  e  Leone  1.  Crudelissima  fu  quella 
d'Italia  nel  4"^,  essendo  eziandio  Papa 
.s.  Leone  I;  altra  peste  afflisse  Pioma  nel 
467  a  tempo  di  s.  Simplicio.  Sotto  ^  i- 
gilio  e  nel  543  tornò  Roma  a  patire  la 
peste;  altra  incominciò  da  Pclusio  nel- 
l'Egitto nel  544»  si  diffuse  quasi  per  tut- 
to il  mondo,  durò  interrotta  mente  da  52 
anni  e  desolò  molte  città  che  spopo'ò  di 
abitanti,  perchè  sovente  ritornò  ne'luo- 
ghi  dove  avea  fitto  stragi;  fu  per  que- 
sto ilagello  che  in  occidente  ed  in  Italia 
"vieppiù  si  propagò  la  festa  della  Purifi- 
cazione. Vi  Ìi.\  pure  la  peste  in  Romanci 
566,  nel  pontificato  di  Giovanni  III;  mo- 
rendo nel  5f)0  Pelagio  lì  di  anguinaia, 
allora  epidemica,  nel  cui  pontificato  Ro- 
ma soffrì  ancora  l'inondazione  del  Te- 
vere, il  terremoto  e  la  carestia.  Della  pe- 
stilenza che  travagliò  l'almacittà  nel  det- 
to anno  sotto  il  successore  s.  Gregorio  I 
(  ^.  ),  per  cui  ampliò  le  Litanie  mag- 
giori, a  questo  articolo  la  descrissi,  mo- 
rendosi sbadigliando  e  sternutando,  co- 
me per  esser  comparso  sulla  Mole  Ailria- 
na  l'arcangelo  s.  INIichele  in  atto  di  ripor- 
re laspada  sterminatrice  nel  fodero,  pre- 
se il  noiìie  di  Castel  s.  Angelo  (^.):  a 
Croce  segno  dissi  dell'  origine  di  quello 
sulla  bocca  nell'atto  di  sbadigliare,  ordi- 
nato da  s.  Gregorio  I,  in  un  all'invocazio- 
ne Dio  ti  snh'i,  a  chi  sternutava.  Nella 
Raccolta  delle  dissert.  della  reg.  accad. 
«'7c//fj.?c/7z;o///,  l'ultima  del  t.  i  è  del  Mo- 
rin  :  Per  qiinl  cagione  si  auguri  del  he- 


PES 

ne  a  c/ji.sif/vnftó.  Narra  s. Gregorio  I  che 
sì  tremendo  castigo  fu  mandato  da  Dio 
pei  peccati,  onde  non  poche  saette  ucci- 
sero uomini;  indi  si  estese  per  tutta  Ita- 
lia. Per  le  rovine  de'barbari  invasori,  le 
acque  destinate  al  comodo  ed  al  lusso  del- 
la città  di  R.oma,  per  gli  acc{uedolti  ta- 
gliati e  diroccati,  furono  abbandonate  ; 
disperse  e  lasciate  a  sé  stesse  formarono 
paludi  e  ristagni,  quindi  le  febbri  acces- 
sionali  si  riprodussero  piìx  frequenti  ed 
epidemiche.  Nel  6 19,  essendo  Papa  s.  A- 
deodato  I,  una  pestilenza  assah  i  romani. 
Il)  Roma  nel  680,  sotto  s.  Agatone, 
dopo  r  eclissi  del  sole  e  della  luna,  a'  4 
maggio  incominciò  sì  pestilente  morta- 
lità, che  infuriò  nel  luglio,  agosto  e  set- 
tembre !almen(e,che  nella  stessa  bara  por- 
tavasi a  seppellire  padre  e  figlio,  fratello 
e  sorella.  Racconta  il  Rinaldi  che  furo- 
no veduti  girar  per  la  città  due  angeli 
insieme,  il  buono  ed  il  cattivo;  il  primo 
ordinava  al  secondo  che  percuotesse  con 
la  spada  o  spiedo  che  portava  in  mdno 
le  porte  delle  case,  e  secondo  il  numero 
de'colpi,  tante  persone  morivanonel  gior- 
no seguente  ;  ciò  non  faceva  egli,  perchè 
gli  angeli  nostri  protettori  non  amano 
essere  gl'immediati  persecutori. Per  una 
celeste  rivelazione  si  venne  a  sapere  che 
la  mortalità  non  sarebbe  cessata  finché 
non  si  fosse  eretto  nella  chiesa  di  s.  Pie- 
tro in  Vincoli  un  altare  a  s.  Sebastiano 
martire.  Quindi  portatasi  in  processione 
per  Roma  la  reliquia  del  santo  e  fabbri- 
cato l'altare,  subito  la  peste  cessò.  L'ef- 
figie di  s.  Sebastiano  si  eseguì  in  musai- 
co, e  poi  s'introdusse  dipingersi  per  voto 
ne'vari  luoghi  afflitti  da  contagio,  innal- 
zandogli altari  e  chiese  e  celebrandosene 
la  festa,con  benefici  effetti  pel  suo  patroci- 
nio. Aggiungocou  l'Amiani,  lìleni,  di  Fa- 
no  par.  i,  p.  71, che  la  peste  era  insorta 
in  Ancona  e  provenula  dall'oriente,  che 
serpeggiando  pel  Piceno  contaminò  la 
Pentapoli  e  la  R.omagna,  indi  dilatata  ia 
Roma  con  generalemortalilà,  cui  non  fu 
possibile  trovare  rimedio:  che  eretto  in 


PES 
Roma  r  altare  al  glorioso  s.  Sebastiano, 
per  sua  iutercessione  la  peste  cessò  per 
tutta  Italia,  e  la  chiesa  allora  istituì  l'o- 
razione di  s.  Sebastiano  per  preservarsi 
in  avvenire  dal  male  contagioso.  11  detto 
altare  fu  eretto  a  pie  delia  cliicsa  dalla 
parte  sinistra, nel  1.576  fu  dicliiarato  pri- 
vilegiato da  Gregorio  XIII ,  e  trasferito 
poi  dove  si  trova  nella  nave  minore  di 
detto  lato,  entrando  incliiesa.Ne!  746,  re- 
gnando s.  Zaccaria,  vi  fu  in  Pioma  un'in- 
fluenza di  febbri  perniciose.  1 1  citato  anna- 
lista Rinaldi,  che  riporta  l'epoche  di  mol- 
te pestilenze,  all'anno  086, regnando  Be- 
nedetto III,  descrive  il  pestilenziale  mor- 
bo di  Roma,  che  turando  con  flussione  la 
gola,  levava  prestamente  la  vita  alle  per- 
sone di  ogni  età  e  grado,  in  un  ai  segni 
e  prodigi  occorsi  nel  monastero  di  s.  Gre- 
gorio I  e  dell'apparizione  di  quel  Papa  : 
ne  fu  cagione  lo  straripamento  del  Tevere 
nel  gennaio,  e  fu  >ì  grande  che  inondò 
non  solo  le  vie  de'luoghi  bassi,  ma  anche 
la  chiesa  di  s.  ]Marco  e  le  fiilde  di  Cam- 
pidoglio. Nell'estate  del  964,per  l'ingiu- 
riefattedall'imperatore  Ottone  I  al  Pon- 
tefice Benedetto  Y,  Dio  lo  punì  con  man- 
dare nell'esercito,  che  alloggiava  in  siti 
umidi  e  bassi  ,  pestifera   infezione,  con 
grande  uccisione  de'suoi.  Nel  pontificato 
di  Giovanni  XIX,  nel  1006,  fu  una  ge- 
nerale pestilenza, nella  quale  erano  sepol- 
ti co'tuorti  quelli  che  ancora  non  erano 
spirati.  Si  vuole  che  Benedetto  IX  appro- 
dasse, o  forse  sotto  di  lui  ebbe  i   primor- 
di, l'ordine  di  5.  Lazzaro  (F.)  per  cura- 
re gU  appestati  di  lebbra  (poi  si  unì  con 
quello  di  s.  lìJaurizio,  /^'.).  Verso  il  i0f)3 
ebbe  origine  l'altro  ordineospedaliere  di 
s.  Antonio,  per  la  fìeia  pestilenza  che  af- 
flisse r  occidente,  cìùmnnla  fuoco  sacro 
e  po\  fuoco  di  s.  Antonio,  ed  ebbe  ospe- 
dale anche  in  R.oma  :  ne  parlo  nel   voi. 
XXIX,  p.  263  e  luoghi  ivi  citati.  T.  O- 

SPEDALIEEI. 

Nel  1 167  Federico  I  continuando  a 
perseguitare  Papa  Alessandro  HI,  lo 
costrinse  a  fuggire  da   Roma  e  incen- 


PES  2^3 

dio  la  chiesa  di  s.  Pietro:  sdegnalo  Dio 
contro  il  sacrilego  principe,  mandò  tal 
pioggia  che  allagò  alcuni  borghi  della  cit- 
tà, onde  ne  seguì  nel  suo  esercito  sì  fie- 
ra pestilenza  di  febbri  perniciose,  che  ia 
7  giorni  rapì  quasi  tutti  i  magnati  di  es- 
so, che  restarono  insepolti,  onde  l'impe- 
ratore non  senza  gran  confusione  partì 
da  R^oma  a'G  agosto.  A  Lazzaretto  dissi 
dell'origine  (li  questa  specie  di  ospizio  o 
«pedale,  prima  pei  lebbrosi,  poi  luogo  per 
gl'infetti  di  qualunque  peste  e  destinato 
a  ricevere  in  quarantena  le  persone  e  le 
cose  provenienti  da  luoghi  sospetti  di  pe- 
stilenza. \\Man\u\,  Coriipend.  della  star. 
di  Ferrara,  e  lo  Scalabrini,  Chiese  della 
citlà  e  borghi  di  Ferrara,  affermano  che 
in  Italia  quella  città  fu  la  prima  ad  isti- 
tuiie  i  lazzaretti,  con  erigere  il  i.°  ospe- 
dale per  gli  appestati  lebbrosi  nel  1 177, 
sotto  l'invocazione  di  s.  Lazzaro,  con  chie- 
sa nel  borgo  di  Quacchio.  Neil'  agosto 
1188,  a  tempo  di  Clemente  III  s'in- 
fettò l'aria  di  Roma  e  suo  distretto,  e  fa 
tanto  pestifera  che  uccise  molti  cardinali, 
i  più  ricchi  de!la  città,  diversi  forestieri 
distinti  e  moltitudine  innumerabile  di  po- 
polo. Correndoli  1280  nel  febbraio  stra- 
ripò il  Tevere  e  produsse  una  pestilenza, 
con  cui  Dio  punì  i  romani  ribelli  a  Gre- 
gorio IX.  TuUavolta  il  buon  Pontefice 
con  pubbliche  processioni  e  preghiere  pro- 
curò soddisfare  la  collera  celeste.  Nel  1270 
nella  Crociala  [V.)  morì  di  peste s.  Lui- 
gi IX  re  di  Francia.  Martino  IV  chiamò 
a  Roma  Ugone  Atrato  celebre  medico, 
per  consultarlo  sulle  epidemie  che  face- 
vano stragi,  e  nel  1281  lo  creò  cardina- 
le. Durando  il  contagio  e  trovandosi  Ro- 
ma desolata  per  la  lunga  assenza  de'Pa- 
pi,  provocata  dagl'  irrequieti  romani,  il 
conclave  per  morte  di  Martino  IV  nel 
1281  si  tenne  a  Perugia.  Elettoli  roma- 
no Onorio  IV,  passò  in  Roma,  abitando 
ordinariamente  il  Palazzo  dis.  Sabina 
(/^.)  sull'Aventino.  Ivi  s'iucominciò  nel 
1287  il  conclave  per  sua  morte,  ma  as- 
salili i  cardinali  dalla  peste,  vi  perirono 


224                   PES  PES 
l'Alralo,eJ  i  cardinali  Gervasio,  Casali  e  ce  Clemente  VI;  unirai  pure  come  tornò 
Barbeaii  ;  gli  altri  sacri  elettori  si  rilira-  ad  infierire  la  peste  in  A\ii;none  nel  i  36  (, 
lono  altrove,  tranne  Mascio  che  usò  le  ad  onta  delle  cure  d'Innocenzo  VI,  clie 
precauzioni  dette  nel  voi.  XLVlll,p.i  i.e  fece  cingere  di  mura  la  città,  colla  nior- 
poi  vi  fu  eletto  col  nome  diNicoiòlV  nel  tedi  (^cardinali,  piìidi  yo  prelatiei  7,000 
1288,  quando  i  freddi  del  verno  dissi-  persone,  ne'4niesi  che  durò.  Desolata  R.o- 
pando  il  contagio,  i  cardinali   vi  erano  lua  dalla  lunga  assenza  de'Papi,  nel  i  873 
ritornati.  Continuando  i  romani  a  tur-  soggiacque  pure  alla  peste,  per  cui  Gre- 
Laie  la  quiete  de'Papi,  nel  i  3o5  il  fran-  gorio  XI  da  Avignone  concesse  per  6  me- 
ccse  Clemente  V  stabili   la  sua  sede  in  si  indulgenza  plenaria  a  tutti  quelli  che 
Francia  e  poi  in  Avignone, ove  restarono  ne  morisserojed  allorché  nel  iSyy  vi  ri- 
sei successori,  con  grave  danno  di  Roma  stabilì  la  residenza,  trovò  che  .soli  17,000 
e  d'Italia.  Kon  posso  qui  non  ranimen-  erano  gli  abitanti,  de'quali  pochi  arriva- 
tare  per  più  lagioni,  come  nel  i348l'l-  \anoa'4oanni  epochissimia'60.  Coll'an- 
falia,  la    Francia  e  la  Germania  furono  no  i383  entrò  in  B.oma  una  mortale  e- 
desolate  da  fìerissima  peste,  cui  tolse  un  pidemia,  onde  Urbano  VI  a'i9aprile  si 
terzo  di  abitanti:  innumerabili  furono  ritirò  in  Tivoli,  dove  si  trattenne  un  me- 
perciòi  convelliti  a  sincera  penitenza, the  se  e  poi  passò  alti  ove.  Nel  iSgo  fìeris- 
tranquilli  atteselo  la  morte.  In  detto  an-  sima  peste  affli.sse  la  Marca.  Siccome  iu 
no  Venezia  avea  i  suoi  provveditori  ()er  Avignone  vi  sosteneva  lo  scisma  Tanti- 
la  salute  pubblica,  anzi  aggiungerò   che  papa  Lenedetlo  XIII,  nel    1397  fu  co- 
poi  nel  i4o3  fondò  un  ospedale  nell'iso-  stietlo  partirne  co'suoi  anlicardinali,  per 
la  di  s.  Maria  di  Kazaiet,  che  prese  il  la  fatale  peste  che  vi  era  penetrata  ;  Irò- 
nome  di  lazzaretto,  secondo  il   Reperì,  vandosi  iu  Genova  nel  i4o4) 'vuoisi  che 
vied.  ch'ir,  pel  Pìemonle,  in  un  ailicolo  Dio  punisse  con  la  peste  quella  città  per 
sui  lazzaretti  e  quarantene.  aver  abbandonato  Urbano  VI,  seguendo 
Alcuni  attribuiscono  al  i  348  la  mor-  le  parli  dell'antipapa.  In  tale  anno  Boni- 
te  di  s.  Rocco  patrono  principale  della  facio  IX  celebrò  il  quarto  anno  santo,  e 
peste,  per  la  cui  intercessione  Dio  fece  grande  fu  il  concorso  de'forestieri  in  Ro- 
cessare  il  flagello  in  più  luoghi  e  città,  ma,  benché  fosse  desolata,  come  l'Italia, 
onde  in  gran  numero  gli  furono  erette  da  fiero  contagio.  In  Ferrara  nel  princi- 
chiese,  altari,  ospizi  e  confi  aternite.  Cer-  pio  del  secolo  XV  il  monastero  addetto 
lo  è  che  di  peste  morì  nel  i  348  il  b.  Ber-  alla  chiesa  di  s.  IMatleo  in  Mizzana  fu  (at- 
nardo  Tolomei  fondatore  degli  oliveta-  to  lazzaretto  per  gl'infetti  della   peste,  e 
ni,  il  quale  co' suoi  monaci  fu  in  Siena  non  bastando,  nel  i436  ne  fu  assegna- 
assai  benemerito  cogli  appestati,  ond' è  to  un  altro,  detto  di  s.  Lazzaro,  a  levante 
uno  de'protettori  contro  le  pestilenze.  Ai  della  ci  Uà,  onde  i  canonici  Lateranensi  che 
loro  articoli    non  manco  celebrare  gli  al-  abitavano  il  propinquo  Djonastero,  nel 
tri  religiosi,  che  con  somma  carità  si  pre-  1 438  ricorsero  al  marchese  Leonello,  ed 
starono  ne'contagi.  A  quell'epoca  in  Sie-  ottennero  che  lo  stabilimento  si  erigesse 
na,  dal  maggio  all'agosto,  in  cui  durò  la  piùdistante,  concorrendovi  nella  spesa:  a- 
peste,  il  distretto  che  contava    100,000  \endo  poi  nel  1464  il  falegname  Pellegri- 
persone,  restò  con  sole  1  3, 000.  Nel  voi.  noPenzinelli  lasciatala  sua  eredità  per  un 
Jll,  p.  182,  i83  e  iqo,  non  solo  parlai  ospedale,  nel  14B6  fu  cominciato  il  gran 
dell'origine  della  mentovata  pestilenza  lazzaretto  o  spedale  per  gli  appestati,  so- 
e  sue   devastazioni ,  u)a  notai  come  fu  pra  il  Bonello  di  Dionigio  Speda,  rim- 
colpila  Avi ff ione  e  suo  contado  l^enais-  petlo  alla  villa  di  Cassana, circondato dal- 
sino,  domiuii  della  s.  Sede,  e  quanto  fé-  le  acque  del  Pu,  magnifico  edifizio  che 


PES 

fui  corapito  nel  i493-  Fu  verso  la  melìi 
del  secolo  XV,  che  in  molti  porti  d'Ita- 
lia ,  come  a  Genova,  Venezia,  Napoli  e 
Sicilia,  furono  fabbricati  lazzaretti,  affine 
di  racchiudervi  gli  appestati  e  i  sospetti 
di  qualunque  contagiosa  inferniitàr  Alla 
fondazione  di  tali  lazzaretti  fu  concorde- 
mente statuito  dagl'italiani,  doversi  dare 
alle  fiannme  le  cose  infette,  doversi  scio- 
rinare e  purificare  le  sospette, doversi  ge- 
losamente ripulire  e  profumare  con  so- 
stanze aromatiche  le  case,  doversi  final- 
mente lungi  dall'abitato  de'sani  seppel- 
lire i  morti.  Quindi  ben  a  ragione  il  eh. 
Hambelli,  Lell.  intorno  invenzioni  e  scO' 
perle  italiane,  lett.  3  i,  de'lazzarelli,  rile- 
va che  questa  utile  e  pietosa  istituzione 
dalle  altre  nazioni  fu  solo  conosciuta  as- 
sai dopo,  ed  in  Francia  non  furono  isti- 
tuiti lazzaretti  che  al  principiar  del  seco- 
loXVlII.  De'lazzaretti  lW  Porli  dello  sta- 
to pontifìcio  ne  discorro  a'  loro  luoghi. 

B.itornando  alle  pestilenze  di  Roma, 
per  quella  e  pei  terremoti  del  144^  ^ot- 
lo  Eugenio  IV,  come  dissi  nel  voi.  XXV, 
p.  iq,  pel  fiero  morbo  che  mieteva  a 
migliaia  le  vite,  in  Roma  alcuni  fioren- 
tini mossi  a  pietà  di  vedere  abbandonati 
i  cadaveri,  posto  in  non  cale  ogni  perico- 
lo, assunsero  la  caritatevole  opera  di  sep- 
pellirli e  dierono  principio  a\V  Arcicon- 
fraterniladella  Pietà  de^ fiorentini  (f^.) 
meglio  stabilita  nel  i44'^5  P^i'  '^  peste 
scoppiata  in  quest'anno,  laondeìVicolò  V 
parti  nel  maggio  «449  P^'"  1'  Umbria  e 
Marca;  indi  ueWantio  santo  \/[5o  fu  co- 
stretto ritornarvi  prima  della  festa  de'ss. 
Pietro  e  Paolo,  essendosi  rinnovato  il  con- 
tagio per  l'immenso  numero  de'  pellegri- 
ni, e  vi  morirono  ancora  alcuni  famigliari 
pontificii.  Nel  1462  R.oma  fu  assalita  da 
terribile  pestilenzaj  imperocché  non  es- 
sendosi ancora  cominciato  a  lastricare  co' 
selci  le  strade,  né  dato  loro  il  pendio  perle 
scolo  delle  acque,  queste  rendendosi  sta- 
gnanti, l'aria  era  più  pericolosa  e  dege- 
nerava in  infezione.  Pio  li  come  quello 
che  essendo  in  Basilea  era  stato  attacca- 

VOL.   LII. 


PES  225 

to  dalla  peste  ed  estremato,  colla  corte 
passò  a  Viterbo  e  Bolsena,  indi  per  mag- 
gior sicurezza  a  Corsignano  sua  patria. 
Come  nel  i4^4  restò  prodigiosamente 
guarito  dalla  peste  il  successore  Paolo 
II,  lo  raccontai  alla  biografìa.  Nel  1476 
per  l'inondazione  del  Tevere,  sommersa 
Roma  ne'luoghi  bassi,  degenerò  in  gra- 
ve pestilenza  di  febbri  perniciose,  onde 
Sisto  IV  per  arrestarne  il  flagello  conbol- 
la del  i.°  marzo  eccitò  i  fedeli  a  celebrar 
la  festa  della  Concezione  con  indulgenze  : 
quindi  vedendo  la  città  divenuta  soggior- 
no di  morteedi  desolazione,  a'iogiugno 
partì  per  Viterbo,  ma  essendovi  penetra- 
to il  contagio,  si  trasferì  a  Campagnano, 
Amelia  e  altri  luoghi, colla  corte  e  6  car- 
dinali, rientrando  inRomaa'aS  ottobre. 
Giovanni  da  Uri  compose  un  libretto  di 
tal  peste.  Per  una  grande  inondazione  del 
Tevere,  Roma  venne  afflitta  dalla  peste  e 
vi  faceva  strage  come  ne'Iuoghi  circon- 
vicini; a'2  I  ottobre  ne  morì  il  cardinal 
Conti,  ed  a'26  partì  dalla  città  Alessan- 
dro VI,  ritornandovi  a'iq  dicembi'e  :  il 
suo  archiatro  Pintor,  di  cui  pni  lai  a  Me- 
dico, come  della  sua  opera  sulla  pre^^er- 
vazione  e  cura  della  peste,  fu  uno  di  quei 
tanti  che  contro  la  peste  ed  i  veleni  cre- 
devano efficaci  le  pietre  preziose;  egli  in 
detta  opera  anche  narrò  diffusamente  la 
natura  ed  origine  della  peste  del  mal  fran- 
cese, il  quale  cominciò  in  Romanci  mar- 
zo 149^  6  nell'agosto  si  rese  assai  mani- 
festo e  pericoloso.  Nel  i  5b  3  Pioma  di  nuo- 
vo venne  afflitta  da  pestilenza  e  vi  si  man- 
tenne anche  nel  seguente  anno  sotto  Giu- 
lio II,  quantunque  non  sia  nella  serie  dei 
contagi  d'Andrea  Graziolo  di  Salò,  Di- 
scorso di  peste,  Venezia  iSyS.  L'altro 
archiatro  d'Alessandro  VI,  Gaspare  Tor- 
rella  ,  ultimo  vescovo  di  s.  Giusta,  sede 
unita  ad  Oristano,  probabilmente  per  la 
peste  del  i5o3,nel  i5o4  pubblicò  in  Ro- 
ma :  Consiliuni  de  peste.  Tuttavolta  di 
questa  pestilenza  non  ne  parlò  il  Gastal- 
di nel  suo  copioso  trattato, bensì  di  quel- 
la del  i5i  (,regnandoGiuliolI.Nel  i522 


226  PES 

per  la  peste  di  Roma,  nell'agosto  il  po« 
polo  si  trovava  ne'suoi  suburbani;  nel  di- 
cembre infìen,  i  tribunali  si  cbiusero, 
molti  cardinali  epersonaggi  partirono  dal- 
ia città,  e  Adriano  VI  colla  famiglia  si 
chiuse  nel  palazzo  apostolico,  ove  a  nin- 
no, se  non  era  chiamato,  davasi  accesso, 
come  non  si  permetteva  uscirne  a  quelli 
che  vi  dimoravano.  Cessata  la  pestilenza 
nella  seguente  primavera,  i  tribunali  si 
riaprirono  e  la  curia  romana  riprese  le 
sue  funzioni.  A  Macta  narrai  1^  incan- 
tesimo fatto  da  un  mago  greco  per  far 
cessare  sì  acerba  pestilenza  nel  i522  , 
di  cui  poi  il  popolo  romano  si  penti. 
Pel  detto  contagio  che  afflisse  Roma  nel 
i522,  ebbe  origine  1'  Arcìconfraternita 
del  ss.  Crocefisso  (^.),  di  cui  parlai  an- 
cora nel  voi. XII, p.  82  e  altrove.  Di  que- 
ste e  altre  pie  istituzioni  non  solo  in  Roma, 
ma  per  tutto,  ch'ebbero  principio  per  ca- 
gioni di  peste,  trattai  delie  principali  a'ioro 
luoghi.  11  Marini,  Ruolo  de  prof,  della  Sa- 
pieìiza^p.  43,  parla  d'un  libro  di  Paolo 
Giovio  archi  al  rodi  Clemente  VII,  che  per 
tale  avea  ripudialo  ne'  suoi  Archiatri, 
.stampato  nell'  agosto  i  524  '•  questo  libro 
di  quattro  carte  contiene  l'attestato  della 
■virtù  mirabiled'unoliocomposlo  da  Gre- 
gorio Caravifa  medico  bolognese  in  Pio- 
ma,  contro  la  peste  ed  ogni  veleno,  de 
quo  jussu  Clemenlìs  VII  periculum,eò. 
era  stalo  adoperato  felicemente  contro 
la  pestilenza  nel  pontificato  di  Adriano 
VI.  Al  Giovio  dobbiamo  quest'  opera  : 
De  esculentis  et  poculentis^'quae  venìunt 
in  mensa  romani  Ponùficìs ,  Venezia 
1760.  Lettere  p.  58.  Come  Cervini,  poi 
il/flrrce//oi7,disingannòneli524Clemen- 
te  VII  sulla  credenza  chedoveasi  rinno- 
vare il  diluvio ,  per  cui  erasi  ritirato  a 
Tivoli,  ne  feci  parola  alla  biografia.  Nel- 
l'anno santo  1 525  celebrato  da  Clemen- 
te VII,  in  Roma  fu  poco  concorso  di  pel- 
legrini, a  motivo  della  peste  che  1'  infe- 
stava. Questa  tornò  ad  infuriarvi  nel 
1527,  anno  memorabile  pel  crudel  sac- 
co di  Roma:  quindi  nel  1 53o  per  ledi- 


PES 

rotte  pioggie  uscì  il  Tevere  dal  suo  letto, 
e  sulla  piazza  della  Minerva  l'acqua  sali 
a  12  palmi  del  suo  livello;  calate  le  ac- 
que si  generò  la  peste  che  fece  molta  stra- 
ge. Nel  i547  Paolo  111  trasferì  il  conci- 
lio di  TrenloaRologna,per  consiglio  del 
Fracastoro  e  di  Balduini,per  le  stragi  che 
vi  faceva  un'epidemia  di  febbri  pernicio- 
se con  petecchie,  onde  molti  padri  n'  e- 
rano  partiti,  e  de'58  restati,  4o  votaro- 
no per  la  traslazione  :  per  sì  importante 
punto  va  letto  il  Marini,  Archiatri,  t.  t, 
p.  389.  Nel  pontificato  di  Paolo  IV,  per 
l'inondazione  del  Tevere  nel  i557,i  ro- 
mani soffrirono  la  pestilenza.  A  Paolo  IV 
si  deve  la  primaria  istituzione  della  Con- 
gregazione della  sacra  consulta,  cui  fu 
attribuito  vegliare  alla  pubblica  incolu- 
mità di  Roma  e  Provincie,  anche  sui  con- 
tagi, come  sul  taglio  e  diradazioni  di  sel- 
ve :  anticamente  apparteneva  al  cardinal 
camerlengo  la  sanità  marittima  e  conti- 
nentale. A  s.  Pio  V  dissi  dell' epidemia 
che  afflisse  Roma,  Nell'anno  santo  i575 
la  peste  imperversando  nella  Germania, 
Francia,  Spagna  e  Italia,  massimenel  Ve- 
neziano e  nel  Milanese  ,  Gregorio  XIII 
pose  in  opera  ogni  diligenza  di  guardie 
e  soccorse  i  bisognosi  ;  quindi  nel  1576  a 
piedi  scalzi  con  tutto  il  clero  e  la  corte  si 
portò  dal  Vaticano  in  processione  a  s. 
Maria  del  Popolo,  per  ringraziare  Dio  dei 
luoghi  preservati  e  supplicarlo  della  ces- 
sazione del  morbo  ne'Iuoghi  infetti.  Nel 
1 579  il  Papa  si  applicò  a  preservare  Ro- 
ma e  Io  stato  dalla  peste  che  desolava  la 
riviera  di  Genova,  provvedendo  alla  ca- 
restia che  talvolta  la  produce,  con  im- 
piegar 200,000  scudi  nelle  debite  prov- 
visioni. Quanto  Gregorio  XIII  fece  per 
la  malattia  epidemica  del  Castrone,  lo  dis- 
si nel  vol.XllI,p.  256. Nel  1589 sotto  Si- 
sto V  la  peste  investì  Avignone  ed  il  conta- 
do Venaissino.  A  Gregorio  XIV  parlai 
dell'orribile  carestia  che  desolò  Roma  e  l'I- 
talia, la  quale  come  altre  volte  cagionò 
la  peste:  tra  le  vittime  illustri  vi  fu  il  ge- 
suita s.  Luigi  Gonzaga,  morto  a'21  giù- 


PES 

gno  i^igij  che  piima  colpito  dal  conta- 
gio nel  servire  caritatevolmente  gli  ap- 
pestati, poi  lina  febbre  lenta  lo  rapi.  Sic- 
come il  santo  sui  propri  omeri  recava  al- 
V Ospedale  della  Co/25o/^z/o7ze gli  appe- 
stati, per  memoria  di  sì  eroica  carità  cri- 
stiana, in  quella  corsia  fu  posto  un  bas- 
sorilievo di  Le  Gros,  ed  i  novizi  gesuiti 
in  tutto  il  mese  di  ottobre,  tranne  alcu- 
ni giorni,  si  recano  nel  medesimo  ospe- 
dale ad  esercitar  cogl'  infermi  opere  di 
misericordia,  spirituali  e  corporali.  Nel 
pontificato  di  Clemente  VI  II  avendo  nel 
1601  l'acqua  Maiana  0  Mariana  supe- 
rato il  suo  letto,  rese  insalubre  la  regio- 
ne del  Monte  Celio  e  moltissimi  amma- 
larono di  febbri  periodiche:  il  Papa  fat- 
to dare  lo  scolo  all'acqua,  tornò  la  salu- 
brità negli  abitanti.  A  Conclave,  dicen- 
do di  quello  di  Urbano  Vili,  notai  come 
s'infettò  l'aria  per  l'influenza  conlagiosa 
ch'era  in  Roma  per  l'eccessivo  caldo,  on- 
de s'infermarono  cardinali  e  conclavisti, 
con  la  morte  di  gran  parte  di  questi  e  di 
alcuni  cardinali,  molti  de' quali  stettero 
in  pericolo.  Per  le  guerre  del  1629  e  i63o 
si  dilatò  la  peste  con  numerosa  strage  nel- 
le milizie  e  maggiore  nel  popolo:  da  Man- 
tova passò  il  contagio  aVenezia,  dove  por- 
tò al  sepolcro  60,000  persone,  e  000,000 
ne'dominii  veneti;  si  propagò  a  Modena, 
Reggio,  Bologna,  Firenze  e  nella  Roma- 
gna,come  pure  negli  altri  stati  della  Chic 
sa,  a  Milano  enei  Piemonte.  Urbano  Vili 
in  sì  lagrimevoli  circostanze  pose  in  ope- 
ra mirabili  provvidenze  e  tutto  il  zelo  per 
sollievo  e  cura  de'popoIi,non  che  di  Ro- 
ma, dove  istituì  una  congregazione  di  car- 
dinali e  prelati  per  vegliare  alla  difesa 
del  dominio  ecclesiastico,  che  provò  gli 
etfetti  di  tanta,  vigilanza  e  sollecitudine. 
Mentre  era  in  Castel  Gandolfo  Ales- 
sandro VII  nel  i656,  gli  giunse  l'infau- 
sta  notizia  che  in  Napoli  era  comparsa  la 
peste  bubonica  proveniente  dalla  Sar- 
degna, onde  subito  si  recò  in  Roma,  per 
salvare  possibilmente  il  proprio  confi- 
nante stato.  Deputò  alle  relative  provvi- 


PES  ?,?,7 

denze  il  fratello  Mario  Chigi  generale  di 
s.  Chiesa,  come  commissario  della  sani- 
tà, poiché  con  somma  lode  avea  salvalo 
Siena  sua  patria  dal  contagio,  quando 
era  giunto  alle  sue  porte.  Incaricò  4  ido- 
nei prelati,  cui  poi  aggiunse  due  altri, 
per  guardare  d'  ogni  parte  lo  stato  dal 
commercio  co'  regnicoli  infetti  o sospetti; 
aumentò  di  6  cardinali  quella  ordinaria 
della  sanità,  aggiimti  ai  4  che  la  forma- 
vano; quindi  istituì  una  congregazione 
de'  più  attivi  ed  energici  cardinali  e  pre- 
lati di  esperienza  ed  altri  uomini  di  va- 
lore, onde  con  maturo  consiglio  ed  opera 
ctlìcace  si  dedicasseio  al  la  salvezza  univer- 
sale e  comune  preservazione.  Alla  con 
gregazione  assegnò  per  capo  il  cardinal 
Giulio  Sacchetti  prefetto  della  Cofigrr- 
gnzioìie  della  s.  Considla  (  /^.),  acciocché 
di  concerto  con  questa  e  con  amplissime 
facoltà  deliberasse  quanto  di  pili  conve- 
niente icputasse  opportuno.  Di  questa 
congregazione  di  sanità  il  Papa  volle  che 
facessero  parte  i  prelati  di  fiocchetti  go- 
vernatore di  Roma,  uditore  della  ca- 
mera, tesoriere  e  maggiordomo;  il  se- 
gretario di  stato  mg. ^Rospigliosi  poi  Cle- 
mente IX,  il  i.°  conservatore  di  Pi.on»u, 
il  medico  archiatro  pontificio,  il  dotto  e 
bravo  Mattia  Naidi  intimo  amico  del  Pa 
pa,  il  fiscale  ed  alcuni  egregi  cavalieri  ri- 
putati per  senno  :  di  questa  congregazio- 
ne di  sanità  fu  segretario  Cesare  Raspo- 
ni,  come  prelato  segretario  di  consulla, 
poi  cardinale.  Inoltre  il  Papa,  per  le  al- 
tre cautele  usate  in  Roma,  ogni  giorno 
adunava  in  palazzo  e  talvolta  avanti  di 
sé  i  ministri  a  ciò  destinali  col  fratello  ed 
il  nipote  cardinal  Antonio  Barberini.  La 
congregazione  si  riuniva  periodicamente 
nel  palazzo  apostolico,  emanando  i  più 
savi  provvedimenti, che  servirono  poi  di 
iTioilello  agli  altri  regni  e  nazioni  a  sal- 
vamento delle  pestilenze.  Si  distinsero 
ancora  nella  desolante  epidemia  i  prelati 
commissari  Agostino  Franciotli  arcive- 
scovo di  Trebisonda  e  lucchese,  Lorenzo 
Corsi  fiorentino,  Carlo  Roberli  roniano, 


1^8  PES 

Claudio  Marazzani  piaoenlino  (  che  a- 
Tendo  a  sorvegliare  l'Umbria  ebbe  la  ven- 
tura che  il  morbo  non  vi  penetrò),  i  quali 
iirelali,  chedopo  aver  esercitati  molti  go- 
verni appartenevano  al  tribunale  e  con- 
gregazione della  consulta, furono  dichia- 
rati commissari  ad  impedire  il  commer- 
cio coi  luoghi  infetti  del  regno  di  Napoli, 
i  cui  confini  si  guardarono  con  soldate- 
sche, come  le  spiaggie.  Per  morte  del 
Corsi  gli  fu  surrogato  Annibale  Bentivo- 
glie  arcivescovo  di  Tebe,  il  vescovo  di 
Terracina  Ghislieri  perSezze,  sostituen- 
dogli a  Terracina  Ottavio  Roncione  ro- 
mano; altro  commissario  fu  destinato 
per  Rieti.  Sopra  tutti  il  genovese  Girola- 
mo Gastaldi,  \iOì  celebre  cardinale,  me- 
rita i  più  grandi  encomi,  quale  commis- 
sario generale  della  sanità,  poiché  si  ac- 
quistò gloria  immortale,  confermata  dal 
suo  applaudito  trattato  sulla  peste  e  pre- 
servativi di  essa,  che  citai  alia  biografia 
ed  a  tutte  le  nazioni  servì  di  guida  per 
garantirsi  e  governarsi  nel  micidial  fla- 
gello. Non  si  debbono  preterire  di  lode 
per  lo  sfesso  grave  argomento  e  loro  pre- 
stazioni i  cardinali  Azzolini  e  Aslalli,  i 
pielati  Negroni,  Barbadigo  e  Cenci  poi 
cardinali,  tutti  destinati  con  particolari 
incarichi  alla  cura  degl'  infelici  appestati 
ed  al  regolamento  per  frenare  il  morbo 
ed  arrestarne  i  fatali  progressi.  Adunque 
la  peste,  uccidendo  in  Napoli  per  ben 
2,000  persone  al  giorno,  per  cui  dall'a- 
prile alla  metà  di  agosto  1 656  si  conta- 
rono circa  4oo,200  vittime,  per  qualche 
bastimento  si  comunicò  alle  spiaggie  del 
litorale  pontificio  vicino  a  Roma,  cioè  in 
Civitavecchia  e  Nettuno.  Nel  primo  por- 
lo si  riparò  il  male  per  tempo,  restrin- 
gendolo nel  lazzaretto,  ma  in  iS'ettuno  per 
errore  di  medici  imperiti  divenne  il  con- 
tagio talmente  irreraediabile,  che  ridus- 
se spopolata  quella  terra  e  si  propagò  al 
borgo  s.  Lorenzo.  Ciò  che  pose  Roma  in 
sommo  spavento  fu  un  pescatore  napo- 
letano morto  nell'ospedale  del  ss.  Salva- 
tore al  Laterano,  con  segni  epidemici, 


PES 
per  aver  praticalo  a  Ripagrande  con 
qualche  compatriotto  già  infetto,  prima 
che  fossero  poste  in  opera  le  decretate 
cautele.  Il  male  si  attaccò  ad  altre  per- 
sone del  Trastevere,  onde  si  adoprarono 
le  maggiori  industrie  per  limitarne  la 
diffusione  e  le  conseguenze,  anche  per 
riguardo  alle  provincie  dello  stato.  Quin- 
di tutta  l'isola  di  s.  Bartolomeo  fu  desti- 
nata a  lazzaretto  per  gli  appestati,  distri- 
buendosi per  altri  conventi  que' france- 
scani che  l'abitavano, anzi  venne  amplia* 
ta  d'un  terzo.  Per  superare  le  diflìcoltà 
che  avea  il  popolo  di  Trastevere  di  re- 
stringersi senza  coraunicazione^  improv- 
visamente furono  mandati  nella  regione 
tre  autorevoli  cardinali,  cioè  Barberini, 
Imperiali, ed  Assia,  il  quale  espose  la  sua 
vita  a  benefizio  degli  appestati ,  come 
particolarmente  deputato  a  vegliaresulla 
salute  del  popolo  romano.  I  cardinali  con 
soldati  per  nove  ore  continue  assisterono 
all'erezione  delle  mura  e  cinta,  per  se- 
gregare la  contrada  dal  resto  della  città, 
e  come  i  rinchiusi  non  potevano  procac- 
ciarsi il  sostentamento,  Alessandro  VII 
somministrò  ogni  giorno  160  scudi.  De- 
ve notarsi  che  prima,  come  dirò,  si  for- 
marono due  lazzaretti  fuori  di  Roma  , 
uno  pei  forestieri  che  si  tenevano  in  pro- 
va di  sanità,  l'altro  per  quegl' inferrai 
su  cui  cadeva  dubbio  di  peste.  Prese  tali 
misure  pel  rione  Trastevere,  le  provvi- 
denze adottate  nel  resto  di  Roma  non  si 
possono  abbastanza  congetturare,  pei  se- 
verissimi editti  promulgati  e  per  la  sor- 
veglianza rigorosa  d^ogni  rione;  fu  im- 
pedito uscir  da  R.oraa  ai  medici  e  chi- 
rurghi, e  fu  loro  imposto  il  modo  di  re- 
golarsi, come  agli  speziali,  deputandosi 
apposite  levatrici  per  le  appestate  o  so- 
spette. Ogni  rione  ebbe  i  suoi  deputati; 
chi  non  denunciava  il  proprio  o  l'altrui 
contagio  era  condannato  alla  pena  capi- 
tale, commutata  col  servizio  de' lazza- 
retti ;  i  preposti  a  questi  incedevano  con 
bastone  sovrastato  da  croce,  onde  essere 
evitati  nel  contatto.  Non  pochi  del  volgo 


PES 

si  querelavano  di  siffatte  misure,  ma  i 
più  esaltarono  il  Papa,  che  lungi  dal  ua- 
scondere  la  realtà  del  contagio,  quasi  tol- 
se Roma  dalle  fauci  di  morte,  principal- 
mente secondato  dal  fratello  e  dal  nipo- 
te, e  rivolgendosi  di  frequente  con  pub- 
bliche orazioni  ad  implorare  la  divina 
misericordia,  se  non  congiunti  nelle  pre- 
ghiere ne'  luoghi,  bensì  nelT  intenzione. 
Piima  dello  sviluppo  del  morbo  si  arri- 
vò ad  incolpare  Alessandro  VII  di  arti- 
fizio politico  nel  supporre  l'esistenza  del- 
la peste,  ostinatamente  negata  ;  cosi  ve- 
niva corrisposto  il  benemerito  e  zelante 
Pontefice:  tanto  è  ingiusto  e  ingrato  il  giu- 
dizio della  moltitudine, quando  abbando- 
nata la  ragione  si  fa  trascinare  dalla  pas- 
sione, anche  a  suo  danno!  Nel  voi.  XLV, 
p.  236,  rammentai  la  congiura  in  questo 
tempo  ordita  contro  Alessandro  VII. 

Allorché  minacciava  il  morbo,  Ales- 
sandro VII  promulgò  amplissimo  giu- 
bileo universale,  senza  imporre  proces- 
sioni e  visite  di  poche  determinale  basi- 
liche per  non  accumularvi  gente  ;  ordinò 
a  tutte  le  chiese  collegiali  e  conventuali 
analoghe  orazioni,  e  vietò  il  concorso  dei 
fedeli  per  l'otta  vario  de'defunti  alla  chie- 
sa di  s.  Gregorio,  supplendo  all'acquisto 
di  quella  indulgenza  con  private  opere. 
in  suffragio  poi  degli  estinti  fece  celebra- 
re infinite  messe,  ed  in  sulle  due  ore  di 
notte  o  meglio  ad  un'ora  ordinò  che  col 
suono  delle  campane  maggiori  si  reci- 
tasse pei  morti  di  peste,  con  indulgenza 
plenaria  in  forma  di  giubileo,  certe  ora- 
zioni e  il  De  profundis  (^.),  dovendosi 
ricevere  la  ss.  Eucaristia  ;  grazia  che  fu 
comunicata  a  diverse  città  dello  stato  ec- 
clesiastico. Si  statuirono  le  disinfeltazio- 
ni  per  mantener  vivo  il  commercio  di 
lettere  ed  altro,  il  tutto  profumandosi  al- 
le porte  di  Roma  :  pe'  grossi  pieghi  dei 
diplomatici  assisteva  un  loro  addetto,  ed 
il  denaro  si  gettava  nell'aceto  per  sicu- 
rezza. Due  vigne  suburbane  si  destina- 
rono a  disinfettar  le  robe,  cioè  la  San- 
nesio  e  la  Colonna.  I  lazzaretti  furono  5  : 


PES  229 

quello  nominato  di  s.  Bartolomeo  per  la 
cura  dei  colpiti  dal  morbo  ;  i  due  fuori 
di  porla  s.  Pancrazio  in  luoghi  elevati, 
Ville  a  dire  uno  presso  la  chiesa  di  dello 
nome,  l'altro  propinquo  alla  chiesina  già 
di  s.  Pio  V  (ora  proprietà  della  prelatu- 
ra Pacca,  /".),  pei  convalescenti.  Il  4" 
venne  collocato  nel  magnifico  edifizio  del- 
le carceri  nuove,  fabbricato  da  Innocen- 
zo X  e  compilo  con  grossa  spesa  da  A- 
lessandro  VII,  il  quale  si  guardò  bene  di 
dargli  il  suo  nome,  lasciandone  l'intiero 
onore  al  predecessore  nell'  iscrizione  e- 
ziandio  e  stemma,  modestia  che  assai  più 
onore  gli  acquistò  di  quello  che  lasciava  : 
non  essendo  l'edifizio  ancora  abitato  dai 
delinquenti,  vi  passavano  i  detti  conva- 
lescenti ,  per  prova  ulteriore  di  sicura 
guarigione.  Il  5°  lazzaretto  si  formò  nel 
monastero  di  s.  Eusebio  de'celeslini,  che 
furono  trasferiti  altrove  :  qui  si  poneva- 
no i  sospetti  con  qualche  fondamento  di 
pestilenza,  sotto  la  direzione  del  cardinal 
Azzolini.  Di  tutti  i  5  lazzaretti  poi  era 
soprintendente geneiale  con  ampi  poteri 
il  lodato  Gastaldi.  Imperversando  la  pe- 
ste neir  interno  della  città,  a  fronte  di 
quanto  erasi  operato  per  impedirne  la  dif- 
fusione, a  questi  cinque  ricetti  furono  ag- 
giunti pegl'infermi  dubbi  di  contagio  gli 
ospedali  della  Consolazione,  sotto  la  vigi- 
lanza del  cardinal  Astalli,  e  quello  del  ss. 
Salvatore  al  Laterano.  In  tutti  gli  altri 
ospedali  si  ordinò  un  quartiere  partico- 
lare pei  malati  che  ingerissero  timore  di 
essere  infetti,  benché  crescendo  poi  il  nu- 
mero de' convalescenti,  fu  sostituito  per 
loro  6°  lazzaretto  l'ospedale  della  Con- 
solazione, ed  all'uso  di  questo  fu  surro- 
gato quello  di  s.  Spirito.  Tutti  questi  utili 
provvedimenti  aveano  per  iscopo  il  fer- 
mo principio  di  Alessandro  VII,  onde 
vincere  l' infezione,  cioè  la  separazione 
de'  contaminali  dai  sani  e  risanare  eoa 
buona  cura  gl'infetti.  Pel  medesimo  prin- 
cipio si  sospese  il  foro  e  le  congregazioni, 
tranne  qualche  urgente  eccezione  ,  solo 
lasciandosi  iu  attività  quelle  delia  con- 


a3o  PES 

sulla  e  del  s.  oHìzio  ;  si  tialasciarouo  le 
>isite  aiiclie  diplomatiche;  larameole  il 
Papa  adunò  il  concistoro,  bensì  si  fece  ve- 
dere per  Roma,  recandosi  a  benedire  i 
convalescenti,  e  ricevendo  all'udienza  se- 
condo le  occorrenze  i  suoi  ministri  e  quel- 
li de'  principi.  Per  precauzione  fu  inter- 
detto ai  privati  l'accesso  al  suo  palazzo 
apostolico,  importando  sempre  e  massi- 
me in  si  tremendo  frangente  l'incolumità 
del  principe;  ma  avendo  Alessandro  VII 
osservalo  su  ciò  poco  rigore,  molti  della 
famiglia  bassa  ed  alcuni  della  media  mo- 
rirono di  contagio.  Tutta  volta  si  usaro- 
no grandi  pi  ecauzioni  con  quei  che  ap- 
partenevano agi'  infetti,  e  toccò  non  solo 
al  segretario  di  stato,  al  maestro  di  ca- 
mera, al  medico  lo  star  chiusi  perchè  al- 
cuni loro  domestici  si  scuoprirono  in- 
felli, ma  eziandio  ad  Agostino  Chigi  ni- 
pote del  Papa  il  tenersi  discosto  alcun 
tempo  da  esso  per  un  simile  sospello.Nc 
solamente  furono  sospese  le  comunanze 
geniali,  civili  e  letterarie,  ma  anche  le  sa- 
cre, come  le  cappelle  pontificie,  le  proces- 
sioni, le  pie  adunanze, le  solennità  della 
chiesa,  per  impedire  le  numerose  riunio- 
ni, in  cui  è  facile  lo  sviluppo  del  conta- 
gio in  tempi  epidemici.  Non  minore  fu  la 
sollecitudinedi  Alessandro  VII  per  la  cu- 
ra spirituale  degli  appestati,  pei  quali  as- 
sai si  prestarono  i  regolari  :  il  Pa[)a  volle 
che  fossero  scelti  i  robusti,  ma  molti  ne 
perii ono.  Molto  pure  si  fece  per  le  qua- 
lità de'cibi,  per  la  nettezza  delle  vie,  del- 
le case  e  di  ogni  luogo,  delle  carceri,  del 
ghetto  a  cui  fu  assegnato  soprinlendenle 
ilNegroni,  che  ne  restò  conlento  per  l'ub- 
bidienza che  mostrarono  i  giudei  alle 
prescrizioni;  e  perchè  vollero  restar  chiu- 
si, ad  onta  della  loro  ristrettezza  ebbero 
]Joche  vittime.  Come  ho  notato  altrove, 
j  cadaveri  degli  appestati  con  carri  e  bar- 
chette si  tumulavano  in  fosse  nel  campo 
che  s'incontra  prima  di  giungere  alla  ba- 
silica di  s.  Paolo  fuori  le  mura,  distin- 
guendosi 1  criatiaui  dagli  ebrei.  Per  qual- 
che tempo  bisognò  alimentare  ue'lazza- 


PES 

retti  4jO0P  inferrai  e  salariare  circa  5oo 
uHlziali,  oltre  alle  straordinarie  limosine 
diesi  distribuivano  giornalmente  a  (juel- 
li  cui  la  clausura  impediva  guadagnarsi 
il  villo.  11  Papa  per  impiegare  artisti  fe- 
ce dipingere  e  abbellire  le  gallerie  del 
Palazzo  Quirinale  (^.),  ed  i  prelati  fu- 
rono larghi  di  cure  e  soccorsi. 

Per  tante  sollecitudini  il  contagio  co- 
minciò a  cedere  in  attività,  e  sembrando 
che  non  restasse  che  nelT  apprensione 
della  moltitudine  impaurila  dalle  stesse 
diligenze;  quindi  si  diminuirono  i  riguar- 
di, fu  allargato  il  commercio,  riaperti  i 
tribunali  e  ripristinatele  funzioni  sacre 
con  molla  letizia  della  città.  Cessate  per 
molti  giorni  le  morti  e  le  infermità  di 
contagio,  nel  sabbaio  in  Albis  a'y  aprile 
iGSy,  ricorrendo  l'anniversario  dell'e- 
lezione del  magnanimo  Pontefice,  si  cau- 
to il  solenne  Te  Deuni  nella  cappella  pon  • 
tiflcia,  i  cardinali  ripresero  i  loro  nume- 
rosi corteggi  e  carrozze,  avendo  prima 
usate  quelle  coperte  di  cuoio,  e  genera- 
le fu  l'allegrezza  e  i  rendimenti  di  gra- 
zie a  Dio.  Ma  al  riscaldarsi  della  stagio- 
ne, 0  fosse  il  mutamento  degli  abiti,  for- 
se contaminati  d'infezione,  o  per  altra  i- 
gnota  cagione,  dopo  4o  e  più  giorni  il- 
lesi, s'  incominciò  a  sentire  alcun  segno 
di  nuova  peste,  prima  nelle  vigne  subur- 
bane,quindi  nellaslessa  città,  il  chemos- 
.se  il  Papa  a  rinnovare  i  rimedi  usati,  i 
hizzaretti,  le  congregazioni  ed  i  bandi,  con 
meno  rigori.  Andò  contiHuando  il  male 
con  tenue  progresso  e  poi  con  lenta  de- 
clinazione, quando  nell'agosto  in  IMonte 
Fiascone  ripigliò  vigore  e  si  comunicò  a 
Viterbo  ,  ed  avrebbe  ivi  e  in  tutta  la 
provincia  fatto  macello  ,  se  non  vi  fosse 
stalo  spedito  Buonaccorso  Buonaccorsi 
poi  cardinale,  il  quale  era  slato  flepulalo 
a  presiedere  ai  luoghi  infetti  propinqui  a 
Pi.oma,  con  pronto  e  felice  risultato.  In- 
tanto in  Roma  essendo  di  nuovo  cessata 
l'infezione,  il  Papa  nell'ottava  della  Na- 
tività di  Maria  tenue  cappella  nella  chie- 
sa del  Popolo  a  rendimento  di  grazie,  pò- 


PES 

scia  a'24  sellembre  fu  riattivalo  il  com- 
mercio con  le  legazioni  di  Romagna,  Bo- 
logna e  Ferrara.  Il  Novaes,  dotto  storio- 
grafo de' Papi  ,  principalmente  d'Ales- 
sandro VII,  dice  che  in  Roma  morirono 
22,000   persone  e  nel  resto  dello  slato 
160,000;  ed  il  Pallavicino  contempora- 
neo narra,  che  essendo  allora  Roma  abi- 
tata da  1 00,000  anime,  ne  furono  vittime 
circa  8,000,  quasi  tutti  del  popolo  bas- 
so, pochi  del  celo  civile  e  ninno  illustre. 
Si  calcola  che  questa  peste  abbia  rapito 
all'Italia  un  milione  di  abitanti;  inasprita 
nel  i656,  verso  la  metà  di  dicembre  a« 
vea  principialo  a  rallentare  e  diminuire 
di  forza,  parlando  in  generale.  Alessan- 
dro VII  consentì  al  senato  e  popolo  ro- 
mano che  si  votasse  di  collocare  con  mag- 
gior ornamento  la  miracolosa  immagine 
di  s.  Maria  in  Portico,  oggetto  della  ge- 
nerale divozione,  cui  aveano  ricorso  nel- 
le pestilenze  piìi  Papi,  massime  Leone  X 
e  Adriano  VI.  Effettuato  il  voto  nel  dì 
della  Concezione,  lo  esegui  poi  con  edi- 
ficare la  Chiesa  di  s.  Maria  in   Campi- 
tellij  V.  (può  anche  vedersi  Ospedale  di 
s.  Maria  delLz  Consolazione  in  Portico), 
ove  Alessandro  VII  solennemente  tras- 
portò la  prodigiosa  immagine,  alla  cui 
intercessione  erasi  attribuita  la  cessazio- 
ne della  peste.  Inoltre  lo  stesso  senato  e 
popolo  romano  decretò  d'unanime  con- 
senso, che  io  Campidoglio  si  erigesse  una 
statua  al  Pontefice,  come  a  pubblico  li- 
beratore. I  conservatori  di  Pioma  signi- 
ficarono al  Papa  il  decreto  ,  pregandolo 
a  consentirne  l'esecuzione,  avendo  dero- 
gato Urbano  VIII  e  Innocenzo  X  alla 
proibizione  del  senato,  che  in  Campido- 
glio niuno,  sotto  pena  d'infamia,  osasse 
proporre  innalzamento  di  statua  a  Papa 
vivente.  Avea  mosso  a  questo  divieto  il 
popolo  romano  gli  esempi  di  Paolo  IT^ 
{V-),  la  cui  effigie  fu  spezzata  e  oltrag- 
giata in  sede  vacante  dal  furore  popola- 
re, non  come  d'  un  successore  di  s.  Pie- 
tro, ma  quasi  d'un  Giuda  ;  e  poscia  del 
gran  Sisto  V  (^.),  la  cui  statua  dopo  la 


PES  ^31 

sua  morte  pericolava,  se  i  capi  delle  fa- 
miglie Orsini  e  Colonna, stretti  d'affinità 
con  la  sua,  non  vi  fossero  accorsi.  Ales- 
sandro VII,  ancorché  trovasse  simili  o- 
noranze  faticai  suddctli  suoi  immediati 
predecessori  senza  verun  effetto  sinistro, 
come  ai  due  antecessori  di  quelli  era  av- 
venuto, e  ancorché  il  benefizio  per  cui  la 
città  voleva  rendere  a  lui  questa  grati- 
tudine, fosse  così  manifesto  e  insigne  che 
assolveva  quell'alto  da  ogni  nota  d'adu- 
lazione, tuttavia  dissentì  con  modestia,  e 
ringraziando  dell'amorevole  pensiero,  si- 
gnificò non  volere  altro  simulacro  che 
quello  il  quale  i  romani  gli  conservasse- 
ro ne'Ioro  cuori.  I  cittadini  più  meravi- 
gliati che  soddisfatti  della  risposta,  richie- 
sero che  almeno  fosse  loro  conceduto  la- 
sciar di  lutto  memoria  in  un'iscrizione, 
ma  eziandio  in  ciò  die   loro   il  Pontefi- 
ce ripulsa  con  modi  cortesi.  Malgrado  sì 
doppia  ripugnanza  eroica,  il  senato  a'25 
marzo   1668  gli  eresse  in  Campidoglio 
una  statua  di  bronzo,  con  iscrizione  in 
cui  si  legge  come  a  siffatta  gloria  egli  si 
opponesse.  Dobbiamo  alle  cure  del  dotto 
gesuita  Tito  Cicconi  la  preziosa   pubbli- 
cazione  della  Descrizione  del  contagio 
che  da  Napoli  si  comunicò  a  Roma  nel 
16  56  e  de'  saggi  provi'cdi nienti  ordinati 
allora  da  Alessandro  VII,  estrntta  dal- 
la {'ita  del  medesimo  Pontefice  die  con- 
servasi mss.  nella  biblioteca  Albani ,  ope- 
ra inedita  del  cardinale  Sforza  Palla- 
vicino gesuita,  Roma  1887.  Nella  zecca 
pontifìcia  vi  sono  3  diversi  conii  di  me- 
daglieconialead  Alessandro  Vllcolla sua 
effigie:  la  i.^'coU'epigrafe:  Ut  Umbra  II- 
lius  Liberarentur ,  e  con  allusione  alla 
cessazione  della  peste  è  inciso  nn  angelo 
fuggente  che  tiene  nella  destra  la  spada, 
nella  sinistra  un  teschio  umano,  con  mol- 
ti infermi  giacenti  avanti  la  basilica  Va- 
ticana ,  ed  in  aria  appare  s.  Pietro  con 
le  chiavi  ;  nella  2.^  medaglia  si  legge:  Po- 
puluni  Religione  Tuetur,  e  si  esprime  un 
angelo   appoggiato  alla  croce  con  freno 
nella  destra,   reggendo  con  la  sinistra  ii 


232  PES 

\angelo,  ed  lia  sotto  i  piedi  la  morte  ;  la 
3."  medaglia  dell'anno  8.°  iia  l'iscrizione: 
Jininaculalae  Firgini  Voi.  Rornae,  col 
prospetto  del  la  chiesa  di  s.  Maria  in  Cam- 
pitelli. 

Affacciandosi  nel  1690  la  peste  nello 
slato  ecclesiastico  per  la  parte  di  Napo- 
li, Alessandro  Vili  deputò  subito  Gior- 
gio Cornalo, poi  cardinale, presidente del- 
lucamera,  iti  provvisore  della  sanità  pel  li- 
torale dell'Adriatico, con  Francesco  Tre- 
■visani,  come  l'altro  veneto  e  parente  del 
Papa,  affinchè  vegliassero  a  fermarne  il 
corso,  comeloro  riuscì  secondando  le  pa- 
terne pontificie  intenzioni.  Nel  1695  per 
una  straordinaria  inondazione  del  Teve- 
re e  grandi  pioggie,  si  riempirono  le  fosse 
di  Castel  s.  Angelo,  e  le  acque  degli  sco- 
li dei  Monti  Vaticani  si  corruppero  nelle 
cantine  e  ne'  luoghi  bassi  di  Borgo  :  in- 
sorse fiera  epidemia  accompagnata  da  or- 
ribile Terremoto  {V.)  e  per  le  periodiche 
perniciose  pochissimi  del  Borgo  restaro- 
no vivi.  A  tutto  accorse  il  pietoso  animo 
d'Innocenzo  XI 1,  non  che  come  il  prede- 
cessore a  prevenire  la  carestia.  Clemente 
XI  rimosse  a  Pesaro  le  cagioni  che  pro- 
ducevano influenza  di  malattie  periodi- 
che :  sotto  di  lui  un'epidemia  spopolò  Or- 
vieto, le  perniciose  mieterono  molte  vit- 
time in  Baguorea  ;  Anagni  e  Ferentino 
furono  assalite  da  fatali  febbri  periodi- 
che. Più  si  chiuse  la  cloaca  nella  quale 
sfogavano  le  acque  della  Marana,  e  que- 
ste corrompendosi  cagionarono  influenza 
di  periodiche,  che  l'archiatro  Lancisi  vin- 
se con  la  china,  ed  il  Papa  ne  rimosse  la 
causa  dando  esito  alle  acque.  Inoltre  Cle- 
mente XI  soccorse  Marsiglia  desolata 
dalla  peste,  ed  afljnchè  nelsuostatoe  in 
Roma  non  penetrasse,  non  trascurò  ve- 
runa provvidenza,  e  per  implorare  il  di- 
vino aiuto,  con  tutta  la  corte  e  clero  si 
recò  processionalmente  da  s.  Maria  de- 
gli Angeli  alla  basilica  Liberiana  a'6  ot- 
tobre 1720,  concedendo  indulgenza  ple- 
naria a  chi  v'intervenne  :  destinò  un  car- 
dinale per  presiedere  a  ciascuna  porta  di 


PES 

Roma, ed  alcuni  cavalieri  che  ogni  gior- 
no vi  facessero  la  guardia  ,  aprendole  e 
chiudendole  ,  rimettendone  le  chiavi  la 
sera  al  palazzo  apostolico.  Simili  precau- 
zioni e  rigori  mantenne  il  successore  In- 
nocenzo XI II  fìnoa'i  5 ottobre  172  i,  ve- 
dendo che  la  peste  sensibilmente  andava 
cessando:  inasprendosi  alquanto,  il  Papa 
agli  8  dicembre  con  la  stessa  processio- 
ne di  Clemente  XI  e  premio  d'indulgen- 
ze, invocò  il  patrocinio  della  Beata  Ver- 
gine per  l'estinzione  del  flagello.  A  Giu- 
bilei riportai  quelli  promulgati  dai  Papi 
per  l'epidemie  e  altri  flagelli,  come  pur 
fecero  Benedetto  XIII  e  Benedetto  XIV, 
il  quale  a  mezzo  della  congregazione  del- 
la s.  consulla  nel  1743  e  nel  r744pi"oi' 
hi  le  comunicazioni  colla  Sicilia  e  regno 
di  Napoli  che  soggiacevano  alla  peste.  Pio 
VI  nel  1778  pei  sospetti  di  questo  ma- 
lore fece  guardare  lespiaggie  dell'Adria- 
tico da  un  cordone  sanitario  di  milizie, 
troncandole  lelazioni colla  Dalmazia, ma 
il  lemulocontagioprestosvanì.Nel  1  785 
la  Dalmazia  e  particolarmente  Spalatro, 
lungi  dalla  spiaggia  della  Marca  circa  80 
miglia  di  mare,  di  nuovo  furono  assaliti 
dalla  peste  ,  onde  Pio  VI  tra  le  precau- 
zioni prese  a  tranquillità  de'popoli,  so- 
spesela famosa  fiera  di  Sinigaglia,  ed  al- 
la Porziuncula  il  celebre  perdono.  Di  più 
sotto  di  lui  il  castello  di  Bisenzo  restò  de- 
serto, per  l'influenza  perniciosa  prodot- 
ta dall'asciugamento  d'un  laghetto  presso 
Bolsena,  nel  cui  fondo  si  putrefecero  gli 
insetti  ed  i  vegetabili.  Nel  i8o5pel  fon- 
dato timore  della  peste  suscitata  in  Li- 
vorno, di  febbre  bilioso-maligna.  Pio  VII 
trovandosi  a  Parigi  fece  prendere  dal  car- 
dinal Consalvi,  come  prefetto  di  consulta 
e  segielario  di  stato,  tutti  quei  provvedi- 
menti atti  ad  allontanare  il  contagio;  si 
stabilì  un  cordonesanitario  di  milizie  con 
regolamento  per  la  custodia  delle  spiag- 
gie  pontificie  del  Mediterraneo,  con  altri 
salutari  bandi.  Altre  provvidenze  sani- 
tarie Pio  VII  pose  in  esecuzione  pel  con- 
tagio del  tifo  petecchiale  che  afflisse  Ro- 


PES 

ma  nei  i8i(),  e  più  tardi  per  la  f(.'I>l)i'e 
gialla  che  desolò  la  Spagna  :  tanlo  Fio 
VII  clie  Leone  Xll  furono  assai  solleciti 
per  la  pubblica  sanità,  ed  il  secondo  edi- 
llcò  in  Roma  il  macello  pubblico,  come 
iiaiiai  alla  sua  biografia.  Gregorio  XVI 
poi  superò  i  piedecessori  nelle  l'ggi  J'er- 
ciò  emanate  e  riportate  nella  Raccolta 
delle  leggi  e  clisposizìoiii,  che  andrò  ci- 
tando ,  accennando  brevemente  quanto 
riguarda  la  pestilenza  del  cholera,  di  cui 
fu  SI  eminentemente  benemerito  ,  aven- 
done molli  scritto,  massime  de!  morbo, 
oltre  quanto  pubblicarono  i  Diarii  di  Ro- 
ma e  Notizie  del  giorno,  che  pur  cite- 
rò pel  necessario  laconismo.  Solo  pre- 
metterò su  questo  tremendo  malore,  che 
domina  specialmente  nell'estate  e  nell'au- 
tunno; che  rapidi  ne  sono  i  sintomi,  a- 
gendo  i  princi[)ii  colerici  precipuamente 
sul  tubo  gastrico-enterico  e  sid  ventrico- 
lo, quindi  investe  i  muscoli  ed  i  nervi:  la 
fìsonomia  si  sfigura  ,  succede  la  diarrea 
sierosa  di  feccie  scolorate  e  inodorose;  in- 
di vomito,  crampi  all'  estremità,  algidi - 
smo,  abbattimento  di  forze  ed  altri  sin- 
tomi. Lo  studio  più  esatto,  le  ricerche 
j)iìi  minute  non  hanno  potuto  fin  qui  al- 
cuna cosa  positiva  far  discoprire  su  que- 
sta fatale  m.alattia,  della  quale  la  causa 
del  pari  che  la  natura  restano  tuttora 
sconosciute.  Il  morbo  ha  superato  le  bar- 
riere ed  i  cordoni  che  gli  sono  slati  op- 
posti :  viene  senza  che  se  ne  conosca  la 
cagione  e  sparisce  senza  che  se  ne  sappia 
il  motivo.  In  conseguenza  tutte  le  con- 
getture, tutti  i  sistemi  sono  slati  succes- 
si va  mente  ammessi  e  ripudiati;  in  una  pa- 
iola l'arte  ha  mostralo  in  questo  morti- 
liiro  male  tutta  la  sua  impotenza,  a  fron- 
te del  copiosissimo  numero  di  elaborale 
opere ,  che  chiari  ingegni  hanno  pub- 
blicato. 

Il  cholera  morbus  indiano  o  asiatico 
era  soltanto  cognito  in  Europa  per  le  re- 
lazioni dique'dotlie  intrepidi  inglesi,  che 
l'aveano  studialo  sulle  rive  del  Gange, 
gran  fiume  dell'Iudostanj  nelle  Indie  o- 


PES  233 

vìenlali^vA  quale  articolo  descrissi  i  pri- 
mi paesi  di  cui  vado  a  far  menzione.  Nel 
1817  però  que>lo  terribile  morbo,  abbiia- 
donali  i  limili  che  sembrava  essersi  im- 
posto da  molti  secoli,  scoppiò  all'improv- 
viso in  yJi«//7r(Y7;  fatto  questo  primo  pas- 
so, non  conobbe  piìi  freno.  Xel  1818  in- 
vaso ch'ebbe  tutte  l'isole  della  Sonda,  Su- 
matra, Giava  e  lìorneo  ,  tornò  indietro 
donde  era  partilo  e  percorrendo  con  fu- 
nesta rapidità  l'immensa  linea  sud-ovest 
del  golfo  di  Bengala,  si  presentò  sulla  co- 
sta opposta  del  Malabar,  scoppiando  in 
Calcutta  e  rimontando  fino  a  Lioudjoy. 
INel  1819  ripassò  per  l'isole  della  Sonda, 
invase  le  IMolucche  e  fece  orribili  stragi 
in  quelle  di  Francia  o  isola  lìlaurizio  (/  .) 
e  di  Borbone  in  Africa  (di  cui  parlai  nel 
voi.  XLV,  p.  225).  Si  mostrò  nell'anno 
seguente  sulle  coste  del  Tonkino  e  di  là 
penetrò  nella  Cina,  [)ercorreudo  con  la 
velocità  del  fulmine  quell'  immenso  im- 
pero dal  sud  all'ovest,  da  Canlon  ;>  Pe- 
AvViO.  Nel  1821  passòdalla  parte  opposta 
dell'Asia  e  fece  strage  in  Persia,  da  dove 
penetrò  ueW'y^rabia,  occupando  nel  tem- 
po slesso  Bassora  sotto  al  confluente  del 
Tigri  e  dell'  Enfiate  nella  sommità  del 
golfo  Persico,  e  Bagdad.    Valicata  nel 
1824  l'immensa  catena  del  Caucaso,  per- 
corse i  bordi  del  mar  Casj)io  e  per  quel- 
la via  entrò  infuriando  ne'  deserti  della 
Siberia.   Disgraziatamente  di   là  si   fece 
strada  per  l'Europa,  invadendo  nel  i83o 
la  Russia,  menando  strage  prima  in  Mo- 
sca e  quindi  in  Pietroburgo.  Nel  seguen- 
te anno  il  cholera  si  estese  immensamen- 
te, mentre  da  una  parte  gellosi   nell'A- 
sia e  andò  a  occupar  l'Egitto,  dall'altra 
per  gli  avvenimenti  della  Polonia  fu  dal- 
l' armata  russa  pollato  in  quel  regno,  e 
di  là  l'ebbero  la  Prussia,  l'Austria,  la  Ga- 
lizia, la  Boemia  e  1'  Ungheria  :  apparve 
quindi  in  Inghilterra,  donde  passato  Io 
stretto  porlossi  aCalais  e  direttamente  iii 
Parigi.  Ncll'istesso  anno  i83i   fu  eleva- 
to alla  cattedra  di  s.  Pietro  l'impet  tur- 
babile Gregorio  XYI,  il  cui  meiuorabi- 


234  l'i^^ 

]e  pontificato  sarà  sempre  ìd  Lenedizio- 
ne  iie'fasti  della  Chiesa, che  dovea  lottare 
colle  vicende  politiche  fin  da  quando  in- 
colpato vi  ascendeva,  ed  a  corollario  ven- 
nero a  far  prova  di  sue  virtù  e  fermezza 
d'animo  gli  sconvolgimenti  religiosi,  dei 
quali  trionfo  o  li  frenò;  quindi  le  pub- 
bliche calamità  ed  i  flagelli  del  terremoto, 
della  carestia,  delle  alluvioni,  dell'inon- 
dazione del  Teveie,  dello  straripamen- 
to del  Po  e  della  peste  :  al  rimedio  di  tut- 
to questo  e  senza  quasi  tregua  e  riposo 
applicò  tutto  il  suo  instancabile  zelo  e  va- 
lore, con  immense  spese  del  già  depau- 
perato tesoro  pontificio  ,  che  Gregorio 
XVI  trovò,  onde  fu  costretto  contrarre 
debili,  provvedendo  al  modo  di  soddisfar- 
li, sempre  ripugnando  al  suo  benigno  a- 
iiimo  imporre  gravezze  al  popolo;  di  che 
e  di  altro  meglio  farà  ragione  la  storia. 
Subilo  rivolse  le  sue  paterne  soUecitudi- 
ui  a  preservare  Ptoma  e  lo  stato  dal  mi- 
uaccianle  e  tremendo  morbo  colerico. 

Pri  mamente,  come  si  liporta  nella  Rac- 
colla  citata,  voi.  6,  p.  6i  e  seg.,  Grego- 
rio X\I  fecepubblicarea'So  agosto  i83  i 
dal  cardinal  Bernetti  segretario  di  stato 
e  prefetto  della  congregazione  (^i  consul- 
ta, il  icgolanienlo  con  le  norme  e  caute- 
le da  osservarsi  onde  prevenire  qualun- 
que emeigenza  contagiosa;  ed  ai  27  set- 
tembre i83i  dal  presidente  delle  strade  e 
ncque  Lancellotti,le  disposizioni  risguar- 
danti  la  nettezza  di  Roma,  per  allonta- 
nare le  cause  di  mefitiche  esalazioni.  Nel 
j832  dal  segretario  di  consulta  Grimal- 
di poi  cardinale  fece  emanare  ì'islruzio- 
Ite  popolare j  con  indicazione  de' metodi 
per  pieservarsi  dal  cholera  morbus;  dal 
Lancellotti  \a notificazione  con  nuove  in- 
giunzioni sulla  nettezza  de'cortili,  andro- 
ni e  cantine,  a  preservazione  della  pub- 
blica salute  ;  dal  governatore  di  Pioma 
CappelleUi  poi  cardinale,  notificazione 
con  disposizioni  analoghe  alla  preceden- 
te del  Lancellotti,  per  non  dire  di  altre 
parziali  provvidenze  sanitarie  della  con- 
sulla per  Roma  e  lo  stato.  A  vantaggio 


PES 

de'sudditi  Gregorio  XVI  spedai  apposita- 
mente a  Parigi  una  commissione  di  tre 
medici  per  istudiarvi  la  natura  del  mor- 
bo, onde  meglio  prevenirlo  e  curarlo.  Es- 
sa fu  composta  dei  dottori  Achille  Lupi, 
Agostino  Cappello  e  cav.  Domenico  Me- 
li. Questo  ultimo  pubblicò  in  Roma  nel 
1  833  :  Risullamenti  degli  studi  sul  chole- 
ra fatti  a  Prt!/7g^/,  che  meritarono  una  2.* 
edizione, Firenze  i835. IVello  stesso  anno 
il  cav.  Meli  pubblicò  in  Pesaro:  Il  cho- 
lera asiatico  in  Italia.  Oltie  queste  ope- 
re in  argomento  ne  posseggo  nove  ano- 
nime e  le  seguenti.  Barbacciani,  Cholera 
del  Cesenatico.  Brunetti ,  Annotazioni. 
orogi,  Cara.  Cappello,  Esperimenti,  Lei' 
ter  a  sulla  storia.  Discorso  su  quel  di  Ro- 
ma. Ciani,  Trattato.  Cadel,  Cholera  di 
Roma.  Chevally  deRivaz,  Consigli.  Del 
cholera  d'  Ancona.  De  Renzi,  Statistica 
di  Napoli.  Fenicia,  Dissertazione.  Fuma- 
soni.  Criterio.  Fedev'igo,  Il  contagio.  Ghi- 
relli  j  Precetti.  Galli  e  Luchini  ,  Osser- 
vazioni. Jonnes,  Del  cholera.  Liuzzi,  Ri- 
flessioni e  osservazioni  su  quel  di  Roma. 
Poggioli,  Catechismo.  Primoli,  Precau- 
zioni. Palmieri,  Preservativi.  Riccardi,  /- 
struzioni,  contagio  e  verme  Tenia.  Risto- 
ri, Lettera.  Selli,  Perniciosa.  Steer,  Del 
cholera  d'Ungheria.  Sorda,  Del  cholera 
di  Benevento.  Terenzi ,  Del  cholera  di 
Monte  Fano.  Valadous,  Précepts  pour 
le  cholera  non  conlagìeux. 

Intanto  mentre  il  cholera  nel  verno 
1833  sembrava  estinguersi  ed  affliggere 
la  sola  Irlanda,  da  questo  paese  si  dira- 
mò poscia  per  tutta  Europa:  nella  pri- 
mavera invase  il  Portogallo,  ritornò  in 
Inghilterra,  scoppiò  a  Londra,  andò  in 
Olanda  e  nel  Belgio;  indi  a  Tolone  e  in 
tutta  la  Spagna,  invadendo  nel  i834  Gi- 
bilterra, la  Nuova  Orleans  e  l'isola  di  Cu- 
ba in  America,  non  che  la  Svezia.  Nel  me- 
desimoanno Gregorio XVI istituì  \aCon- 
gregazione  speciale  sanitaria  (  /^.)  pei-  m  i  - 
gliorare  l'andamento  degli  affari  sanita- 
ri, amministrativi  egiudiziari,  con  dispo- 
sizioni penali  per  impedire  la  cotuuuica- 


PES 

zicjiie  del  morbo  contagioso,  imperocché 
Salus  popoli  siiprenia  /e^'e^fo;  commet- 
tendole la  liforina  del  codice  sanitario  e  di 
polizia  de'porti:  ne  dichiarò  prefetto  quel- 
lo di  consulta, cardinal  Gamberini  segre- 
tario per  gli  affari  di  stato  interni,  e  pre- 
sidente il  segretario  di  consulta  Isola;  più 
tardi  tra'cousiglieri  aggiunse  un  altro  fi- 
sico e  il  direttore  generale  della  sanità 
militare  delle  Milizie  pontificit- [F.).iSe.\ 
i835  questa  congregazione  occupandosi 
alacremente  per  ordine  del  Papa  a  pren- 
dere provvidenza  sul  progrediente  clio- 
lera,  pubblicò  Y  ordine  per  la  definitiva 
concentrazione  in  un  sol  ministero  delle 
due  aziende  del  ramo  sanitario  e  della 
polizia  de'porti,  che  si  legge  nel  voi.  1 1, 
p.  295  della  Raccolta  ;  mentre  nel  12, 
p.  96  è  riportato  il  regolamento  e  melo- 
do  per  l'attivazione  de' cordoni  sanitari 
terrestri  e  marittimi,  con  milizie  di  linea 
e  collettizie;  i  primi  per  separare  qua- 
lunque comunicazione  con  qualche  limi- 
trofo dominio,  o  luogo  affetto  0  sospet- 
to di  cholera  ;  i  cordoni  marittimi  per 
impedire  qualunque  approdo  sospetto  o 
sbarco  clandestino  ne'litoiali  dell'Adria- 
tico e  Mediterraneo  ;  e  per  Roma  si  de- 
stinò la  guardia  Civica  (/"'.)  a  supplire 
alla  linea  inviata  ai  cordoni.  Nel  mede- 
simo regolamento  si  provvide  all'espur- 
go delle  lettere,  alle  disposizioni  sui  laz- 
zaretti e  sepoltura  de'cadaveri  de'sospet- 
ti  o  colerici,  al  termine  delle  contumacie 
da  purgarsi,  alla  commissione  per  giudi- 
car sommariamente  le  infrazioni  de'cor- 
doni;  mentre  con  appendice  alle  istruzio- 
ni sanitarie  del  i83i  ,  p.  Ili,  si  dispose 
circa  ai  lazzaretti  provvisori!,  ai  metodi  di 
separazione,  alle  disposizioni  e  regole  da 
attivarsi  alla  manifestazione  del  cholei  a, 
in  qualunque  comune  o  città.  Frattanto 
il  morbo  micidiale,  correndo  il  iB35  in 
Francia  invase  i  dipartimenti  del  Varo, 
della  Provenza  e  della  bassa  Linguado- 
ca  ;  iufìeri  in  Tolone,  Marsiglia,  Aix  ed 
altri  paesi  della  Francia  meridionale. 
Quiudi  s'introdusse  in  Italia  e  nel  Pie- 


PES  aSi; 

uionte,  cioè  in  Nizza,  nelle  provincie  di 
Cuneo  e  iMondovi  ;  si  estese  da  un  lato 
fino  a  Saluzzo,  dall'altro  pervenne  in  Ge- 
nova. Si  presentò  eziandio  a  Livorno  e 
di  là  a  Firenze  :  un  soldato  Io  portò  nel- 
l'agosto in  Algeri;  nell'ollobre  si  svilup- 
pò in  Loreo  e  nell'isola  de'Tre  Porli  nel 
veneto;  imperversò  in  Venezia,  Chiog- 
gia,  Adria,  Padova,  Vicenza,  Verona  e 
Treviso. 

Nel  i836  il  cholera  mantenendosi  in 
Venezia  e  nel  ducato  di  Genova,  assali 
Trieste,  la  Lombardia,  Parma  e  Piacen- 
za, e  nella  bassa  Italia  la  città  di  Napoli, 
da  dove,  tranne  gli  Abruzzi,  si  estese  in 
quasi  tutte  le  provincie  di  quel  regno  fino 
a  Murata,  piccolo  paese  confinante  col 
territorio  della  s.  Sede.  In  mezzo  a  que- 
sta generale  conflagrazione  difficilmente 
poteva  lo  stato  pontificio  rimanerne  ille- 
so ;  fece  quindi  breve  irruzione  in  Fran- 
colino, nel  Cesenatico  ed  in  Avennle,  pae- 
si delle  legazioni  di  Ferrara  e  Forlì,  e 
delegazione  di  Macerata;  ma  piìi  forte- 
n)ente  nel  luglio  sviluppossi  in  Ancona  e 
in  Monte  Fano,  ove  però  per  lesagge  mi- 
sure della  congregazione  sanitaria  fu  vin- 
to senza  pili  ritornarvi.  Nel  voi.  i3,  p. 
338  e  seg.  della  Raccolta,  è  \a  notifica- 
zione della  sospensione  della  fiera  di  Si- 
nigaglia,  alla  quale  in  compenso  il  Papa 
donò  di  suo  peculio  scudi  4>ooo;  la  cir- 
colare del  cardinal  Odescalclii  vicario  ai 
parrochi  sulla  costruzione  e  attivazione 
del  nuovo  suburbano  pubblico  Ciniiterio 
di  s.  Lorenzo  in  Iterano  (f^-),  ordinato 
da  Gregorio  XVI  e  da  lui  sostenuto  per 
rimuovere  l'inconveniente  delle  tumula- 
zioni nelle  chiese  di  Roma  che  poteva 
produrre  infezione,  già  dal  cardinale  be- 
nedetto nel  1 835.  Nel  voi.  i4  della /J^c- 
colta ,  p.  63,  del  cardinal  Gamberini  si 
legge  l'er^/Vto  e  provvidenze  dirette  a  viep- 
più circoscrivere  ed  arrestare  i  progressi 
del  cholera  negli  stati  pontificii  ;  a  p.  1 09 
l'orf/zVie  per  la  sistemazione  delle  commis- 
sioni provinciali  e  delle  deputazioni  co- 
munali sanitarie;  a  p.  122  la  notifica- 


236  P  E  S 

zione  del  io  settembre,  con  la  quale  il 
Papa  istituì  con  amplissimefdcollà  la  coni- 
missione  straordinaria  di  pubblica  inco- 
lumi/a di  Roma,  per  provvedere  ai  pos- 
sibili bisogni  tdl'occasione  che  vi  si  manife- 
stasse il  cholera,  e  porre  in  opera  tutti  i 
mezzi  preservativi  e  riconosciuti  i  più  ef- 
ficaci a  moderamela  forza,  composta  dei 
personaggi  romani  che  lodai  nel  voi.  XVI, 
j).  274,  con  il  zelante  ed  energico  car- 
dinal Sala  per  presidente,  e  l'attivissimo 
e  infaticabile  rag/  Camillo  Amici  per  se- 
gretario ;  a  p.  i35  la  notificazione  e  di- 
sposizioni penali  a  tutela  della  pubblica 
incolumità  contro  gl'iufraltoi  i  de'cordo- 
ni  sanitari;  a  p.  ij^  la  notificazione  [leì 
disinfeltamento  delle  case  e  merci  ne'luo- 
ghi  ov'erasi  manifestato  il  cholera  come 
in  Ancona;  a  p.25o  del  cardinal  Sala  la 
notificazione  de'ag  novembre  i836,  ed 
emanozioni  esecutive  della  coniinissione 
straordinaria  di  pubblica  incolumità,  con 
l'elenco  delle  commissioni  regionarie  di 
carità,  e  nome  delle  persone  incaricale  di 
questuare  nerispettivi  rioni  e  di  ricevere 
le  spontanee  oblazioni,  per  le  molteplici 
spese  occorrenti  a  preparare  il  necessario 
jjcr  soll'ucaie  il  male o  renderlo  meno  no- 
tevole, ond'cssere  di  qualche  aiuto  al  te- 
soro pontificio  gravato  da  molto  tempo 
d'ingenti  spese  a  cagione  del  morbo  co- 
lerico, e  pel  primo  ne  die  esempio  il  Pa- 
pa ;  a  p.  5'jq  y ordinamento  del  servigio 
sanitario  nella  città  di  Pioma,  a  seconda 
delle  attribuzioni  conferite  alla  commis- 
sione straordinaria,  con  l'elenco  delle  al- 
tre commissioni  regionarie  sanitarie  sta- 
bilite al  soccorso  de' miseri  che  sarebbe- 
ro percossi  dal  colerico  morbo  (  ed  adì- 
dite  alla  speciale  vigilanza  del   cardinal 
Mario  Mattei  presidente  della  commis- 
sione de'sussidii),  e  nomi  di  coloro  che  e- 
rano  destinati  a  comporle,  presiedute  dai 
rispettivi  presidenti  regionari,  facendo- 
ne parte  i  prefetti  regionari  della  com- 
missione de'sussidii,  con  medici,  chirur- 
ghi, speziali ,   infermieri  ed  altri    inser- 
vienti, pel  servigio  d'ogni  parrocchia;  fl- 


PES 

iialmente  a  p.  3  17,  del  cardinal  Gambe* 
rini,  la  notificazione  sulla  nomina  delle 
due  commissioni  militari  fatte  dal  Papa, 
per  giudicare  sommariamente  le  cause 
tli  violazione  de'cordonì  sanitari  maritti- 
mi e  terrestri,  con  norme  e  istruzioni. 

Al  gennaio  1 837,  mentre  il  cholera  oc- 
cupava Monaco  capitale  della  Baviera, 
ed  altri  luoghi  della  Germania,  la  Tran- 
silvania  e  la  Polonia,  oltre  l'Ungheria,  si 
estese  nel  regno  napoletano  fino  a  Castel 
Potè,  distante  due  miglia  da  Benevento 
dominio  della  s.  Sede.  Frattanto  sul  fìni- 
le  del  marzo  e  in  tutto  aprile  Roma  fa 
afllilla  dall'epidemia  del  grippe,  ne  furo* 
no  attaccati  circa  20,000  senza  mortali- 
tà; ma  la  malattia  lasciò  quasi  tutti  con 
notabile  deperimento  di  forze,  ed  a  molti 
produsse  ostinatefebbri  periodiche  e  tos- 
si moleste.  L'origine  di  questa  infermità 
lisale  al  secolo  XVI,  e  fu  comune  anche 
a  diverse  specie  di  animali;  ma  non  è  ve- 
ro che  questo  morbo  sia  prodromo  o  fo- 
riere o  vada  dei  pari  col  cholera.  Molti 
ne  scrissero,  ed  io  posseggo  :  Cenni  isto - 
rico' medici  della  Kiippe,  R.ouia  i83i. 
Ternardini,  De  la  grippe  morbi,  Roma 
i83i.  Steer,  Cenni  suW  epidemia  detta 
influenza  o  grippe,  Milano  i833.  Cav. 
Meli,  Ammonizioni  al  popolo  sul  catar- 
ro epidemico  volgarmente  appellato  grip- 
j)e,  Pesaro  1837.  Mengozzi,  Della  febbre 
catarrale o grippe,  Roma  1 846.  Nel  mar- 
zo 1837  il  cholera  cessò  all'improvviso  in 
tutto  il  regno  di  Xapoli,  ma  ricomparve 
al  principio  di  aprile,  e  spiegando  nuovo 
vigore,  si  comunicò  alle  isole  di  Sicilia  e 
Malta  da  un  lato,  dall'altro  in  Beneven- 
to e  Ponlecorvo  altro  dominio  pontifì- 
cio. Due  cacciatori  della  linea  di  cordo- 
ne lo  parteciparono  ne'primi  di  luglio  a 
Monte  s.  Giovanni,  ed  a  Ceprano  nella 
delegazione  apostolica  di  Fresinone,  in- 
tanto che  continuava  ad  infuriare  in  Na- 
poli, e  andava  declinando  in  Palermo,  ove 
fece  spaventevoli  stragi,  contandosi  sino 
a  700  morti  il  giorno,  con  gran  nume- 
ro di  nobili,  di  magistrati  e  di  ecclesia- 


PES 
siici,  compreso  l'arci  vescovo  cardinal  Tri- 
gona. Tuttavolta  Gregorio  XVI  avendo 
permessola  fiera  di  Sinigaglia,  questa  eb- 
be luogo,  bens\  con  quelle  norme  e  re- 
golamento obesi  leggono  nella  Raccolta^ 
voi.  i5,  p.66  e  seg.  Propagandosi  ilma- 
lore  in  alcuni  paesi  e  città  vicino  a  Ro- 
ma, il  Papa  ciica  il  20  luglio  fece  pnb- 
])li(:are  dal  cardinal  Odescalchi  un  in\'ito 
sacro,  per  esortare  gli  abitanti  alla  pre- 
ghiera, onde  come  Gerusalemme  che  ri- 
mase immune  dalla  pestilenza  che  inva- 
se Dan  fino  a  Beisabea,  così  la  sede  au- 
gusta del  cristianesimo,  per  l'intercessio- 
ne della  Madre  di  Dio,  fosse  preservata 
da  tanto  ti  emendo  il;igello;ecome  la  pre- 
ghiera non  basta  se  non  è  congiunta  col- 
la mondezza  del  cuore,  per  8  giorni  in 
24  chiese  dedicate  alla  Madonna,  da  al- 
trettanti predicatori  fece  bandire  le  ve- 
rità eterne  per  la  correzione  de'coslumi, 
col  premio  delle  indulgenze.  Un."  60  del 
Diario  di  Roma  de'  2g  luglio  smenù  la 
mal  fondata  voce  che  si  fosse  in  lionia 
sviluppato  il  cholera;  il  n.'6i  del  i.°a- 
gosto  rettificò  i  sospetti,  per  Ire  casi  non 
provati  avvenuti  tiell'ospedale  di  s.  Gia- 
como ,  confutando  le  malignità  e  le  ca- 
lunnie de'  nemici  della  pubblica  quiete, 
quasi  che  si  attentasse  alla  sanità  del  po- 
polo con  avvelenamenti,  li  n.°  3i  delle 
Notizie  del  giorno  del  3  agosto,  narra  la 
dissipata  apprensione  degli  abitanti  delle 
contrade  prossime  al  mentovalo  spedale, 
e  le  illuminazioni  fatte  per  gioia  alle  im- 
magini pubbliche  della  Beata  Vergine. 
JXel  n."  64  del  Diario  si  racconta  la  solen- 
ne processione  con  la  quale  la  prodigio- 
sa immagine  di  s.  Maria  Maggiore  (the 
egualmente  per  la  peste  s.  Gregorio  1  por- 
tò nella  basilica  Vaticana,  come  dissi  nel 
voi.  XII,  p.  I  i4,  I  28  ed  alirove)  fu  dal- 
la sua  basilica  Liberiana  a"6  agosto  tras- 
portata alla  chiesa  del  Gesù  ,  per  invo- 
carne il  possente  patrocinio  nel  serpeg- 
giante morbo,  unendosi  ad  essa  avanti 
il  palazzo  Quirinale  il  sacro  collegio,  il 
senato  romano  ed  il  Papa  accompagna- 


PES  23- 

to  dalla  corte  :  nel  voi.  XXX,  p.  172  e 
182  ,  dissi  come  in  quella  chiesa  de'  ge- 
suiti Gregorio  XVI  a'  io  agosto  si  recò 
a  celelirare  la  messa,  e  senza  badare  ai 
sospetti  del  contagio  comunicò  moltissi- 
me persone;  indi  lo  slesso  Papa  accom- 
pagnò le  altre  edificanti  e  commoventi 
processioni,  con  le  quali  la  miracolosa  im- 
magine fu  trasferita  nella  chiesa  de'filip- 
pini,  indi  nella  basilica  Vaticana,  e  quan- 
do a'i5  fu  riporlalaallasua  basilica,  ove 
nel  dì  seguente  celebrò  messa  e  comuni- 
cò quelli  che  ne  mostrarono  divozione  ; 
il  tulio  toccai  pure  nel  voi.  XII,  p.  i35. 
Nella  stessa  maltina  deli 5, ricorrendo  la 
festa  dell'Assunzione,  la  cappella  papale 
fu  tenuta  ,  in  luogo  della  basilica  Libe- 
riana, nel  palazzo  Quirinale  abitalo  dal 
Pontefice,  il  quale  dalla  loggia  comparii 
la  consueta  solenne  benedizione.  Nella  se- 
ra, come  nella  precedente,  il  divoto  po- 
polo romanosempre  tenero  verso  la  Bea- 
ta Vergine,  non  pago  di  aver  nelle  pre- 
cedenti sere  onorale  con  pompose  e  bril- 
lanti illuminazioni  e  con  preci,  or  l'una 
or  l'altra  delle  sue  immagini  sparse  per 
la  città, per  uno  slancio  spontaneo  e  uni- 
versale di  pietà,  volle  onorarle  tutte  in- 
sieme con  una  straordinaria  e  generale 
luminaria,  compreso  il  palazzo  apostoli- 
co. Tenterebbe  l'inipossibile  chi  impieii- 
desse  a  descrivere  la  ricchezza,  il  gusto, 
la  varietà  di  sì  magnifico  e  consolante  spet- 
tacolo. 

Roma  dalla  piìi  viva  allegrezza  e  fi- 
ducia passò  nel  dì  seguente  al  più  gra- 
ve abbattimento  e  timore,  quando  nel 
n.°  66  del  Diario  de' 19  agosto  si  lessp, 
che  l'ansiosa  dubbiezza  de'  giorni  scorsi 
sulle  cause  che  aveano  alterato  lo  slato 
sanitario  di  Roma,  si  era  cambiala  dis- 
graziatamente in  dolorosa  certezza  ;  i 
professori  dell'arie  salutare,  divisi  fino 
allora  tra  loro  sul  giudizio  che  dovesse 
farsi  delle  malattie  dominanti  nella  cit- 
tà, per  cui  il  Papa  patì  molte  angustie, 
erano  tutti  unanimi  in  asserire,  che  mol- 
ti degli  avvenuti  casi  sospetti  erano  di 


238  P  E  S 

cholera  asialico,  meni  re  alili  si  caralleriz- 
zavano  per  febbri  algide  perniciose,  non 
rare  in  R.oma  nella  stagione  estiva.  Riu- 
nite insieme  queste  distinte  cause  tuor- 
bose,  il  numero  degl'infermi  e  de'morli 
non  poteva  che  accrescersi  in  modo  di 
agitare  la  moltitudine,  e  di  esigere  mi- 
sure e  provvedimenti  straordinari,  che 
prima  sarebbero  slati  intempestivi  e  pre- 
maturi, spaventando  e  accrescendo  le 
apprensioni  dell' immaginazione  in  cir- 
costanze sifTatte,  con  funeste  conseguen- 
ze, poiché  lo  spavento  altrove  rapì  per- 
sone quanto  il  flagello.  Si  osservò  che 
l'indole  del  cholera  era  mollo  meno  ma- 
ligna di  quella  delle  altre  capitali  d'Eu- 
ropa, con  non  molli  casi  fulminanti,  al- 
meno nel  principio,  e  che  di  gran  giova- 
mento sarebbero  le  ampie  vie  e  le  mol- 
te piazze, in  cui  l'aria  esercita  liberamen- 
te la  sua  azione  puriHcanle.  Risultò  pò 
scia  dalla  Statistica  de'colerici,  che  il  i.° 
caso  dubbio  fu  a'28  luglio,  il  29  tre,  il 
3o  selle,  il  3  i  tre:  quindi  il  3  agosto  tre- 
dici, il  6  ventiquattro,  il  9  cinquantuno, 
il  12  sessantaquattro,  il  i5  centoven- 
t'uno,  il  19  dueeentodue,  indi  aumentò 
sempre  arrivando  il  29  a  cinquecento- 
diecisetle,  e  fu  il  massimo  numero,  suc- 
cessivamente diminuendo.  Nel  n,°  67  del 
Diano  si  dice  inoltre,  che  veramente  il 
primo  caso  sospetto  con  guarigione  era 
avvenuto  l'S  luglio;  il  1°  il  io, ma  l'au- 
topsia non  contermò  il  sospetto;  il  3.°  il 
23,  la  cui  sezione  cadaverica  ne  rimosse 
il  dubbio;  finalmente  il  4-°  caso  sospetto 
ebbe  luogo  nell'ospedale  di  s.  Giacomo, 
che  l'ispezione  del  cadavere  escluse  af- 
fatto la  cagione  colerica.  Nello  stesso  n.° 
del  Diario  si  riporta  la  notificazione  del 
governatore  di  Roma  mg.*^  Ciacchi  ora 
cardinale,  contro  gli  spargitori  di  false  vo- 
ci di  avvelenamento.  Il  Papa  intanto  con 
piena  e  paterna  sollecitudine  rinnovò  pre- 
cisi ordini,  che  tulio  si  facesse  e  nulla 
SI  risparmiasse  per  la  generale  salvezza  ; 
e  tornando  ad  implorare  il  celeste  patro- 
cinio, fece  esporre  alla  pubblica  adora- 


PES 
zione  nella  basilica  Laleranense  le  teste 
de' ss.  Pietro  e  Paolo;  nella  Vaticana  il 
Volto  santo  e  il  dito  di  s.  Pietro;  nel- 
la Liberiana  il  corpo  di  s.  Pio  V;  in  quel- 
la di  s.  Croce  in  Gerusalemme  il  leene 

o 
della  vera  Croce  e  la  sacra  Spina  ;  in  s. 

Prassede  la  Colonna  della  flagellazione; 
in  s.  Lorenzo  in  Damaso  e  in  s.  Mar- 
cello le  miracolose  immagini  del  ss.  Cro- 
cefisso; in  s.  Pietro  in  Vinculis  le  sue 
catene;  in  s.  Rocco  il  di  lui  braccio,  e 
quello  di  s.  Francesco  Saverio  al  Gesti  ; 
in  s.  Andrea  della  Valle  le  ossa  di  s.  Se- 
bastiano, come  pure  tulle  le  più  prodi- 
giose immagini  della  Madonna, e  conces- 
se indulgenza  plenaria  a  chi  confessato 
e  comunicato  visitasse  una  di  tali  chiese; 
ma  fece  sospendere  le  processioni  per  e- 
vilare  le  perniciose  riunioni,  nelle  quali 
il  contagio  si  sviluppa  facilmente.  Col  23 
agosto  il  Diario  e  le  Notizie  incomincia- 
rono a  pubblicare  i  bollettini  sanitari  dei 
casi  nuovi,  guariti,  morti  e  in  cura. 

Nel  n.°  69  del  Diario  è  la  notìfìcazio' 
ne  de'  28  agosto  del  cardinal  Sala,  in  cui 
rammentate  le  precauzioni  prese  pri- 
ma dell'invasione  del  morbo,  avverte  il 
]nibblico  che  oltre  gli  ospedali  oidinari 
di  s.  Spirito,  del  ss.  Salvatore,  di  s.  Gia- 
como, e  quelli  eretti  in  questa  occorren- 
za, di  s.  Galla,  di  s.  Maria  in  Poslerula 
e  di  s.  Francesca  romana,  erano  in  at- 
tività alcuni  ospizi  temporanei,  ed  in  o- 
gni  rione,  con  la  suddetta  commissione 
regionaria  sanitaria,  la  casa  di  soccor- 
.w,  cioè  ne'conventi  e  case  de' ss.  Cosma 
e  Damiano,  de'ss.  Xll  Apostoli,  del  col- 
legio Capranica,  di  s.  Carlo  al  Corso,  di 
s.  Maria  in  Vallicella,  di  s.  GirolauìO 
della  Carità,  della  ss.  Annunziata,  di  s. 
Grisogoiio,  della  Tras|)onlina,  e  nella  ca- 
sa Marsuzzi  in  Piazza  Margana,  essendo- 
si offerti  generosamente  per  l'assistenza 
spirituale  delle  medesime  i  gesuiti,  che 
eziandio  si  prestarono  ovunque  erano 
chiamali,  recando  ogni  maniera  di  soccor- 
si e  cure  spirituali,  temporali  e  sanitarie, 
con  iodicibile  utilità  de'  colerici,  e  per- 


PES 

ciò  benedetti  da  tutti  divennero  sempre 
più  segno  alla  pubblica  riconoscenza.  A 
questi  luoghi  di  cura  furono  poi  aggiun- 
ti come  ospedali,  il  monastero  di  s.  Ca- 
listo ed  il  convento  di  Gesù  e  Maria,  ol- 
tre quelli  de'carabinieri,  della  linea,  dei 
luoghi  di  pena  e  l'israelitico;  finalmente 
la  commissione  straordinaria  di  pubbli- 
ca incolumità,  d'oidine  del  Papa,  alle 
case  de'  poveri  somministrò  medicinali, 
limosine  e  sufFumigazioni.  Direttore  de- 
gli ospedali  colerici  fu  fatto  il  p.  Bene- 
detto Vernò  romano,  generale  dei  ben- 
fiatelli,  di  gran  zelo,  sperienza  e  cogni- 
zioni fornito.  Ricorrendo  agli  8  settem- 
bre la  cappella  della  Natività  ,  non  si 
celebrò.  Col  n.°  ^74  del  Diario  ripro- 
ducendosi la  nolificazione  de'  i3  set- 
tembre del  cardinal  Sala  presidente  del- 
la commissione  straordinaria  di  pubbli- 
ca incolumità,  questa  nel  dichiarare  il 
contento  per  la  progressiva  declinazione 
e  cedenza  del  cholera,  richiamò  ([uella 
parte  di  popolo,  che  dissipato  a  un  trat- 
to il  timore  avea  ripreso  le  antiche  abi- 
tudini, all'osservanza  delle  statuite  pre- 
cauzioni e  cautele  personali,  che  impe- 
divano la  riproduzione  del  male  e  con- 
tribuivano alla  sua  cessazione,  fatale  es- 
sendo la  recrudescenza  del  morbo.  Già 
con  altre  noOfìcazioni  del  medesimo  car- 
dinale a'  4  settembre  si  rimosse  l'abuso 
de'  fuochi  ed  espolsioni  di  arme  da  fuo- 
co, nello  scopo  di  migliorare  l'aria,  per 
gì'  inconvenienti  che  ne  potevano  deri- 
vare, ed  inoltre  s'invitò  ad  immergere  le 
biancherie  de'  colerosi  in  un  bagno  al- 
lungato con  cloruro  di  calce,  ovvero  nel- 
la lisciva,  prima  di  darsi  a  lavare,  per 
impedire  la  propagazione  della  malattia. 
Kel  suddetto  giorno  i  !-i  settembre  gli  at- 
taccati dal  cholera  ed  in  cura  furono 
90,  i  guariti  107,  i  morti  70.  Progre- 
dendo la  diminuzione  del  contagio,  a'2  i 
seltembie  in  cui  erano  gli  attaccati  87, 
i  guariti  33,  i  morti  i5,  il  governatore 
di  Roma  con  notificazione  riabilitò  i 
primari  fabbricatori  di  drappi  e  altri  ca- 


P  E  S  239 

pi  d'arti  a  riprendere  i  lavori  col  con- 
sueto numero  di  lavoranti,  i  quali  cessa- 
vano dall' appartenere  ai  lavori  pubblici 
di  beneficenza,  cui  erano  stati  addetti  dal 
governo  per  impedire  la  riunionedimol- 
tcpersone  negli  opificii  ed  oOlcine.  In  con- 
ferma del  progrediente  miglioramento 
della  salute  pubblica,  a'  i?>  settembre  il 
prelato  vicegerente  tennenellabasilica  La- 
teranense  l'ordinazione  generale  e  gli  or- 
dinati furono  7q.  Nel  n.°  Sg  delle  Notizie 
%\%\au\'^h\a  notificazione  òt\  cardinal  Sala 
de'26  settembre,  con  la  quale  prese  elììcaci 
disposizioni  per  impedire  chcalla  cessazio- 
ne del  morbo  disgraziatamente  si  ripro- 
ducesse; quindi  ordinò  col  massimo  ri- 
gore di  restringere  ed  isolare  la  malat- 
tia entro  il  perimetro  del  luogo  ov'  è  svi- 
luppata, emanando  perciò  un  analogo  re- 
golamento, e  riducendo  a  tre  gli  ospedali 
colerici,  cioè  l'ospizio  di  s.  Galla,  il  mo- 
nastero di  s.  Calisto  ed  il  convento  di 
Gesù  e  Maria.  Si  dierono  pure  disposi- 
zioni perla  disinfettazione degli  efietli  ap- 
partenuti ai  colerici  morti  o  risanati,  on- 
de affrettare  possibilmente  l'eliminazio- 
ne completa  del  contagio.  A'2  ottobre 
Gregorio  XVI  tenne  concistoro  segreto 
di  vescovi  ;  nel  dì  seguente  si  trovò  uà 
solo  nuovo  caso  di  cholera,  io  guariti, 
4  morti,  in  cura  3q5. 

Il  re  di  Baviera  Luigi  per  la  sua  per- 
sonale venerazione  al  Papa  ed  affezione 
all'eterna  Roma,  ne'primi  di  ottobre  fe- 
ce giungervi  C.  Pfeidlsr  dottore  in  medi- 
cina, come  per  soccorso  ai  propri  sudditi 
ivi  residenti,  avendo  egli  in  vari  luoghi 
studiato  profondamente  l'indole  del  fla- 
gello desolalore.  L'ultimo  caso  nuovo  av- 
venne il  14  ottobre,  essendo  succeduto  i! 
penultimo  il  i  o,  ed  il  n.°  4'  *^*^"^  ^'^' 
tizie  del  12  ottobre,  non  che  il  n.°  82  del 
Z)/ar/o  diedero  il  fausto  annunzio  del  ces- 
sato morbo  asiatico  in  Roma,  riportan- 
do il  Dianoia  notificazione diigìì  i  i,del 
cardinal  vicario,  pei  rendimenti  di  gra- 
zie a  Dio  e  alla  Beata  Vergine,  con  in- 
dulgenza plenaria,  e  pei  suffragi  delle 


a4o  P  E  S 

viltime  del  mortifero  flagello,  de' quali 
parlerò;  non  che  la  nolificazìoiic  de'  12 
del  cardinale  Sala  pel  disinfettamento 
generale,  tanto  delle  case  in  cui  vi  alli- 
gnò il  morbo,  che  in  quelle  sospette,  per 
la  totale  distruzione  del  germe.  Perchè 
il  pubblico  rendimento  di  grazie  pel  som- 
mo benefìcio  della  preservazione  dal  ca- 
stigo fosse  più  solenne,  Gregoiio  XVI 
domenica  mattina  i5  ottobre  si  portò 
colla  corte  alla  basilica  Liberiana,  co'car- 
dinali  in  abito  rosso  eprelalura,  quindi 
con  quel  capitolo  e  clero  si  recitarono  le 
litanie  Lauretane:  il  Papa  intuonò  il 
Te  Deiun  e  col  ss.  Sagramento  compar- 
tì all'immenso  popolo  la  trina  benedizio- 
ne. Contemporaneamente  nelle  basiliche 
Laterauense  e  Vaticana  ed  in  tutte  le  al- 
tre chiese  parrocchiali  si  fece  altrettan- 
to. Volendo  il  Pontefice  supplicar  la  di- 
■vina  misericordia  pei  colerici  defunti,  nel 
dì  seguente  intervenne  nella  basilica  Va- 
ticana coi  cardinali,  in  vesti  e  cappe  pao- 
nazze, con  tutti  quelli  che  hanno  luogo 
nelle  cappellepapali,  ad  assistere  alla  so- 
lenne messa  di  requie,  che  cantò  il  car- 
dinale Barberini,  indi  compartì  sul  fe- 
retro la  pontificia  assoluzione.  I  mede- 
simi solenni  suffragi  furono  nella  stessa 
iriatl  ina  celebrati  in  tutte  le  suddette  chie- 
se. Dipoi  si  celebrarono  solenni  funerali 
dai  parrocchiani  nelle  loro  cure; dalle rrt- 
se  di  soccorso  e  dalle  coniniissioni  regio- 
narie di  pubblica  incolumità  in  diverse 
chiese  de'  loro  rioni,  distinguendosi  per 
particolari  beneficenze  e  per  la  pompa 
quella  del  rione  Campo  IMarzOjCoU'inter- 
•vento  del  cardinale  Sala  che  fece  l'assolu- 
zione, come  si  ha  dalla  descrizione  ripor- 
tata nel  n.°  94  del  Diario.  Altre  esequie 
si  fecero  dalle  confraternite,  da  diverse 
corporazioni  e  accademie,  e  dalla  guar- 
dia civica;  in  alcune  chiese  si  fecero  tri- 
dui di  suffragi.  INe  celebrarono  ancora  i 
regolari,  che  gareggiarono  in  relo  e  ca- 
rità prestandosi  all'assistenza  de' colerici 
negli  ospedali,  nelle  varie  cure  della  cit- 
tà e  campagna,  nelle  carceri  e  case  di 


PES 
detenzione,  ne'monasteri  e  conventi.  Tra 
i  religiosi  si  distinsero  i  ministri  degl'in- 
fermi rimunerati  dal  Papa,  i  lienfratelli 
pure  compensati,  ed  eminentemente  i  ge- 
suiti che  ne  ricevettero  solenni  dimostra- 
zioni dal  senatoedal  popolo, come  ripor- 
tai nel  voi.  XXX,  p.  1 83.  Il  risultato  ge- 
nerale de' colerici  fu  di  q372,  cioè  uomi- 
ni 4444)tlonne49'2  8  ;  de'primi  guariro- 
no i8q3  e  morirono  2  55 1,  delle  seconde 
guarirono  2060  e  morirono  2868;  dun- 
que le  vittime  de'due  sessi  furono  5419, 
dovendosi  notare  che  la  popolazione  a- 
scendeva  a  circa  i  56,ooo  anime.  Le  ma- 
ligne calunnie,  le  false  imputazioni,  i  bas- 
si sarcasmi  e  improperi  pubblicati  dal 
giornalismo  straniero  contro  la  sempre 
invidiata  Roma,  sia  pel  trattamento  e  as- 
sistenza de'colerici,  sia  per  l'esageralissi- 
mo numero  de'moiti, appellando  al  pid> 
blico  romanoj  furono  confutati  dal  Z?zVz- 
rio  nei  n.  jS,  85  e  86. 

Benemerito  xle' palazzi  apostolici  fu  il 
maggiordomo  mg."^  Fieschi,  ora  cardi- 
nale, perle  energiche  precauzioni  che  pre- 
se ,  laonde  in  quello  Quirinale  solo  due 
casi  si  verificarono  e  ne  restarono  vitti- 
me, cioè  la  moglie  d'  un  inserviente  ed 
il  cameriere  del  cardinal  Lambruschini, 
già  affetto  da  cronica  malattia;  più  in  s. 
Felice,  fabbricato  pertinente  al  s.  palaz- 
zo ,  morì  una  servente.  Il  Papa  edificò 
tutti  per  l'intrepido  coraggio  e  per  non 
aver  voluto  cedere  al  consiglio  di  ritirar- 
si a  Castel  Gandolfbead  esempio  di  tan- 
ti Papi  partire  da  Roma;  neppure  volle 
mai  far  uso  de'tanti  specifici  e  preserva- 
tivi, che  da  tutte  le  parti  del  mondo  fe- 
cero a  gara  i  più  celebri  professori  del- 
l'arte salutare  di  umiliargli,  per  l'univer- 
sale venerazione  che  si  era  guadagnato 
colle  sue  magnanime  azioni  e  virtìi  :  con- 
tinuò il  suo  parchissimo  ed  esemplar  mo- 
dello di  vita  frugale  e  temperante  nel  nu- 
trirsi sobriamente,  di  che  in  altra  opera 
diffusamente  tratterò  a  suo  onore;  e  se 
autorevoli  personaggi  non  si  opponeva- 
no, avrebbe  voluto  visi  tare  gli  ospedali  dei 


PES 

colerici,  avendo  già  messo  il  piede  sulla 
soglia  di  quello  del  ss.  Salvatore.  Beusì 
si  lasciò  vedere  spesso  per  la  città,  per  i- 
spirare  coraggio  e  fiducia  negli  abbattu- 
ti abitanti,  e  fatta  ilirmare  la  carrozza  a- 
vanti  ad  alcune  cane  di  soccorso,  s'inte- 
ressava del  loro  regolare  audaiiieuto,  vi- 
vamente raccomandandosi  ai  deputati  , 
acciò  nulla  mancasse  all'aiuto,  conforto  e 
guarigione  de'  colpiti  dal  morbo.  Benché 
sospeso  avesse  le  ordinarie  udienze  per  mi- 
sure prudenziali,  sempre  fu  accessibile  ai 
ministri  e  ad  altri,  ed  a  tutte  l'ore  al  pre- 
lato Amici  benemerentissimo  segretaiio 
della  commissione  straordinaria  di  pub- 
blica incolumità,  che  pel  suo  fervido  ze- 
lo ed  uffizio  sempre  era  a  contatto  coi  co- 
lerici ;  riceveva  pure  spesso  il  p.  Vernò 
direttore  degli  spedali  colerici,  per  tutto 
quello  che  poteva  contribuire  a  solleva- 
re e  mitigale  le  sciagure  degli  amati  suoi 
sudditi  e  figli  attaccati  dal  contagio,  a- 
vendo  avuto  la  stessa  sollecitudine  per 
quelli  delle  provincie.  A  tale  effetto  non 
solo  contribuì  del  proprio  scudi  45OO0 
per  oblazione,  ma  diverse  altre  migliaia 
di  scudi  pure  del  suo  privato  peculio  fe- 
ce consegnare  ai  parrochi  per  distribuir- 
si ai  bisognosi,  tutto  celebrando  il  n.°  73 
del  Diario  ed  altri.  Né  trascurò  gli  ebrei 
da  lui  sempre  riguardati  coni: echio  di  a- 
morevole  moderazione  e  beneficati  in  più 
modi,  per  quanto  le  costituzioni  aposto- 
liche glielo  permettevano;  anche  in  que- 
sta circostanza  del  suo  li  soccorse  e  n'eb- 
be la  soddisfazione  della  rara  gratitudi- 
ne, affidandone  la  cura  al  principe  d.  Pie- 
tro Odescalchi,  che  lodai  nel  voi.  XLVllI, 
p.  268.  Ad  onta  delle  immense  spese  per 
tante  calamità,  avanti  il  cholera,  duran- 
te il  male  e  dopo,  sempre  ebbe  a  cuore 
gli  artisti  ed  i  manuali,  né  mai  sospese 
le  grandi  ed  utili  lavorazioni,  e  gli  splen- 
didi monumenti ,  coi  quali  vieppiù  ab- 
belh  Roma  e  diversi  luoghi  dello  stalo. 
In  vari  modi  Gregorio  XVI  premiò  quel- 
li che  nel  cholera  si  erano  prestati  per 
la  salute  pubblica, essendo  infinito  il  me- 
voL.  1.11. 


PES  0.4  f 

rito  dell'  assistenza  agli  appestali  ;  fece 
ancora  coniare  una  medaglia  con  la  sua 
effigie  e  nel  rovescio  in  mezzo  ad  una  co- 
rona di  quercia  l'epigrafe  :  Solnlori  At- 
grotatoriim  Annoi'ò'ò'j.  Tali  medaglie  in 
oro  e  argento  donò  ai  lodati  benemeriti, 
con  il  loro  nome  inciso  intorno. 

Progredendo  il  perfetto  stato  sanitario 
in  Roma,  GregorioXVI  nello  slesso  me- 
se di  ottobre  a'22  e  2C)  celebrò  nella  ba- 
silica  Vaticana  le  beatificazioni   solenni 
de'  bb.  Giovanni  Massias  e  Martino  de 
Porres  domenicani.  Col  finire  del  iHSj 
il  cholera  terminò  non  solo  in  Roma,  ma 
in  tutta  l'Europa,  che  dopo  aver  percor- 
so tutlo  il  globo,  ed  invaso  successivamen- 
te l'Asia,  l'Africa,   l'Europa  e  1'  Ameri- 
ca, trovò  allora  la  sua  tomba  nella  capi- 
tale del  mondo  cattolico;  imperocché  fa- 
talmente ricomparve  in  altre  regioni,  per 
ahro  meno  feroce  :  nel  giugno  1848  in- 
fierì nell'oriente,  in  Mosca  e  in  Pietro- 
burgo, seguendo  lo  stesso  corso  di  prima, 
poiché  s'insinuò  ne'palazzi  de'ricchi  e  nel- 
le case  de'  poveri  ;  questa  peste  sembra 
ora  confermare  la  teoria,  che  il  cholera 
segua  il  corso  de'fiumi.  Per  gli  orfani  di 
ambo  i  sessi  delle  vittime  del  cholera,  la 
carità  romana  ne  prese  cura  benefica,  a- 
vendo  a  principal  munifico  benefattore 
e  patrono  Gregorio  XVI,  che  dal  iSSy 
al  1 846  somministrò  del  suo  peculio  pa- 
recchie migliaia  di  scudi.  Quindi  ebbero 
origine,  il  Conservatorio  opia  casa  di  ca- 
rila ili- via  di  borgo s.  Àgata[F.),\\  Con- 
servatorio o  ritiro  del  sagro  Cuore  di  Ge- 
sù alla  salita  di  s.  Onofrio  [F.) ,  detto 
Carolino  dal  benefattore  d.  Carlo  Tor- 
lonia,per  interposizione  del  servo  di  Dio 
d.  Vincenzo  Pallotti  che  lodai  in  delti 
articolij  la  cui  bella  biografia  del  prof  d. 
Salvatore  Proia  si  legge  ntW Albuni  xvii, 
n.°  1 3,  e  la  Pia  società  in  soccorso  de' po- 
veri orfani  per  il  cholera,  di  cui  parlai  a 
Orfanotrofio,  e  de'quali  si  può  anche  leg- 
gere il  Rapporto  del  i843  e  i844)  ^  pi'e- 
ventivodel  1845,  con  discorso  del  segre- 
tario ing."^  Giovanni  Corboli  Bus<ii.  Nel 
16 


242  PES 

gennaio  i838  Gregorio  XVI  con  circo- 
lare tlcl  cardinal  Gamberini ,  Raccolta 
Tol.  iG,p.  12,  nella  sua  clemenza  assolse 
dalla  pena  cui  erano  stali  condannali  gli 
ìnfrallori  de'cordoni  sanitari.  Nello  stesso 
anno  mg/  Camillo  Amici  colle  stampe 
della  tipografìa  camerale  pubblicò  in  sei 
dimostrazioni  la  Statistica  di  coloro  che 
furono  presi  dal  cholera  asiatico  in  Roma 
neWanno  iSSy,  umiliata  alla  S.diN.  S. 
Papa  Gregorio  A/'/  dalla  commissione 
straordinaria  di  pubblica  incolumità. 

Grato  Gregorio  XVI  al  potente  patro- 
cinio della  Beala  Vergine,  invocato  nel 
eliderà,  a'i5  agosto  i  838  solennemen- 
te coronò  r  immagine  di  s.  IMaria  Mag- 
giore e  del  diviu  Figlio  con  due  corone 
d'oro  ricche  di  preziose  gioie,  a  tulle  sue 
particolari  spese,  come  descrissi  ne'  voi. 
XII,  p.  128  e,  i35,  XVII,  p.  289  e  seg. 
E  per  non  dire  altro  di  quanto  operò  Gre- 
gorio XVI  per  la  pubblica  sanità,  ricor- 
derò che  nel  i84o  fece  pubblicare  il  /r- 
golamenio  pel  corpo  sanitario  delle  mi- 
lizie pontificie.  Finalmente  il  regnante 
Pio  IX,  col  molo-proprio  del  i."  ottobre 
1847)31  tribunal  consigi  io  e  senato  diplo- 
ma la  sanità  e  salubrità,  con  dipenden- 
za dell'auto rilà  sanitaria,  cioè  della  con- 
gregazione speciale  sanitaria  istituita  da 
Gregorio  XVI,  che  vi  presiede  per  tutto 
Io  stato,  in  ordine  specialmente:  i.°  Alle 
epidemie,  contagi  ed  epizoozie,  tanto  col- 
le misure  di  prevenzione,  che  di  soccor- 
so. 2.°  Alle  inumazioni  e  regolamenti  pei 
locali  delle  sezioni  de' cadaveri.  3.°  Al- 
l'asportazione de'cadaveri  degli  animali-, 
ai  depositi  di  concime,  letamai,  latrine, 
ed  allo  sgombro  di  sostanze  malsane.  4-° 
Ai  commestibili,  bevande  e  medicamenti 
guasti  e  nocivi.  5."  Alle  provvidenze  per 
gli  asfissiati,  idrofobi,  annegati,  ed  al 
premio  di  quei  che  si  ritirano  dalle  ac- 
que. 6,°  Alla  inoculazionedelvaiuolo  vac- 
cino. 7.°  Alla  disiofettazione  dell'agro 
territoriale.  8.°  Ad  ogni  altra  provviden- 
za igienica.  K  Maestro  dei  le  stbade  dj 
Roma. 


PES 

I  sistemi  di  contumacia  e  quarante- 
na della  maggior  parte  degli  stati  euro- 
pei dilTerenziano  1"  uno  dall'altro,  prin- 
cipalmente per  le  divergenti  opinioni 
scientifiche.  In  vari  stati  le  prescrizioni 
di  contumacia  si  basano  ancora  sull'an- 
tico sistema  di  medicina  del  secolo  XV, 
in  allri  su  quello  de'moderni  tempi.  In 
un  luogo  severo  n' è  il  regolamento,  in 
altro  indulgente.  Nel  1841  a  Cunin  Gri- 
daine  ministro  del  commercio  di  Fran- 
cia, dietro  il  rapporto  di  Segur  Dupey- 
ron,  surse  l'idea  d'un  conforme  e  oppor- 
tuno sistema  sanitario  per  le  quarantene 
ne'  lazzaretti  delle  diverse  coste  del  iVe- 
diterraneo,  per  vantaggio  e  facilitazione 
al  transito  del  commercio  e  della  navi- 
gazione, ed  a  tutela  della  salute  pubblica, 
anche  per  conoscere  la  natura  e  la  for- 
ma in  cui  si  sviluppano  ne'  diversi  luo- 
ghi le  malattie  epidemiche  e  sporadiche, 
onde  applicarvi  le  prescrizioni  sanitarie. 
Quindi  nel  i845  il  d."  IMelier  nella  là- 
Culla  medica  di  Parigi  propose  che  ilgi)- 
verno  francese  dovesse  prendere  le  trat- 
tative colle  altre  potenze  per  un  con- 
gresso sanitario  internazionale j  nìa  al 
medico  francese  13rus  era  riservala  la 
gloria  di  determinarlo  colle  sue  memo- 
rie, oltre  la  circostanza  che  in  molti  punii 
scoppiò  ultimamente  per  una  seconda 
volta  il  cholera  e  la  febbre  gialla  colla 
più  allarmante  veemenza.  Pertanto  Lui- 
gi Napoleone  presidente  della  repubblica 
francese  vi  annui  e  persuase  le  altre  po- 
tenze marittime  interessate  ad  abbrac- 
ciare l'idea  d'un  congresso  o  conferenze 
sanitarie  internazionali.  Avendovi  ade- 
rito i  governi  d'Austria, due  Sicilie,  Spa- 
gna, Stalo  pontificio,  Inghilterra,  Gre- 
cia, Portogallo,  Kussia,  Sardegna,  To- 
scana e  Turchia,  vi  spedirono  i  loro  de- 
legati o  rappresentanti  (il  Papa  l'HIustrc 
edotto  medico  Agostino  Cappello)  in  Pa- 
rigi, ove  aprirono  le  conferenze  a'2 3  lu- 
glio i85i.  Già  ebbero  luogo  le  discus- 
sioni preliminari,  nelle  quali  fu  stabilito, 
che  il  congresso  dichiarerà  obbligali  tut- 


PES 

ti  gli  stali  che  vi  prendono  parte  alle 
prescrizioni  sanitarie  clie  saranno  fissate, 
e  perciò  esse  dovranno  essere  il  più  ch'è 
possibile  uniformi.  Inoltre  progetta  la 
fondazione  d'un  arbitro  tribunale  inter- 
nazionale e  la  compilazione  d'un  codice 
sanitario  per  le  coste  del  Mediterraneo. 
PESTO,  Paestinn.  Antica  città  vesco- 
vile d'  Italia,  nella  Lucania  o  provincia 
del  Principato  Citeriore,  nel  regno  delle 
due  Sicilie,  a  6  leghe  da  Cara[)agna  e 
circa  2  da  Capaccio,  sul  golfo  di  Salerno. 
La  Lucania,  parte  della  Magna  Grcciaj 
ebbe  da  prima  a  principale  città  la  fa- 
mosa Sibari,  in  appresso  dai  greci  chia- 
mata Possidoiiirt,  nome  che  dui  romani 
fu  cangiato  in  quello  di  Pesto,  che  con- 
serva il  suo  celebre  luogo  e  le  sue  gran- 
diose e  importanti  rovine,  in  una  pianu- 
ra vasta  e  montana.  Tali  avanzi  consisto- 
no in  parte  di  grosse  mura  per  lopiùsof{- 
quadrate,  già  circuito  della  città;  in  gros- 
se torri  quadrate  che  le  fiancheggiano,  e 
altre  tra  esse  e  le  porte,  due  delle  quali 
esistono ,  una  però  rovinata.  11  circuito 
della  città  racchiude  quantità  prodigio- 
sa di  rovine,  e  le  principali  sono  il  gran 
tempio,  di  cui  il  re  di  Napoli  ordinò  il 
restauro,  il  piccolo  tempio  e  la  basilica  : 
i  due  templi  sono  di  dorica  architettura, 
ed  il  foro  è  lungo  i65 palmi,  largo  120. 
Sotto  le  sue  mura  sono  quattro  sorgenti 
minerali,  tra  le  quali  una  petrifica.  Tut- 
to quello  che  si  può  immaginare  d'inge- 
gnoso,di  delicato, di  voluttuoso  si  trova- 
va riunito  in  Pesto,  congiuntamente  al- 
l'esercizio delle  più  nobili  arti.  1  romani 
solevano  andarvi  nell'inverno  a  godervi 
la  dolce  temperatura  e  ridente  posizio- 
ne, di  cui  celebrarono  gli  antichi  poeti 
le  delizie  e  la  bellezza  delle  rose  che  vi 
fiorivano  due  volte  all'anno.  Possidonia, 
secondo  Mazzocchi,  fu  fondata  dai  dorè- 
si  e  dava  il  suo  nome  al  golfo  Paestanìus 
simis.  L'ingrandirono  i  sibariti  sino  ad  A- 
gropoli,  che  ne  fu  la  cittadella.  Cadde  po- 
scia la  città  in  manoai  lucani  che  la  con- 
servarono sino  all'  anno  4*^0  di  Pioma  ; 


PES  243 

d'allora  in  poi  fu  talvolta  colonia  roma- 
na, talvolta  confederata,  e  tale  altra  cit- 
tà municipale;  alla  caduta  dell'impero  ro- 
mano si  conservò  sotto  la  potenza  degli 
stranieri.  Depredata  nel  f)3o dai  sarace- 
ni e  quasi  distrutta  dai  normanni  nel 
1080,  Pioberto  Guiscardo  ne  demofi  gli 
antichi  edifizi,  impiegando  le  magnifi- 
che colonne  di  verde  antico  a  decorare 
una  sua  chiesa  in  Salerno.  Le  sue  illu- 
stri rovine  restarono  dimenticate,  finché 
nel  1745  ne  parlò  l'Antonini,  nella  sua 
Lucania,  e  meglio  in  progresso  di  tempo 
per  altri  scrittori  ed  artisti  con  dotte  il- 
lustrazioni se  ne  conobbero  i  pregi.  Nel 
voi.  i5  della  Collezione  di  Piranesi  so- 
no riportati  sì  famosi  monumenti.  Du- 
rante la  persecuzione  di  Diocleziano  e  nei 
primi  del  IV  secolo  in  Pesto  furono  mar- 
tirizzati molti  cristiani,  e  fra  essi  i  ss.  Vi- 
to, Modesto  e  Crescenzia,  cui  poco  dopo 
fu  eretta  in  Pioma  la  Chiesa  de' ss.  Vito 
e  Modesto  (Z"^.).  Nel  V  secolo  venne  isti- 
tuita  la  sede  vescovile  sulTraganea  di  Sa- 
lerno, ch'ebbe  a  vescovi,  Fiorenzo  o  Flo- 
lente  che  assistette  ai  concili!  tenuti  ia 
Roma  das.  Simmaco  nel  499  ^  5i0i;  Gio- 
vanni 1  intervenne  a  quello  di  s.  Marti- 
no l  nel  649;  Giovanni  li  sedeva  nel  954, 
Giovanni  III,  trasferito  alla  chiesa  di  Sa- 
lerno nel  io47;Maraldonel  1071  fu  alla 
consecrazione  della  basilica  di  Monte  Cas- 
sino ;  Celso  viveva  nel  1 156:  indi  fu  u- 
nita  alla  sede  di  Capaccio.  Ughelli,  Ita- 
lia sacra  t.  io,  p.  \5'j.  Ma  col  volgerà 
de'tempi  scaduta  notabilmente  la  città  di 
Capaccio  e  l'aria  del  suo  territorio  essen- 
do addivenuta  grave  e  malsana,  rimase 
a  poco  a  poco  deserta,  per  cui  il  vescovo 
e  il  capitolo  furono  per  indulto  aposto- 
lico assoluti  dall'obbligo  della  residenza. 
Laonde  nel  1 85o  Pio  IX  eresse  Diano  in 
sede  vescovile,  sostituendola  a  Capaccio,al 
modo  che  si  legge  nella  bolla  Ex  quo  im- 
perscrutabili^ de'2 2  ottobre, indi  a'  1 7  feb- 
braio i85i  nominò  vescovo  rag."^  Valen- 
tino Vignone  arciprete  della  chiesa  col- 
legiata di  s.  Cristina  di  Diano. 


244  P  E  T 

l'ETENISSO  o  PITANTSSO.  Sede 
Teseo  vile  della  seconda  Galazia,c  forse  lo 
.slesso  che  la  famosa  Pindinisso  ,  di  cui 
parlai  nel  voi.  XLIlf,  p.  loo  (seppure 
non  fu  Petndisso,  V.),  suffraganea  della 
inelropoli  di  Pessinonte,  ed  eretta  nel  VI 
secolo.  Oriens  dir.  t.  i,  p.  ^C)o.  Petenis- 
so,  Pelenissen,  è  ora  un  titolo  vescovile  in 
■parlihus  sotto  Pessino  o  Pessinonte. 

PETNELISSO  o  PENDiNELlSSO. 
Sede  vescovile  della  Pamfilia  seconda,  e 
forse  Pindinisso,  di  cui  feci  cenno  nell'ar- 
ticolo precedente,  suffraganea  alla  metro- 
poli di  Pirgi  ed  eretta  nel  IV  secolo.  Si 
conoscono  due  vescovi.  Oriens  dir.  t.  r, 
p.  1024. 

PETO  o  PETOW  Guglielmo,  Car- 
dinale. Dicesi  nato  in  Inghilterra,  proba- 
bilmente di  bassa  condizione,  mentre  vi  è 
chi  lo  vuole  di  nobile  origine.  Certo  è  che 
fu  minore  osservante  e  celebre  predicato- 
re, per  la  virtuosa  sua  condotta  e  sape- 
re meritò  nel  suo  ordine  onorevoli  gra- 
di. Nel  1.532  perorando  con  grande  elo- 
quenza dal  pergamo,  declamò  contro  i 
disordini  d'Enrico  Vili,  sostenendo  le- 
gittimo il  suo  matrimonio  con  Caterina, 
il  perchè  fu  cacciato  dall'Inghilterra  coi 
suoi  frali,  e  si  rifugiò  in  Francia  nel  con- 
vento di  Pontisara.  Passato  quindi  in  I- 
talia,  e  recatosi  in  Roma,  nel  id47  Pao- 
lo III  lo  fece  vescovo  di  Sarisbury.  Re- 
stituitosi in  Inghilterra,  la  regina  Maria 
lo  dichiarò  suo  confessore,  e  Paolo  IV 
a'i4  giugno  i557  lo  creò  cardinale  del- 
l' ordine  de'  preti,  ma  scrivono  alcuni 
che  l'ignorò;  imperocché  nel  breve  pon- 
tifìcio d'avviso  dichiaravasi  legato  d'In- 
ghilterra, in  luogo  del  cardinal  Polo,  ciò 
che  dispiacendo  alla  regina,  nelle  cui  ma- 
ni pervenne  il  breve,  gli  tacque  la  pro- 
mozione, morendo  Peto  in  età  avanzata, 
dopo  IO  mesi  in  Cantorbery,  e  fu  sepol- 
to in  quella  chiesa.  Il  Godwino  e  altri 
credono  invece  che  terminasse  i  suoi  gior- 
ni in  Francia  colle  insegne  cardinalizie. 

PETRA  Vincenzo,  Cardinale.  Nacque 
in  Napoli  da  nobile  famiglia,  e  nel  se- 


PET 
minarlo  romano  fece  progressi  nella  fi- 
losofìa e  teologia.  Avendo  ripatriato,  fu 
posto  sotto  la  disciplina  dell'arcivescovo 
di  Sorrento  suo  zio.  Dedito  sommamen- 
te allo  studio  della  giurisprudenza  e  dei 
sacri  canoni,  si  trasferì  di  imovo  in  Ro- 
ma per  meglio  profondarvisi,  a  tal  uo- 
po frequentando  i  piti  eccellenti  avvoca- 
ti, ed  entrando  per  segretario  di  rota  pres- 
so il  celebre  uditore  Muli  Papazzurri.  Nel 
169 1, mentre  da  Napoli  passava  in  R.O- 
ma,  fu  obbligato  trattenersi  4o  giorni  in 
Terracina,come  proveniente  da  luogo  so- 
spetto di  pesle.  Ivi  trovò  il  suo  arcivesco- 
vo cardinal  Pignattelli,  che  si  recava  al 
conclave, ove  poi  fu  eletto  Papa  col  nome 
d' Innocenzo  XII  (t^.),  e  questi  nella  di- 
mora che  fece  in  detta  città,  avendo  cono- 
sciuto in  Vincenzo  molto  talento  e  sin- 
goiar perizia  nella  scienza  legale,  lo  as- 
sicurò di  sua  protezione.  Divenuto  Papa 
gli  mantenne  la  parola ,  e  dopo  avergli 
conferito  ricchi  benefizi,  lo  ammise  in  pre- 
latura nel  1693,  e  poco  dopo  lo  nomi- 
nò votante  di  segnatura;  indi  nel  gen- 
naio 1700  luogotenente  dell'uditore  del- 
la camera,  in  cui  disimpegnò  tutte  le 
parti  di  dotto  e  integerrimo  giudice. 
Per  queste  beneficenze,  l'animo  grato  e 
generoso  di  Vincenzo,  con  raro  esempio, 
quanto  alle  circostanze,  eresse  poi  nella 
basilica  Vaticana  a  Innocenzo  XII  un 
bellissimo  e  nobile  mausoleo.  Clemente 
XI  nel  1706  lo  promosse  a  segretario 
del  concilio  e  ad  arcivescovo  di  Dama- 
sco, nonché  a  canonico  Lateranense  ;  nel 
17  12  lo  fece  consultore  del  s.  offizio  e 
canonista  della  Penitenzieri  a  (/^.),  sulla 
quale  scrisse  un'opera,  come  altra  ne 
compose  sulle  Costituzioni ponlificie(V .); 
quindi  lo  trasferì  a  segretario  de' vesco- 
vi e  regolari.  Innocenzo  XIII  nel  1722 
lo  dichiarò  datario  della  penitenzieria , 
ed  il  successore  Benedetto  XIII  si  valse  di 
lui  ne'consigli  de'piìi  ardui  affari  eccle- 
siastici, e  singolarmente  in  appianare  le 
difficoltà  nate  nel  concilio  Lateranense 
del  1725.  Finalmente  Benedetto  XIII  ai 


PET 

20  novembre  r  724  locreò  cnrdinale  pre- 
te del  titolo  di  s.  Onofrio,  e  nel  1727 
prefetto  di  propaganda,  la  cui  chiesa  con- 
sagrò, confereiitlogli  la  pingue  abbaziadi 
s.  Malia  de'  Danzi  nel  regno  di  Napoli. 
Nel  conclave  di  detto  Papa  tu  eletto ^ro 
Pcniicnzicre  maggior"  (^F.),  e  Clemente 
XII  lo  confermò,  ed  inoltre  lo  annoverò 
a  quasi  tutte  le  congregazioni.  Dopo  il 
conclave  in  cui  restò  eletto  Benedetto 
XIV,  nel  1740  divenne  vescovo  di  Pale- 
strina.  Consumato  dalle  fatiche,  avendo 
goduta  l'alta  slima  de'Papi,  morì  in  Ro- 
ma d'anni  0)7,  nel  f  74''>  ^  ^^^  sepolto  nella 
chiesa  nazionale  delloSpirito  santo,  avan- 
ti r  altare  maggiore,  col  semplice  nome 
inciso  sopra  la  lapide  sepolcrale,  che  vi- 
vente erasi  pi-eparnlo. 

PETRA,  Pelra  Deserti  seu  Gyriaco- 
polis.  Città  vescovile  capitale  dell'Ara- 
bia Petrea  o  1'  antica  Idumea,  e  metro- 
poli ecclesiastica  della  3.*  Palestina,  o 
i.''  provincia  d'Arabia,  essendo  della  1." 
Uosti'a,  nel  patriarcato  di  Gerusalemme. 
E  situata  sulle  frontiere  della  Palesti- 
na e  dell'Arabia,  sul  fiume  di  Safla  che 
gettasi  nel  mar  Morto.  Per  metà  rovi- 
nata, chiamasi  ora  Herac  o  Selah,  voca- 
bolo ebraico  che  significa  roccia,  cui  cor- 
risponde la  greca  parola  di  Petra:  altri 
nomi  riporta  il  Terzi,  Siria  sacrap.  27^, 
come  Crack,  Monte  reale.  Arce.  Dice  che 
vi  regnò  Recel,  che  fu  vinto  e  ucciso  da- 
gl'israeliti; vi  nacque  Ruth,  dalla  cui  di- 
scendenza uscì  David.  Il  fasto  delle  sue 
grandezze  la  trasportò  a  insolenlissime 
ostilità  contro  i  giudei,  laonde  il  re  A- 
masia  in  sanguinoso  conflitto  uccise  o 
precipitò  dalla  sommità  del  suo  scosceso 
masso  10,000  iduraei,  e  soggettò  la  cit- 
tà al  suo  dominio.  Coi  romani  l'assediò 
Scauro,  e  solo  si  ritirò  a  intercessione  di 
Anlipatro  e  per  le  grosse  somme  d'Are- 
ta  re  degli  arabi.  Il  nome  di  Petra  fu 
dato  alla  capitale  dell'Iduraea,  per  avere 
i  suoi  abitanti  eretto  o  per  dir  meglio 
intagliate  le  case,  i  palazzi,  i  sepolcri,  i 
templi  entro  le  viscere  d'una  montagna. 


PET  24^ 

Soigono  i  suoi  avanzi  nella  valle  di  ,'1/o- 
s7t,  non  lungi  dal  monte  Aor  :  giacciono 
in  mezzo,o  per  dir  meglio  stanno  sepol- 
ti fi  a  un  labirinto  di  roccie  erte,  acute, 
tagliate  a  sbieco.  Anfiteatri,  palazzi,  tem- 
pli sepolcrali,  tutto  è  incavato  a  forza  di 
scalpello  entro  il  vivo  sasso;  in  una  pa- 
rola, Petra  è  una  città  marmorea,  sca- 
vata nelle  viscere  della  rupe  e  perciò  ve- 
ramente singolare  I  magnifici  avanzi 
dell'  antico  splendore  e  opulenza  di  Pe- 
lra possono  reggere  al  pari  d«lle  rovine 
di  Menfi,  Tebe  e  Palmira,  e  forse  le  su- 
perano in  questo,  che  non  sono  erette 
nel  suolo,  totì  scavate  nel  granito,  ope- 
re monumentali  che  restano,  come  me- 
daglie, impresse  nella  natura.  ^eW Album 
an.  V,  n.°(^  e  27,  sono  riportati  i  dise- 
gni e  descrizioni  d'un  tempio  e  d'un  an- 
fiteatro scavati  nella  roccia. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  ne' primi 
tempi  della  Chiesa,  e  nel  secolo  V  diven- 
ne metropoli,  ed  ebbe  a  suffraganei  i  ve- 
scovi di  Monte  vSinai,  Faran,  Elaso  Ela- 
ta, Afra  o  Gab,  Adra  o  Hadroga,  tutti 
divenuti  arcivescovi  nel  secoloXlI  :  Au- 
gustopoli,  Arindela,  Ariopoli  o  Gerapoli, 
Zoara,  Charachmucha  o  Parachmuchi, 
Mampsis,Eleusio  Elusa,  Blrosabon,Pen- 
lacomia,  Mamapsora,  Metracoraia,  Sal- 
timi Hieraticuni;  ed  altri  vescovi  regi- 
strati dal  Terzi,  come  di  Arath,  Betsai- 
da.  Cafarnao,  ec.  Ne  fu  vescovo  Asterio 
o  Macario  glorioso,  che  si  separò  dagli 
eusebiani  nel  concilio  di  Sardica  del  347, 
e  sottoscrisse  la  sentenza  a  favore  di  s. 
Atanasio:  confinato  dagli  ariani  e  dal- 
l'imperatore Costanzo  in  Africa,  ritorna- 
to dal  suo  esilio,  assistette  al  concilio  di 
Alessandria  nel  362,  facendone  menzio- 
ne il  martirologio  romano  a' io  giugno. 
Gli  altri  vescovi  sono  registrati  nell'O- 
riens  chr.  l.  3,  p.  667  e  722;  a  p.  i3o5 
parla  di  Guerrino  vescovo  latino,  impe- 
rocché osserva  il  Terzi,  che  Baldovino 
re  di  Gerusalemme,  dopo  conquistata 
Petra,  vi  ristabilì  la  sede  metropolitana, 
con  arcivescovi  di  rito  latiuo.  Di  questo 


246  PET 

al  presente  Petra,  Pttlren,  è  un  titolo  ar- 
civescovile in  parlibus,  cui  sono  soggetti 
ì  titoli  vescovili  di  Aialh,  Letsaida,  Bo- 
li uà,  Cafarnao,  EJeusa,  Caminilza,  Sina, 
Arada,  AriopoIi,Zoara.  Pio  VII  nel  1822 
Ibce  arcivescovo  di  Petra  Alessandro  Giu- 
stiniani,  cvealo  cardinale  da  Gregorio 
XVI:  questo  Papa  nel  i833  conferì  il 
titolo  a  mgT  Giuliano  IMaria  Hillereau, 
attuale  vicario  apostolico  patriarcale  pei 
latini  di  Costantinopoli, pei"  nomina  dello 
stesso  Pontefice. 

PETPiA.  Sede  vescovile  della  provin- 
cia i.^di  Palestina,  suffraganea  della  me- 
tropoli di  Cesarea,  eretta  nel  secolo  IV. 
Alcuni  pretendono  che  da  questa  fosse- 
ro precipitati  gl'idumei,  di  cui  parlai  nel 
precedente  articolo,  e  che  a  questa  sede 
appartenga  il  vescovo  Ario  o  Macario 
che  sottoscrisse  nel  34?  il  concilio  di 
Sardica,  e  che  per  aver  favorito  il  rista- 
bilimento di  s.  Atanasio  fu  rilegato  nel- 
l'Africa con  Asterio  vescovo  di  Petra  del- 
la 3."  Palestina,  soffrendo  molto  per  par- 
te degli  eretici  ariani  per  la  difesa  delcat- 
tolicismo,  onde  il  martirologio  romano 
ne  fa  menzione  a'20  giugno.  Siccome  Io 
ommise  il  Eutler,  non  ne  feci  biografia. 
Orieiis  dir.  t.  3  ,  p.  667.  Petra,  Peiren^ 
attuahnente  è  un  titolo  vescovile  in  par- 
tibus  sotto  Cesarea  di  Palestina. 

PETRA.  Sede  vescovile  della  provin- 
cia di  Lazica,  sotto  la  metropoli  di  Tre- 
bisonda,  eretta  nel  VI  secolo.  L'impera- 
tore Giustiniano  la  circondò  di  mura  e 
l'ampliò  con  magnifici  fabbricati;  Cosroe 
I  re  di  Persia  la  prese;  ritolta  dai  greci 
e  distrutta,  fu  poi  riedificata.  Orìens  dir. 
t.  I,  p.  1345  e  i44'-  Altre  sedi  vesco- 
vili di  Petra  furono  quelle  della  i.^  Ma- 
cedonia, eretta  nel  IX  secolo  sotto  Tes- 
salonica;  della  2.'  d'Asia,  eretta  nel  IX 
secolo  sotto  Smirne. 

PETRl  Guglielmo,  Cardinale.  F. 

GODIN. 

PETRICA  W  o  PETRIRAU,  Pdrìco- 
via.  Città  di  Polonia,  woiwodia,  capo- 
luogo di  obvodia.  E  circondala  di  mu- 


PET 

ra,  con  sobborgo.  Ha  7  chiese  cattoliche, 
2  conventi,  un  monastero,  collegio  e  gin- 
nasio. Ivi  vicino  si  vedono  le  rovine  del 
castello,  già  residenza  de' re  di  Polonia. 
In  Petricaw  furono  tenutii  seguenti  con- 
cilia Il  i.°  nel  i4i2,  in  cui  si  ordinò  che 
si  ridurrebbero  in  un  solo  volume  gli  sta- 
tuti degli  antichi  sinodi  di  Gnesna,  lo  che 
fu  eseguitone!  i4i  7  e  confermati  da  Mar- 
tino V.  Il  2.°  nel  i456  sulla  disciplina; 
il  3.°  nel  i485  presieduto  dall'arcivesco- 
vo di  Gnesna  ;  il  4-°  "el  1 49 1  ;  il  5.°  nel 
i53o;  il  6.°  nel  i532;  il  7.°  nel  i539 
pel  mantenimento  della  fede;  \'S.°  nel 
1 540  contro  gli  errori  di  Lutero;  il  9.° 
nel  1 542  contro  l'eresie;  il  10.°  nel  1 55 1  ; 
r  I  1 .°  nel  1 557.  ;  il  12.°  nel  1 553  ;  il  1 3.° 
nel  1578,  approvato  da  Sisto  V,  decretò 
che  non  venisse  eletto  in  re  di  Polonia 
se  non  un  vero  cattolico;  il  i4-°ue!  i  62  i; 
il  I  5.°  nel  1 62  8.  Tutti  questi  concilii  eb- 
bero per  primario  scopo^la  riforma  del 
clero,  r  estinzione  dell'eresie  e  la  libertà 
delia  chiesa  di  Polonia. 

PETRICOLA  {Petriculan).  Città  con 
residenza  vescovile,  ossia  Liltle-Rock  nel- 
lo Arkansas  negli  Stati  Uniti  d'America, 
chiamata  anche  Arkopolis  o  Arcopoli, 
capitale  del  territorio  d'Arkansas  e  capo- 
luogo della  contea  di  Pulaski, sulla  riva 
destra  del  fiume  Arkansas,  a  1 15  leghe 
da  Nuova  York  e  32o  da  Washington. 
Gl'indiani  Arkansas  vivono  sulle  rive  del 
/lume  omonimo,  in  vicinanza  della  sua 
foce  nel  Mississipi.  La  loro  tradizione  por- 
ta, che  discendendo  essi  il  Mississippi  dal- 
la sua  sorgente,  ove  prima  stanziavano 
sotto  il  nome  di  Quapaes  o  Ouguah-pa, 
dopo  molte  guerre  sostenute  con  altre 
razze,  qui  fermassero  la  sede.  Simpatiz- 
zarono sempre  co'francesi  e  ne  apprese- 
ro civili  modi  e   vita  pacifica  e  laborio- 
sa, senza  nulla  perdere  del  nativo  valo- 
re. Si  trovano  però  sparsi  anche  nel  ter- 
ritorio  di  Arkansas  quei  monticelli   ed 
ammassi  di  pietra,  che  presentano  vesti- 
gia d'antica  nazione  indigena  e  molto  ci- 
vilizzata. L' unioae  americana  acquistò 


PET 

dagli  Arkansas  nel  i8i8  una  eeteiisione 
di  tene  lavorabili  di  quasi  8,000  leghe 
quadrate  per  4j00o  dollari ,  ed  un  ca- 
none di  looo  dollari  in  generi.  1  Ciie- 
rokees  dall'opposta  sponda  del  Mississi- 
fù  vi  trasmigrarono  nel  18  19  in  numero 
di  5,000  per  vivervi  trancjiiillamente. 
Vi  sono  pure  sparse  altre  tribù  d'india- 
ni erianli  o  fissi  lungo  le  riviere.  Visi 
organizzarono  7  contee,  cioè  Arkansas, 
Clark,  Hempstead,  Lawrence,  Miller, 
Philips  e  PJaski.  IMoIti  emigrati  euro- 
pei ed  altri  profughi  ripararono  nell'Ar- 
kansas, onde  in  tutte  le  parli  sursero  u- 
tili  stabilimenti,  chiese  e  cappelle.  Allor- 
quando nel  i8iq  fu  proclamalo  il  go- 
verno territoriale,  fu  edificata  la  città  di 
Pelricola,  e  presto  divenne  la  piìt  im- 
portante del  paese;  vi  si  fondarono  mol- 
te case  di  commercio,  che  ogni  giorno 
progredisce,  come  il  numero  degli  edi- 
lizi sempre  sono  in  aumento,  così  la  po- 
polazione. J\el  1819  i  francesi  e  altri  e- 
migrati  fondarono  la  colonia  Napoleone; 
ma  Arkansas,  città  capoluogo  della  con- 
tea di  tal  nome,  fu  edificata  da'  france- 
si nel  iG8o.  La  regione  era  nella  diocesi 
di  s.  Louis  (F.),  coi  luoghi  New  Gasco- 
ni,  con  la  chiesa  s.  Maria;  Fort- Arkan- 
sas, con  la  chiesa  di  s.  Dionigi;  Pine 
Bluffs,  con  la  chiesa  di  s.  Ireneo  e  le  so- 
relle di  Loreto  ,  oltre  altre  chiese  e  pii 
slabilimenli,  anche  di  Pelricola.  Il  perchè 
fu  mosso  il  5.°  concilio  di  Baltimora  a 
domandare  alla  s.  Sede  che  il  territorio 
d'Arkansas  si  formasse  in  diocesi  separa- 
ta e  che  il  vescovo  risiedesse  in  Pelrico- 
la. Quindi  con  breve  de' 28  novembre 
1  843  Gregorio  XVI  separò  il  territorio 
da  s.  Louis,  e  lo  elesse  in  vescovato  suf- 
fraganeo  della  metropoli  di  Baltimora, 
dichiarando  i.°  vescovo  di  Pelricola  l'at- 
tuale mg.'  Andrea  Byrne.  Quanto  a  s, 
Louis,  secondo  il  proposto  nell'ultimo  si- 
nodo di  Baltimora,  il  regnante  Pio  IX 
li  4  "lagg'O  1847  lo  ha  ei-etto  in  arcive- 
scovato. 
PETR0.J.RUS3I  ANI.Eretici  così  chia- 


PET  247 

mali  da  Pietro  de  Bruys,  laico,  uato  nel- 
le montagne  del  Delfinato,  che  recossi 
nelle  parti  d'Arles  verso  il  i  17.(3,  e  di  ìk 
passò  nella  Linguadoca,  annunciando  per 
tutto  i  suoi  errori.  Egli  insegnava:  i ." 
che  il  battesimo  dillo  ai  bambini  era  lo- 
ro inutile,  perchè  non  è  che  la  fede  pro- 
pria che  ci  salva  col  battesimo;  2."  che 
r  Eucaristia  era  un  nulla  e  non  poteva 
essere  materia  di  sagrifizio;  3.°  che  biso- 
gnava distruggere  le  chiese,  essendo  una 
superstizione  il  credere  che  Dio  fosse  at- 
taccato ad  un  luogo  piuttosto  che  ad  un 
altro;  4-^  che  bisognava  spezzare  ed  ab- 
bruciare le  croci  come  orribili  istruinen- 
ti  della  passione  e  morte  del  Ptedenlore; 
5.°  che  i  sagrifizi,  le  preghiere,  le  elemo- 
sine e  tutte  le  opere  buone  erano  inutili 
ai  morti.  Questi  eretici  ammettevano  al- 
tresì due  dei,  al  pari  de'  manichei.  Pie- 
tro il  venerabile  abbate  di  Cluny  e  s.  Ber- 
nardo combatterono  Pietro  di  Bruys  :  Ca- 
listo linei  concilio  di  Tolosa  del  11  19 
lo  scomunicò,  ed  Innocenzo  II  nel  con- 
cilio di  Lalerano  II  del  i  139  lo  condan- 
nò formalmente  co'suoi  seguaci  ;  laonde 
condannato  ad  essere  bruciato  vivo,  fu 
consegnalo  al  braccio  secolare,  e  gli  abi- 
tanti di  Saint-Gilles  circa  il  ii4^  ese- 
guirono la  sentenza. 

PETRO  JOANNITI.  Eretici  così  no- 
minali da  Pietro  figlio  di  Giovanni  di 
Biron  nel  Perigord ,  che  circa  il  i  197 
insegnò  che  Gesù  Cristo  era  ancor  vivo 
allorché  ricevè  il  colpo  di  lancia.  Venne 
pure  accusalo  di  aver  difeso  i  sogni  del 
b.  Gioacchino,  fondatore  della  congrega- 
zione di  Flora  (^.),  e  di  aver  sostenuto 
che  il  battesimo  era  una  ceremonia  este- 
riore ,  la  quale  non  compartiva  veruna 
grazia;  che  l'anima  ragionevole  non  era 
la  forma  dell'uomo;  ch'egli  solo  a vea  la 
intelligenza  del  vero  senso  nel  quale  gli 
apostoli  aveano  predicalo  il  vangelo. 

PETROCCHINl  Gregoijio,  Cardina- 
le. Nacque  da  onesti  genitori  in  Montcl- 
paro  nella  Marca,  ed  abbracciato  l'isti- 
tuto agostiniano  divenne  celebre  per  Te- 


a48  P  E  T 

loqu€naa  del  pergamo.  Sisto  Vnel  1587 
Jo  fece  eleggere  generale  del  suo  ordine, 
ed  egli  si  applicò  al  miglioramento  delle 
biblioteche,  provvedendo  i  conventi  che 
ne  mancavano.  Compita  la  visita  di  essi 
in  Italia,  per  la  sua  equità  e  singoiar 
mansuetudine,  divenuto  a  tutti  veneran- 
do, fu  consigliato  dal  Papa  a  recarsi  nel- 
la Spagna,  dove  colla  sua  saviezza  siste- 
mò gli  affari  dell'ordine  e  si  guadagnò 
Ja  grazia  di  Filippo  II,  che  gli  conferì  al- 
cune migliaia  di  scudi  di  pensione.  Tor- 
nato in  Roma,  proseguendo  nell'  eserci- 
zio di  sue  virtù  e  nello  studio  delle  sagre 
scritture,  con  applauso  universale  Sisto 
V  a'i4  dicembre  1589  lo  creò  cardina- 
le prete  di  s.  Agostino.  La  dignità  lo  re- 
se più  alTabile  e  cortese,  onde  facilmen- 
te ammetteva  all'  udienza  e  si  prestava 
alle  altrui  istanze,  unendo  la  grazia  alla 
maestà  del  volto,  su  cui  traspariva  il  can- 
dore dell'auirao,  e  soavi  erano  le  sue  at- 
trattive, i  Papi  per  la  sua  probità,  dottri- 
na e  ingenua  libertà  con  cui  esponeva  il 
proprio  parere,  l'adoperarono  negli  alFaii 
più  gelosi  e  l'ebbero  in  gran  stima,  mas- 
sime Sisto  V,e  nel  i6i  i  Paolo  V  lo  no- 
minò vescovo  di  Paleslrina.  Amò  tene- 
ramente la  patria,  in  cui  aumentò  e  ar- 
ricchì di  5  cappelle  la  chiesa  di  s.  Gre- 
gorio da  lui  fondata,  e  lasciò  pel  manteni- 
mento d'8  sacerdoti  collegiali  beueficiati 
con  arciprete,  oltre  le  preziose  suppellet- 
tili e  argenterie  che  le  donò.  Mori  in 
Roma  nel  1612,  dopo  essere  intervenu- 
to a  G  concia  vi,  d'anni  77,  e  fu  sepolto  in 
s.  Agostino  nella  cappella  di  s.  Monica, 
da  lui  abbellita  di  vaghi  ornamenti,  con 
ben  adorna  lapide  con  magnifico  elogio, 
quale  è  ripetuto  nella  parete  sotto  la  di 
lui  elfigie  di  eccellente  pennello. 

PETROCO  (s.),  abbate.  Nacque  nel 
paese  di  Galles  ed  era  il  figlio  primoge- 
nito del  re,  ma  preferendo  la  vita  mo- 
nastica allo  splendore  del  diadema,  dopo 
la  morte  del  padre  si  consacrò  a  Dio  nel- 
la sua  patria,  e  poco  dopo  passò  in  Ir- 
landa, ove  rimase  20  auui  occupato  solo 


PET 

a  crescere  nella  perfezione.  Fondò  poscia 
un  collegio  ed  un  monastero  nella  pro- 
vincia di  Cornovaglia,  in  un  luogo  chia- 
mato allora  Loderico  Lalfenac,  e  che  di-  1 
poi  è  stato  appellato  dal  suo  nome  Pe- 
trockstow  e  per  contrazione  Padslow. 
Formò  molti  discepoli  alla  perfezione, e 
mori  il  4  giugno  Qon  si  sa  di  qual  anno. 
Secondo  i  suoi  atti,  che  però  non  meri- 
tano molta  credenza,  sarebbe  stato  con- 
temporaneo di  s.  Sansone,  il  quale  fio- 
riva nel  secolo  VI.  Avvi  chi  pretende  es- 
ser egli  vissuto  più  tardi,  e  fattosi  mo- 
naco a  Bodmin.  Quivi  in  fatti  riposava  il 
suo  corpo  in  una  chiesa  del  suo  nome  , 
ed  il  re  Alelstano  fondò  un  monastero 
che  portava  pure  il  suo  nome.  Nei  calen- 
dari di  alcune  chiese  e  monasteri  di  Bre- 
tagna la  festa  di  s.  Petroco  di  Cornova- 
glia, a%  di  giugno,  è  di  i .'  classe  con  ot- 
tava. 

PETRONACIO,  Cardinale.  Vescovo 
d'Albano,  fiori  nel  pontificato  di  s.  Leo- 
ne IV  e  forse  da  questi  creato.  Fu  al 
concilio  che  celebrò  nell'BSS,  ed  a  quel- 
lo di  s.  Nicolò  I  neirSGi,  morendo  ver- 
so r867. 

PETRONI  Riccardo,  Cardinale.  Pa- 
trizio  sanese,  condiscepolo  di  Scoto,  pel 
suo  profondoStudio  delle  leggi  venne  con- 
sultato quale  oracolo,  non  meno  dagl'ita- 
liani che  dagli  stranieri,  per  cui  Bonifacio 
Vili  lo  fece  vice-cancelliere  di  s.  Chiesa, 
gli  commise  l'esame  del  sesto  libro  del- 
le decretali  da  sé  compilato,  in  un  ai  re- 
visori Longhi  e  Fredol_,  onde  fu  ridotto 
a  quell'ordine  in  cui  l'abbiamo;  quindi 
a'4  dicembre  1 2q8  lo  creò  cardinale  dia- 
cono di  s.  Eustachio.  In  Siena  e  altrove 
edificò  diverse  case  religiose,  fra  le  quali 
il  monastero  dell'Assunta  ai  certosini,  co- 
me divotissimo  della  Madonna;  quello 
delle  Clarisse  e  l'ospedale  di  s.  Caterina. 
Amantissimo  de'  poveri,  dispose  per  te- 
stamento chela  sua  ricca  eredità  s'impie- 
gasse in  opere  pie.  Ma  sì  belle  e  glorio- 
se  azioni,  se  deve  credersi  a  Ciacconio, 
verniero  oscurate  dall'iugraUtudme  usa- 


PET  PET                   24() 

la  a  Bonifacio  Vili  suo  insigne  benelìit-  ^cepola  di  t».  Pietro  e  sua  figlia  spirituale, 

loie,  per  la  parte  che  prese  nella  con-  Si  celebra  la  sua  lesta  a'3i  di  maggio; 

giura  e  sua  prigionia  in    Anagni;  vi  ha  »i  nominala  pure  nel  martirologio  di  lie- 

però  chi  con  solide  ragioni  difende  il  car-  da  ed  in  quello  che    viene  altribuilo  a 

dinaie  da  sì  nera  taccia,  anzi  nel  concilio  s.  Girolamo. 

di  Vienna  In  uno  de'piìi  aceriimi  dif'en-  PETKOiNILLA  (s.).  V.  Gilberto  (s.). 
sori  di  esso.  Clemenle  V  lo  lece  legnto  PETUOMO  (s.) ,  vescovo  di  Bologna, 
d' Italia,  e  come  inquisitore  della  fede  Figlio  di  Petronio  preletto  del  pretorio, 
condannò  i  dulciuisti.  Morì  in  Genova  eccellentemente  educato  nella  casa  pa- 
nel i3i3o  i3i4j  e  trasferito  a  Siena  il  terna,  passò  in  oriente  e  visitò  i  solitari 
cadavere,  venne  onorevolmente  sepolto  che  abitavano  i  deserti  della  Palestina  e 
in  cattedrale,  presso  la  cappella  di  s.  Gio.  dell' Egitto,  alliiie  di  perfezionarsi  nella 
Battista,  in  avello  di  marmo  con  breve  scienza  de' santi.  Ritornò  in  Italia  nello 
iscrizione.  slesso  tempo  che  muu  s.  Felice  vescovo 
PETRONILLA  (s.),  vergine.  Fioriva  di  Bologna,  ed  essendosi  recato  a  Roma, 
al  tempo  de'primi  discepoli  degli  apo-  il  Papa  s.  Celestino  I  nel  43o  lo  elesse 
stoli,  e  quantunque  la  sua  storia  non  sia  a  successore  di  (|uesto sauto  prelato. 'Pro- 
stata trasmessa  sino  a  noi,  non  per  tanto  \avasi  allora  Bologna  immersa  nella  mi- 
devesi  stimare  che  la  sua  santità  fosse  al  seria  e  nella  desolazione  per  le  devasta- 
sommo  specchiata,  stante  il  nobile  luo-  zioni  e  saccheggi  cui  andò  soggetta  nelle 
go  che  le  si  dà  fra  gli  apostoli,  i  proliiti  funeste  invasioni  degli  unni  e  de'  goti.  S. 
ed  i  martiri.  11  suo  nome,  diminutivo  di  Petronio  riedilìcò  la  cattedrale,  che  de- 
quello di  Pietro,  ha  fatto  ci'edere  ad  al-  dico  ai  ss.  JXabore  e  Felice;  fondò  ori- 
cuni  autori  ch'ella  fosse  figlia  del  priu-  staurò  molle  altre  chiese,  Ira  le  quali  si 
cipe  degli  apostoli.  V .  s.  Pietro.  Essa  contano  quelle  di  s.  Stefano,  di  s.  Tecla, 
viveva  a  R.oma  e  fu  sepolta  sulla  strada  di  s.  Agata,  di  s.  Gio.  Evangelista,  e  le 
d'Ardea.ov'erano  anticamente  tuia  chiesa  arricchì  delle  reliquie  di  molti  martiri, 
e  un  cimitero  che  portavano  il  suouome.  Riparò  eziandio  le  rovine  della  città  e 
Così  il  Boiler.  Certo  è,  che  dal  cimiterio  1'  ingrandì,  facendovi  fabbricare  intorno 
da  essa  fabbricato  nella  via  Ardeatina,  nuove  mura:  per  ottenere  soccorsi  a  que- 
s.  Paolo  1  ne  trasportò  il  corpo  nella  st' oggetto  dall'imperatore  Teodosio  il 
Chiesa  di s.  Piclro  in  f^aticano  [/'.)  ove  Giovane,  fece  un  viaggio  a  Costantino- 
si  venera.  Vedasi  il  Sandini,  i/«ó^  ^/jo-  poli. Eiitornatoallasua  chiesa,  cpmpisan- 
sl.  annot.  iS,de  Aposlolis  in  univtrs.  11  lamente  il  corso  della  sua  vita  prima  del 
Piazza  atW  Enitrologio  di  Roma  a' 3  i  4^^.  Scopertesi  le  sue  reliquie  neh  i4i> 
maggio  la  chiama  vergine  e  nobile  ro-  si  contiermò  la  fama  di  sua  santità  per 
maua,  secondo  la  comune  opinione  figlia  molti  miracoli.  JNel  j  :i  i  i  si  edificò  una 
di  s.  Pietro,  non  carnale,  ma  spirituale,  chiesa  in  suo  onore,  ed  altra  più  magni- 
pel  quale  argomento  fece  la  Z?/g/'e5j/o/ie;  fica  se  ne  fabbricò  nel  i  390.  S.  Petronio 
Se  s. Petronilla  secondo  la  carne  o  lo  spi-  è  onorato  a  Bologna  [F.)  come  uno  dei 
rito  fosse  figliuola  di  s.  Pietro.  In  que-  principali  patroni  della  città,  celebran- 
sta  seguendo  Barooio  e  Gallonio,  ritiene  dosi  la  sua  festa  il  giorno  4  di  ottobre,  iti 
che  da  s.  Pietro  fosse  chiamata  figlia,  per  cui  è  nominato  nel  martirologio  romano, 
averla  istruita  o  convertita  o  battezzata  PETRUCCI  Alfoxso,  Cardinalc^o- 
in  Rocua,  riportandone  le  ragioni  per  cui  bilissiino  sanese,  nel  ii\o  Giulio  li  lo 
la  crede  dell  illustre  sangue  de'  Petroni  elesse  vescovo  di  Soana,  e  per  la  sua  slret- 
e  discendente  da  Petronio  presidente  di  ta  amicizia  col  padre  Pandolfo  liian- 
Sonu  e  favorevole  agli  ebrei,  solliiulo  di-  no  e  signore  di  Siena,  emarilo  d'Aurcha 


25o  PET 

Borghese  rinomala  dama  di  tal  famiglia, 
il  Papa  a' 22  marzo  i5ii  Io  creò  car- 
dinale diacono  di  s.  Teodoro  ed  animi- 
nislratore  di  Massa  e  Populonia.  Morto 
il  padre,  il  cardinale  volò  a  Siena  e  colle 
armi  ne  contrastò  il  dominio  al  fratello 
Fabio,  il  perchè  Leone  X  allontanò  am- 
bedue dalla  città,  e  ne  die  il  governo  a 
RatFaele  Pelrucci  che  poi  creò  cardinale. 
Perciò  si  accesela  Alfonso  fiero  odio  con- 
tro Leone  X,  quindi  fuggito  segretamen- 
te da  Ptoma  a  Siena,  ne  tentò  la  rivolta. 
11  Papa  gli  scrisse  con  risentimento,  ri- 
chiamandolo a  restituirsi  subito  presso 
di  lui.  Giunto  in  Roma  pieno  di  vendetta, 
risolvè  di  uccidere  Leone  X,  alla  cui  e- 
saltazione  avea  potentemente  contribui- 
to. Procurò  prima  togliergli  la  vita  a  fac- 
cia scoperta,  ma  non  essendo  riuscito, 
tentò  per  mezzo  del  chirurgo  che  gli  me- 
dicava una  piaga  questa  avvelenare.  Co- 
nosciutasi  l'atroce  congiura,  il  cardinale 
fu  carcerato  nel  Lazio,  ed  in  pubblico 
concistoro  processato  e  degradato,  pri- 
Tato  di  tutti  i  benefizi  e  strangolato  in 
Castel  s.  Angelo  o  occultamente  a'i6  lu- 
glio i5i  7,  d'anni  27;  indi  di  notte  fu  se- 
polto in  Campo  santo,  senza  funerale. 
Nella  biografia  di  Leone  X  e  in  molti 
luoghi  parlai  della  rigorosa  punizione  dei 
suoi  complici,  anche  cardinali. 

PETRUCCI  Raffaele,  Cardinale. 
Patrizio  e  canonico  di  Siena,  nel  i497 
Alessandro  Yl  lo  fece  vescovo  di  Grosse- 
Io,  poi  prefetto  di  Castel  s.  Angelo.  Dal 
suo  amico  e  compagno  d'esilio  Leone  X 
fu  fatto  governatore  di  Siena,  rimoven- 
done il  precedente  cardinale,  agli  8  mar- 
zo i5i5,  in  un  al  fratello  ed  al  Rorghe- 
se  suoi  congiunti;  poscia  nel  i."  luglio 
1317,  benché  assente,  lo  creò  cardinale 
prete  di  s.  Susanna,  amministratore  di 
Reitinoro  e  nel  1020  di  Soana.  Per  l'a- 
more che  godeva  del  Papa  ebbe  rendi- 
te considerabili,  come  l'abbazia  di  S.Gal- 
gano, e  gli  donò  l'uso  della  propria  casa 
presso  il  Vaticano.  Concorse  all'elezione 
d'Adriano  VI,  che  accolse  in  Livorno,  e 


PET 

mori  nel  i522,  d'anni  5o,  nella  villa  di 
Ribbiano  diocesi  di  Siena,  non  solo  senza 
essere  compianto,  per  l'alterigia  con  cui 
l'avea  governata  e  attesa  la  sua  avarizia, 
ma  il  popolo  infuriato  scagliò  sassi  e  pie- 
tre sul  cadavere:  fu  sepolto  nella  chiesa 
de'domenicani  con  semplice  epitaffio. 

PETRUCCI  Pier  Matteo,  Cardinale. 
Nacque  da  ragguardevoli  genitori  in  Je- 
si, e  sino  dalla  puerizia  si  die  agli  eser- 
cizi di  vita  divota,  coltivò  le  scienze  che 
più  si  confacevano  alla  sua  inclinazione 
e  nelle  quali  fu  addottorato  nell'univer- 
sità di  Macerata.  Nel   166 1   convertito 
dal  cardinal  Cibo  dalla  vita  rilassata  che 
avea  cominciato  a  menare,  come  attesta 
Novaes,  si  dedicò  al  di  via  servigio  tra  i 
filippini  di  Jesi,  per  cui  si  rese  abile  nel- 
la dTvina  parola.  Perduta  la  madre,  di- 
stribuì la  propria  eredità  a'  poveri,  indi 
nel  167C)  eletto  preposito  di  sua  congre- 
gazione, si  die  alla  coltura  delle  anime, 
col  predicare  ed  ascoltare  le  confessioni. 
Mosso  Innocenzo  XI  dalla  fama  di   sue 
virtìj,  nel  1681  l'obbligò  ad  accettare  il 
vescovato  di  sua  patria,  dove  non  lasciò 
di  assistere  al  confessionale  e  di  bandire 
il  vangelo  al  suo  popolo;  si  applicò   con 
fervore  alla  riforma  del  clero,  per  cui  nel 
1695  celebrò  il  sinodo  diocesano  e  foce 
quanto  dissi  a  Jesì.  In  premio  di  sue  a- 
postoliche  fatiche  e  zelo,  Innocenzo  XI 
a'2  settenìbre  1 686  Io  creò  cardinale  p  re  - 
te  del  titolo  di  s.  Marcello  e  lo  ascrisse 
a  varie  congregazioni:  la  città  di  Siena 
riconoscendolo  derivare  dai  Petrucci   sa- 
nesi,  lo  aggregò  alla  sua  nobiltà.  Indi  die 
alla  luce  alcuni    libri  ascetici,  in  tempo 
che  menavano  alto  rumore  gli  errori  del 
laido  Michele  Molinos  (^.),  dannati  dal 
s.  olìiiio.  A  questo  tribunale  denunziati 
gli  errori  contenuti  in  detti  libri  e  quel- 
li  delle  istruzioni  della   vila  spiriluale 
stampate  prima  del  cardinalato  e  igno- 
rate dal  Papa,  dopo  accurato  e  diligen- 
te esame,  tali  opere  furono  trovate  infet- 
te delle  massime  del  Molinos  e  condau- 
liate  formalmente,  in  un  alla  Conlcm- 


PET 

plazione  mistica,  con  decrelo  5  febbraio 
iG88,lo  cbe  recògruveleritaalla  sua  fa- 
ma, quanluiu|ue  con  sincera  e  profonda 
umilia  si  soUomise  al  giudizio  della  s.  Se- 
de,  ed  ottenne  che  i  suoi  libn  fossero  Jjru- 
ciati  a  riparazione  del  male  fatto  e  per 
poter  ritornare  alla  sua  Cliiesa.  Foco  vi 
\i  si  trattenne,  avendo  conosciuto  essere 
in  disistima  presso  tutti,  onde  nel  1696 
rinunziò  il  vescovato  a  Innocenzo  Xll 
che  gli  assegnò  scudi  2,000  di  pensione, 
ma  non  volle  accettare  la  rinunzia  della 
porpora,  come  aveano  fulto  i  due  prede- 
cessori. 11  cardinale  tutto  si  diede  alla  vi- 
ta edificante,  alla  preghiera,  ai  digiuni, 
sedendo  a  mensa  co'  suoi  servitori.  Fu 
deputato  visitatore  di  diverse  confiater- 
iiite,  come  della  ss.  Annunziata,  dell'o- 
spedale di  s.  Spirito,  della  basilica  di  s. 
Paolo  e  amiesso  monastero,  e  della  dio- 
cesi diSanseverino,  dove  applicatosi  con 
gran  fervore  alla  disciplina  del  clero  e  del 
popolo,  oppresso  dalle  sostenute  fatiche, 
morì  in  Montefalco  a'5  luglio  1701,  di 
anni  6Q,  dopo  essere  intervenuto  a  tie 
conclavi,  e  fu  sepolto  avanti  la  b.  Chiara 
con  breve  e  significante  iscrizione. 

PETTINE,  Pec7e/i.  Strumento  da  pel- 
linare  fatto  in  diverse  maniere  adi  di- 
verse materie.  Tra  le  suppellettili  della 
chiesa  il  Du  Gange  annovera  ancora  il 
pettine,  e  ne  adduce  gli  esempi  di  varie 
antiche  scritture  de'vescovi,  imperocché 
i  sacerdoti  primadi  portarsi  all'altare  co- 
stumavano acconciarsi  la  chioma  ad  ef- 
fetto di  comparirvi  con  decenza  e  compo- 
stezza maggiore.  Il  Nardi,  £e//era5f///'»- 
so  degli  specchi  epetlini  (T adornanitnto 
pressale  antiche  cristiane,  Pesaro  iBaS, 
riferisce  che  nelle  sagrestie  de'cappucci- 
iii(  almeno  prima  delle  ultime  vicende) 
si  tiene  il  pettine  pel  detto  uso  { e  forse 
anche  per  rassettare  la  Barba,  F.),  pri- 
ma di  lavarsi  le  mani  nel  procedere  al- 
l'altare. A  questo  costume  sembra  rela- 
tivo quello  di  collocarsi  gli  specchi  in  ai- 
cune  sagrestie.  Nelle  chiese  di  Spagna  e 
Francia  vj  Sj^uo  degli  specchi  grandi  iu  fuc- 


PET  2JI 

eia  ai  paramenti  che  il  sacerdote  deve  in- 
dossare, perchè  possa  vedere  se  ha  mac- 
chie in  volto,  se  i  Capelli [F.)  sono  com- 
posti, se  i  sagri  indumenti  stanno  a  do- 
vere, giacché  i  chierici  non  sogliono  aiu- 
tare il  celebrante  nel  vestirsi:  il  manipo- 
lo lo  puntano  con  spilla  e  molle  spillo  stan- 
no puntale  in  cuscinelto  appeso  a'  piedi 
dello  specchio.  ì^tWd  Storia  delle  inissio- 
ìli  del  Chile,  t.  3,  p.  4oj  osserva  il  Sallu- 
sti,  che  quasi  tulle  le  chiese  e  case  ma- 
gnatizie di  America  si  vedono  adornate 
di  specchi,  inclusivamenle  alle  monache 
anco  cappuccine,  avendo  egli  veduto  co- 
perte di  specchi  nella  loro  chiesa  diSanlja- 
go  le  pareti  di  piti  altari,  l'intiera  prospet- 
tiva de'legii  e  dei  paliolti  nobili  (che  nelle 
solennità  si  preferiscono  ai  ricamati  inoro 
e  formati  di  argento  massiccio).  Quest'uso 
lu  congettura  derivalo  da  quei  pi  imi  con- 
quistatori o  commercianti  che  penetrali 
in  America  cambiavano  colle  lamine  di 
argento  e  oro  i  loro  specchi.  Si  apprende 
da  Buonarroti,  De^  vetri  antichi,  p.  igS, 
che  in  essi  fu  rappresentato  dagli  antichi 
cristiani  1'  immortalità  dell'  anima  culle 
nozze  d'Amore  e  Psiche,  con  uno  specchio 
rotondo  di  metallo  bianco  accanto  alla 
sposa  per  segno  di  nozze,  come  istrumen- 
lo  particolare  delle  donne,  essendo  lo  spec- 
chio principale  attributo  di  Venere  e  del- 
la virtù  della  prudenza.  Il  Tafuri,  presso 
Calogerà  t.  12,  p.  354,  ragionando  degli 
specchi  d'argento  e  di  bronzo  degli  anti- 
chi, ricorda  cheDio  comandò  a  i\Iosè,che 
degli  specchi  di  bronzo  ch'erano  appesi 
nel  tempio  si  dovesse  formare  il  vaso  per 
l'acqua:  egli  crede  che  primo  inventore 
degli  specchi  d'argento  sia  stato  lo  sta- 
tuario Prassitele,  e  Plinio  lodò  assai  quei 
di  bronzo  che  si  facevano  in  Brindisi,  ove 
senefabbricavanopuredi  stagno:  in  Gre- 
cia poi  primeggiarono  gli  specchi  metallici 
di  Corinto,  perla  celebrità  del  suo  metal- 
lo. Dagli  specchi  artificiali  di  metallo  pri- 
ma dei  secolo  XI H  originarono  quelli  di 
vetro,  poi  di  cristallo  piombato;  nondime- 
no si  pretende  che  dalle  oilìcine  vetrarie 


a5a  P  E  T 

(iiSidoue  uscissero)  piinii  specchi  di  que- 
sta materia,  f^.  Vetri.  Kiaiaichevoli  fu- 
rono gli  stiigili  o  petliui  di  metallo  dora- 
to per  raschiarsi  ne'bagni,  rinvenuti  nel- 
le tombe  elrusche,  come  pure  gli  specchi 
mistici,  lisci,  graititi  e  variamente  ornati. 
Il  Boldelti  ne' suoi  Cimiteri,  I.  2,  e,  i4> 
riferisce  che  ne'sepolcri  de'martiri  spes- 
.so  rilrovausi  gli  specchi  ed  i  pettini  che 
loro  servivano  di  ornamento  e  per  la  ne- 
cessità di  tenere  raccolta  la  chioma.  An- 
che dagli  antichi  cristiani  si  usava  aiolto 
seppellire  qualche  cosa  di  caro  al  defun- 
to insieme  col  suo  corpo,  ed  i  fanciulli  coi 
loro  giuochi  infintili. Narra  Cesario,  Dia- 
los^or.  lih.  8,  cap.  88,  che  un  superbo  pet- 
tine da  ornamento  muliebre  fu  ritrova- 
lo tra  le  ossa  d'una  santa  vergine  e  mar- 
ine scopertesi  in  Colonia  ;  questi  pettini 
»;rano  talora  gemmati.  La  Cronaca  ca- 
maliacense  aderma  che  il  pettine  era  uà 
arnese  sacio  nei  secreUiri  o  sagrestie; 
così  il  Zaccaria  nel  suo  Onoinaslicoii  ri- 
tuale., verbo  Pecleii.\\^ì<xcvì  vxnì  Hiero- 
lexicoii  ditnostra  che  i  sacri  ministri  al 
celebrante  ministravano  l'acqua  alle  ma- 
ni e  il  pettine  al  capo.  La  regina  Teo- 
delinda  donòal  tesoro  della  chiesa  di  Mon- 
za un"  pettine  legalo  in  argento  dorato 
e  gioiellato.  Negli  antichi  pontificali  si  ve- 
de che  il  vescovo  nelle  funzioni  sacre  a- 
doperava  il  pettine,  ed  anche  oggidì  nel- 
la Consacrazione  de' vescovi  deve  esservi 
per  rubrica  il  pettine,  eburneo,  col  quale 
nitmdaiiltiv  el  coi/iplananlur  capilli, do- 
po che  gli  è  stato  unto  il  capo  coli'  olio 
sacro,  ed  asciugati  i  capelli  colla  midolla 
del  pane.  Nel  Ceienwuiale  de' vescovi  si 
dice  che  i  ministri  dopo  levata  al  ve- 
scovo la  mitra  leggiermente  gli  assettino 
colla  mano  i  capelli  (anche  la  Parrucca, 
fedi,  a  chi  è  costretto  usarla).  11  Papa 
Loniiàcio  V  del  Gic),  nella  lettera  che 
spedì  a  Edwino  re  d'Inghilterra  o  Nor- 
thumbcrland,  mandò  pure  a  Edelburga 
sua  moglie  uno  specchio  d'argento  ed  un 
pettine  d'avorio  legato  inoro.  In  una  let- 
tera di  Adriano  I  Papa  del  772  a  Carlo 


PIA 
Magno,  cioè  1*88  del  codice  Carolino,  ve- 
desi  che  1'  imperatore  greco  Costanliuo 
mandò  due  suoi  spalarli  o  porta  spade 
ad  Arichiso  duca  di  Napoli,  inviandogli 
per  mezzo  loro  vesti  tessute  in  oro ,  le 
forbici,  una  spada  ed  un  pettine,  per  di- 
chiararlo patrizioj  pare  dunque  che  il 
pettine  potesse  anche  essere  insegna  d'o- 
nore. Sul  pettine  degli  antichi  può  veder- 
si il  Guasco,  Dellt  ornatrìcij  sullo  spec- 
chio, Giacomo  Antonino,  Antico  specchio 
metallico,  Perugia  1827, 

PUAEiMX  oVhOENIX.  Sede  vesco- 
vile di  Creta,  sotto  la  metropoli  di  Cor- 
tina. Orieiis  dir.  t.  2,  p.  268. 

PHAENUSoPHOENUS.  Sede  vesco- 
vile dell'  Idumea,  sotto  la  metropoli  di 
Petra.  Quivi  molti  cristiani  furono  con- 
daiuiati  a  lavorare  nelle  miniere  regnan- 
do Massimino  li.  Riporta  4  vescovi  Ì'O- 
rieas  dir.  t.  3,  p.  74?- 

PHASIaNA.  Sede  vescovile  di  Lazica, 
sotto  la  metropoli  di  Trebisonda,  eretta 
nel  IX  secolo.  Oriens  dir.  t.  3,  p.  i34i- 

PHELLUS  o  FELLUxM  o  FELLO. 
Sede  vescoviledi  Licia,  sotto  la  metropo- 
li di  Rlira,  eretta  nel  VI  secolo.  Oriens 
dir.  t.  I,  p.  98  r. 

PIIUAGONEOS  0  PHRAGONIS.Se- 
de  vescovile  di  Egitto,  nel  patriarcato.di 
Alessandria,  sotto  la  metropoli  di  Cabas- 
sa  ,  eretta  nel  IV  secolo.  Piiporta  3  ve- 
scovi V  Oriens  dir.  t.  2,  p.  565. 

PIA.  Sede  vescovile  della  provincia 
Cartaginese  proconsolare  ,  nell'Africa  oc- 
cidentale, sulfraganea  della  metropoli  di 
Cartagine.  Not.  Afr.,  secondo  Comnian- 
ville,  giacché  atìV  Africa  Christiana  di 
]\Iorcelli  non  si  trova.  Pia,  Pianen,  al  pre- 
sente è  un  titolo  \escov'iìe  in  par tibus  sot- 
to Cartagine. 

PIA  UNIONE  DI  S.  PAOLO.  F.  s. 
Paolo  pia.  unione. 

PIE  UNIONI.  Vedasi  i  rispettivi  ar- 
ticoli. 

PIACENZA  (Placentin).  Città  con  re- 
sidenza vescovile,  capitale  e  capoluogo  del 
ducalo  del  suo  nume,  nello  stato  di  Far- 


IM  A 

ina  (^•),  col  quale  avenfln  fìivi<;o  Io  vi- 
cende ed  i  destini,  ivi  parlai  flelle  prin- 
cipali cose  che  riguardano  la  città,  il  du- 
cato e  i  suoi  dominatori.  Vi  scorre  al  nord 
il  Po,  che  la  separa  dal  regno  Lombnr- 
do-Veneto,  all'ovest  confinn  col  Piemon- 
te ed  il  Genovesato,  colla  sua  punta  al 
sud  va  sino  alla  cresta  degli  A  pennini  sul 
limitare  ligure,  ed  all'est  ha  il  ducato  di 
Parma.  Sei  torrenti  dividono  il  piacen- 
tino in  tante  vallate,  di  cui  la  più  ame- 
na è  quella  del  Tidone ,  con  eccellenti 
pascoli,  quali  sono  pure  nelle  alte  monta- 
gne :  molti  canali  diramantisi  dalla  Treb> 
bia  distribuiscono  leacque.  Questo  bel  du- 
cato abbonda  di  frumento  ,  vino  di  più 
specie  delicato  e  salubre,  bestiame,  glos- 
si formaggi,  ec.  :  può  dirsi  un  vero  museo 
di  storia  naturale  ^  perchè  contiene  mi- 
niere, cavedi  gessi,  pietre  diverse,  ec;  flo- 
rida n' è  l'agricoltura.  Nel  ducato  e  nel 
comune  di  MorlÌ7Z3,  tra  la  Nure  e  il  Po, 
governatorato  e  diocesi  di  Piacenza  e  da 
questa  5  miglia  distante,  trovasi  la  villa 
Roncaglia,  Firuncnlia, ceìahie  per  le  die- 
te che  ne'suoi  prati  tennero  gì'  impera- 
tori e  re  quando  cala  vano  in //(7Z/V7  da  Ger- 
mania (/'.),  secondo  1'  uso  de're  di  Ger- 
mania che  tenevanole  dieteo  parlamen- 
ti deilostato  nell'aperto  dei  campi,  e  l'as- 
semblea de'franchi  ne'campidi  marzo,  poi 
di  maggio.  Questo  luogo  anche  i  re  d'I- 
talia scelsero  a  convegno,  ivi  si  piantava- 
no padiglioni,  fortificali  con  bastioni  e  fos- 
se, come  ben  munita  città,  ed  i  monar- 
chi vi  chiamavano  i  vescovi, gli  abbati  ed 
i  signori  italiani  che  dall'impero  dipende- 
vano od  erano  suoi  feudatari,  e  con  esso 
loro  consultavanodelle  cose  pertinenti  al- 
lo stalo.  Memorabile  fra  queste  diete  fu 
quella  che  lennevi  nel  102(1  Corrado  IF, 
dalla  quale  molti  ripetono  l'origine  del 
gius  feudale  per  legge  scritta,  che  prima 
non  esisteva  che  per  consuetudine;  ori- 
gine chealtri  vorrebbero  far  salire  al  584, 
allorquando  i  piccoli  tiranni  che  si  lene- 
vano  divisa  l'Italia  proclamarono  Auto- 
ri in  loro  re.  Altri  opinarono  che  la  pri- 


PIA  ^r, 

ma  dieta  tenuta  in  questi  prati  fosse  quel- 
la nel  104?  adunatavi  dall' impeinfort! 
Enrico  III.  E'  pure  famosa  l'altra  dieta 
de'vescovi,  principi,  consoli ede'giiu'econ- 
sulti  di  maggior  grido,  convocati  da  Fe- 
derico I  nel  I  i58,  nella  quale  quell'al- 
tiero e  potente  imperatore  fece  decidere, 
senza  che  ninno  osasse  rontraddirgli,  ap- 
partenere all'impero  tutte  le  regalie,  cioè 
i  ducati,  i  marchesati,  le  contee,  i  conso- 
lati, le  zecche,  i  dazi,  le  gabelle,  i  porti, 
i  molini,  le  pescagioni  ed  altri  simili  pro- 
Tenti  ;  le  quali  regalie  furono  poi  ricu- 
perate dalle  città  londiarde,  cogli  altri  di- 
ritti loro  tolti,  seguita  che  iu  la  famosa 
pace  di  Costanza  nel  i  i83,  edall'impe- 
l'afore  ne  rimase  solo  l'alto  dominio.  \  e- 
dasi  il  p.  Tosti,  Istoria  della  lega  lom- 
barda. 

La  città  di  Piacenza,  Placentìa,^nlìo 
la  duchessa  Maria  Luigia  e  sino  al  1848 
era  residenza  del  governatore, del  tribu- 
nale d'appello  per  tutto  lo  stato,  del  tri- 
bunale civile  e  criminale  ,  di  camera  <!i 
commercio,  delegazione  di  fjnan7e,  ed  al- 
tre autorità  civili  e  militari.  Eia  c.:j)o- 
luogo  di  governatorato,  di  comune  e  «li 
duepreturepeicantoni  meridionale  e  set- 
tentrionale. Piacenza  giace  in  vasta  e  le- 
conda  pianura,  sulla  riva  destra  del  Po, 
poco  sotto  al  confluente  della  Trebbia,  a 
3q  miglia  da  Parma  e  4o  ^^^  Milano,  iu 
clima  salubre.  Qiiestacitlà  èdi  forma  o- 
blunga  e  cinta  da  baloardi,dn  fosse  e  dn 
moderne  fortificazioni.  Al  sud-ovest  era 
il  Castello  o  Cittadella  con  5  bastioni,  in- 
trapreso con  grandi  violenze,  gelosie  di 
nobili  ed  oppressioni  del  popolo  dal  du- 
ca Pier  Luigi  Farnese(da  una  fiiiestrn 
del  quale  fu  gittato  dopo  trucidato  )  nel 
1 547  e  fatto  proseguire  da  Carlo  \  :  \l 
Castello  era  in  mano  del  pi  esidio  austria- 
co, in  virtù  del  trattato  di  Parigi  io  gni- 
gno 1 8  I  7,  ma  a'sG  marzo  1 84<5)  per  es- 
sersi i  piacentini  dichiarati  liberi,  venne 
sloggiato  dai  tedeschi  ,  e  quindi  il  go- 
verno provvisorio  ne  ordinò  la  flemoli- 
zione,  quale  si  effettuò  appena  ebbe  Ino- 


254  PIA 

go  la  dedizione  al  Piemonte.  Cinque  so- 
no le  portedella  città^  s.  Antonio,  s.  Ln/,- 
zaro,  Boighetlo,  Podestà  e  ».  Raimondo. 
Dalle  acque  del  fiume, che  varcasi  sopra 
un  ponte  di  barche,  la  città  rimane  di- 
fesa da  un  pennello  o  riparo,  superstite 
de'lre  che  venneio  gettati  nel  i6q8  da! 
duca  Francesco.  E'  ben  fornita  di  acque- 
dotti, alimentati  dalle  acque  provenienti 
dalla  Trebbia  ,  per  cui  vi  si  muovono  i 
mulini,  e  scaricano  nel  Po.  Piacenza  van- 
ta edifìzi  magnifici,  tanto  civili  che  reli- 
giosi, alti  a  mostrare  la  propria  grandez- 
za. ]  palazzi  Farnese,  del  Comune,  del 
Governatore,  de'AIercanti,  della  Finan- 
za, di  Giustizia,  degli  Scolti  da  Fombio, 
degli  Angnissola  da  Grazzano,  de'Maraz- 
7,ani,  de'Somaglia,  degli  Scotti  da  s.  Siro 
oda  Vigoleno,  de'iMalvicini-Fontana,  dei 
Mandelli,  de'conti  Tedeschi  da  s.  Fermo 
disegno  del  Vignola,  de'  conti  Tedeschi- 
Baldini,  Rocca  e  Marufìì,  e  de'marchesi 
Laudi  e  Fogliani  :  il  duomo,  le  chiese  di 
s.  Agostino,  della  Madonna  di  Campa- 
gna, di  s.  Antonio,  di  s.  Savino,  di  S.Si- 
sto, di  s.  Giovanni  in  canale,  ec.  sareb- 
bero degni  di  qualunque  città  primaria. 
Le  strade  sono  mediocremente  ampie,  e 
spesso  non  proporzionate  all'altezza  de- 
gli edifìzi  ;  prit)ieggiando  la  grande  tra- 
versa che  da  ]iorta  s.  Lazzaro  conduce  a 
quella  di  Borghelto,  le  contrade  s.  An- 
tonio, s.  Salvatore,  s.  R.aimondo,  e  quel- 
la diritta  tra  la  piazza  de'Cavalli  e  quel- 
la del  Duomo;  sommamente  grandioso 
è  il  Corso  o  stradone,  però  inanimato, 
costruito  sotto  il  cardinal  Gambara  ,  di 
cui  per  alcun  tempo  portò  il  nome,  mu- 
tato poi  con  quelli  di  strada  Farnese  e  di 
Bue  Friedland.  Evvi  buona  illuminazio- 
ne notturna,  con  fanali  a  riverbero.  Sui 
bastioni  sono  passeggi  pubblici  ,  e  si  di- 
stifigue  il  Wauxhall,  ov'èil  concorso  ge- 
nerale. Tre  sono  le  piazze  primarie,  quelle 
de'Cavalli,  della  Cittadella  e  del  Duomo. 
Trovasi  la  i."  nel  centro  della  città,  ve- 
nendo così  nominata  per  ledue  statue  co- 
lossali equestri  di  bronzo  erette  dal  co- 


PIA 

mune  e  rappresentanti  i  duchi  Alessan- 
dro e  Ranuccio  I  Farnese,  opere  di  Moc- 
chi  da  Montevarchi.  Fanno  bella  mostra 
nella  piazza  medesima  il  palazzo  del  Co- 
mune di  stile  gotico,  opera  óA  i28i,ed 
il  palazzo  del  Governatore  eretto  nel  se- 
colo XV  e  sul  fine  del  passato  compito 
dall'architetto  Lotario  Tomba  :  sur  un 
lato  vedesi  pure  il  collegio  de'Mercanti, 
nobile  edifizio  cominciato  nel  1677.  La 
campana  posta  sulla  sommità  del  palaz- 
zo del  Comune  pesa  10,000  libbre  pia- 
centine, ed  il  globo  mobile  sotto  l'orolo- 
gio serve  a  indicar  lefasi  lunari;  sono  poi 
fatture  del  conte  Barattieri  la  meridia- 
na,' il  calendario,  il  quadrante  solare  coi 
gradi  di  longitudine  e  latitudine,  il  tutto 
sulla  facciata  del  palazzo  del  Governato- 
re. La  piazza  della  Cittadella  è  la  più  spa- 
ziosa :  vi  grandeggia  il  magnifico  palazzo 
Farnese,  fondato  ne!  i558  da  Margheri- 
ta d'  Austria,  moglie  del  duca  Ottavio, 
che  vuoisi  disegno  del  Vignola,  ma  piìi 
\olte  fu  seirno  agl'insulti  dellesoldatesche. 
Nella  vicina  via  Ferma  si  trova  il  palaz- 
zo ducale,  detto  già  di  Madama,  ora  di 
Finanza,  perchè  lo  fece  innalzare  Mar- 
gherita de  Medici  nel  i658.Non  lungi 
è  il  palazzo  di  Giustizia,  antica  abitazio- 
ne dell'insigne  famiglia  de'Landi,  in  cui 
sono  belli  il  fregioin  plastica, i  busti  nel- 
le due  facciate,  gli  arabeschi  marmorei, 
alcune  statue ,  il  vestibolo  e  lo  scalone. 
Il  teatro  comunitativo  onora  la  memoria 
del  detto  Tomba  ,  e  venne  fondato  nel 
i8o3  da  una  società  di  cavalieri  piacen- 
tini, e  finito  nel  i8o4;  dieci  anni  dopo 
la  proprietà  fu  devoluta  al  governo,  che 
nel  1817  ne  investi  il  comune,  e  questo 
nel  i83o  lo  fece  più  elegantemente  orna- 
re e  dipingete  con  disegni  del  celebre  San- 
quirico; ingegnosa  è  la  travatura  che  sor- 
regge il  so])palco  della  platea,  ed  il  peri- 
metro della  sala  de'pittori  e  la  curva  della 
platea,  onde  al  naturai  pregio  di  esser  mira- 
bilnjenle  armonica,  olh-e  agli  spettatori 
de'palchi  una  visuale  che  cade  0  retta  al 
centro  del  proscenio  o  poco  ne  diverge. 


PIA 
Ln  calletirale  o  duomo  nel  i  122  fu 
lifablnicato  suH'antico,  (juiiuli  prohabiU 
mente  consagrato  nel  ijS'S  da  Innocen- 
zo li,  sotto  l'invocazione  di  Maria  Vergi- 
ne A.ssunta:ha  tre  navateeiafligma  una 
peilétta  croce  latina.  Alle  tre  porle  della 
facciala  sono  pronai  formati  di  colonne 
sorrette,  quanto  alla  porlo  maggiore,  da 
due  grossi  leoni  di  granito  rosso,  e  quel- 
li delle  altre  da  statuette  rannicchiate: 
sull'arco  del  pronao  della  i  /  sonovi  scol- 
pili i  segni  del  zodiaco.  Ergesi  sull'ango- 
lo occidentale  ilcampanile,sulla  cui  pun- 
ta della  piramide  si  aggira  a  seconda  dei 
venti  un  angelo  di  bronzo  dorato,  collo; 
calovi  nel  i34i  ;  'a  gabbia  di  ferro  che 
vedesi  infitta  in  questo  edifizio,  fu  costrut- 
ta nel  149^'  da  Lodovico  il  Moro,  forse 
per  rinchiudervi  i  sacrileghi  0  per  espor- 
re al  dileggio  della  plebe  i  rei  di  stato. 
Tutto  r  esterno  di  questa  vasta  ed  ele- 
gante basilica  è  incrostalo  di  pietre  sca- 
vate ne'monti  di  Rocca  Pulzana;  vi  gira- 
no in  allo  interiormente  piccole  gallerie 
rette  da  colonnette.  La  cupola  dalla  gal- 
leria in  su  è  mirabilmente  dipinta  a  (re- 
scoda Guercino,  meno  due  profeti:  i  quat- 
tro campi  inferiori  e  i  pennacchi  della  cu- 
pola sono  lavori  di  Franceschini  e  Qiiai- 
ni  valenti  bolognesi.  I  quattro  spartimen- 
ti  della  volta  del  santuario  li  dipinsero 
Procaccino  e  Lodovico  Caracci  :  il  coio 
è  fregiato  di  stucchi  dorali;  stupendo  di- 
pinto e  capolavoro  di  Caracci  è  la  fascia 
azzurra  che  s'inarca  sul  coro,  con  stelle 
e  angeli  ;  i  sedili  del  coro  hanno  svaiiati 
e  mirabili  arabeschi. essendo  sopra  la  por- 
ta im  quadro  a  bassorilievo  ben  intaglia- 
lo. Questo  tempio  ha  altre  belle  opere  a 
fresco,  il  batlisterio,  e  tra  le  sacre  reliquie 
si  venera  il  corpo  di  S.Giustina  vergine  e 
martire,  patrona  della  città.  Il  capitolo  si 
compone  diG  dignità, cioè  prevosto,  arci- 
diacono, arciprete,  vicedomino,  decano, 
primicerojdi  27  canonici,  compresi  il  teo- 
logo e  il  penitenziere,  di  4  niansionari, 
di  3o  beneficiati,  ?.  de'qualisono  cerenio* 
nieri,  e  di  altri  preti  e  chierici.  Pio  VII 


PIA  255 

col  breve,  Eomanornm  Pontìfìcum,  dei 
16  febbraio  1819,  Bull.  Coiìlin.t.  1  5,  p. 
1  78,  concesse  alle  dignità  e  canonici  del- 
la cattedrale  1'  uso  della  bugia,  di  assu- 
mere la  stola  sulla  cappa,  il  collare  pao* 
nazzo  e  la  fettuccia  di  tal  coloie  fascio- 
lam  al  cappello.  Confina  colla  cattediale 
l'episcopio,  antico  e  solido  edifizio.  Altro 
ragguardevole  tempio  a  3  navate  è  quel- 
lo di  s.  Antonino  martire  della  legione 
Tebea  e  pationo  della  città,  l'antichissi- 
ma cattedrale  di  Piacenza,  che  vuoisi  fon- 
data nel  3243  restaurata  nel  C)o3dal  ve- 
scovo Everardo  e  rifatta  nel  1  i  o4  dal 
vescovo  Sigi fredo.  L'antico  ingresso  o  ve- 
stibolo dello  il  Paradiso  è  di  bella  archi- 
tettura :  pieziosesono  le  pitture  del  san- 
tuario e  del  coro,  rappresentando  il  qua- 
dro dell'altare  maggiore  s.  Antonino  e  s. 
Vittore  suo  i  ."vescovo,  le  cui  ossa  si  con- 
servano nell'ulna,  mentre  in  un'ampolla 
si  conserva  il  sangue  di  s.  Antonino,  che 
si  mantiene  fresco  e  vivido  :  questa  pre- 
ziosa reliquia  si  espone  alla  pubblica  ve- 
nerazione nelle  funzioni  solenni  chesi  fan- 
no pel  santo,  la  di  cui  valida  prolezione 
i  piacentini  hanno  sempre  nuracolosa- 
menle  sperimentala  nelle  pul)bliclie  ca- 
lamità; piamente  si  ri  tiene  che  questo  san- 
gue a  leu  ne  voi  te  abbia  bollito,  comesi  ap- 
prende dall'inno  che  cantasi  in  onore  del 
santo.  K  uffiziato  da  una  collegiata,  con 
prevosto  e  22  canonici.  In  questa  insigne 
chiesa, come  ex  cattedrale,  vi  è  sempre  al- 
zato il  trono  vescovile.  Il  gigantesco  sop- 
presso tempio  di  s.  Agostino  venne  in- 
nalzato con  disegno  del  Vignola  dopo  la 
metà  del  secolo KVI,  coU'annesso  mona- 
stero, suir  area  del  vecchio  castello  di  s. 
Antonino,  pe'canonici  regolari  Lateranen- 
si,chevi  spesero  ben  60,000  doppie.  Son- 
tuosa n'è  la  facciala  cominciata  nel  1786 
con  disegno  di  IMoriggia  ;  l' interno  è  a 
croce  greca  con  5  navate  maestose,  es- 
sendo quella  di  mezzo  sostenuta  da  34 
colonne  doriche  di  granilo  d'un  sol  pez- 
zo :  l'ampia  cupola  fasciata  di  rame  reg- 
gesi  nel  mezzo  su  4  S''^"^^'  pilo"'-  Sqm- 


9.-S  PI  A 

site  <;onn  le  decorazioni  e  ricco  il  mafe- 
ilale;  in  sagrestia  snnovi  «stiipenrli  bassori- 
lievi. La  chiesa  di  S.Giovanni  in  Canale  ri- 
sale all'epoca  de'teraplari,  indi  vi  furono 
i  francescani,  ed  i  domenicani  che  rico- 
strussero  la  chiesa  e  il  convento,  stabilen- 
dovi l'ufiìzio  dell'inquisizione.  La  chiesa 
ha  tre  navi  con  buoni  dipinti,  massime  la 
grandiosa  cappella  della  B.  Vei'gine  del 
Rosario  ,  architettata  da  Tomba  ,  rico- 
struita di  nuovo  con  lanterna,  espressa- 
mente per  dare  il  giusto  lume  al  bellis- 
simo quadro  della  Presentazione  al  tem- 
piOjdel  barone  Camuccini  (di  cui  mi  pre- 
gio possedere  il  bozzetto)  ed  all'altro  pre- 
gievole  che  gli  sta  dirimpetto  esprimen- 
te il  viaggio  o  l'andata  al  Calvario,  del 
cav.  Laudi.  Magnifico  è  il  deposito  del 
conte  Orazio  Scotti  di  IMontalbo,  e  splen- 
dido quello  del  marchese  Bernardino 
JNIandelli.  La  soppressa  chiesa  del  s.  Se- 
polcro, opera  del  celebre  Bramante,  fu 
eretta  nel  i5i3.  11  tempio  di  s.  Maria  di 
Campagna,  presso  le  miu'a  della  città,  fu 
già  chiesetta  denominata  la  Beata  Ver- 
gine di  Campagna,  appunto  perchè  fon- 
data fuori  le  mura  nel  principio  del  se- 
colo XV.  All'attuale  si  die  opera  neh  5^2, 
dicesi  da  Bramante,  a  forma  di  croce  gre- 
ca ,  mutata  in  latina  nel  fVQi  a  danno 
delle  pitture  di  Campi.  Tra  i  bellissimi 
suoi  quadri  primeggiano  s.  Giorgio  a  ca- 
vallo di  Gatti,  s.  Agostinodel  Pordenone, 
il  quale  dipinse  mirabilmente  nelle  cap- 
pelle dell'Adorazione  de'Magi  e  di  s.  Ca- 
terina. Nella  cupola  dipinse  il  Gatti  e  for- 
se in  parte  Pordenone.  E  uffiziata  dai 
minori  riformati,  cìie  successero  ai  mi- 
nori osservanti  nel  iGaS;  nella  libreria 
del  convento  si  conservano  in  3  volumi 
e  donate  dalla  duchessa  Maria  Luigia,  le 
Ordinanze  miliiari  di  S.  31.  Caltolica^ 
opera  adorna  di  disegni  a  penna  a  modo 
d'incisionejdel  valoroso  calligrafo  Rivetti. 
Inoltre  uno  de'piìi  bei  templi  di  Piacenza 
è  quello  di  s.  Sisto,  il  cui  corpo  è  sotto 
l'altare  maggiore,  in  forma  di  croce  la- 
tina, con  tre  navi  e  due  cupole  :  le  più 


PIA 

l)clle  pitture  che  l'arricchiscono  sono  nel 
coro,  ogni  seggio  del  quale  contiene  stu- 
pende prospettive  in  tarsia.  Il  magnifico 
mausoleo  di  Margherita  d'Austria,  di  sti- 
le borrominesco ,  ha  statue  di  Giacinto 
Fiorentino.  Questanobile  chiesa  col  l'an- 
nesso monastero  ,  oggi  soppresso,  venne 
fondata  per  la  pietà  dell'imperatrice  An- 
gilberga  nell'874)  '^  quale  riccamente 
dotò  il  monastero,  assegnandogli  anche  in 
feudo  Guastalla  i^V.).  Fu  in  prima  abi- 
tato dalle  monache  della  Risurrezione, 
le  quali  scacciate  nel  i  i  12  dalla  contes- 
sa IMatilde,  attesa  la  loro  cattiva  vita,  vi 
andarono  ad  abitare  i  benedettini  ,  che 
incontrarono  la  stessa  sorte  nel  i285,  e 
vennero  sostituiti  dalle  suore  di  s.  Fran- 
cesco dettele  Rinchiuse.  Espulse  dipoi  es- 
se pure  da  que'monaci,  questi  vi  si  rista- 
bilirono di  pie  fermo  e  si  dierono  poi  a 
riedifica  re  secondo  l'attii  al  forma  la  chie- 
sa e  il  monastero,  che  divenne  fra'pri  ma- 
ri d'Italia  e  produsse  uomini  chiarissimi. 
Altra  ragguardevole  chiesa  è  s.  vSavino, 
antica  abbazia  de'girolamini.  Fu  costrui- 
ta nel  qoo  e  rifatta  nel  secolo  XV  ,  ma 
la  facciata  con  vestibolo  chiuso  da  can- 
celli è  più  recente.  Ha  tre  navi,  con  ai- 
tar maggiore  di  finissimi  marmi,  con  fi- 
gure e  fogliami  di  bronzo  dorato  ;  sotto 
la  ricchissima  ui-na  riposano  i  corpi  dei 
santi.  Vi  sono  buoni  quadri  e  freschi  :  il 
sotterraneo  antichissimo  ha  il  volto  sor- 
retto da  pilastri  o  colonne  quadrate  eoa 
capitelli  vagamente  scolpiti.  La  chiesa  di 
s.  Francesco  grande  fu  cominciata  dai 
francescani  nel  1278:  è  grandiosa,  di  sti- 
le gotico,  con  tre  navi  e  cupola  con  pre- 
gievoli  freschi,  oltre  alcuni  buoni  quadri. 
Queste  sono  in  Piacenza  le  chiese  piìi  co- 
spicue, poiché  in  tutte  compreso  gli  ora- 
torii  sono  56,  senza  comprendervene  29 
soppresse  e  convertite  in  caserme  o  altri 
usi  pubblici,  o  inservienti.  Delle  prime, 
82  sono  parrocchie  e  col  fonte  sacro,  fra 
le  quali  sono  collegiate  s.  Alessandro, s. 
Antonino,  s.  Gervasio,  s.  Maria  in  Ga- 
riverto,  s.  Michele,  s.  Uldarico. 


PIA 

Grislituti  d'istruzione  e  di  cdiicnzio- 
ne  sono  i  seguenti.  Le  scuole  superiori  e 
secondarie  trovansi  nel  collegio  di  s.  Pie- 
tro, già  de'gesnili,  chiamati  in  Piacenza 
dal  duca  Ottavio,  i  quali  ne)  i  095  l'edifi- 
carono, IO  anni  dopo  l'erezione  della  con- 
tigua chiesa  di  s.  Pietro:  le  scuole  supe- 
riori contano  i5  professori  nelle  facoltà 
teologica,  legale,  medica  e  filosofica  ;  le 
macchine  del  gahinelto  di  fisica  le  donò 
nel  1826  il  detto  marchese  Mandelli,  ol- 
tre strumenti  e  lavori  ottici  e  alquanli 
libii  giàdell'altroillustre  piacentino  Giu- 
seppe Sacchini.  Fu  già  antichissimo  uno 
studio  in  Piacenza,  risalendo  a  Innocen- 
zo 1 V  nel  1 248,  e  tanto  fioriva  nel  i  SgS 
che  Gian  Galeazzo  Visconti  ordinò  a'sud- 
diti  di  non  recarsi  ad  alcuna  università 
dalla  piacentina  in  fuori.  Le  scuole  pri- 
marie trovansi  scompartite  in  4  quartie- 
ri della  città.  Il  seminario  attuale,  succe- 
duto al  già  fondato  dal  b.  Durali  vesco- 
\o  ,  deve  Io  stato  di  grandezza  in  cui  si 
trova  alla  pietà  e  munificenza  di  Grego- 
I  io  Cerati,  altro  vescovo,  che  inoltre  lo 
provvide  di  biblioteca  e  di  villeggiatura, 
avendo  a  tal  uopo  acquistato  e  ingrandi- 
to il  palazzo  già  de'gesuitijdue  miglia  da 
Piacenza.  Per  le  sue  rendite  tanto  gli  a- 
junni,  che  i  numerosi  convittori,  pagano 
modica  dozzina.  L'insigne  collegio  fonda- 
to dal  celebre  cardinal  Alheroni  (  di  cui 
parlai  anche  a  s.  Marino,  e  negli  altri  ar- 
ticoli che  lo  riguardano  ),  in  s.  Lazzaro, 
circa  un  miglio  e  un  terzo  da  Piacenza, 
già  feudo  dei  nobili  Radini-Tedeschi ,  è 
un  maestoso  edifizio  vastissimo  con  chie- 
sa, nel  quale  60  giovani,  compresi  6  stu- 
denti missionari,  sono  avviati  per  la  car- 
riera ecclesiastica,  ed  istruiti  gratis  sotto 
la  direzione  de'preti  della  missione  nel- 
le filosofiche  e  teologiche  discipline  per 
9  anni  ,  facendovi  gli  esercizi  spirituali 
quelli  che  si  promuovono  agli  ordini  sa- 
cri. Neh  733  il  cardinale  pose  mano  all'e- 
difizio  dopo  la  demolizione  del  l'antico  spe- 
dale de'lebbrosi,  e  fu  compito  nel  1746, 
riparando  quindi  ai  gravi  guasti  degli  spa- 

VOL.   MI. 


PIA 


217 


gnuoli  nel  lySi  :  lo  stabili  per  54 piacen- 
tini di  oneste  famiglie  e  lolasciòeredeu- 
iiiversale  del  pingue  suo  asse,  onde  pre- 
se il  nome  di  Collegio  Alberoni,  dichia- 
randone prolettore  il  vescovo.  Lo  stabili- 
mento possiede  biblioteca  di  circa  20,000 
volumi,  e  quadri  di  pregio  sì  nel  collegio 
che  in  chiesa,  ove  è  il  mausoleo  in  mar- 
mo bianco  del  benemerito  fondatore.  Da 
questo  collegio  uscirono  parecchi  lette- 
rati illustri,  fra'quali  1'  ab.  Giuseppe  Bi- 
gnami;  che  nel  i833  pubblicò  un  erudi- 
to elogio  del  cardinale.  Per  lezitelle sus- 
sistono i  seguenti  istituti.  Il  collegio  di  s. 
Orsola,  cospicuo  edifizio,  fondato  nella 
metà  del  secolo  XVII  e  risorto  per  Maria 
Luigia  :  vi  si  tengono  a  convitto  nobili 
donzelle,  con  iscuola  a  beneficio  delle  fan- 
ciulle, sotto  la  direzione  delle  benemeri- 
te religiose  orsoline.  Altra  scuola  gratui- 
ta per  le  fanciulle  è  nell'antico  monaste- 
ro di  s.  Teresa  :  anche  in  quello  già  di  s. 
Chiara  si  fa  scuola  alle  ragazze.  L'istitu- 
to Gerardin  fu  aperto  nel  1 8 1 6  per  atto 
sovrano  alle  fanciulle  di  civile  condizio- 
ne, nel  già  convento  dis.  Agostino.  Il  pio 
istituto  Maruffi  è  nel  già  convento  di  s. 
E.aimondo,  per  l'educazione  di  nobili  o 
civili  donzelle,  non  meno  cheall'ammae- 
slramento  di  circa  3o  ragazze  della  clas- 
se indigente  :  la  fondazione  si  deve  a  Ma- 
riaTeresa  de'conti  Maruffi  Villa  nel  1 829, 
già  monaca  benedettina. 

L'istituto  Gazola  è  un  bel  monumen- 
to di  beneficenza,  nel  1771  lasciato  alla 
patria  dal  conte  Felice  Gazola  ,  tenente 
generale  del  re  di  Spagna,  per  doti  a  po- 
vere fanciulle  ,  e  per  maestri  e  sussidii 
ai  giovani  che  diano  segno  di  ben  riusci- 
re nella  pittura,  scultura,  architettura, 
agrimensura  e  nell'arte  dell'argentiere; 
alcune  di  tali  scuole  sono  nel  palazzo  del 
fondatore.  La  biblioteca  è  nel  collegio  s. 
Pietre;  incominciata  nel  i  j  n  ^,  anmen- 
tata  con  librerie  di  benefattori,  de' sop- 
pressi conventi  o  acquistate,  ora  conta  più 
di  3o,ooo  volumi  :  principale  tra'suoi  or- 
namenti è  il  Salterio  Davidico  della  re- 
17 


258  PIA 

gina  Engilberga  cleir827  Sonovi  Mblio 
teche  particolari,  la  sceltissima  e  ricca  di 
ben  36jOOo  volumi,  del  marchese  Laudi; 
r  quelle  del  d/Sidoli  e  del  preposto  Vol- 
pini. Il  preposto  Bissi  possiede  una  colle- 
zione di  monete  delle  zecche  di  Parma  e 
Piacenza,  e  delle  medaglie  degli  uomini 
illustri  de'dtie  ducati,  da  ultimo  acquista- 
le dal  museo  parmense,  altra  collezione 
di  monete  italiane  e  di  medaglie  pontifì- 
cie, oltre  le  raccolte  di  opere  e  mss.  dei 
concittadini,  e  di  epigrafi  antiche  e  mo- 
numenti piacentini.  Il  prof.  cav.  Vene- 
ziani tiene  diverse  buone  macchine  fisi- 
che; d.  Carlo  Borani,  vari  dipinti  in  te- 
la e  più  incisioni  in  rame;  il  conte  Ba- 
rattieri, stampe  antiche  e  moderne,  cose 
indiane  e  cinesi  ;  il  cav.  Cortesi ,  museo 
di  storia  naturale  de'cOlli  e  monti  del  pia- 
centino, minerali  esteri  e  serie  di  conchi- 
glie;i  fratelli  Zanetti,  gabinetto  di  storia 
naturale  ,  numismatica  ed  antichità;  fi- 
nalmente le  raccolte  d'incisioni  del  conte 
Lodi  e  marchese  Giandemaria,e  di  qua- 
dri del  can.  Angiolini.  Il  giardino  agro- 
J)Otaiiico  lo  formò  Carlo  Pavesi.  GÌ'  isti- 
tuti di  beneficenza  sono:  l'ospedale  gran- 
de incominciato  nel  1 4?  '  j  capace  di  3oo 
infermi;  l'ospedale  militale  per4oo  ma 
lati;  l'ospizio  delle  esposte;  quello  degli 
orfani  e  degli  esposti  de'soniaschi,  princi- 
piato nel  1578;  l'ospizio  delle  preserva- 
le e  delle  carline  per  fanciulle,  con  bella 
chiesa  ;  quello  delle  orfane  e  marocche; 
Ja  spezieria  de'poveri  istituita  nel  iSSj; 
il  monte  di  pietà  ch'ebbe  vita  nel  149' 
dal  b.  Bernardino  da  Feltre;il  ritiro  Ce- 
rati, pia  opera  pei  poveri  e  impotenti  sa- 
cerdoti della  diocesi;  l'opera  piaMaudel- 
li  perle  fanciulle  e  vedove  bisognose.  In 
Piacenza  sonovi  i  conventi  de'  riformati 
e  cappuccini,  i  monasteri  delle  orsoline  e 
carmelitane  scalze,  e  diverse  confraterni- 
1  e;  pai ecchie fabbriche  e  nel  territorioal- 
tinie  cartiere.  Da  Corrado  III  imperato- 
re nel  I  i4o  i  piacentini  ottennero  l'or- 
namento della  zecca,  secondo  l'autore  del- 
la Cronaca  piacentina  j  ma  il  Locati  nella 


P  I  A 

StO'-in  (lì Piacenza  dice  che  tal  preroga- 
tiva già  era 'itala  conceduta  anche  da  En- 
jicoIV  ed  Enrico  V:  delle  prime  monete 
fa  parola  il  Muratori  neWa  diss.  l'j.  Lo 
Scilla  fa  menzione  del  giulio  e  mezza 
doppia  battuti  con  arine  del  cardinal 
Salviati  legato  di  Piacenza  perCleraen- 
te  VII.  L'aulico  stemma  di  Piacenza 
consisteva  in  un  quadretto  d'argento  in 
campo  rosso  ;  nel  secolo  XV  si  aggiunse 
una  lupa,  forse  per  accennar  la  dedu- 
zione in  Piacenza  della  coionia  romana. 
Vanta  Piacenza  un  gran  numero  di 
uomini  illustri  per  santità  di  vita  e  di- 
gnità ecclesiastiche,  de'  quali  traila  il 
Campi;  oltre  i  Papi  b. Gregorio X  Viscon- 
ti e  Gregorio  XI  Vicedomini  (^'^.),  ebbe  i 
cardinali  ditone,  Azzo,  Pecoraria,  Ja- 
copoErebertodella  Porla.  Guido,  Lom- 
bardo, Diana,  Gio.  Visconti,  Coppalla- 
ti,  Innocenzo  del  /l/o;i/e,  Taddeo  del  Fer- 
me, Alheroni,  Laudi,  Somaglia,  Ga- 
zala, 31arazzanì  e  Crencìni:  tutti  han- 
no  biografìe, e  per  l'ullimo  vedasi  Par- 
ma. I  piacentini  fiorirono  distinti  sino 
dai  tempi  antichi  :  L.  Calpurnio  Pisone 
fu  console  e  die  la  figlia  Calpurnia  in 
isposa  a  Giulio  Cesare  ;  e  Tito  Tinca 
coetaneo  di  Cicerone  fu  eloquente  orato- 
re. Fiorirono  nelle  armi  e  nella  scienza 
di  slato,  Alberto  Scolto  signore  di  Pia- 
cenza, Jacopo  del  Verme,  Filippo  Arcel- 
li,  il  grande  Alessandro  Farnese,  il  gene- 
rale Sforza  Pallavicino  nato  a  Fioreuzuo- 
la,  R.afiaele  Fulgosio  onore  della  giuris- 
prudenza, come  lo  fu  il  cav.  Berlani. 
Nella  medicina  e  chirui-gia  primeggiaro- 
no Guglielmo  da  Salicelo,  il  i.°  che  me- 
dicò la  sifilide  co'  mercuriali  ;  Piocco  e 
Bassiano  Laudi;  Casserio  anatomico  che 
prima  di  Stenotie  scuopri  i  muscoli,  cui 
il  secondo  die  il  suo  nome  e  adombrò 
gl'inlerspinali  ;  Pesatori  anche  letterato. 
In  fisica  e  matematica,  il  gesuita  Casati, 
il  conte  Barattieri  ,  il  lodalo  Sacchini, 
Benemeriti  della  storia,  Pietro,  Antonio 
e  Alberto  Ripalta,  Campi, Bardelli,  Pog- 
giali. In  filosofia  e  Icllcralura,  Craslo- 


I'  I  A 
ni,  Loionzo  Valla  natn  in  Roma,  Gior- 
gio Vall;ij  Varini,  Falconi,  il  conte  Gas- 
sola,  Tommaso r>atlini-Tedesclii  uno  dei 
più  dotti  del  suo  tempo,  Cornelio  IMiis- 
so  vescovo  di  l'itonto,  Donieniclii,  Co- 
stanzo Landi,  Parabosco  anche  maestro 
di  cappella,  Ferrante  Pallavicino  nato  in 
l^arma,  Sanseverini,  Angiolini,  il  mar- 
chese Uberto  Landi,  il  p.  Ansaldi,  della 
Cella,  Cassine,  Cramieri,  Maggi,  Gerva- 
si,  Melchiorre  Gioia  lume  della  statisti- 
ca e  delle  scienze  economiche.  Nella  scul- 
tura fiorirono,  Oberto  da  Piacenza  che 
col  fratello  Pietro  nel  1196  giltò  in 
bronzo  le  porte  che  dalpalazzoLalerano 
mettevano  alle  contigue  basiliche;  Ante- 
lotto Tjraccioforle,  Antonio  dal  Mezzano, 
Giulio  Mazzoni,  Angelo  Spinazzi, Giulio 
Cravari.  Nella  pittura  Bartolinoda  Pia- 
cenza, il  celebre  cav.  Gaspare  Landi  ,  il 
cav.  Pannini,  Avanzini,  Ercole,  Boselli. 
Nell'architettura  ToDiba,  Paolo  Gazola. 
Nella  musica  il  maestro  Nicolini.  Quan- 
to alle  scienze  ed  alle  lettere  sono  cele- 
bratissimi  Gian  Domenico  Romagnosi , 
l'ietro  Giordani,  d.  Giuseppe  Veneziani, 
il  vescovo  Lodovico  Loschi,  Pietro  Gioia, 
rdibate  Luigi  Maria  Rezzi,  per  non  dire 
di  altri.  E'  poi  utile  il  giornale  agrai'io 
che  si  pubblica  in  Piacenza  da!  Biigoni. 
Vedasi  l'erudito  opuscolo  di  L.  Scarabei- 
li  :  Giulio  Alberoni  e  i  piacentini  illustri. 
Lodi  i84'-  Can.  Pietro  Maria  Campi, 
Hisloria  universale  con  delle  cose  eccle- 
siastiche come  secolari  di  Piacenza,  del- 
le famiglie  nobili,  e  dcU'hisloria  drllafon 
dazione  della  città  di  Tito  Oninsio  pia- 
centino, Piacenza  i  659, stamperia  came- 
rale del  Bazachi.  Proposto  CristoforoPog- 
giali,  Memorie  storiche,  W\  fj^j,  infor- 
no alle  quali  un  anonimo  sotto  il  nome  di 
Andreucci  scrisse  eleganti,  erudite  e  cri- 
tiche lettere,  e  le  stampò  nel  i  jSS  in  Mi- 
liino.  Ab.  Gio.  Vincenzo  Boselli  ,  Storie 
piacenlinfj  ivi  1798.  Inoltre  il  Poggiali 
ci  die,  Ulemorie  per  la  storia  letteraria 
di  Piacenza,  ivi  1789:  per  la  continua- 
zione r  encomiato  Cella   lasciò   preziosi 


PIA  20.J 

uiss.  Aldi  scrittori  li  riportai  a  Paema  , 
con  le  notizie  del  ducato.  Da  ultimo  l'av. 
Anton  Domenico  Rossi,  coi  tipi  Del  Mai- 
no, pubblicò  le  Storie  piacentine. 

L'origine  di  Piacenza  è  involta  nella 
caligine  del  tempo  :  forse  ai  galli  o  agli 
etruschi  si  deve  attribuire,  ma  ai  roma- 
ni non  pare  ragionevole  ;  a  questi  sol- 
tanto sembra  doversi  assegnare  la  dedu- 
zione d'  una  colonia  nell'  anno  535  di 
Roma,  218  innanzi  l'era  nostra.  Fuvvi 
chi  disse  che  dal  piacente  aspetto  Piacen- 
za ha  nome,  altri  ne  ripescarono  etimo- 
logie ripugnanti  ai  critici.  L'anno  poste- 
liure  a  quello  della  colonia  è  memoran- 
do per  la  sconfìtta  che  Annibale  diede  al- 
l'ardito console  Sempronio  sulle  sponde 
della  Trebbia,  poco  dopo  il  fatto  d'armi 
accaduto  tra  il  Po  e  il  Ticino,  in  Cam- 
premoldo,  o  tra  Crovara  e  Rivalta,  nel 
quale  rimase  gravemente  ferito  l'altio 
console  Cornelio  Scipione,  sicché  dovè  ri- 
tirarsi su' colli  piacentini.  Lagrimevole 
eccidio  quindi  seguì  di  Piacenza  l'anno 
di  Roma  553,  essendo  caduta  nelle  mani 
degli  spietati  soldati  d'Amilcare.  Presero 
dipoi  novella  baldanza  i  galli,  che  fu  rin- 
tuzzata nel  556  dal  console  Gneo  Corne- 
lio. Tuttavia  rialzarono  la  fronte  e  si  rese- 
ro ancor  funesti  a'piacenlini,  finché  furo- 
no debellatida  Q.MinuzioTermo,  laonde 
la  sminuita  colonia  fu  da  3ooo  famiglie 
romane  ristorala  :  però  nella  guerra  tra 
Ottone  e  Vitelliopatì  molte  rovine  e  l'an- 
fiteatro andò  distrutto.  Sinché  il  roma- 
no impero  fu  in  maestà  e  potenza,  a  lui 
si  tenne  fedele  Piacenza,  crebbe  di  potere 
e  di  ricchezza,  e  molto  ancora  fu  onorata, 
essendo  stata  ascritta  alla  romana  citta- 
dinanza, ed  innalzata  a  metropoli  delle 
colonie  circumpadane,  porzione  della 
Gallia  Cisalpina ,  e  (\y\\u(\\  in  municipio. 
Corse  la  fu  luna  delle  altre  città  dell'E- 
milia, in  cui  eia  compresa, come  capitale 
di  essa,  dopo  che  fu  consunto  l'impero  di 
Roma,  andando  anch'essa  soggetta  alle 
dominazioni  de'baibari  invasori,  eruli, 
gnti^  fianchi,  longobardi  e  greci.   Totila 


iGo  PIA 

re  de'goti  nel  545  invano  la  strinse  d'as- 
sedio, bensì  riuscì  di  prenderla  al  longo- 
bardo Alboino  nel  570.  Come  posta  nel- 
\ Esarcato  [V.)  seguì  la  sorte  di  questo, 
quando  sotto  il  Papa  S.Gregorio  II  si  pose 
nella  protezionedella  s.  Sede,  meglio  con- 
fermando la  dedizioneal  Pontefice  s.  Zac- 
caria. Ricorrendo  Stefano  11  detto  III  a 
Pipino  re  di  Francia,  contro  Astolfo  re 
de'  longobardi  invasore  dell'Esarcato,  il 
primo  restituì  al  Papa  le  terre  occupale 
e  ne  donò  altre  per  l'ingrandimento  del 
principato  della  romana  chiesa,  e  Piacen- 
za gli  fu  nel  755  consegnata  dall'abbate 
di  s.  Dionigio  ministro  di  Pipino.  Cai  lo 
]Magno,  Lodovico  I  ed  altri  imperatori 
confermarono  la  sovranità  temporale  del 
Papa  anche  su  Piacenza.  Distrutto  il  re- 
gno de'  longobardi,  Piacenza  fu  preda  o 
premio  di  altri  re  o  signori  che  tiranneg- 
giarono r  Italia.  Neil'  891  Piacenza  era 
soggetta  ai  ministri  della  s.  Sede,  come 
rilevasi  da  un  diploma  di  Stefano  V  det- 
to VI,  dato  a  Bernardo  vescovo  della  me- 
desima, ove  gli  conferma  tutte  le  passate 
concessioni  pontificie  e  imperiali,  con  fra- 
si di  principe  temporale  e  sovrano.  Sem- 
bra non  potersi  dubitare  che  la  grau  con- 
tessa Matilde  fosse  signora  anche  di  Pia- 
cenza, perciò  compresa  nella  donazione 
perpetua  fatta  da  lei  a  s.  Gregorio  VII 
de'suoi  stati  per  la  sede  apostolica,  o  alme- 
no dovuta  alla  Chiesa  in  compenso  di  RI  an- 
tova; benché  da  Carlo  Magno  fino  ad  En- 
rico 11  del  I  o  1 4  con  pubbliche  e  solenni  di- 
chiarazioni fossero  state  riconosciute  Par- 
ma e  Piacenza  co'  loro  territori!,  in  for- 
ma autentica  e  notoria,  per  appartenen- 
ti alla  Chiesa,  argomento  toccato  meglio 
a  Parma,  anche  pei  seguenti  secoli  sino  ai 
presente.  IlPapa  Urbano  lì  si  recò  in  Pia- 
cenza nel  1095  e  vi  convocò  un  conci- 
lio per  provvedere  agli  aifaii  della  Chie- 
sa, che  durò  dal  i.°  marzo  fino  ai  7.  Non 
essendovi  chiesa  che  potesse  contenere  i 
principi  d'  Italia,  i  magistrati  delle  città 
libere,  200  vescovi,  4ooochiericij  con  pivi 
di  3o,ooo  laici, che  altri  dicono  4oj00o 


PIA 
e  piti  assai  ancora,  Urbano  li  lo  celebrò 
sotto  le  tende  in  campagna:  altri  scrivo- 
no che  la  i.^  e  la  3.'  sessione  si  tennero 
in  aperta  campagna.  Inquesla  celebre  a- 
dunanza  gì'  italiani  diedero  il  primo  e- 
sempio  all'Europa  di  addossarsi  la  croce 
per  conquistare  Gerusalemme  dalle  ma- 
ni de'  saraceni  :  con  solenne  giuramen- 
to fu  il  Papa  dichiarato  capo  dell'  u- 
nione  de'  crocesignali,  e  la  croce  ven- 
ne stabilita  per  stendardo;  però  questa 
1.^  crociata  di  Palestina  meglio  fu  sta- 
bilita da  Urbano  II  nel  concilio  di  Cler- 
mont.  Nel  concilio  di  Piacenza  si  presen- 
tò l'imperatrice  Adelaideo  Prassede,  e  fe- 
cevi  le  più  forti  lagnanze  contro  il  ma- 
ritoEnricolVchel'avea  ripudiata,  e  pub- 
blicamente lo  accusò  per  le  nere  infamie 
che  le  avea  fatto  soffrire.  Trattossi  del  ma- 
trimonio di  Filippo  I  re  di  Francia  con 
Bertrada  di  Monfort,  e  vi  ottenne  una 
dilazione  sino  a  Pentecoste;  e  dei  mezzi 
di  soccorrere  Alessio  1  Comueno  impera- 
tore di  Costantinopoli,  minacciato  dai  sa- 
raceni. Si  rinnovarono  le  condanne  del- 
l'eresia di  Berengario,  e  fu  chiaramente 
definita  la  fededella  presenza  reale  di  Ge- 
sù Cristo  nell'Eucaristia;  egualmente  fu- 
rono condannati  i  nicolaili,  gli  ecclesia- 
stici incontinenti,  i  simoniaci,  le  ordina- 
zioni dell'antipapa  Clemente  111  da  Par- 
ma e  degli  altri  scomunicati.  Fu  fissato 
il  digiuno  delle  quattro  tempora,  ed  alle 
prefazioni  della  messa  dicesi  che  Urbano 
Il  aggiungesse  quella  della  Beata  Vergine. 
Coiicil.  t.  IO,  p.  5oi.  Il  Papa  agli  i  i  a- 
prile  passò  a  Cremona,  indi  in  Francia. 
Nel  I  120  o  I  122  si  portò  in  Piacenza 
Calisto  II  e  vi  celebrò  la  Pasqua. 

Non  sì  tosto  che  la  podestà  imperiale 
trovossi  afìievolita,  che  le  città  lombar- 
de si  eressero  in  repubbliche:  anche  Pia- 
cenza, in  cui  predominava  il  vescovo,  reg- 
gevasi  di  già  a  comune  nel  1 126.  Poco 
dopo  e  nel  1  182  vi  si  recò  Innocenzo  U 
passata  la  Pasqua,  che  avea  celebrala  iu 
Asti,  e  vi  tenne  un  concilio  coi  vescovi  di 
Lombardia,  Romagna  e  della  Marca  :  vi 


PI  A 

scomunicò  l'antipapa  Anacleto  fi,  e  veii 
ne  ordinato  che  non  sarebbero  ammessi 
alla  penitenza  tutti  quelli,  i  quali  non  vo- 
lessero rinunziare  al  concubinato,  all'o- 
din  o  a  qualunque  altro  peccato  mortale. 
Diz.  dc'conc.  Il  Papa  si  portò  quindi  nel- 
le convicine  parti,  e  nel  luglio  a  Cremo- 
na. Anche  Eugenio  III  onorò  di  sua  pre- 
senza Piacenza  nel  i  if\.'j.  Intanto  Pia- 
cenza pure  fu  sbattuta  dalle  fazioni  dei 
guelfi  e  ghibellini,  insidiala  dai  cittaduii 
più  potenti,  come  cupidi  di  dominarla,  e 
trascinata  in  guerre  co'  popoli  vicini,  o 
per  gl'interessi  della  Chiesa  o  dell'impe- 
ro. Il  feudalismo  già  molto  ingigantito 
e  la  repubblica  d'Italia  ebbero  una  gra- 
ve ferita  per  la  dieta  che  Federico  I  ten 
ne  nella  famosa  Pioncaglia;  ne  poterono 
l'ialzare  il  capo  se  non  quando  le  città 
lombarde  sorsero  contro  quell'  impera- 
tore, e  piìi  ancora  quando  fu  costretto 
a  sottoscrivere  la  famigerata  pace  di  Co- 
stanza del  25  giugno  ii83,  i  prelimi- 
nari della  quale  furono  intavolati  in  s. 
Antonino  di  Piacenza,  ove  egli  a  tale  ef- 
fetto spedi  Guglielmo  vescovo  d'  Asti, 
Ridolfi  ciambellano  e  il  monaco  Teodo- 
rico. Laonde  il  i.°  d'aprile  le  cittadella 
celebre  lega  lombarda  si  pacificarono  con 
l'imperatore,  ottenutele  loro  franchigie 
e  la  municipale  indipendenza,  purché 
quando  l'imperatore  calasse  in  Italia  das- 
sero  il  viatico  e  riserbassero  i  giudizi  in 
appello;  ed  egli  in  vece  lasciò  alle  comu- 
nità i  loro  consoli  ed  il  diritto  di  pace  e 
di  guerra,  dovendo  restare  sotto  l'impe- 
riai protezione,  la  cui  suprema  potestà 
aveano  sempre  a  riconoscere.  A  questi 
preliminari  nella  chiesa  di  s.  Brigida  i 
ileputali  delle  città  ne  giurarono  l'osser- 
vanza. Tre  anni  prima  Piacenza  era  ri- 
tornata sotto  il  dominio  della  s.  Sede, 
venendo  governata  dal  cardinal  Pietro 
diacono  di  s.  Cecilia,  ed  il  Papa  Lucio  III 
ron  intervenne  a  detta  pace,  onde  non 
restò  pregiudicata  la  Chiesa  dei  dominii 
piacentini  e  parmigiani.  Anche  Papa  Gre- 
gorio Vili  si  trovò  in  Piacenza  nel  i  187, 


PIA  261 

donde  scrisse  una  lettera  ad  Enrico  VI, 
altri  dicono  da  Parma.  Ma  non  per  que- 
sto migliorarono  le  sorli  della  repubbli- 
ca piacentina,  che  spese  il  rimanente  del 
secolo  XII  e  più  della  metà  del  W\\  in 
guerre  infruttuose,  almeno  co'  milanesi, 
parmigiani  ed  altri  popoli,  e  vide  nel  suo 
seno  suscitali  fieri  dissidii  per  l'insolenza 
e  ingordigia  de'magnati,  e  l'intolleranza 
popolare.  Innocenzo  III  scrisse  a'vescovi 
dell'  Emilia  come  a  sudditi  anche  nel 
temporale  della  Chiesa,  per  ricuperare 
le  città  alla  sede  apostolica,  insieme  a 
Piacenza,  la  quale  pare  che  da  lui  di- 
pendente si  reggesse:  nel  voi.  IX,  p.  23o, 
dissi  dell'  interdetto  fulminato  per  aver 
Guglielmo  Pallavicino  spogliato  il  car- 
dinal di  Capua  reduce  dalla  Boemia.  Nel 
l'asti  tumultuando  fra  loro  i  piacentini, 
per  essere  state  introdotte  nella  città  mi- 
lizie forestiere,  Gregorio  IX  vi  spedì  il 
vescovo  d'Ascoli  per  porre  riparo  a  tut- 
to, come  supremo  signore  di  essa,  che 
governava  pel  cardinal  Pecoraria ;  nel 
l'i/fo  il  legato  Montelongo  comandava 
per  detto  P<q)a  in  Piacenza,  per  mezzo 
del  quale  Innocenzo  IV  mantenne  i  po- 
poli ubbidienti  contro  le  suggestioni  di 
Federico  IIj  onde  meritò  il  patriarcato 
d'Aquileia.  Trovandosi  la  città  indeboli- 
ta dalle  infestine  discordie,  ed  angustia- 
ta dai  continui  sacoheggiamenti  che  nel 
suo  territorio  commettevano  i  fuorusciti 
o  le  soldatesche  imperiali,  sperò  forse  di 
trovare  onore  e  salvezza  in  Oberto  Pal- 
lavicino capo-parte  ghibellino,  e  al  suo 
dominio  si  assoggettò  nel  1254.  Ineso- 
rabile oppressore  di  tullociò  che  guelfo 
era,  egli  inasprì  grandemente  questa  par- 
te, per  cui  fuggì  il  vescovo  dalla  città. 
Innocenzo  IV  bandì  contro  di  lui  la  cro- 
ciata e  le  scomuniche,  le  quali  rinnovò 
Alessandro  IV  nel  1257,  anno  in  cui 
Oberto  fu  cacciato,  in  un  al  fautore  li- 
bertino Laudi  seguace  di  Corrado  IV, 
che  avea  fatto  Oberto  suo  vicario.  Tor- 
nata la  città  alla  pontificia  ubbidienza, 
Alessandro  IV  sollecilalo  dalle  ambasce- 


263  P  I  A 

rie  de'piacenliiii  a  riceverli  in  grazia,  nel 
1258  commise  agli  abbati  di  Mezzano  e 
del  s.  Sepolcro  di  ammetterli  al  giura- 
mento ed  assolverli  di  aver  riconosciuto 
a  signore  Pallavicino  e  giurato  fedeltà  a 
Corrado  IV  figlio  di  Federico  II. 

Continuando  Piacenza  a  ubbidire  al- 
la sede  apostolica ,  e  ciò  non  piacendo 
al  vescovo  Fulgosio,  nel  1261  la  fece  di 
nuovo  occupare  dal  Pallavicino,  per  cui 
Urbano  IV  citò  il  vescovo  a  presentarsi 
a  lui,  e  scomunicò  Pallavicino,  anche  co- 
me aderente  a  Manfredi  usurpatore  di 
Sicilia,  pubblicando  contro  di  essi  la  cro- 
ciala. Poco  dopo  si  recò  a  Piacenza  il 
cardinal  Briè,  poi  Martino  IV;  Pallavi- 
cino ne  partì,  ed  egli  vi  elesse  a  podestà 
Reginaldo  Scotto  per  governarla  ;  indi 
nel  1267  fece  detnolire  le  case  del  Lau- 
di e  altri  ribelli,  per  aver  tramalo  lega 
contro  il  Papa,  principe  sovrano  della 
città.  Continuando  Ubertino  Laudi  con 
altri  ghibellini  a  inquietare  il  comune, 
con  orribili  guasti  nel  territorio,  men- 
tre per  la  Chiesa  n'  era  legato  Gugliel- 
mo vescovo  di  Ferrara,  risolsero  i  pia- 
centini di  farsi  scudo  dell'autorità  di  Car- 
lo 1  d'Angiò,  vassallo  della  Chiesa  roma- 
na come  re  di  Sicilia  e  senatore  di  Pio- 
ma,  cui  nel  1271  per  io  aiuii  diedero 
la  signoria  della  città.  Non  per  questo 
piegò  il  capo  quel  formidabile  fuorusci- 
lo, che  anzi  più  baldanzoso  apparve.  In- 
darno essendosi  intromesso  per  amor  pa- 
trio il  concittadino  Gregorio  X,  onde  con- 
ciliare Ubertino  colla  città,  si  risolse  ri- 
correre alle  scomuniche,  come  già  dissi 
nel  voi.  XXXII, p.  272  e  275, nel  descri- 
vere le  due  volte  che  il  Papa  si  recò  a  Pia- 
cenza. Aspirando  sempre  Uberlinoal  do- 
minio patrio,  ed  essendo  trascorso  il  de- 
cennio, Carlo  I  nel  1281  rinunciò  la  si- 
gnoria che  avea  tenuto  per  la  Chiesa,  si- 
gnoria che  essendo  per  qualche  anno  am- 
ministra la  dal  governo  popolare,  nel  1 290 
venne  in  mano  di  Alberto  Scollo,  qua  • 
le  prolettore  perpetuo  con  mero  e  mi- 
sto impero,  per   \ulcie  della  Chiesa,  le 


PI  A 
cui  parli,  come  il  suocero  Fontana,  se- 
guiva; però  egli  dopo  Oberto  Pallavici- 
no fu  quello  che  portò  maggiori  colpi  al- 
la libertà  della  patria.  Questo  vero  mae- 
stro di  politica  cresceva  di  potenza  con 
Matteo  Visconti  di  Milano  e  sostenevansi 
l'un  l'altro.  Se  non  che,  per  le  nozze  di 
Galeazzo  figlio  di  Matteo  con  Beatrice 
Estense,  che  Albeito  designava  isposa  ad 
un  suo  fìllio,  ne  sorse  fiera  nimicizia.  Nel 
1  3o2  cullegatosi  Alberto  con  altri  nemi- 
ci del  Visconti,  portò  contro  di  lui  le  ar- 
mi e  la  fortuna  glielo  pose  in  mano  nel 
fìllio  di  Cavigiione,  onde  lo  trasse  prigio- 
niero a  Piacenza.  Alberto  s'inimicò  i  po- 
tenti Toriiani  milanesi,  che  uniti  a  Vis- 
conte Pallavicino  ,  con  altri  della  fazio- 
ne che  aderiva  all'imperatore,  furono  so- 
pra a  Piacenza,  e  riparò  in  Parma  invi- 
lato  da  Correggio  che  volea  carpirgli  il 
dominio.  Sorse  ancora  il  barcollante  go- 
verno popolare,  molti  si  mostravano  di- 
voti alla  s.  Sede,  e  perciò  partigiani  del- 
lo Scollo;  altri  seguirono  i  suoi  parenti 
Fontana,  altri  i  Laudi  ed  i  Fulgosi  che 
tenevano  le  parti  dei  Visconti,  Torriani 
e  altri  imperiali;  quindi  si  elessero  ret- 
tori Visconte  Pallavicino  e  Lancellotlo 
Anguissola;  ma  poco  dopo  rientralo  Al- 
berto, ne  cacciò  la  fazione  ghibellina.  Que- 
sta si  fece  grossa  al  ponte  Albarola,  ove 
combattè  ferocemente  i  guelH  nel  1807 
e  li  sconfisse;  cosa  che  abbassò  la  fortu- 
na di  Alberto,  sicché  i  piacentini  risolse- 
ro eleggersi  un  altro  difensore  nel  i3o8 
in  Guido  della  Torre.  Covando  lo  Scot- 
to vendetta,  nel  maggio  del  seguente  an- 
no allo  scoppio  d'  un  ammurmamento, 
ritornò  alla  signoria  e  i  ghibellini  furo- 
no espulsi.  Pei  tanti  nemici  pullulati  con- 
tro di  lui,  nel  i3io  fu  costretto  alla  fu- 
ga, e  poi  Enrico  VII  pose  in  Piacenza 
un  vicario  imperiale.  Tuttavia  riuscì  al- 
lo Scotto,  col  mezzo  di  Galeazzo  Viscon- 
ti, di  avere  per  la  terza  volta  la  domina- 
zione di  sua  patria,  ove  non  rimise  pun- 
to dalla  intollerabile  usata  crudeltà.  Non 
riuscendo  a  Matteo  Visconti  di  pacificar^ 


PIA 
Io  colla  fazione  ghibcUinn,  di  cui  crn  ca- 
po Ubertino  Laudi,  fece  andare  ambe- 
due in  Milano,  e  quindi  Galeazzo  da  po- 
chi gliibeilini  nel  i3i3,  in  nome  dell'im- 
peratore fu  eletto  signore  perpetuo  di 
Piacenza  :  Albei  to  si  fortificò  in  Castel- 
rArf{iinfo,  ma  preso  dai  Visconti,  fu  fat- 
to morire  nel  Castel  Recale  di  Crema. 
Soltomettevansi  mano  mano  aCaleaz- 
zo  tutti  i  luoghi  del  piacentino  tenuti  dai 
fuoruscili;  ed  infanto  eh'  egli  allargava 
il  dominio,  si  accrescevano  gli  odii  per 
le  taglie  grossissime  che  imponeva  al  po- 
polo, e  pel  suo  contegno  verso  i  frali  e  le 
chiese.  Fu  col  padre  accusato  e  condan- 
nato dal  tribunale  iu([uisitorio  creato  a 
posta  da  Giovanni  XXII  residente  in  A- 
vignone.  In  questo  tempo  Galeazzo  aven- 
do tentato  far  onta  al  pudore  della  bel- 
lissima Bianchina  Landi,  moglie  di  Obiz- 
zo  detto  Versuzio,  questi  volse  I'  animo 
a  vendetta,  e  profittando  dell'assenza  del 
Visconti,  nel  i322  restituì  Piacenza  al 
Papa,  il  quale  lo  nominò  governatore  e  vi 
mandò  a  prenderne  possesso  il  legato  car- 
dinal Poggelto:  inoltre  il  Landi, in  pre- 
mio di  lai  ricupera,  d'ordine  pontificio 
ebbe  dal  couìune  10,000  lire  in  terre  feu- 
dali. I  piacentini  spedirono  ambascerie 
in  Avignone  a  prestare  il  giuramento  di 
ubbidienza,  riconoscendo  l'antico  domi- 
nio della  sede  apostolica.  Il  Papa  eserci- 
tò diverse  beneficenze  e  alti  di  piena  au- 
torità sovrana,  concedendo  alla  città  pri- 
vilegi, il  successore  Benedetto  XII  nel 
i334  ricevette  solenne  ambasceria  dai 
piacentini,  gli  esortò  a  custodire  la  città, 
di  cui  fu  deputato  governatore  da!  vica- 
rio apostolico.  Pagano  Guaschi:  indi  il 
Papa  scrisse  a'Visconti  ed  ai  fratelli  del- 
la Scala  di  non  offendere  Piacenza  cit- 
tà della  Chiesa.  Ma  Francesco  Scolto  fi- 
glio di  Alberto,  inalberò  il  vessillo  della 
rivolta;  si  cacciarono  i  pontificii  e  i  guel- 
fi dalla  città,  ed  egli  ne  fu  eletto  signore 
nel  i335.  Poco  durò  in  tal  fortuna,  per- 
chè nel  declinar  del  i33G  fu  soppiantato 
da  Azzo  Visconti  j  che  morì  nel  i34o 


P  I  A  iG-ì 

compianto,  succedendogli  i  zii  Luchino 
e  Giovanni.  Desiderando  questi  legitti- 
mare l'usurpato  dominio,  spedirono  am- 
l>asciafori  a  Benedetto  XII  per  ottenere 
in  vicariato  a  nome  della  Chiesa  roma- 
na le  signorie  ch'essi  avevano  :'dopo  ma- 
im-a  consulta,  per  le  suppliche  de'  pia- 
contini  e  col  consenso  del  sacro  collegio, 
il  Papa  li  costituì  vicari  di  Piacenza  per 
la  chieda  romana  nel  i34i,con  tutte  le 
riserve  e  clausole  per  le  lagioni  della  s. 
Sede,  col  censo  convenuto  di  io,noo  fio- 
rini d'oro  nel  giorno  de'ss.  Pietro  e  Pao- 
lo, che  pagarono  nel  i342.  Il  dominio 
di  Piacenza  nel  i354  passò  a  i^Iattco  II 
Visconti,  e  l'aimo  appresso  a  Galeazzo 
II,  sotto  il  cui  governo  i  piacentini  pre- 
sero Pavia,  fecero  altre  imprese,  ed  eb- 
bero danni  dalle  milizie  papali;  poiché 
il  governo  de' Visconti  essendo  degene- 
rato in  tirannide,  opprimendo  special- 
mente quelli  che  per  particolari  diritti 
appartenevano  al  dominio  della  s.  Sede, 
nel  1372  Gregorio  XI  ricevuto  l'avviso 
che  i  piacentini  avevano  comincialo  a 
scuoterne  il  giogo,  inviò  loro  nunzi  per  a- 
nimarli  a  perfezionare  l'impresa  ;  ed  es- 
sendosi due  anni  dopo  ricuperate  dal- 
l' esercito  della  Chiesa  molte  terre  e  ca- 
stelli del  territorio,  e  finalmente  la  slessa 
Piacenza  che  di  nuovo  si  sottopose  nel- 
r  utile  dominio  del  romano  Pontefice, 
creò  capitano  generale  del  piacentino  Da- 
niele del  Carrello,  sotto  l'ubbidienza  del 
cardinal  Guglielmo  diacono  di  s.  Ange- 
lo, vicario  generale  della  sede  apostolica 
nelle  cose  temporali  de'paesi  d'Italia  sog- 
getti alla  medesima.  Inoltre  il  Papa  con- 
fermò ai  fratelli  Ziliani  l'esenzione  delle 
gabelle  in  tutto  il  distretto  di  Piacenza, 
per  la  cessione  da  loro  fatta  alla  Chiesa 
del  castello  della  Motta  ;  nel  1376  co- 
rcando a  Lupi  Ricasoli  capitano  genera- 
le per  la  Chiesa  nel  territorio  di  Piacen- 
za, che  rendesse  giustizia  agli  ArcelliFon- 
tana  e  ad  Ubertino  Rizoli,  contro  An- 
tonio Banditi,  il  quale  nella  rocca  di  OI- 
zisio,  che  tenea  per  la  sede  apostolica, 


264  PIA. 

avea  essi  e  molti  nobili  piacentini  sorpre- 
si e  posti  iti  servitù,  e  pel  riscatto  avea 
estorti  5oo  ducati  d'oro. 

Dopo  la  morte  di  Gregorio  XI  succes- 
se il  grave  e  lungo  scisma,  per  cui  ne 
profittarono  gli  usurpatori  de'dorainii  ec- 
clesiastici,e  nel  1878  Gian  Galeazzo  Vis- 
conti riprese  Piacenza,  vi  si  tenne  saldo, 
e  fecesi  rispettare  dai  tanti  suoi  nemici. 
Allorquando  mancò  di  vita  nel  i4o'a  , 
BonifacioIX  e  altri  mostrarono  il  loro  ri- 
senlimentocogli  slati  de'Visconti:  si  sca- 
tenarono le  addormentate  fazioni  ,  gli 
Scotti  capi  ghibellini  neli4o4i"'hell'ii"ono 
Piacenza,  e  furono  alle  mani  cogli  An- 
guissola.  Di  tali  scompigli  approfittan- 
do Ottone  Terzi  parmigiano,  si  recò  a 
Piacenza,  e  la  tolse  di  mano  agli  Scotti; 
ina  ben  presto  fu  occupata  dulie  armi 
ducali  milanesi,  guidate  da  Facino  Ca- 
ne, il  quale  poco  appresso  se  ne  fece  pro- 
clamare signore,  ingannando  cosi  il  duca 
Gio.  Maria  Visconti,  a  cui  nello  stesso 
anno  la  riacquistò  il  Terzi.  Questi  due 
avidi  capitani  se  la  tolsero  e  ritolsero  a 
"vicenda  di  mano,  più  a  sé  stessi  pensan- 
do che  agli  interessi  di  quel  miserabile 
duca,  che  finì  di  vivere  nel  i4'2,  e  gli 
successe  Fdippo  Maria.  Alla  morte  di  det- 
to principe.  Piacenza  trovavasi  in  pote- 
re di  Giovanni  da  Vignate  signore  di  Lo- 
di, al  quale  aveala  venduta  Antonio  di 
Hostendun,  lasciatovi  con  presidio  fran- 
cese dal  capitano  Gio.  Lemeingre  detto 
Bucicaldo,  che  nel  precedente  anno,  abu- 
sando della  debolezza  di  Milano,  l'avea 
occupata  pel  suo  re  Carlo  \  I.  A  Parm.\ 
dissi  come  Giovanni  XXI II  visitò  Piacen- 
za e  quali  alti  sovrani  vi  esercitò.  Filip- 
po Maria  diedesi  tosto  a  fare  atti  di  giu- 
risdizione nel  distretto  di  Piacenza,  mas- 
sime collo  staccarne  diverse  terre,  ch'egli 
eresse  in  contea  di  Valtidonee  concesse 
in  feudo  a  Bartolomeoe  Filippo  Arcelli; 
poscia  per  mano  di  quest'  ultimo  ricu- 
però anche  la  città,  nella  quale  il  duca 
vi  entrò  a'?, 2  marzo  i4i4>  cacciandone 
il  presidio  tedesco,  postovi  dall'  impera- 


PIA 

lore  Sigismondo,  a  cui  da  Vignale  per 
renderselo  benevolo  avea  fatto  dono  del- 
la città  medesima  per  tutto  il  tempo  che 
si    fosse  trattenuto  in   Italia.   Ingrati  ai 
beneficii  del  duca,  gli  Arcelli  con  tradi- 
mento nel  i4i5  s'impossessarono  della 
patria:  ciò  fatto,  esercitarono  crudeltà  e 
depredazioni,  massime  contro  gli  Scotti, 
quindi  per  assodarsi  nel  dominio  si  po- 
sero in  lega  con  altri  tirannetti.  Intanto 
il  celebre  concilio  di  Costanza,  nell'estin- 
guere  lo  scisma,  restituì  alla  Chiesa  tut- 
ti i  dominii  temporali, annullando  le  in- 
vestiture ponliilcie  e  imperiali,  fatte  da 
Gregorio  XI,  dichiarando  che  gli  ante- 
riori  infeudati   fossero  decaduti   se  non 
avessero  pagato  il  convenuto  censo;   e 
siccome  i  signori  di  r>Iilano  aveano  tra- 
lasciato di  soddisfarlo  nel  1376,  restò  per 
conseguenza  la  romana  sede  reintegrata 
ipso  JLire  del  possesso  di  Piacenza  e  Par- 
ma, quindi  Filippo  Maria  e  gli  altri  ri- 
guardati   usurpatori  di   esse.  Il   celebre 
Carmagnola  tentò  colle  armi  ducali  nel 
1417   di  snidare  da  Piacenza   i  novelli 
signori  Arcelli,  ma   non  bene  vi  riuscì  ; 
laonde  il  Visconti  fece  sortire  dalla  città 
tutti  gli  abitanti,  che  ripararono  a  Pa- 
via e  a  Lodi,  e  così  vuota  rimase  per  lo 
spazio  d'un  anno.  Nel  1 4 1 B  tornò  il  Car- 
magnola sotto  Piacenza,  otferendo  buo- 
ni patti  a  Filippo  Arcelli,  se  si  arrende- 
va, i  quali  costantemente  ricusò,  e  sna- 
turato com'era,  lasciò  piuttosto  strango  • 
lare  sulle  forche  sotto  i  propri  occhi  il 

fratello  Bartolomeo  ed  il  fìllio  suo  Gio- 

o 

vanni,  caduti  nelle  mani  de' viscontei,  che 
cedere  il  fn'te  in  cui  si  stava  assediato. 
Costretto  finalmente  1' Arcelli  a  fuggire, 
riparò  dai  veneziani,  ed  i  piacentini  ri- 
tornarono sudditi  di  Milano.  Morto  nel 
144?  Filippo  Maria,  Piacenza  deliberò 
reggersi  a  comune,  ma  per  l'urto  de'par- 
titi  dovè  appigliarsi  al  consiglio  di  assog- 
gettarsi ai  veneti,  i  quali  non  potendola 
difendere  dai  vigorosi  attacchi  del  nuo- 
vo duca  Francesco  Sforza  a  lui  la  lascia- 
rono, e  nel  i44B  "e  fu  creato  signore. 


PIA 

Sotto  la  Sforzesca  dominazione  Pia- 
cenza seguì  le  vicende  di  Milano,  quin- 
di nel  1 449''' assoggettò  a  Lodovico  XII 
re  di  Francia,  nella  cui  divozione  si  ten- 
ne ferma  anche  (juaiido  Lodovico  ilMo- 
ro  ricomparve  nel  i5oo  nella  capitale 
del  perduto  stalo.  Dopo  la  battaglia  di 
Kavenna,  agli  i  i  aprile  i5i2,  i  francesi 
furono  costretti  lasciar  i  Italia,  Massimi- 
liano Sforza  riebbe  il  ducato  di  Mdano, 
ma  i  piacentini  e  i  parmigiani  a  mezzo 
del  legato  cardinal  Scbmer  tornarono 
sudditi  della  s.  Sede  loro  antica  e  supre- 
ma signora,  cui  gli  aveano  tolti  i  duchi 
di  Milano,  e  del  Papa  Giulio  li.  Gli 
ambasciatori  de'piacentini  e  parmigiani 
giurarono  fedeltà  alla  Chiesa  romana  in 
mano  del  cardinale,  e  fecero  il  simile  iu 
concistoro  pubblico,  come  antichi  vassal- 
li della  s.  Sede,  quando  resero  ubbidien- 
za al  Papa.  Però  dopo  la  morte  di  Giu- 
lio Il  uel  i5i3  tentò  d'impossessarsene 
il  duca,  ma  subito  dovè  renderla  a  Leo- 
ne X  che  la  munì  di  presidio,  facendo 
Massimiliano  formale  rinunzia  di  Parma 
e  Piacenza.  Nel  i5i5  per  la  battaglia 
di  Marignano  del  i4  settembre  il  duca 
cede  lo  stato  a  Francesco  1  redi  Fran- 
cia, e  altrettanto  fece  Leone  X  delle  due 
città,  quanto  al  possesso  naturale  sola- 
mente, ritenendo  il  civile.  In  questi  tem- 
pi assai  molestava  la  città  e  il  distretto 
di  Piacenza  Pier  iMaria  Scotti  da  Vigo- 
lemOjdelto  il  conte  Buso,  che  tentava  di 
averne  la  signoria,  ma  fu  fatto  uccidere 
nel  i5ii  da  Astorre  Visconti,  famoso 
fuoruscito  milanese.  In  quest'anno  me- 
desimo Leone  X  potè  ricuperare  Piacen- 
za, e  vi  mandò  luogotenente  generale 
Antonio  Pucci  poi  cardinale.  Non  senza 
inquietudmi  vi  continuò  il  dominio  del- 
la Chiesa  sotto  Adriano  VI  e  Clemente 
VII, sotto  il  quale  il  territorio  fu  in  mil- 
le angustie  per  la  militare  licenza.  Pao- 
lo 111  eresse  Piacenza  nel  i545iu  duca- 
to ,  e  con  quello  di  Parma,  con  annuo 
censo  alla  camera  apostolica  di  9,000 
ducali  d'  oro,  uè  investì  la  sua  famiglia 


P I  A  26  ) 

7vìr«e5e,con  totale  indipendenza  dall'uà- 
pero  e  da  IMdano,  dc'cpiali  giammai  fu- 
rono feudi,  con)e  provano  gl'istorici  di- 
fensori delle  ragioni  della  sede  apostoli- 
ca; laonde  d'allora  in  poi  procedendole 
surti  de'piacentini  con  quelle  di  Parma, 
le  descrissi  a  quell'articolo  brevemente, 
in  un  a  quanto  riguarda  i  diritti  e  la  so- 
>raiiità  del  dominio  della  sede  apostoli- 
ca, per  la  quale  ogni  anno  iPapi  tutto- 
ra Solennemente  protestano,  ed  alle  ope- 
re che  ne  fecero  la  difesa  anche  con  in- 
contrastabili documenti.  Per  l'uccisione 
seguita  in  Piacenza  nel  i  547  ^'^^  i."  du- 
ca Pier  Luigi,  i  di  lui  successori  ferma- 
rono la  residenza  in  Parcna.  i>fel  lySi  i 
ducati  passarono  nella  dinastia  de' Bor- 
boni, sotto  i  quali  sono  memorabili  le 
battaglie  del  16  giugno  1746  seguita  fuor 
di  Piacenza  tra'gallo-ispani  e  gli  austria- 
ci che  rimasero  padroni  del  campo;  del 
IO  agosto  presso  Piottofredo;  quella  stre- 
pitosa seguila  sulle  sponde  della  Trebbia 
li  I  7,  i8e  19  giugno  1799  fra  gli  austro- 
russi  capitanati  da  Melas  e  Suwarow,  ed 
i  francesi  guidati  da  Macdonald  costret- 
toa  ritirarsi;  e  l'altra  accaduta  alle  porte 
della  città  li  16  giugno  1800,  per  cui 
gli  austriaci  l'abbandonarono  al  general 
francese  Murai,  e  dopo  un  mese  conse- 
gnarono per  capitolazione  anche  la  cit- 
tadella. jXell'anno  precedente  Pio  VI  por- 
tato prigione  in  Francia  passò  per  Pia- 
cenza. Da  Parma  e  Boigo  s.  Domiino,  li 
1 5  aprile  giunse  al  collegio  Alberoni  e  vi 
pernottò,  ossequiato  in  partirne  dal  ve- 
scovo Cerati,  né  gli  fu  permesso  di  tra- 
versare la  città,  né  si  volle  che  i  cittadi- 
ni ne  uscissero,  onde  si  stivarono  divo- 
tamente  sulle  mura;  eguale  fu  la  pietà 
degli  abitanti  del  ducato  per  dove  tran- 
sitò. Per  timore  che  gli  austriaci  s'impa- 
dronissero del  Papa  e  lo  liberassero,  Mon- 
gen  capitano  de'francesi  lo  fece  letroce- 
dere  al  collegio,  ma  i  piacentini  l'obbli- 
garono a  traversar  Piacenza  tra  le  più 
alfelluose  acclamazioni';  dopo  aver  dor- 
milo un'altra  notte  uel  collegio,  Pio  VI 


a(i6  PIA 

fu  traspollato  via,  valìccindo  la  Trebbia, 
e  riposando  a  Castel  s.  Giovanni  passò  a 
A'^oghera.  Pel  Irallato  di  Parigi  dil  3o 
maggio  i8i4,  l'Austria  ottenne  di  te- 
nere un  presidio  nella  fortezza  di  Pia- 
cenza. Il  ducato  di  Parma  e  Piacenza 
nel  18 1 5  fu  dato  in  sovranità  alla  mo- 
glie di  Napoleone  IMaria  Luigia  arcidu- 
chessa d'  Austria,  e  per  sua  morte  nel 
dicèmbre  1847  P''^ssò  nel  duca  Carlo  II 
di  Boi  bone,  già  duca  di  Lucca;  e  fu 
statuito  che  mancando  alla  sua  discen- 
denza prole  maschile,  Piacenza  passe- 
rebbe in  proprietà  del  re  di  Sardegna. 
Per  le  vicende  politiche  del  1848  i  pia- 
centini essendo  insorti  ,  costrinsero  per 
convenzione  le  truppe  austriache  ad  ab- 
bandonare la  fortezza  o  castello  il  26  mar- 
zo, e  subito  ne  cominciarono  la  demoli- 
zione i  cittadini  ,  i  quali  separandosi  da 
Parma  si  costituirono  in  governo  prov- 
visorio, armando  la  guardia  civica.  Quin- 
di votarono  a  chidovessero  unirsi:  in  fa- 
vore del  regno  sardo  furono  37,089  vo- 
ti, per  gli  stati  pontifìcii  3oo,  per  la  Lom- 
bardia 60,  per  Parma  1  o,  ascendendo  gli 
abitanti  del  ducatoa2o6,568.  Il  re  Car- 
lo Alberto  accettò  la  dedizione  a' i5  e  18 
maggio;  ma  per  le  vittorie  riportate  dal 
feld  maresciallo  Piadetzky, ed  in  forza  del- 
l'armistizio conchiuso  col  re  in  Milano  ai 
Q  agosto,  a' 12  Piacenza  l'occuparono  le 
truppe  imperiali  tedesche.  Dipoi  esse  co- 
gli avanzi  della  fortezza  e  alcune  opere 
addizionali  formarono  un  campo  trince- 
iato.  A  Carlo  II  per  sua  rinunzia  nel  mar- 
zo 1849  successe  il  figlio  regnante  Car- 
lo III, il  quale  a'2  febbraio  i85i  dichia- 
rò il  principe  ereditario  Roberto  suo  fi- 
glio prìncipe  di  Piacenza.  Carlo  III  nel- 
l'agosto 1 85 1  dichiarò  colori  dello  stato 
lo  scarlatto,  l'azzurro-turchino  e  giallo. 
La  fede  fu  abbracciata  in  Piacenza  nei 
primi  secoli  della  Chiesa,  dicesi  per  le  pre- 
dicazioni di  s.  Barnaba  apostolo,  e  poi 
per  quelle  di  s.  Antonino  che  vi  patì  il 
martirio  presso  la  Trebbia.  La  sede  ve- 
scovile eretta  al  principio  del  IV  secolo, 


PIA 

divomic  Milfr.ig.Tncn  di  ìMiiano,  Innocen- 
zo III  la  sottopose  a  Ravenna,  Gregorio 
XIII  nel  I  582  l'assoggettò  aBoIognn,  fi- 
nalmente come  dissi  a  Parma,  la  dichiarò 
sulfraganea  di  Genova,  e  poscia  immedia- 
tamente soggetta  alla  sede  apostolica  Pio 
VII  colla  bolla  citata  a  Parma.  II  \ .°  vesco- 
vo conosciuto  di  Piacen7a  fu  s.  Vittore  or- 
dinato da  s.  Silvestro  I  nel  32?.,  non  pa- 
re nel  3to  da  Papa  s.  Eusebio;  edificò 
e  consagiò  l'antica  cattedrale,  ove  il  suc- 
cessore rinvenne  e  collocò  il  corpo  di  s. 
Antonino.  Gli  successe  nel  37511  celebre 
s.  Sabino  o  Savino  romano,  dotto  e  pro- 
f<)ndo  erudito, che  morì  ne!  ^7.0  lasciando 
fiorente  la  chiesa  piacentina.  Indi  s.  Mau- 
ro I,  il  quale  iece  tiasportarc  nella  chiesa 
de' ss.  Apostoli  le  rerK(uie  de'ss.  Gelasio, 
Vi  ttore  e  Sabino  nel  43  3  e  morì  santa  men  - 
te  nel  44^  ',  'I  b.  Floriano  I  o  Fiorano  del 
449>  niorto  nel  4^1  :  de'successori  nomi- 
nerò i  pili  distinti.  Domenico  piacentino 
del  634;  Tommaso  monaco  benedettino 
del  737,  cui  concesse  privilegi  Rachis  re 
de'longobardi  in  favore  della  chiesa;  De- 
siderio piacentino  del  756;  Mauro  II  del 
77);  Giuliano  del  780  che  ottenne  privi- 
legio per  la  sua  chiesa  da  Carlo  Magno  ; 
Podo  piacentino  dell'809  assai  lodato, be- 
nemerito anche  per  le  concessioni  di  Lo- 
dovico I.  Soffredo  o  Goffredo  dell'  840 
ebbe  un  diploma  a  vantagggio  di  sua 
chiesa  da  Lotario  I  imperatore.  Paolo 
milanese  deir870  nella  nuova  cattedrale 
eretta  dallo  zio  Solfiedo  trasferì  il  capi- 
tolo, e  fece  confermare  da  Carlo  III  il 
Grosso  i  privilegi.  Boso  figlio  di  Ugo  re 
d'Italia  del  94o-  Filagato  del  982  col 
nome  di  Giovanni  Xf^II  (P^.)  diven- 
ne antipapa  nel  997,  punito  crudelmen- 
te da  Ottone  III.  Sigifredo  II  benedetti- 
no del  997,  benemerito  del  monastero 
di  s.  Sabino,  anche  per  quanto  gli  otten- 
ne daBenedelto  Vili.  Guido  III  parente 
dell'imperatrice  Agnese  del  i  o45.  Dioni- 
sio figlio  del  conte R.odolfo  longobardo  del 
1049,  che  fece  diverse  donazioni  al  mona- 
stero di  s.  Sabino,  ma  aderì  allo  scisma  di 


PI/V 
Cadaloo  vescovo  di  Parma,  che  consagrò 
in  antipapa  Onorio  II.  S.  Bonizio  o  Bo- 
nizzone  morto  nel  1 089  martire  degli  sci- 
smatici seguaci  dell'antipapa  Clcmenle 
III,  dopo  aver  propugnato  in  difesa  del 
Papa  legittimo.  Addo  o  Aldo  del  iof)5  o 
1096,  ricevette  Urbano  II  e  intervenne 
al  concilio,  quindi  accompagnò  Pasqua' 
le  II [f^.)  Ili  Francia.  Arduino  piacen- 
tinoabbnte  di  s.  Savinodel  1120011  22, 
edificò  il  monastero  cistcrciense  di  s.  Ma- 
ria della  Colomba,  che  Innocenzo  II  po- 
se sotto  la  protezione  della  s.Sede,  e  ne 
fu  benefattore  Oberto  Pallavicino:  ac- 
colse in  Piacenza  Calisto  lì  e  Innocenzo 
lì,  che  a'  i4  ottobre  1 132  consagiò  la 
cattedrale  nuova,  dal  vescovo  edificata 
dai  fondamenti.  Nel  i  1  47  successe  Gio- 
vanni abbate  di  s.  Maria  della  Colomba, 
ad  istanza  del  popolo  e  con  approvazio- 
ne di  Eugenio  111.  iVel  11 55  Ugo  Pier- 
leoni  romano  nipote  ucll'antipapa  Ana- 
cleto II,  insigne  in  dottrina  e  prudenza, 
confermato  e  consagrato  da  Adriano  IV, 
poi  crealo  cardinale  da  Alessantlro  III. 
Teobaldo  o  Tedaldo  milanese,  eletto  nel 
I  167  da  Alessandro  III,  sotto  il  cjuale 
fiorì  s.  Franca  piacentina  abbadessa  ci- 
slerciense:  il  clero  avea  postulalo  per  ve- 
scovo Isembrando  Angnissola  nobile  pia- 
centino, monaco  e  poi  abbate  di  s.  Maria 
della  Colomba,  dotto,  pio  e  prudente,  che 
preferì  pestare  cistcrciense. Nel  i  192  Ar- 
dicio  piacentino,  canonico  regolare  di  s. 
Agostino  e  prevosto  de'  ss.  Apostoli.  Nel 
I  199  Grumerio  0  Grimeiio  della  Porta 
del  Castello  Arquato  nobile  piacentino, 
abbate  di  detto  monastero,  eletto  dal  ca- 
pitolo e  confermato  da  Innocenzo  HI,  il 
quale  ratificò  i  beni  e  prerogative  di  que- 
sta chiesa:  a  cagione  degli  eretici  die 
sturbarono  la  chiesa  di  Piacenza,  il  Pa- 
pa nel  1206  la  privò  della  sede,  che  ri- 
parti ai  vescovi  convicini,  indi  reintegrò 
a  preghiera  del  vescovo.  Nel  1 2  i  o  s.  Folco 
Scotti  nobile  piacentino,  confermato  poi 
da  Innocenzo  III  dopo  ricomposte  le  co- 
se ecclesiastiche  e  nel    1217  trasUito  n 


P  I  A  2(^)7 

Pavia.  Gli  successe  Vicedomino Cassado- 
chi  nobile  piacentino,  scelto  dal  capitolo 
e  approvato  da  Onorio  III.  Nel  I23G 
Egidio  monaco  del  monastero  Colomba 
rovinato  da  Federico  II  ;  fu  dotto  e  di 
santa  vita.  Nel  1242  [)er  sua  morte  s'in- 
truse il  vescovo  di  Venlimiglia  Nicola, 
ma  il  capitolo  elesse  Giacomo  priore  dei 
domenicani.  Innocenzo  IV  invece  creò 
vescovo  nel  1244  ''  '^-  Alberto  de  Pran- 
doni  bresciano,  il  quale  come  sapiente 
istituì  l'università  di  Piacenza  che  fece 
confermare  e  ornare  di  privilegi  da  det- 
to Papa.  Nel  12  58  il  capitolo  elesse  Fi- 
lippo Fulgosi  nobile  piacentino,  appro- 
vato da  Alessandro  IV.  Diviso  il  capitolo, 
due  destinò  a  succedergli,  che  abdican- 
do, Bonifacio  Vili  nel  i2g5  dichiarò  ve- 
scovo Alberto  Visconti  nobile  piacenti- 
no e  virtuoso,  parente  di  Gregorio  X  : 
nel  i3oi  lo  trasferì  a  Fermo  e  sostituì 
Raniero  orvietano  monaco  delleTre  Fon- 
tane, dottissimo  ed  impiegato  in  gravi 
negozi  della  s.  Sede.  Nel  1  3o2  Uberto 
Avvocati  piacentino,  traslato  a  Bologna: 
nello  stesso  anno  Ugo  Pilosi  piacentino, 
priorebenedettioodis.  Vittore.  Nel  i338 
Ruggero  Caccia  piacentino,  eletto  dal  ca- 
pitolo e  confermato  da  Benedetto  XII  : 
al  suo  tempo  morì  il  b.  Corrado  da  Pia- 
cenza. Nel  i38i  Uberto  Zagni  Fontana 
piacentino,  abbate  di  s.  Gio.  Evangelislu 
di  Ravenna. 

Nell'ottobre  1 386  fu  eletto  Pietro  Fi- 
largo  de'minori,  nel  1 388  traslato  a  Vicen- 
za, indi  cardinale  e  Alessandro  F[f^.). 
Nel  i4o4  Branda  Castiglione  cardinale, 
alla  cui  biografia  dissi  come  Gregorio  XII 
nel  i4o8  lo  spogliò  del  vescovato,  elio 
die  a  Bartolomeo  Caccia  domenicano 
milanese, e  quando  lo  rassegnò  nel  i4'  '> 
tempo  in  cui  terminò  l'amministrazione 
di  Caccia.  Nel  i44S  Nicola  Amigdanio 
cremonese,  protouotario  e  vice-camer- 
lengo e  governatore  di  Roma,  trasferito 
a  Milano;  nel  i47^  Michele  Marliano 
milanese,  già  di  Tortona,  dotto  chierico 
di  camera  e  governatore  di  Campanii  e 


268  PIA 

Spoleto,  presentò  la. rosa  d'oro  benedet- 
ta ad  Alfouso  V  e  lasciò  le  suppelletlili 
alla  cattedrale.  Nel  1476  Fabrizio  IMar- 
liatii  milanese,  già  di  Tortona,  riedificò 
l'episcopio  dai  fondamenti,  aumentò  la 
mensa,  celebrò  io  sinodi  e  fu  impiegalo 
in  gravi  affari  dal  duca  di  Milano  a  In- 
iiocenzo  Vili.  INel  i5iq  amministrato- 
re il  cardinal  Scaramuccia  Trii>ulzi,c\ìe 
dal  suffragane©  Pietro  Recorda  vescovo 
di  Sebaste  fece  porre  la  1/  pietra  alla 
nuova  chiesa  di  s.  Maria  di  Campagna: 
nel  i525gli  successe  il  nipote  Catalano 
Trivulzi,  aleni  tempo  e  presenza  fu  pro- 
clamato duca  di  Parma  e  Piacenza  e  d.e- 
coiato  dell'insegne  Pier  Luigi  Farnese. 
Ke!  1559  da  Trani  fu  traslato  il  cardi- 
nal Gio.  Dernardino  Scottij  nel  iSGq  il 
Jj.  Paolo  Barali  d'ilv'i  teatino,  cardinale, 
clie  fondò  il  seminario  e  fece  quanto  dis- 
si alla  biografia.  Nel  1078  Filippo  6Vg-tZ 
cardinale  ,  trasferito  da  Ripatransone. 
Kel  1620  Giovanni  Linali  parmigiano, 
tiasluto  da  Borgo  s.  Donnino,  miseri- 
cordioso co'  poveri,  generoso  colla  cat- 
tedrale che  abbellì,  celebrò  il  sinodo  e 
introdusse  vari  ordini  religiosi.  Nel  1627 
Alessandro  Scappo bolognesenunzio  agli 
svizzeri,  già  vescovo  di  Campagna,  che 
ammise  in  Piacenza  i  carmelitani  scalzi 
eibarnabiti,ecelebrò  il  sinodo.  Nel  1634 
Giuseppe  Giandemaria  nobile  parmigia- 
no consagrato  dal  cardinal  Oltoboni  poi 
Alessandro  Vili, ottimo  pastore.  La  serie 
de'vescovi  si  legge  neli'Ughelli,//«//a5tì!- 
cra  t.  2,  p.  I  94,  e  la  continuazione  nelle 
No  tizie  di  B.0  ma.  Nel  1 807  Stefano  de  Fal- 
]ot-Beaumont  d'Avignone,  già  di  Gand, 
da  Napoleone  nominato  all'arcivescovato 
di  Courges  e  mandato  a  Fontainebleau, 
per  tentare  un  accomodamento  con  Pio 
A'7/(^'.). Gregorio  XVI  neh  836  trasferì 
da  Borgo  S.Donnino  Luigi  Sanvitale  par- 
migiano, morto  nel  1 848,  cui  Pio  IX  nel 
]  849 die  in  succossore  l'attuale  mg.*^  An- 
tonio Ranza  di  Piacenza.  La  diocesi  si 
estende  per  170  miglia,  con  829  parroc- 
chie. Ogni    vescovo  è  tassalo  in  ilorini 


PIA 

5oo,  con  circa  scudi  8,000  di  rendite, 
gravate  di  più  pesi. 

PIAGNENTI  e  PIAGNONL  V.  Pe- 
nitenza e  Funerali. 

PIANETA,  Plancia,  Penula,  Casula, 
Casabula,  Superhanierale,  Pheloniam. 
Veste  sacra,  che  porta  il  sacerdote  (e  il 
vescovo)  sopra  gli  altri  paramenti,  quan- 
do celebra  la  messa,  nelle  processioni  e 
divenuto  cadavere.  Il  vocabolo  pianeta 
o  casula  deriva  da  caspa  o  capsula,  se- 
condo l'emendazione  di  Du  Gange,  qua- 
si parva  casa,  perchè  essendo  anticam en  - 
te  larga  e  rotonda  cuopriva  tutto  l'uo- 
mo come  una  piccola  casa.  Vuole  s.  Gio. 
Crisostomo  che  la  penula  fosse  una  ve- 
ste contro  la  pioggia  e  il  sole,  com'  era 
il  Pallio  (/^.j,  e  da  tutte  le  auliche  im- 
magini degli  apostoli  si  deduce  che  tal 
sorte  di  veste  era  famigliare  a  loro.  Lu- 
ciano contemporaneo  degli  apostoli  di- 
ce che  i  cristiani  usavano  il  pallio,  onde 
molti  concludono  chela  \^di\o\a penula  si- 
gnifica lo  stesso  che  la  parola /(^zcer/z;^,  ov- 
vero pallio  otnozzetta,  cioè  una  veste  cor- 
ta usata  in  viaggio, principalmente  contro 
la  pioggia  e  il  freddo, e  perciò  erano  queste 
penule  di  lana  o  di  cuoio  :  fa  simbolo  di 
viaggio  ed  angustia,  il  perchè  s'introdusse 
nelle  città  in  occasione  di  lutto  e  poi  più 
generalmente,  ma  più  ampia  e  di  panno. 
Vi  fu  gran  disputa  sopra  le  parole  di  s. 
Paolo,  che  nella  lett.  2.^  a  Timoteo  dice 
di  aver  lasciato  in  Troade  la  penula,  on- 
de lo  prega  a  riportargliela.  Laonde  i  ss. 
Ambrogio  e  Anselmo  si  persuasero  che 
tal  veste  fosse  senatoria,  lasciata  a  s.  Pao- 
lo dal  genitore:  non  essendovi  fondamen- 
to di  credere  che  il  di  lui  padre  godesse 
tal  dignità,  non  sembra  potersi  sostene- 
re l'opinione  de'  due  santi  dottori,  anzi 
avverte  il  Saussay,  in  Panoplia  sacer- 
dotalisj  che  la  penula  fu  sostituita  alla 
toga  da  Commodo,  più  di  100  anni  do- 
po la  morte  di  s.  Paolo.  Però  il  Buonar- 
roti, nelle  Osservazioni  sui  vetri,  non  con- 
viene che  dalla  toga  abbia  avuto  origine 
1.1  penula,  massime  la  nobile.  Imperocché 


PIA 

i  senatori  ndoperavano  una  penula  più 
ampia  e  preziosa  col  clave  o  Laticlavio 
[V.)  di  porpora,  che  per  1'  abbondanza 
del  panno  fu  detta  pianeta  o  pianeta,  qua- 
si errante  per  l'ampiezza  del  drappo  che 
avanzava  da  ogni  parte  in  giro,  ed  arri- 
vava fino  ai  piedi  e  forse  ancora  con  lo 
strascico,  come  tuttoia  costumano  i  gre- 
ci. Baronie  ed  altri  dicono  che  il  vo- 
cabolo pianeta  fu  dato  alla  penula  o  ca- 
sula, per  la  rotondità  di  sua  forma,  onde 
poteva  girarsi  a  piacere,  somiglianti  in  ciò 
ai  pianeti  celesti  che  si  chiamano  Sulera 
erranti  a  jG^  perchè  ejus  exlrema  orahinc 
inde  i?i  Ira  (Iva  scapulasque  rejecta  er- 
rabiinda  dejluxeral.  La  penula  prezio- 
sa si  adoperava  nelle  città  dalle  donne, 
indi  pei  ricami  fu  ridotta  ad  una  forma 
molto  particolare;  ma  alle  donne  era  vie- 
tata la  penula  da  viaggio,  come  più  pic- 
cola. Il  liinaldi  pensa  che  s.  Paolo  in- 
tendesse per  penula  il  volume  del  Testa- 
mento vecchio,  detto  penula  con  voce 
greca,  perchè  era  involto,  come  lo  ten- 
gono gli  ebrei  nelle  sinagoghe;  e  siccome 
l'apostolo  lecavasi  in  lioma,  ivi  polevasi 
fare  la  veste  penula  ,  ma  non  era  facile 
trovarvi  la  Scrittura.  Quanto  al  succede- 
re la  penula  alla  toga,  pare  probabile 
che  a'  tempi  de' primi  imperatori  la  pe- 
nula non  fosse  molto  in  uso,  dicendo 
il  Bonanni  che  sotto  Diocleziano  fiorì  il 
costume  della  penula  ,  abbandonando- 
si quello  della  toga,  riportando  le  figure 
di  alcune  penule.  Citando  Bulengero  e 
Ferrari,  che  scrissero  su  questa  veste,  il 
Bonanni  la  crede  inventata  dai  lacede- 
moni, di  lana  grossa  e  pelosa,  onderà 
detta  scortea,  gaiisapina  :  cuopriva  tut- 
ta la  persona,  chiusa  per  ogni  parie,  con 
una  sola  aperluia  nella  parte  superiore, 
nella  quale  s'introduceva  il  capo,  e  per 
cavare  le  braccia  conveniva  alzai'la;  quin- 
di fu  aggiunto  il  cappuccio,  essendo  i  ro- 
mani soliti  tenere  il  capo  scoperto  e  solo 
copi  il  lo  con  un  lembo  del  pallio,  nella 
pioggia  0  quando  il  sole  riscaldava  trop- 
po, per  cui  vi  unirono  il  cappuccio  onde 


P  I  A  9.6f) 

servirsènene'viaggi.  L'Amalario, De prr/. 
f'//',edOnorio  Augustodunense,  jDcrtH^'V/. 
mist.,  osservano  (he  gli  apostoli  circon- 
dando il  Salvatore  in  paese  orientale,  do- 
verono usare  costumi  orientali  e  la  pe- 
nula quasi  corrispondente  alla  Croccia 
{T'  ■)  de'cardinali  ed  alla  veste  inconsuti- 
le  di  Gesìi  Cristo,  in  giro  tessuta  d;dla 
sua  divina  Madre,  che  s'imponeva  per  l'a- 
pertura del  collo. 

Inoltre  la  penula  corrispondeva  alla 
tunica  crocea  e  di  colore  giacinto,  the 
usava  il  sommo  sacerdote  degli  ebrei,  il 
perchè  la  maggior  parte  de'ss.  Padri  o- 
pinarono,  the  trovandosi  gli  apostoli  tra 
il  vecchio  e  il  nuovo  Testamento,  nelle 
cose  esteriori  adottassero  alcuna  cosa  dei 
riti  sacri  the  si  osservavano  dai  sacerdoti 
nel  tempio  ;  e  come  tale  indumento  si  u- 
sava  nel  sagrifizio  preparatorio,  giusta- 
mente lo  tradussero  gli  apostoli  al  sa- 
grifizio incruento  della  3Iessa.  JNegò  l'A- 
lemanni, De  Laler.  parici,  p.  Sg  e  seg., 
r  uso  della  casula  o  penula  agli  aposto- 
li; ma  gli  si  può  opporre  l'immagine  di 
s.  Pietro  ^estito  ccn  casula, riportata  dal 
Saussay  e  riprodotta  dal  Bonanni,  essen- 
do larga  e  talare.  ISon  mancarono  scrit- 
tori the  hanno  ritenuto  essere  a  tempo 
di  s.  Pietro  e  degli  altri  apostoli  già  in 
uso  anche  la  veste  bianca  lunga  fino  ai 
piedi,  detta  Jlba  e  oggi  Camice  (P .). 
Dissi  che  le  penule  erano  rotonde  e  chiu- 
se da  tutte  le  parti,  tranne  il  luogo  per 
cui  passava  la  testa;  in  tal  maniera  co- 
privano le  braccia  come  tutto  il  resto 
del  corpo,  e  per  muovere  le  braccia  rial- 
zavasi  dalle  due  parti  sopra  ciascun  brac- 
cio :  sebbene  comune  ai  laici  e  chierici 
per  l'uso  ordinario,  sino  dalla  primitiva 
Chiesa  i  sacerdoti  e  diaconi  ebbero  pe- 
nule particolari,  benché  della  stessa  for- 
ma, per  l'aliare,  quasi  piviale  o  cappa, 
però  colla  sola  apertura  della  testa.  11 
perchè  nell'  elevazione,  alzando  il  sacer- 
dote le  braccia,  e  le  parti  cadendo  su  di 
esse,  con  pena  eseguiva  l'azione,  ond'eb- 
be  origine  il  rito  ancora   in  vigore,  di 


270  IMA 

sollevar  la  penula  ne!  tempo  dcireleva- 
zione  dall'assistente  e  ministri,  come  nel- 
j'incensazioue  dell'aitale,  continuato  ben- 
ché cessata  la  causa  che  l'avea  iiitiodot- 
to.  Per  la  maggior  frequenza  delle  mes- 
se trovatasi  la  penula  sacra  riuscire  in- 
comoda di  adattarla  a  persone  di  diver- 
sa statura,  incominciossi  prima  a  farle 
meno  lunghe  sui  fianchi,  che  davanti  e 
di  dietro;  in  seguilo  e  più  lardi,  anche 
per  adattarle  a  tutti,  in  vece  di  ravvol- 
gerle sulle  braccia,  furono  ristietle  a  po- 
co a  poco,  con  tagliarsi  dalle  parti,  fino 
al  punto  che  le  vediamo  oggi  d'i,  essendo 
cioè  una  larga  lista  che  cade  davanti  e 
di  dietio,di  forma  circolare  nelle  due  e- 
stremilà,  coll'aperlura  pel  capo,  lascian- 
do interamente  libere  le  braccia,  quasi 
alla  foggia  dello  scapolare  ordinato  da  s. 
Benedetto  a'  suoi  monaci  per  la  fatica. 
Avverte  il  Buonarroti,  che  l'odierna  pia- 
neta ebbe  origine  non  immediatamente 
dalla  penula  slretla  pe'viaggi,  ma  bensì 
dalla  penula  ampia  di  panno,  delta  per- 
ciò pianeta,  ed  annoverata  Ira  le  vesti 
sagre  assai  dopo  la  Stola ,  il  Camice  o 
alba,  il  Colohio  e  la  Dalmatica  (F.),  le 
quali  sono  più  antiche,  quanto  all'uso 
tidottato  pei  divini  uffizi.  Il  Donali,  Dei 
fUtlici  sacri  p.  2  19,  afferma  che  la  penu- 
la, chiamata  casula  0  capsula  e  poi  pia- 
neta, già  nel  V  secolo  si  teneva  tra  le 
ordinane  vesti  sagre, citando  eruditamen- 
te molli  scrittori  che  ne  trattarono,  ve- 
dendosene le  antiche  forme  ne'  monu- 
n>cnti  e  pitture  de' cimiteri,  ne' musaici 
antichi,  nelle  pitture  di  diverse  chiese  e 
nelle  opere  che  le  illustrarono.  Quindi 
se  ne  fecero  di  diversi  drappi  e  colori, 
come  può  vedersi  a  Paramenti  e  Colo- 
bi ;  essendo  in  Francia  le  piauele  diffe- 
renti da  quelle  d'Italia,  soltanto  con  la 
forma  di  croce  nelle  trine,  galloni  o  rica- 
mi, dalla  parte  di  dietro. 

Il  Garampi,  Sigillo  della  Carfagna- 
na,  p.  I  16  e  seg.,  dichiara,  che  l'antica 
pianeta  o  casula  nella  forma  si  conservò 
[)er  ben  mille  anni,  ma  poi  uelsecoloXiV 


PI  A 

e  segnatamente  nel  XVI,  per  sollevare  le 
braccia  de' celebranti  dal  peso  di  ravvo- 
glicie  su  di  esse  le  parti  laterali,  s'inco- 
minciò a  tagliarne  ciò  che  pareva  su- 
perfluo ne'  lati,  finché  a  poco  a  poco  ta- 
gliandone sempre  più,  si  venne  ad  nprir- 
la  ne'  fianchi  e  ridurre  nella  forma  mo- 
derna, non  senza  lagnanze  degli  amatori 
dell'antichità.  Quando  le  pianete  erano 
della  forma  delle  antiche  penule,  benché 
già  accorciate,  l'uffizio  di  compiegare  la 
pianeta  sulle  braccia  del  Papa  spettava 
al  diacono  e  suddiacono,  sia  nell'elevazio- 
ne, sia  nell'incensazione,  che  in  altre  a- 
zioni.  Che  i  Papi  fino  d'antichissimo  tem- 
|)0  abbiano  avuto  l'uso  della  penula  già 
denominata  pianeta,  oltre  la  scultura  in 
bronzo  delle  porte  del  battislerio  Lale- 
ratiense  nella  figura  di  s.  Ilario  Papa  del 
46 r,  lo  manifesta  l'antica  pittura  di  s. 
Gregorio  I  del  5go,  che  Giovanni  Dia- 
cono Cit%cv\veco\\a pianeta  supra  clalma- 
ticam  caslanea,  le  immagini  di  Onorio  I, 
s.  Pasquale  I  e  s.  Gregorio  IV,  e  di  altri 
molti,  come  gli  ordini  romani  presso  il 
Giorgi,  De  liturg.  Rom.  Pont.  t.  i,p.  1 96. 
Gli  ultimi  Papi  rappresentati  ne' monu- 
menti con  l'antica  casula  o  penula  della 
pianeta,  furono  Alessandro  VI  morto  nel 
I  5o3,  Pio  III  e  Giulio  li  eletti  in  quel- 
l'anno. Il  Garampi  nel  descrivere  la  guar- 
daroba di  Bonifacio  Vili  nel  1  295,  enu- 
mera le  pianele  e  le  altre  vesti  sacre, 
bianche,  rosse,  d'oro,  violacee,  nere,  con 
superbi  ricami  e  tempestate  di  preziosis- 
sime gioie  e  perle,  descrivendo  eziandio 
diverse  pianete  ricche  di  tali  gemme, 
superbi  ricami,  stemmi  e  miniature  sa- 
cre di  figure.  Talvolta  nelle  pianele  si  fa- 
cevano fregi  e  lavori,  con  ricami  disposti 
a  modo  di  Pallio  (P^-),  il  quale  si  ferma 
sulla  pianeta  con  tre  spilloni,  benché  as- 
sai impiccolito  dal  secolo  XV  in  qua:  si 
costumarono  pianete  arcivescovili  con  a- 
nelli  per  conficcarvi  il  pallio.  Nota  il  Bai - 
dassari,  Relaz.  de'  patimenti  di  Pio  VI, 
t.  2,  p.  i3,  che  fino  al  declinare  del  se- 
colo passalo^  nella  sagrestia  [)onlifìcia  si 


PI  A 
conservava  la  liccliissima  pianeta  liona- 
ta a  LeoneX  dal  re  di  Portogallo  e  scam- 
pata dal  famoso  sacco  di  lluma.  L'usoc 
la  forma  della  pianeta  presso  i  Ialini  non 
diversifica  punto  quella  del  vescovo  da 
quella  del  semplice  sacerdote  ;  ma  presso 
i  greci  non  solo  la  pianeta  si  conserva 
neir  antica  forma  intera  e  grande,  ma 
quella  del  vescovo  è  tutta  sparsa  di  croci 
e  perciò  detta  inullìcruciuni,  che  rap- 
presentano la  lettera  gamma,  onde  que- 
sto lavoro  dieesi  Gammadium,  mentre 
invece  quelle  de' sacerdoti  semplici  non 
ne  hanno  che  una  sola  come  le  nostre. 
Le  pianele  de'  greci  le  descrissi  nel  voi. 
XXXII,  p.  i46  e  i47)  ed  a  Gammadia, 
chiamata  pure  PoUslaurio  [P'.)  ;  e  quel- 
le di  altri  orientali  ai  loro  articoli. 

Nella  Gerarchia  crei,  il  p.  Bonanni 
gesuita  ci  diede  l'erudito  cap.  5^:  Della 
pianeta  delta  anticamente  penula  e  ca- 
sula. Egli  dice  che  la  pianeta  è  il  com- 
pimento dell'  abito  sacerdotale,  senza  la 
quale  non  si  può  celebrare  messa  ;  che 
probabilmente  era  di  tela  di  bianchissi- 
mo lino  o  di  bombace  o  di  seta  ne'primi 
tempi  della  Chiesa.  Anticamente  si  cele- 
brava con  la  sola  casula  o  pianeta,  come 
si  raccoglie  dagli  atti  di  s.  Fulgenzio  mor- 
to nel  533,  e  dalla  vita  di  s.  Martino  di 
Tours  morto  nel  4oo,  il  quale  si  cavò  la  ve- 
ste sotto  la  pianeta  per  darla  al  povero, 
rimanendo  colle  braccia  nude.  Sebbene  la 
preziosità  de'paramenti  sia  divenuta  quasi 
comune  dopo  Costantino  il  Grande,  avan- 
ti quesl'  epoca  ed  anche  in  tempo  delle 
persecuzioni  non  mancano  esempi  di  ca- 
sule preziose,  come  la  casula  usata  da  s. 
Pellegrino  vescovo  d'Auxerre,  ivi  man- 
dalo da  s.  Sisto  II  del  260,  la  cui  casula 
di  seta  color  celeste,  tempestata  di  stelle 
di  colorgiuUoj  fu  data  al  monastero  di  s. 
Dionisio;  così  il  corpo  di  s.  Egiliberto  o 
Agilberto  vescovo  di  Pai  igi  ,  morto  nel 
G80,  fu  vestito  pontificalmente  con  ca- 
sula tessuta  (li  seta  e  oro,  con  le  fimbrie 
d'oro  ;  tale  fu  anche  trovata  la  casula  di 
s.  Norberto  arcivescovo,  morto  nel  1 134, 


PIA  27. 

quando  fu  trasferito  a  Praga,  ed  era  tes- 
suta di  oro  e  seta  rossa.  Quanto  ai  mi- 
steriosi significati  della  casula,  fu  consi- 
derata come  il  simbolo  della  carità  e  del- 
l'autorità sacerdotale  ;  mentre  nella  mo- 
derna pianeta  divisa  in  due  parli,  vuoisi 
significare  in  ima  l'amore  verso  Dio,  nel- 
l'altra quello  verso  il  prossimo,  e  perciò 
nell'ordinazione  del  sacerdote  dice  il  ve- 
scovo: Accipe  vesteni  sacerdotale  ni,  per 
cjuam  charitas  intelligilur.  Deve  questa 
veste  essere  ornata  di  croce,  comincian- 
dosi dalla  sommità  del  collo  sino  all'e- 
stremità, con  diverso  rito  praticato  nelle 
chiese  latine,  poiché  ordinariamente  il 
salutifero  segno  è  solo  nella  parte  ante- 
riore, ed  altre  l'usano  anche  nella  poste- 
riore, sebbene  nelle  pianele  de' vescovi  si 
debba  porre  nella  sola  parte  anteriore,  a 
sentimento  del  Bonanni,  che  aggiunge, 
il  tutto  fatto  con  mistero;  poiché  ne'sa- 
cerdoti  si  alluse  al  portar  della  croce  che 
fece  Cristo  al  Calvario,  ne'  vescovi  per 
portarla  nel  petto  e  nel  cuore.  Non  es- 
sendovi ne'riti  della  Chiesa  cosa  che  non 
includa  significato,  voluto  dall'istituto- 
re degli  slessi  riti,  anche  la  legatura  della 
pianeta  al  corpo  del  sacerdote  ha  il  suo 
mislerOjSpiegando  Ivone  Carnoteuse,  De 
indum.  sacr.  con  altri,  significare  le  fel- 
tuccie  la  dipendenza  de'divini  decidi.  A 
Caitelle  pontificie,  parlando  de'  tem[ii 
di  Avvento  e  Quaresima,  òhs'i  quando  i 
cardinali  diaconi,  il  diacono  e  suddiaco- 
no minislranti  al  celebrante,  assumono  le 
pianele  piegate  innanzi  al  petlo ,  invece 
della  Dalmatica  e  Tonicella  {P'),  vesti 
che  sotto  la  pianeta  usano  ne'pontifieali 
il  Papa,  i  cardinali,  i  vescovi,  gli  abitali 
mitrali  ;  e  quanto  riguarda  come  i  loro 
cadaveri  si  espongano  e  si  seppelliscano, 
io  un  ai  sacerdoti,  vedasi  Funerali  e  re- 
lativi articoli  :  per  le  pianete  piegate  par- 
lai ancora  nel  voi.  XIX  ,  p.  284  e  3oo. 
Anche  gli  altri  sagri  ministri  delle  chie- 
se Ialine  nell'avvento  e  nella  quaresima 
usano  le  pianete  piegate  ,  in  luogo  delle 
dahnaliclie  e  lonicelle  :  prima  non  si  pò- 


272 


PIA 


tevnno  usare  che  nelle  tliiose  mnggìori, 
poi  dì  concesso  anche  alle  pnriocchiali, 
olire  le  regolari,  per  tlecrelo  del  i63(. 
Però  le  pianale  piegale  sono  escluse  nel- 
la 3."  domenica  dell'  avvento,  nella  4-^* 
di  quaresima,  e  nelle  ferie  della  sola  set- 
timana che  segue  la  i.",  perchè  in  quei 
giorni  'si  dice  la  messa  della  domenica 
precedente  ,  sempre  che  non  cadano  iu 
essa  le  quattro  tempora,  giacché  le  pia- 
nefe  piegale  si  debbono  usare  in  tutti  i 
giorni  di  digiuno,  come  dice  il  IMerati, 
part.4,  lil.  I,  n.°  4'i<5''*'6  si  eccettuano 
dalla  detta  regola  la  vigilia  di  Natale  e 
le  quattro  tempora  della  Pentecoste,  06 
soleìììnilatcm  Spìritus  ,?rt«f//,  ne' quali 
giorni  il  diacono  e  suddiacono  usano  la 
dalmatica  e  la  tonicella.  Su  questo  argo- 
mento si  possono  anche  consultare  :  Histo- 
rìca  clìsquisitio  de  re  ve^tiaria  hominis 
sacri,  Amstelodami  i  704.  B.  Bisso,  i//e- 
ritrgia  swe  rei  clii'inae  pcractio  opus.  Gè- 
nuae  1G86.  F.  Fetami,  Diariuin  lìtur- 
gicotheologicuni  sive  sacri  rilus,  Veneti  is 
i6S4-  Jod.  Chiictoveus,  Elucidatorium 
ecclesiasticuTH  ad  offìciimi  ecclesiae  per- 
tinentìa,  Paris  1 5S'Ò.  Chiapponi,  Ada  ca- 
uoniz.  ss.,  p.  281  e  282.  Mauro  Sarti, 
Dìssert.  de  veteri  casula  diptyca,  che  il 
Dionisi,  De'santi  veronesi ,vìun  crede  che 
fosse  pianeta,  ma  un  velo  per  ornare  la 
lonìba  de'ss.  Fermo  e  Rustico. 

PIANO,  Ordine  equestre,  istituito  dal 
Papa  regnante  Pio  IX  con  la  lettera  a- 
poslolica  Ronianis  Fontificibus  ,  de'  1  7 
giugno  I  847,  i.°anniversariodi  sua  pub- 
blicazione al  pontificato,  per  incitamen- 
to e  stimolo  d'onore  a  quelli  che  si  ren- 
dono insigni  e  lodevoli  per  le  loro  gesta 
nella  civile  società,  in  premio  della  vir- 
iti, ripristinando  con  aumento  di  lustro 
l'ordine  equestre  de' cavalieri  Pii  [f^.), 
fondato  da  Pio  IV,  denominandolo  Or- 
da Pianus  dal  proprio  nome.  Divise  l'or- 
dine in  due  classi  o  gradi,  cioè  di  cava- 
lieri di  i.^'classe  edi  cavalieri  di  2.'  clas- 
se. A  quelli  annoverati  nella  1.^  conces- 
se la  nobiltà  trasnìissibile  ai  figli,  a  quel- 


Pi  A 

li  della  2.^  la  nobiltà  personale.  Stabili 
per  insegna  de'decorali  dell'  ordine  una 
stella  d'oro  formata  da  otto  punte  smal- 
tate color  ceruleo  o  meglio  azzurro,  tra- 
mezzate da  raggi  d'oro, con  in  mezzo  una 
piccola  medaglia  0  tonduio  di  smalto  bian- 
co, in  cui  è  scritto  a  lettere  d'oro:  Pins 
IX.  La  medaglia  o  tondino  ha  un  cer- 
chio, nel  quale  con  lettere  azzurre  è  l'e- 
pigrafe: Firluti  Fa  Merito  4|f.  Nel  ro- 
vescio, sopra  il  medesimo  tondino,  pari- 
menti smaltalo  bianco,  in  lettere  d'oro  si 
legge:  Anno  r847-  Di'^pose  il  Pontefice 
che  i  cavalieri  di  i.*  classe  debbano  por- 
tare r  insegna  o  decorazione  al  collo  ap- 
pesa ad  una  benda  o  striscia  o  fascia  o 
fettuccia  di  seta  azzurra  o  cerulea  con  li- 
nee rosse  agli  orli;  che  i  cavalieri  di  2. 
classe  debbano  portare  la  medesima  de- 
colazione,  ma  di  forma  più  piccola, al  si- 
nistro lato  del  petto,  pendente  da  fettuc- 
cia della  stessa  qualità,  ma  più  stretta.  In- 
olire  il  Papa  per  privilegio  accordò  ai 
cavalieri  di  i.'  classe  di  poter  portare  sul 
sinistro  lato  del  petto  una  gran  medaglia 
o  crar/irtf  d'argento  con  l'istessa  insegna 
equestre,  dichiarando  che  questi  cavalie- 
ri non  potessero  usaie lai  medaglia  o  era- 
chat  senza  speciale  facoltà  sua  e  de' suoi 
successori.  Quindi  Pio  IX  colla  lettera  a- 
postolica  ,  Apostolico  moderaniini  coii- 
i'e«//,  del  21  giugno  i847)  i.°  anniver- 
sario di  sua  coronazione,  come  1'  altra 
stampala  nella  tipografia  camerale  e  sot- 
toscritta dal  cardinal  Lambruschini,  qua- 
le segretario  de'brevi  e  gran  cancelliere 
degli  ordini  pontificii,  per  dare  un  mu- 
nifico attestato  di  benevolenza  ai  ponti- 
ficii cubiculari  i  laici  o  Camerieri  segre- 
ti e  di  onore  del  Papa  (f^.),  volgarmen- 
te delti  di  spada  e  cappa,  dichiarò  che 
potrebbero  essere  insigniti  dell'ordine  e- 
questre  Piano,  quante  volte  forniti  della 
nobiltà  de'  natali  e  pei  loro  servigi  resi 
al  Pontefice  ne  venissero  da  questi  cre- 
duti degni,  e  pei  primi  ne  decorò  il  mar- 
chese Sacchetti  foriere  maggiore  ed  il 
conte  Campello,  camerieri  segrelij  il  i." 


PIA 

pailecipanle,  il 2.° soprannumerario.  Fi- 
nalmente riprodurrò  trailotto  dal  latino 
il  breve,  Cuni  hominuvi  mcnleSy  emana- 
to dal  PouteHce  sul  medesimo  ordine. 

Breve  dì  N.  S.  Pio  IX,  in  cui  si  dichia- 
rano alcune  cose  relaln'e  ai  cavalieri 
dell' orcUne  Piano  di  prima  classe. 

Pio  Papa  IX  a  perpetua  memoria. 

»  Ad  eccitare  gli  uomini  alla  virtù  e 
rettitudine,  come  all'esercizio  delle  belle 
aiti  e  di  nobili  azioni,  i  romani  Ponte- 
fici Nostri  predecessori  istituirono  ordi- 
ni equesti  i.  Anche  Noi  col  medesimo  sco- 
po per  mezzo  delle  Nostre  lettere  apo- 
stoliche in  data  17  giugno  1847  istituim- 
mo l'ordine  Piano,  titolo  desunto  dal  No- 
stro nome,  e  lo  dividemmo  in  due  gra- 
di, uno  de'quali  da  conferirsi  ai  cavalie- 
ri di  prima  classe,  l'altro  a  quei  di  se- 
conda, e  concedemmo  ai  cavalieri  di  pri- 
ma classe  il  privilegio  di  tramandare  nel 
loro  figli  il  titolo  di  nobiltà.  Di  più  sta- 
bilimmo che  la  decorazione  propria  di 
tal  ordine  sia  d'  oro  a  guisa  di  stella  con 
otto  ra""i  cerulei,  avente  nel  mezzo  una 

co  3 

piccola  bianca  medaglia,  in  cui  a  carat- 
teri d'oro  sia  impresso  =:  Pius  IX  =z  e 
d'intorno  un  cerchio  in  oro  coll'iscrizione 
— ::  f^irtuù  et  Merito  =  come  nella  parte 
opposla  =:  /4nno  1847  ^=  Stabilimmo 
pure  che  i  cavalieri  di  prima  classe  in- 
dossassero questa  decorazione  pendente 
dal  collo  con  fettuccia  di  seta  cerulea  di- 
stinta nell'estremità  da  doppia  linea  ros- 
sa, e  che  i  cavalieri  di  seconda  classe  la 
indossassero  di  minor  grandezza  e  colla 
stessa  fettuccia  pendente  però  dalla  sini- 
stia  parte  del  petto, secondo  il  comune  uso 
de'  cavalieri.  Più  stabilimmo  l'abito  dei 
cavalieri,  che  di  color  ceruleo  sia  orna- 
to alle  estremità  di  rosso  colore  e  con  va- 
ri ornamenti  d'oro  secondo  ilvariogra" 
do  de'  cavalieri  stessi.  Manifestammo  an- 
cora che  i  cavalieri  di  prima  classe  posso- 
no avere  il  privilegio  di  portare  una  gran 
medaglia  d'  argento  simile  alla  decora- 

VOI.  III. 


PIA.  273 

zione,  appesa  nel  lato  sinistro  del  petto, 
dichiarando  chea  ninno  de' cavalieri  sia 
lecito  serviisidi  tal  privilegio  se  non  fos- 
se stata  accordata  una  particolare  ed  e- 
spressa  facoltà,  e  riservammo  perciò  a 
Noi  ed  ai  Nostri  romani  Pontefici  succes- 
sori il  diritto  tanto  di  eleggere  i  cavalieri, 
quanto  di  conceder  l'uso  della  medaglia 
d'argento  ai  cavalieri  di  prima  classe. 

w  Ora  poi  con  queste  Nostre  lettere 
apostoliche  ubbiamostabilitoe  decretato, 
che  tutti  quelli  i  qualiinavvenire  saran- 
no slati  nominati  cavalieri  dell'ordine 
Piano  di  prima  classe  goder  debbano  il 
privilegio  di  portare  la  gran  medaglia 
d'argento  nel  fianco  sinistro  del  petto,  e 
che  r  altra  propria  decorazione  dell'  or- 
dine accordata  già  ai  cavalieri  di  prima 
classe,  non  più  come  per  lo  innanzi  sia 
pendente  dal  collo,  ma  sia  invece  soste- 
nuta nel  fianco  destro  da  una  fascia  di 
seta  alquanto  lunga  di  colore  parimente 
ceruleo,  avente  all'estremità  doppia  li- 
nea di  color  rosso.  E  siccome  molti  di- 
stintissimi personaggi  furono  da  Noi  no- 
minati nella  prima  classe  dell'ordine  Pia- 
no con  privilegio  di  portare  la  nominata 
grande  medaglia  d'  argento  ,  perciò  di- 
chiariamo colle  presenti  Nostre  lettere, 
che  quei  ca  valieii  soltanto  dell'ordinePia- 
no  di  prima  classe,  ai  quali  fu  concesso 
da  Noi  l'uso  di  tal  medaglia  ,  possano  e 
debbano  portare  l'altra  decorazione  del- 
l'ordinejSiccome  ora  si  prescrive  con  que- 
ste Nostre  lettere.  Potranno  di  più  i  ca- 
valieri di  prima  classe  dell'ordine  Piano 
indossare  in  avvenire  la  detta  grande  me- 
daglia d'argento  ornata  anche  di  gemme, 
a  condizione  però  che  da  Noi  e  dai  No- 
stri romani  Pontefici  successori  con  par- 
ticolare ed  espressa  facoltà  sia  stato  con- 
cesso, senza  di  che  a  ninno  giammai  sa- 
rà lecito  ornarla  di  gemme.  Tutto  ciò  ab- 
biamo stabilito,  concesso  e  dichiarato,  uoa 
ostante  chiunque  facesse  il  contrario,  par- 
ticolarmente poi  nelle  ricordate  Nostre 
lettere  apostoliche  del  d'i  i  7  giugno  i847> 
le  quali  in  tutto  quello  che  non  si  oppo- 
18 


274  P'A. 

ne  o  deroga  a  queste  presenti  lettere,  vo- 
gliamo e  comandiamo  che  debbano  ri> 
luaner  ferme  e  nel  loro  pieno  vigore. 

»  Dato  in  Gaeta  sotto  1'  anello  del  Pe- 
scatore nel  giorno  17  giugno  1849,  ^"" 
1)0  3.°  del  Nostro  Pontificato  ". 

PIATONE  (s.),  martire.  Nato  a  Bene- 
vento, prete  ripieno  di  zelo,  si  portò  nel- 
le Gallie  per  predicarvi  il  vangelo.  Si  col- 
loca la  sua  missione  circa  lo  stesso  tempo 
che  quella  di  s.  Dionisio  di  Parigi  e  dei 
suoi  compagni.  Entrato  nella  Gallia  Bel- 
gica, converti  al  cristianesimo  il  territo- 
rio di  Tournay,  e  riportò  la  palma  del 
martirio  circa  il  286,  sotto  Massimilia- 
no Ercole.  Conservansi  le  sue  reliquie 
nella  chiesa  del  suo  nome,  nel  borgo  di 
Seclin,  lungi  2  leghe  da  Lilla,  ed  è  ono- 
rato come  apostolo  e  protettore  del  paese. 
Sembra  che  fosse  onorato  a  Seclin  pri- 
ma della  scoperta  del  di  lui  corpo,  fatta 
da  s.  Eligio  vescovo  di  Noyon  nel  VII 
secolo,echeivi  abbia  consumato  il  marti- 
rio, dopo  aver  molto  sofferto  a  Tournay. 
La  sua  festa  è  segnata  il  1.°  di  ottobre. 
PIATTI  FLAMINIO,  Cardinale.  F. 
Plato. 

PIATTO  e  BACILE.  Vasi  di  forma 
rotonda  o  oblunga,  che  si  adoperano  an- 
che per  usi  ecclesiastici  nelle  sacre  fun- 
zioni. Il  piatto,  patina,  è  un  vaso  quasi 
piano.  Il  bacile  o  bacino,  mallimuni,le- 
bes,  vaso  alquanto  cupo.  Questi  vasi  so- 
no di  metallo,  di  argento  e  d'oro,  sem- 
plici, o  più  o  meno  ornati.  Servono  per 
la  Lavanda  delle  mani  [V.)  e  per  tutte 
quelle  cose  di  cui  parlasi  a'  loro  luoghi, 
come  del  boccale,  batiociis.  Anticamente 
chiamavansi  Gahata  {V.)  le  lampade  ed 
i  bacili  o  pialli  che  contenevano  le  lam- 
pade pei  lumi  nelle  chiese.  Papa  s.  Pa- 
sr|uale  I  regalò  alla  basilica  Liberiana  6 
gabate  o  bacili  o  piatti  d'oro,  con  diver- 
se gioie,  da  tenervi  le  lampade,  per  ar- 
dere d'i  e  notte  avanti  l'aitare  maggiore: 
altrettanto  fecero  altri  Pontefici  con  di- 
verse chiese ,  come  riporta  il  Severano 
nelle  Memorie. 


PIA 
PIATTO  CARDINALIZIO.  Assegno 
d'annui  scudi  4:000  che  il  Papa  concede 
ai  cardinali  residenti  in  Pioma  o  impie- 
gati altrove  in  servigio  della  santa  Se- 
de,  oltre  quello  che  percepiscono  dalle 
loro  cariche  (di  che  tratto  a  ciascuna), 
tranne  que' cardinali  italiani  o  stranieri 
che  sono  provvisti  dai  loro  sovrani,  e  quei 
cardinali  di  famiglie  signorili  che  vi  ri- 
nunziano,  secondo  l'istituzione  dell'asse- 
gno, ch'era  pei  soli  cardinali  privi  di  ren- 
dite corrispondenti  a  mantenere  con  de- 
coro la  sublime  dignità  cardinalizia.  Que- 
sto assegno  in  rate  mensili  Io  sommini- 
stra la  camera  apostolica  (a  mezzo  del 
prefetto  del  palazzo  apostolico,  per  dis- 
posizione di  Pio  IX),  oltre  cento  scu- 
di annui  in  compenso  delie  franchigie  o 
esenzioni  dai  dazi  e  gabelle.  Ad  alcuni 
cardinali  il  Papa  non  assegna  l'intero  piat- 
to, ma  quella  quota  che  manca  a  tal  som- 
ma nella  rendita  de'benefizi  ecclesiastici 
che  il  cardinale  o  già  godeva  o  riceve  dopo 
la  sua  esaltazione.  Sul  trattamento  pecu- 
niario del  sacro  collegio  si  può  leggere  l'o- 
puscolo di  mg.'^Peraldi,  Sid temporale  go- 
verno degli  eeclesiastici,  Bastia  i  840,  in 
cui  nell'art.  2  tratta:che  mediante  il  go- 
verno de'preti  hanno  i  laici  già  in  mano 
più  di  quello  otterrebbero  per  un  nuo- 
vo ordine  politico.  Nel  voi.  XXVIII,  p. 
44  e  5q,  dichiarai  che  nel  secolo  corren- 
te diversi  cardinali  morirono  senza  la- 
sciare modo  da  fare  i  funerali ,  onde  vi 
dovettero  provvedere  i  Papi,  come  pur 
fece  Gregorio  XVI  ,  il  quale  inoltre  ac- 
cordò alle  eredità  de'benemeriti  cardina- 
li Mazio  e  Caprano, sopravvivenze  sui  be- 
nefizi ecclesiastici  chegodevano,  onde  pa- 
gare i  debiti  lasciati,  poiché  è  noto  a  tut- 
ti, che  col  solo  modico  piatto  cardinalì- 
zio non  si  può  sopperire  da  un  cardina- 
le, ancorché  viva  frugalmente  e  ristret- 
to, alle  spese  indispensabili  alla  dignità  e 
al  necessario  decoro.  Nel  voi.  X,  p.  17, 
parlai  delle  rendite  de'cardinali  e  di  quan- 
to alcuni  Papi  loio  assegnarono,  mentre 
alle  biocrafìe  de'cardinali  e  relativi  ar- 


PIA 

licoli  dico  delle  parziali  munificenze  dei 
Papi  a  vantaggio  de'  cardinali  slessi.  Il 
vocabolo  piallo  cardmalizio  esisteva  nei 
pontificato  di  Calisto  III, imperocché  nel 
conclave  ilei  145^,  tenuto  per  sua  mor- 
te, il  cardinal  Piccolomini,  che  fu  eletto 
col  nome  di  Pio  II,  ne  parla  come  un'en- 
trata o  piatto,  presso  la  Storia  de  con- 
clai'i.  IN'el  1464  P<^''  "loJ'le  di  Pio  II,  nel 
conclave  i  cardinali  formarono  18  capi- 
toli per  la  buona  amministrazione  del 
pontificato,  per  chiuncpie  di  loro  fosse  e- 
letto,  con  diverse  cose  a  loro  vantaggio, 
quali  lutti  giurarono  e  si  riportano  dal 
Quirini,  Fiiidiciae  Pauli  II,  p.  xxii  ;  on- 
de nacque  1'  uso  di  formare  ne'  concla- 
vi simili  leggi,  secondo  Natale  Alessan- 
dro, Hist.  eccl.  t.  8,  cap.  i,  art.  8,  men- 
tre l'anonimo  autore  di  àtila storia,  for- 
se Burcardo,  dice  che  nel  conclave  i4^8 
fiuono  fatti  alcuni  capitoli  e  che  subito 
li  giurò  Pio  II.  Avverte  il  Piinaldi ,  al- 
l'anno i353,  che  Innocenzo  VI  avea  de- 
cretato, che  i  cardinali  ne'  conclavi  non 
ponessero  in  veruna  maniera  restringere 
l'autorità  pontificia  ,  come  Gregoi'io  X 
avea  statuito  che  in  sede  vacante  non  po- 
tessero disporre  delle  rendile  del  tesoro 
pontifìcio.  Di  tutto  parlai  a  Conclave.  In 
quello  del  14^4  ^^i  eletto  Paolo  II,  che 
come  d'animo  grande,  non  solo  aumen- 
tò le  prerogative  de'cardinali,  ma  a  quel- 
li che  non  aveano  di  rendita  ecclesiasti- 
ca 4,000  scudi  annui,  ordinò  che  la  came- 
ra apostolica  loro  somministrasse  100 
scudi  d'oro  al  mese  (ognuno  de'quali  scu- 
di equivaleva  a  paoli  16  e  mezzo),  ciò 
che  volgarmente  si  chiamò  il  piatto  del 
cardinale  povero.  Nel  i4<^4>  appena  e- 
letto  Innocenzo  VIII  ,  confermò  i  capi- 
toli che  tutti  i  cardinali  aveano  giurato 
in  conclave  di  osservare,  per  chi  venisse 
eletto  Papa:  li  riferisce  il  Burcardo  pres- 
so il  Rinaldi  a  tale  anno  n.°  29  e  3o,  fra  i 
quali:  i.°  Che  si  dassero  dalla  camera  a- 
postolica  ogni  mese  100  scudi  d'oro  ai 
cardinali,  che  non  ne  avessero  4,000  di 
beqefizi.  2.°  Che  fossero  franchi  d'  ogni 


P I  A  275 

gravezza,  3."  Che  toccasse  ad  essi  il  piov- 
vedere  i  benefizi  delle  chiese,  che  ognu- 
no di  loropossedeva.4  "  Cheil  Papanoii 
potesse  alienare  i  beni  di  chiesa,  ec. 

Marcello  II  del  i5'>5  negò  la  legazio- 
ne di  Bologna  al  cardinal  Rladrucci,  ma 
gli  fece  dare  10,000  scudi ,  quanto  ap- 
punto fruttava  in  due  anni,  termine  d;i 
lui  stabilito  alle  legazioni.  Qui  noterò  che 
(juando  GregorioXlI  partida  Iioma  nel 
1407  vi  lasciò  per  vicario  temporale  0 
spirituale  il  cardinal  Stefancschi  Annibal- 
di  colla  provvista  di  scudi  5oo  al  mese, 
indi  Giovanni  XXIII  gliene  assegnò  400 
quando  per  lui  fu  legatoe  vicario  di  Ro- 
ma ,  dopo  aver  approvalo  alla  madre  i 
4o  fiorini  mensili  accordati  da  Alessan- 
dro V  sui  beni  di  chiesa.  Al  fine  dell'ar- 
ticolo Legato  ho  detto  qual  è  il  loro  as- 
segnamento. Al  celebre  cardinal  Paleot- 
ti,  per  la  tenuità  delle  sue  rendile,  avea 
Pio  IV  assegnalo  100  scudi  al  mese;  ma 
per  essersi  il  cardinale  opposto  in  con- 
cistoro alle  gravezze  che  si  voleano  in)- 
porre  ai  sudditi  pontificii  per  aiutare  il 
partito  cattolico  nelle  gueire  civili  della 
Francia,  contro  il  parere  del  Papa  e  dei 
cardinali,  alcuni  ministri  di  ciò  sdegna- 
ti gli  fecero  togliere  l' assegno.  Nondi- 
meno ilcardinale  restò  saldo  nel  suo  pro- 
ponimento, il  sussidio  non  (u  imposto,  ed 
il  Papa  rientrato  in  ragione  restituì  al 
cardinale  la  sua  grazia  e  la  pensione.  Nel 
1 566  s.  Pio  V  appena  eletto  distribuì 
80,000  scudi  a  38  cardinali  che  aveano 
tenui  provviste;  ed  ai  6  che  creò  nel  i  J70 
donò  a  ciascuno  5oo  scudi  d'  oro  ,  due 
pianele,  quattro  portiere,  bacile  e  bocca- 
le, mazza  d'argento,  i  finimenti  rossi  e 
e  paonazzi  per  la  mula,  e  loro  assegnò  an- 
nui scudi  d'oro  1200,  quale  straordina- 
ria provvista.  Tra  essi  eravi  il  cardinal 
P eretti,  poi  Sisto  V  ,  il  quale  nella  sua 
vigna,  poi  filila  Monlallo  di  Roma,  eri- 
gendovi alcune  fabbriche,  un  giorno  pas- 
sandovi GregorioXIll  eciò  vedendo,  dis- 
se :  se  fabbrica  non  e  cardinale  povero, 
e  gli  levò  il  piallo  cardinalizio  dei   100 


a-G  V  I  A 

scudi  al  nieìe.  Ma  il  cardinole  per  finire 
gli  edifizi  prese  denaro  in  prestito  e  vi 
concorse  lo  slesso  arcliilelto  Fontana.  Nel 
iSgo  Urbano  VII  dopo  la  sua  esaltazio- 
ne, subilo  beneficò  i  cardinali  forniti  di 
poche  rendile.  I  cardinali  Spinelli,  Con- 
ti, Del  Bufalo  e  altri  nel  i6o4  creati  da 
Clemente  Vili,  per  non  aver  questi  po- 
tuto provvederli  a  cagione  della  morte, 
■vissero  bisognosi.  Nel  i6o5 Leone XI  che 
gli  successe  distribuì  a' cardinali  poveri 
generose  somme,  protestando  che  non  ne 
avrebbe  creato  finché  non  avesse  avuto 
modo  di  provvederli,  onde  non  avessero 
bisogno  del  piatto  di  cardinali  poveri , 
per  essere  vergogna  del  Pontefice  aver 
dintorno  caidinali  poveri.  Al  tempo  del 
successore  Paolo  V,  il  piatlocardinalizio 
era  di  i5oo  scudi  d'oro  all'anno,  e  si  da- 
va ai  cardinali  che  non  ne  possedevano 
6000  di  beni  ecclesiastici,  come  si  legge 
nella  citata  Storia  de' conclavi.  Innocenzo 
X  nel  i655,  vicino  a  morire,  volle  rive- 
dere il  cardinal  Cecchini,  cui  avea  tolta 
la  provvisione  di  cardinale  povero,  ma 
non  gliela  restituì.  Alessandro  VII  nel 
1657  riservossi  in  petto  4  cardinali  e  non 
li  pubblicò  per  allora,  e  come  dice  il  No- 
vaes,  per  non  poterli  provvedere  de'con- 
sueti  6,000  scudi ,  somma  sufliciente  a 
mantenere  lo  splendore  della  porpora. 

Clemente  X  nel  1675  creò  cardinale 
Howard  Norfolk,  e  gli  assegnò  dalla  ca- 
mera apostolica  annui  scudi  10,000.  A 
FiLippucci  dissi  come  nel  1706  avendo 
ricusato  il  cardinalato,  Clemente  XI  gli 
fece  annuoassegnoepoi  i  funerali.  Il  dia- 
rista Cecconi  narra,comeavendo  tal  Pa- 
pa creato  if)  cardinali  a'  17  maggio  1706, 
dopo  che  apri  loro  la  bocca  a' 7  giugno, 
a  cadauno  stabili  l'annua  rendita  di  scu- 
di ^5oo  ;  e  che  nel  1 7  1 1  fece  dare  scu- 
di 20,000  per  le  spese  al  cardinal  Impe- 
riali, nominato  legalo  rt  /a/ere  ad  incon- 
trare l'arciduca  Carlo  redi  Spagna, che 
veniva  in  Italia  per  passare  in  Germania, 
come  ricordai  nel  voi.  XXXVII,  p.  ?.86. 
Benedetto  Xlll  Orsini,  già  domenicano, 


PIA 

nel  170.4  creò  cardinale  Pipia  domeni- 
cano, ontle  il  duca  nipote  stabilì  di  pas- 
sargli annui  scudi  Goo  ,  e  pregò  lo  zio 
Papa  a  far  perpetuo  questo  assegno  al 
cardinal  domenicano  prò  tempore,  eser- 
citando i  diritti  di  duca  di  Gravina  cui 
avea  rinunziato.  Racconta  il  Novaes  che 
Benedetto  Xlll  nel  1726  riservò  in  pet- 
to 7  cardinali  per  non  aver  la  maniera 
di  provvederli,  essendo  risoluto  di  osser- 
vare lo  statuto  fatto  ne'concla  vi  del  i458 
e  i4*^4j  con  assegnare  4,000  fiorini  al- 
l'anno a  que'cardinali  che  non  avessero 
altre  provviste,  la  qual  somma  si  valu- 
tava allora  allretlanti  scudi,  e  al  presen- 
te corrisponderebbe  a  5,3oo.  Nel  voi. 
VII,  p.  85,  parlai  degli  emolumenti  det- 
ti Rotolo,  pei  cardinali  presenti  in  Romaj 
regolali  da  Benedetto  XIV.  Nel  1789 
Pio  VI  creò  cardinale  F'iangini  uditore 
di  rota  per  Venezia,  promozione  che  ri- 
tardò finché  quella  repubblica  non  gli 
assegnò  quanto  occorreva  pel  suo  deco- 
roso mantenimento,  al  che  essa  ripugna- 
va. Che  Napoleone  assegnò  ai  cardinali 
per  dote  cardinalizia  SojOoo  franchi  per 
cadauno,  lo  notai  a  Francia,  cioè  ai  car- 
dinali delti  ro^^/,  lo  che  spiegai  a  Pio  VII. 
11  piatto  cardinalizio  di  4,000  scudi,  co- 
me notai  nel  voi.  IX,  p.  817,  i  cardina- 
li nuovi  non  lo  percepivano  finché  non 
era  slata  loro  aperta  la  bocca,  cioè  data 
autorità  di  esporre  il  proprio  sentimen- 
to, laonde  talvolta  passavano  molti  me- 
si senza  rendite,  dopo  aver  sostenuto  le 
gravi  spese  del  cardinalato.  Rimosse  que- 
sta consuetudine  Gregorio  XVI,  savia- 
mente decretando  che  ai  cardinali  appe- 
na creati  si  somministrasse  il  piallo,  sen- 
za attendere  la  nominata  formalità. 

PIAZZA  GivL\o,Cardinale.  Nalod'an- 
tica  e  nobile  famiglia  in  Forlì,  fu  con- 
dotto a  Roma  in  età  ancor  tenera  e  po- 
sto scilo  la  disciplina  del  prelato  Camil- 
lo Piazza  suo  zio,  indi  fu  ammesso  in  pre- 
latura ed  occupato  ne' goveini  delle  cit- 
tà'dello  stalo  ponlilìcio,  e  poi  spedito  da 
Innocenzo  XI l  interuuuzio  a  Brusselles, 


PIA 

quindi  arcivescovo  di  Rodi  e  nunzio  di 
(Joionicij  donde  per  alcune  dillerenze  fu 
costretto  ritornare  in  Roma,  ove  fu  fìll- 
io segretariodella cifra.  Clemente  XI  nel 
J  706  io  trasferì  a  Nazareth,  cui  erano 
mute  le  chiese  di  Canne  e  Monte  Verde,  e 
lo  dichiarò  nunzio  di  Polonia  e  nel  i  70-9 
di  Vienna,  non  che  vescovo  di  Faenza  nel 
1710;  finalmente  a'  1 8  maggio  i  7  1 2  lo 
cieò  cardinale  prete  del  titolo  di  s.  Lo- 
renzo Pane  e  Perna,élo  ascrisse  alle  con- 
gregazioni de' vescovi  e  regolari,  dell'im- 
iiiuiiitàjdi  propaganda  e  altre,  nominan- 
dolo legalo  di  Ferrara  nel  i  7  1 4,  dove  die 
illustri  esempi  di  liberalità  ,  giustizia  e 
singolare  illibatezza  di  costumi.  Inter- 
venne ai  conclavi  d'Innocenzo  XIII  e  Be- 
nedetto XI li,  nel  quale  ebbe  un  gran  nu- 
mero di  voti  pel  papato.  Restituitosi  a 
Fiienza,  ivi  morì  nel  1726,  d'anni  63,  e 
ruiias3  nella  cattedrale  onorevolmente 
sepolto. 

PIAZZA  (Platìen).  Città  con  residen- 
za vescovile  nel  regno  delle  due  Sicilie, 
nella  provincia  della  Valle  minore  di  Cai- 
tanissetta,  a  4  leghe  da  quella  città  e  2  i 
da  Siracusa,  capoluogo  di  distretto  e  di 
cantone,  [ìosla  in  amena  e  ubertosa  val- 
le. Contiene  gran  numero  di  chiese,  fra 
le  quali  primeggia  la  cattedrale  dedicala 
a  Maria  Vergine  Assunta,  bello  ed  ele- 
gante edifizio  con  battisterio,  avente  pros- 
simo il  conveniente  episcopio.  Il  capitolo 
si  forma  di  5  dignità,  la  i.^  essendo  il 
preposito,  e  le  altre  il  cantore,  il  tesorie- 
re, il  decano,  ec;  di  20  canonici  primari 
compresi  il  teologo  e  il  penitenziere,  di 
altrettanti  canonici  secondari,  di  8  bene- 
ficiali chiamati  Jaconelli,  e  di  altri  preti 
e  chierici  addetti  al  divino  servigio.  La 
cura  delle  anime  1' esei'cita  il  preposito, 
coadiuvato  da  altri  6  sacerdoti  in  altret- 
tante chiese  fdiali  e  parrocchiali.  Oltre 
a  queste  vi  è  la  chiesa  collegiata  del  ss. 
Crocefisso.  Vi  sono  io  conventi  e  mona- 
steri di  religiosi,  6  monasteri  di  mona- 
che, l'ospizio  per  le  povere  zitelle,  l'orfa- 
notrofio, l'ospedale,  diverse  confraterni- 


PIA  277 

le,  1  monti  di  pietà  ;  raa  si  desidera  il 
seminario,  secondo  1'  ultima  proposizio- 
ne concistoriale.  L'istruzione  pubblica  è 
affidata  ai  domenicani  per  le  scienze  mag- 
giori nel  collegio,  evie  pure  la  scuola  lan- 
castriana.  Città  opulente,  è  contornala 
da  pini,  mandorli,  castagni,  con  pingue 
e  ampioteiritorio.  E  noverata  tra  lebuo- 
ne  città  dell'interno  di  Sicilia;  ha  origine 
antica ,  vantandosi  di  essere  colonia  dei 
greci  di  Platea  {f'.),  venuti  a  rifugiar- 
si in  Siciliaj  allorché  fu  distrutta  dai  te- 
bani  la  loro  patria,  e  perciò  la  chiama- 
rono col  suo  nome  Platea  o  Plati'a,  che 
poi  in  Piazza Ciìirthioss].  Cello  è  che  una 
colonia  di  lombardi  e  piacentini,  venuti 
coi  normanni  in  Sicilia,  quivi  si  stabili- 
rono e  la  eressero  in  piazza  d'armi,  per 
cui  alcuni  fecero  derivare  il  nome  di  Piaz- 
za. Dell'  antica  Platea  o  Piazza  non  si 
vede  che  il  sito,  dopo  che  Guglielmo  I, 
credendola  ribelle,  la  fece  distruggere; 
quindi  l'attuale  fu  fatta  edificare  dal  re 
Guglielmo  II  il  Buono  dei  i  166,  lunge 
una  lega  dalla  vecchia,  indi  continuò  a  se- 
guire i  destini  di  Sicilia.  Piìi  uomini  il- 
lustri uscirono  da  questa  popolosa  città, 
e  solo  ricoiderò  Trigona  e  Parisi  arcive- 
scovo di  Palermo, creato  cardinaledaGre- 
gorio  XVl;  p.  Giambertone  carmelitano 
autore  dell'  opera,  Piazza  antica,  nuo- 
va, sacra  e  nobile;  ed  il  celebre  p.  Inlor- 
cetta  gesuita,  missionario  alla  Cina,  che 
con  altri  della  sua  compagnia  di  Gesfi 
die  all'  Europa  la  Morale  di  Confucio, 
tradotta  dal  cinese. 

La  sede  vescovile  sulTraganea  della 
metropolitana  di  Siracusa,  l'eresse  Pio 
VII  nel  181  7,  con  la  bolla  Pen<etustani 
locoruin  originem,  de'3  luglio,  Dull.Cont. 
l.  14.  p-  326,  con  dismembrare  12  ter- 
re dalla  diocesi  di  Catania,  dichiarando 
cattedrale  la  collegiata  istituita  da  Cle- 
mente Vili;  quindi  per  1°  vescovo  a'2 
ottobre  1818  dichiarò  Girolamo  Aprile 
e  Benzi  di  Caltagirone,  cui  nel  1 834  da 
Gregorio  XVJ  fu  dato  in  ausiliare,  e  lo 
è  tuttora,  ms'  Vincenzo  Vclardita  di 


278  Piv 

Piazza,  che  pur  fece  vescovo  in  paritbus 
di  Gol  lina,  con  ritenzione  della  dignità 
d  aicidiacono  della  calledrale  e  vicario 
generale.  Lo  stesso  Papa  preconizzò  tut- 
ti i  seguenti  vescovi:  nel  i  838,  per  mor- 
te del  predecessore,  Pietro  de' principi 
Naselli  di  Palermo,  preposito  de'filippi- 
lìi  di  Piazza,  indi  fatto  arcivescovo  di 
Leucosia;  dopo  sede  vacante  in  cui  go- 
vernò l'ausiliare,  nel  1844  ii^o-'^  P'ci' 
Francesco  Brunaccini  de' principi  di  s. 
Teodoro  di  Messina,  abbate  cassinese  del 
monastero  di  Piazza,  traslato  all'arcive- 
scovato di  Monreale;  e  nel  i84tj  l'odier- 
no mg.'  Cesare  Sajeva  di  Girgenli,  di 
quella  cattedrale,  già  canonico  e  parro- 
co. La  diocesi  è  alquanto  ampia  e  con- 
tiene IO  luoghi,  dichiarali  dallo  stesso 
Gregorio  XVI  con  la  lettera  apostolica 
In  suprema,  de'  3o  maggio  1 844-  Ogni 
nuovo  vescovo  è  tassalo  in  fiorini  533, 
essendo  le  reudite  802  oncie  ossia  ^5oo 
ducati. 

PIAZZE  DI  ROMA.  Chiamasi  Piaz- 
za quel  luogo  spazioso,  circondato  d'e- 
difizi,  platea ,  area,  campus j  quel  luo- 
go dove  si  fa  Mercato  (^.),  forum j  piaz- 
za dicesi  anche  per  luogo  semplicemen- 
te, e  piazzetta  per  diminutivo  di  piazza: 
piazza  o  piazza  d'arme  .si  dice  di  città  o 
terra  fortificata  e  presidiata.  Le  piazze 
sono  di  ornamento  e  comodo  alle  città 
e  luoghi,  ed  ai  loro  articoli  parlo  delle 
principali.  Poche  sono  le  città  che  al  pari 
di  Roma  abbondino  di  piazze  spaziose  e 
bene  ornale  di  stupende  fonti,  di  mera- 
vigliosi obelischi  e  di  magnifici  monu- 
menti e  edifizi.  Si  può  far  ascendere  il 
numero  di  esse  a  148,  quantunque  non 
tutte,  tranne  circa  5o  monumentali,  sie- 
no  degne  di  ricordo  e  meritevoli  di  una 
descrizione;  per  Io  che  poi  indicherò  le 
principali  e  più  cospicue,  citando  in  ca- 
rattere coi'sivo  e  in  piccole  maiuscole 
gli  articoli  in  cui  le  descrissi,  in  un  alle 
uotizie  topografiche  antiche.  Solo  qui  re- 
gistrerò che  il  rione  I."  Manli  ne  con- 
tiene i5;  il  II."  Tre\>ì  16, il  111."  Colon- 


PIA 
iia  IO,  li  IV.**  Campo  Marzo  j8,  il  V." 
Ponte  IO,  il  VI.°  Parione  i  i,  il  VII." 
Regola  10,  r  Vili."  s.  Eustachio  io,  il 
LX.°  Pigna  6,  il  X.°  Campitelli  7,  l'XI." 
s.  Angelo  6,  il  Xn.°  Ripa  2  ,  il  XIII." 
Trastevere  iZ,  il  XIV.°  Borgo  9.  Di  tut- 
te queste  piazze  ne  trattano  il  Bernardi- 
ni, Descrizione  cle^ rioni  dì  Romaj  il  Nib- 
by,  Roma  nel  i838,  e  Alessandro  Ruf- 
fìni  nel  Dizionario  etimologico  -  storico 
delle  strade,  piazze,  borghi  e  vicoli  del- 
la ci  tlà  di  Roma ,  \v\   1847.  Perdette 
piazze  ed  altresì  possono  vedere  gli  ar- 
ticoli: Borghi  di  Roma,  Chiese  di  Pioma, 
Colonne  DI  RoMA,FoNTANE  DI  Roma,  Fori 
DI  Roma,  Monti  o  collidi  Roma,  Oceli- 
scHi  DI  R.OMA,  Palazzi  di  R.oma,  Rioni  di 
Roma,  Strade  di   Roma;  la  descrizione 
de'tanli  stabilimenti  dell'alma  città  e  le 
biografie  de'Papi  che  le  abbellirono,  mas- 
sime di  Nicolò  V,  Sisto  IV,  Paolo  IH, 
Pio  IV, Gregorio  XI II,  Sisto  V,  Paolo  V, 
Innocenzo  X,  Alessandro  VII,  Clemen- 
te XI,  ClementeXII,  Benedetto  XI V,  Pio 
VI,  Pio  VII, Leone  XII  e  Gregorio  XVI 
che  aumentò  gli  ornamenti  delle  piazze 
di  s.  Gregorio  al  Monte  Celio,  Colonna, 
Porta  Maggiore  e  della  via  del  Porlo  di 
Ripelta,  coll'edifizio  informa  di  emiciclo 
ove  prima  esisteva  il  deposito  di  legna 
da  consumo  con  pericolo  d'incendio  (co- 
m'era altra  volta  avvenuto),  che  per  la 
sua  elegante  appariscenza  (  non  si  corri- 
spose alle  provvide  intenzioni  del  Papa 
che  bramava  un  gran  fabbricato  di  case 
di  tenui  pigioni  a  sollievo  di  chi  poco  può 
spendere)  nell'anno  X  fu  coniata  la  me- 
daglia colla  sua  effigie  e  nel  rovescio  il 
disecno  dell' edifizio  e  l'iscrizione:    iJbi 
indecora  loco  Ugna  congesta  proslahant 
aedibus  a  solo  extructis  aucta    Urbis, 
commoda  et  ornamenta.  Dipoi  concesse 
parte  dell'edifizio  per  le  scuole  artistiche 
dell'  accademia  di  s.  Luca,  come  si  leg- 
ge nella  iscrizione  marmorea  posta  so- 
pra la  porta  d' ingresso.  La  denomina- 
zione delle  piazze  di  Fioma  ebbe  origine 
dalla  regione,  da  qualche  principale  edi- 


PIA 

fìziocIieledecoi'ajCÌai  proprietari  antichi 
o  attuali  di  alcun  palazzo,  o  clall'uso  cui 
sono  assegnate,  e  finalmente  per  qualche 
circostanza  o  avvenimento  particolare. 
Abbiamodi  diversi  incisori  la  veduta  del- 
le piazze  di  Roma,  come  Piranesi,  Pi- 
nelli,  Rossini,  ec. 

Piazza  di  s.  /égoslino  nel  rione  8.° 
Apresi  dinanzi  il  convento  e  la  Chiesa  di 
s.  /4gostino  (^.)  di  cui  prende  il  nome, 
ed  ai  due  palazzi  del  Collegio  Germa- 
nico (F.)  ,  uniti  per  un  arco:  nel  con- 
vento è  la  Biblioteca  angelica  (^.). 

Piazza  di  s.  Andrea  nella  l  alle  ne! 
rione  8."  Prende  il  nome  dalla  Chiesa  di 
s.  Andrea  (F.)  e  dal  Palazzo  Falle  e 
Piazza  della  Falle  {F.). 

Piazza  di  s.  Apollinare  nel  rione  5." 
Di  foima  quadrilunga  e  ampia,  è  deco- 
rata dal  Palazzo  Alieinps  [F.)  e  dalia 
Chiesa  di  s.  Apollinare  (F.),  da  cui  de- 
rivò il  vocabolo. 

Piazza  de'  ss.  Apostoli  nel  rione  2." 
Si  prolunga  moltissimo,  prese  la  deno- 
minazione d^lla  Chiesa  e  Palazzo  de" ss. 
XII  Apostoli  (F.):  rimane  abbellita  dai 
Palazzi  Colonna,  Odescalchi,  MuliPa- 
pazzurri  o  Savorelli^RuJfo  e  Imperiali 
o  Falentini  (F.). 

Piazza  d' A  racoeli  nel  rione  io. "Rice- 
ve il  nome  dalla  Chiesa  di  s.Mariad'A- 
racoelij  vi  si  fece  il  Mercato  (^.),  baia 
Fontana  in  piazza  d' Aracoeli  [F.),  e 
oltre  alcune  buone  fabbriche,  i  Palazzi 
Massimo  e  Muti  Bussi  [F.). 

Piazza  Barberini  nel  rione  2.°, di  for- 
ma quadra,  già  Grimana,  prese  l'attuale 
vocabolo  dal  Palazzo  Barberini (F.)o\'è 
la  Biblioteca  Barberini  [F.);  ne  fa  or- 
namento la  Fontana  del  Tritone  (F.), 
oltre  altra  fontana  memorabile,  e  le  è 
propinqua  la  chiesa  e  convento  de'  Cap' 
puccini  (F.). 

Piazza  dis.  Bartolomeo  all'Isola  nel 
rione  1  2.°,  quasi  quadra,  fra  i  due  Ponti 
Fabricio  e  Cesilo  [F.)  :  è  omonima  alla 
Chiesa  di  s.  Bartolomeo  all' Isola  [F.)y 
coti  colonna  in  mezzo,  di  cui  feci  parola 


PIA  2  7«) 

nel  voi.  XLVIII,  p.  182,  e  rimpetlo  il 
convento  ed  Ospedale  di  s.  Gio.  di  Dio 
de'  ben/rateili  (  F.). 

Piazza  della  bocca  della  verità  nel 
rione  12.°, cui  dà  il  nome  il  marmo  ch'è 
nella  propinqua  Chiesa  di  s.  Maria  in 
Cosmedin  (^'.)j  ch'ebbe  il  Palazzo  apo- 
stolico di  s.  Maria  in  Cosmedin  (  F.'^  : 
contiene  nel  mezzo  la  Fontana  della  boc- 
ca della  verità  (F.),  ed  a  ponente  vi  è 
il  famoso  tempio  d'Ercole  vincitore,  già 
creduto  di  Vesta. 

Piazza  Borghese  nel  rione  4-"  :  sono 
due,  il  cui  nome  loro  viene  dal  Palaz- 
zo Borghese  {F.);  una  di  esse  è  chiusa 
con  colonne,  sbari-e  e  catene  di  ferro,  per- 
chè contiene  gli  altri  edifizi  del  princi- 
pe di  tal  nome. 

Piazza  di  Branca  nel  rione  7.°,  prese 
la  denominazione  dalla  famiglia  Branca, 
di  cui  parlai  nel  voi.  XXI,  p.  34  ed  al- 
trove, che  vi  ebbe  le  sue  case;  qui  è  il 
Palazzo  Santacroce  {F.). 

Piazza  di  Campidoglio  nel  rione  i  o." 
r^.CAMpmOGLio,  jMonte  Capitolino  e  Pa- 
lAzzi  DI  Campidoglio;  con  fonte,  statua 
equestre  di  Marc'Aurelio  collocatavi  da 
Paolo  III  [F.)  ed  altri  monumenti. 

Piazza  di  Campitelli  nel  rione  1 0.", 
di  forma  oblunga  con  diversi  palazzi, 
tra' quali  quello  già  del  cardinal  Pacca. 
(F.),  la  Chiesa  dì  s.  Maria  in  Campi- 
telli (F.),  e  la  Fontana  di  s.  Maria  in 
Portico  o  Campitelli  (F.). 

Piazza  di  Campo  di  fiore  nel  rione 
6.°,  cui  si  danno  varie  interpretazioni 
all'etimologia,  cioè  da  Flora,  donna  a- 
mala  da  Pompeo,  che  propinquo  vi  e- 
resse  il  suo  teatro  e  la  Curia  (F.),  co- 
me dissi  a  Chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Da- 
MAso;  da  Terenzia  famosa  cortigiana  , 
che  in  morte  lasciò  i  suoi  beni  e  questo 
campo  al  popolo  romano,  il  quale  in  suo 
onore  istituì  i  giuochi  floreali  (ne  feci 
parola  a  Giuoco  ed  a  Ferie  )  e  la  pose 
fra  le  seraidee  ;  o  meglio  perchè  il  luogo 
sino  ad  Eugenio  IV  era  un  prato,  spes- 
so coperto  di  fiori  e  perciò  detto  Campo 


28o  PIA 

dei  fiorij  ove  si  pascolavano  1  cavalli  ed  i 
giumenli  de'  contadini  che  porla  vano  in 
Boma  a  vendere  commeslibili,  finché  lo 
fece  lastricare  di  pietre  il  cardinal  Mez- 
zarota  vice-cancelliere,  dopo  di  aver  or- 
nalo gli  edifìzi  contigui  al  suo  palazzo 
della  Cancelleria.  Tuttavolta  sino  a  Leo- 
ne XII  vi  si  tenne  il  mercato  di  cavalli 
e  di  giumenti  in  tutti  i  sabbati  dell'an- 
no,   tranne   il   mese  di  maggio   che  tal 
mercato  nel  lunedì  si  trasportava  a  piaz- 
za Farnese.  Keli  729  il  mercato  di  Piaz- 
za Navona  fu   trasferito   in   Campo  di 
flore  per  le  feste  che  nell'altra  preparava 
il  cardinal  Polignac  per  la  nascita  del 
delfino  di  Francia.  Un  tempo  in  Campo 
di  fiore  facevano  ricapito  tutti  i  servi- 
tori che  cercavano  di  allogarsi,  ciò  che 
oggi  fanno  a  piazza  di  Spagna,  a  piazza 
Colonna  ed  a  piazza  di  Sciarra.  Yi  eb- 
bero casa  gli   Orsini,  e  perciò   ne'  bassi 
tempi  fu  luogo  centrale,  mollo  abitato  e 
teatro  di  diverse  fazioni.  Anticamente  ivi 
si  facevano  le  esecuzioni  della  pena  ca- 
pitale, e  vi  si  esponevano  l'effigie  de'fug- 
gitivi  condannati   a  morte.  Ed  è  perciò 
che  tuttora  vi  si  affiggono  i  solenni  atti 
del  Papa  e  molti  del  cardinal  vicario,  dei 
quali  feci  cenno  ne'  voi.  VII,  p.  i94>  e 
XIX,  p.  58.1  Cursori  apostolici [F.)  af- 
figgono in  Campo  di  fiore  le  lettere  a- 
postoliche,  monitorii,  bolle  e  brevi  del 
Pontefice, con  questa  formola  in  fine  del- 
le stampe,  quale  attestato  dell'  eseguita 
solenne  pubblicazione  e  affissione  :  Die. . . 
inensis  et  anni  ut  supra,  praesens  afjl- 
xus  et  puhlicatus  fuit  ad  vah'as  Curiae 
Jnnocenlianae ,etin  Jcie  Campi Florae, 
elinaliis  locissolitis  et  e onsuetis {c,omt\\\ 
tutte  le  patriarcali  basiliche)  per  me  N. 
N.  apostolicum  cursoreni.  —  iV.  iV.  Ma- 
gister  cursorum.  I  cursori  o  mandatari 
del  cardinal    Vicario  di  Roma  [F.)  in 
Campo  di  fiore  vi  affiggono  le  sue  stam- 
pe che  pubblica  per  ordine  pontificio , 
come  gli  editti  per  la  divota  celebrazione 
della  notte  di  Natale,  sull'osservanza  del- 
la quaresima  con  indulto  apostolico,  sul- 


PIA 

la  santificazione  delle  feste,  pei  catechi- 
smi, giubilei,  ec.Egualmenteapiè  di  tali 
stampe  si  legge  questa  formola  :  Die, 
mense  et  anno  quibus  supra,  praesens 
ediclum  afjìxum  et  puhlicatum  fuit  ad 
valvas  Curiae  Innoceniianae ,  in  /4cie 
Campi  Florae,  et  in  aliis  locis  solilis 
(massime  sulle  porte  o  colonne  o  pareti 
esteriori  delle  chiese)  et  consuetis  Urbis, 
per  me  N.  N.  tribunalis  E.mi  Urbis  card. 
Ficarii  mandatariorum  decanum.  Que- 
sta piazza  è  circondata  di  buoni  fabbri- 
cati, tra' quali  il  Palazzo  Pio  {F .),  e  nel 
mezzo  è  la  Fontana  in  piazza  di  Campo 
de' fiori  {F.). 

Piazza  di  Campo  Faccino  nel  rione 
io.°  già  Foro  romano  (F.),  con  le  Chie- 
se dis.  Adriano,  de' ss.  Cosma  e  Damia- 
no, di  s.  Maria  Nuova  ,  di  s.  Sebastia- 
no alla  polveriera, (i\  s.  Maria  Liberatri- 
ce delle  monache  Oblate  di  Tor  de' spec- 
chi {F.),  dis.  Lorenzo  in  Miranda  degli 
Speziali  (/".),  ec.  ;  gli  orti  Farnese  (F.); 
il  Carcere  [F.)  Mamertino  e  chiesa  del- 
V Arciconfralernila  di s.  Giuseppe  de' fa- 
legnami [F.)  ,  della  quale  parlai  anche 
ne'  voi.  IX,  p.  1 5i  e  2  58,  e  XLVII,  p. 
159;  la  Chiesa  dis.  Martina  (/^.),  edul- 
tri  monumenti.  A  Pipeeno  dissi  ancora 
di  sua  denominazione. 

Piazza  della  Cancelleria  nel  rione  6.°, 
oblunga.  F.  Palazzo  della  Cancelle- 
ria e  Chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Damaso. 

Piazza  Capranica  nel  rione  3."  F. 
Collegio  Cai'ranica  e  Chiesa  di  s.  Ma- 
ria IN  AcQUIRO. 

Piazza  di  s.  Carlo  a  Catinari  nel  rio- 
ne 7."  F.  Chiesa  di  s.  Carlo  a'  Cati- 
nari. 

Piazza  di  s.  Carlo  al  CorsontX  rione 
4-°,  quadrilunga.  /'.  Chiesa  di  s.  Carlo 
AL  Corso. 

Piazza  de'  Cenci  nel  rione  7.°  F.  il 
voi.  XLVI,  p.  278,  pel  palazzo  e  monte 
omonimi. 

Piazza  della  Chiesa  Nuova  nel  rione 
G.°,  quadrilunga.  F.  Filippjm. 

Piazza  di  s.  Claudio  nel  rione  3.°  V. 


PIA 

il  voi.  XXVI,  p.  229,  per  la  chicca  di  tal 
nome. 

Piazza  del  Collegio  romano  nel  rio- 
ne g.°  V.  Collegio  romano  e  Palazzo 
Pamphilj-Doria  al  Corso,  oltre  la  chie- 
sa di  s.  Marta  delle  /Igostiniaiie. 

Piazza  Colonna  nel  rione  3.°  J^. 
Colonna  Antonina,  Palazzi  Chigi,  Ni- 
COLINI,  Piombino,  della  Posta,  Fonta- 
na* in  piazza  Colonna,  ed  il  voi.  XLIX, 
p,  3o2.  Nel  luglio  184B  il  governo  de- 
cretò che  il  monumento  della  Colonna 
sia  preservato  dal  fulmine,  che  la  colpì 
due  volte,  con  spranghe  francliniane. 

Piazza  della  Consolazione  nel  rione 
io.°  F.  Ospedale  di  s.  Maria  della  Con- 
solazione. 

Piazza  di  s.  Eustachio  nel  rione  8.° 
J^.  Chiesa  di  s.  Eustachio  ,  Università' 

ROMANA,PALAZZoCARPEGNA,PALAZZOrvlAC- 

CARANi,  e  Befana.  La  Civiltà  cattolica  nel 
t.  4j  P-  221,  la  chiamò  centro  fisico  del- 
la Roma  papale. 

Piazza  Farnese  ne]  rione  7.",  d'un  bel 
quadrato.  F.  Palazzo  FARNEf.E,  Fonta- 
ne SULLA  PIAZZA  Farnese,  e  Svezia  per  la 
chiesa  di  s.  Brigida. 

Piazza  Fiammetta  nel  rione  5.",  così 
delta,  come  notai  allrove,  dall' abitarvi 
una  favorita  di  Cesare  Borgia  figlio  di 
Alessandro  VI,  chiamala  Fiammetta;  è 
oblunga  e  vi  sono  i  Palazzi  Sacripante, 
Sampieri,  Camuccini,e  la  chiesa  dell'/^/'- 
ciconfraternita  del  ss.  Sagramento  e  s. 
Trifone,  d'i  cui  meglio  trattai  nel  voi.  XI, 
p.  279. 

Piazza  di  Fontana  di  Trevi  nel  rione 
2.°  F.  Fontana  di  Trevi,  Chiesa  di  s. 
Maria  in  Trivio,  ed  il  voi.  XLV,  p.  190, 
per  la  chiesa  de' ss,  Vincenzo  ed  Ana- 
stasio. 

Piazza  di  Firenze  nel  rione  4-°  f^- 
Palazzo  di  Firenze. 

Piazza  del  foro  Traiano  nel  rione  i .° 
V.  Colonna  Traiana,  Arciconfraterni- 

TA  DEL  NOME  DI  MaRIA,  UNIVERSITÀ   De'fOR- 

NARi  per  la  chiesa  di  s.  Maria  di  Loreto, 
Conservatorio  di  s.  Eufemia,  Nel  Inolio 


PIA  281 

1848  il  ministro  de'  lavori  pubblici  or" 
dinò  che  la  colonna,  degno  avanzo  del- 
la romana  grandezza,  sia  difesa  da  spran- 
ghe francliniane  ,  onde  preservarla  dal 
fulmine,  ed  in  modo  che  i  fili  condutto- 
ri non  deturpino,  né  olfendino  il  monu- 
mento. Ultimamente  furono  discoperti  i 
gradini  della  basilica  Ulpia,  onde  furo- 
no eseguiti  i  lavori  opportuni  per  rende- 
re agevole  e  piano  l'accesso  al  monumen- 
to, di  che  parlo  a  Pio  IX  ,  siccome  av- 
venuto nel  suo  pontificato. 

Piazza  di  s.  Francesco  a  Ripa  nel  rio- 
ne i3.°  F.  il  voi.  XXVI,  p.  159. 

Piazza  del  Gesìi  nel  rione  9.°  F.  Ge- 
suiti, e  Palazzi  Altieri  e  Bolognetti. 

Piazza  di  s,  Giovanni  in  Laterano  nel 
rione  i.°:  sono  due,  una  dalla  parte  del- 
la facciata  principale  della  Cìiiesa  di  s. 
Giovanni  in  Laterano,  (.\it\  Triclinio  e  del- 
le Scale  Sante  ;  l'altra  da  quella  del  Pa- 
lazzo apostolico  Lateranense,  del  Batti- 
sterio,  deW  Ospedale  del  ss.  Salvatore  e 
diiW Obelisco  Lateranense  [F.)  con  fonte. 

Piazza  Giudea  nel  rione  1 1 .°  F.  E- 
BREi,  Fontana  in  piazza  Giudea,  ed  il  voi. 
XX,  p.  249,  per  la  chiesa  di  s.  Maria  del 
Pianto. 

Piazza  di  s.  Ignazio  nel  rione  8.°  F. 
Collegio  romano,  per  la  chiesa  omoni- 
ma, ed  il  voi.  XIX,  p.  39,  per  la  chiesa 
di  s.  Maculo. 

Piazza  Lancellotli  nel  rione  5.°  F. 
Palazzo  LANCELLOTTie  Chiesa  di  s.  Si- 
meone PROFETA. 

Piazza  di  s.  Lorenzo  in  Lucina  nel 
rione  3."  F.  Chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Lu- 
cina, e  Palazzi  Ottoboni  e  Ruspoli.  Ivi 
dissi  che  le  derivò  il  nome  dall'antico 
tempio  di  Giunone  Lucina,  con  bosco  sa- 
cro e  stagno,  lucus  Lucinaej  ovvero  dal- 
la b.  Lucina  matrona  romana^  probabil- 
mente fondatrice  del  primitivo  titolo, ove 
poi  fu  con  maggior  ampiezza  fabbricala 
la  detta  chiesa,  onde  nella  tribuna  fu  di- 
pinta con  la  chiesa  in  mano,  anche  per- 
chè ivi  avea  delle  possessioni,  secondo  al- 
cuno, mentre  la  sua  casa  era  dove  sorge 


2S2  y  1 A 

la  Chiesa  di  s.  Marcello,  al  quale  aili- 
colo  pallai  della  pia  matrona.  Essa  è  tli- 
■veisa  da  quella  s.  Lucina,  discepola  dei 
ss.  Pieti'o  e  Paolo,  di  cui  lagionai  in  più 
luoghi,  come  ne'vol.  X,  p.  284,  XII,  p. 
2o5,  Xlll,  p.  i49- 

Piazza  di  s.  Luigi  de'  Francesi  nel  rio- 
ne 8.°  F.  il  voi.  XXVI,  p.  226,  228, 
23 1,  per  la  chiesa  di  detto  nome,  e  Pa- 
lazzo Patrizi. 

Piazza  Madama  nel  rione  8.°  F.  Pa- 
lazzo DEL  Governo  o  Madama. 

Piazza  della  Maddalena  nel  rione 
3.°  F.  il  voi.  XLVj  p.  187,  per  la  chie- 
sa di  tale  santa. 

Piazza  di  s.  Marco  nel  rione  9.°  F". 
Chiesa  di  s.  Marco  e  Palazzo  di  Venezia. 

Piazza  di  s.  Maria  dell'  Anima  nel  rio- 
ne 5.°  r.  i  voi.  XXIX,  p.  io5,e  XXXIX, 
p.  188,  per  le  chiese  di  s.  IVIaria  dell'A- 
nima e  di  s.  Nicolò  de'Lorenesi. 

Piazza  di  s.  Maria  Maggiore  nel  rio- 
ne i.°:  sono  due,  una  dal  lato  del  pro- 
spetto principale,  l'altra  da  quello  della 
tribuna.  F.  Chiesa  di  s.  Maria  Maggio- 
re, Palazzo  apostolico  Liberiano,  Fon- 
tana DI  s.  MariaMaggiore,  Obelisco  Li- 
beriano, Penitenzieri  Liberiani  :  della  co- 
lonna di  s.  Maria  Maggiore  parlai  ancora 
nel  voi.  XIV,  p.  3  i5. 

Piazza  di  s.  Maria  della  Pace  nel  rio- 
ne 5.°  F.  Chiesa  di  s.  Maria  della  pa- 
ce e  Pia  unione  di  s.  paolo. 

Piazza  di  s.  J\laria  in  Trastevere  nel 
rione  i  3.°  /'.Chiesa  di  s.  Maria  in  Tras- 
tevere, Fontana  in  piazza  di  s.  Maria 
IN  Trastevere  ,  Palazzo  apostolico  di 
s.  Maria  in  Trastevere,  Conservatorii 
DELLE  Pericolanti  e  del  Refugio  di  s.  Ma- 
ria IN  Trastevere. 

Piazza  della  Minerva  nel  rione  9.°  P^. 
Chiesa  di  s.  Maria  sopra  Minerva,  con 
Biblioteca  Casanatense,  Obelisco  della 
Minerva  e  Accademia  ecclesiastica. 

Piazza  Montanara  nel  rione  io.°  F. 
Chiesa  di  s.  Nicola  im  Carcere,  Ospizio 
di  s.  Galla,  Fori  di  Roma,  e  Fontana  in 
PIAZZA  Montanara. 


PIA 

PiaT~n  di  Monte  Citorio  nel  rione  3.* 
F.  Monte  Citorio  e  Obelisco  di  Monte 
Citorio. 

Piazza  dì  Monte  d'oro  nel  rione  4''> 
di  forma  quadra  :  n'è  incerta  l'etimolo- 
gia ;  narra  però  il  Martinelli,  Roma  ri- 
cercata  nel  suo  sito,  che  i  propinqui  luo- 
ghi sotto  il  colle  degli  orti  si  comincia- 
rono ad  abitare  e  riempire  ne'luoglii  bas- 
si e  concavi  nel  pontificato  di  Giulio  III; 
dalle  antiche  ortaglie  fu  il  luogo  chiama- 
to ortaccio,  poi  con  due  altri  nomi,  cioè 
condopula,  e  da  un'osteria  che  si  eserci- 
tava nella  casa  degli  eredi  del  Causeo,  fu 
chiamala  del  Manie  d'oro,  da  questa  in- 
segna che  ivi  fu  posta. 

Piazza  del  Monte  di  pietà  nel  rione 
7.°  F.  Monte  di  pietà  di  Roma. 

Piazza  di  Monte  vecchio  nel  rione  5.°, 
cosi  denominata  dal  monte  di  pietà  in 
questo  luogo  stabilito  da  Sisto  V  (  che 
forse  prima  era  presso s.  Salvatore  delle 
Coppelle,  come  dico  a  Parrocchia  infi- 
ne ),  poi  trasportato  ove  trovasi ,  come 
dissi  nel  voi.  XLVI ,  p.  258.  Rendono 
interessante  il  luogo  alcune  casco  palaz- 
Zini  d'ottimearchitetturedel  secolo  XVI, 
una  delle  quali,  che  dicesi  di  Gualdo,  ha 
buoni  bugnati ,  pilastri  ionici  e  corinti, 
con  sodi  ornati. 

Piazza  Navona  nel  rione  6.°,  una  del- 
le più  vaste  di  Roma,  giacché  la  sua  su- 
perficie è  circa  un  rubbio  di  terreno  o 
metri  quadrati  10,924,  e  da  essa  sbocca- 
no 9  strade.  Questa  piazza  porta  il  nome 
di  Circo  o  Foro  Agonale,  pei  giuochi  e 
feste  agonali,  che  secondo  alcuni  ivi  si  ce- 
lebrarono al  dio  Agonio.  Altri  riferisco- 
no che  si  disse  Agonale  o  dall'  agone  di 
che  era  oggetto  della  festa,  cioè  il  sacer- 
dote e  la  vittima,  o  perchè  questa  veni- 
va offerta  a  Giano.  Ovidio,  Fasti  I ,  v. 
320,  allega  cinque  ragioni  a  tale  etimo- 
logia ;  è  noto  che  Agone  io  greco  signi- 
fica combattimento  che  si  fa  dentro  ad 
un  cerchio  nelle  lotte  degli  atleti  in  diver- 
se maniere ,  per  cui  si  dissero  agonali  i 
luoghi  io  cui  si  rappresentavano  simili  e- 


l'  l  A  283 

rio  puitiito  dagli    ebrei  ed   altro,  oltre 
quello  abbondante  di  erbaggi  e  fiulti  che 
ha    pur  luogo  ogni  noattina  per  la  sua 
ampiezza  e  centralità.  La  inagislralura 
romana  prese  diverse  provvidenze  pel  re- 
golamento del  mercato  di  Navona,  e  le 
inserì  nello  statuto  di  Roma  ,  assegnan- 
dovi un  commissario  :  molta  cura  ne  pre- 
sero ancora  i  cardinali  camerlenghi  ed  i 
prelati  uditori,  anche  per  impedire  le  in- 
cette de'frultied  erbaggi,  deputando  mi 
governatore    con   apposito  uffizio   nella 
piazza,  per  decidere  le  controversie  che 
insorgono  ne'contratti,  tanto  ne'mercali 
periodici  che  in  quelli  de'mercoledì;  Per 
la  parte  che  lo  riguarda,  anco  il   tribu- 
nale delle  strade  emanò  regolamenti  sui 
venditori  che  prendono  luogo  in  questa 
piazza.    La  popolazione  che  vi  concorre 
forma  un  colpo  d'occhio  soiprendenle. 
In  processo  di  tempo  vi  furono  celebrati 
tli versi  altri  spettacoli  ,  feste,  con  teatro 
di  ciarlatani,  poi  di  burattini  (de' quali 
parlai  a  Ottoeoni  famigiia,  dicendo  del 
loro  teatro  di  marionette).  In  varie  cir- 
costanze il  mercato  si  fece  anche  altro- 
ve, cioè  a'  20  settembre  ì55'J  sino  a'  7 
novembre  in  piazza  s.  ALirco,  per  l'inon- 
dazione del  Tevere, che  in  Navona  avea 
lasciato  la  malta  o  melma  o  terra  del  su(» 
fondo;  a'i5  ottobre  1729  in  Piazza  di 
Campo  di  fiore  (f^.),  a'3i  detto  a  piaz- 
za Colonna  ,  prolungandosi  in  quella  di 
monte  Citorio,  e  si  continuò  fino  al  ter- 
mine delle  feste  in  Navona;  per  le  mis- 
sioni dell'anno  santo,  che  ivi  si  facevano, 
a'  iq  luglio  1749)  '  cristiani   tennero  il 
mercato  in  piazza  della  Cancelleria  ,  gli 
ebrei  nella  propinqua  piazza  Pollarola, 
così  delta  dal  mercato  giornaliero  di  pol- 
li d'ogni  genere  e  di  ova  ;  per  le  missio- 
ni del  1783  nell'agosto  tenute  in  questa 
piazza  (  in  quelle  date  per  gli  anni  santi 
I  7306  1825, coH'intervento  di  Benedet- 
to XIV  cLeone  XII,  vedausi  i  voi.  II,  p. 
137  e  142,  e  XXXVIII  ,  p.  61),  quello 
degli  ebrei  ebbe  luogo  nella  piazza  con- 
bri ,  mobili ,  ferramenti  ,  rami ,  veslia-     ligua  de'pollaroli,  quello  degli  erbaggi  e 


PIA 

sercizi  e  spettacoli.  Il  Cnncellicii  suppose 
la  denominazione  di  Navona  dalla  forma 
rellilinea  e  di  nave  the  ha  la  piazza,  che 
conserva  quella  del  circo  Alessandrino  ; 
ed  il  Fea  inclinò  a  credere  che  il  nomeiV^- 
vana  provenisse   da  Agone  corrotto  nei 
bassi  tempi  per  la  proiumzia  popolare  di 
ISagona,  Nagone  e  Navona.  Qualunepie 
sia  la  causa  di  questo  nome,  quasi  tutti 
gli  scrittori    si    uniscono  in  credere  che 
non  solo  fossero  in  questo  circo  celebra- 
ti i  giuochi  agonali,  ma  altri  ancora.  Il 
JN'aidini  giudicò  che  vi  si  facessero  prin- 
ciprdmente  l'Equirie  o  giuochi  de'caval- 
li  e  de'carri  in  onore  di  Giano,  delti  set- 
timonziali,  peichè  Jgones  furono  detti 
tutti  i  colli  :  ma  su  queste  feste  è  a  veder- 
si Monti  e  colli  di  IIoma.  De'giuochi  del- 
le Equirie  e  degli    Apollinari  che  ivi    si 
fiicevano,  ne  parlai  ne' voi.  X,  p.  88  eq4, 
XI,  p.  276  e  291,  XII,  p.  f)3,  e  XXXI, 
p.  172,  ove  pur  dissi  che  il  circo  vuoisi 
eretto  o  riedificato  da  Alessandro  Severo, 
il  quale  avea  vicino  le  terme.   Ne' secoli 
di  mezzo  e  fino  al  X\  I  in  questa  piazza 
si  celebravano  i  famosi  giuochi  d'Agone 
e  di  Monte  Testacelo  nel  giovedì  grasso, 
neli'uitima  domenica  di  carnevale  e  per 
la  festa  dell' Assunta,  prendendovi  parte 
le  comuni  d'Anagni,  Corneto,  Magliano, 
Piperno,  Sutri,  Terracina,  Tivoli,  Tosca- 
nella,  Vellelri  e  gli  ebrei.  Li  descrissi  nei 
voi.  X,  p.  84  e  88,  ove  lodai   la  bella  o- 
pcra  di  Cancellieri,  XXXI,  p.  17761  78, 
e  XLVI,  p.   277,  dicendo  pure  del  sol- 
lazzo della  cuccHgna  che  ivi  fu  fatta,  rin- 
novala poi  sotto  il  governo  francese  nel- 
le domeniche  d'agosto.  A  Spagxa  descri- 
vo la  chiesa  de'ss.  Giacomo  e  Idelfonso de- 
gli spagnuoli,che  trovasi  nella  piazza,  rie- 
dificata nel  i45o.  A  Mercato  raccontai 
come  nel  i477  cessando  in  parte  di  tener- 
si sulla  piazza  di  Campidoglio,  d'ordine 
del  cardinal  camerlengo,  s'incominciò  ai 
2  o  3  settembre  a  farsi  ne'  mercoledì  in 
questa  piazza  dai  venditori  d'ogni  sorta 
di  commestibili  e  altri  oggetti  ,  come  li- 


284  PIA 

frutti  nella  parte  superiore  di  piazza  Na- 
vona,  verso  s.  Apollinare;  a'  i4  agosto 
18  to  il  mercato  si  fece  nelle  piazze  della 
Cancelleria  e  Pollarola,  per  lasciar  libe- 
ro il  foro  agonale  alla  corsa  del  fantino, 
ossia  d'uomini  a  cavallo,  falla  nel  di  se- 
guente ,  mentre  di  altre  parlai  nel   voi. 
X,  p.  88  (divertimento  che  rinnovatoan- 
Cora  per  l'imperatore  Francesco  I,  riu- 
sciva meraviglioso  per  1'  effetto,  ma  per 
l'angustia  delle  estremità  del  circo,  caval- 
li e  cavalieri  spesso  restavano  malconci 
e  morti).  Dopo  delta  epoca  anche  in  altre 
c;rcostanzesi  trasportò  altrove  il  mercato, 
ed  eziandio  nella  piazza  di  Campidoglio, 
Ricordai  a  Granata  le  feste  fatte  in  Ro- 
ma nel  i49^  perla  sua  espugnazione,  on- 
de in  questa  piazza  ne  furono  celebrate 
con  giostra  e  carri  trionfali  ;  e  nel   voi. 
XLV,  p.  118,  il  torneo  rappresentato  a 
spese  del  cardinal  Barberini,  che  poi  vi 
fi;ce  eseguire  altri  spettacoli;  cioè  pei'  la 
regina  di  Svezia  un  carro  trionfiile  con 
carosello  e  combattimento  notturno,  ed 
il  palazzo  incantato  dell'Orlando  furioso; 
e  pel  principe  Alessandro  di  Polonia  la 
nave  con  vele  sopra  finte  onde,  e  l'istoria 
di  s.  Alessio.  A  Chiesa  di  s.  Agnese  in 
PIAZZA  Navona  (per  quanto  in  questo  luo- 
go fu  fatto  alla  santa,  ne  feci  cenno  al  voi. 
XLIV,  p.  2 35) dissi  com.e  la  riedificò  In- 
nocenzo X,  che  dai  Iati  vi  eresse  il   Pa- 
lazzo  Paniphilj  in  piazza  NaK'ona  e  il 
Collegio  Pamphilj  (F.)  ed  incontro  in- 
nalzò [' Obelisco  di  piazza  Na^'ona  (F.) 
col  sontuoso  fonte (  per  cui  Innocenzo  X 
tolse  il  Mercato,  come  notai  nel  voi.  XXI, 
p.  40  )  ivi  descritto,  insieme  a  quelle  che 
abbelliscono  la  stessa  piazza  di  Gregorio 
Xlll,  il  quale  notabilmente  l'allargò:  per 
tali  magnifiche  opere  si  coniarono  di\e 
medaglie  a  Innocenzo  X  colla  sua  eOl- 
gie,  ne'cui  rovesci,  in  una  si  vede  la  fon- 
tana e  l'obelisco  con  l'epigrafe :/^Z'/«/o<7- 
qua  ^'irgine  Àgonaliutn  cruore  j  nell'al- 
tra è  il  prospetto  della  chiesa  con  le  pa- 
role :  D.  AgnelL  virgini  et  mari,  sacrarli. 
Is'el  circuito  di  questa  gran  piazza  souovi 


PIA 

ancora  altre  fabbriche  assai  buone,  che 
la  chiudono  alTintorno,  di  mano  in  ma- 
no fondate  sopra  le  rovine  delle  arcua- 
zioni  dell'antico  foro, il  Palazzo  B  rase  hi 
[F.)  ed  il  Palazzo  Lancellotti  ajchitet- 
tura  di  Pirro  Ligorio,  fatto  fabbricare  da 
Ferdinando  Torres  di  Granata  (che  qua- 
le incaricato  del  re  Filippo  il  presentò  la 
chinea  a  Paolo  IV,  onde  in  una  sala  fece 
dipingere  la   pompa  ,  indi  stabib  la  sua 
f  imiglia  in  Roma),  e  pel  malriraonio  di 
una  Tories  passato  ne'Lancellotti,  tutto 
ben  bugnato  ed  egregiamente  distribui- 
to ed  ornato,  avendovi  già  stanza  nel  i." 
piano  \e  accadepiie  Tiberina  e  Filodram- 
matica, da  ultimo  trasportate  altrove;  e 
prima  ve  l'ebbe  la  famosa  stamperia  ca- 
merale del  Mainardi,  erigendosi  un  va- 
go teatro  nella  sua  grandiosa  sala  j  allo 
spirare  del  secolo  passato.  Avanti  di  par- 
lare dello  spettacolo  pubblico  del   lago 
nell'allagare  la  parte  meridionale  di  es- 
sa, servendosi  dell'acqua  delle  due  gran 
fontane  che  ivi  sono  dell'obelisco  e  del 
moro,  otturando  le  chiaviche,  farò  cen- 
no di  allri  allagamenti  operati    in    Ro- 
ma dalle  fontane  per  piacevole  diverti- 
mento. Pompilio  Tolti  ,  Ritrailo  di  Ro- 
ma anlicae  moderna,  Roma  1  638,  som- 
ministra le   notizie  di   due  allagamen- 
ti, che   da  gran  tempo  sono  andati  in 
disuso  e  perduta  la  memoria.  Narra  per- 
tanto che   nell'estate  le  Fontane  sulla 
piazza  Farnese  (^F.)  allagavano  la  piaz- 
za con  dilettevole  vista  e  molto  concor- 
so di  gente  a  prender  fresco  e  sollevarsi 
dal  caldo:  questo  lago  si  sarebbe  potuto 
ingrandire,  secondo  il  progetto  del  Pa- 
scoli, con  atterrare  le  6  isole  di  case  che 
dividono  la  piazza  da   quella  di  Campo 
di  fiore,  per  formarne  una  sola,  ornata 
in  due  angoli  diagonalmente  opposti  dai 
due  Palazzi  della  Cancelleria  e  Spada, 
edi  aggiungere  in  distanza  due  altre  fon- 
tane. L'altroallagamento  avea  luogo  per 
la  Fontana  di  ponte  Sisto  [F.)  a  dirittu- 
ra e  lungo  la  strada  Giulia,  nell'  estate 
per  riuliescare  la  via.  Il  celebre  lago  poi 


PIA 

di  piazza  Navona^che  si  fa  dalla  malliiia 
alla  sera  in  tulli  i  sahhali  e  domeniche  di 
agosto (  delle  ailegiie  di  questo  raese  ve- 
di il  voi.  XLIV,  p.  2  56),  incominciò  a 
rallegrare  la  ciltà  sotto  Innocenzo  X  ai 
23  giugno  i652.  Lo  pciraisero  i  succes- 
sori Alessandro  VII,  Clemente  IX e  Cle- 
mente X;  lo  fece  sospendere  nel  167G 
liniocenzo  XI,  temendo  che  potesse  ca- 
gionare aria  cattiva,  né  lo  ripriftinaro- 
no  Alessandro  Vili  e  Innocenzo  XII.  Nel 
1703  a' 4  agosto  Clemente  XI  accordò 
che  il  foro  Agonale  si  allagasse  come  pri- 
ma per  divertire  i  romani,  come  spasso 
piacevole  e  lecito:  il  di  lui  medico  Lan- 
cisi, De  nalh'is  alqiie  adventiliis  ronìmii 
coeli  qualitatibuSy  dimostra  innocuo  l'al- 
lagamento, quando  nel  dì  innanzi  e  in 
quello  dopo  si  purghi  la  piazza  dalle  im- 
mondezze. Nel  170JÌ  le  acque  si  fecero 
restare  tutta  la  notte  ,  celebrandosi  sere- 
nale e  cene,  e  queste  nel  sabbaio  dopo 
la  mezzanotte  dette  sabbatine,  ed  allo 
splendore  delle  faci  il  lago  divenne  piìi 
brillante.  Dipoi  a'24  luglio  1707  essen- 
do un  caldo  eccessivo  e  giorno  di  dome- 
nica, si  allagò  la  piazza  con  gran  concor- 
so di  carrozze  e  di  popolo.  Indi  il  lago  fu 
di  nuovo  sospeso  dal  1  720  per  vari  anni  ; 
si  ripigliò  l'uso  nel  1  725  nel  pontificato  di 
Benedetto  XIII;  pel  timore  del  contagio 
(come  nel  1837  pel  cholera  fece  Gregorio 
XVI)  fu  sospeso  da  Denedelto  XIV  nel 
I  743,  ma  dopo  due  anni  d'intervallo,  nel 
1745  lo  fece  rinnovare.  Benedetto  XIV 
tornò  a  sospenderlo  nel  1749  per  le  mis- 
sioni e  nel  1730  per  l'anno  sauto, indi  nel 
1751  lo  fece  eseguire;  ma  da  questo  anno 
diminuì  la  concorrenza  degli  spettatori  e 
quel  fasto  che  ne  fuimava  ilprincipal  or- 
namento; imperocché  vi  prendevano  par- 
te principi  sovrani  e  regine  ,  cardinali  , 
prelati  e  nobili  romani.  Lo  spettacolo  è 
ridotto  un  semplice  divertimento  pel  bas- 
so popolo  ed  una  parte  de' cittadini,  ed 
un  comodo  pei  cocchieri,  che  vi  condu- 
cono a  bagnarsi  i  cavalli  e  le  carrozze,  giac- 
ché essendo  la  piazza  alquanto  a  foggia 


P I  A.  28  > 

di  bacino,  in  qualche  luogoracqua  giun- 
ge quasi  all'altezza  d'un  uomo.  Il  popolo 
che  nelle  ore  pomeridiane,  massimedel- 
la  domenica,  vi  concorre  in  folla  e  gli  spet- 
tatori delle  finestre  e  loggie  (  una  volta 
parale  di  drappi  ),  dal  pontificato  di  Leo- 
ne XII  sono  rallegrati  dalle  armonie  del- 
le bande  musicali.  Tutto  il  complesso  e 
il  passeggio  de'legni  nell'acqua  forma  uà 
dilettevole  passatempo,  e  rinfresca  i  ca- 
lori estivi. 

Piazza  Nicosia  o  del  Clcnienlino  nel 
rione  4-°  f^-  Collegio  Clement^o. 

Piazza  dell'  orologio  della  chiesa  Nuo- 
va nel  rione  5.°  V.  Filippini.  L'  orolo- 
gio segna  le  ore  ed  i  giorni  del  mese. 

Piazza  Paganica  nel  rione  11."  P^. 
Palazzo  Mattei. 

Piazza  di  s.  Pantaleo  nel  rione  6." 
P^.  Palazzo  Massimo,  Palazzo  Braschi  e 
ScoLopr. 

Piazza  di  Pasquino  nel  rione  6."  P^. 
Palazzo  Braschi  ,  Palazzo  Pampuilj  i.v 
PIAZZA  Navona  e  Arcicoxfraternita  de- 
gli agonizzanti. 

Piazza  di  Pietra  nel  rione  3."  f^.  il 
voi.  XLIX,  p.  3o2,  e  Doga>'E. 

Piazza  di  s.  Pietro  in  Praticano  nel  rio- 
ne i4-°  ^'  Chiesa  di  s.  Pietro  iw  Va- 
ticano ,  Palazzo  Apostolico  Vaticano, 
Palazzo  Accoramdoni  ,  Fonta?:e  sulla 
PIAZZA  DI  s.  Pietro  e  Obelisco  Vaticano. 

Piazza  della  Pigna  nel  rione  9.°,  co- 
sì detta  o  dal  rione  omonimo,  o  per  una 
gran  pianta  di  pino  o  per  parecchi  pini 
che  ivi  un  temposorgevano.  /^.  Arcicon- 
fraternità  della  pietà  de' carcerati  e 
Palazzo  IMariscotti. 

Piazza  della  Piletta  nel  rione  2."  P^. 
i  voi.  XL,  p.  73,6  XLV,  p.  124.  Dice  il 
Vasij  Itinerario  di  Roma,  che  vi  sono  ì 
palazzi  CoZo/j?i<^  e  del  marchese  Muti-Pa- 
pazzurri,e  parte  del  convento  de'ss.  Apo- 
stoli ;  e  crede  che  ivi  fosse  il  portico  di 
Costantino  e  la  magnifica  scala  che  eoa- 
duceva  allesue  terme  situatesul  colleQui- 
rinale,  facendo  poi  parte  del  foro  Suario, 
del  quale  feci  cenno  nel  voi.  XL,  p.  75. 


286  PIA 

Piazza  Poli  nel  rione  i°  V.  Palazzo 
Poli. 

Piazza  di  Ponte  s.  Angelo  nel  rione  5.° 
V.  Po>'TE  s.  Angelo,  ed  il  voi.  XXXII, 
[1.  2  1,  ove  dissi  quando  vi  s'incominciò 
iid  eseguire  la  sentenza  di  morte,  e  degli 
altri  luoghi  ove  si  eseguisce. 

Piazza  del  Popolo  nel  rione  4-°  f^- 
JMoNTE  PiNcio,  Obelisco  del  Popolo,  ove 
parlai  ancora  delle  fontane,  Chiese  di  s. 
Maria  del  Popolo  (in  cui  dissi  sulla  o- 
rigine  della  denominazione  della  piazza), 
DI  s.  ]Maria  di  Moxte  santo,  di  s.  Maria 
de'Miracoli  e  Carnevale.  Quest'amplis- 
sima piazza  è  il  principale  e  maestoso  in- 
gresso di  Roma  per  la  Porta  Flnnnnia 
(/-"'.), alla  cui  destra  è  l'edifizio  delle  du- 
gaue,  congiunto  colle  sale  per  l'esposizio- 
ne di  opere  di  belle  arti  e  col  quartiere 
de'carabinieri  pontifìcii,  fabbi  iche  erette 
dall'  architetto  cav.  Valadier,  autore  e- 
ziandio  de'due  palazzotti  d'uniforme  di- 
segno del  principe  Torlonia  e  del  conte 
Clemente  Lovatti;  opere  eseguile  nel  pon- 
lilìcato  di  Pio  VII, per  cui  fu  coniata  una 
medaglia  colla  sua  elììgie,  e  nel  rovescio 
la  stessa  piazza  colle  nuove  fabbriche  ed 
ornati,  e  l'epigrafe  :  AreaFlaniinia  Ex- 
ornata. A.  1823.  A  questo  imponente 
complesso  di  edilìzi  si  aggiunga  lo  sbocco 
delle  magnillche  strade  dei  Babuino,  del 
Corso  e  di  Pupetta. 

Piazza  di  porta  Portese  nel  rione  1 3." 
/^.  Porta  Portese  e  Ospizio  Apostolico. 

Piazza  del  Quirinale  o  di  Dlonte  Ca- 
vallo nel  rione  1°  V.  Monte  Quirlna- 
LE,  Palazzo  apostolico  Quirinale,  I^a- 
lazzo  Rospigliosi,  Palazzo  della  Consul- 
ta ,  Fontana  del  Quirinale  ,  Obelisco 
Quirinale  ,  ove  descrissi  i  gruppi  colos- 
sali (ieCai'alli,  e  Chiesa  di  s.  Silvestro 
AL  Quirinale. 

Piazza  Rondinini  ne\  rione  8.°,  cui  de- 
rivò il  nome  dalla  famiglia  omonima,  che 
vi  ebbe  le  sue  case. 

Piazza  della  Rotonda  nel  rione  8.° 
F^.  Chiesa  di  s.  Maria  ad  Martyres  det- 
ta LA   R.OT0NDA,  PaLAZZO  APOSTOLICO  DI  S. 


PIA 

Maria  ad  Martyres,  Obelisco  dell  ì  Ro- 
tonda, in  cui  parlai  eziandio  del  fonte. 

Piazza  Ruslicucci  nel  rione  \^.°  V. 
Piazza  di  s.  Pietro  e  Palazzo  Accoram- 
BONI  già  Rusticucci, 

Piazza  di  s.  Salvatore  in  Lauro  nel 
rione  5."  F.  Chiesa  di  s.  Salvatore  irr 
Lauro  e  Scuole  cristiane. 

Piazza  della  sagrestia  Faticana.  V, 
Chiesa  di  s.  Pietro  in  Vaticano,  Chiesa 
DI  s.  Stefano  de'mori,  e  per  la  cliiesa  di 
s.  IMarta  il  voi.  XXIII,  p.  74  ed  altrove. 

Piazza  ScossacavalU  nel  rione  i4-'* 
V.  Arciconfraternita  del  ss.  Sacramen- 
to IN  s.  Giacomo  ,  Fontana  in  piazza  di 
s,  Giacomo  Scossacavalh  ,  Ospizio  dei 
convertendi,  Palazzo  Torlonia  in  Bor- 
go, Penitenzieri  Vaticani. 

Piazza  Sforza  Cesarini  nel  rione  5.° 
F.  Palazzo  Cesarini  Sforza. 

Piazza  Sora  nel  rione  6.°  F.  Palaz- 
zo  Sora. 

Piazza  delle  Stimmate  nel  rione  g." 
F.  Arciconfraternita  delle  Stimmate 
e  1^ alazzo  Strozzi. 

Piazza  di  s.  Silvestro  in  Capite  nel 
rione  3.°  F.  Chiesa  di  s.  Silvestro  in 
Capite. 

Piazza  di  Spagna  nel  rione  4-°j  una 
delle  più  vaste  di  Roma,  di  forma  qua- 
drilunga, prende  il  nome  dal  palazzo 
degli  ambasciatori  di  Spagna,  che  ha  con- 
veniente e  semplice  esterno,  con  bel  ve- 
stibolo ed  appartamenti  grandiosi.  E'  si- 
tuato verso  il  confine  meridionale,  aven- 
te a  destra  in  fondo  il  palazzo  e  fabbrica- 
to della  Congregazione  di  propaganda 
e  collegio  Urbano,  ed  incontro  la  piazza 
col  palazzo  Mignanelli,  ove  nella  sua  i- 
stiluzione  fu  la  Banca  romana,  di  cui  fe- 
ci parola  a  IMercante.  In  tutti  gli  altri 
Iati  la  piazza  è  circondata  di  eleganti  fab- 
briche, nella  maggior  parte  destinate  ad 
albergo  di  sovrani,  principi  ed  altri  fo- 
restieri che  recansi  in  Roma  ,  perciò  vi 
fanno  ricapito  i  servitori  disimpiegati  e 
principalmente  quelli  detti  ò\ piazza,  c\\Q 
prendono  servizio  co' forestieri.  Da  essa 


P  1  A 

(liiamansi  nove  strade,  senza  contare 
l' imponente  e  grandiosa  scalinata  che 
conduce  alla  Chiesa  della  ss.  Trinila  al 
Monte  Pincio  {V.).  Avanti  a  questa  e  in 
mezzo  alla  piazza,  Urbano  Vili,  Barbe- 
rini, con  disegno  del  Bernini  eresse  la 
bizzarra  e  .decorosa  fonte,  che  essendo 
in  forma  di  barca  è  detta  la  Fontana  del- 
la Barcaccia,  e  venne  dal  severo  Milizia 
qualificata  opera  triviale.  Impedito  quel 
Papa  dalle  guerre  di  ornare  nobilmente 
la  principal  mostra  dell'acqua  Vergine 
al  Trivio,  chiamato  T/ci7,  risolvette  qui 
costruire  la  fonte  pubblica, passandovi  i 
condotti  di  essa,  onde  la  via  dirimpetto 
prende  il  nome  di  strada  Condotti.  La 
fontana  si  compone  d'una  gran  vasca  o- 
vale,  parecchi  palmi  sotto  il  piano  della 
piazza,  entro  cui  e  quasi  galleggiasse  sui 
maie  è  posto  un  bastimento  tutto  di 
travertino.  Nella  sua  parte  interna,  tanto 
da  poppa  quanto  da  prua,  si  vede  scol- 
pito il  sole,  stemma  del  Papa,  dalla  cui 
bocca  sgorga  l'acqua  a  foggia  di  venta- 
glio, cadendo  in  una  conchiglia  sottopo- 
sta e  riversandosi  poscia  nel  bastimento, 
dove  pur  si  versa  quella  del  gitto  salien- 
te che  si  vede  nel  centro  uscite  di  mez- 
zo, non  più  da  un  gran  giglio,  ma  da  un 
cannello,  che  per  una  vaschetta  oblunga 
cade  nel  bastimento.  Parimenti  da  pop- 
pa e  da  prua  ha  per  di  fuori  il  bastimen- 
to le  armi  Barberini  colle  api,  per  di  sot- 
to ad  ognuna  delle  quali  sono  iateral- 
Biente  figurate  due  bocche  di  cannoni 
versanti  acqua  nella  gran  vasca,  dove  pur 
si  raccolgono  quelle  acque  che  tlal  ba- 
stimento rigurgitano:  in  tutte  sono  7  boc- 
che d'acqua.  UrbanoVllI, come  elegan- 
te poeta,  con  allusione  ai  cannoni  cele- 
brò l'introduzione  con  un  distico,  cui  fu 
risposto  con  altro  (ambedue  riporta  il  Cas- 
sio, Corso  delle  acque  par.  i,  p.  297), 
senza  temere  l'aculeo  delle  api  ed  i  colpi 
delle  bombarde. 

Piazza  Tartarughe  nei  v'\one  i  i.°  /^, 
Fontana  delleTartabughe,  Palazzo  Co- 
sTAGUTi,  Ebrei  e  Palazzo  Mattei. 


PIA  287 

Piazza  di  Termini  nel  rione  i .":  si  può 
considerare  come  divisa  in  due,  la  mi- 
nore lungo  la  strada  che  mena  a  Porta 
Pia,  con  la  Fontana  di  Termini  (nel 
i85i  il  municipio  romano  rimosse  i  4 
leoni  postivi  da  Gregorio  XVI,  e  li  fece 
riportareal  giardino  Quirinale,sostituen- 
dovene  altri  piìi  grandi  di  bardiglio  di 
(òrma  egiziana  con  geroglifici  nelle  basi) 
e  le  Chiese  dis.  Bernardo,  di  s.  Susanna 
e  di  s.  Maria  della  Vittoria  {V.);  la  mag- 
giore amplissima,  tutta  piantata  d'alberi 
disposti  in  filari  simmetrici,  onde  forma 
un  ameno  passeggio,  contiene  la  Chiesa 
di  s.  Alaria  degli  Angeli,  ^W  antichi  poz- 
zi d'olio  e  gianari  dell"^/?"0/;^/,  ojTgi  mu- 
tati r\e\\' Ospizio  di  s.  Maria  degli  Aniseli 
(V.),  con  stabilimento  pei  sordo- muti, 
ed  in  casa  o  bagno  di  detenzione,  di  cui 
parlai  nel  voi.  XLllI,  p.  33,  e  l'ingresso 
della  Filla  Massimo  0  Montalto  {V.). 
Il  nome  di  Termini,  come  dichiarai  in 
alcuni  de'  citati  articoli,  che  si  dà  alla 
piazza,  è  una  corruzione  della  voce  Ter- 
me, per  gli  avanzi  magnifici  di  quelle  di 
Domiziano  Tvi  esistenti.  Il  grande  ingegno 
del  perugino  Pompilio  Eusebi  concepì  il 
vasto  progetto  di  formare  un  canale  na- 
vigabile colle  acque  dell'Aniene,  il  quale 
dovea  partire  da  Tivoli  e  giungere  in 
Koma  sulla  piazza  di  Termini,  la  quale 
convertita  in  ampio  bacino  gli  servisse 
come  di  foce  e  scolo,  ed  ove  Sisto  V  a- 
\ea  edificato  il  suo  palazzo  e  la  sua  villa, 
con  la  mostra  principale  dell'acqua  Fe- 
lice, nell'intendimento  di  provvedervi  i 
circostanti  colli  e  renderli  popolosi,  a- 
prendo  eziandio  per  dette  alture  magni- 
fiche strade;  imperocché  avea  osservato 
il  provvido  Pontefice,  che  i  romani  an- 
che per  deficienza  di  sìnecessarioelemen- 
to  erano  passati  ad  abitare  nelle  basse  re- 
gioni della  città  e  presso  il  Tevere  (^•)j 
respirando  aria  meno  salubre.  Appena 
Sisto  V  polè  gustare  l'immenso  vantag- 
gio che  sarebbe  derivato  dal  canale  na- 
vigabile, sia  pel  commercio  che  per  l'at- 
tivazione di  opificii  e  altre  comodità,  nel 


288  Pie 

1589  ordinò  l'esecuzione  del  gigantesco 
lavoro  al  suo  inventore,  esentando  dai 
dazi  la  sua  propinqua  villa  Montallo,  i 
fabbricati  e  le  botteghe,  in  uno  alle  mer- 
ci che  in  esse  si  sarebbero  vendute:  ma 
la  morte  del  Papa  troncò  l'attuazione 
del  grandioso  lavoro. 

Piazza  di  Tor  Sanguigna  nel  rione 
5."  F.  ToERi. 

Piazza  della  Trinità  de  Monti  nel  rio- 
ne 4°  F.  Monte  Pimcio  ,  Chiesa  della. 
ss.  Trinità"  de' Monti  al  monte  Pincio, 
ed  Obelisco  della  Trinità'  de'Monti  o 
Sallustiano. 

Piazza  della  Valle  nel  rione  8."  V. 
Palazzo  Valle.  All'intorno  vi  è  qualche 
buona  casa,  oltre  il  palazzo  Capianica, 
che  per  di  dentro  si  coiigiunge  al  Teatro 
Valle.  Ov'è  ora  la  Chiesa  di  s.  Andrea 
della  Falle  (F),  prima  era  la  piazza 
di  Siena,  cos'i  detta  dal  palazzo  de'Picco- 
lomini  di  tal  città. 

Piazza  di  Fenezia  nel  rione  7,.°  F. 
Palazzo  DI  Venezia  e  Palazzi  Torlonia 
A  piazza  di  Venezia,  Rinuccint,  Pampiii- 
Lj  IN  piazza  di  Venezia  e  Grazioli  o  Got- 
TIFRED1. 

PICARDI  o  PICCARDINI.  Eretici  di 
Boemia  che  comparvero  nel  secolo  XV, 
il  principio  de'qualiè  incerto,  imperoc- 
ché alcuni  li  dissero  valdesi,  i  cui  errori 
seguono  i  protestanti,  non  che  adamiti; 
o  meglio  è  un  ramo  de'beguardi  o  big- 
gardi  e  per  corruzione  picardi  e  piccar- 
dini,  setta  che  si  sparse  in  Italia,  Fran- 
cia, Germania,  Paesi-Bassi  e  Boemia,  ed 
alla  quale  si  diedero  diirerenti  nomi  in 
quelle  diverse  contrade.  Come  il  maggior 
immero  di  que'che  la  componevano  era- 
no ignoranti  fanatici,  fu  impossibile  che 
tutti  avessero  la  medesima  credenza,  gli 
stessi  costumi,  professione  di  fede  e  co u- 
dutla.  Alcuni  confusero  i  picardi  co'  fra- 
telli boemi,  ramo  degli  ussiti,  che  si  se- 
pararono dai  calistiui  nel  i647- 

PICCOLO  Raniero,  Cardinale.  Ra- 
niero detto  il  Piccolo  fu  creato  cardinale 
prete  nel  1 183  o  1 184  da  Lucio  HI,  e 


Pie 

si   trovò  in  Velletri  quando  quel  Papa 
assolse  il  re  di  Scozia  Guglielmo. 

PiCCOLOMlNI  Famiglia.  Il  Mar- 
ches'ì,  La  galleria  dell'onore,  par.  2,  e- 
numerando  i  personaggi  che  fiorirono  in 
questa  celebre  e  nobilissima  stirpe,  che 
chiama  albore  smisurato  pei-  parentele  e 
adozioni,  in  sublimi  dignità  ecclesiasti- 
che, per  santità  di  vita,  per  principali  e 
signorie,  per  magistrature  civili  e  mili- 
tari e  decorazioni  equestri,  non  che  per 
uomini  che  si  resero  rinomati  nelle  scien- 
ze e  nelle  lettere,  e  in  fine  per  parentele 
sia  colle  case  sovrane  d'Aragona,  di  Sas- 
sonia, Appiani,  Aldobrandeschi,  Mala- 
spina  e  Gonzaga,  che  perquellecoiconti 
Guidi  di  Bagno,  Mendoza,  Abati  signo- 
ri di  Grosseto,  Ricasoli,  libertini,  Lam- 
bardi,  Bandini  ed  altre  si  italiane  che 
straniere; a cagionesegnatamente del  suo 
principale  ornamento  Pio  li,  di  cui  ben 
a  ragione  si  disse  fama  super  aethera  no' 
tus.  La  vera  e  non  adottiva  stirpe  de'Pic- 
colomini  è  di  riraota  origine,  di  nobiltà 
gloriosa  e  d'ordine  patrizio,  che  nel  sa- 
nese  in  peculiar  modo  si  propagò.  Per 
sentenza  di  E.  Vibiena,  riferisce  il  IMala- 
volti,  che  quando  Porsenna  re  degli  e- 
truschi  risolvettedi  ripristinare  nel  trono 
di  Roma  i  Tarquinii,  nel  mandar  loro  in 
aiuto  varie  milizie,  Ira'capitani  vi  fu  Bac- 
co Piocolomo  da  Castel  Montone,  cui  af- 
fidò 200  fanti  e  5o  scelti  cavalli,  dal  qua- 
le questo  legnaggio  ricevè  la  continua- 
zione e  il  cognome.  Incerto  essendo  rin- 
tracciare gli  eroi  che  negli  antichi  tem- 
pi si  distinsero  per  le  loro  gesta,  incomin- 
cierò  dal  ricordare  quelli  che  meritaro- 
no gli  onori  dell'altare;  essi  sono  :  il  b. 
Ambrogio  confondatore  e  2.°  generale 
degli  Olivetani;  i  bb.  Bartolomeo  e  Al- 
fonso dell'ordine  de'gesuati;  i  bb.  Nino 
e  Gioacchino,  il  i."  de' servi  di  Maria,  il 
1°  de'minori  osservanti  ;  i  bb.  Chiaro  e 
Giovanni  domenicani  ;  il  b.  Guido  ben- 
ché fanciullo,  il  cui  corpo  si  venera  in 
Trequanda  presso  le  ceneri  della  b.  Don- 
nicella  Cacciaconti,  consorte  di  Naldo  suo 


Pie 

zio,  per  non  dire  di  altri.  Oltre  i  cardi- 
tliii.ili  die  noterò  negli  articoli  che  seguo- 
no a  f|uesto,  Giulio  servita  fu  arcivesco- 
vo di  Rossano,  mentre  di  Siena  io  furo- 
no, pel  i.°  Antonio  lì^iio  di  Andrea  si- 
gnore di  ÌModnnella,  abbate  c;iaialdole- 
SBj  nominalo  dallo  zio  Pio  11,  Fiuncesco 
poi  l'io  111,  Giovanni  adìne  di  cjue' Pa- 
pi, Alessandro  autore  di  varie  opere,  A- 
scanio  figlio  di  Enea_,  Ascanio  figlio  di 
Silvio,  e  Celio  cardinale.  Tra'vescovi  ri- 
coideiò,  A  ideilo  di  Soana;  due  Girola- 
nii,  Alessandro  e  due  Franceschi  Maria 
di  Pienza;  Jacopo  di  Cremona,  Francesco 
di  Grosseto;  Alessandro,  Gio.  Battista  e 
Gabriele  di  Chiusi.  Lepido  gesuita,  dot- 
to é  rinomalo  legista,  ricusò  la  mitra  di 
Siena;  Inoltro  gesuita  Francesco  nel  i  649 
divenne  8.°  generale  della  compagnia  di 
Gesìi.  A  voler  dire  di  alccuii  baroni,  ca- 
pitani e  magistrati,  Ranieri  nella  guer- 
ra de'sanesi  contro  i  Pannocchieschi,  di 
gran  potenza  in  Maremma,  nel  1276 
guidò  la  cavalleria.  Salomone  nel  1278 
compio  la  terra  di  Modanella.  Gabriele 
nel  1  3o3  fu  fatto  pretore  e  poi  capitano  di 
Volleria.Modanellacongrossesouimenel 
I  3  I  6  acquistò  dalla  repubblica  saneseCa- 
stiglion  di  Valdorcia,  ed  altri  Piccolomi- 
ni  ottennero  idominii  di  Colle, della  Tria- 
na  e  di  molte  castella  situate  in  Alarem- 
nia.  Moncada  fu  generale  de'sanesi  con- 
tro Città  di  Castello  nel  1  3  1  7, e  ne!  i  3  iq 
contro  l'erugia.  Cristoforo  fu  podestà  di 
Orvieto;  iJrandoligi  nel  iSiy  venne  e- 
letto  pretore  di  Bologna,  e  di  Volterra 
Io  furono  nel  i  329  Clone,  e  nel  1  33  1  An- 
drea. Menuccio  godeva  la  signoria  di  Roc- 
ca Albegna  nel  i  34o,  e  Salomone  quella 
di  Baltignano.  Moncada  divenne  capita- 
no de' perugini  nel  i347-  Tommaso  si- 
gnore di  Baltignano  comandò  lacaral- 
leria  di  Lodovico  1  re  d'Ungheria,  quan- 
do si  portò  in  Italia  a  vendicare  il  fia- 
lello  ucciso  nel  i  345.  Landuccio  nel  iSGg 
fu  generale  supremo  de'sanesi,  i  quali 
nel  1  370  dierono  eguale  onore  a  Spinel- 
lo. Domenico  venne  scelto  a  capitano  di 

VCL.   LII. 


Pie  289 

Città  di  Castello  nel  i383,  indi  segna- 
lossi  nelle  guerre  di  Toscana  e  Umbria, 
Con  la  spada  e  col  senno  giovarono  al- 
la patria  Cristoforo  nel  i  389  e  Nicolò  nel 
1  394.  Nanni  signore  di  Colle  fece  mi- 
rabili [uogressi  nell'arte  militare  al  ser- 
vigio di  Ladidao  re  di  Napoli. 

Enea  Silvio  Bartolomeo  Piccolomini 
nacque  in  Corsignano  o  Corsigliano,  da 
lui  poi  chiamata  Pieiiza  [F.),  ov' erasi 
da  Siena  rifugiato  suo  padre,  e  restò  su- 
perstite de'suoi  18  figli,  tranne  due  so- 
relle Laodomia  o  Laudomia  e  Caterina, 
perciò  l'ultimo  rampollo  d'uno  de'rami 
di  sua  nobilissima  stirpe.  Dopo  una  splen- 
dida carriera  fu  vescovo,  cardinale  e  Pa- 
pa nel  1458  col  nome  di  Pio  II  [F.). 
Allora  si  fecero  conoscere  una  turba  di 
Pannli  (^.)  e  nipoti,  che  priaia  come 
bisognoso  non  l'aveano  curato.  Onorò  di 
sua  presenza  Pienza,  Siena  ed  altri  luo- 
ghi del  sanese,  che  in  più  modi  benefi- 
cò. Avendo  la  sorella  Laodomia  sposato 
Nanno  Todeschini,  ricchissimo  di  Sar- 
teano  nella  contea  sanese,  da  essi  nacque- 
ro Francesco,  Antonio,  Giacomo  e  An- 
drea, tutti  creati  dal  redi  Spagna  cava- 
lieri :  i  due  primi  che  lo  zio  adottò  nella 
sua  famiglia,  col  cognome  e  stemma,  go- 
derono i  saoi  maggiori  favori.  France- 
sco lo  creò  cardinale,  ed  Antonio  lo  fece 
castellano  di  Castel  s.  /angelo  e  lo  marilò 
a  Maria  d'Aragona,  nipote  di  Ferdinan- 
do I  re  di  Napoli,  con  la  dote  del  duca- 
lo ói' Amalfi  e  di  Sessa,  il  marchesato  di 
Capislrano,  la  contea  Celanese  (di  cui  par- 
lo a  Pescina)  ed  altre  terre,  non  che  Ci- 
cona  in  quel  regno;  inoltre  il  re  gli  die* 
de  gran  copia  di  moneta  e  lo  fece  gran 
giustiziere  del  reame;  quanto  allo  stato 
di  Celano,  lo  accordò  pel*  le  ragioni  che 
su  di  esso  avea  la  s.  Sede,  poiché  con 
Soia  e  Arpino  erano  un  tempo  dominii 
pontifìcii*  Antonio  fu  generale  della  Chie- 
sa nella  guerra  dei  Marsi  e  degli  Abruz- 
zi contro  gli  Angioini  e  il  Piccinino,  ed 
in  favore  del  re  Ferdinando  I,  onde  ag- 
giunse al  suo  cognome  quello  d'Aragona 
'9 


290  P I  e 

e  Io  stemma  di  questa  alle  sue  armi.  A 
(iiaconioead  Andrea  donò  Pio  li  a  cia- 
scuno un  feudo  nella  diocesi  di  Chiusi  nel 
1462,  ed  a  Giacomo  nel  14^4  conferì 
pure  il  feudo  di  Monte  Marciano  nella 
diocesi  diSinignglia.  Andrea  di  venne  prin- 
cipe di  Castiglione  della  Pescaia  e  dell'iso- 
la del  Giglio.  Caterina  sposò  Bartolomeo 
Guglielmi,  la  cui  figlia  Antonia  portò  In 
casa  de'Pieri  il  cognome  adottivo  Picco- 
lomini  e  molte  ricchezze,  perchè  mari- 
tata a  Guglielmo  Pieri  signore  di  Slic- 
ciano.  Inoltre  Pio  II  creò  cardinali /^or- 
tiguerri  (  V.) ^  fratello  della  madre,  e 
Amniannatì  (f.),  lucchese,  nato  in  Vil- 
labasilica,  che  adottò  per  nipote,  col  pro- 
prio cognome  e  stenmia.  Questo  dolio 
cardinale,  oltre  le  opere  citate  alla  sua 
biografìa,  scrisse  ancorale  Vile (ìe  Papi, 
che  andarono  perdute,  ed  il  libro:  De. 
officio  summi  Ponti ficis  et  cardlnaliiiriì  : 
morì  per  un'indigestione  di  fichi,  che  il 
medico  ignorante  curandola  per  quarta- 
na gli  die  l'elleboro;  Sisto  IV  s'impadro- 
nì delle  8000  doppie  che  il  cardinale  te- 
neva sui  banchieri,  e  parte  ne  impiigò 
nell'ospedale  di  s.  Spirito.  Pio  11  sposò 
la  nipote  Montanina  a  Lorenzo  J3uonin- 
segni  nobile  sanese,  e  l'onorò  in  piìi  mo- 
di, facendolo  governatore  defla  rocca  di 
Soriano.  Fra  i  tanti  che  Pio  II  adottò 
nella  famiglia  Piccolomini  con  cognome 
e  stemma,  vi  fu  pure  il  napoletano  Ales- 
sandro Miraballi,  non  Mirabelli,  prefet- 
to del  palazzo  apostolico,  il  cui  fratello 
Nicolò  fece  arcivescovo  d'Amalfi, ma  non 
mai  senatore  di  Roma,  come  dichiai ai 
nel  voi.  XLI,  p.  247,  riportandone  le  no- 
tizie. Di  altri  adottati  ne'Piccolomini  ne 
tratto  agli  articoli  che  li  riguardano:  co- 
sì nel  \ol.  XXlll,p.  54,  dicendo  de'suoi 
parenti  da  lui  annoverati  alla  famiglia 
pontifìcia  in  assai  nnmerOj  tra' quali  si 
compresero  i  nipoti  Giacomo  e  Andrea. 
Morì  il  gran  Pio  li  nel  146456 come  An- 
tonio duca  d'Amalfi  e  il  cardinal  fratello 
tenevano  il  Castel s.  Angelo,  onde  i  car- 
dinali per  timoie  volevano  celebrale  il 


Pie 

conclave  alla  Minerva,  lo  dissi  nel  voi, 
X,  p.  ìS-ì  e  207;  nel  vol.XXIll,  p.57, 
poi  ricordai  la  fiera  persecuzione,  come 
di  fiequente  accade,  che  dopo  la  morte 
del  Papa  insorse  contro  i  suoi  parenti, 
famigliari  e  concittadini. 

Tra  i  famigliari  di  Pio  li  vi  fu  il  sano- 
se  Agostino  Patrizi  Piccolomini,  adottato 
nella  propria  famiglia  pei  suoi  talenti  (co- 
me fece  con  altri  letterati  per  dare  una 
prova  luminosa  della  sua  affezione  per 
tutti  gli  uomini  di  felice  ingegno  dota- 
ti), che  celebrai  (ne' voi.  XXlll,p.  56, 
XX  XIX,  p.55  e  73,  XLI,  p.  177)  qual 
vescovo  di  Pienza  e  Montalcino,  dotto 
maestro  delle  cerimonie  pontifìcie,  au- 
tore di  opere  liturgiche  ed  altre,  come 
siilLi  venuta  di  Federico  III  imperato' 
re  in  Roma  sotto  Paolo  II j  della  dieta 
di  Ralishona  del  i^'ji  e  legazione  in. 
Germania  del  cardinal  Francesco  Pic- 
colomini j  del  compendio  sulla  storia  dei 
concUii  di  Basilea  e  Firenze j  dell'ami' 
cliità  e  storia  di  Siena;  e  della  vita  di 
Benci  suo  maestro.  Inoltre  Pio  11  in- 
nestò nell'albore  di  sua  famiglia  quella 
dei  Testa  nobile  sanese,  che  nel  i-aSG 
avea  veduto  \escovo  di  Lucca  Guercio. 
Paolo  II  nel  14^7  f^^e  vescovo  di  Soa- 
na  e  poi  di  Pienza  Tommaso  Testa  Pic- 
colomini, consigliere  di  Federico  111,  che 
lo  dichiarò  conte  Lateranense  e  gli  die 
r  aquila  imperiale  per  inquartarla  nel 
suo  stemma  che  riporta  l'Ughelli,  mor- 
to in  Siena.  Di  questa  famiglia  Testa 
Piccolomini  fiorì  d.  Vittorio  due  volte 
generale  degli  Olivetani,  morto  nel  1 636. 
Un  ramo  di  essa  passò  a  stabilirsi  in  Ilo- 
ma,  con  titolo  di  barone,  ed  egualmente 
vi  si  fissò  un'altra  linea  Piccolomini,  come 
rilevasi  dalle  seguenti  notizie,  tratte  dal- 
la Storia  de' possessi  dt  Papi  di  Cancel- 
lieri. Mario  Piccolomini  nel  J  5c)0  fece 
da  paggio  io  quello  di  Gregorio  XIV; 
in  quelli  del  1  6o5  di  Leone  XI  e  Pao- 
lo V,  cavalcò  tra'uobili  romani.  Nel  pos- 
sesso del  1670  di  Clemente  X,  Pioberto 
Piccolomini  figurò  tra 'caporioni,  TvIicheU 


Pie 

angelo  lui'  deputali  del  popolo  romano, 
e  liolierlo  Testa  fu  uno  de'paggi.  In  cjiiel- 
lo  d'Innocenzo  XIll  del  i  ^2  i  Testa  Pic- 
colomini  cavalcò  tra'consiglieri  e  depu- 
tali del  popolo  romano,  mentre  a  piedi 
presso  la  lettiga  incedeva  il  maestro  di 
strada  barone  Francesco  Testa  Piccolo- 
mini,  ed  un  Testa  canonico  Latcranense 
portò  l'asta  del  baldacchinoal  Papa.  Fi- 
nalmente nel  possesso  di  Pio  Vii  caval- 
carono il  prelato  Tiberio  Testa  Piccolo- 
mini,  fatto  nel  i8o5  uditore  di  rota,  ed 
il  suo  fratello  barone  Giuseppe  Cavalle- 
r  zzo  maggiore,  nella  quale  carica  meri- 
tamente fu  confermato  da  Leone  XII, 
Pio  Vili,  Gregorio  XVI  e  dal  regnante 
Pio  IX;  con  la  sua  morte  si  estinse  il 
ramo  romano  de'  Tesla  Piccolomini,  a 
lui  appartenendo  il  palazzo  in  Roma  ap- 
piè della  discesa  di  INIonte  Cavallo,  ed 
in  Frascati  la  villa  che  descrissi  a  quel- 
l'articolo, lidi  lui  funerale  e  tumulazio- 
ne nella  cappella  gentilizia  in  s.  Maria 
della  Scala,  si  logge  nel  n."  78  del  Dia- 
rio di  lìor/ia,  1  846. 

Paolo  llj successole  di  Pio  li,  fece  ar- 
civescovo di  Benevento  ìVicolò  Piccolo- 
mini  francescano.  Nel  pontificato  di  Si- 
sto IV  il  suddetto  Giacomo  eccitò  peiico- 
losi  tumulti  nel  suo  feudo  di  IMonle Mar- 
ciano. jNel  1483  morì  Gabiiele  arcive- 
scovo di  Siviglia.  11  cardinal  Francesco 
meritò  nel  i5o3  di  essere  elevato  alla 
cattedra  di  s.  Pietro,  mentre  erasi  por- 
tato in  Iioma  il  fratello  Giacomo,  ed  in 
memoria  dello  zio  assunse  il  nome  di  Pio 
///{^'.);ma  compianto  vissesoli  26  gior- 
ni nel  pontificato.  Avendo  d.  Costanza 
Piccolomini  duchessa  d'Amalfi  ceduto  ai 
Teatini  (f^.)  il  gran  palazzo  de'Piccolo- 
mini ,  che  aveano  sulla  piazza  di  Siena, 
così  delta  dalla  loro  patria,  per  edificar- 
ci la  chiesa  di  s.  Andrea  della  Valle,  in 
questa  furono  trasportati  i  corpi  di  Pio 
li  e  Pio  111. Essendo  morta  nel  iGio  Co- 
stanza senza  figli,  ricaddero  al  redi  Na- 
poli molti  feudi,  altri  avendoli  alienati. 
Noterò  altri  principali  personaggi  cheau- 


PIC  291 

jtiontaiono  il  lustro  a  questa  celebre  fa- 
uiiglia.  Alessandro  della  stessa  linea  riu- 
scì dotto  in  diverse  scienze  e  lingue,  come 
nella  poesia,  e  la-ciò  diverse  opere;  fatto 
arcivescovo  di  Patrasso  e  coadiutore  a 
quello  di  Siena, a  questo  premoiì.  Villo- 
aia  figlia  di  Andrea  signore  di  Cnsliglio- 
ne  della  Pescaia  e  dell'  isola  del  Giglio, 
sposò  Borghese  Petrucci  signore  di  Siena. 
Nicolò  valente  canonista,  fu  professore  in 
patria,  in  Perugia,  in  Padova,  avvocalo 
concistoriale  e  nunzio  di  Spagna  ;  lasciò 
diverse  opere.  Sci[)ione  eseguì  stupende 
prodezze  al  servigio  di  Carlo  IX  re  di 
P^rancia  controletruppe  ugonotte.  Fian- 
cesco  parente  e  contemporaneo  di  Ales- 
sandro insegnò  la  filosofia  in  Macerata, 
Perugia  e  Padova,  e  fu  autore  di  alcune 
opere.  Alfonso  duca  di  Monte  IMarciano 
e  di  altri  feudi  della  Chiesa  si  distinse  per 
valore,  ma  pel  suo  carattere  violento,  fat- 
tosi capo  di  avventuiieri  e  malviventi, 
die  il  guasto  ai  dominiidella  Chiesa  e  del- 
la Toscana,  per  cui  Gregorio  XIII  lo  sco- 
municò, Gregorio  XIV  gli  confiscò  il  feu- 
do di  Monte  Marciano  e  ne  investì  il  pro- 
prio nipoteErcoleSfondrati:  riuscì  a  Vir- 
ginio Orsini  di  vincere  e  imprigionare  Al- 
fonso, che  mandato  a  Firenze  fu  puni- 
to colla  morte.  Silviod'Enea  Piccolomi- 
ni d'Aragona  signore  di  Sticciano  e  du- 
ca d'  Amalfi  ,  discendente  da  Laodomia 
sorella  di  Pio  li,  fu  valoroso  capitano  di 
Enrico  111  re  di  Francia  e  uno  de'più  ce  • 
lebri  condottieri  d'arme  de'suoi  tempi  ; 
come  profondo  politico  gli  fu  affidala  l'e- 
ducazione di  CosimoII,  poi  granduca  di 
Toscana;  quindi  fu  fatto  gran  contesta- 
bile dell'ordine  di  s.  Stefano,  acquistò  nuo- 
ve glorie  nella  guerra  di  Transilvania  e 
nell 'impresa  di  Bona  contro  i  turch;.  Ip- 
polita-sua  sorella  venne  maritata  a  Sci- 
pione Simoncelli  d'  Orvieto  ,  signore  di 
Viceno.  11  piìi  fumoso  de'figli  di  Silvio  fu 
Ottavio  duca  VI  d'Amalfi,  uno  de'gene- 
rali  austriaci  più  ragguardevoli  della 
guerra  de'So  anni:  incominciò  a  render-» 
si  chiaro  nella  battaglia  di  Lutzen,ove  pe- 


ari-x  Pie 

ri  il  re  di  Svczin  ;  in  quello  di  Kordiin- 
gen  conlribiù  alla  dislalia  del  duca  di 
Weimar,  indi  invase  la  Svcvi;i  e  la  Fran- 
conia  ;  guerreggiò  ancora  ne' Paesi  Bassi 
e  nella  Boemia,  salvò  l'Aiislria  dall'inva- 
sione degli  svedesi.  La  sua  fama  indusse!! 
re  di  Spagna  a  prenderlo  al  suo  servigio; 
venne  decoralo  del  Toson  d'oro,  fallo  ge- 
nerale in  capo  ne'Paesi  Bassi  e  grande  di 
Spagna;  quindi  sostenne  un  comba  Ili  men- 
to contro  la  flolta  gallo-olandese.  Le  per- 
dile dell'imperatore  lo  determinarono  a 
richiamare  Ottavio  col  grado  di  feldma- 
resciollo,edesso  subito  cooperò  colMonte- 
cuccoli  a  rallentai  e  i  progressi  degli  svede- 
si. Per  la  pace  di  Westtlilia  l'imperatore  lo 
fece  primario  commissario,  e  dopo  con- 
chiusa, lo  nominò  principe  dell'  impero. 
Mori  a  Vienna  nel  1 656  senza  prolej  la- 
sciando il  titolo  di  principe  e  il  ducatodi 
Amalfi  al  nipote  Francesco  figlio  del  fra- 
tello Enea  d'Aragona,  signore  di  Sliccia- 
no  e  Porrona,  marito  di  Calerina  Adi- 
mari,  da  cui  nacquero  pure  Silvio  ed  E- 
Tandro  valorosi  come  il  padre.  Per  altri 
illustri  Piccolomini  si  può  vedere ,  oltre 
V Arbore  stampato  di  casa  Piccolomini , 
rUrgugieri  nelle  Pompe  sanesi,  ed  il  Gi- 
gli nel  Diario  sanese,  che  ne  parla  lun- 
gamente. Gregorio  XVI  nel  i844  *^'eò 
cardinale  prete  e  pubblicò  nel  1845  Gia- 
como Piccolomini  di  Siena,  del  titolo  di 
s.  Balbina,  avendolo  già  fatto  chierico  di 
camera,  di  cui  divenne  decano,  e  presi- 
dente delle  aimi,  per  cui  ne  parlai  a  Mi- 
lizia. Non  che  fece  mg."^  Francesco  dei 
conti  Piccolomini  d'Orvieto,  piiina  ca- 
meriere segreto  soprannumero  e  ablega- 
to  apostolico  perla  tradizione  della  ber- 
retta rossa  al  cardinal  Villadicani  arci- 
vesiovo  di  Messina,  dipoi  cameriere  se- 
greto e  coppiere  (confermato  dal  Papa 
che  regna,  che  poi  lo  dichiarò  prelato  do- 
mestico) e  canonico  di  s.  Pietro;  e  al  di  lui 
fratello  conte  Tommaso  conferì  il  grado  e 
la  decorazione  di  commendatore  di  s.  Gre- 
gorio Magno,  il  quale  pubblicò  le  biogra- 
fie di  Pio  II  e  Pio  HI  da  lui  scritte,  nel- 


PIC 

V  Àlhiim  voi.  ri  e  12.  Cenni  biografici 
di  tali  Papi  e  sopra  alcuni  altri  personag- 
gi illustri  della  famiglia  Piccolomini,  si 
leggono  nell'opuscolo  intitolato:  Qiiaii- 
do  ilconte  commendatore  Tommaso  Pic- 
colomini sposava  a  moglie  lanohildon' 
zella  contessa  Amalia  Fili  (  ne  feci  pa- 
rola come  figlia  di  Anna  nipote  del  car- 
dinal Landjruschini  piotettoredi  Orvie- 
to, e  di  suo  fratello  vescovo  di  quella  dio- 
cesi, nel  voi.  XLIX,  p.  2  1 6,  2  1  7,  223  ), 
//  lenente  Luigi  Squarzoni  questi  coni  pò  • 
nimenli  all' amico  egregio  ojjèrivae  con- 
5er;v7i'(7j  Ferrara  1  84^- 

PICCOLOMUNI  Enea  Silvio,  Car^z- 
naie.  F.  Pioli. 

PI CCOLOMINI  Francesco,  C^/yZ/W^z- 
le.   V.  Pio  III. 

PICCOLOMINI  Giovanni,  Cardina- 
le. Nobile  senese,  nato  nel  1  47 5  a'g  otto- 
bre, afline  di  Pio  II  e  nipote  di  Pio  III^ 
come  dottissimo,  versalo  in  ogni  genere 
di  letteratura,  di  gran  mentee  consiglio, 
Alessandro  VI  nel  i5oi  lo  fece  3.°  ar- 
civescovo di  Siena;  indi  LeoneX, benché 
assente  e  contro  la  sua  espeltazione,  nel 
I  .f  luglio  i5i7  lo  creò  cardinale  prete  di 
s.  Sabina  ,  non  già  di  s.  Balbina  come 
scrissero  Pecci  e  Fleury  :  formandosi  lo 
stemma  de'Piccolomini  d'una  croce  con 
cinque  mezze  lune,  fu  detto  il  cardinal 
delle  lune.  Nel  i522  il  sacro  collegio  lo 
deputò  ad  incontrare  in  Livorno  Adria- 
no VI,  il  quale  lo  fece  vescovo  di  Sion, 
e  legato  alla  repubblica  di  Siena,  la 
quale  si  prevalse  di  lui  in  molteoccasio- 
ni,  affaticandosi  a  sedare  le  discordie  ci- 
vili che  l'opprimevano.  Clemente  VII  per 
nomina  dell'imperatore  Carlo  V  neh  5^3 
gli  conferì  la  chiesa  di  Aquila,  che  am- 
ministrò santamente  fino  alla  morte;  e 
nell'anno  seguentegli  affidò  l'amministra- 
zione di  quella  di  Umbriatico,  che  rinun- 
ziò nel  i53o.  Essendo  principale  consi- 
gliere di  Clemente  VII, nel  furibondo  sac- 
co di  lloma  del  1527  fu  assai  maltratta- 
to dai  fanatici  eretici.  Nell'anno  preceden- 
te, venendo  stretta  Siena  dalle  numero- 


PJC 

se  milizie  pontificie  e  fiorenline, esorlò  i 
reggenti  della  repubblica  eflicacenieiile  a 
ricorrere  alla  Ideata  Vergine  speciale  pa- 
trona della  cillìi,e  ne  provenne  mirabi- 
le elfelto.  Aumentò  uolabiluienle  le  rcn- 
tlite  flell'aici vescovato,  ed  allalicato  dal 
governo  pastorale,  e  mollo  più  ili».gusla- 
to  per  le  continue  e  pericolose  sedi/ioni, 
iielliMjuali  vedeva  senza  limedio  involta 
la  città,  nel    i5aq  ne  rinunziò  la  chiesa 
con  regresso  al  nipote  Francesco  Bandi- 
ni.  Nel    i534  divenne  decano  del  sacro 
collegio  enei  i535  vescovo  d'OstiaeVel- 
jelri,  destinandolo  Paolo  III  legalo  «  la- 
ure a  Gallo  V  per  congialulazioni.   Fu 
mecenate  dc'dolti  e  letterati,  intervenne 
al  ccjncilio  di  Laterano  V  ed  a  tre  con- 
clavi, mo>'endo  in  Siena  d'anni  62,  jiel 
1  537  :  fu  sepolto  «non  già  in  s.  I''rnnce- 
SCO,  come  vuole  1'  Ughelli  ,  nella  tomba 
de'suoi  antenati,  ma  nella  metropolitana. 
PICCOLOMINI    Celio,    Cardinale. 
Nacque  nobilmente  in  Siena,  e  ben  presto 
gaieggiarono  in  lui  del  pari  la  modestia 
tlii'  costumi  e  r  inclinazione  alle  scienze. 
Si  applicò  allo  studio  delle  leggi,  e  lau- 
reato in  Siena  passò  in  Roma,  ilove  col  pa- 
trocinio del   cardinal   Biclii    suo  parente 
si  fece  conoscere  dalla  corte.  Dedicatosi 
all'avvocatura,  in  breve  tempo  si  acqui- 
stò grandissima  stima,  e  per  la  sua  dot- 
trina Urbano  Vili  lo  dichiaiò  luogote- 
nente civile  dell'  uditore  della  camera  e 
delegato  al  cardinal  Bicbi,  per  inforniar- 
lo  dello  stato  in  cui  si  trovava  il  tratta- 
to della  pace  d'Italia.  Questo  porporato 
l'inviò  al  re  e  alla  reginadi  Francia,  per 
comunicar  loro  quanto  erasi  operato  per 
la  bramata  concordia.  In  Parigi  fu  accol- 
to con  segnalale  dimostrazioni  di  aiìètto, 
e  in  questa  occasione  fece  risplendere  la 
sua  rara  prudenza  e  destrezza  ,   onde  si 
acquistò  la  grazia  di  que'sovrani  e  ne  par- 
ti colmo  di  doni.  Morto  Urbano  Vili  nel 
1644) '"'P^'cse  l'esercizio  dell'avvocato,  ed 
eletto  nel  i655  Alessandro  VII,  suo  in- 
linio  amico  e  fratello  di  Augusto  marito 
di  Francesca  Piccoloniini  della  Traiaua, 


P  I  C  293 

per  la  stima  ed  afTetto  che  avea  per  lui, 
subito  lodichiarò  cameriere  segreto,  ca- 
nonico di  s.  Pietro  e  segretario  de'  me- 
moriali (  carica  che  poi  conferì  a  Nico- 
lò Piccoloniini,  e  fu  confermato  dai  suc- 
cessori, come  notai  nel  vol.XLlV,  p.  i  8q), 
indi  nel  iGG4>ii'riziostraordinario  a  Pa- 
rigi, per  conciliar  la  pace  tra  lui  e  la  Spa- 
gna, e  indurre  il  re  di  Francia  ad  aiutar 
l'Ungheria  vessata  dai  turchi,  che  minac- 
ciavano r  Europa.  Se  non  che  destatesi 
gravissime  controversie  tra  il  re  e  l'im- 
peratore, per  avere  il  i."ommesso alcuni 
titoli  scrivendo  al  2.°  ,  poco  mancò  che 
le  trattative  pacifiche  fallissero.  La  de- 
strezza del  prelato  estinse  la  controver- 
sia con  soddisfììzione  delle  parli,  impre- 
sa già  invano  tentata  dal  cardinal  Maz- 
zarini  e  dal  conte  di  Fuensaldanga.  Re- 
stò (piiiidi  in  Francia  col  caratteredi  nun- 
zio ordinario  per  7  anni,  nel  qual  tempo 
successe  la  famosa  conlesa  tra  le  milizie 
de'corsi  e  l'ambasciatore  francese  in  Ro- 
ma, per  cui  dovè  partire  da  Parigi,  fer- 
rnandosi  in  Cambray.  In  tale  incontro  pa- 
tì molto  e  dall'insolente  plebe  fu  spoglia- 
to del  suo  nobile  equipaggio.  Questo  in- 
fortunio fu  di  corta  durata,  imperocché 
volendo  Alessandro  VII  premiarne i me- 
riti e  la  sofferenza,  composte  le  vertenze, 
a'  i5geniiaio  1666  lo  pubblicò  cardinale 
prete  dis.  Pietro  Montorio,  indi  legalo  di 
R.omagna,  carica  chesecondo  alcuni  fun- 
se con  severità.  Invece  abbiamo  dai  con- 
tinuatori di  Ciaccouio,  chei  popoli  rima- 
sero di  lui  sì  contenti  e  soddisfatti ,  che 
gli  eressero  pubblici  inonumenlidi  rico- 
noscenza. Nel  1670  Clemente  X  lo  fece 
arcivescovo  di  Siena  ,  che  governò  con 
prudenza  e  molta  esemplai'ilà,  ammini- 
strando a  tulli  la  pili  retta  giustizia,  nul- 
la curando  le  prepotenze  de'grandi,  ma 
poco  vi  fece  residenza.  Intervenne  a  tre 
conclavi  con  tal  riputazione,  che  in  quel- 
lo per  Clemente  X  ebbe  28  voti  pel  pon- 
tificato. Fu  altresì  deputato  sopra  la  fa- 
mosa causa  di  Giansenio  e  nelle  prima- 
rie congregazioni  di  Roma.  !\Iorì  in  Sic- 


291  P I  e 

na  iiul  I  (»<S  I ,  d'anni  72,  in  concello  el'ul- 
timo  paslore,  e  fu  sepolto  nella  metropo- 
lilana  avanti  l'aliare  di  s.  Caterina,  nel- 
la tomba  della  famiglia  Avveduti. 

PlGCOLOMliM  KUSTlCniM  Enea 
Silvio,  Cardinale.  Nacque  di  nobile  fa- 
Lniglia  in  Siena  a'22  agosto  i^og,  e  dal- 
la natura  riceveltebuona  indole,  ingegno 
e  trasporto  allo  studio,  onde  divenne  e- 
Icquente  e  profondo  nell'  eleganza  della 
lingua  latina,  come  dimostrò  nelle  ora- 
zioni che  recitò  in  diverse  accademie.  Ab- 
bracciato lo  stalo  ecclesiastico,  Clemen- 
te XII  lo  dichiarò  segretario  delle  lettere 
lutine,  ed  in  morte  fu  eletto  dai  sacro  col- 
legio a  pronunziarne  l'orazione  funebre. 
Henedello  XIV  lo  nominò  chierico  di  ca- 
mera e  canonico  di  s.  IMaria  Maggioie  , 
divenendo  decano  della  slessa  camera  e 
perciò  soprintendente  degli  ergastoli,  non 
che  commissariodell'armi. Clemente  XII 
nel  17G0  lo  promosse  alle  cospicue  cari- 
che di  governatore  di  Roma  e  vice-ca- 
merlengo,(juindi  in  premio  dello  zel(j  col 
<piale  avea  servito  la  s.  Sede,  a'  26  set- 
tembre lyGG  lo  creò  cardinale  dell'ordi- 
ne de'diaconi,  e  per  diaconia  gli  conferì 
la  chiesa  di  s.  Adriano  :  lo  annoverò  alle 
congregazioni  del  concilio  ,  di  consulla, 
delfindicee  dell'acque,  nominandolo  nel 
1  '](ì'Ò  legalo  apostolico  di  Ravenna.  Men- 
tre si  recava  alla  sua  residenza,  colto  da 
irrimediabile  infeimità,  morì  in  Rimini 
a' 1 8  novembre, d'anni  Go,  compianto  per 
le  sue  egregie  qua  li  là. 

PlCCOLl'ASSI  GiovANM,  Cardinale. 
J)i  Dulogna  ,  secondo  1'  Ughelli  Urbano 
VI  Io  creò  cardinale  nel  dicembre  i38i, 
morendo  vescovo  d'  Ostuni  in  Bologna 
nel  i383  nel  luglio,  mentre  l'Alidosi  lo 
disse  d'Ostia,  confondendo  questa  chiesa 
con  Ostuni  di  Sicilia.  Fu  sepolto  nella 
thiesadis.  Proculo  con  iscrizione  di  lode. 

PICENO,  P/ce«zf/7j.  Contrada  d'Italia 
nello  stato  pontifìcio,  lungo  il  mare  Adria- 
tico, i  cui  abitanti  si  chiamano  piceni  o 
piccnti.  La  regione,  conìpresa  tra  le  ra- 
dici de'monti  e  dello  mare,  si  estendeva 


PiC 
nella  sua  maggior  lunghezza  dal  fiumo 
Esi  (di  cui  parlai  a  Jesi)  sino  al  fiume 
MatrinosollO/^^r/,  detto  Piomba,  con  un  a 
parie  dell'Abruzzo  Ulteriore,  e  contava 
per  citlà  principali  o  metropoli  Ferino 
ed  ^^.?fo// posta  dentro  terra  al  confluen- 
te del  Tronto  e  del  Castellano;  altra  me- 
tropoli fu  Ancona^  cjuindi  anche  Mace- 
rala, Camerino,  e  qual  provincia  roma- 
na lo  fu  pure/i(3i'f/2/2rt!  ;  su  questo  punto  è 
a  vedersi  l'erudilissimo  G.  Colucci,  Delle 
varie  metropoli  del  Piceno.  Le  citlà  pice- 
ne si  qualificarono, secondo  1'  ubicazione, 
per  montane, mediterranee  e  marittime: 
die  ^5co/(  prima  e  Osimo  poi  furono  le 
antiche  metropoli  e  capitali  del  Piceno, 
lo  dissi  a  quegli  articoli.  Un  paese  sì  va- 
gamente varialo  da  colline  e  fertili  pia- 
ni, non  cede  al  rimanente  d'Italia  i  pre- 
gi della  fecondità  e  dell'abbondanza,  per 
cui  dall'età  più  remota  i  siculi,  gli  um- 
bri e  gli  etrusclii  si  disputarono  1'  utili- 
tà di  tenervi  colonie,  allellali  anche  dal- 
la comodila  del  mare.  Per  simile  cagio- 
ne qualcuno  trova  un'oscura  ma  non  e- 
quivoca  memoria  di  qualche  antico  sta- 
bilimento de'liburni  su  quelle  spiaggiee 
precisamente  alla  foce  del  Tronto,  donde 
poterono  facilmente  comunicare  colla  lo- 
ro nativa  contrada,  finché  furono  del  lut- 
to cacciati  o  spenti  per  ignote  illutazio- 
ni di  sorli.  I  piceni  sembrano  anche  di 
origine  sabini,  cioè  di  quella  popolazione 
che  si  può  considerare  come  la  madre  di 
quasi  tulle  le  guerriere  nazioni  dellabas- 
sa  Italia.  Movendo  dal  cuore  dell'Apen- 
nino  per  voto  d'una  primavera  sacra,  si 
diressero  con  auspicii  creduti  divini  per 
niezzo  la  giogaia  di  que'monti  e  le  oppo- 
ste valli  verso  il  mare  superiore.  Quivi 
la  gioventìi  sabina  tirando  a  sé  gran  mol- 
titudine di  persone,  col  favore  della  sua 
consagrazione,  pervenne  da  piccoli  prin- 
cipii  a  costituire  una  nuova  gente  ed  una 
cospicua  repuublicà  sotto  nome  di  pice- 
ni. Slrabone  e  Feslo  aggiungono  che  fu- 
rono guidati  da  un  pico,  uccello  sacro  a 
Marte;  Silio  Italico  trasformò  quel  vola- 


Pie 

lile  in  Pico  re  del  Lazio  e  liglio  di  Sa- 
turno ;  favole  immaginate  perla  confar- 
mi là  del  nome,  da  non  distinguersi  da 
quelle  che  volevano  i  pelasgi  di  un  loro  re 
Esio  o  Aso  o  Asone  signore  del  l'iceno, 
ciò  che  ampiamente  trattò  il  Colucci:  De 
i'ari  nomi  doli  al  Piceno.  Presso  il  qua- 
le si  legge  pure  la  dissertazione  del  Ca- 
talani, Della  origine  de'piceni,  già  stam- 
pata in  Fermo  nel  i '^•77.  Giuseppe  Co- 
lucci ci  diede  3i  tomi  in  foglio  con  ta- 
vole, dedicati  a  Pio  VI,  %u\\e  Antichità  pi- 
cene,che  incominciò  a  pubblicare  in  Fer- 
mo nel  I  786  coi  tipi  del  Paccaroni  ,  ed 
agli  articoli  relativi  ne  profittai,  trattan- 
do nel  i.°  tomo,  ollie  le  citale  disserta- 
zioni, le  seguenti.  De'primi  abitatori  del 
Piceno  ;  de'  vari  suoi  confini  ;  de  'popoli 
diversi  che  l'abitarono;  della  condizione 
delle  città  picene  prima  che  si  assogget- 
tassero al  popolo  romano  ;  della  società 
stabilita  dai  romani  coi  piceni,  e  della  fe- 
deltà di  questi  verso  quelli;  delle  prime 
guerre  de'roraani  co'piceni;  della  coudi- 
zione delle  città  picene  sottomesse  dai 
romani,  e  della  confederazione  degli  anti- 
chi camerti  o  camerinesi  coi  romani.  JNel 
lygo  fu  pubblicato  in  Sinigaglia  :  Lette- 
ra parenetica  d' un  cittadino  sinigagliese 
alfab.  G.  Colucci  autore  d'una  disser^ 
tazione^.^  intitolata:  De\'ari popoli  die 
hanno  abitato  il  Piceno.  Dappoiché  Co- 
lucci  fu  censuiato  per  avere  sostenuto  che 
i  popoli  primitivi  del  Piceno  fossero  i  si- 
culi, che  venendo  per  uiare  dalla  Grecia 
e  fuggendo  le  crudeltà  di  Dionigi,  positi- 
vamente si  fermassero  dapprima  in  que- 
ste spiaggie  e  quindi  pas>assero  ad  abita- 
le  nel  Lazio,  non  solo  dopo  l'arrivo  dei 
pelasgi,  ma  anche  avanti,  e  che  questa 
prima  emigrazione  fosse  in  un'età,  che 
non  è  dato  di  poter  determinare  con  cer- 
tezza. Sul  grave  argomento  de' primi  po- 
poli abitatori  d'Italia  si  possono  consul- 
tare le  opere  che  citai  nel  voi.  XXXVI, 
p.  I  9<)  ;  nondimeno  intorno  ai  siculi  si 
legge  nell'opuscolo  del  eh.  march.  Secon- 
diano Campanari  [Dei primi  popoli  ahi- 


PiC  291: 

tutori  d^ Italia,  Roma  1840  ),  che  da  Fa- 
lerio  eFescennio  calali  giù  ne'campi  do- 
ve poscia  fu  Pioma,  tennero  prima  l'Ita- 
lia di  mezzo,  donde  traghettarono  più  tar- 
di in  vSicilia.  Che  il  Piceno  fu  dominalo 
dai  siculi  e  da'  pelasgi  a  tempi  anlichis* 
simi,  si  apprende  ancora  dalla  lapide  rin- 
venuta nel  1848  in  Acquaviva  del  Pice- 
no e  pubblicala  dal  eh,  avv.  De  Minicis 
negli  Annali  di  corrisp.  archeologica,  \ol. 
21,  p.  4'  '•  Colucci  illustre  piceno,  di- 
scendente dalla  famiglia  di  s.  jXicola  diTo- 
lentino, nato  a  Penna  s.  Giovanni  (voi. 
XL,  p.  3  1 4)  lo  celebrai  e  celebrerò  per  la 
sua  colossale  opera  intrapresa  per  amor 
patrio,  quale  gli  fece  superare  le  immen- 
se e  laboriose  fatiche  pel  grandioso  lavo- 
ro che  riuscì  utilissimo  all'archeologia  e 
alla  storia,  segnatamente  all'italiana,  im- 
perocché la  picena  è  ricca  di  gloriose  e 
importanti  memorie  che  si  collegano  eoa 
quelle  di  tutta  1'  Italia.  Sia  dunque  lode 
tanto  ai  nepoti  del  defunto  Colucci  clie 
nel  i844s''  eressero  un  elegante  monu- 
n'iento,  ove  il  Genio  de!  Piceno  è  scolpi- 
to in  mesta  positura,  nella  metropolita- 
na di  Fermo,  di  cui  fu  vicario  generale, 
come  al  eh.  av.  DeiVIinicis,  che  nel  pub- 
blicarlo nel  u.°  1  (\e.\V  Album  xvui  rese 
al  benemerito  scrittore  i  più  giusti  enco- 
mi, rimarcando  i  pregi  singolari  della  sua 
voluminosa  opera. 

Quanto  agli  antichi  confini  del  Pice- 
no, il  Colucci  li  divide  in  sette  epoche: 
la  i.''  dopo  la  venuta  de' siculi  sino  alla 
discesa  degli  umbri,  e  probabilmente  si 
estesero  dal  Matrino  al  Rubicone,  linigo 
le  spiaggie;  la  2.'  dopo  la  discesa  degli 
umbri,  per  cui  i  termini  della  regione  si 
confusero  coW  Umbria  e  si  popolarono  le 
palli  mediterranee;  la  3.^  dopo  l'arrivo 
de'  sabini  e  nel  primo  loro  stabilimeuto 
tra  il  Tronto  erEsi;la  4-^  dopo  la  disce- 
sa de'g.aUi  senoni  nelle  terre  di  là  d'An- 
cona ,  onde  i  piceni  si  dilatarono  verso 
mezzogiorno,  quindi  il  Matrino,  non  lA- 
terno,  oggi  Pescara,  fu  il  termine  meri- 
dionale del  Piceno;  la  S."*  epoca  de'con  - 


296  P  I  e 

fini  del  Piceno  dopo  cacciali  1  galli  seno- 
ni  dalla  regione  tra  Ancona  e  ilHubico- 
iie,  le  terre  de' quali  si  aggiunsero  al  Pi- 
ceno, giunta  dichiarata  puramente  acci- 
dentale ;  la  6/  de'confìni  del. Piceno  do- 
po la  divisione  dell'Italia  che  fece  Augu- 
sto, in  cui  per  quinta  regione  di  essa  fu 
dichiaralo  il  Piceno,  fissandosi  i  termini 
meridionali  al  Malrino  ;  l'agro  gallico  si 
tolse  con  Rimioi  al  Piceno  e  fu  attribui- 
to all'Umbria,  determinandosi  i  termini 
settentrionali  aiTEsi  ;  iinalmenfe  l'epoca 
^/  rimarca  la  divisione  del  Piceno  sotto 
l'imperatore  Adriano,  che  nel  3i3  co- 
stituì il  Piceno,  ì°  in  Piceno  annonario, 
forse  così  detto  perchè  dovea  contribui- 
re vettovaglie  all'annona  di  Roma  e  soc- 
corsi d'armi,  che  incominciando  dall'Esi  e 
comprendendovi  il  ducato  d'Urbino  giun- 
geva forse  sino  a  R^avénna  ,  che  in  una 
iscrizione  è  delta  capo  del  Piceno,  poiché 
conlenente  la  Flaminia  e  l'Umbria;  que- 
sta anticamente  arrivandosino  all'Adria- 
tico comprendeva,  oltre  il  dello  ducato, 
anche  Ravenna;  2.°  determinò  il  Piceno 
Suhiirbicario  ,  contenuto  fra  i  fiumi  ]\la- 
trino  ed  Esi,  così  detto  suhiirbicario,  co- 
me a  Roma  pili  prossimo,  pei  possedimen- 
ti molli  che  vi  aveano  i  magnati  romani, 
e  questo  ebbe  sempre  la  dipendenza  dal- 
la giiuisdizione  del  vicario  di  Pioma;  men- 
tre l'Annonario  era  governato  dal  cor- 
rettore e  dai  giuridici,  sotto  la  dipenden- 
za del  vicario  d'  Italia,  cui  sovrastava  il 
prefello  del  pretorio  d'Italia.  Altri  aliri- 
buirono  a  Costantino  Magno  la  divisio- 
ne del  Piceno  in  Annonario  e  Subuibi- 
cario,  ma  egli  non  fece  che  confermar- 
la nel  nuovo  liparto  delle  provincie,  in 
mi  alle  rnagisfralure  che  avea  ottenuto 
finche  dagl'imperatori.  Sidle  diverse  di- 
visioni ò' Italia  può  vedersi  quell'artico- 
lo, ove  parlai  pure  delle  dignità  dell'im- 
pero ,  cui  furono  soggetti  il  Piceno  An- 
nonario e  il  Piceno  Suburbicario.  Note- 
rò che  la  divisione  delle  provincie  d'Ita- 
lia \x\  Annonarie  e  Siiburhicaric,àa\vo- 
mani  fu  fallo  per  indicare  i  luoghi  che 


Pie 

aveano  l'obbligo  di  alimentare  l'esercilo 
e  comitato  imperiale,  cioè  gli  annonarii, 
dipendendo  gli  altri  o  suburbicarii  dalla 
giudicatura  ossia  giurisdizione  della  pre- 
fettura urbana,  ossia  dal  vicario  di  Pvo- 
ma.  Il  p.  Brandimarte  nel  i8i5  pubbli- 
cò V I Uuslrazione  iuWa  coHOgrafia  dell'an- 
tico Piceno,  con)e  trovasi  nel  lib.  3  della 
Storia  naturale  di  Plinio  il  Vecchio,  l'a- 
vanzo più  prezioso  d'antichità  riguardan- 
te questo  paese.  Su  questa  illustrazione 
il  marchese  A iitaldi  nel  182 3  stampò  una 
Lettera  ai  conte  Fiorenzl  d'Osinio,  nel- 
la quaje  ligeltò  o  ritenne  della  lezione 
Pliniana  del  p.  Brandiraarle  ciò  che  gli 
parve  o  no  ragionevole  e  consono  alle  ve- 
rità di  fattoede'luoghi. Inoltre  il  p.  Bran- 
dimarte nel  1825  in  Roma  die  alla  luce 
il  Piceno  Annonario  ossia  Gallia  Se/io- 
nia illustrata.  In  questo  libro  trattò  di 
diverse  città  e  luoghi  del  Piceno,  del  con- 
fine e  nomi  del  Piceno  Annonario  ;  che 
Piceno  fu  chiamala  la  GalliaSenonia,  con- 
futando r  Amiani,  il  quale  sostenne  che 
fugati  i  senoni  la  regione  non  si  chia- 
mò Piceno,  ma  Umbria,  e  che  Fano  non 
fu  mai  compreso  nell'  agro  Piceno  ;  che 
avendo  Augusto  fatto  un  nuovo  riparto 
geograficod'ltalia,laGallia  Senonia  per- 
de il  nome  di  Piceno  e  prese  quello  di 
Gallia  Togata,  perchè  fu  compresa  nella 
sesta  regione  dell'Umbria;  cangiala  for- 
ma di  governo  dall'iniperatore  Adriano 
in  tutta  Italia,  la  Gallia  Togata  perde  tal 
nome  e  riprese  quello  di  Piceno;  che  que- 
sto Annonario  cominciava  da  Pescara  e 
giungeva  sino  a  Raveiuia,  probabilmen- 
te capitale  di  esso.  Vedasi  Carlo  Arduini, 
Nuova  illustrazione  dell'  antico  Piceno 
secondo  Plinio  seniore ,  Ripatransone 
1  844-  ^^  queste  lettere  si  parla  dell'e- 
stensione e  vicende  dell'  antico  Piceno  ; 
dell'ubicazione  delle  antiche  città  del  Pi- 
ceno ;  dell'origine  romana  della  città  di 
Fermo  e  della  via  Salaria. 

I  sabini  che  abitavano  tra  il  Velino, 
r  Aterno  o  Pescara  ed  il  Tronto,  rigur- 
gitanti di  niollitudine,  vuoisi  che  guadas- 


Pie  Pie                    297 

sero  que'fÌLimi  in  traccia  di  nuove  terre,  do  i  proconsoli  la  ricca  provincia  da  Pe- 
scguendo  il  volo  d'iuipicchio,.onde  pfce-  scara  a  I^avenna.Nel  Piceno  con  decisi- 
ne furono  dette  le  nuove  genti,  presso  le  va  ballaglia  si  consolidò  la  lurtiuia  di  Ro- 
quali  soffermaronsi,  e  capo  di  esse  Asco-  ma,  già  vacillante  per  le  sconfilte  d'An* 
li.  Forse  i  nominati  popoli,  cheli  aveano  nibale  cartaginese;  imperocché  neil' an- 
preceduti  nell'occupazione,  formajono  no  di  Roma  iJSy  il  console  Claudio  iS'ero- 
isolali  stabilimenti  nelle  amene  posizio-  ne  lenendo  a  bada  quel  vincitore  nell'e- 
ni  e  feraci  terreni,  ma  i  piceni-sabiiii  fu-  slremoCruzio, ed  il  console  LucioSalina- 
rorio  i  j)rimi  a  dar  forma  di  repubblica  tore  stando  in  osservazione  del  fratello  in- 
aile ridenti  contrade  fra  il  mare  e  l'Apen-  sdì  ubale  che  avea  occupale  le  gole  delle 
nino.  La  regione  denominata  Picenoera  Alpi, con  prodigiosocolpo  strategico  i  due 
salita  a  cospicuo  grado  di  potenza,  quan-  consoli  ClaudioeLucio  operarono  la  con- 
do  sui  popoli  italiani  gravitavano  le  ar-  giunzionedelle  loro  armale  in  riva  al  Me- 
mi de' ronìani ,  ed  i  piceni  liberi  e  indi-  tauro, oveperirono  sul  campo  in  trenien- 
pendenti  si  cercarono  per  alleali  dai  ro-  da  battaglia  56, 000  cartaginesi:  Annibale 
mani  stessi  verso  1' anno  280  avanti  la  vide  gittarsi  innanzi  la  recisa  testa  del  fra- 
nostra  era  ,  e  figurarono  nelle  loro  fila  tello,  senza  che  si  fosse  accorto  che  Clan- 
trionfanti.  La  guerra  larentina  di  Pirro  dio  avea  abbandonato  gli  accampamenti, 
re  d'Epiro  inorgoglì  i  romani,  onde  tut-  ai  qualiin  Ggiorni  fece  ritorno.  IS'el  655di 
li  i  popoli  dell'Italia  meridionale  col  lo-  Roma  di  nuovo  i  romani  e  G.  Pompeo 
ro  sostenitore  perderouo  la  libei  tàjeben-  Strabone  soggiogarono  il  Piceno  dopo  la 
che  in  tale  azione  i  piceni  non  avessero  ficrissima  guerra  sociale,  per  essersi  ri- 
parteggiato, i  romani  vincitori  dichiara-  l)cllali  i  piceni  e  fatta  lega  con  gli  altri 
rono  loro  la  guerra.  Nell'anno  i6q  avan-  ilaliani  ,  indi  vennero  ascritti  alla  tribù 
li  G.C.  e  di  Pvoma  48  5,  mentre  le  città  pi-  romana  Velina  con  colonie,  prefetture  e 
cene  si  reggevano  a  libere  repidjblichecoi  municipii.  IVel  665  gli  ascolani  con  gran 
propri  magistrali,  il  console  P.  Sempronio  pa  rie  del  le  ci  Uà  picene  per  ricuperare  l 'a  n- 
Sufo smantellò  le  miu'a  di  quelle  che  fece-  tica  loroliberlà  si  sollevarono  contro  i  ro- 
ro  resistenza, quindi  in  campo  aperto  offrì  mani,  per  aver  loro  negata  la  ciltadinan- 
ai  piceni  la  pugna.  Essendo  le  armale  a  za  di  Roma,  ma  furono  vinti  dal  console 
fronte,  un  improvviso  scuotimento  fece  Publio  Valerio;  laonde  le  cillàerepub- 
tiaballare  la  terra,  quando  tutti  attoniti  bliche  del  Piceno  non  furono  più  consi- 
all'aspelto  del  temuto  prodigio,  il  console  derate  confederate  e  socie  de' romani, 
impavido  promise  innalzare  un  tempio  ma  rimasero  nello  stalo  di  prefetture  e 
alia  dea  Tellure  ,  se  fosse  siala  propizia  perciò  soggette  al  pretore  urbano: tutta- 
alle  sue  invocazioni, e  tale  fu  la  forza  del-  volta  inseguito  restituirono  ad  esseil  titolo 
lo  scongiuro,  che  i  suoi  soldati  rinfran-  di  repubbliche  col  governo  delle  proprie 
cali  nel  coraggio  irruppero  con  tanloin-  leggi  e  magistrali  ,  la  qualifica  di  muni« 
frenato  valore,  che  riportarono  compie-  cipii  e  di  colonie  col  gius  del  suffragio.  la- 
ta vittoria  ,  comechè  sanguinosa.  Allora  tanto  arsero  le  micidiali  fazioni  di  Mario 
360,000  piceniabbassaronolearmi  egiu-  e  Siila,  onde  pure  in  questa  provincia  si 
rarono  fede  a  Roma:  a  Sempronio  fuac-  propagò  la  guerra  civile  ;  sulle  rive  dei- 
cordato  l'onore  del  trionfo,  venne  spedi-  1  Esi  Q.  Cecilio  Metello,  che  parteggiava 
la  una  colonia  picena  nell'  Apulia,  dalla  per  Siila, ebbe  unsanguinososconlro  con 
quale  i  discendenti  si  dissero  Picenlini,  Carino  luogotenente  di  Carbone,  e  die  a 
che  formarono  la  seconda  regione  d'//a-  questo  fautore  della  parie  di  Mario  un 
Ha,  e  quindi  segnata  la  pace,  nel  Piceno  colpo  decisivo  verso  l'anno  6G9.  Nel  Pi- 
vi si  dedussero  alcunecolonie,  governan-  ceno  fece  poi  lunga  dimora    Pompeo  il 


298  p  I  e 

Magno,  che  fissala  in  Osimola  residcii- 
73,  vi  si  arrogò  la  pretura,  e  con  le  scel- 
le milizie  picene  poaipeiane intraprese  la 
spedizione  d'Egitto.  Picene  legioni  furo- 
no ancora  la  XII  delta  fulininatrice,  e  la 
XIII, che  con  Giulio  Cesare  passarono  il 
Piubicone  e  cooperarono  alle  sue  glorie. 
Kel  t.  2  del  Colucci  si  legge  la  Disserta- 
zione della  origine  delle  città  picene , 
dell' a^'ì^izanteiito  e  decadimento  di  esse 
sotto  i  romani,  delle  colonie  e  de'  mimi- 
ci pii. 

La  fede  cristiana  fu  predicala  nel  Pi- 
ceno nel  i.°  secolo  di  nostra  era,  e  nel 
Tol.  XL,  p.  245,  ne  celebiai  apostolo  s, 
Marone,  convertito  da  s.  Pietro  e  ordina- 
to da  Papa  s.  Clemente  1,  come  fu  il  pri- 
mo suo  martire,  e  ciò  con  l'autorità  del 
Blarangoni.  Però  il  Vecchietti  nella  dis- 
sertazione preliminare  alle  3Iemorie  del- 
ta chiesa  r^O-f/wo  del  Compagnoni,  t.  i, 
p.  IVI,  vi  ripugna  alquanto,  senza  esclu- 
dere affatto  la  sua  predicazione  nella  pro- 
vincia, dichiarando  esser  varia  l'opinio- 
ne de' dotti  intorno  all'epoca  in  cui  le  cit- 
tà del  Piceno  ricevettero  il  lume  del  van- 
gelo, ogni  chiesa  avendo  le  sue  partico- 
lari tradizioni ,  per  le  quali  può  vedersi 
il  p.  Mamachi,  Originie  antichità  cristia- 
ne, lib.  2,  cap.  2  I,  §  2,  il  quale  è  di  pa- 
rere, che  siccome  il  principe  degli  apo- 
stoli in  P\.oma  prese  a  cuore  la  conversio- 
ne delle  Provincie  più  remote,  molto  più 
è  da  credere  che  da  lui  si  avessero  in  vi- 
sta que' luoghi  così  vicini  a  quella  me- 
tropoli, colla  quale  ebbe  sempre  il  Pice- 
no continue  relazioni.  Non  è  anzi  fuori  di 
proposito  r  opinare  col  Vecchietti  ,  che 
s.  Pietro  fosse  nel  Piceno  forse  nell'anno 
61  di  nostra  era  a  promulgarvi  la  fede 
cristiana.  Quanto  a  s.  IMarone,  tenuto  a- 
postolo  del  Picfeno,  aggiunge  il  Vecchiet- 
ti che  è  a  dubitarsi  per  gì'  incerti  suoi 
alti  ;  lo  slesso  dice  di  quelli  di  s.  Caterve 
venerato  in  Tolentino  qual  padre  della 
fede:  non  mancarono  altresì  alcuni  scrit- 
tori, i  quali  si  persuasero  aver  s.  Emidio 
vescovo  d'Ascoli  sparsa  1'  evangelica  se- 


PIC 
menza  nel  Piceno  circa  la  metà  del  III 

secolo,  ma  anche  i  suoi  alti  non  sono  si- 
curi. Il  Jacobilli,  r\e  Santi  e  beati  del- 
l'Umbria, riferisce  che  s.  Feliciano  vesco- 
vo di  Foligno,  non  contento  di  aver  inaf- 
fìata  tutta  la  provincia  dell'Umbria  col- 
la predicazione  del  vangelo  ,  volle  sten- 
dere l'apostolico  ministero  anche  a  prò 
del  Piceno  e  le  sue  città  in  un  ad  Osimo, 
cioè  un  secolo  e  mezzo  prima  dell'epoca 
assegnala  dalla  tradizione  osiraana  al  ve- 
scovato di  s.  Leopardo,  predicazione  che 
in  Osimo  fece  anche  s.  Marone  antico  a- 
postolo  del  Piceno.  Sembra  poi  indubi- 
tato che  ne'primi  del  IV  secolo,  dopo  la 
conversione  del  gran  Costantino,  uscito 
il  cristianesimo  ancor  nel  Piceno  dai  suoi 
nascondigli,  inalberasse  la  croce  per  ogni 
dove  il  suo  glorioso  vessillo,mediante  l'ab- 
batlimento dell'idolatria.  .Alcuni  scrittori 
con  Marangoni  si  persuasero  chele  città 
picene  non  avessero  propri  vescovi  se  non 
se  verso  la  fine  del  V  secolo,  e  che  prima 
di  tal  tempo  fosse  stata  ia  provincia  go- 
vernata dai  vescovi  regionari  ;  opinione 
di  debole  fondamento,  che  fu  confutata 
ed  annientata  dal  Pannelli  nelle  Memo- 
rie di  s.  Leopardo ,'menlve  non  si  sa  com- 
prendere come  il  Marangoni  ammelten- 
tlo  la  conversione  del  Piceno  al  cristia- 
nesimo sino  dai  primi  secoli,  voglia  poi 
digerire  la  destinazione  de' vescovi  titola- 
ri o  cardinali  sino  quasi  al  Vlsecolo,  ed 
essendo  il  Piceno  sì  prossimo  a  Roma  se- 
de de'Papi  che  promossero  tanti  vescovi 
anche  per  lontane  parti.  Il  Pontefice  s. 
Gelasio  I  del  492  si  oppose  al  tentativo 
d'insinuarsi  nel  Piceno  1'  eresia  pelagia- 
na  ;  e  Nicolò  V  e  Paolo  li  estinsero  nel 
Piceno  l'eresia  de'  fraticelli,  che  assai  e- 
ravisi  propagata.  11  Colucci  nel  t.  3  delle 
Antidata  picene  ci  diede  la  dissertazio- 
ne :  Della  origine,  del  progresso  e  dello 
stabilimento  della  religione  cristiana  nel 
Piceno.  Egli  opina  che  i  primi  lumi  del- 
la fede  cristiana  si  ebbero  dopo  l'arrivo 
di  s.  Pietro  in  Roma  e  dopo  il  suo  pon- 
tificalo; che  s.  Marone  non  fu  il  i.°  a  re- 


Pie 

care  la  fede  ai  piceni,  bens'i  colla  sua  pre- 
dicazione e  martirio  cooperò  moltissimo 
aih  propagazione  delia  religione  crislia- 
na  ;  discorre  del  suo  compagno  s.  Mes- 
sore vescovo,  e  de'  ss.  vescovi  Feliciano, 
Emidio,  Alessandro  e  Filippo  di  Fermo,  e 
Calervo;di  S.Venanzio  martire  cameri- 
iiese,  del  progresso  che  fece  la  religione 
pei  ss.  martiri  osimani  Fioi'enzio,  Sisinio 
e  Dioclezio,  e  de' vantaggi  che  riportò  dal 
martirio  d'altri  santi  seguito  nel  Piceno; 
in  fine  dice  dell'origine  de' vescovati  per 
le  città  del  Piceno, (he  incpialcuna  si  de- 
ve ripetere  da  s.  Pietro  e  dai  suoi  primi 
più  prossimi  successoli;  che  la  distin- 
zione delle  dioce<;i  fu  posteriore  alla  o- 
rigine  delle  cattedre  vescovili,  e  che  que- 
ste furono  erette  dopo  Costantino  impe- 
ratore. Di  esse  parlo  ai  rispettivi  articoli, 
come  de'primi  apostoli  del  Piceno  si  An- 
uonario  che  Suburbicario. 

Quantunque  le  municipali  repubbli- 
che picene  godesseio  la  libertà  de|le  lo- 
ro leggi,  con  propri  magistrati,  il  meio 
e  nìislo  impero  con  facoltà  di  punire  col- 
la vita  i  trasgressori,  non  si  potevano 
chiamare  totalmente  libere  da  Pioma  cui 
erano  soggette,  sovrastando  all'  intera 
provincia  un  supremo  capo  con  titolo 
consolare  di  prefetto,  oltre  lo  speciale 
curatore  che  avea  ciascuna  repubblica. 
Le  municipali  l'epubbliche  picene  paga- 
vano a  Pioma  annuo  tributo,  ed  erano 
tenute  in  occasione  di  guerra  a  sommi- 
nistrare ai  romani  un  contingente  di  sol- 
dati. Essendo  la  provincia  suddita  e  tri- 
butaria degl'imperatori,  anche  dopo  la 
divisione  óeW'inipero  in  orientale  e  occi- 
dentale, calati  in  Italia  nel  4o5  circa  la 
prima  volta  i  goti  con  Alarico  loro  re,  indi 
nel 425 e  nel  45 1  gli  unni, ed  ig'o// nuova- 
mente nel  ^'j3,  tutti  inondaronp  anche 
il  Piceno  e  s'impossessarono  eziandio  di 
Ascoli  e  del  vicino  Abruzzo,  praticando 
per  tutto  eccessive  crudeltà.  Distrutto 
nel  553  il  dominio  goto  in  Italia  e  co- 
stituita Ravenna  per  città  capitale  àiìì- 
y  Esarcato  [V.)  j  riferisce  il  p.  Brandi- 


P  I  C  2()<) 

marte  che  il  Piceno  Annonario  nuova- 
mente mutò  nome,  e  la  [)!ute  mnriltitna 
o  Gallia  marittima  fu  chiamata  Penta- 
poli  Annonaria,  V.  (altri-dicono prima, 
altri  dopo  tale  epoca),  denominandosi 
la  montana  proi'incia  de  Castelli.  La  de- 
nominazione di  Pcnt.'Tpoli  Picena,  f^ncon- 
do  Compagnoni,  cominciò  nel  IV  o  V 
secolo,  ni  due  di  Vecchietti  nel  VII;  ed 
il  Sigonio  riferisce  che  la  Penlapoli  ma- 
rittinia  si  chiamò  poi  DI  arca  Anconita- 
na. Il  nome  di  Pentapoli  fu  dato  ad  una 
pnrtedell'antico  Picenospecialmente  An- 
nonario, per  la  ragione  che  in  principio 
comprendeva  5  città.  La  Pentapoli  ab- 
bracciava il  Piceno  Annonario,  e  comin- 
ciando dai  confini  dell'  Esarcato  di  Pia- 
vcnna  si  estendeva  a  tutto  il  tratto  d'An- 
cona e  fino  ad  Osimo.  La  provincia  dei 
Castelli,  secondo  il  p.  Berretti,  che  illu- 
strò la  tavola  corografica  dell'  Italia  del 
medio  evo  presso  il  t.  io.  Script,  rer. 
Itaiicarni/i  di  Muratori ,  formavasi  del 
contado  di  Fermo,  così  il  Catalani,  il 
Borgia  e  Pxalfaeli.  Il  p.  Brandimarle  in- 
vece crede  che  la  provincia  de'Castelli,  si- 
tuata sopra  la  stessa  Pentapoli,  fosse  com- 
posta dalla  Gallia  montana,  cioè  da  Ca- 
merino, IMatelica,  Atlidio,  Tufico,  Sen- 
ti no.  Alba,  Ostra,  Suasa  ,  Pitulo  ,  Jesi 
(delle  quali  parlo  a;  loro  articoli  oin  quel- 
li che  ne  occuparono  il  luogo),  anche 
pel  riflesso  de'  molti  castelli  che  hanno 
soggetti  Fabriano,  Arcevia  e  Camerino; 
bensì  in  appresso  porzione  della  provin- 
cia de'Castelli  fu  detta  Marca  Permana 
e  porzione  Abruzzo.  Altri  in  fine  hanno 
ciedutochela  provincia  de'Castelli  com- 
prendesse 1'  Umbria  mediterranea,  ab- 
bondante di  castelli.  La  Pentapoli  cam- 
biò spesso  limite  e  nome;  e  quando  vi  si 
unirono  altre  città  e  castelli,  complessi- 
vamente si  disse  Decapoli,  quando  cioè 
una  nuova  Pentapoli  montana  o  medi- 
terranea vi  fu  aggiunta.  Governando  l'E- 
sarcato Longino  per  l'imperatore  d'o- 
riente, nel  568  invase  V  Italia  Alboino 
coi  longobardi,  ed  avendo  istituito  poi  il 


3oo  Pie 

ducato  di  Spoleto  e  soggiogato  il  Piceno 
circa  il  Syi,  l'unì  ed  incoaporò  a  quel 
ducato,  cioè  quella  parte  di  Piceno  che 
cotupreiule  Osimoe  Ancona,  ossia  quel- 
la parte  cli'era  tra  l'Apeiuuoo  e  l'Adria- 
tico, colle  loro  città  e  luoghi  :  altri  dico- 
no che  il  Piceno  di  qua  dal  Musone  fu 
n  j)oco  a  poco  assorbito  dal  ducato  di 
Spoleto  nella  longobarda  oligarchia  ,  i 
cui  duchi  o  capitani  si  divisero  le  città 
e  legioni  d'  Italia  e  «vi  commisero  tante 
violenze  ed  empietà,  che  s.  Gregorio  I 
annoverò  la  loro  persecuzione  fra  le  più 
crudeli  della  Chiesa.  Laonde  le  repubbli- 
clie  del  Piceno  sotto  i  goti  e  sotto  i  lon- 
gobardi perderono  quella  libertà,  che  per 
indulgenza  de' romani  aveano  consegui- 
ta col  titolo  di  municipii  :  gran  parte  del- 
le antiche  città  picene  furono  atterrale 
e  distrutte  dai  goti,  massime  da  Alarico 
e  (la  'Potila.  1  longobardi  oltre  il  signo- 
reggiare il  ducalo  di  Spoleto,  che  tanta 
parie  di  Piceno  comprese,  istituirono  an- 
cora i  ducati  piceni  d'Ancona,  Osimo  e 
Fermo,  indipendenti  uno  dall'altro,  ma 
precariamente,  i  cui  terrilorii  comprese- 
ro eziandio  quelli  delle  città  contermini 
ilecadute  dal  proprio  splendore  tra  tante 
vicende  politiche.  Ad  onta  della  possan- 
za tie'iongobardi,  gl'unperalori  greci  d'o- 
riente, oltre  l'esarcato  di  Pv.avenna,  domi- 
narono interrottamente  anche  sullealtre 
parli  del  Piceno.  Nel  pontificato  di  s. 
Gregorio  il  l'imperatore  Leone  dichia- 
rò guerra  alle  sacre  immagini,  sostenen- 
do gì' /fo/jor/rt?»  persecutori  tli  esse;  e 
resistendo  alle  replicate  ammonizioni  del 
Papa,  questi  lo  scomunicò  e  sciolse  i  sud- 
diti di  lui  dal  giuramento  e  dai  tributi. 
L'imperatore  si  alleò  con  Luitprando  re 
de' longobardi  per  uccidere  s.  Gregorio 
Il ,  e  fu  allora  che  il  ducalo  di  Roma  e 
le  città  della  Campania  si  dierono  con 
spontanea  dedizione  al  dominio  della  ro- 
mana Chiesa  dopo  il  726.  Nello  slesso 
tempo  i  popoli  delTEmilia  e  dell'  Esar- 
cato, della  Pentapoli  e  del  Piceno  scos- 
sero il  giogo  imperiale  e  de' longobardi, 


Pie 

come  principi  eretici,  si  posero  sotto  la 
protezione  è  difesa  del  Papa,  anche  nel 
dominio  temporale,  e  per  tale  volontaria 
dedizione  acquistò  la  sede  apostolica  la 
signoria  e  sovranità  di  dette  piovinciee 
specialmente  del  Piceno  e  del  ducato  di 
Spoleto:  tanto  dimostra  il  Marangoni 
nelle  Memorie  di  Civitanova  già  Nola- 
na nel  Piceno.  A  s.  Gregorio  il  nel  781 
successe  s.  Gregorio  III, che  possedendo 
il  ducalo  di  Spoleto  ed  il  Piceno,  prese 
le  difese  di  Trasamondo  duca  di  Spoleto 
contro  Luitprando,  onde  questi  due  vol- 
le mosse  all'assedio  di  Roma;  ma  il  Pa- 
pa coll'esercito  romano  aiulò  Trasamon- 
ilo  a  ricuperare  il  ducalo  dalle  armi  dei 
longobardi.  Nel  741  fu  creato  Papa  s. 
Zaccaria,  e  come  Trasamondo  con  nera 
ingralitudinesi  mostrava  infedele  e  usur- 
patore delle  terre  della  Chiesa,  ricorse  al 
re  Lui![)rando,che  fallo  prigione  il  duca 
restiUn  al  Pontefice  il  patrimonio  della 
Sabina,  di  Nat  ni,  di  Osimo  e  di  Ancona. 
Stefano  li  detto  111  non  potendo  soste- 
nere l'iiupeto  di  Aistullo  re  de'longobar- 
di,  the  occupalo  l'Esarcato,  la  Pentapo- 
li e  altre  terre  della  Chiesa,  minacciava 
Roma,  nel  704  si  porlo  in  Francia  dal 
re  Pipino  per  implorarne  l'aiuto,  che  am- 
piamente ottenne.  Poiché  recatosi  il  re 
in  Italia,  costrinse  Aistulfo  a  restituire 
l'usurpato  al  Papa,  cui  confermò  la  so- 
vranità, aumentandone  il  pi'incipato  con 
altri  luoghi.  E  perchè  l'imperatore  gre- 
co venne  in  cognizione  della  vittoria  di 
Pipino  sui  longobardi,  fece  istanza  a  Pi- 
pino che  consegnasse  a  lui  le  lolle  pro- 
vincie;  ma  il  re  francamente  rispose  al 
legato  imperiale,  che  solo  per  amore  a 
s.  Pielio  e  alla  sua  Chiesa  avea  abbrac- 
cialo l'impresa,  e  perciò  mai  avrebbe  per- 
messo che  al  dominio  di  essa  fossero  tol- 
te le  città  e  luoghi  che  le  apparteneva- 
no. Sotto  Adriano  I  il  re  de' longobardi 
Desiderio,  dimentico  che  dovea  il  trono 
airautoiilà  di  Stefano  111,  non  solo  avea 
tilenuto  Osimo,  Ancona,  Umana  ed  al- 
tre cillà,  ma  con  violenza  ne  occupò  al- 


Pie 

tre  in  un  al  resto  ilei  Piceno,  medifantlo 
la  rovina  di  Roma.  Vedendo  il  l'apa 
inolili  le  sue  rimostranze,  domandò  soc- 
corso a  Callo  IMagno,  che  vinto  e  impri- 
gionato nel  773  Desiderio,  die  fine  al 
regno  lougoliardo  in  Italia,  restituì  alla 
Chiesa  i  suoi  duininii  in  un  al  Piceno 
e  al  ducato  di  Spoleto,  con  ampia  dona- 
zione, confermata  dal  suo  figlio  Lodovi- 
co I  con  nuovo  diploma.  Narra  Anasta- 
sio Bibliotecario  nella  vita  di  Adriano  I, 
che  mentre  Desiderio  erasi  lifugiato  in 
Pavia,  ove  l'assediò  il  re  franco,  i  popo- 
li del  ducato  Spoletino,  compresi  i  pi- 
ceni the  nef.icevano  parte  dall'Apenni- 
no  al  mare  Adriatico,  insieme  alle  città 
e  ducati  di  Fermo,  d'Osimo  e  d'Ancona, 
come  di  altri  luoghi,  portatisi  al  Ponte- 
fice, nuovamente  alla  sua  nhbidienzii  si 
diedero  e  giurarono  fedeltà  alla  sede  a- 
poslolica  ed  a  s.  Pietro,  radendosi  la  bar- 
ba ed  i  capelli  lunghi  che  portavano  al- 
l'uso de'  longobardi, 

iN'eir858  si  trova  un  Suppone  conte 
del  Piceno,  che  vuoisi  ne  avesse  ricevu- 
to investitura  dal  Papa.  Non  solo  gl'im- 
peratori franchi,  ma  anco  i  tedeschi  co- 
minciando da  Ottone  I,  confermarono  i 
dominii  della  C'.;iesa  e  giurarono  proteg- 
gerli, compreso  il  Piceno.  Nel  cadere  ilei 
iX  secolo  e  nel  principio  del  X  gli  uiigari 
ed  i  saraceni  posero  la  regione  baibara- 
incnte  a  ferro  ed  a  fuoco.  A  Marca  parlai 
dell'origine  di  questo  vocabolo  e  di  quan- 
do nel  secolo  XI  fu  appropriato  al  Piceno, 
e  per  la  prima  nel  q'jS  alla  Marca  Fer- 
ruaiia,  di  cui  trattai  pure  a  Fermo;  co- 
inè delle  altre  Marche,  de'suoi  governan- 
ti, dominatori  e  signori,  delle  principa- 
li vicende,  e  come  venne  qualificata  nel- 
l'amniinislrazione francese a'iempi  nostri. 
Fluttuando  il  Piceno  ora  sotto  la  pon- 
tificia dominazione,  ora  in  parte  sotto  la 
greca  dipendenza,  soggiacque  pure  alle 
incursioni  de'  normanni,  avendo  quasi 
ogni  città  i  suoi  giudici  o  conti.  Insorte 
le  fatali  controversie  fra  il  sacerdozio  e 
l'impero  per  V InveslUure  ccclesiasiichc, 


Pie  3o  t 

i  dignitari  preposti  alla  custodia  delle 
frontiere  col  titolo  di  marchesi  incomin- 
ciarono a  dar  nome  id la  detta  Marca  Ftr- 
niana,  indi  alla  Marca  Cainerincsc  o 
superiore,  clie  sono  le  Marche  piìi  anti- 
che, ed  el)l)ero  la  sola  esistenza  molto 
prima  della  Diarca  Anconitana.  L'e- 
sistenza della  Marca  di  Camerino  ed  a- 
vcnte  marchese  e  duca,  si  rileva  dalla 
lettera  di  Papa  Giovanni  XIII  del  969 
sull'erezione  della  metropolitana  di  Ca- 
pua  ;  altri  danno  a  questa  IMarca  un'o- 
rigine più  antica,  con  aver  dipendente  il 
marchese  di  Fermo.  Avvertono  gli  an- 
nalisti camaldolesi,  che  alle  Marche  di 
Fermo  e  di  Camerino  ne'monu menti  an- 
tichi si  trovò  spesso  l'aggiunto  di  monar- 
chia, quale  reputano  essere  termine  cor- 
rotto óì  Diarchia  per  negligenza  degli 
amanuensi.  La  Pentapoli  reggevasi  tut- 
tora coir  antico  nome,  quando  verso  il 
1080  s.  Gregorio  VII  investì  della  pro- 
vincia picena  Roberto  Guiscardo  prin- 
cipe normanno,  leggendosi  nelle  ponti- 
ficie lettere  i  nomi  di  Marca  di  Fermo 
e  di  ducato  di  Spoleto.  A  questo  Papa  ed 
al  successore  Pasquale  II  la  conlessa  Ma- 
tilde nella  donazione  che  fece  de'suoi  sta- 
ti alla  s.  Sede,  vi  comprese  le  IMarche  di 
Camerino  e  di  Fermo,  di  cui  la  Chiesa 
era  suprema  signora.  Ne!  i  io5  o  prima 
l'imperatore  Enrico  IV  con  poderoso  e- 
sercitoe  qual  nemico  della  Chiesa  occupò 
il  Piceno  e  ne  die  l'investitura  al  mar- 
chese Guarnieri,  con  titolo  di  marchese 
della  31  arca  Anconitana,  che  per  lui  si 
disse  ancora  IMarca  di  Guarnieri  o  di 
TVerricrio,  col  qual  vocabolo  si  nomi- 
nò [iure  la  Marca  Fcrmana.  Così  a  po- 
co a  poco  al  nome  di  Piceno  prevalse 
quello  di  Marca  colle  accennate  distin- 
zioni, meglio  narrate  agli  analoghi  arti- 
coli ed  a  Macerata,  come  pel  Piceno 
Annonario  alle  città  formanti  la  Pen- 
tapoli, al  i\\.Ki\\.o  à' Urhir^o  e  a  Ravenna, 
insieme  alle  successive  politiche  vicende, 
avendo  toccato  a  Marca  le  principali  dal 
secolo  Xll  sino  a' nostri  giorni.  Nel  no- 


3oi  P  1  G 

vembie  iSjo  Pio  IX  (F.)  formò  la  le- 
gazione delle  Marche  colle  piovincie  di 
Urbino,  Pesaro,  Macerala,  Loreto,  An- 
cona, Fernao,  Ascoli,  Camerino.  Il  Pice- 
no o  Marca  ebbe  molli  illustratori,  fra  i 
quali  i  segmenti.  Francesco  Paniphiij,  Pi- 
ct'/mm,  hoc  est  de  Piceni  quae  Anconi- 
tana \'nlgo  Marcliia  noniinalui\  et  nohi- 
lìlate  et  laudibus,  opus  nane  pviniiini  in 
liicem  JaiiiDlatiliaci  Durastantis  edilum, 
Maceratae  1 575.  Solcatnpo,  Picennni  i'iit- 
go  diarchia  Anconitana  npostolicae  sedis 
provincia  fìdeiissima,  Maceratae  i654- 
Pier  Luigi  Galletti^  Inscriptiones  Piceni, 
sive  Mai  cìiiae  Ancouitanae  infimi  aevi 
Roniae  exstantes,  Roinae  1761.  Luigi 
ht;ouov\,  Ragionamento  sopra  la  Marca 
di  Ancona  ed  a'  marchesi  di  essa,  nel  t. 
27  degli  Opuscoli  del  p.  Calogerà,  i  775. 
11  Piceno  fu  feracissimo  di  uomini  il- 
lustri in  santità  di  vita,  in  dignità  eccle- 
siastiche, nelle  scienze,  nelle  arti  e  nelle 
armi.  Grandissimo  ili  il  numero  de'car- 
dinali  che  die  alla  Chiesa,  le  cui  notizie 
riportai  alle  biografìe  e  loro  patrie;  così 
de'Papi  piceni  che  sono  :  Giovanni  XVII 
dello  X^  III  di  Rapngnano,  Nicolò  IV 
della  diocesi  d'Ascoli,  Marcello  li  come 
nato  a  Monte  Fano,  Sisto  V  di  Grolla- 
mare,  Clemente  Vili  come  nato  in  Fa- 
no, Clemente  XI  d'Urbino,  Leone  XII 
di  Genga  diocesi  di  Fabriano,  Pio  Vili 
di  Cingoli  e  il  regnante  Pio  IX  di  Sini- 
gnglia.  Degl'illuslri  piceni  scrissero:  G. 
1).  Llavetti,  Saggi  storici  di  nobiltà  di 
sette  famiglie  picene  appartenenti  alla 
casa  Cento/iorini,  Maceria  i  701.  Gio- 
vanni Pannelli,  i7/e///o/v'e  degli  uomini  il- 
lustri  e  chiari  in  medicina  del  Piceno  o  sia 
della  M  arca  d  Ancona, e  dell  epoca  ch'I- 
la medicina  picena  e  suo  esercizio  in  es- 
sa  provincia ,  Ascoli  1785.  Biblioteca 
picena  o  sia  notizia  istorica  delle  opere 
e  degli  scrittori  piceni,  Osimo  1  790.  An- 
drea Lazzeri,  Memorie  d'uomini  illustri 
del  Piceno,  raccolte  da  G.  B.  Boccali- 
ni, corrette  ed  accresciute,  presso  il  Co- 
lucci  t.  5  al  17,  che  vi  fece  delle  aggiun- 


PIC 
te.  Neil.  25  riprodusse  con  prefazione  e 
noie.  Nicolai  Vevaxìzon'ì,  De laudibus  Pi- 
ceni sive  Marchiae  Anconitanae  libel- 
lus.  Delle  zecche  picene  trattai  a'  loro 
luoghi:  lo  Scilla,  Delle  monete  pontifìcie, 
p.  36c)  e  seg., enumera  quelle  battute  in 
Macerata,  Ancona,  nella  IMarca  e  in  Ca- 
merino dai  cardinali  legali  della  Marca. 
In  Roma  i  piceni  o  marchegiani  hanno 
la  Chiesa  de' ss.  Venanzio  e  Ansuino  dei 
camerinesi  (^.),  e  la  Chiesa  di  9.  Sai- 
valore  in  Lauro  de' marchegiani,  cui  è  u- 
iiito  il  collegio  Piceno  {f^.y,  prima  aravi 
pure  l'arciconfraternita,  e  ne  fu  benefat- 
tore il  carduial  G'io.  Battista  Pallotta 
(/'.).  Di  tali  chiese  parlai  pure  ne"^  voi. 
XXX!  II,  p.  71  e  72,  XL VII,  p.  27  I  e 
273,  ed  altrove.  Abbiamo  le  Regole  del- 
l'almo ed  insigne  collegio  Piceno,  Roma 
1713.  Della  chiesa  di  s.  Salvatore  e  del  I 
collegio  piceno  è  proiettore  il  cardinale 
più  anziano  della  IMarca.  Questo  dispo- 
se Sisto  V  che  lo  fosse  eziandio  del  Col- 
legio dis.  Bonaventura  di  Roma,  del  col- 
legio Montalto  di  Bologna  pei  marche- 
giani,  e  della  cappella  Sistina  nella  Chie- 
sa di  s.  iMaria  DIaggiore,  tulle  sue  fon- 
dazioni. Vedasi  Frane."  M.'  Gasparri  : 
Lo  stalo  geografico  della  Marca  d" An- 
cona, descritto  per  l'  intendimento  delle 
tre  bolle  di  Sisto  F'  sopra  ilpiìi  anzia- 
no cardinale  della  Marca,  chiamato  al- 
la protezione  della  cappella  Sistina  e 
de'  collegi  di  Montalto  e  di  s.  Bonaven- 
tura, Pioraa  I  72  3. 

PICO  Lodovico,  Cardinale.  V.  Mi- 
randola. 

PICPUS-  Congregazione  e  società  di 
sacerdoti  secolari  e  missionari  viventi  in 
comunità  con  fratelli  laici,  e  di  religio- 
se, sotto  l'invocazione  de'ss.  Cuori  di  Ge- 
sti e  di  Maria  e  dell'adorazione  pei-petua 
del  ss.  Sagramento  dell'  altare  (  diversa 
dai  religiosi  picpus  del  teiz' ordine  di  s. 
Francesco  fondati  in  Parigi,  nel  villag- 
gio Picpus  vicino  al  sobborgo  di  s.  An- 
tonio, il  cui  convento  eddicò  Giovanna 
di  Sault  vedova  del  conledi  Morlemart, 


r»  I  e  P I G  3o3 

i  quali  in  Koma  ebbero  convento  e  cbie-     n^  richiamare  alla  memoria  la  passione 
sa,  come  narrai  nel  voi.  XXVI,  p.  ly'T),     ecrocefissionetlel  Redentore, con  pralica- 
fondata  dal  sacerdote  M.^Ginseppe  Cou-     re  le  opere  di  cristiana  mortificazione  e 
drin  ,  nato  il  i.°  marzo    17G8  in  Cous-      reprimendo  i  loro  sensi. 
saylesBois  diocesi  di  Poitiers,  la  quale  Verso  la  fine  del  1794  '«  P'<t  dama 

città  fu  culla  dell'istituto,  dopo  di  aver  Aymer della Chevalerie, appena  uscìdal- 
trionfato  di  tutti  gli  ostacoli  die  si  frap-  la  prigione  ove  l'avca  posta  sua  madre, 
posero  a  s"i  santa  e  benemerita  congre-  per  aver  dato  asilo  ad  un  prete  caltoli- 
gazione.  11  soffio  impuro  dell'irreligione  co,  si  offrì  all' ab.  Coudrm  onde  impie- 
avendo  distrutto  in  Francia  tutte  le  pie  garsi,  secondo  il  suo  sesso,  ai  grandi  di- 
istituzioni  e  quelle  della  buona  educa-  segni  che  il  Signore  le  avea  inspirati.  Per- 
zione,  dispersi  i  sacri  ministri  in  lontane  ciò  le  basi  del  pio  istituto  delle  leligiose 
regioni,  la  novella  generazione  in  tiista  furono  bentosto  gettate  nelle  pie  Dame 
posizióne,  questa  società  inspiiala  da  Dio  de^ss.  cuori  di  Gesù  e  /Ilaria,  diesi  de- 
fu  destinata  a  rianimare  la  fede  nel  ctio-  dicano  all'adorazione  perpetua  del  ss.  Sa- 
re  per  li  santi  esercizi  delle  missioni  ;  a     gramenlo  ,  alla  educazione  e  istruzione 

portare  il  lume  del  vangelo  all'estremila  delle  donzelle  :  orinai  conta  più  di  venti 

della  terra  ;  alla  perpetua  adorazione  del  stabilimenti   in  Francia,  due  nel  Chih  , 

ss.  Sagramento  dell'  altare  nel  giorno  e  uno  a  Valpaiaiso,  altro  a  Santiago,  tutti 

nella  notte,  onde  riparare  le  profanazio-  diretti  dai  preti  della  tnedesima  ccSngre- 

ni  d'ogni  specie  commesse  in  quel  deplo-  gazione. 

rabile  periodo  di  tempo;  ed  a  formare  Intanto  l'ab.  Coudrin  ebbe  la  consola- 
de'ministri  del  santuario  ne'collegi  e  nei  zione  di  guadagnare  de' discepoli,  il  cui 
seminari.  Basato  l'istituto  sulla  regola  di  numero  non  tardò  ad  accrescersi.  Mg  "^de 
s.  Benedetto,  ha  per  iscopo  di  onorare  Cbabot,  antico  vescovo  di  Saint-Claude, 
in  parlicolar  modo  le  quattro  età  o  epo-  portatosi  nel'iSoi  in  Poitiers  e  apprez- 
che  della  vita  di  Gesù  Cristo:  cioè  la  sua  zando  l'istitutore  e  lislituzione,  condusse 
infanzia,  l'epoca  in  cui  visse  poco  cono-  con  lui  l'ab.  Coudrin  quando  passò  alla  se- 
scinto,  la  sua  vita  evangelica,  e  la  sua  de  di  Mende,  quale  rinunziata  nel  r8o^ 
passione  e  crocefissione.  Per  onorare  l'in-  col  medesimo  si  stàbili  a  Parigi,  essendo 
fanzia  tiene  scuole  gratuite  in  vantaggio  questa  l'epoca  dell'erezione  della  casa  dei 
de'poveri  fanciulli,  e  collegi  con  convit-  A'r/:»//^' nella  via  omonima,  che  divenendo 
tori  a  pensione  mensile,  ne'  quali  sono  la  principale  di  tutta  la  congregazione, 
ammessi  gratuitamente  un  certo  nume-  con  tal  nome  viene  generalmente  chia- 
ro di  fanciulli  in  proporzione  delle  rcn-  mata.  Nel  1806  mg."^  de  Boischollet  ve- 
dile dello  stabilimento,  ed  in  preparare  scovo  di  Seez  confidò  ai  preti  della  casa 
alle  funzioni  del  sacro  ministero  i  giova-  de'  picpus  la  direzione  del  suo  semina - 
ni  destinati  al  santuario.  Tutti  i  meni-  rio.  Nel  i8i4  la  congregazione  de' sacri 
bri  della  congregazione  si  devono  dedi-  cuori  già  contava  diversi  stabilimenti,  a- 
care  a  celebrare  la  vita  occulta  del  Sai-  vendo  ricevuto  l'ab.  Coudrin  più  volle 
\atore,  riparando  colla  perpetua  adora-  l'incoraggimentodi  Pio  VII,  il  quale  for- 
zione  del  ss.  Sagramento  le  ingiurie  fatte  malmente  l'approvò  nel  18  i  7.  Fiorendo 
agli  adorabili  cuori  di  Gesù  e  di  Maria  l'istituto,  gli  fu  affidato  nel  i8i9ilsemi- 
pei  tanti  peccati  che  si  commettono.  I  nnrio  di  Tours ,  indi  nel  1820  mg."^  de 
preti  che  seguono  la  vita  evangelica  di  Boiilogne  vescovo  di  Troyes  invitò  i  pre- 
Gesù  Cristo,  si  dedicano  alla  predicazio-  ti  della  casa  de'picpus  a  daie  le  missio- 
ne del  vangelo  e  alle  missioni.  In  fine,  ni  in  sua  diocesi,  che  duraiono  io  anni, 
lutti  i  membi  della  congregazione  devo-  Nel  1826  i  discepoli  dell'ab.  Coudrinin- 


3o4  Pie 

cominciarono  le  missioni  nella  diocesi  di 
Piouen  che  proseguirono  lino  al  i83o, sen- 
za interron)[)ere  quelle  di  Tioyes,  e  nel 
1  829  il  cardinal  Croy  commise  loro  la  cu- 
ra del  suo  gran  seminario  di  Piouen,  che 
tuttora  dii  igouo. 

La  sollecitudine  religiosa  dell'ab.  Cou- 
drin  per  la  propagazione  della  i'cde  non 
sì  limitò  alla  Fiancia.  Dopo  essersi  por- 
tato in  lìonia  nell'anno  santo  iS^Sjhcn 
ricevuto  da  Leone  Xll  che  conferniò  la 
congregazione,  a  sua  domanda  e  della 
congregazione  de  propaganda  fide,  nel 
J826  fece  partire  qualche  prete  per  le 
missioni  di  Sandwich  neW'  Ore  ani  a  (f^.): 
negli  Ànnales  de  la  prop.  de  la  joi,  si 
possono  leggere  le  peisecuzioni  che  sof- 
frirono in  quel  mondo  marittimo  per  gli 
eretici  e  scismatici,  ed  i  prosperi  risulla- 
li  che  conseguirono  i  picpus.  Per  moi  te 
di  Leone  Xll  1' ab.  Coudrin  ritornò  in 
fiomanel  i82q  quale  conclavista  del  car- 
dinal Croy,  ed  in  tale  occasione  (come  dis- 
si nel  voi.  XLVIII,  p.  233)  il  suo  distin- 
to merito  e  la  grande  utilità  di  sua  congre- 
gazione fu  in  conclave  e  dopo  dettagliata- 
mente conosciuta  ne'  frequenti  abbocca- 
luenti  col  cardinal  Cappellari  prefetto  di 
propaganda  /ìde,d\  cui  fui  testimonio, co- 
meammiralore  dello  zelo  e  della  vii  lùdel- 
rinsignesacerdote,cui  potei  prestarequal- 
che  assistenza  nel  godimento  delle  pon- 
tifìcie funzioni  e  in  altro,  per  cui  il  car- 
dinal Croy  si  degnò  mostrarsene  grato. 
Con  tale  aumento  di  stima  e  di  amore 
del  cardinal  Cappellari  per  la  congrega- 
zione epel  fondatore,  divenuto  Gregorio 
XVI  ,  nel  i833  confidò  alla  società  dei 
picpus  la  missione  òeW Ocea?iia  orienta- 
le, in  cui  questi  sacerdoti  fecero  e  vanno 
operando  immenso  bene,  con  meraviglio- 
samente dilfondere  il  cristianesimo. 

AI  cominciar  del  1837  l'istituto  si  Irò- 
■vò  propagato  in  Francia  con  molti  sta- 
bilimenti, e  fondata  una  casa  in  Valpa- 
raiso  :  mentre  i  suoi  disce[)oli  evangeliz- 
zavano ui::\\' Oceania  la  Polinesia,  e  potè 
contare  fra  i  membri  della  congregazio- 


P.IC 
ne  due  vescovi,  mg."^  Pietro  Domenico 

IMarcellino  Bonamic  vescovo  di  Babilo- 
nia e  poi  arcivescovo  di  Smirne,  e  mg."^ 
Rouchouze  vicario  apostolico  óeW  Ocea- 
nia orientale.  Ma  ai  27  marzo  di  detto 
anno  Dio  chianìò  a  sé  il  venerando  ab. 
Coudrin  per  premiarne  l'edificante  vita 
e  le  apostoliche  fatiche,  perdita  che  af- 
flisse tutta  la  sua  congregazione.  11  capi- 
tolo generale  elesse  per  superiore  e  suc- 
cessore dell'  illustre  defunto  rag.^Bona- 
mié,  che  rinunziato  1'  arcivescovato  e  a- 
vuto  da  Gregorio  XVI  quello  litolare  di 
Calcedonia,  assunse  il  governo  della  con- 
gregazione nella  casa  de'picpus  a  Parigi, 
indi  nel  1840  dal  nominato  Papa  otten- 
ne nuova  canonica  conferma  alia  congre- 
gazione. Nella  catastrofe  sanguinosa  del- 
la rivoluzione  di  Parigi  (/'.)  nel  giugno 
1 848,  i  rispettabili  membri  di  questa  cou- 
giegazione  si  unirono  al  clero  nel  per- 
correre le  strade  per  predicar  p^ce,  cu- 
rare i  feriti  e  assistere  i  moribondi.  Il  su- 
periore generale  mg.*^  Bonamié  impetrò 
e  ottenne  dalla  camera  de'rappresentan- 
ti  del  popolo,  che  i  suoi  missionari  po- 
tessero accompagnaie  fino  al  luogo  della 
deportazione  alle  colonie  gì'  insorti  con- 
dannati a  tal  pena,  onde  prodigare  ai  me- 
desimi tutti  i  conforti  della  religione. 

Al  presente  la  congregazione  de'sacri 
cuori  possiede  in  Francia  più  di  26  sta- 
l)ilimenti  di  case  e  scuole,  ed  in  Parigi 
due  seminari,  uno  in  via  Picpus,  l'altro  a 
Vaugirard  nella  via  Grand  Kue;due  ca- 
se ai  Chih;  una  a  Lione;  due  nel  Belgio, 
ima  in  Lovanio  pegli  alti  sludi,  l'altra  a 
Enghien  per  l'educazione  de'giovani.  Ha 
missionari  apostolici  nell'  Oceania,  cioè 
nell'isole  Sandwich  e  Marchesi,  in  Man- 
gareva,  e  negli  arcipelaghi  Garobier,  del- 
l'isole della  Società,  in  Tahiti,  ec,  aven- 
do questi  benemeriti  sacerdoti  evangeliz- 
zato tutti  quegli  arcipelaghi.!  membri  del- 
l'istituto vivono  regolarmente  in  comu- 
nità, sotto  l'ubbidienza  del  superiore  ge- 
nerale di  tutta  la  congregazione  e  de'su- 
periori  [>articolari.  Fanno  i  tre  voti  per- 


PIE 

pehii  ma  semplici  di  povertà,  caslilà  e 
iil)I)i(lien/a,  dopo  un  noviziato  di  18  me- 
si o  almeno  un  anno,  e  devono  essere  for- 
niti d'uno  spirito  d'ubbidienza  e  d'abne- 
gazione, d'uno  zelo  sincero  per  la  salute 
delle  anime,  consagiandosi  alla  gloria  di 
Dio  e  alla  pratica  delle  virtù  religiose. 
Nelle  case  dell'istituto  si  sogliono  ammet- 
tere quali  pensionari  i  preti  e  laici  che 
desiderano  vivere  raccolti  nel  Signore 
nell'esercizio  della  pietà.  Anche  le  suore 
diquesto  istituto,chiamate  eziandio  Pie- 
pus,  fanno  i  voti  perpetui  ma  semplici  di 
povertàj  castità  e  ubbidienza  ,  e  vivono 
in  comune  nelle  pratiche  regolari,  sotto 
l'ubbidienza  del  superiore  generale  di  tut- 
ta la  congregazione,  della  superiora  ge- 
nerale delle  medesime  religiose  e  delle 
loro  superiore  particolari  delle  proprie 
case.  Le  loro  regole  egualmente  furono 
approvatedalla  s.  Sede,  nelle  quali  è  inol- 
tre prescritto  che  la  superiora  generale 
deve  risiedere  nella  stessa  città  ove  di- 
mora il  superiore  generale  di  tutta  la 
congregazione,  nelle  cui  mani  fa  i  voli  di 
idìbidienza  tre  giorni  dopo  la  sua  nomi- 
na o  dopo  otto  se  trovasi  fuori  della  ca- 
sa principale. 

PIEDE,  Ordine  equestre.  Se  ne  at- 
tribuisce la  fondazione  a  Pio  IV  nel  i56o, 
perchè  i  cavalieri  intervenissero  alle  pon- 
tificie funzioni,  con  titolo  di  conti  pala- 
tini e  pensione,  onde  portare  il  Papa  in 
sedia  gestatoria,  uffizio  de'  Polafrenieri 
e  sediari  {y.).  Ma  o  perchè  questa  isti- 
tuzione non  è  vera  o  perchè  ebbe  breve 
durata,  non  se  ne  hanno  notizie  certe. 
Forse  sarà  stato  confuso  coll'ordine  dei 
cavalieri  Pii  [F .)  istituiti  da  Pio  IV,  i 
quali  sostenevano  le  aste  del  baldacrhì- 
ìio  (detto  anche  Ombrellino  o  ombrella, 
V.),  quando  il  Pontefice  v'incedeva  sot- 
to in  sedia  gestatoria. 

PlEMO:\TE,  Pedemontium.  Princi- 
pato d'Italia  e  parte  piìi  ragguardevole 
della  porzione  continentale  degli  stati 
sardi,  avente  per  capitale  T'ormo,,  resi- 
denza ordinaria  del  J'e  di  Sardegna  prin- 

VOL.  III. 


P l E  3o j 

cipe  del  Piemonte,  il  cui  titolo  suole  dar- 
lo ad  imo  de'  suoi  figli  o  nipoti.  Questo 
nome  trovasi  usato  da  otto  secoli  addie- 
tro, ed  esprime  la  qualità  della  regione 
posta  alla  falda  delle  Alpi  (come  chi  di- 
cesse, /ti  piede  de  monti),  che  ne  cingo- 
no il  bacino,  e  declinando  in  colline  sem- 
pre pili  basse  giungono  ad  una  bella  e 
fertilissima  pianura,  che  il  Po  attraversa 
e  feconda  in  tutta  la  sua  lunghezza.  Con- 
fina al  nord  colla  Svizzera, all'est  col  Lom- 
bardo-Veneto e  con  Parma,  al  sud  col 
ducato  di  Genova  e  contea  di  Nizza  parte 
degli  stati  sardi,  all'  ovest  colla  Francia, 
ed  al  nord-ovest  col  ducato  di  Savoia  al- 
tra parte  degli  stati  sardi.  Però  l'intiero 
stato  di  Terraferma,  che  si  chiama  col 
nome  collettivo  di  Piemonte,  comprende 
il  ducato  di  Savoia,  quello  di  Monfer- 
rato, di  Genova  e  d'yJosta,  la  contea  di 
Nizza,  la  Lombardia  sarda,  cioè  l'alto 
e  basso  Novarese,  la  LomelUna  di  cui  è 
capoluogo  Vigevano,\\  Torlonese,\\  P^o- 
gherese,  il  Pavese  cispadano  ed  il  Bob- 
biese.  Quantunque  vicinissimo  al  golfo  di 
Genova,  il  Piemonte  appartiene  intiera- 
mente al  bacino  dell'Adriatico,  al  quale 
per  il  Po  manda  tutte  le  sue  acque.  Il 
paese,  sebbene  in  gran  parte  montuoso, 
è  fertilissimo  ed  accuratamente  coltiva- 
to, con  pascoli  numerosi  e  ottimi,  onde 
gli  viene  grande  ricchezza,  essendo  al- 
tra sorgente  di  utilità  pel  Piemonte  il 
baco  da  seta  per  1'  eccellenza  di  questa, 
anche  per  le  numerose  fabbriche  di  drap- 
pi. La  regione  è  ricchissima  in  miniere 
di  ferro  e  vi  si  trovano  altri  metalli  e 
cave  di  marmo.  Sommano  gli  abitanti  a 
più  di  2,400,000  cattolici,  ad  eccezione 
di  circa  20,000  valdesi  stabiliti  nelle  Al- 
pi. I  piemontesi  sono  industriosi  e  sagaci, 
la  gioventù  robusta  e  inclinata  moltissi' 
rno  alla  milizia.  Fioriscono  gli  studi  ;  vi 
furono  e  vi  sono  esimii  cultori  delle  scien- 
ze e  delle  lettere,  artisti  e  artefici  d'ogni 
genere  che  illustrano  questa  bellissifua 
parte  della  penisola  italiana,  il  linguag- 
gio comune  è  un  dialetto  particolare  , 
20 


3o6  P I  E 

misto  d'italiano  e  di  francese.  TI  Piemon- 
te corrisponde  all'ovest  della  Gnllia  cis- 
padana ed  al  nord  dell'antica  Liguria: 
vi  stanziarono  i  salarsi,  i  taurini,  i  libi- 
ci, gli  slatielli  ed  i  vagienni,  che  ne  fu- 
rono ipopoli  principali.  /^.  Italia  eGiL- 
liA.  Dai  romani  passò  questa  provincia 
ai  goti,  quindi  ai  lombardi  ;  a  questi  la 
tolse  Carlo  Magno,  ed  i  le  d'Italia  suoi 
discendenti  la  possederono  lungamente; 
ancor  più  lungo  tempo  rimase  sotto  il 
dominio  degl'  imperatori  di  Germania 
con  titolo  di  principato.  Il  Piemonte  si- 
no al  1848  si  compose  delle  divisioni  di 
Torino,  Cuneo,  Alessandria,  Aosta  e  No- 
vara :  a  Sardegna  riporterò  le  nuove  cir- 
coscrizioni di  esse,  potendosi  vedere  a 
Savoia  la  serie  de'  suoi  conti  e  duchi  , 
principi  del  Piemonte,  con  le  loro  prin- 
cipali notizie;  laonde  per  questo  articolo 
mi  limito alleseguentiindicazioni.  Quan- 
to a  quelle  ecclesiastiche  ed  all'introdu- 
zione del  cristianesimo  nel  Piemonte,  ne 
parlo  alle  sue  sedi  vescovili,  che  s'inco- 
minciarono a  fondare  nel  III  e  IV  secolo. 
Il  I .°  dominio  de' conti  e  poi  duchi 
di  Savoia,  indi  re  di  Sardegna,  fu  la  con- 
tea di  Morienna  o  s.  Gio\'anni  di  Flo- 
riana,ne\  999  data  al  conte  Beroldo  del- 
l'antica casa  di  Sassonia,  o  da  Ottone  III 
imperatore  o  da  Ridolfo  111  re  di  Bor- 
gogna. Il  conte  Amedeo  I  del  1048,  per 
la  moglie  Adelaide  figlia  di  Manfredi 
marchese  di  Susa,  ebbe  questo  marche- 
sato col  paese  d'Aosta,  insieme  colle  loro 
pertinenze  che  si  estendevano  sul  Pie- 
monte. Amedeo  II  del  1 060  ebbe  la  con- 
tea di  Savoia  e  il  Bugey  dall'imperatore 
Enrico  IV,  e  Umberto  II  del  1072  la  Ta- 
lantasia, cacciandone  un  tiranno.  Tom- 
rnaso  I  del  i  188  fecesi  riconoscere  per 
sovrano  da  Guido  conte  di  Ginevra.  Il 
conte  Pietro  del  1  263  occupò  Torino,  ed 
ebbe  il  paese  di  Chiablais  da  Piiccardo 
conte  di  Cornovaglia,  eletto  imperatore 
nel  I  257  :  lo  stesso  conquistò  Vaud  nel- 
la Svizzera,  e  per  la  moglie  Agnese  acqui- 
stò Faucigny.  Amedeo  V  del  1285  fu 


PIE 

signore  di  Bressa  per  la  moglie  Sibilla. 
Amedeo  VI  del  i  343,  detto  il  rerde,  ri- 
cevette il  rimanente  del  Piemonte,  che  si 
ribellò  al  conte  di  Provenza,  come  fece 
la  contea  di  Nizza,  che  si  diede  ad  Ame- 
deo VII  dell  383.  Amedeo  Vili,  che  fu 
il  i.°  duca,  creato  da  Sigismondo  impera- 
tore nel  i4i6,  ebbe  da  Odone  di  Villars 
la  contea  di  Ginevra,  e  da  Filippo  Vis- 
conti duca  di  Milano  la  signoria  di  Ver- 
celli :  rinunziò  il  trono  al  figlio  Luigi  e 
divenne  antipapa  Felice  ^(/^.),  pseudo- 
dignità che  poi  abdicò.  Il  duca  Carlo  III 
del  i5o4  ricevè  dall'imperatore  Carlo  V 
la  contea  d'Asti  e  il  marchesato  diCeva, 
ma  gli  si  ribellò  Ginevra,  e  gli  svizzeri  di 
Berna  occuparono  il  paese  di  Vaud  e 
quei  di  Friburgo  la  contea  di  Ramont. 
Al  duca  Emanuele  Filiberto  del  i553 
furono  ceduti  la  contea  di  Tenda  e  il 
principato  d'Oneglia,  comedi  Maro,  Pre- 
là  e  Easlagno,  in  cambio  d'altre  terre.  Il 
duca  Carlo  Emanuele  I  del  i58o  acqui- 
stò il  marchesato  di  Saluzzo,  cedendo 
alla  Francia  la  Bressa  col  Bugey.  Il  du- 
ca Vittorio  Amedeo  I  del  i63o  ebbe 
buona  parte  delMonferralo.il  duca  Vit- 
torio Amedeo  II  del  1 6^5  comprò  la  so- 
vranità di  vari  feudi  del  Monferrato  e 
del  Piemonte  ;  riebbe  Pinerolo  e  furon- 
gli  ceduti  l'Alessandrino  e  la  Lomellina; 
poi  nella  pace  d'Utrecht  consegui  il  re- 
gno di  Sicilia,  e  rinunziato  questo  agli 
austriaci  nel  17  18  ottenne  quel  di  Sar- 
degna, ond' egli  fu  il  i.°  re  di  Sarde- 
gna ,  chiamandosi  volgarmente  questo 
sovrano  re  di  Torino  o  re  del  Piemonte. 
Abdicò  nel  i  73o,  ed  a  Carlo  Emanuele 
III  suo  figlio  furono  ceduti  il  Tortonese, 
il  Novarese,  le  Langhe,  il  Vigevanasco  e 
la  pili  parte  del  Pavese  :  Benedetto  XIV 
lo  dichiaiò  vicario  apostolico  nel  tempo- 
rale de'feudi  ecclesiastici  che  la  s.  Sede 
possedeva  nel  Piemonte  e  Monferrato,  ri- 
serbandosi  soltanto  l'annuo  censo  o  con- 
tribuzione di  scudi  2,000  tuttora  vigen- 
te, come  narrai  a  Massfrano;  condizio- 
ne che  fu  accettata  dal  re  e  ratificalo,  con 


PIE 

qlnratnenlo  solenne  in  ndani  del  nun/io 
pontificio.!  francesi  rivoluzionari  nel  no- 
vembre 1791  al  re  Vittorio  Amedeo  III 
tolsero  prima  tutta  la   Savoia,  forman- 
done il  dipartimento  di  Mont-Blanc:  lo 
stesso  fecero  in  febbraio  i  798  del  conta- 
do di  Nizza,  chiamandolo  dipartimento 
delle  Alpi  marittime.    Nella    primavera 
del  1796  calati  i  francesi  in  Italia, occu- 
parono quasi  lutti  gli  stati  di  Terrafer- 
ma; ed  il  re  finalmente  aderj  col  tratta- 
lo di  Parigi  del   i5  maggio  a  cedere  la 
Savoia,!  contadi  di  Nizza, Tenda  eBeuil, 
e  lasciar  libero  il  passo  in  Italia  per  mez- 
zo del  Piemonte  alle  truppe  francesi.  Per 
sua  morte  divenne  a' iGottobre  1796  re 
Carlo  Emanuele  IV,  già  principe  del  Pie- 
monte, il  quale  fu  costretto  segnare   in 
Torino  a  5  aprile  i  797  colla  Fiancia  il 
trallato  d'alleanza  offensiva  e  difensiva; 
lultavolla  a*  6  dicembre  1798  la  repub- 
blica francese  gli  dichiarò  guerra.   Nel 
I  799  in  giugno  gli  alleati  contro  la  Fran- 
cia occuparono  in  un  alle  altre  provincie 
d'Italia  anche  il  Piemonte,  discacciandone 
j  francesi,]  quali  a  poco  a  poco  resero  pure 
le  fortezze,  riducendosi  solo  a  una  parte 
delGenovesato.  Ria  poi  nella  primavera 
seguente  Bonaparte  ripassò  il   monte  s. 
Bernardo  e  s  impadronì  di  tulle  le  for- 
tezze dei  Piemonte  e  della  Lombardia, 
comprese  Genova  e  Savona.  Nel  luglio 
1802  tutto  il  Piemonte  insieme  al  Mon- 
ferrato fu  riunito  alla  Francia, formando- 
sene  sei  dipartimenti,  Po,  Dora,  Maren- 
go, Sesia  ,  Stura  e  Tanaro.    11  re   abdi- 
cò e  la  famiglia  reale  passò  in  Sardegna. 
Inoltre  Bonaparte  dichiarò  il  Piemonte 
27.^  divisione  militare,  e  ne  affidò  il  go- 
verno al  suo  favorito  Menou  Abdallah. 
Gli  affari  ecclesiastici  per  colpa  della  pre- 
cedente rivoluzione  erano  caduti  in  gran 
disordine.  Mancavano  6  chiese  de'  loro 
pastori,  ed  i  Ire  vescovi  di  Alessandria, 
Casale  e  Aosta  aveano  dato  liberamente 
la  loro  rinuncia   nelle  mani  di  Pio  VII. 
Subito  il  governo  fiancese  ritrovò  che  il 
numero  di  17  chiese  vescovili  eia  esov- 


P I  E  3o7 

bitante,  e  richiese  che  fossero  ridotte  a 
<S,  delle  quali  ima  fòsse  metropolitana, 
cioè  Torino,  sulfraganee  l'altre.  Accon- 
sentì però  che  i  beni  delle  chiese,  de'ca- 
j)iloli,  de'seminari,  delle  collegiate  e  di 
qualunque  stabilimento  religioso  fossero 
applicali  con  proporzionata  ripartizione 
alla  mensa  delle  chiese  conservate  ,  le 
quali  acquistando  una  più  vasta  diocesi, 
ottenevano  perciò  più  abbondanti  soccor- 
si. Pertanto  il  cardinale  Caprara  legato 
a  Parigi  fu  dal  Papa  investito  delle  rela- 
tive facoltà,  con  iiolla  del  i.°  giugno 
3  8o3,  Gravissiniìs  causis,  presso  il  Bull. 
Coni.  t.  12,  p.  2  3. 

Il  cardinale  dopo  essersi  assicurato  del 
consenso  dato  nelle  mani  del  Pontefice 
da  vari  vescovi,  le  diocesi  dei  quali  ve- 
nivano smembrate,  mandò  ad  effetto  la 
nuova  circoscrizione,  dichiarando  in  vir- 
tù dell'  autorità  apostolica  soppresse  le 
chiese  vescovili  di  Alba,  Aosta,  Bobbio, 
Biella,  Casale,  Fossano,  Pinerolo,  Susa 
e  Tortona;  così  le  abbazie  di  s.  Benigno, 
s.  Michele,  s.  Vittore, s.  Coslanzo,s.  Mau- 
ro e  della  Chiusa.  Furono  queste  com- 
partite tra  le  8  diocesi  conservale,  cioè 
iieir  arcivescovato  di  Torino  e  nei  ve- 
scovati di  Saluzzo,  Aqui,  Asti,  Alessan- 
dria, Vercelli,  Ivrea  e  Cuneo,  nella  quale 
città  venne  trasferita  la  sede  vescovile 
di  Mondovi  col  capitolo  e  canonici  che 
lo  componevano  e  col  seminario  vesco- 
vile. Siccome  poi  4  de'  vescovati  attua- 
li, cioè  Aqui,  Asti,  Alessandria  e  Ver- 
celli, e  3  delle  diocesi  soppresse,  vale  a 
dire  Alba,  Tortona  e  Casale,  dipende- 
vano dalla  giurisdizione  metropolitana 
di  Milano,  ed  inoltre  quella  di  Bobbio 
dalla  metropolitana  di  Genova,  così  di- 
cevasi  nel  decreto  de'ao  febbraio  i8o5, 
promulgato  dal  cardinal  legato,  che  ia 
virlù  delle  facoltà  a  lui  state  accordate 
per  tale  effetto,  e  dopo  aver  dato  lo  spe- 
ciale suo  assenso  come  arcivescovo  di 
Milano,  ed  ollenulo  dall'arcivescovo  di 
Genova  il  medesimo  consenso,  sottraeva 
le  delle  diocesi  dui  due  uieUopuiiluui  e 


le  sottometteva  alla  giurisdizione  spiri- 
liiale  metropolitana  dell'arcivescovo  di 
Torino.  La  nomina  de'nuovi  vescovi  si 
fece  nel  iSo5,  e  secondo  il  sistema  na- 
poleonico, detto  di  fusione  politica, rltro- 
varonsi  rieletti  alcuni  degli  antichi   ve- 
scovi, quello  di  Aosta  e  di  Tortona.   Il 
vescovo  d'Amiens  Gio.  Crisostomo  Vii- 
laret  di  Parigi,  ch'era  stato  il  riordina- 
tore delle  chiese  del  Piemonte,  venne 
trasferito  alla  sede  di  Alessandria.   Ma 
r  arcivescovo  di  Torino  Buronzo  stette 
(ermo  a  non  voler  accordare  la  rinun- 
zia della  propria  sede.  In  quest'occasio- 
ne si  osservò  che  nel  Piemonte  sussiste- 
va ancora  un  avanzo  degli  antichi  valde- 
sij  i  quali  nelle  valli  di  s.  Martino  e  di 
Lucerna  aveano  ottenute  tre  chiese  con- 
cistoriali. Nel  Concordato  del  i8o4  tra 
PioVlI  eia  repubblica  italiana,  riportai 
quali  chiese  piemontesi  furono  fatte  snf- 
fraganee  dell'arcivescovo  di  Milano.  Nel 
i8i4  caduto  Napoleone,  il  re  di  Sarde- 
gna Vittorio  Emanuele,  come  tutti  gli 
altri  sovrani  j  tornò  in  possesso  de' suoi 
stati.  Tornato  dunque  il  Piemonte  a  far 
parte  degli  stali  sardi  ,  dipoi  se  ne  este- 
se il  nome  come  dissi  di  sopra:  un  tem- 
po dividevasi  il  Piemonte  in  principa- 
to di  Piemonte  propriamente  detto,  du- 
cato d'  Aosta  e  signoria  di  Vercelli ,  ai 
quali  aggiungeasi  talora  la  contea  di  Niz- 
za. Nel  1817  Pio   VII  colla  bolla  Bea- 
ti Petri  Sposto  lo  rum  principisi  Bull. 
Cont.i.  i4,  p-  344.  de' 17  luglio,  ripri- 
stinò con  nuova  cii  coscrizione  di  diocesi 
le  summenlovatesedi  soppresse  nella  do- 
minazione francese,  eresse  quella  di  Cu- 
neo, ed  elevò  al  grado  metropolitico  quel- 
la di  Vercelli.  Laonde  al  presente  nel 
Piemonte,  non  compresa  Nizza,  vi  sono 


PIE 

!  due  arcivescovati  di  Torino  e  Vercel- 
li ed  i  seguenti  18  vescovati,  computan- 
dovi quelli  del  ftlonferrato,  quali  rimar- 
cherò con  carattere  corsivo.  Acqui,  Al' 
ha  Pompai,  Alessandria,   Aosta,  Asti, 
Biella,  Bobbio,  Casale,  Cuneo,  Possano, 
Ivrea,  Mondovi,  Novara,  Pinerolo,  Sa- 
luzzo,  Susa,  Tortona  e  Vigevano.  Ado- 
gnuno  di  tali  articoli  feci  ancora  menzio- 
ne de'principali  uomini  illustri  piemon- 
tesi, e  de'Papi  e  cardinali  che  il  Piemon- 
te die  alla  Chiesa, e  meglio  alle  loro  bio- 
grafìe, dovendosi  aggiungere  tra  i  car- 
dinali del  Monferrato,  ad  Alessandria  G/u- 
liìu  e  Caselli,  Ghislieri  poi  s.  Pio  V  e 
Bonelli  della  diocesi   di  Tortona,  ed  a 
Casale  i  cardinali  iV^z^rt  e  Tadini:  altri 
cardinali  piemontesi  li  registrerò  a  To- 
EiNo.  Il  vescovo  di  Sai  uzzo  B^-ancesco  A- 
gostino  della  Chiesa  ci  diede  la  serie  cro- 
nologica de' cardinali,  vescovi  e  abbati 
piemontesi  :  S.  R.  E.  card,  archiep.  ec, 
Pedemonlanae  regioni s  chron.  hist.,  Aii' 
gustae  Taurinorum  1 64'^.  Abbiamo  inol- 
tre di  Andiea  Rossotti,  Degli  scrittori  pie- 
montai.  Denivelli,    Biografìa  piemonte- 
se. Del  teologo  Meiranesio  la  Storia  del 
Piemonte  e  della  Savoia,  ed  il  Pcdemon- 
tium  sacruni.  Emanuele  Tesauro,  Cam- 
pcggiamenti  o^n'ero  istoria  del  Piemon- 
te, Venezia  i643.  La  classica  opera,  IlJo- 
numenta  historiae  patriae  regni  Sardi- 
niae.  Cenin  intorno  ai  fatti  istorici,  mo- 
numenti notevoli  e  particolarità  natura- 
li del  Piemonte,  Tovioo   i838.  Descri- 
zione de  santuari  del  Piemonte,  adorna 
delle  vedale  de' medesimi,  Torino  1825. 
Can.  Palemone  Luigi  Bima,  Serie  cro- 
nologica degli  arcivescovi  e  vescovi  di 
di  tutti  gli  stali  di  Terraferma  ec,  To- 
rino 1842. 


FINE  nEL  VOLU^IE  Ct^QUANTESIMOSECOTTOO. 


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I